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… “siamo parte …”: Peter Handke, Carlo Bettocchi, Silvia Montefoschi

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Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …” evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”
Peter Handke, ….
Vado alla radice ….
La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi: affinità poetiche

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Pur su orizzonti personali molto diversi, trovo affinità fra il:

siamo parte dell’humus che prepara
il futuro

di carlo bettocchi

e il:

e fu un sussulto, un grido
di sovraumana gioia,
a sentire quel cielo entro il mio ventre,
quel cielo e quella terra

di silvia montefoschi

siamo parte dell’humus che prepara il futuro, noi che ce ne andiamo

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Il tema del tempo (o ancora più precisamente della nostra relazione con il tempo) accomuna tutti nell’esercizio quotidiano di interpretarne la funzione all’interno della propria condizione umana, storia e arco vitale.
Leggo spesso che è una questione che prende in profondità anche Clelia, che cura il blog

Akatalepsía.
Oggi vi trovo una poesia di Carlo Bettocchi che interseca per fili sotterranei il mio attuale e – credo – durevole ri-incontro con il processo di pensiero di Silvia Montefoschi.
Scrive Carlo Bettocchi:

Per cui un vecchio come me si alza dalla sua

sedia senza vacillare e si guarda

 d’intorno. E s’accorge, senza averne

spavento, che il tempo scivola come

rena, e che il nuovo è tutto da venire

ancora tutto da venire: e sente

dire in sé sommessamente, dalla vita:

siamo parte dell’humus che prepara

il futuro, noi che ce ne andiamo.

Carlo Betocchi , Prime e ultimissime, ed. Mondadori, 1974


Nel 1952 , a Napoli e a 26 anni, scriveva Silvia Montefoschi:

L’avvento

Fu una pioggia di stelle sul mio viso.
Sentii gravarmi da un infinito cielo
soffice, di calda luce.
Sentii la terra nelle mani
e nei capelli,
e fu il sapore di quella terra in bocca
e di quel bacio,
e fu il risucchio del mio corpo
dalle profondità abissali di quel cielo,
e fu un sussulto, un grido
di sovraumana gioia,
a sentire quel cielo entro il mio ventre,
quel cielo e quella terra,
la mia stessa terra
fatta della mia carne e del mio sangue.
Fu come un dileguarmi
in quella pioggia d’infinite stelle,
e ritrovarmi
nella dolcezza di un abbraccio amico,
umido ancora
di un sapor di latte,
di lacrime infantili
e di lontani baci.

in Silvia Montefoschi, Fu una pioggia di stelle sul mio viso(Napoli 1952), Laboratorio Ricerche Evolutive di Giampietro Gnesotto Editore, 1989

Pur su orizzonti personali molto diversi trovo affinità fra il:
“siamo parte dell’humus che prepara

il futuro

e il:

 e fu un sussulto, un grido
di sovraumana gioia,
a sentire quel cielo entro il mio ventre,
quel cielo e quella terra”

Silvia Montefoschi, Tu sei in quanto io ti penso …

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http://www.divshare.com/flash/playlist?myId=5942322-b78Il canto d’amore del Vivente ovvero l’epifania dell’infinito

 

Tu sei

in quanto io ti penso

quale pensante me

e io sono

in quanto tu mi pensi

quale pensante te

sicchè

tu non cessi di pensarmi

e quindi di esserci

finchè io ti penso

e io non cesso di pensarti

e quindi di esserci

finchè tu mi pensi

 

E se

è il mio pensarti

a far sì che tu ci sia

quale pensante me

ed è il tuo pensarmi

a far sì che io ci sia

quale pensante te

tu non puoi cessare

di pensare me

perché io non posso cessare

di pensare te

e noi

non possiamo che

pensarci all’infinito

 

Ma se

è il nostro reciproco pensarci

a porci in essere

nell’infinito dirci

“Tu sei”

che

quale atto supremo dell’amore

ci fa l’un l’altro

garanti della vita

noi stessi siamo l’infinito

 

L’infinito infatti

si dà solamente

nell’intersoggettività

dove

il soggetto che pensa

non ha più bisogno

per esserci

quale pensante

di conoscersi nella finitudine

del suo pensato

perché si riconosce

nel pensare infinito

dell’altro soggetto che pensa

 

E se noi stessi

siamo l’infinito

l’infinito

finalmente è

perché

l’infinito non è

se non

in chi è infinitamente

 

 in Silvia Montefoschi,  La glorificazione del vivente nell’intersoggettività tra l’uno e l’altro, Golden Press, Genova

Paolo Conte in Bella di giorno (da Psiche) e l’intersoggettività in Silvia Montefoschi

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1. Il testo letto nel video è questo:
“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.
Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.
In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?
Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.
Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé.Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”
in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzionedella coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.
2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:
3. La canzone è :
Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008
Io so chi tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata

l’istinto ti sa
trattare ti sa
guidare ti sa
con poche parole precise
poche parole decise
e uno sguardo d’intesa
un’elegantissima scusa
come una bella di giorno
tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno
nell’acqua fresca di un bagno
io so che tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata
e sola

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