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CONVERSARE ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21 | Segni di Paolo del 1948

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ECCO, PAOLO, E’ TUTTO MOLTO SEMPLICE E MOLTO SPONTANEO. TUTTI , ANCHE I TITUBANTI PER CARATTERE, MI HANNO RISPOSTO CON UN SI’ DECISO!
SCUSAMI SE NON TE L’HO MANDATO SUBITO, NON HO DATO IMPORTANZA ALLA MIA COMUNICAZIONE MA AL TUO INTERVENTO/TESTIMONIANZA.
CIAO,
4.O5.’12
CIAO A TUTTI,
E’ NATO CON MOLTA SPONTANEITA’ IL DESIDERIO DI UN INCONTRO CON L’AMICO PAOLO FERRARIO, APPASSIONATO ESTIMATORE DEL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO.
CON … ABBIAMO CONTEMPORANEAMENTE MATURATO L’INTERESSE DI INVITARLO NEL NOSTRO GRUPPO A TESTIMONIARCI IL SUO  TIPO DI APPROCCIO CON LA FILOSOFIA.
L’INCONTRO, SECONDO NEL MESE , E’ PROPOSTO PER MARTEDI’ 15 MAGGIO ALLE H.21.00, A CASA MIA.
L’OCCASIONE E’ PARTICOLARE DATA LA MOLTEPLICITA’ D’INTERESSI, LA CURIOSITA’ E LA RICERCA DI TIPO ESISTENZIALE DELL’AMICO PAOLO.
PER RAGIONI ORGANIZZATIVE VI CHIEDO DI DARMI LA VOSTRA RISPOSTA ENTRO IL 2 DI MAGGIO IN OCCASIONE DEL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO.
Vi ndico, di seguito, il link di Paolo Ferrario, in caso voleste visitarlo:
  chi “credo” di esserePaolo Ferrario (1948 – ), NON pensionato
Per contatti internettiani: Twitter  -  Linkedin  -  FaceBook

 CHIUDO QUESTO INVITO CON UNA PAROLA ”CHIAVE” ADATTA AD ENTRARE UN POCO NEL MONDO DEL LINGUAGGIO DI SEVERINO, SELEZIONATA  DA PAOLO  PER NOI:       

…………..     E’ quindi inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. Nascere è avvertirle da subito, sia pur confusamente.

Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo. Ogni gesto, azione, pensiero, affetto della vita quotidiana è sin dalla nascita un’espressione della volontà di essere al Riparo, cioè della volontà di potenza e di salvezza. Anche un bambino che un pomeriggio dalla luce grigio-previnca che precede il temporale sta sotto al tavolo grande della cucina ad aspettare un estraneo si sta mettendo a quel Riparo.

Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2011, pag.49/50

La natura umana è due di Luce Irigaray ( Amo a te, per Bollati Boringhieri, 1993), trascrizione e riflessione donate da Papavero di campo

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Mi riallaccio al contributo di prisma,
io e tu mi risaltano in evidenza nella poesia citata,
io e tu e penso a luce Irigaray, così mi alzo dalla postazione-che mi fa pure bene alla schiena non stare sempre qui avviluppata e cerco in libreria, l’istinto guida la mia mano, acchiappo due libri piccoli, uno : Amo a te (già il titolo ti spiazza!) , l’altro è Essere due,
il caso mi guida al capitolo La natura umana è due ( Amo a te, per Bollati Boringhieri, 1993-collana I temi, n°31) beh è molto interessante!
Ne condivido qualcosa con voi:

La natura non è una,
per andare al di là -ammesso che occorra, conviene partire dalla realtà, la realtà è due, un due che implica a sua volta delle differenze secondarie (più piccolo più alto, più giovane più vecchio..).
Si è pensato l’universale come uno, a partire da uno, ma questo uno non esiste.
Se questo uno non esiste il limite dunque è inscritto nella natura stessa,
prima di qualunque necessità di superare la natura è importante rendersi conto che essa è due,
questo due inscrive la finitezza nel naturale stesso,nessuna natura può avere al pretesa di rispondere al tutto del naturale. Non c’è la natura, in questo senso esiste nella natura una forma di negativo. Il negativo non è un’operazione della coscienza di cui solo l’uomo sarebbe capace. Anzi se l’uomo non prende coscienza del limite inscritto nella natura la sua opposizione al naturale non adempie il lavoro del negativo. Essa si appropria del naturale e pretende di superarlo in una coscienza determinata da questa ingenuità naturale: io sono il tutto.
Ora nessuno e nessuna realizza in sé il tutto, né della natura né della coscienza. Confondere la parte con il tutto significa inficiare il negativo con una positività immaginaria.
..due pseudo assoluti,la natura e lo spirito,
già non si tratta più della realtà ma di una costruzione fatta a partire da un punto di vista, la natura e lo spirito sono dei particolari che non accettando i loro limite si considerano l’assoluto.
Lo stesso si può dire per quelle due parti del genere umano che sono l’uomo e la donna ridotti abusivamente a uno. La ragione mostra, in questa riduzione, la sua impotenza e la sua immaturità: l’uomo sarebbe la testa e la donna il corpo, il genere umano sarebbe sospeso tra divinità e animalità: l’uomo sarebbe il divino del regno animale femminile..

Il naturale è ameno due. Maschile e femminile, questa partizione attraversa tutti i regni del vivente che altrimenti non esisterebbero, nessuna vita è possibile sulla terra senza la differenza sessuale che ne è la manifestazione e la condizione di produzione e di riproduzione. L’aria e la differenza sessuale sono forse le due dimensioni indispensabili della vita e alla vita. Ciò che non ne assicura la custodia è portatore di morte.
Per limitarci al genere umano diciamo che né l’uomo né la donna possono manifestarne o provarne la totalità. Ciascun genere ne rappresenta o ne detiene una parte. Questa realtà è molto semplice e nello stesso tempo molto lontana dal nostro modo di pensare.
E’ evidente che la morfologia corporea del femminile e del maschile non sono le stesse e di conseguenza il loro modo di percepire il sensibile e di costruire lo spirituale non è lo stesso. Donne e uomini d’altronde hanno posizioni diverse rispetto alle genealogie. Essi diventano se stessi solo artificiosamente. C’è uguaglianza fra loro solo attraverso la sottomissione a una legge che fa testo. Ma da quel momento essi non sono più conformi alla realtà, è imposto un modello di umanità che allontana da loro stessi l’uomo e la donna che non si realizzano più in quanto tali ma si adeguano a un’idea ci ciò che è l’essere umano.
… ci si potrebbe chiedere se la donna non sia più vicino al mondo vegetale che al mondo animale come sostenevano alcuni filosofi antichi e soprattutto sia pure in modo diverso le culture femminili. Sarebbe in questa affinità che il suo rapporto con la passività trova una spiegazione giusta? La donna sarebbe ricettiva non nei confronti dell’uomo ma nei confronti dell’economia naturale in particolare dell’economia cosmica, a cui il suo equilibrio e la sua crescita sono più intimamente legati. La sua supposta passività non si inscriverebbe quindi in una coppia di opposti attivo/passivo ma significherebbe un’altra economia un‘altra relazione con la natura e con sé, equivalente all’attenzione e alla fedeltà piuttosto che alla passività. Non si tratta quindi di semplice ricettività ma di un movimento di crescita che non sia allontana mai definitivamente dall’esistenza del corporeo in un ambiente naturale. Il divenire non è avulso dalla vita né dal suo luogo, non è estrapolato dal vivente né fondato su un carattere mortale e rimane attento alla crescita fisiologica spirituale e di relazione. Perciò non domina nulla in modo definitivo e la ragione resta una misura e non un’appropriazione. In quanto misura essa è diversa per l’uomo e per la donna. Negare le loro differenze equivale a entrare nella dismisura. Si tratta di mettere in moto un ‘intenzionalità passiva e retroattiva: prendere coscienza di essere una donna o un uomo e volerlo diventare. È riconoscendo di esserlo che posso accordare le mie intenzioni alla mia realtà,
.. l’intenzione è spinta o determinata da un progetto ma non necessariamente fantasmatico immaginario o costruito, il mio progetto è regolato sulla mia identità naturale, la mia intenzione è di assicurarne la cultura per divenire quello/quella che sono oltre che di rendere spirituale la mia natura per creare insieme all’altro.
Questa creazione è passaggio ad un’altra tappa della storia, è liberazione dalla realtà del sesso e del genere dalla sottomissione a una metafisica o a una religione che li abbandonano a un destini di istinti e di incultura. Questa dimensione diventa il luogo ed una delle fonti di energia per una cultura della vita senza riduzione del naturale alla procreazione. Questa via di creazione dialettica a due rappresenta anche una possibilità di emergere da una critica al patriarcato che rischia di essere nichilista se non è accompagnata dalla definizione di nuovi valori fondati sulla realtà naturale e universalmente validi. La mia appartenenza all’universale è riconoscere che sono una donna, la singolarità di questa donna è il fatto di avere una genealogia e una storia particolari. Ma appartenere a un genere rappresenta un universale che esiste prima di me, io devo compierlo nel mio destino particolare.
Il raccoglimento dello spirito in se stesso non è ancora avvenuto nella misura in cui non è arrivato a pensarsi come metà dell’umanità. Ha immaginato che il divenire spirituale posa realizzarsi ad uno e non da due anche genealogicamente. In realtà da questo punto di vista forse andiamo verso l’uno ma non ne proveniamo, siamo generati da due e l’uomo in quanto uomo nasce da un’altra, fin dalla nascita quindi è in relazione con un’altra con un altro genere. Ma il divenire a partire da uno è inscritto come origine nelle mitologie patriarcali mentre il due resta socialmente vivo nelle culture femminili.
…l’uomo non è libero in via assoluta, ciò non significa che egli sia asservito a una natura né che debba dominarla,e neppure che egli sia schiavo. Egli è limitato, la sua completezza naturale esiste in due umani, della natura umana l’uomo non conosce che una parte ma questo limite è condizione di divenire e di creazione, deve capire che dell’umano egli non rappresenta che una metà ma che questa condizione gli permette la costruzione di un tutto senza negare ciò che è. Partendo dal tutto il divenire è costretto a negare il tutto per elaborarsi. La natura trova il suo limite nella natura stessa. Questo limite esiste già nella generazione ma anche orizzontalmente nella differenza tra femminile e maschile. Queste due dimensioni del resto si congiungono.
Pretendere di essere liberi e sovrani rispetto alla natura è dunque un errore, essendo soltanto una metà del mondo io non sono libero/ libera nel senso in cui lo si intende generalmente. Sono invece libero/libera, conviene che lo sia, di essere ciò che sono:una metà del genere umano. In questo senso e solo in questo senso il diritto-il mio diritto-corrisponde al rispetto della vita.
(pagg.42-49)

Intendevo estrarre alcune citazioni illuminanti ma non era possibile decurtare questo testo che perde in significato se si omettono dei nessi consequenziali, così il capitolo è quasi per intero!
Spero almeno gradito o utile!

Ps:
Nel mentre sono presa-intenta a questa trascrizione, Ro. mi porta inaspettato l’ultimo di Battiato il Fleurs 2 (che aveva fatto precedere illogicamente da fleur 3), Amalteo tu me lo segnalavi qualche giorno fa ed ecco per la legge delle connessioni, c’è subito un inedito, il primo brano che non posso, ah non posso, non citarvi ora e qui!
È un bel pezzo! (in tutto il cd a mio avviso ce ne sono tre di belli tutto sommato) nello stile battiatiano puro del mix di introspezione col tocco intimo-sentimentale-poetico, il testo allora, solito parto duale di lui e sgalambro ensemble- è perfettamente consono alla poesia postata da prisma!

Eccolo, s’intitola “Tutto l’universo obbedisce all’amore”

Già il titolo s’impone degno vero?

“ rara la vita in due fatta di lievi gesti
E affetti di giornata, consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare
ed è in certi sguardi che si vede l’infinito

stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie…

(proposta e trascritta da PAPAVERO di campo)

Caducità di Sigmund Freud, trascrizione donata da Papavero di campo

2 commenti

 

Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.
Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.
No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi a ogni forza distruttiva.
Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.
Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di aver individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.
Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità di amare che chiamiamo libido la quale agli inizi del nostro sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre, grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli.
Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma quali altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprità che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non hanno sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.
1915

(da SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°, BORINGHIERI 1976)
ps: il poeta a cui si riferisce nel testo pare appurato che fosse proprio Rilke;

c’è qui il richiamo a quel potentissimo meccanismo di difesa che è il diniego, che a cuor mi sta, per la diffusissima pratica che il genere umano ne fa, è di difesa quindi serve però, prima o poi e in qualche modo siamo chiamati ad accostarlo ed a farcene carico, nei modi e secondo le capacità a noi sostenibili

sincronie di Papavero di campo: psiche è mobile connette associa perlustra e trova!

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amalteo altra sincronia: mentre scrivevo la psiche è mobile dentro la cantavo con l’aria la donna è mobile! grande Rigoletto mi piace assai!!

le poesie non hanno titolo appartengono a “Un amore di vigilia” edito da Book Editore, 2000

va molto a segno la parola di Saporiti, l’ho scoperto dalla rivista Poesia di Crocetti Editore, che mi ostino da anni ad acquistare pur senza avere il tempo di leggerla
( a volte neppure la voglia!)

ti faccio allora dono di un ‘altra:

Non è così lontano l’intangibile
se ogni rumore parola o canto
è già scheggia imperfetta
del silenzio esaltante che inseguiamo.

(molto bella vero?)

un’altra ancora:

L’amore vale
se costa almeno
la nostra parte.

Il seme custodito
anche nel sonno cresce:

il più il meglio e l’indicibile
verranno a noi per grazia.
quanto a:

psiche è mobile
connette
associa
perlustra
e trova!

sì hakuiamolo!
perchè rende l’idea!

Papavero

associazioni fra Peter Handke, Achille Abramo Saporiti, Henri Bergson di Papavero di campo

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aggiungo una luminosa AFFABILE citazione sempre tratta dal testo di Peter Handke, Canto alla durata, Einaudi-

è di Henri Bergson:

” nessuna immagine sostituirà l’intuizione della durata, eppure molte immagini diverse prese dagli ordini di cose molto differenti potrebbero, agendo insieme nel loro movimento, far volgere la coscienza proprio verso il punto in cui una certa intuizione diventa concepibile.”
e ancora,

una poesia di Achille Abramo Saporiti ( lombardo):

far troppo i conti
potrebbe non giovare:

la realtà non è indulgente
e batte i suoi sentieri.

La sorte non domanda a noi consiglio:
come semi ci colloca nel campo
o nelle crepe del muro di cinta.

Ma nell’attesa di un chiaro segnale
è dolce affanno
cercare il verbo
che ci affratella.

e un’altra, sempre di Saporiti:

E convergenti fino a collidere
restiamo muti ad ascoltarci:

il silenzio fa più alto il gioco
a trasparire, più alto il desiderio
di un cielo adolescente
che rida con le nubi.

Gioia non sia soltanto
negli eventi passati
o in frutti amati della mente.

Una gioia sia, e toccabile,
che spinga ad abbracciare
ridendo gli alberi.
ps: quel che è bello quel che mi piace di questo gioco di rimandi è l’affiorare spontaneo, associativo di pensieri-legami, così ho ripensato ad una certa poesia di Saporiti, l’ho cercata non l’ho trovata ma ho trovato altro…
psiche è mobile, connette,associa, perlustra e trova!

(proposta da Papavero di campo)

Peter Handke, Canto alla durata, proposta da Papavero di campo

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Peter Handke,
Canto alla durata

…..
quel senso di durata cos’era?
era un periodo di tempo?
qualcosa di misurabile?
una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile non controllabile,
inafferrabile non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare
“egli è buono!”
e se esistesse un dio,
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

….
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi
in cui ci si sente avvolgere
da cosa? da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono insieme.
“ci vogliono giorni, passano anni”
Goethe mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni
con i decenni, con il tempo della nostra vita.
ecco al durata è la sensazione di vivere.
….
Ancora una volta ho capito che l’estasi è sempre un che di troppo,
è la durata invece la cosa giusta.

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
E’ vero che essa deriva da
atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende
dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
-in quello star seduto in silenzio
ch si dice faccia diventar santi-
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali,
non ho mai sentito la durata
consumando le pietanze favorite
passeggiando lungo la “mia” strada.

Certo a durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità
ma non è un’avventura dell’ozio, non è un’avventura del tempo libero.
E’ dunque connessa col lavoro
con la fatica con l’impegno con la continua disponibilità?
no, perché se avesse una regola
richiederebbe un paragrafo
e non una poesia.
io infatti l’ho vissuta anche viaggiando, sognando, tendendo l’orecchio
giocando contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa, in molti pissoir.

l’essenza della durata
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene di intonare
soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine
albeggiare imbrunire, benda sterile, accordo

Proposta da Papavero di campo così:

Amalteo rispondo al tuo invito con questo canto, il la me l’hai dato tu citando peter handke del cielo sopra berlino,
a me pare che ci sia più di uno spunto per riflettere sulla coscienza individuale e sulla colleganza con gli altri esseri viventi, secondo la concezione dell’essere appartenenti ad un sistema vivente, come in una preziosissima trama del tappeto più splendido ognuno di noi è un nodo, un nodo costitutivo un nodo decisivo!

spero che questo contributo che è stato lungamente snervante battere sui tasti possa riscuotere l’interesse dei lettori di questo post, che anch’esso è come una trama.

saluti notturni!

PAPAVERO

perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

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la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola.

La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…)

Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:

perché io sono io e perché non sei tu?

Perché sono qui e perché non sono lì?

Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole è forse solo un sogno?

Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)

Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?

Peter Handke, ….

… “siamo parte …”: Peter Handke, Carlo Bettocchi, Silvia Montefoschi

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Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …” evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”
Peter Handke, ….
Vado alla radice ….
La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi: affinità poetiche

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Pur su orizzonti personali molto diversi, trovo affinità fra il:

siamo parte dell’humus che prepara
il futuro

di carlo bettocchi

e il:

e fu un sussulto, un grido
di sovraumana gioia,
a sentire quel cielo entro il mio ventre,
quel cielo e quella terra

di silvia montefoschi

L’ INTERSOGGETTIVITA’ secondo l’avvocato Utterson

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L’avvocato Utterson era un uomo dall’aspetto rude, non s’illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell’esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L’avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l’inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent’anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare.
«Io tendo all’eresia di Caino,» soleva dire argutamente, «lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace.»

Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l’ultimo conoscente stimato, e di esercitare l’ultima buona influenza nella vita di uomini perduti.

Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde

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