Il secolo del Jazz, arte, cinema, musica, fotografia da Picasso a Basquiat. Rovereto, Mart. 1° puntata
30 gennaio 2009
Il secolo del Jazz: Jeff Wall, After “Invisible Man” by Ralph Ellison. Rovereto, Mart, 2° puntata
4 gennaio 2009
Jazz, Vacanzine Lascia un commento
Jeff Wall, After “Invisible Man” by Ralph Ellison, The Prologue, 2000

Wall illustra, con una fotografia di enorme suggestione, il protagonista del romanzo di Ralph Ellison The Invisible Man, seduto in una cantina dove vive e dove ha istallato 1350 lampadine illegalmente allacciate alla corrente elettrica, mentre ascolta What Did I Do To Be So Black and Blue (1929)di Louis Armstrong
“Per ora ho un solo radio-grammofono; ma conto di averne cinque. Nel mio buco c’è una certa immobilità acustica, e quando c’è musica voglio sentirne le vibrazioni, non solo con le orecchie ma con tutto il corpo. Mi piacerebbe sentire cinque dischi di Louis Armstrong che suona e canta What Did I Do to Be so Black and Blue tutti insieme. Adesso sto ad ascoltare Louis, qualche volta, succhiando il mio dessert preferito, gelato di vaniglia al liquore. Verso il liquido rosso sulla massa bianca, e lo guardo luccicare ed evaporare mentre Louis plasma quello strumento militaresco in un raggio di liriche note. Forse mi piace Louis Armstrong perché è riuscito a trasformare in poesia il fatto d’essere invisibile. Credo che questo avvenga perché egli non si accorge di essere invisibile. E la mia comprensione dell’invisibilità mi aiuta a capire la sua musica.“
da Ralph Ellison, Uomo invisibile, traduzione di Carlo Fruttero Lucentini e Luciano Gallino, Einaudi, Torino, 1956
Jazz: la SPLASC(H) di Peppo Spagnoli e la PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli
29 settembre 2008

William Claxton, Joachim E. Berendt, Jazz Life
6 dicembre 2007
Auto-Dono di buon Post compleanno.
Dagli Stati Uniti mi arriva:
William Claxton, Joachim E. Berendt, Jazz Life – A Journey Across America in 1960, Taschen, 2005, p. 700 (6 chili)
Sfilano in queste pagine le immagini della costruzione sociale del jazz durante il primo Novecento ed i suoi sviluppi fino al 1960.
Un pezzo di storia che mi appassiona, anche perchè è la prima parte di me.
Per ora metto qui una proiezione di alcune fotografie.
Parlerò poi di questo album fotografico. Mi assento per qualche decina di ore.
Ci rileggiamo sabato.
Created with Admarket’s flickrSLiDR.
Besame mucho, Carmen MCRae
13 febbraio 2007
Ma forse sarebbe meglio dire la scoperta tardiva. Davanti a lei ci sono sempre state altre cantanti jazz (ricordo che Nina NON è una cantante jazz).
Carmen MCRae nata a New York nel 1922 è morta a 72 anni nel 1994.
Cantante con una carriera meno folgorante di altre, ma di gusto sottile e raffinato.
Credo la più “musicista jazz” di tutte.
Negli ultimi anni della sua vita Umbria Jazz le ha reso i meritatissimi onori.
Le sue esecuzioni sono sempre intense, con assoli scat complessi e perfetti.
A mezzanotte di ieri sera l’abbiamo sentita in As Time Goes By.
Questa notte nell’ Evergreen:
Baci di diversa intenzione ed ispirazione a seconda del genere sessuale.
Buona notte
West End Blues, di Louis Armstrong
15 gennaio 2007
Il fatto è che mio padre era un forte appassionato della musica jazz. Mia madre no. Mia madre era fra quelle di cui dice il pluricitato Paolo Conte: “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo” Mio padre era stato prigioniero degli americani a Napoli e nel 1945, a guerra finita, aveva attraversato l’Italia per tornare al nord con un baule di dischi che allora si chiamavano i “V-disc” (era una serie pubblicata dalla Victory che nel 1942 sbarcarono nel nostro Paese insieme alle truppe americane: Duke Ellington, Glenn Miller, il giovane Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, i fratelli Dorsey, ovviamente Louis Armstrong … ). Per anni li vidi sentiti, curati, accuditi e conservati in una cassapanca di legno. Poi c’è un vuoto di memoria, se non un vago ricordo di alcuni pezzi del pianista Art Tatum, ascoltati “abusivamente”, di pomeriggio quando avevo forse 10 o 11 anni. Anche qui: ho un ricordo indelebile di qualche pezzo di questo sublime pianista cieco che avrebbe voluto fare il concertista classico. La settimana scorsa l’Espresso ha pubblicato una sua antologia: chiedetela alla vostra edicola, nel caso avesse degli arretrati. E’ oro zecchino.
Il fatto è che mio padre mi ha sempre impedito l’accesso alla sua discoteca, in pratica per quarant’anni. Non era il “padre morbido” delle generazioni degli figli degli anni ’60 e successivi. I dischi non si toccano e basta.
Potei mettere le mani sulla sua possente discoteca solo nel 1989, alla sua morte. E quella discoteca rimane ancora oggi il più potente simbolo della linea paterna della mia vita. Non molto stranamente, mio padre è più presente nella mia vita simbolica di quanto lo sia stato nella vita reale. Non ho quasi bisogno di andarlo a trovare al cimitero: mi basta scorrere le copertine dei 33 giri per ritrovarlo nei suoi gusti, scelte, passioni.
Da quell’anno ascolto musica jazz. “Anche” musica jazz dovrei dire, perché non sono un fanatico monogenere: soddisfa la mia mente musicale anche il pop/rock di classe, come pure (non inorridite) la musica new age, in questo caso seguendo le argentee istruzioni di Piero Scaruffi (e se non sapete chi è Piero Scaruffi, cliccate qui a fianco: la più grande documentazione musicale del mondo curata da una persona sola)
Perché la traccia di mezzanotte di oggi è il suono della tromba di Louis Armstrong in “West and Blues “ del 1928. Per molti storici – e comunque per me – questo pezzo rappresenta la nascita del jazz moderno. E’ come se in quell’istante Armstrong avesse indicato la strada su cui tutti, proprio tutti, compreso Miles Davis, dopo hanno camminato:
Camminatori di musica del 2006
1 gennaio 2007
Jazz, popular music Lascia un commento
Ogni fine anno mi affido con fiducia al sondaggio che Musica Jazz pubblica nel numero 1 di gennaio, per vedere se “c’è qualcosa di nuovo nel jazz”.
Ma purtroppo anche quest’anno non trovo nulla di nuovo.
Questa musica che nel corso di tutto il ‘900 ha inseguito le nuove frontiere è ferma, bloccata nei suoi archetipi stilistici. E’ come se la globalizzazione e le contaminazioni dei gusti e dei generi avessero molto nuociuto agli sviluppi inventivi.
Il disco dell’anno per Musica Jazz è “Sound Grammar” di Ornette Coleman. Invecchiato bene, ma immobile dentro il cervellotico free. Un disco per i nostalgici delle effrazioni degli anni ‘60. Per quanto mi riguarda: inascoltabile se non la prima volta.
Il musicista italiano dell’anno è Stefano Bollani. Simpatico (ora ancora di più, da quando si è tagliati i capelli crespi alla rasta), bravo pianista, indubbiamente. Uno che rinnova il buon gusto del ridere, come faceva Louis Armstrong e Fats Waller. Ma lo sento più come un giocoliere della tastiera che un fantasioso creativo. Però Bollani ha un punto in più dalla sua : una moglie bellissima e bravissima con una voce incredibile e una capacità d’uso della vocalità che mancava alle italiane. Prego ascoltare (per credere) “Over The Rainbow” nel cd “Musica Nuda 2”. Sì: Petra è la giusta compagna di Stefano. Bella coppia.
Poi fra gli italiani ancora (un po’ indietro) Enrico Rava: che mi sembra solo ricordabile per il suo “Rava Carmen” di parecchi anni fa. Posso solo immaginare la noia mortale di “Back To da Capo” della Lydian Sound Orchestra, che si rifanno alle incomprensibili (ai più) teorie di George Russell.
Cercherò fra i “giovani talenti”: ma in passato li ho visti effimeri e ripetitivi.
Sì c’è ancora Keith Jarrett con il suo “The Carnegie Hall Concert”. Ma qui la grandezza e durevolezza sono sempre sicure: siamo i contemporanei di un genio. Ora, poi, Jarrett sta meglio di salute (anche se è molto dimagrito) tratta meglio il suo pubblico, è paziente. Invecchia bene e spero che invecchi ancora a lungo. Ci darà ancora perle di competenza tecnica ed artistica. Farà sicuramente del bene … Però, anche lui, quanto è più grande negli standard riletti e reinterpretati, piuttosto che in quei virtuosismi dei tasti!
Ancora nell’elenco di Musica Jazz vedo gli svedesi E.S.T. – Esbjorn Svensson Trio relegati dai critici del sondaggio al sesto posto delle Formazioni dell’anno. Santo cielo, quando questi critici si decideranno a volere un po’ di bene agli ascoltatori! Tutti presi nelle loro “colte senz’anima” esercitazioni di scrittura bocciano gli E.S.T. che invece fanno bella musica jazz. Musica ascoltabile, musica che fa piacere alla mente. Musica che crea, rielabora, lavora dentro. Insomma: jazz che va avanti, che cerca non solo l’invenzione di rottura, ma anche il piacere dell’ascolto. Ma cosa è la musica per costoro? E’ solo studio, scavo filologico o dovrebbe anche inseguire il principio del piacere” ? Forse occorre stare lontano dai critici. E, caro lettore, guarda che non sto facendo il critico. Io sono solo un ascoltatore. Uno che passa tutto il suo tempo (di lavoro, di viaggio, di studio, di amore, di pre-sonno) immerso nella musica.
In conclusione: anche quest’anno niente di nuovo nel jazz.
E allora per ricordare musicalmente il 2006 devo andare indietro. Ai “fondamentali” e a quelli che anno reso più belle le mie ore.
Il mio Album dell’anno è il “Live at Montreux 1976” di Nina Simone. Con un“Little Girl Blue” cantato centinaia di volte dopo il 1957 e questa volta volta in modo diverso, e un ”Feelings” che da quando l’ho deposto su Youtube (con i rischi della violazione dei diritti editoriali) nel novembre scorso ha già raggiunto 15.000 visitatori. Caro lettore se non l’hai vista e sentita, vacci. Ne uscirai cambiato
Anche quest’anno, come in quello prima, fra i preferiti e molto ascoltati c’è“ Music In The Key Of Om” di Jack DeJhonette. Qui il batterista che sa far vibrare i suoi strumenti come pioggia armonica è al servizio della moglie in un pezzo di un’ora terapeutica. Un massaggio per la mente. Perfetto per anticipare i sogni. Un evergreen che va oltre la new age, la tonifica e un po’ la eternizza. Solo un jazzista di qualità poteva farlo.
Poi ho scoperto i Blue Nile. Sì, lo so, sono musicisti di qualche anno fa, hanno fatto solo quattro dischi. Ma che ci volete fare, io sono un po’ tardo. A 58 anni non conosco ancora i Beatles (e so che non ci perdo niente). Che musica quella dei Blue Nile!! Li consiglio tutti, ma in modo particolare “Hats” del 1989. Ma anche “Peace at Last”, “High”, “A Walk Across The Rooftops”
Come pure è stata una scoperta tarda quella dei Penguin Cafè. Uno per tutti: “Broadcasting From Home”. In cui il pezzo “Music for A Found Harmonium” è storico. Grazie a Piero Scaruffi (questo sì un archeologo-filologo custode della musica del ‘900) per averlo suggerito nei suoi severi cataloghi.
Fra gli italiani c’è l’antologia “The Best” di Jannacci. Figuriamoci: sono cresciuto con Jannacci. E’ un personaggio mitologico. Ma c’è anche Zucchero, che con “Bacco Perbacco” nel cd “Fly” farebbe ballare anche un artritico. E Lucio Dalla che con la raccolta della sua vita “12.000 lune” ci racconta quanto con le sue storie lunatiche ci ha fatto divertire, ballare, pensare.
Un’altra mia “scoperta” sono i The Black Heart Procession. Notevoli, notevoli. Ascoltate “The Spell”: converrete. Oh se converrete !
Ma è proprio vero che non c’è niente di nuovo nel jazz?
No, qualcosa c’è e arriva dall’Australia. I The Necks nel 2006 hanno pubblicato“Chemist”. Tre pezzi che contaminano jazz e minimalismo. Scultori della musica. Mi sembra di vederli nel loro laboratorio, dove girano attorno alle composizioni e decidono swing di partenza, passaggi, plot e conclusione. Viaggiatori del suono. Grandi! E chiamiamoli per nome: Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton. Ciao cari … alla prossima!
E c’è anche “Tuesday Wonderland” dei citati E.S.T. – Esbjorn Svensson Trio. Qui ci siamo: c’è swing, c’è interplay, c’è pulsazione. Il cuore batte.
Nel pop-rock melodico sento i The Czars. Il ragazzo è stato 7 anni in Germania, non so cosa abbia imparato e sentito lì, ma poi è tornato negli Usa e ha cominciato a mandare fuori cd bellissimi. “Sorry I Made You Cry” è del 2005. Ma il pezzo “Strange” ti butta sopra le nuvole. Da lì si vede il mondo di sotto.
L’autore dell’anno, il folk-singer da Oscar è Matt Elliott. “The Mess We Made” del 2003, “Drinking Songs” del 2005 e “Failing Songs” del 2006.Chitarra e voce romantica, melanges musicali di gusto fine. Per camminare, per stare in soggiorno con le imposte socchiuse, in auto di notte. Che giovane grande o grande giovane è Matt Elliott! Grazie. Una meteora cui auguro di trasformarsi in stella. Bonne chance
Infine occorre ricordarmi dei Pink Martini. Visti e sentiti a Zurigo a sprigionare allegria. Specialisti del restauro melodico di tutte le tradizioni: sudamericane, italiane, francesi, dell’est, giapponesi. Un gruppone di fantastici strumentisti comandati dal quel folletto fiabesco del piano che è Thomas Lauderdale e che creano la situazione favorevole alla divina China Forbes. C’è qualcosa di nuovo che arriva dal melodico: vengono da Portland – Usa. Sono i Pink Martini: “Hang on Little Tomato”, “Sympatique”. Due dischi. Solo due dischi. Ma che dischi!
Altri punti di vista sul Jazz d’annata:




