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Jean Gabin raccontato da Paola Malanga a WikiRadio

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Jean Gabin raccontato da Paola Malanga

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Jean GabinIl 17 maggio 1904 nasce a Parigi Jean Gabin

con Paola Malanga

Repertorio

frammenti dai  film: La bête humaine(L’angelo del male ) di Jean Renoir (1938);French Cancan di Jean Renoir (1954; Pépé le Moko di Julian Duvivier (1937); La Grande illusion (La Grande Illusione) di Jean Renoir (1937); Le jour se lève (Alba tragica)  di Marcel Carné (1939); En cas de malheur (La ragazza del peccato) di Claude Autant-Lara (1958)
- frammento da un’intervista a Jean Gabinsul mestiere dell’attore;
Appello di Charles De Gaulles ai francesi  da Radio Londra del 22 giugno 1940
-Trailer originale  Maigret et l’affaire Saint-Fiacre (1959
- frammento da Maigret et l’affaire Saint-Fiacre
- frammento dalla trasmissione televisiva francese di France 2 Le plus grand cabaret du monde in cui Alain Delon si commuove alla vista del volto disegnato di Gabin(2012)


Musiche
: Chanson des mariniers, Jean Gabin, La vie en rose, Marlene Dietrich, Maintenant Je sais, Jean Gabin

Paola Malanga
Giornalista e critico cinematografico (Il Mucchio Selvaggio, Ciak, Sette, ViviMilano), è stata tra i fondatori della rivista Duel (oggi Duellanti) e tra i principali collaboratori di Paolo Mereghetti per il Dizionario dei Film. Negli anni Novanta ha tenuto seminari di Storia della regia cinematografica alla Civica scuola di Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e nel 1999 ha fatto parte della Giuria della Caméra d’Or al festival di Cannes. Ha scritto, tra gli altri, saggi su Robert Siodmak, Ciprì e Maresco, Gianni Amelio, Alain Tanner, John Cassavetes. Tra le pubblicazioni di maggior rilievo:Tutto il cinema di Truffaut (Baldini e Castoldi, 1996, edizione tascabile: aprile 2008) e Marco Bellocchio. Catalogo ragionato (Edizioni Olivares,1998). Dal 2000 lavora a Roma come dirigente di  Rai Cinema, occupandosi delle acquisizioni di film sui mercati esteri per la 01 Distribuzione

Wim Wenders … quando il bambino era bambino … , in Il cielo sopra a Berlino

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Peter Handke, Canto alla durata, proposta da Papavero di campo

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Peter Handke,
Canto alla durata

…..
quel senso di durata cos’era?
era un periodo di tempo?
qualcosa di misurabile?
una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile non controllabile,
inafferrabile non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare
“egli è buono!”
e se esistesse un dio,
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

….
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi
in cui ci si sente avvolgere
da cosa? da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono insieme.
“ci vogliono giorni, passano anni”
Goethe mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni
con i decenni, con il tempo della nostra vita.
ecco al durata è la sensazione di vivere.
….
Ancora una volta ho capito che l’estasi è sempre un che di troppo,
è la durata invece la cosa giusta.

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
E’ vero che essa deriva da
atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende
dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
-in quello star seduto in silenzio
ch si dice faccia diventar santi-
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali,
non ho mai sentito la durata
consumando le pietanze favorite
passeggiando lungo la “mia” strada.

Certo a durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità
ma non è un’avventura dell’ozio, non è un’avventura del tempo libero.
E’ dunque connessa col lavoro
con la fatica con l’impegno con la continua disponibilità?
no, perché se avesse una regola
richiederebbe un paragrafo
e non una poesia.
io infatti l’ho vissuta anche viaggiando, sognando, tendendo l’orecchio
giocando contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa, in molti pissoir.

l’essenza della durata
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene di intonare
soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine
albeggiare imbrunire, benda sterile, accordo

Proposta da Papavero di campo così:

Amalteo rispondo al tuo invito con questo canto, il la me l’hai dato tu citando peter handke del cielo sopra berlino,
a me pare che ci sia più di uno spunto per riflettere sulla coscienza individuale e sulla colleganza con gli altri esseri viventi, secondo la concezione dell’essere appartenenti ad un sistema vivente, come in una preziosissima trama del tappeto più splendido ognuno di noi è un nodo, un nodo costitutivo un nodo decisivo!

spero che questo contributo che è stato lungamente snervante battere sui tasti possa riscuotere l’interesse dei lettori di questo post, che anch’esso è come una trama.

saluti notturni!

PAPAVERO

perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

4 commenti

la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola.

La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…)

Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:

perché io sono io e perché non sei tu?

Perché sono qui e perché non sono lì?

Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole è forse solo un sogno?

Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)

Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?

Peter Handke, ….

… “siamo parte …”: Peter Handke, Carlo Bettocchi, Silvia Montefoschi

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Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …” evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”
Peter Handke, ….
Vado alla radice ….
La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? da Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

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Trovato!
Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …”  evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”

Peter Handke, ….

Vado alla radice ….

La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

Il Diavolo esiste: Jung e Al Pacino lo sanno

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Carl Gustav Jung ha fama di “religioso” e spiritualista. In realtà era un empirico. Anzi era talmente empirico che tendeva a prendere sul serio ogni evento e a nominare ogni aspetto della psiche: Ombra, Anima, Puer, Senex, Grande Madre …
E, naturalmente, da empirico, Jung conosceva, per averlo visto e conosciuto,  il Diavolo.
In “Ricordi, sogni, riflessioni”, ad esempio, dice:
“Una volta mentre ero nel mio laboratorio e riflettevo questi problemi il diavolo mi suggerì che sarei stato giustificato se avessi pubblicato i risultati dei miei esperimenti senza citare Freud”
Jung ha conosciuto davvero il Diavolo. Lo prendeva sul serio e lo trattava come un consigliere da osservare cautamente. E altrettanto cautamente da evitare, se possibile.
Qualche decennio dopo Al Pacino, a supporto, ha saputo rappresentare in un modo insuperabile il Diavolo.
Ne film L’avvocato del diavolo di Taylor Hackford (Usa 1997) Kevin ha venduto la sua anima. Lo ha fatto per vanità:

“La vanità è l’oppiaceo più naturale”

Nessun attore riuscirà più, dopo la potenza interpretativa di Al Pacino, a darne il volto, la gestualità e gli “argomenti”.

“Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda…
Be’, ci sono cose per cui vale la pena di vivere … Per esempio, per me, direi …  … Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman e il suo monologo nell’  Avvocato del diavolo 

E, grazie a Dodo, la stessa scena, ma con la voce del grandissimo Al Pacino:

Mike Leigh e Amos Oz

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E’ vero che “verba volant, scripta manent”, ma talvolta dire le parole con la voce alimenta le libere associazioni. E la rete offre risorse anche per questo.
Ho imparato ad usare YouTube, a memorizzare e lanciare i video.

  • Comincio con un commento ad un film di famiglie …, rimandando anche all’ Album dei film:

  • Continuo con un commento al libro  “Storie di amore e di tenebra” diAmos Oz
  • più sotto c’è Amos Oz che si racconta

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