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Fragranze

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… correvamo a testa bassa senza perdere il controllo col terreno

aiutandoci con le mani e col naso a trovare la strada,

e tutto quello che dovevamo capire lo capivamo col naso prima che con gli occhi,

il mammuth il porcospino la cipolla la siccità la pioggia

sono per prima cosa odori che si staccano dagli altri odori,

il cibo il non cibo il nostro il nemico la caverna il pericolo,

tutto lo si sente prima col naso, tutto è nel naso,

il mondo è il naso …

 

Il nome, il naso in: Italo Calvino,1986, Sotto il sole giaguaro, Garzanti

 Lungo il margine del sentiero che conduce all’orto, quello stesso dove la primavera si annuncia col colore giallo , ora che i bulbi nel buio tepore della terra riposano in silenziosa attesa, tutto, ora, è nel naso, quasi prima che negli occhi.

L’umido della terra che evapora sotto i raggi del sole trascina con sé zefiri profumati, distillati di fragranze densi e robusti.

In quello stretto lembo di terra hanno infatti trovato collocazione, senza una precisa intenzionalità, gli unici tipi di arbusto che prediligono lo sviluppo ricadente, piuttosto che l’allargamento a cespuglio.

L’esposizione solare, inoltre, lo ha designato come luogo propizio per la crescita delle rose, quelle ad alberello, scelte affinchè l’ingombro non fosse d’intralcio al passante.

Nella stagione estiva, dunque, lì nei dintorni, le nari si impregnano di intensi aromi e gli occhi si riempiono dei variegati colori.

Salvie, rosmarini, lavande si affacciano al bordo del pietroso muretto, abbandonando i lunghi bracci verso il sentiero sottostante, mentre le rose si slanciano verso il cielo, schiudendo pigramente i carnosi petali.

Di nuovo torna il colore viola, cui si accompagnano il rosso, il giallo, il bianco, l’arancio, il rosa dell’omonimo fiore.

Il profumo è sospeso nell’aria, ma per esso l’etere ancora non ci aiuta …

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THE SPIRIT OF A PLACE, VENICE, mostra delle fotografie di MINO DI VITA, al DAM Arte di Magenta, 5 – 15 giugno

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Carissimi,

ho il piacere di annunciare che, dopo il successo ottenuto alla Roonee Gallery di Tokyo, le foto del mio ultimo progetto 

The Spirit of a Place, Venice,  

saranno in mostra dal 5 al 15 giugno negli spazi della galleria DAM Arte a Magenta. 

Chi si trovasse a passare da quelle parti è il benvenuto.

Vi segnalo, inoltre, che sullo store di Lab63 Art Projects, è disponibile il poster in edizione limitata dell’evento giapponese.

un saluto e a presto!

Mino Di Vita

www.minodivita.com

fotografia di Mino Di Vita, da ALTE VISUALI, sorvolando le rive del LAGO DI COMO:

GLICINE: grappoli lunghi, inebrianti, cercano invano nascondiglio efficace, 26 aprile 2009 | da Coatesa sul Lario … e dintorni

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Fotografie di Luciana, 26 aprile 2009

grazie a CHIAVE DI VOLTA, MILLY BRUNELLI POZZI, e il fotografo ENRICO CANO per il progetto OBIETTIVO CITTA’ MURATA

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cari amici della associazione chiave di volta

vorrei in particolare ringraziare la dottoressa milly brunelli pozzi e il fotografo enrico cano per la cura davvero amorevole del progetto OBIETTIVO CITTA’ MURATA.
ieri (martedì 23 aprile ore 18 e 30) ) ero allo spazio natta e ho girato più volte per la sala
si percepiva il minuzioso e faticoso lavoro organizzativo (tutto vostro) per rendere disponibile le immagini fotografiche (perfino nella attenzione su come appendere i quadri). e poi la grande idea di fare subito il catalogo: davvero splendida idea.
per quanto mi riguarda IL RISULTATO E’ ECCEZIONALE
ho 65 anni. ancora oggi sono un pendolare del lavoro (gravito su milano). ma il luogo dove desidero stare è solo a como. in questa città murata così mirabilmente rappresentata nella sua struttura complessiva  dalle fotografie di pag 3, 11, 135
trovo di grande effetto visivo ed emotivo  guardare le fotografie appese e poi riportate nel catalogo (continuo a sfogliarlo: non mi capita di frequente)
ma è ancora più straordinario scorrere le 650 fotografie che girano sullo schermo
questa città che si stratifica dalle paludi, alla pianta romana e poi a quella medievale, ancora ben visibile viene riflessa nei circa duecento occhi che l’hanno guardata
e il risultato confina perfino nel sogno, cioè in quella forma di percezione che unisce per vie non razionali la vita vissuta con la coscienza e quella della parte di noi fluttuante ed inconscia
angoli, visuali, pietre, persone, bambini, innamorati, simboli, piante, archi, piccioni, gatti, selciati, finestre, porte, ritagli di cielo …
frammenti a noi riportati dall’occhio che girano come in un caleidoscopio.
c’è un sociologo della città e  scrittore francese che si chiama georges perec che parla della IMPOSSIBILITA’ DI ESAURIRE UN LUOGO. perchè, se è bello, esso attira le attenzione e cambia in ogni istante
la como storica ci consente di camminare sulla storia (dunque dentro passato). ma è il presente, l’attimo presente, ad essere l’unico bene prezioso di ciascuno di noi.
la fotografia è il mezzo tecnico che ci consente di fissare l’attimo
la mostra (dovuta , ripeto, al vostro generoso lavoro) produce questo risultato davvero indimenticabile: unire nell’attimo presente la storia intera della nostra città
fare cultura è questo: produrre atti di coscienza sostenuti dalle dinamiche del “cuore”
grazie ancora
tornerò spesso in queste giornate a sedermi davanti al proiettore per vedere le immagini
vi sono grato
un caro saluto
Paolo Ferrario
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CIGNI DI LAGO | da Coatesa sul Lario … e dintorni

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Succedeva qualche settimana fa, in una tarda e fredda mattina mentre camminavamo sul lungolago.

La bellezza annidata in un’ansa: 22 cigni.

Alcuni veleggiano con la sicurezza della loro eleganza  fra i riflessi del sole e altri, sulla battigia, sono intenti nella minuziosa pulizia di zampe ed ali  e untamento (questa parola è rubata a Carlo Emilio Gadda) delle piume.

Si mescolano silenziosi i candidi adulti e i curiosi novellotti, le cui striature grigiastre rammentano il loro non lontano ingresso nel mondo.

I passanti, anche se frettolosi, volgono loro di striscio lo sguardo, qualche madre indugia trattenuta dal bambino che tiene per mano e che punta l’indice con esclamazioni di gioia.

Una clocharde sminuzza il suo pane, circondata da quella nuvola bianca impegnata ad afferrare i brandelli.

Per imitazione e per assecondare il ciclo della nutrizione entro in un bar e ne esco con qualche brioche e faccio gli stessi gesti, attento a ben distribuire i bocconi.

I cigni  vengono e vanno e, infine, tuffano nel biancore il lungo collo e si cullano nel sonno.

Viviamo in un luogo di straordinaria geografia, cui fa da contrappeso una più modesta antropologia.

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  • Fotografie di Luciana

Il colore verde | da Coatesa sul Lario … e dintorni

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Se confronto la verde distesa del prato all’inglese con i selvatici prati dei corridoi del mio giardino, sorrido. Di me stesso, ovviamente.

Non che io rincorra la speranza di ottenere, prima o poi, la lussureggiante erbetta verde dagli steli allineati alla stessa altezza. Per dire la verità, ogni anno, almeno vicino alla panca in cui si ama soggiornare, distribuisco generosamente duecentocinquanta chili di terra e spargo, a mo’ di seminatore dalla larga bracciata, qualcosa come due pacchi da 1000 grammi ciascuno di semenza.

Non succede mai nulla, se non l’arrivo di colonne di formiche e panciuti uccelli che probabilmente si rifanno le scorte dopo la penuria invernale.

Il mio prato ha un carattere esattamente opposto a quello che mi contraddistingue. Lui, è di buon temperamento. Accogliente e tollerante. Non fa distinzioni di generi e razze. Tutti sono benvenuti. E così si presenta con un manto assai variegato, dove in pacifico adattamento convivono erbe infestanti, erbe urticanti, erbe aromatiche. Tutte con al seguito il proprio corredo colorato che rallegra la vista e l’umore.

Solletica i sensi, il mio prato.

La vista. Il suo verde disordinato racchiude gioielli e colori infiniti. PRATOLINE, TARASSACO e VIOLE sono quelli che so distinguere.

Anche il TRIFOGLIO conosco, nelle sue due versioni bianco e violetto. E pure i cespugli di ORTICHE, che non necessitano certo delle infiorescenze viola per esprimere, attraverso iltatto, la loro presenza.

E carezzevoli ancora al tatto risultano le vellutate foglie della MALVA, con il loro fiore il cui colore assume lo stesso nome della pianta che lo produce. Poi la BRUNETTA, la CAMPANULA,la BUGULA, l’ACETOSA, la GINESTRINA e altre ignote erbe offrono le loro viaropinte corolle agli occhi di chi le sa guardare.

Fa rumore il mio prato. Sì. Perché nel verde dominante non spunta solo l’umile ma variopinto omaggio floreale. Nel silenzio del pomeriggio, se contemplo le calme acque del lago, l’uditosi appresta a discriminare altri suoni. Di colore in colore si sposta il ronzio di api, bombi e calabroni.

Fra i resti delle foglie secche, un fruscio rapido e leggero annuncia la schiusa delle uova delle lucertole. Di tutte le dimensioni balenano velocissime, sparendo e riapparendo fra i sassi del muro, o mimetizzandosi fra i fili dell’erba novella, o nascondendosi tra i rami della salvia, o in ogni dove.

Se volessi inoltre accostare il mio orecchio alla nuda terra, potrei ascoltare il frenetico lavorio di infiniti insetti che si mescolano fra semi, radici e minerali, inerti e ignari del loro futuro.

Già, perché nel rumore del prato c’è anche il rumore della morte.

E’ armonioso per il mio udito, perché prodotto da gioiosi volatili che scendono a terra quando inizio a vangare e a rimuovere le zolle per preparare lo spazio dell’orto.

Ma questo suono melodioso è un annuncio funereo per gli abitanti della profondità terrena. Qualche volta però anche agli alati amici la sorte non arride.

Il vento, o un attentato di matrice felina, possono abbattere il nido sapientemente costruito con voli e voli di trasporto faticoso di selezionato materiale. Questa primavera la coppia proprietaria di questo cestello intrecciato cercherà inutilmente la propria dimora al calare della sera.

E’ odoroso il mio prato. Nelle giornate di pioggia il mio olfattoraccoglie il profumo della terra bagnata che sprigiona odori intensi e pregnanti. Vicino all’orto il secchio che raccoglierà il macerato di ORTICHE non mancherà di elargire il suo efficacissimo contributo dalle putride esalazioni.

E’ buono il mio prato. Qualcosa di suo entra dentro di me, lusingando il mio gusto.

TARASSACO, foglioline di MALVA, RUGHETTA selvatica e qualche grumolo risparmiato nel campo della CICORIA si danno finale appuntamento in generose terrine di salutare misticanza. L’artefice è Luciana che, dopo silenziose e attente passeggiate nelle macchie imprecise del verde dei corridoi terrosi, sa unire l’opera del suo raccolto in deliziosi piatti che titillano il palato con sapori forti, pungenti, croccanti e gradevolmente amari.

Questo è il mio prato. Un piccolo mazzo rubato con discrezione appare nella casa di città ad allietare le colazioni del mattino, a ricordarmi che dopo qualche giorno lo potrò ritrovare là, dove l’ho lasciato.

Fotografie di Luciana (quella di apertura è stata scattata a Salisburgo nel 1988)

workshop “Letteralmente fotografia” ideato e condotto dal fotografo Giovanni Marrozzini a Castelluccio di Norcia (Perugia), dal 28 al 31 marzo 2013, di Alessandra Cicalini

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Le premesse c’erano tutte: il progetto appassionante, il luogo magico, il periodo pasquale e la neve. Del resto, l’avevo anche scritto, sempre su questo spazio, poco prima di partire per

Castelluccio di Norcia, un paesino abbarbicato appena sotto il Redentore, la cima appartenente alla montagna del Vettore,

la più alta di tutta la catena dei Sibillini.

Già sapevo insomma quanto mi sarei fatta coinvolgere e quanto avrei continuato a pensarci anche dopo, scrutando i monti dalle finestre di casa mia, tuttora imbiancate, nonostante i primi rondoni che via via si avvicinano sempre di più alle nostre grondaie

tutto l’articolo ed il ricordo è qui: Minime Storie: Letteralmente… infatati, il resoconto quasi impossibile del workshop sui Sibillini.

Momenti salienti della lezione di Cesare Catà tenuta durante il workshop “Letteralmente fotografia” ideato e condotto dal fotografo Giovanni Marrozzini a Castelluccio di Norcia (Perugia), dal 28 al 31 marzo 2013, con la collaborazione della giornalista Alessandra Cicalini. Cesare Catà, filosofo, è autore, tra gli altri del libro intitolato “Filosofia del fantastico. Escursione tra i monti Sibillini, l’Irlanda e la Terra di Mezzo”, Edizioni il Cerchio.

Nella lezione si è soffermato sui Mazzamurelli, le fate caprine e la loro regina Sibilla, e sul Guerrin Meschino, il romanzo di Andrea da Barberino scritto nel secolo XIV sulla base di preesistenti leggende orali:

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IL COLORE GIALLO: NARCISI

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N on
A mo
R ispecchiarmi
C ompletamente
I n
S otterranee
O rigini

e dopo un anno di sonno silenzioso
è arrivato il tempo
dell’ Uno a Molti

Ispirazione: Sigmund Freud
Fotografie di Luciana

La biblioteca non infinita: SERVIZI E POLITICHE SOCIALI | da Segni di Paolo del 1948

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Su ARTE E STORIA: conversazione tenuta da Luca N, 26 marzo 2013

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