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“MI CHIEDETE DI PARLARE”, Monica Guerritore dà la parola a Oriana Fallaci, Como, Teatro Sociale, 14 marzo 2013

2 commenti

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In questo monologo, con grande coraggio personale e altissima capacità interpretativa, Monica Guerritore ha fatto il più grande gesto di restituzione della memoria a Oriana Fallaci: quello di far sentire la sua parola il suo modo di consegnarsi totalmente alla scrittura. Dopo che è stata vilipesa, massacrata moralmente, assassinata nella sua personalità, qui le si restituisce tutto il suo onore, tutta la sua intelligenza, tutta la sua dimensione espressiva.

Esce nella sua interezza quello che è stata ed è: una straordinaria costruttrice di documenti storici scritti “al momento” del formarsi della “storia”. E scritti con la fatica di usare le parole giuste per produrre conoscenza.

Grande gratitudine innanzitutto a Oriana Fallaci e poi alla stupenda Monica Guerritore che ha tramutato la scena teatrale  in un affresco biografico.

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gli avvertimenti in tempo reale di Oriana Fallaci dopo l’attentato alle torri gemelle di New York:

Tracce: chi sono oggi i colonizzati?

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per il tema: il futuro da incubo

classificato in: islamismo

e infatti la Caritas si compiace di questi pessimi dati

Le imprese degli immigrati sembrano resistere meglio all’impatto della crisi. Nei primi nove mesi del 2012 le imprese individuali con titolari provenienti dai Paesi extra europei sono aumentate di 13mila unità, mentre le altre sono diminuite di 24.500 unità. È quanto emerge da uno studio della Confesercenti. In dieci anni il loro peso sul totale delle imprese è passato dal 2% a quasi il 9% e lo stock delle attività si è più che quintuplicato a dispetto di una contrazione tendenziale generale del 3%.

tutto l’articolo   Le imprese degli immigrati battono la crisi. Nei primi nove mesi sono aumentate di 13mila unità – Il Sole 24 ORE.

Conversazioni con Silendo sull’11 settembre 2011

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Silendo ha avuto l’amabilità di darmi la sua opinione sulla schedatura che ho fatto del libro di Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista.
Data la competenza e l’equilibrio del suo scritto, tale anche da correggere alcune mie punte di estrema difesa della identità europeo-occidentale da quello che vivo come un attacco devastante, desidero copiarlo in questo post. Per non perderlo. Anche a me capita, talvolta, di scrivere in modo tendenzialmente argomentato nei commenti. Credo che ciò derivi dall’arte della conversazione, come già anticipava Montaigne:

DELLA   CONVERSAZIONE
… Il più fruttuoso e naturale esercizio del nostro spirito è, a mio parere, la conversazione. Io ne trovo la pratica più dolce di qualsiasi altra azione della nostra vita…
Quando mi si contraddice, si risveglia la mia attenzione, non la mia collera; io mi faccio avanti verso colui che mi contraddice, che mi informa. La causa della verità dovrebbe essere la causa comune all’uno e all’altro… Io festeggio e accarezzo la verità in qualsiasi mano la trovi, e mi ci arrendo allegramente e le tendo le mie armi vinte, quando da lontano la vedo avvicinarsi. E purché non si assuma una grinta troppo imperiosa e precettorale, porgo la spalla alle critiche che si fanno ai miei scritti; e li ho spesso cambiati più per urbanità che per migliorarli; giacché mi piace ringraziare e alimentare la libertà di essere avvertito con la facilità nel cedere…
È impossibile trattare in buona fede con uno sciocco. Non solo il mio giudizio si corrompe in mano a un padrone tanto impetuoso, ma anche la mia coscienza.
Le nostre dispute dovrebbero essere proibite e punite come lo sono altri crimini verbali. Quale vizio esse non risvegliano e non accumulano, sempre rette e comandate dalla collera! Noi entriamo in inimicizia prima contro le ragioni, e poi contro gli uomini. Impariamo a discutere solo per contraddire, e poiché ognuno contraddice e viene contraddetto, ne deriva che il frutto della disputa è distruggere e annientare la verità…
… L’inseguimento e la caccia sono la nostra vera preda: non siamo scusabili se li conduciamo male e scioccamente; fallire la presa, è un’altra cosa. Poiché noi siamo nati per cercare la verità; il possederla spetta a un potere più grande…
… L’ostinazione e l’accalorarsi su un’opinione è la più certa prova di stoltezza. C’è forse qualcosa di sicuro, deciso, sdegnoso, contemplativo, grave, serio come l’asino? Possiamo introdurre nell’argomento della conversazione e della comunicazione i discorsi pungenti e concisi che l’allegria e l’intimità portano fra gli amici, che celiano e si burlano scherzosamente e vivacemente gli uni degli altri? Esercizio al quale la mia gaiezza naturale mi rende abbastanza adatto…
In Montaigne, Saggi, testi presentati da Andrè Gide, Libro III, cap. vm, «Dell’arte di conversare », Adelphi 1992, p. 115-116

Sostiene Silendo:

Il pensiero Neo-Con è un pensiero assolutamente rivoluzionario. Rivoluzionario nel senso di “cambiamento”, per non dire “ribaltamento”, degli assetti di potere. Rivoluzionari nel vero senso della parola. Rivoluzionari come possono esserlo solo persone di Sinistra.
Se leggi le biografie dei Neo-Con (e attenzione: i giornalisti nostrani, ignoranti come capre soprattutto in materia di politica USA, hanno fatto una confusione incredibile attribuendo la qualifica di Neo-Con a politici, vedi Rumsfeld per esempio, che Neo-Con non lo sono mai stati!!!) vedrai che moltissimi, soprattutto gli ideologi, sono trozkjsti delusi.
Il pensiero Neo-Con è un pensiero di Sinistra.
Premesso questo, da buon realista in politica internazionale, volevo però sottolineare una cosa.
L’ideologia è sempre uno strumento (vabbeh, questo certamente non c’è bisogno che lo chiarisca il sottoscritto). Uno strumento che serve un fine. Il fine, in genere, lo dà la cultura, quella profonda, di un popolo.
Mi spiego ?
I totalitarismi (e attenzione che il fascismo non fu assolutamente totalitario… anzi…) tedesco e sovietico altro non furono che strumenti al servizio della voglia di conquista e/o rivalsa di due culture. Quella tedesca e quella russa, appunto.
Il totalitarismo (o ideologia) islamista altro non è che lo strumento di cui il mondo arabo (o parte di esso) si sta servendo per la propria “rinascita”. La cultura araba è una cultura imperiale, di conquista, e le interpretazioni salafite e wahabite sono espressioni di tale cultura.
E’ quindi sulla cultura che bisogna agire.
Con questo non voglio dire che non bisogna usare la forza nell’attività di contrasto al terrorismo (ANZI…!!) ma che non bisogna soffermarsi troppo sull’ideologia. E’ la cultura dei popoli il motore di certe dinamiche.

Conversava di rimando Amalteo:

Certe volte mi sembra di avere una dissonanza cognitiva in tema di islamismo. Possibile che il pensiero di sinistra non veda i contenuti dell’azione islamista e le sue tecniche di penetrazione (petrolio e droga per finanziarsi, attentati, proselitismo inter-generazionale, coercizione educativa dei figli, instillazione di odio culturale, lenta occupazione demografica) e che sia così indifferente agli strumenti della forza quali strumenti necessari per combatterli?
L’altra cosa di cui ti sono grato è sulla inversione argomentativa. Non l’deologia che permea la cultura. bensì la cultura che si serve di una ideologia per far valere il proprio modello culturale.
Ma se è così devo concludere che è ancora peggio di quello che credevo.
La storia, anche quella recente, insegna che cambiare le ideologie è possibile: le demenziali idee del sessantottismo sono scomparse in una decina d’anni (dopo che i rivoluzionari di allora hanno messo su famiglia). Il marxisno è tornato ad essere una importante filosofia dell’ottocento, ma capace solo di interpretare soloquella fase storica di sviluppo  del capitalismo.
insomma le ideologie trasmutano.
Ma cambiare una cultura intrisa di una religione così mostruosa (perchè, a mio avviso, la totale dedizione a un dio neppure raffigurabile nella simbologia pittorica è quanto di più mostruoso possa essere stato inventato) mi sembra un compito impossibile.
Anche perchè,in occidente la religione cattolica sta perdendo il suo radicamento, sotto le spinte della secolarizzazione. Mentre quella islamica nega alla radice la distinzione fra sfera politica e sfera religiosa .
Rimango convinto che solo un efficace uso della forza unito alla estensione di capacità di agire da parte delle forze di sicurezza e la forza possa minimamente garantire la quotidianità nei prossimi anni.

Riprendeva Silendo:

Vorrei chiarire ulteriormente alcune cose :)
Io stesso ho adottato, per semplificare, un ragionamento piuttosto “generico” e “generale” ma è importante sottolineare che quando si parla di mondo arabo si parla comunque di un’area culturale molto vasta e con popoli e società non omogenee.
L’Umma araba, di fatto, non esiste e non è mai esistita. Se per Umma si intende UN popolo ed UNA cultura.
Per cui se è vero che determinati elementi (la tendenza alla conquista territoriale, un senso di superiorità, ecc) sono caratteristiche profonde della cultura araba è anche vero che tali elementi sono presenti in modo diverso nelle varie società. Basta esaminare, per fare un esempio, i popoli della Penisola araba e quelli dell’Africa del Nord. Le differenze sotto questo, ed altri, punti di vista ci sono e sono pure consistenti.
Per cui è importante conoscere, proprio per noi occidentali (e nello specifico per chi deve pensare a proteggere le nostre società), tali differenze. Per, come dire, “mirare” e “disarticolare” meglio.
Secondo punto fondamentale (un po’ più complesso da spiegare).
A rischio di sembrare contraddittorio, la cultura occidentale è una cultura intrinsecamente “aggressiva”. L’errore che fa certa Sinistra (e certa Destra) è quello di non capire la natura di tale aggressività e ritenere, invece, che essa sia frutto delle politiche imperialistiche di questo o quello Stato (gli USA in epoca contemporanea, per fare un esempio).
L’errore è lì.
L’aggressività occidentale è dovuta alla sua “tecnica” ed alla sua “modernità”. La modernità (concetto, se così si può chiamare, di invenzione europea!) è qualcosa che stravolge le società sconvolgendone gli assetti consolidati da secoli (basti pensare a cosa è successo proprio da noi, in Europa, tra XVII e XX secolo!). Qualunque cultura, nel corso della storia, è entrata in contatto con la modernità (e quindi con gli europei) ne è rimasta profondamente influenzata ed è stata costretta ad adeguarsi attraverso profondi mutamenti.
In epoca contemporanea, grazie alla “tecnica” (sempre “invenzione” europea!), le distanze si sono annullate e la diffusione della “modernità” è avvenuta con maggiore forza e pervasività.
Pensa solamente alla forza della televisione e dei modelli occidentali che vengono trasmessi attraverso essa.
Se fino al XX secolo, soprattutto fino agli anni 50, la cultura, i valori, i modi di vita europei venivano trasmessi ad altre culture solo attraverso mercanti, commerci e, raramente, qualche truppa militare (dando il tempo alla società che riceveva tali valori di integrarli e assorbirli con moderazione, senza sconvolgimenti), dal XX secolo in poi la c.d. “globalizzazione”, attraverso la “tecnica” ha esasperato tale trasmissione. E’ diventato un vero e proprio contagio. Un bombardamento che destabilizza, per forza di cose, la società ricevente.
Non solo, mentre in passato ad essere esposti ai nostri valori erano generalmente solo ristrette elites, dal XX secolo in poi, per i motivi suddetti, sono state le società nel complesso ad essere “infettate”.
Ora, il mondo arabo, che già di suo è molto orgoglioso, convinto da secoli di essere il popolo “eletto” destinato al dominio assoluto (sto semplificando e generalizzando molto), ha patito questa diffusione della modernità europea da sempre, fin dai tempi di Napoleone.
Tale diffusione è stata spesso, da molti, vissuta come aggressività, proprio perchè tende a sconvolgere i valori (e gli equilibri) precedenti. Li rimette in discussione.
Pensa a cosa può voler dire, per una cultura profondamente maschilista come quella araba, la donna “libera” e pari all’uomo. Prova a leggere le lettere dei terroristi dell’11 settembre e vedrai lo sgomento e la repulsione causati dal vedere la donna occidentale ed il riconoscimento dei suoi diritti. Prendi i testi di Al Banna, l’egiziano fondatore del fondamentalismo moderno, che per un periodo, negli anni 40, visse negli USA. Leggerai lo schifo per la società multirazziale, in cui i “negri” potevano camminare accanto ai bianchi. Lo schifo anche per cose innocue come la musica rock, per fare un esempio.
Parte del mondo arabo, quindi, reagisce al contagio della modernità opponendo una resistenza che ha, come effetto, la volontà di distruggere tali valori. Si irrigidisce, insomma, cercando in un presunto passato paradisiaco (mai esistito se non nella loro mente) i valori fondamentali, i valori sacri, che potranno e dovranno essere opposti ai nostri.
Ma questa sorta di repulsione non ha niente a che vedere con le politiche di questo o quello Stato.
Loro reagiscono non perchè attaccati dagli USA, dalla Gran Bretagna e così via. Lororeagiscono perchè attaccati dai nostri valori. 
Il problema è che l’aggressività culturale occidentale esiste in quanto tale. Non la si può eliminare se non si elimina, alla fine, l’Occidente nel suo compesso.
E’ un po’ come un materiale radioattivo: non c’è bisogno che te lo tirino addosso. Anche immobile questo, naturalmente, diffonderà la propria radioattività. Mi spiego ?
A questo punto la partita diventa una partita seria perchè o è la cultura araba a “piegarsi” introiettando e recependo i nostri valori o saremo noi a dovere perire e sottometterci ai valori salafiti e fondamentalisti (anche qui sto semplificando molto un discorso che è molto più complesso).
Di certo le cose non sono così drammatiche come possono sembrare. Ma non sono drammatiche solo perchè gli arabi non hanno la nostra forza.
Tutto sommato il terrorismo stesso è prova di debolezza. Si usa il terrorismo come mezzo di battaglia perchè non si può muovere guerra in modo più proficuo. Però attenzione ai tempi lunghi. Attenzione alla demografia. Le nostre società dovranno necessariamente accogliere sempre più islamici, sempre più arabi. Sarà fondamentale integrarli nella nostra cultura.
Ma l’integrazione non è, come i benpensanti per anni hanno detto, il rispetto della cultura dell’ospite. Il multiculturalismo come inteso fino ad oggi non E’ MAI ESISTITO NELLA STORIA DI QUESTO PIANETA.
L’integrazione di vaste masse (come quelle che dovremo integrare noi occidentali) si ha solo quando, in buona sostanza, una cultura dà e l’altra riceve. Quando una cultura ha la meglio sull’altra.
Più le due culture sono differenti più questo scambio tende ad essere monodirezionale. Una dà e l’altra cede e si adegua.
Mi spiego ?
Ecco, bisogna fare in modo che non sia la nostra a cedere e ad adeguarsi e per far questo, per prima cosa, bisogna eliminare i sensi di colpa, antistorici, che ci portiamo dietro noi europei. Una vera e propria sindrome socio-culturale che solo adesso si inizia a studiare.
Voglio dire, insomma, che non dobbiamo colpevolizzarci se per primi al mondo siamo giunti alla modernità. Se per primi al mondo abbiamo sviluppato la tecnica. Non dobbiamo colpevolizzarci se abbiamo inventato diritti civili, democrazia, laicità, libero mercato e così via. Tutte cose che SOLO noi abbiamo creato ed applicato !!!
E’ naturale che, una volta, per così dire, inventati tali concetti tendano a diffondersi in giro per il mondo e rimettano in discussione gli assetti consolidati delle società in cui si innestano.
Dobbiamo quindi comprendere che gli islamisti non si sentono assediati da questo o quello Stato. Non ce l’hanno con gli USA per le sue politiche (contrariamente da quanto sostenuto da alcuni e dallo stesso Bin Laden in alcuni suoi video, con una tecnica di guerra psicologica volta a spaccare il fronte occidentale!).
Combattono la modernizzazione e, purtroppo o per fortuna, combattere la modernizzazione vuol dire combattere la cultura europea e occidentale che quella modernizzazione ha inventato e dei suoi valori è intrisa.

Lectio Magistralis del prof. Ratzinger al College des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008

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Il tema di fondo della lectio del prof. Joseph Ratzinger è esplicitato nelle righe finali:

“Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.”

La scaletta argomentativa è particolarmente suggestiva, anche perché si snoda attorno alla immagine dei monasteri e della vita monastica per scovare le radici del pensiero riflessivo:

“Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa.”

Non appartiene al mio percorso intellettuale quello di riferire la “cultura della Parola” (custodita e sviluppata dai monaci) al “colloquio con Dio.

Tuttavia, da laico, sono molto interessato al tema della tensione fra “legame” e libertà, in quanto non posso farmi soggetto se non dentro al rapporto continuo che si instaura fra la storia (così ritraduco il tema del “legame”) e la biografia personale. E’ la libertà soggettiva, dentro le regole sociali, che mi produce ogni giorno come individuo.

Nel loro linguaggio i cattolici propongono così la questione:

“Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.”

Non sono indifferente a questo modo di ragionare.


Joseph Ratzinger, Lectio al al Collège des Bernardins di Parigi, 12 Settembre 2008

….
Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. È questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura.
Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto? Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto.
Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola.
Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola. Per avere la piena visione della cultura della parola, che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, é una Parola che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr Leclercq, ibid., p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto corporeo. “Se, tuttavia, legere e lectio vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21).
E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria, che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli toni” (cfr ibid. p.229).
In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere.
I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.
Per capire in qualche modo la cultura della parola, che nel monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci. La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore; esistono invece tensioni visibili tra di essi.
Ciò vale già all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come “la Scrittura”, ma come “le Scritture” che, tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia. Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di vista puramente storico, afferrabili. L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità. Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr Augustinus de Dacia, Rotulus pugillaris, I). La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e pneumatica.
Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo della Chiesa Cattolica” con buona ragione può dire che il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola, il Logos stesso, che estende il suo mistero attraverso tale molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai presente già nella semplice letteralità del testo. Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.
Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente la propria idea, la visione personale di chi interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo come la comunità e crea un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore.Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura occidentale.
Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.
 Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua distruzione. Nella considerazione sulla “scuola del servizio divino” – come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo orientamento verso la parola, verso l’ “ora”. E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla seconda componente del monachesimo, quella descritta col “labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del rabbinismo.
Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate. Parla però
esplicitamente del lavoro (cfr cap.48). Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò continuavano nella tradizione da tempo praticata dal giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia. Il “costruire” il mondo era riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita. Dio lavora. Così il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo.
Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione. Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un trovare.
Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso possibile, che in precedenza esista già un primo movimento che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che può trasformarsi in vita.Affinché si apra una via verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica di questa necessità della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri è una frase della Prima Lettera di Pietro, che nella teologia medievale era considerata la ragione biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos) della speranza che è in voi” (3, 15) (Logos, la Ragionedella Speranza deve diventare apo-logia, la Paroladeve diventare risposta).
Di fatto, i cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti. Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano “verso l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli ingegni più illustri s’incontravano per la discussione sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in materia di religione e doveva opporsi all’importazione di religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18). A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le cose deve eserci non l’irrazionalità, ma la Ragionecreativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia, malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui.
La cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La novità dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio. La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati.Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.

islamisti e RECIPROCITA’

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Reciprocità: carattere, condizione di ciò che è reciproco. Da cui clausola di reciprocità: i contraenti di un accordo si impegnano a offrirsi vicendevolmente lo stesso trattamento.

Reciproco: vicendevole, scambievole, mutuo. Da cui: rispetto reciproco

In relazione alla apertura di una moschea, sostiene il vescovo di Como monsignor Diego Coletti:

«La libertà religiosa è un grande vantaggio. Quando le comunità musulmane sotto­scriveranno degli impegni seri e coerenti nel rispetto della libertà religiosa degli al­tri, come, per esempio, delle donne, del coniuge non musulmano o di chi si con­verte dall’Islam al Cristianesimo, allora non ci sarà più alcun problema.
Ma se questo rispettò non viene sottoscritto, al­lora della questione se ne deve occupare la Costituzione italiana, non tanto la Chie­sa cattolica».

Elementare, Watson!

Soggettività individuali e fondamentalismo islamico, a partire da un saggio di Sherry Turkle

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Nelle stesse giornate in cui il fascismo islamico detta la sua agenda al mondo (sgozzamento, accuratamente ripreso da una cinepresa e strategicamente veicolato sulle televisioni,  dell’autista afgano del giornalista Mastrogiacomo; le stragi di Algeri) la psicologa Sherry Turkle avverte che le tecnologie internettiane contribuiscono a creare “personalità multiple”.

Dunque:

da una parte la guerra dichiarata l’11 settembre 2001 agli Stati Uniti e all’Europa nel nome di una ideologia compatta, senza sfumature, totalitaria che colloca nella modernità il Medioevo

dall’altra i nostri Io articolati, differenziati, sovraccaricati dalle informazioni, attraversati dalla pulsione a distinguere, ad essere “critici” innanzitutto con la nostra storia e con il nostro tipo di sviluppo sociale ed economico. Ed ora anche gli Io dei giovani, socializzati alla frammentazione della identità.

Una contraddizione forte, inquietante, tragica.
Da mettere sullo stesso piano dell’effetto serra e del conseguente surriscaldamento della terra.
Neppure la fantascienza aveva previsto un futuro così orribile: il deserto che avanza e i turbanti neri.

Ecco l’articolo che ha colpito la mia attenzione (sottolineature mie):

Internet ci ruba l’anima,  di Enrico Pedemonte
in L’Espresso 29 marzo 2007

Il Web e le tecnologie stanno cambiando la nostra identità. Siamo sedotti dagli oggetti. Creiamo personalità multiple. Una celebre psichiatra del Mit di Boston spiega perché.
Colloquio con Sherry Turkle

Sostiene che i giovani, ai tempi di Internet, si abituano ad avere personalità multiple, che hanno perso il senso della privacy, che sono più abituati alle chiacchiere che al pensiero profondo.
Ma se la giudicate pessimista, Sherry Turkle reagisce con sorpresa: “Pessimista? Niente affatto. Realista piuttosto”. Sherry Turkle è il Sigmund Freud dell’era digitale. Psichiatra di formazione, dalla sua cattedra al Mit di Boston (dirige il progetto Technology and Self) studia da oltre vent’anni anni l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra psiche.
Nel 1984 pubblicò “The Second Self” (Il secondo io) e nel 1995 “Life on the Screen” (La vita nello schermo), due pietre miliari che affrontavano rispettivamente il nostro rapporto con il computer e con Internet. In aprile negli Stati Uniti uscirà il terzo volume della trilogia, “Evocative Objects”, che spiega, per usare le parole dell’autrice “come gli oggetti che ci circondano stanno cambiando il nostro modo di pensare”. Tra un anno sarà invece pubblicato “Intimate Machines”, un suo studio sulla nostra relazione con i robot. “Molte persone, specie quando comunicano su siti come MySpace, Facebook o SecondLife, pensano di essere “realmente se stesse”. In realtà molti disegnano profili diversi di sé sui diversi siti, si comportano in modi differenti, hanno personalità multiple”, dice in questa intervista.
Quali sono i rischi? “Se ti abitui a pensare che la tua identità è mutevole, allora cominci a vedere Internet come un posto dove la molteplicita è una virtù, e non una menzognaMa se sei diverso davanti a differenti audience, allora non vedi più te stesso come uno, ma come molti. E se ogni cosa diventa contingente e dipende dal contesto, questo cambia il concetto stesso di autenticità delle persone”. Sembra di rileggere “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, dove il protagonista scopre di avere diverse identità, ma nessuna vita reale. Cos’è cambiato da allora? “Non ci sono profondi cambiamenti nella psiche umana, ma oggi c’è un nuovo medium che potenzia certe caratteristiche. Nella vecchia società borghese le persone, spesso al prezzo di grandi sofferenze, simulavano l’esistenza di un “io unificato”, mentre di nascosto trovavano modi erotici, spesso perversi, di esprimere la loro esistenza. Internet consente di dare sfogo ad aspetti della personalità individuale che prima non potevano essere espressi”.
Lei scrive che ora “l’autenticità sta diventando quello che il sesso rappresentava nell’era vittoriana”. Che cosa vuol dire? “Oggi l’autenticità è un terreno soggetto a contestazione, come allora era il sesso. Faccio un esempio. Ho portato mia figlia a vedere la mostra di Darwin al Museum of National History, dove sono esposte vere tartarughe delle Galapagos. Siccome le tartarughe dormono, mia figlia dice: “Per quello che stanno facendo, potrebbero essere sostituite da robot”. Scioccata da quelle parole, comincio a interrogare gli altri ragazzini e scopro che la pensano allo stesso modo. Allora chiedo: se fossero stati usati dei robot al posto delle tartarughe, sarebbe necessario rivelarlo ai visitatori? Mi rispondono di no. Non c’è bisogno di sapere se le tartarughe sono vere o false, così come non è necessario sapere se i personaggi con cui stiamo giocando nei computer games sono vivi. La cultura della simulazione ci ha portato a questo punto”. È la conclusione a cui è arrivata studiando come i giapponesi usano i robot per l’assistenza agli anziani? “Molti pensano che sia giusto utilizzare robot, nelle case di cura, per tenere compagnia agli anziani. Io cerco di spiegare che è importante invece per un anziano avere una persona viva intorno. Ma più studio la cultura della simulazione, più mi convinco che il concetto di autenticità è entrato in crisi”. Qual è la cosa che è cambiata di più nei giovani da quando lei studia le identità on line? “Da 15 anni a questa parte la percezione della privacy è completamente cambiata. Si tratta di una svolta generazionale che io considero pericolosa e inquietante. I giovani non si preoccupano delle intrusioni nella loro privacy. Pensano che, non avendo nulla da nascondere, non ci si debba preoccupare, perché al tempo di Internet l’informazione deve essere libera. Tutto ciò mi ricorda il Panopticon di Michel Foucault (una prigione dove gli internati possono essere osservati, senza che se ne rendano conto, ndr). Io credo invece che la privacy sia indispensabile per proteggere la libertà individuale. Rinunciarci non è una necessità tecnologica, ma pigrizia politica”. Questo ha cambiato il senso del pudore tra i giovani? “Sì. La vergogna si prova quando una cosa privata diventa pubblica. Più cala il senso della privacy, meno si prova vergogna. La causa principale di questo cambiamento è stata la reality tv, dove essere visti è percepito come validazione del proprio io e non come violazione dello spazio personale. Ma dipende anche dalla cultura dei cellulari, dove ognuno comunica continuamente e in modo superficiale i pensieri, i sentimenti, la posizione”.
Perché dice spesso che gli studenti di oggi sono meno tolleranti alle ambiguità? “Quella del computer è una cultura binaria, in bianco e nero. I problemi che dobbiamo affrontare hanno invece molte sfumature di grigio. Non sono solo gli studenti a manifestare poca tolleranza verso la ambiguità, ma tutti quelli che cercano una risposta veloce sul Blackberry, tutti quelli che cercano di rispondere ai problemi con una presentazione PowerPoint. Chi è infatuato di PowerPoint non ama le ambiguità”.
È un modo pessimista di vedere la tecnologia. “È un modo realistico. Dobbiamo conoscere le tecnologie per ottenere il massimo senza cadere nell’infatuazione. Per questo studio i robot. Voglio conoscerli meglio per capire che cosa siano in grado di fare senza esserne innamorata e senza usarli in modo inappropriato”. Può fare qualche esempio? “Molti si invaghiscono dei robot. Si convincono che siano in grado di dare affetto alle persone, mentre l’unica cosa che sono in grado di fare è guardarci con i loro occhi celesti e convincerci che ci amano, schiacciando i nostri pulsanti darwiniani”. Che cosa sono i pulsanti darwiniani? “Noi siamo programmati biologicamente ad avere a che fare con esseri intelligenti che suscitano le nostre emozioni guardandoci negli occhi. I robot non sanno neanche che noi esistiamo, ma guardandoci negli occhi ci ingannano. La mia ricerca mostra che la nostra è una reazione programmata profondamente dentro di noi. L’evoluzione biologica non ci ha mai mostrato nulla di diverso da creature viventi. Non abbiamo avuto il tempo di evolvere per distinguere tra relazioni con persone autentiche e non autentiche. Ma siccome non possiamo sfuggire alle leggi dell’evoluzione, quando un robot ci guarda dritto negli occhi, ci prende la mano e ci dice “ti amo”, siamo fregati”. È questa la ragione per cui è contraria ai robot che assomigliano troppo all’uomo? “Certo. Recentemente, alla fine di un meeting in cui presentavo i risultati delle mie ricerche sui robot giapponesi umanoidi, mi si avvicina una psicologa che mi chiede come può fare per ottenere uno di quegli automi. Mi dice che le sarebbe di aiuto a non sentirsi sola in casa, al posto del boyfriend che l’ha lasciata. Ecco perché definisco il robot “un oggetto evocativo”. La tecnologia ci rivela gli aspetti tristi delle nostre relazioni umane”.
Pensa che le aziende hi-tech progettino queste macchine in modo tale da fare scattare questi sentimenti “darwiniani” negli utenti? “Sì. Se un’industria fabbrica una bambolina, lo fa per venderla. Ma tocca a noi capire se è utile o dannosa per una bambina di otto anni. Sono ottimista o pessimista?”

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