Luca Ricolfi, La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

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Da che cosa deriva la mancanza di idee del Pd ?
Un po’ deriva, ovviamente, dalla cultura politica della sinistra, che spesso confonde gli slogan con le idee. Parole d’ordine come inclusione, solidarietà, integrazione, difesa dei deboli, non sono idee politicamente efficaci finché non si è capaci di tradurle in obiettivi chiari, convincenti, raggiungibili.
Ma la vera origine della mancanza di idee del Pd, a mio parere, è soprattutto un’altra: è l’assenza di una diagnosi condivisa sulla società italiana. Senza una diagnosi medica, nessuna terapia. Senza una diagnosi politica, nessuna strategia. Questa assenza di una diagnosi, tuttavia, non è l’espressione di un vuoto, ma la risultante di due visioni dell’Italia che si elidono tra loro, e determinano la paralisi del partito (e con essa l’impotenza del centro-sinistra).

La prima visione si potrebbe definire dell’ emergenza democratica. Secondo questo modo di vedere le cose, in Italia la democrazia è in pericolo, e lo è su tre fronti fondamentali: la libertà dell’informazione, l’autonomia della magistratura, l’assetto istituzionale. I fautori di questa visione ritengono che Berlusconi stia scientemente e inesorabilmente erodendo le nostre libertà fondamentali, e che quindi nessun dialogo o accordo sia possibile con il Cavaliere. Quanto ai suoi alleati e partner principali, Bossi e Fini, i custodi della democrazia diffidano del primo (Bossi), perché detestano la sua xenofobia e il suo antimeridionalismo; e confidano nel secondo (Fini), perché trovano affascinanti le sue uscite eterodosse, ora a difesa degli immigrati, ora a difesa della Magistratura, ora a difesa del Mezzogiorno. La convinzione profonda di questa componente del Pd è che nulla di buono sia possibile finché c’è Berlusconi, e che quindi – fino alla sua definitiva uscita di scena – l’unica cosa da fare sia «resistere, resistere, resistere», secondo il celebre imperativo di Borrelli. Per chi sottoscrive questa visione del Paese le riforme più temibili sono quelle delle regole del gioco, e il vero pericolo è che le riforme si facciano, perché sarebbero inevitabilmente pro-Berlusconi.

La seconda visione si potrebbe definire della modernizzazione mancata. Secondo questo modo di vedere, il problema fondamentale dell’Italia è la sua incapacità di crescere, un’incapacità che dura da quasi un ventennio non per colpa del solo Berlusconi, bensì a causa della timidezza di tutto il ceto politico, di destra e di sinistra. Per i fautori di questa visione il federalismo fiscale è innanzitutto un’opportunità per tornare a crescere, e una sfida che la buona politica lancia alla cattiva. Quindi la Lega, più che come un nemico, è percepita come un interlocutore con cui dialogare e competere. Simmetricamente il «compagno Fini» viene visto come una sponda nei rari momenti in cui frena le pulsioni anti-istituzionali di Berlusconi, ma come un grave ostacolo sulla via della modernizzazione del Paese quando, in prima persona o attraverso i suoi fedelissimi eletti nel Sud, appare sensibile alle richieste del partito della spesa. Chi adotta questa seconda visione, attenta alle ragioni della crescita, punta soprattutto sulle riforme economico-sociali, e vede il federalismo come la più fondamentale di tutte le riforme.

Dopo le elezioni regionali, e il conseguente rafforzamento della Lega, la convivenza fra queste due visioni è diventata sempre più difficile. Chi sottoscrive la diagnosi dell’emergenza democratica non può che vedere con sospetto qualsiasi dialogo con un governo presieduto da Berlusconi; chi sottoscrive la diagnosi della modernizzazione mancata è naturalmente portato a prendere sul serio la scommessa del federalismo fiscale. Per i paladini della democrazia il pericolo è che Berlusconi passi dalle parole ai fatti, perché il loro incubo è il fascismo strisciante che avanza; per i paladini della crescita il rischio è che Berlusconi non passi dalla parole ai fatti, perché il loro incubo è la prosecuzione del declino, l’argentinizzazione lenta dell’Italia.

È probabile che la prima visione, quella dell’emergenza democratica, sia ancora egemone nel Pd. E tuttavia mi sembra che la seconda visione, più pragmatica e meno drammatizzante, stia guadagnando qualche posizione nel partito, specie fra gli amministratori locali. Recentemente mi è capitato di ascoltare le parole di tre sindaci del Pd, uno del Nord (Chiamparino, Torino), uno del Centro (Renzi, Firenze), uno del Sud (De Luca, Salerno). Tutti e tre si auguravano che il federalismo funzionasse davvero, e vedevano il progetto della Lega non come una minaccia ma come una sfida da raccogliere. Per loro la colpa più grande di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia.

Hanno ragione, in tanti anni non abbiamo visto realizzata nessuna di queste cose. Eppure la promessa di una «rivoluzione liberale» risale al 1994. Nel 2013, quando torneremo a votare, saranno passati vent’anni (tanti quanti ne durò il fascismo), di cui gli ultimi dodici quasi interamente sotto la stella di Berlusconi. Forse è venuto il momento che il Partito democratico si ricordi delle ragioni per cui è nato, e anziché criticare Berlusconi qualsiasi cosa faccia, cominci a pretendere che le cose le faccia davvero. Almeno quelle – sacrosante – che non stanno solo nel programma originario di Forza Italia, ma sono nel Dna di un partito autenticamente riformista

La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

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