Venezia, Il Mose, articolo di Giuliano Ferrara, 5 ottobre 2020

Mose
di Giuliano FerraraIl FoglioIl funzionamento impeccabile del Mose, una diga per arginare l’acqua alta a Venezia, è uno dei fatti antropologici più importanti degli ultimi venti, trent’anni: è la morte della stupidissima, autolesionista, caciarona, infingarda e bolsa ideologia italiana. Derrate di associazioni benevole e malevole, sciure del salvare Venezia, partiti malvissuti, filosofi nichilisti-soft quorum Cacciari, tecnici o soi disant tali, scienziatelli, giornalisti, sindaci e aspiranti, deputati un po’ rinco, senatori boni viri, cronisti di nera, gentucola del kommentariat, profie col cerchietto, cacciatori di classi dirigenti intese come prede, moralisti d’accatto, bugiardi e tromboni ci hanno assicurato che il Mose era una fregnaccia, che il Mose era arrugginito, che il Mose era una mangiatoia, che il Mose era una pazzia tecnica, che il Mose era un centro di potere lagunare, che il Mose era un progetto nato vecchio, che il Mose non serviva a niente.
Una generazione di italiani si è dovuta bere sui giornali e in tv, intervista dopo intervista, documentario dopo documentario, atti amministrativi e giudiziari in folla adunantisi giorno dopo giorno, la favola brutta della complessità, dell’impossibilità, della grande grandissima inferiorità italiana nel provvedere e disporre, dei magna latrocinia acquatici.
Invece era la montaliana semplicità che è difficile a farsi (i lavori cominciarono nel 2003) ma si fa: per impedire il tracimar della marina, invece di impastare il pan de pura farina delle nostre chiacchiere e bazzeccole, facciamo una diga e solleviamo le paratoie al momento giusto. Punto.
Fossimo un paese minimamente sincero, dovremmo procedere a una spietata rivisitazione delle fregnacce, quelle sì gravi e invalidanti, che hanno impedito all’opinione pubblica di capire che le cose sono semplici, e come ripeto spesso il poco del possibile è aperto al possibile del poco. Kraus diceva di avere una cattiva notizia per gli esteti: la vecchia Vienna una volta era nuova. Per gli esteti della pruriginosa invenzione della chiacchiera quotidiana una ulteriore cattiva notizia: il vecchio Mose funziona come nuovo, la ruggine era nei vostri occhi, nel vostro gelido sguardo di incantatori di serpenti, e ora, come diceva Campanile, Signori, vi è scappata la biscia.
Piazza San Marco all’asciutto, e non è detto che i veneziani litigiosi e vendicativi se la meritassero, ma noi sì, suona campana a morto per la denigrazione sistematica, per il regno soffuso della malaparola, per il populismo all’ingrasso sempre a caccia di classi dirigenti da arrostire nel suo forno capace, per quelli che la Salerno-Reggio è dissestata anche se è perfetta, che il ponte di Genova è crollato per colpa dei capitalisti cattivi, per quelli che so io come sistemare il paesaggio idrogeologico, per l’ambientalista cretino che non si accorge quanto è stato freddo il mese di settembre, per i nemici del ferro, dell’acciaio, del cemento, della tecnologia, per gli italiani che non volevano sapere la lezione olandese, le dighe servono per arginare il mare, uno scoglio non basta (come cantava Lucio Battisti).
[…] Con timidezza, perché la canea morde, non si limita a abbaiare, domandavo ai competenti, ma perché non spiegate che il Mose è per adesso l’unica soluzione possibile, perché non date conto dell’avanzamento dei lavori e dello status effettivo di questa grande, difficile, impensabile e semplice impresa italiana? Quanto è costato il Mose? Chissenefrega. Whatever it takes, toccava farlo. Qualcuno ci ha mangiato sopra? Chissenefrega. Whatever it takes, toccava farlo. Ora che è fatto, e si è visto che funziona, il prossimo chiacchierone antitutto, antigrandiopere, antinfrastrutture, anticapitalista, antipartito, anticlassedirigente, antilogico, il prossimo sofista disputatore per lucro politico e ideologico, cucinatelo nel brodo della sua insulsaggine, e per favore, senza diga.Giuliano Ferrara

Categorie:Venezia

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