Zona blu, Blue Zone – Wikiwand

Zona blu (in inglese Blue Zone) è un termine usato per identificare un’area demografica e/o geografica del mondo in cui le persone vivono più a lungo della media. Il concetto è nato quando gli studiosi Gianni Pes e Michel Poulain[1] hanno pubblicato su Experimental Gerontology[2] il loro studio demografico sulla longevità umana, che identifica la provincia di Nuoro, in Sardegna, come l’area con la maggiore concentrazione di centenari al mondo[3]. Gli studiosi, per procedere nel lavoro, tracciavano sulla mappa delle serie di cerchi concentrici blu che indicavano le zone con la più alta longevità, da qui il termine “zona blu”.

tutta la scheda qui:

Sorgente: Zona blu – Wikiwand

Luciana: conversazione sugli esiti del mio ìnfortunio al piede sinistro. Evviva i professionisti della Podologia

Paolo in questo momento probabilmente si trova sotto i ferri. Ricordi l’incidente di questo agosto, quando gli è caduta una campana di bronzo sull’alluce distruggendogli l’unghia dell’alluce?
Orbene, la lentissima ricrescita del tessuto corneo ha avuto un errore di direzione e il risultato è l’unghia incarnita. Finalmente, dopo mesi, si è deciso a farla vedere al medico che lo ha invitato ad intervenire con una discreta urgenza.
Così stamattina è partito per Seregno.
Ti sembrerà incredibile, ma a Como non esiste un podologo, professione assai ambita dai piedi delle persone che invecchiano. Sempre a proposito di lavoro  e di scelte di studio …
Se tutto va bene (non è detto che non richieda un pre-trattamento farmacologico e quindi non risolva subito il problema) e se quando torna sarà in gradi di camminare, questo pomeriggio dovremmo partecipare a una passeggiata comasca (ne trovi notizia a Coatesa) organizzata per la giornata della guida turistica e dedicata alla Como a luci rosse!

Fausto Paravidino, IL DIARIO DI MARIAPIA, al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17 Ottobre 2012

Fausto Paravidino, Il diario di Mariapia

al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17  Ottobre 2012

Recita la sintesi proposta dal programma del Teatro Franco Parenti:

“da uno dei pochissimi italiani rappresentati dalla Comédie Francaise, una commedia chetrasforma il dolore di una storia comune e personale, quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte.”

Una scarna scenografia riempita dallo spessore degli sguardi, dei silenzi, dei sussurri, delle esitazioni, dei sorrisi, dell’amore.

Così sul palco – al centro Mariapia che vive il suo ultimo tratto – si rincorrono i diversi protagonisti che accompagnano questa vicenda, rappresentati da Fausto Paravidino e Iris Fusetti, che oltre ad essere se stessi, diventano man mano parenti, medici, operatori che si avvicendano intorno al letto della malata.

Fausto, da figlio qual è veramente anche nella realtà, diventa lo zio Cesare, fratello di Mariapia, incapace di accostare il dolore e perennemente concentrato sull’ora dei pasti.

Inoltre, con cappello e bastone, si trasforma nel vicino di camera che, con una lapidaria battuta sottolinea alla morente, circondata dai figli in un momento di lucida ilarità, che lì “c’è gente che soffre”.

Iris, compagna di Fausto, impersonifica Marta, infantile e immatura secondogenita di Mariapia che, ancora sconvolta dalla perdita del padre, trova nell’impegno universitario il falso alibi per mantenere una non troppo coinvolgente distanza da quel letto di agonia.

Veste pure i panni della rispettata dottoressa Varese, integerrima oncologa ma rincuorante terapeuta di Mariapia alla quale spiega l’origine della sua sorprendente stanchezza: la fatigue.

Iris, ancora, gioca il ruolo dell’insulsa e svicolante fisioterapista alle prese con l’ineluttabilità di un corpo in precipitoso decadimento, di cui decanta con falsi complimenti un inesistente miglioramento.

Al centro lei, Mariapia (nella magistrale recita di Monica Samassa) e le sue parole. Una voce sommessa che cerca di catturare i pensieri sfuggenti per consentire a Fausto di scriverli e consegnarli al mondo, così come le ha suggerito l’oncologa.

Parole che si ripetono mentre sfumano nella fatigue: il rullo compressore, il mare d’ovatta,l’inutilità delle “corse” della vita, il tempo perso a studiare Rifkin, il “non sentire niente”. Ripetizioni che si accavallano, confusioni della memoria che a sprazzi ritorna e mescola nomi e ruoli delle persone amate, luoghi e sapori di tempi lontani, mentre la penna di Fausto scorre veloce sulle pagine del quaderno che si riempie giorno dopo giorno.

E se lo zio Cesare rimane interdetto e fatica a ricollocare i nomi che Mariapia rievoca, Fausto accetta e interroga la madre su ciò che sente, riconducendola lentamente dal baratro depressivo al sorriso dei riccioli delle guglie e dei rotolini dietro le orecchie.

Fausto che è lì, per se stesso, per la sorella che abbraccia e conforta, per la madre che sta morendo, per fermarsi di scrivere quando non ci sono più parole e per interrompere di dar da mangiare a quel corpo che, stando alle parole dei medici, avrebbe dovuto cessare di vivere già da tempo.

Una morte in diretta?

No, non è questo ciò che accade, quanto piuttosto la rappresentazione della rarefatta visione di una storia sprofondata nel mare d’ovatta, dove però galleggiano e riaffiorano i volti più amati, quelli che la fatigue non riesce ad annullare.

Morte in diretta? No. Il volto di Mariapia sorride mentre guarda Fausto e Marta. Ci si attenderebbe l’ultimo respiro e invece improvvisamente Mariapia si eleva con un balzo sul proscenio, tenendo per mano i figli, mentre gli spettatori , sorpresi, indugiano qualche istante prima di scoppiare in un commovente applauso che richiamerà alla ribalta per quattro volte gli attori.

Vai anche alla intervista (video ed audio)  di Daria Bignardi a Fausto Paravidino (Invasioni barbariche del 30 marzo 2012)

Testo e regia Fausto Paravidino
con Monica SamassaIris Fusetti, Fausto ParavidinoProduzione Fondazione Teatro Regionale Alessandrino

Durata 98 minuti

Fausto Paravidino
, trentasei anni, fuori classe della scena, attore, regista e autore, è uno dei pochissimi italiani rappresentati alla Comédie Française.Il diario di Maria Pia è una commedia che trasforma il dolore di una storia comune e personale, quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte, che ci commuove e sorprendentemente ci diverte.Una festa del teatro che comincia con Shakespeare, alla ricerca del senso della vita, e diventa una sfida alla recitazione, con Fausto Paravidino e Iris Fusetti impegnati, oltre che nel ruolo di se stessi, anche in quello di medici e parenti, e Monica Samassa, elogiatissima, in quello della madre.

Emanuele Severino commenta il SECRETUM di Francesco Petrarca, da Radio 3 Suite, 2004, Audio di cinque ore, da Antologia del Tempo che resta

vai a: Emanuele Severino commenta il SECRETUM di Francesco Petrarca, da Radio 3 Suite, 2004, Audio di cinque ore « Antologia del Tempo che resta.

Il veterinario del tartarugo e l'Equiseto mineralizzante

Incontro R.S., il veterinario del tartarugo, al quale pratica la seconda “ingessatura” della parte sottostante del carapace.
Parliamo di omeoterapia, fitoterapia. Di medicina spirituale. Del potere terapeutico della preghiera …
Mi piace conversare su questi temi.
Gli dico che Carl Gustav Jung era un empirico (anche se in molti lo considerano un “religioso”) che prendeva quanto accadeva come una ipotesi da svelare.
Gli parlo della teoria degli “essenti” di Emanuuele Severino: siamo immortali perchè non sarebbe logico che dalla non-vita possa seguire la vita.
E’ questo un pensiero razionale che mi affascina tanto quanto una teoria religiosa.
Prescrive per aiutare la calcificazione del tartarugo

E10 EQUISETO

della medicina spagirica.

Mi vede oltremodo attratto da queste parole:

io solo l’UNO
che diventa DUE
che diventa QUATTRO
che diventa OTTO
ma che è sempre l’UNO

E mi regala il Prontuario Alma, Elixir spagirici semplici e composti, Alma Laboratori Spagirici, Milano 2008, p. 218
Leggo:
Il termine “spagiria” deriva dalla fusione dei termini graci Spao (dividere) e agheiro (unire).
Da cui : estrarre e poi riunire ciò che è contenuto in un ente vegetale per ottenere un prodotto spagirico.
Si tratta di una medicina fondata dagli antichi egizi.
L’idea è che in alcuni vegetali sono contenute molecole che hanno una particolare vocazione per alcuni aspetti dei viventi. E che occorre riequilibrare nell’organismo le deblezze di presenza di queste sostanze.
Una ipotesi affascinante.
L’equiseto è la “pianta della struttura”
Sul piano fisico cura la demineralizzazione, l’osteoporosi, le conseguenze delle fratture …
Sul piano emotivo agisce sulla scarsa percezione di sè.
E sul piano mentale lavora sulla mancanza di concentrazione e di rigore.
E’ interessante sfogliare queste pagine che parlano di Neter/Archetipi, dei principi contenuti nelle piante (solfo, mercurio, sale), della preparazione degli elisir (macerazione, colatura/torchiatura, calcinazione, riunione dei sali, filtrazione, dinamizzazione, stagionatura), di connessioni fra terra e cielo …
Mi ridico, con jUNG, che occorre avere un atteggiamento empirico nei confronti delle credenze, soprattutto se basate su una tradizione antica.
Mi dico anche, in sottotono, che affidarsi a delle teorie per curarsi presenta qualche rischio.
Valuteremo con ponderatezza obiettivi ed uso di questi medicamanti

Testamento biologico in vita di Paolo Ferrario

Io sottoscritto, Paolo Ferrario, nato a Como il 26 novembre 1948 e residente in questa città, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro quanto segue.
Potrebbe accadere che, a un certo punto della mia vita, mi venga a trovare in uno stato di malattia allo stadio terminale, coma irreversibile, morte cerebrale e, in generale, in un qualsiasi stato fisico in cui la mia sopravvivenza sia legata all’utilizzo non temporaneo di macchine o altri sistemi artificiali, compresa l’alimentazione e l’idratazione forzata.

Nel caso fossi nelle condizioni di esprimere il mio consenso informato sono certo che non accetterei una degradazione corporea oltraggiosa per il mio sentimento della dignità personale.

Nel caso, invece, in cui fossi impossibilitato a esprimere la mia volontà, chiedo ora a mia moglie, alle persone che mi hanno conosciuto, al personale di assistenza che incontrerò, ai detestabili comitati di bioetica che vorrebbero decidere per me, al giudice che sarà chiamato ad emettere una sua sentenza, un gesto di compassione.

Faccio mia la definizione di “compassione” nella sua accezione buddhista di “un sentimento considerato portatore, per ogni essere senziente, del desiderio del bene per gli altri”.
Ritengo ogni forma di accanimento terapeutico come un atto di crudeltà, lesivo della mia dignità di essere umano. Di conseguenza, considero la sospensione di tali trattamenti come un gesto di compassione.
Ho paura della morte, e ancora più della sofferenza, tanto più se inutile e indotta da tecnologie mediche (delle quali apprezzo immensamente i progressi scientifici e tecnici) ormai impossibilitate a consentire una qualità di vita accettabile alla mia sensibilità psicologica ed esistenziale. Vorrei tuttavia poterla accogliere come un lungo ed eterno sonno dove le molecole momentaneamente aggregate nel mio attuale corpo si stanno riaggregando in altre forme di vita. Là, nell’infinito che mi pre-esisteva e che continuerà oltre il mio temporale Io.

Considero l’essere tenuto in vita da un macchinario che si sostituisce permanentemente alle mie funzioni vitali una violenza da me non voluta che ritarda l’appuntamento che comunque mi aspetta, come per qualunque essere vivente.
Il corpo che ho avuto in prestito in vita lo cedo per trapianti.

Il resto vorrei che fosse cremato, e le mie ceneri restituite alla terra, nel luogo che più ho amato, oppure al lago che non ho mai abbandonato in tutto il corso del tempo.

Paolo Ferrario

8 Ottobre 2008, confermato il 7 febbraio 2009