Antonio Spallino 1925-2018) è stato ed E’ un grande

 

Stile è riuscire a portare bene un peso assegnato.
Significa reggere tale peso tentando di utilizzare in maniera concentrata tutte le energie disponibili, anche e soprattutto quelle minime.
Stile è quell’obbligo morale che dovremmo imporci per essere all’altezza delle situazioni e delle attese.
Stile è la capacità di comprendere e agire con equilibrio, adattando la propria forza ai compiti che ci aspettano.
Giovano ancora in questo augurio due antiche esortazioni.
Age quod agis, “Fai bene quello che stai facendo”, dicevano i latini.
Ne quid nimis, “Nulla di troppo, senza esagerare”, dicevano i greci e, ancora, ci hanno riportato i latini.
In queste massime ci sembra di trovare un invito alla moderazione ed al controllo più che mai adatti alla situazione del momento.
La consapevolezza dei nostri limiti ci potrebbe aiutare ad accettare e comprendere anche le altrui limitatezze e a rimanere all’interno di un gioco delle regole che è la sola garanzia di sopravvivenza.
Nota: i riferimenti linguistici sullo stile sono tratti dal libro di Vincenzo Guarracino, Antonio Spallino, uomo, amministratore, sportivo, intellettuale, Casagrande editore, Lugano 2013

 

Spallino

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Sulla figura di intellettuale e politico di ANGELO SPALLINO, ricordo anche questo libro:

Le regole del gioco
titolo Le regole del gioco
sottotitolo Carlo Ferrario intervista Antonio Spallino
autore Carlo Ferrario
Antonio Spallino
editore NodoLibri

vai a: http://www.nodolibrieditore.it/scheda-libro/carlo-ferrario-antonio-spallino/le-regole-del-gioco-9788871850191-156048.html

Spallino

Giorgio Cavalleri mi suggerisce la lettura di: Pietro Brignoli, Santa messa per i miei fucilati. Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia dal diario di un cappellano, Longanesi, 1973

Durante la visita che ci hanno fatto Giorgio ed Elisabetta Cavalleri, colgo l’occasione per parlare con lui del libro BELLA CIAO, controstoria della resistenza di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 2014). Di quest’ultimo libro mi è rimasta impresso in particolare la doppiezza dei comunisti di allora: da una parte persone indubbiamente coraggiose che hanno combattuto con tenacia contro i fascisti e i nazisti che occupavano il Nord Italia dopo il 1943, dall’altra persone estremamente intrise  della ideologia centrata sulla “spallata rivoluzionaria” da loro sperata in  rapporto alla rivoluzione sovietica del  1917. Costoro avevano, per così dire, due nemici: in primo luogo i nazifascisti, ma in second luogo anche gli eventuali “nemici interni” che non aderivano compiutamente a quel progetto politico.

Le conseguenze sono state molte volte tragiche per i destini individuali . Si trattava di fare una lotta armata che contemplava sia obiettivi militari, sia attentati a singole persone allo scopo di dimostrare la propria presenza ed i propri obiettivi.

Giorgio Cavalleri, nella conversazione, nega che i comunisti in quei tempi volessero effettivamente fare una rivoluzione di tipo sovietico (ossia organizzata da gruppi minoritari molto ideologizzati e disciplinati, come insegnava il leninismo).

Per raccontare quel contesto storico e culturale, Giorgio mi ha proposto di leggere il seguente libro: Pietro Brignoli, SANTA MESSA PER I MIEI FUCILATI, Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia, dal diario di un cappellano.

E’ un libro di terribile testimonianza che mostra in tutta evidenza quali tempi tremendi fossero quelli. Pietro Brignoli era un prete, al seguito dell’esercito italiano, che aveva il compito di assistenza religiosa alle persone che venivano rastrellate, sommariamente giudicate e poi fucilate. Fra i “colpevoli” c’erano gli “innocenti” che per caso finivano per essere catturati

Il racconto parla di paura, di coraggio, di “grazie dell’olio santo”, di miserie personali, di amarissime delusioni. E di crudeltà insopportabili per le nostre attuali sensibilità.

E’ un libro che conferma l’importanza cruciale della politica nel condizionare e distruggere le singole vite.

In quegli anni prima il fascismo italiano strinse un patto, assieme ai nazisti, con l’Unione Sovietica di Stalin, poi l’Italia venne divisa in due nel pieno della seconda guerra mondiale e da una parte arrivarono gli americani e dall’altra l’Italia condivise l’alleanza e infine  la sconfitta dei nazisti.

In questi eventi storici scanditi in un arco di tempo piuttosto limitato (1938-1945: sette anni) avvennero per l’appunto le nefandezze raccontate da Pietro Brignoli e Giampaolo Pansa.

La politica consiste proprio in questo: nel determinare scelte collettive che in modo inevitabile e per così dire “scientifico” (ecco perchè occorre parlare di “scienza politica”) travolgono le singole persone, le loro identità, i loro specifici destini individuali.

Quei sette anni questo ci insegnano.

L’unica cosa che si può fare è restituire la memoria a quelle persone (ed è quello che fanno storici come Cavalleri e Gabriele Giannantoni o giornalisti come Pansa) sperando di sviluppare una coscienza collettiva in rapporto, per l’appunto, a decisioni che possono comportare quegli effetti così tragici

Purtroppo la cronaca quotidiana di questi giorni (mi riferisco alla Siria, all’Iraq e all’islamismo terrorista dell’ISIS) mostra ancora una volta la “legge scientifica” della sequenza prima la politica e poi i singoli destini personali.

Da cui il compito di usare la “scienza della politica” per evitare il peggio.

umore di giornata, di mese, di anno, di tempo: “il potere del più buoni” di Giorgio Gaber

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi di ciò che ho intorno

sono sensibile ed umano

probabilmente sono il più buono

ho dentro il cuore un affetto vero

per i bambini del mondo intero

ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale

perché dovunque c’è sofferenza

sento la voce della mia coscienza.

Penso ad un popolo multirazziale

ad uno stato molto solidale

che stanzi fondi in abbondanza

perché il mio motto è l’accoglienza

penso al problema degli albanesi

dei marocchini, dei senegalesi

bisogna dare appartamenti

ai clandestini e anche ai parenti

e per gli zingari degli albergoni

coi frigobar e le televisioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

son già iscritto a più di mille associazioni

è il potere dei più buoni

e organizzo dovunque manifestazioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi per ciò che ho intorno

ho una passione travolgente

per gli animali e per l’ambiente

penso alle vipere sempre più rare

e anche al rispetto per le zanzare

in questi tempi così immorali

io penso agli habitat naturali

penso alla cosa più importante

che è abbracciare le piante.

Penso al recupero dei criminali

delle puttane e dei transessuali

penso allo stress degli alluvionati

al tempo libero dei carcerati

penso alle nuove povertà

che danno molta visibilità

penso che è bello sentirsi buoni

usando i soldi degli italiani.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni

è il potere dei più buoni

che un domani può venir buono

per le elezioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

Leggi tutto il testo su: http://singring.virgilio.it/testi/giorgio-gaber/testo-il-potere-dei-piu-buoni.html

Il potere dei più buoni è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per avere lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace ad ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretta in una visione radical chic dell’impegno civile e politico da un sentimento misto, tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista.

Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggio e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né all’egoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dell’indignazione fino al libertario con i “soldi degli italiani”.

Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile.

Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma è meglio un generosità di facciata, di anime belle, o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?

Ferruccio De Bortoli, in LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, Il Sole 24 Ore, collana io mi chiamo G, 2011

Addio al professor Angelo Spallino. Si è spento a 85 anni | Coatesa sul Lario e dintorni

COMO CRONACA CONFERENZA STAMPA FONDAZIONE PROVINCIALE COMUNITA’ COMASCA ANGELO SPALLINO

COMO Un pomeriggio di tanti anni fa, forse 30 o forse 31, un uomo alto, austero, la testa un po’ china, stava per imboccare il viale dell’ospedale psichiatrico San Martino. Era il professor Angelo Spallino, notissimo primario oculista di Villa Aprica, prestigioso studio in Piazza Cavour, da poco presidente della Ussl n. 5 che comprendeva anche l’ospedale Sant’Anna e i servizi psichiatrici, oltre a tutti quelli sul territorio. Era appena entrata in vigore la rivoluzione sanitaria; Spallino era già stato assessore provinciale, negli anni ’70 e sindaco di Carimate, era un «fiore all’occhiello» per la Democrazia Cristiana, appartenente ad una famiglia che a Como ha dato un senatore, Lorenzo e un sindaco, Antonio.
Fece pochi passi, il professor Spallino, figlio di Lorenzo e fratello di Antonio e lungo il viale vide scendere un uomo, un ospite di quello che stava per diventare ex manicomio. Barcollava, l’uomo, sembrava smarrito. Il professore gli andò incontro, senza spaventarlo, gli diede la mano, gli disse qualcosa, lo riaccompagnò nella comunità e, sulla soglia, gli fece una carezza. Quell’immagine è tra le più significative in chi ricorda il professore che nella notte di ieri se n’è andato lungo il viale verso l’eternità. Questa sera, alle ore 21, Rosario nella chiesa di Sant’Agata e l’ultimo saluto venerdì alle 10.
Aveva 85 anni, Angelo Spallino, lascia tre figli che sono tuttora il segno di ciò che la famiglia Spallino dà a questa città e lascia tante persone per le quali ha rappresentato le doti migliori che un essere umano può rappresentare.

il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale | Coatesa sul Lario e dintorni

il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale.

tante aspettative, progetti, tensioni, voglia di creare welfare e oggi il sistema si è ridotto ad una nomina burocratica (dentro il clientelismo delle lobby di comunione e liberazione e compagnia delle opere) per cui arriva un manager – nominato sulla base di un curriculum e delle sue reti di conoscenze ed appoggi politici – che deve fare “una prima ricognizione sui diversi temi sul tappeto» per conoscere la realtà comasca !!!

dunque la salute degli abitatori di Como e dintorni è affidata ad un estraneo che “deve conoscere la realtà comasca” !!!

ok: la riforma sanitaria del 1978  E’ FALLITA

Paolo Ferrario

Lunedì 3 gennaio il nuovo direttore generale dell’azienda ospedaliera S. Anna, Marco Onofri, ha incontrato il direttore sanitario, Laura Chiappa, e il direttore amministrativo, Salvatore Gioia, «per una prima ricognizione sui diversi temi sul tappeto»; primo di una serie di incontri per conoscere la realtà comasca. «Si tratta anzitutto di consolidare l’avvio delle attività nella nuova sede in cui si applica un modello organizzativo innovativo – ha dichiarato Onofri –. È stato fatto un ottimo lavoro e so di poter contare su straordinarie professionalità. Per cultura personale prediligo il gioco di squadra e intendo operare con il contributo di tutti»

da: il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale | Coatesa sul Lario e dintorni.

Massimo Cacciari, "Non e' possibile suicidarsi in quel modo …"

Non e’ possibile suicidarsi in quel modo a Mantova. Vuol dire proprio non avere alcuna direzione e zero organizzazione. In questo momento il Pd e’ soltanto un aggregato di posizioni e di correnti totalmente allo sbando. Mantova e’ un segnale molto negativo”. Non usa mezzi termini Massimo Cacciari intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it.
La ricetta dell’ex sindaco di Venezia “e’ una forte organizzazione al Nord. E dopo quindici anni si e’ svegliato perfino Prodi, dopo che ha dormito quando io lo
sostenevo in passato. Serve una struttura autonoma al Nord con una chiara, netta e forte responsabilita’ in mano a Sergio Chiamparino”. Quella di Cacciari e’ una proposta rivoluzionaria: “Il sindaco di Torino deve diventare immediatamente il segretario del partito autonomo e federato del Nord, completamente indipendente rispetto al partito nazionale, un discorso che si fa da anni e che speriamo che lo capiscano anche a Roma”. Pierluigi Bersani? “Deve decidere di dare questa struttura al partito, lui e’ tutta la dirigenza nazionale. Che decidano di farlo alla svelta altrimenti i Democratici hanno i mesi contati. Segnali come quelli di Mantova lasciano poca speranza e poche chance per il futuro. Anzi, nessuna. Se fanno quello che io ho detto, Chiamparino segretario del Pd del Nord, possiamo salvarci.
Altrimenti e’ questione di mesi e il Partito Democratico sara’ finito. Morto”.

Affaritaliani.it

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Luca Ricolfi, La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

[…]

Da che cosa deriva la mancanza di idee del Pd ?
Un po’ deriva, ovviamente, dalla cultura politica della sinistra, che spesso confonde gli slogan con le idee. Parole d’ordine come inclusione, solidarietà, integrazione, difesa dei deboli, non sono idee politicamente efficaci finché non si è capaci di tradurle in obiettivi chiari, convincenti, raggiungibili.
Ma la vera origine della mancanza di idee del Pd, a mio parere, è soprattutto un’altra: è l’assenza di una diagnosi condivisa sulla società italiana. Senza una diagnosi medica, nessuna terapia. Senza una diagnosi politica, nessuna strategia. Questa assenza di una diagnosi, tuttavia, non è l’espressione di un vuoto, ma la risultante di due visioni dell’Italia che si elidono tra loro, e determinano la paralisi del partito (e con essa l’impotenza del centro-sinistra).

La prima visione si potrebbe definire dell’ emergenza democratica. Secondo questo modo di vedere le cose, in Italia la democrazia è in pericolo, e lo è su tre fronti fondamentali: la libertà dell’informazione, l’autonomia della magistratura, l’assetto istituzionale. I fautori di questa visione ritengono che Berlusconi stia scientemente e inesorabilmente erodendo le nostre libertà fondamentali, e che quindi nessun dialogo o accordo sia possibile con il Cavaliere. Quanto ai suoi alleati e partner principali, Bossi e Fini, i custodi della democrazia diffidano del primo (Bossi), perché detestano la sua xenofobia e il suo antimeridionalismo; e confidano nel secondo (Fini), perché trovano affascinanti le sue uscite eterodosse, ora a difesa degli immigrati, ora a difesa della Magistratura, ora a difesa del Mezzogiorno. La convinzione profonda di questa componente del Pd è che nulla di buono sia possibile finché c’è Berlusconi, e che quindi – fino alla sua definitiva uscita di scena – l’unica cosa da fare sia «resistere, resistere, resistere», secondo il celebre imperativo di Borrelli. Per chi sottoscrive questa visione del Paese le riforme più temibili sono quelle delle regole del gioco, e il vero pericolo è che le riforme si facciano, perché sarebbero inevitabilmente pro-Berlusconi.

La seconda visione si potrebbe definire della modernizzazione mancata. Secondo questo modo di vedere, il problema fondamentale dell’Italia è la sua incapacità di crescere, un’incapacità che dura da quasi un ventennio non per colpa del solo Berlusconi, bensì a causa della timidezza di tutto il ceto politico, di destra e di sinistra. Per i fautori di questa visione il federalismo fiscale è innanzitutto un’opportunità per tornare a crescere, e una sfida che la buona politica lancia alla cattiva. Quindi la Lega, più che come un nemico, è percepita come un interlocutore con cui dialogare e competere. Simmetricamente il «compagno Fini» viene visto come una sponda nei rari momenti in cui frena le pulsioni anti-istituzionali di Berlusconi, ma come un grave ostacolo sulla via della modernizzazione del Paese quando, in prima persona o attraverso i suoi fedelissimi eletti nel Sud, appare sensibile alle richieste del partito della spesa. Chi adotta questa seconda visione, attenta alle ragioni della crescita, punta soprattutto sulle riforme economico-sociali, e vede il federalismo come la più fondamentale di tutte le riforme.

Dopo le elezioni regionali, e il conseguente rafforzamento della Lega, la convivenza fra queste due visioni è diventata sempre più difficile. Chi sottoscrive la diagnosi dell’emergenza democratica non può che vedere con sospetto qualsiasi dialogo con un governo presieduto da Berlusconi; chi sottoscrive la diagnosi della modernizzazione mancata è naturalmente portato a prendere sul serio la scommessa del federalismo fiscale. Per i paladini della democrazia il pericolo è che Berlusconi passi dalle parole ai fatti, perché il loro incubo è il fascismo strisciante che avanza; per i paladini della crescita il rischio è che Berlusconi non passi dalla parole ai fatti, perché il loro incubo è la prosecuzione del declino, l’argentinizzazione lenta dell’Italia.

È probabile che la prima visione, quella dell’emergenza democratica, sia ancora egemone nel Pd. E tuttavia mi sembra che la seconda visione, più pragmatica e meno drammatizzante, stia guadagnando qualche posizione nel partito, specie fra gli amministratori locali. Recentemente mi è capitato di ascoltare le parole di tre sindaci del Pd, uno del Nord (Chiamparino, Torino), uno del Centro (Renzi, Firenze), uno del Sud (De Luca, Salerno). Tutti e tre si auguravano che il federalismo funzionasse davvero, e vedevano il progetto della Lega non come una minaccia ma come una sfida da raccogliere. Per loro la colpa più grande di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia.

Hanno ragione, in tanti anni non abbiamo visto realizzata nessuna di queste cose. Eppure la promessa di una «rivoluzione liberale» risale al 1994. Nel 2013, quando torneremo a votare, saranno passati vent’anni (tanti quanti ne durò il fascismo), di cui gli ultimi dodici quasi interamente sotto la stella di Berlusconi. Forse è venuto il momento che il Partito democratico si ricordi delle ragioni per cui è nato, e anziché criticare Berlusconi qualsiasi cosa faccia, cominci a pretendere che le cose le faccia davvero. Almeno quelle – sacrosante – che non stanno solo nel programma originario di Forza Italia, ma sono nel Dna di un partito autenticamente riformista

La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

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Federico Orlando, "cercare un possibile terreno d’incontro tra Pd e Lega"

tra gli aspetti non negativi della recente campagna elettorale, c’è l’impegno dei giornali a ricercare le cause del trasferimento di voti sia dal Pdl che dal Pd verso la Lega.


[…] ci sono due fatti reali di cui le analisi dovrebbero tener conto:
1) il trasferimento dalla sinistra alla Lega di una parte crescente dell’elettorato popolare, col bagaglio dei suoi valori storici (forse è per questo che D’Alema parlò della Lega come «costola della sinistra»);
2) la sempre più radicale differenza di fondo tra Lega e Pdl, l’uno partito di popolo e di “poveri”, l’altro partito di emergenti ricchi o di ricchi fuggiaschi da ogni solidarietà sociale: a cominciare dalla dilagante latitanza fiscale, che gli elettori del Pdl fanno ricadere sugli altri concittadini, compresi quelli che votano Lega.
Perciò non concordo con chi ha scritto che Lega e Pdl sono le due facce della stessa medaglia.
E se invece fossero due medaglie diverse, incollate l’una all’altra con l’obbiettivo (legittimo per tutti) di governare?
Se così fosse, chiederei al Pd di uscire un po’ dalla papagna (in italiano, pisolino dei bambini indotto col papavero, nel quale il dormiente si gira e si rigira in cerca di posizione idonea) e di avviare quella guerra di movimento che, nel caso nostro, prevederebbe di non schematizzare e non fissare per l’eternità una destra pidiellista-forzista e una sinistra pidiellina-vendolianadipietrista- verde; ma di
cercare un possibile terreno d’incontro tra Pd e Lega.

Potremmo aiutare la Lega a conseguire il suo obbiettivo primario, il federalismo fiscale, ottenendone in cambio ciò che essa non potrebbe chiedere a Berlusconi, cioè la caccia agli evasori che, sottraendo risorse all’erario, finiscono col ridurle anche al federalismo e ne ridimensionano gli aspetti quantitativi. A nostra volta, potremmo ottenere dalla Lega una rinuncia allo spirito di crociata razzista, concedendo ai leghisti una limitazione ragionata all’accoglienza, che non può essere né illimitata né incondizionata. Le ho detto un mio pensierino in soldoni, ma i nostri raffinati dirigenti forse saprebbero renderlo maturo e praticabile.

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Mario Calabresi, Le emozioni, la ragione e la realtà – LASTAMPA.it

La distanza tra la parte razionale e quella emotiva del cervello certi giorni appare immensa e insormontabile. Soprattutto se una parte dei cittadini, dei giornalisti e dei politici usa soltanto la prima e una parte consistente degli elettori invece va alle urne guidata dalla seconda.

Ieri mattina le analisi del voto e del successo della Lega, che in cinque anni ha raddoppiato i suoi consensi, parlavano di federalismo, di protesta e di voglia di rottura. Le motivazioni di chi ha scelto il partito di Umberto Bossi appaiono invece completamente diverse e si richiudevano in tre parole: serenità, normalità, sicurezza.

Questa distanza di percezione e interpretazione ci racconta che anche in Italia politici e analisti fanno riferimento solo ad una parte della nostra mente, quella più fredda, razionale e calcolatrice, cadendo così in errore e restando spiazzati di fronte ai risultati elettorali. Prima delle ultime presidenziali americane, Drew Westen, noto professore di psicologia e consulente politico, lo ha spiegato in un libro di successo. I conservatori, sostiene, sanno fin dai tempi di Nixon e poi di Reagan che la politica è soprattutto una «questione di racconto».

I progressisti, aggiunge Westen, hanno perso elezioni a ripetizione concentrandosi solo su questioni astratte e razionali, che non chiamano mai in causa cuore e pancia. Un candidato emergente di nome Barack Obama ha preso appunti e mettendo a frutto la lezione di Westen è riuscito a trasformare le tematiche più «cerebrali» in una «narrativa» capace di coinvolgere i suoi concittadini. E ha vinto.

I leader della Lega probabilmente non conoscono il professore americano, ma istintivamente ne hanno messo in pratica gli insegnamenti, mentre gli esponenti del centrosinistra, pur guardando ad Obama come a un esempio mitico, ripetono regolarmente gli errori storici dei democratici americani.

Il successo della Lega non penso sia figlio delle battaglie sul federalismo, o almeno non in modo preponderante in questa fase, ma nasce dalla voglia di dare il consenso a una formazione politica che viene vissuta come più prossima, più vicina e che parla un linguaggio di certo assai semplificato ma diretto e comprensibile. Difficile ignorare che i toni e le battaglie contro gli immigrati e l’integrazione hanno creato apprensioni e disagio in molti, così come appare irritante una semplificazione della realtà che tende ad identificare il diverso come ostile, ma leggere la vittoria di Bossi come uno scivolamento del Paese nel razzismo sarebbe ingannevole e non spiegherebbe cosa è successo.

La risposta alle politiche leghiste non può ridursi alla demonizzazione e a un nuovo allarme per la calata dei barbari, ma dovrebbe partire da un impegno reale sul territorio. La sede della Lega a Torino, il luogo dove è stata festeggiata la conquista del Piemonte, si trova a Barriera di Milano, in una delle periferie più difficili della città e gli arredi si limitano a foto di militanti sui muri e ad una serie di sedie di plastica verde. La piccola carovana leghista che dopo le due del mattino si è spostata in una deserta piazza Castello, per festeggiare la presa del potere, appariva fuori posto nel centro della città sabauda. Ma questa è sembrata essere la sua forza.

La prima volta che ho incontrato Roberto Cota gli ho chiesto di spiegarmi quali erano le prospettive politiche della Lega in Piemonte e lui mi ha risposto parlandomi per un quarto d’ora sui danni della grandine. Mi sembrava un marziano, ma i risultati della Lega nelle campagne del Cuneese come in quelle del Veneto ci dicono che anche lì c’era uno spazio vuoto che da tempo aspettava di essere riempito.

La teoria del cervello emotivo calza alla perfezione anche con Berlusconi: dopo un anno di scandali, feste dei diciott’anni, escort, processi, leggi ad personam, scontri sulla televisione, è riuscito a tenere in piedi la sua maggioranza e a portarla ad un’altra vittoria. Ha visto un calo dei suoi voti, ma la politica di alleanze che ha messo in piedi 16 anni fa – con la Lega al Nord, con gli eredi della Dc e dell’Msi al Sud – ancora regge e il suo potere di seduzione non si è esaurito. Non è certo tutto merito suo, ma anche della stanchezza di un elettorato che non vede maggioranze o progetti alternativi capaci di spingere ad un cambio di direzione.

La mancata sconfitta di Berlusconi, date le evidenze degli ultimi dieci mesi, dovrebbe allora farci pensare che quei temi che domenica scorsa Barbara Spinelli ci indicava come cruciali – le regole, la legalità, l’indipendenza dell’informazione e i diritti – siano inutili e non efficaci? Non rispondano a esigenze fondamentali? Nient’affatto, dovrebbero far parte del dna dei giornali, delle forze politiche, dovrebbero essere lo sfondo condiviso di una democrazia e sarebbe troppo pericoloso ignorarli. Ma forse dovremmo convincerci, una volta per tutte, che non possono essere i temi esclusivi di un programma elettorale e che da soli non sono capaci di dare la vittoria. La differenza la fanno la capacità di intercettare i bisogni, i desideri e le paure degli elettori e, facendosene carico, dare risposte concrete in un quadro che abbia come riferimento proprio le regole, la legalità e la separazione dei poteri.

Non si può pensare che una battaglia, per quanto corretta e incisiva, sulle firme, sui timbri o sulle procedure di presentazione delle schede sia capace di invertire il risultato di un’elezione, di rispondere ai bisogni dei cittadini.

L’avanzamento della Lega anche in Emilia e in Toscana ce lo ricorda, così come lo sottolineano gli inaspettati successi delle Liste Grillo. Mercedes Bresso – lo ha candidamente confessato l’altra notte di fronte alle telecamere – non immaginava neppure che potessero conquistare un voto. Non era la sola: i giornalisti al completo (noi compresi) le avevano sottovalutate nella stessa misura.

Ma non sarebbe stato impossibile capirlo: sarebbe bastato leggere con attenzione i giornali che produciamo ogni giorno. Non le pagine politiche ma quelle di società, ambiente e costume, dove parliamo degli italiani che si muovono in bicicletta, che chiedono più piste ciclabili, più verde e aria pulita per i loro figli, che si preoccupano per l’effetto serra, che comprano equo e solidale, che riducono i consumi di carne, fanno attenzione a non sprecare acqua e usano Internet e i social network. Nessuna delle forze politiche tradizionali si è però preoccupata di intercettarli, di dare loro rappresentanza, tranne un comico che, non per caso, è stato premiato.

Le emozioni, la ragione e la realtà – LASTAMPA.it

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