Alessio Brunialti ricorda DAVID BOWIE, con una raccolta musicale, da la Provincia di Como del 12 e 13 gennaio 2016

una personalissima top ten di brani acconci, in loving memory:

Space oddity – si comincia quasi sempre da qui, no? Un brano perfetto disintegrato in Italia dall’aberrante versione di Mogol che non si è minimamente curato di conservarne un briciolo dell’originalità

Five years – quando poi sono entrato in possesso dell’album vero, The rise and fall of Ziggy Stardust and the eccetera eccera, e l’ho ascoltato dischiudersi davanti alle mie orecchie con questo brano, mi si sono aperti un mondo e il cuore

The man who sold the world – c’è voluto il Kurt Cobain dei Nirvana Unpluggedper far scoprire a un pubblico più giovane questa perla. Al di là della musica, il solo concetto dell’uomo che ha venduto il mondo merita un inchino

Young americans – discoteca? Ma quella bella (Bowie stesso farà di peggio negli anni Ottanta). La suonavo dal vivo e mi ricordo belle versioni acustiche solo chitarra e basso. Questa, però, è leggermente migliore

The wild eyed boy from freecloud – a proposito di chitarra acustica: il Bowie – menestrello delle origini mi è sempre piaciuto tantissimo e questo è davvero un piccolo capolavoro

Life on Mars?
– e dire che è partito tutto da Sinatra, da David che scrive la sua versione inglese di Comme d’habitude, ma quella che diventa famosa come My way è la traduzione di Paul Anka e Bowie parodia Frankie con questo pezzo che, viste le premesse, non aveva le carte in regola per diventare l’immensità che è

Sons of the silent age – non per infilarci un pezzo semisconosciuto a tutti i costi, ma l’immota fissità di questa perla (che ho imparato ad apprezzare grazie a Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon – lo so che a questo punto molti si son persi, scusate, è l’emozione…) esprime bene i miei sentimenti dopo la notizia

Station to station – questo è il classico caso di brano (e disco) che cresce negli anni. Considerato un album minore per troppo tempo, è stato rivalutato a posteriori come uno dei più innovativi di Bowie e questa lunga, cangiante canzone getta un ponte che arriva fino a Blackstar, il cd di venerdì scorso

Heroes – come faccio a non metterla? Però la metto in francese, visto che è tornata a essere un inno in questi tempi buj

Quicksand – non per essere originale a tutti i costi, ma questa indecifrabile peregrinazione gli affiliati della Golden Dawn (tra gli altri la “grande bestia” Aleister Crowley, il nazista Heinrich Himmler, ma anche Winston Churchill) spruzzata di superomismo nietzeschiano è la mia canzone di Bowie preferita, forse perché ne apprezzavo la musica un’era geologica prima di (non) comprenderne il testo.

Sorgente: MARTEDÌ 12 GENNAIO – La Settimana InCom – La Provincia di Como La Provincia di Como – Notizie di Como e provincia

cui aggiunge, il giorno dopo:

The laughing gnome – cominciamo con un peccato di gioventù, quando db era un ventenne che scimmiottava, di tutto lo scimmiottabile, i Pink Floyd di Syd Barrett con una spruzzata di Tolkien che non fa mai male. Così ridicolo da essere sublime

Ragazzo solo, ragazza sola – l’altro giorno Mogol si affannava a rivelare a chiunque glielo chiedesse e pure a chi non glielo chiedeva, che la sua versione (“Mi raccomando, non traduzione, eh…”) di Space oddity a Bowie piaceva tantissimo, altrimenti non l’avrebbe cantata. Sarà: rimane una bella monnezza anche e soprattutto per la sua versione (“Mi raccomando, non traduzione, eh…”) che sostituisce alla triste storia del Maggiore Tom che si perde nello spazio la più banale delle storie d’amore.

The little drummer boy – qui a discolpa di db si può dire che nemmeno a lui piaceva l’idea di duettare con Bing Crosby su questo brano e che è stato pubblicato a tradimento contro la volontà dell’artista. Ma il pezzo esiste e pure se ascoltandolo a Natale passato pare di farsi la doccia con i calzini, non è quello il punto, poropopompòn

God only knows – qui siamo alla lesa maestà e al fatto personale. La peggior versione della miglior canzone di Brian Wilson nonché mio brano musicale preferito in assoluto.

Volare – dalla colonna sonora di Absolute beginners, l’absoluto abisso della bruttezza: non so se è peggio la scelta del brano o l’arrangiamento da pubblicità del deodorante

Christopher Hitchens (1948-2011) , il primo a definire «fascisti islamici» i terroristi di Allah

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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Oggi è ricordato per la sua verve antireligiosa, mostrata nel libro Dio non è grande (Einaudi), ma in realtà Hitch era un dotto critico letterario, formato nei lontani anni londinesi e intorno al quale la rivista «Atlantic» ha ricostruito la sua sezione culturale. Sono state però le controversie politiche, intellettuali e personali a creare il personaggio. Hitchens è diventato Hitchens perché è stato il primo a definire «fascisti islamici» i terroristi di Allah.

I suoi vecchi compagni non si aspettavano la giravolta sull’Iraq, giravolta che Hitch però non considerava tale: i terroristi «sono fascisti travestiti da musulmani», «oppressori dei derelitti del mondo, non i portavoce di chi lotta contro le ingiustizie», solo quei «poveri stupidi» che invocano la pace non se ne accorgono. 

Subito dopo la caduta delle Torri, Hitchens ha scritto che ciò cui avevamo assistito era un atto di «fascismo con un volto islamico», recuperando…

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ricordando Edmondo Berselli

ricordando Edmondo Berselli
Modenaonline
A parlarne saranno Ilvo Diamanti, politologo ed editorialista del
quotidiano “La Repubblica”, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, e
Arturo Parisi, …
<http://www.modenaonline.info/notizie/2013/04/28/post-politica-ricordando-edmondo-berselli_32830>

all’auditorium della Fondazione Marco Biagi a Modena. L’ultimo appuntamento in programma in ricordo del giornalista e intellettuale modeneseEdmondo Berselli è intitolato “Un paese in bilico fra ‘partiti ipotetici’”. L’incontro, inserito nel programma di “Quel gran genio del mio amico. Cronache della post Italia”, affronta un argomento di strettissima attualità”.
A parlarne saranno Ilvo Diamanti, politologo ed editorialista del quotidiano “La Repubblica”, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, e Arturo Parisi, politico italiano già ministro della Difesa nel secondo Governo Prodi.

Haruki Murakami, Mille buone ragioni per dichiararsi suoi fan, di Michele Neri

Nessuno, più di Murakami, suscita protezione, quasi fosse un compagno segretoPerché?

Abbiamo cercato risposte fra le parole dell’autore e le ragioni dei suoi cultori. A colpire, si dice in un sito a lui dedicato, è il fatto che leggerlo è come passeggiare in compagnia della nostra naturale capacità di essere ciò che siamo, senza particolari attrazione per il divenire.

Forse, come scrive Emma Brockes che nelle pagine precedenti lo ha intervistato, per i murakamiani l’entusiasmo è in parte basato sul desiderio di essere una persona che ama Murakami. O dipende dal fatto che tutti sappiamo che “le cose sono diverse da come appaiono”, ma solo lui ce lo ripete senza sosta. Come un uovo contro il muro “Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di lui, starò sempre dalla parte dell’uovo.Non importa quanto sia giusto il muro e sbagliato l’uovo, starò con l’uovo.Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato”, ha detto di sé Murakami in occasione del conferimento del Premio Jerusalem.

È uno scrittore che mette a suo agio il lettore soprattutto una volta finito di leggerlo. Resta un invito a perdonarsi, senza egoismi. Aiuta il fatto che lui speri sempre di restare lontano dalle conclusioni? Che la sua vita quadrata, a letto alle 9, sveglia alle 4, dieci chilometri di corsa ogni pomeriggio, musica jazz, sia dedita soltanto alla scrittura? Di certo aumenta il volume delle nostre percezioni perché è come se si mettesse a guardare quello che abbiamo davanti (o dentro) sedendosi di fianco a noi. Una coscienza allargata che crea dipendenza e identificazione.

da http://d.repubblica.it/dmemory/2011/12/03/attualita/attualita/095mil77095.html

Come sono diventato Haruki Murakami di Emma Brockes, da Ilmiolibro.it

Alcuni elementi del passato di Murakami sono misteriosi persino per lui. Non sa dire per esempio perché abbia deciso di fare lo scrittore. L’idea gli è venuta così, un bel giorno, mentre guardava una partita di baseball, e senza che prima avesse mai mostrato la minima inclinazione in tal senso. Si avviava verso i 30 anni, gestiva ancora il suo locale jazz, che aveva battezzato Peter Cat, dal nome del suo gatto. Era il 1978. Il suo periodo di ribellione si era più o meno concluso. Era cresciuto negli anni Sessanta, figlio unico di un docente universitario e della moglie casalinga, e come tutta la sua generazione si era rifiutato di imboccare la strada che gli altri si aspettavano da lui. Si sposò fresco di laurea e anziché proseguire gli studi chiese un prestito per aprire il locale jazz e dare sfogo alla sua passione per la musica.

Anche gli amici che aveva intorno si ribellarono. Alcuni si uccisero, cosa di cui Murakami scrive spesso. «Non ci sono più», dice. «Fu un periodo assai caotico, e ancora adesso mi mancano. A volte mi sembra così strano essere arrivato a 63 anni. Mi sento un po’ un sopravvissuto. Ogni volta che penso a loro, ho la sensazione fortissima di dover assolutamente vivere. Perché non voglio passare anni interi della mia vita… lo scopo dovrebbe essere semplicemente quello, vivere. Essendo sopravvissuto, ho l’obbligo di dare tutto. E così, quando scrivo un romanzo, a volte ripenso ai defunti. Agli amici».

Come sono diventato Haruki Murakami – – ilmiolibro.it.

La generazione 1946-1950: lo stesso Tempo


1946
: Bruno Tabacci, Hallstrom Lasse , David Lynch, Giacomo Marramao, Giorgio Montefoschi, Michele Placido, Nicola Piovani, Renzo Foa, Riccardo Cocciante, Vittorio Giardino

1947: Alessandro Dal Lago, Alessandro Haber, Alessandro Dalai, Carlo Buzzi, Carlo Freccero, Ermanno Cavazzoni, Francesco Giavazzi, Giulio Tremonti, Guido Crainz, Mario Draghi, Mario Luzzatto Fegiz, Paul Auster, Riccardo Chiaberge, Renato Mannheimer, Rob Reiner, Roberto Formigoni, Roberto Piumini, Salman Rushdie, Stephen King, Umberto Ranieri, Walter Siti; Walter Tobagi (assassinato dalla Brigate rosse della sinistra)

1948: Alberto Garuti, Aldo Busi, Aldo Grasso, Angelo Panebianco, Beppe Grillo, Bernard – Henry Levy, Al Gore, Brian Eno, Carlo Panella, Cesare Damiano, Enrico Deaglio, Ezio Mauro, Fabio Mussi, Gabriele De Ritis, Gerard Depardieu, Gerardo Monizza, Giancarlo Bosetti, Gino Strada, Giulio Sapelli, James Ellroy, Jean Reno, Ian McEwan, Luigi Manconi, Massimo D’Antona (1948-1999), Marco Tronchetti Provera, Maurizio Nichetti, Nick Drake, Remo Girone, Sergio Chiamparino, Sergio Cofferati, Sergio Cusani, Stefano Benni, Stephen King, Toni Capuozzo, Tullio Solenghi, Basilio Luoni; Alberto Manguel, Renzo Martinelli, Romano Madera, Tony Judt (1948 – 2010)

1949: Akeng, Almodovar, Antonello Venditti, Giorgio Legrenzi, Enrico Bordogna, Haruki Murakami, Lorenzo Arduini; Martin Amis, Massimo D’Alema, Stefano Folli, Mino Fuccillo, Nando Dalla Chiesa, Mark Knopfler, Paolo Mereghetti, Paolo Mieli, Patrick Suskind, Philippe Daverio, Piero Fassino, Richard Gere, Stefano Folli, Stefano Rulli

1950: Angelo Branduardi, Carlo Verdone, Giorgio Faletti, Gabriele Salvadores, Guglielmo Epifani, Peter Gabriel, Luca Ricolfi, Marco Tullio Giordana, Maurizio Sacconi, Nino Frassica, Philippe Delerm, William Hurt, Piergiorgio Odifreddi, Renato Zero