Gaston BACHELARD, LA POESIA DELLA MATERIA: il sogno, l’immaginazione e gli elementi materiali , traduzione di Chiara Ruffinengo, da: Causeries: la poésie e les éleménts. Dormeurs éveillés (1952, 1954), Red edizioni, 1997, Como, pag. 62. Indice del libro

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AUDIO

1 La poesia e gli elementi naturali, 13 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1F4vFefZFrpezsuqOo2dSWhnOqDthWeqa/view?usp=sharing

2 La poesia dell’acqua, 14 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1EJpkKQhhau7xO0lIJxLMDVh14vXMy8Wu/view?usp=sharing

3. La poesia del fuoco, 14 minuti

https://drive.google.com/file/d/1d92KEo961BR91mxabzlx3GPCkMCgQK9L/view?usp=sharing

4. La poesia dell’aria, 14 minuti

https://drive.google.com/file/d/1WxsEVv5eI6x7HUCmQ1mq3TBVpmIcfWpZ/view?usp=sharing

5. La poesia della terra, 11 minuti

https://drive.google.com/file/d/19HYQ7tA0HMA_aMzWBhEzgYMUMfVXlwXl/view?usp=sharing

6. La poesia della mano, 13 minuti

https://drive.google.com/file/d/1LDZ06SRAwKVPERCgyLmGwfMTiOf1WPnH/view?usp=sharing

7. Il lirismo della forgia, 12 minuti

https://drive.google.com/file/d/1OFjOAaf-RBz9hovgv_zKx8OvGr-rvQSy/view?usp=sharing

8. Dormienti a occhi aperti: la rèverie lucida, 17 minuti

https://drive.google.com/file/d/1en1OKgz9wydmCKsXlcJpAPtwf0nq9iSk/view?usp=sharing


la collana della Red edizioni dedicata a Gaston Bachelard era curata da Claudio Risè

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LUCIANA QUAIA, SDN spirito del natale: gli ANGELI, da Muoversi Insieme di Stannah, 24 dicembre 2010

Dicembre, tempo di Natale. Le buie giornate del solstizio d’inverno sono rallegrate da insolite luci che ovunque denotano un’atmosfera particolare di desiderio di vacanze, di gioco, di incontri e regali.
Sono giorni in cui, molto di più che in altri momenti dell’anno, la nostra psiche cerca di attribuire significato alla cultura e alle tradizioni, forse perché temiamo la solitudine segreta delle nostre vicende esistenziali o forse perché un ciclo che termina ci induce a propositi di rinnovamento per l’anno nuovo che si apre.
E’ in questo periodo che con più insistenza richiamano la nostra attenzione le figure alate chiamate angeli: presepi, chiese, vetrine dei negozi, addobbi natalizi, carte da regalo, agende e calendari, scatole di cioccolatini e ceramiche d’arte. Perché proprio loro? l’angelo è un simbolo estremamente potente: da migliaia di anni attraversa la storia e giunge a noi carico dei significati più diversi. Ricordiamo che la parola simbolo deriva dal greco symbàllein, “mettere assieme” ed esprime pertanto la necessità di ricomporre un oggetto scomposto per poterlo riconoscere, uno sforzo immaginativo che vada oltre l’immediatamente visibile.

vai all’intero articolo qui:

Sorgente: Angeli di Natale, “emozioni” per rinascere ancora – Muoversi Insieme

I CHING, il libro della versatilità: testi oracolari con concordanze, nella edizione Eranos, a cura di Rudolf Ritsema, Shantena Augusto Sabbadini. Progetto grafico di Paolo Giomo, coordinamento editoriale di Maurizio Rosenberg, Red edizioni, Como 1996

Tracce e sentieri

La migliore edizione AL MONDO dell’  I CHING, è stata pubblicata a Como nel 1996

I CHING, il libro della versatilità: testi oracolari con concordanze,

nella edizione Eranos, a cura di Rudolf Ritsema, Shantena Augusto Sabbadini.

Progetto grafico di Paolo Giomo, coordinamento editoriale di Maurizio Rosenberg,

Red edizioni, Como 1996

 

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I CHING, il libro della versatilità: testi oracolari con concordanze, nella edizione Eranos, a cura di Rudolf Ritsema, Shantena Augusto Sabbadini. Progetto grafico di Paolo Giomo, coordinamento editoriale di Maurizio Rosenberg, Red edizioni, Como 1996

La migliore edizione AL MONDO dell’  I CHING, è stata pubblicata a Como nel 1996

I CHING, il libro della versatilità: testi oracolari con concordanze,

nella edizione Eranos, a cura di Rudolf Ritsema, Shantena Augusto Sabbadini.

Progetto grafico di Paolo Giomo, coordinamento editoriale di Maurizio Rosenberg,

Red edizioni, Como 1996

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Carteggio Email con "A" e "F" in tema di Torno, ex farmacia, Genius Loci, "fare cose grandi da luoghi piccoli"

CARI  “A” e “F”
vi siamo molto grati per l’invito al monologo 1914 Tregua di Natale
Questa serata resterà incisa nella nostra memoria sia per la bravura del giovane attore , sia per la bellezza di luogo della ex farmacia
Mi sapete cultore del “genius loci” che occorre ritrovare in certi spazi (e allora vi rinvio a un mio saggio su questo tema)
Questo simbolo si riattiva quando ci sono persone che lo sanno custodire. E voi lo avete saputo fare
Ho molto apprezzato anche la davvero bellissima introduzione di “A”, con quel riferimento all'”arte del mescolare” ingredienti benefici
Torno è collegata a Como con così tanti battelli che (di fatto) sono come una metropolitana lacuale
Quel grande locale si presta a tantissime operazioni culturali: mostre, presentazioni di libri, discussione su temi di valore
E’ davvero corrispondente a quello che chiamo: il fare cose grandi da luoghi piccoli.
Un po’ come fa, proprio dalle rive del lago Basilio Luoni.
E’ così che dovrebbe agire la nostra generazione: trasferire (nei limiti del possibile) pezzi di passato utili per il futuro
saluti cari
grazie ancora e arrivederci


Caro Paolo
grazie,davvero grazie per aver partecipato alla “nostra” serata all’inaugurazione dello spazio / ex-farmacia e allo spettacolo che abbiamo potuto ospitare.  Ci hai regalato un commento così significativo che mi sono affrettato a comunicarlo agli amici con cui abbiamo pensato e stiamo  portando avanti l’iniziativa.
Conoscevo già il testo che hai allegato ma mi ha fatto piacere rileggerne alcune parti alla luce di quanto stiamo cercando di progettare.
Con “F” in particolare ti siamo grati per l’omaggio del tuo libro: è  un lavoro sistematico, ampio e documentato che sarà prezioso strumento di lavoro per tutti e due nei diversi campi di interesse.
Desidereremmo poterne parlare con più agio direttamente e ci farebbe piacere se poteste venire una sera a cena .    Sappiamo che in particolare Luciana in questo periodo è molto impegnata  e per questo vi proponiamo di scegliere voi stessi una data nelle prossime settimane escludendo però i giorni 14,15 e 16, il 20,21 e 22, il 26 e 27.
Ancora grazie a te e a Luciana e a presto
“A”

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in ANGELICAMENTE, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2010, p. 45-57

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

pubblicato in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2011

INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. Ritorno a casa

Presentazione, 28 novembre 2010:

Bibliografia:

BIBLIOGRAFIA

Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008

Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994

Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988

Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969

Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010

Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000

Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005

Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009

Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006

Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974

Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001

Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009

Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997

Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010

Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992

Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000

Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988

Paolo Ferrario è sociologo ed è stato docente universitario a contratto alla Università Ca’ Foscari di Venezia e alla Università di Milano Bicocca.

Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e  alla necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario.

Ha scritto solo libri di saggistica nel campo delle politiche sociali applicate ai servizi e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica.

Nel diario reticolare  Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.

 


VEDI ANCHE

28 pensieri su: PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, p. 45-57

 

“GENIUS LOCI”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo, in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

 

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010

 

 

Angelicamente: presentazione del libro alla società antroposofica di Milano

caro baldo, pure io sono arrivato salvo a como, dopo aver accompagnato p.t  (psicologa della famiglia e della vecchiaia) alla sua casa milanese.
sento di avere avuto il privilegio di conoscere un luogo “storico”, ossia questa sala degli antoposofi steineriani milanesi. inoltre l’occasione mi ha consentito di leggere ancora una volta il libro. e tu sei stato bravissimo nel riconoscere a ciascun autore il suo contributo al testo complessivo di Angelicamente. anche francesco pazienza ha rivelato un suo volto affettivo e relazionale che mi ha molto favorelmente colpito. ricorderò anche la presenza affettuosa di m.d.
è vero, come ha detto p., che  i contenuti sospesi ed anche enigmatici di alcune linee ispirative stanno lì, durevoli nel tempo e sulla carta, a trasmettere significati latenti che avranno forse modo di essere captati e resi significanti.

mi resterà nella memoria, e devo scriverlo nel mio diario biografico, l’intervento di quella persona che ha “criticato” metodo e prospettive del libro. 
come sai, (e il saggio sul genius loci lo conferma) io mi sento più attaccato alla terra che alle vertigini dei piani astrali della coscienza. e, dunque, il suo dire “attenzione a non perdere il contatto con l’uomo” risuonava forte dentro la mia coscienza.

La mia storia e biografia personale è sospinta da un destino che mi spinge verso una strada nella quale cresce la convinzione (oggi corroborata anche dalla sapienza di Emanuele Severino) che la mia “eternità” è vicinissima ed  è dentro la mia persona sulla terra, alla quale devo essere grato per la sua accoglienza e varianza, come nel mandala di foglie autunnali che ho visto durante la mattina sotto le mura di bergamo alta.

tuttavia il MODO in cui quella persona ha fatto la sua critica e ancora più il QUADRO in cui lo inseriva (usare il metodo “scientifico” di rudolf steiner) mi ha ulteriormente convinto della mia distanza (siderale) da ogni pensiero DOGMATICO.

Gli schemi dogmatici (tutte “fedi” controvertibili perchè basate su costrutti mentali) paralizzano, nella mia interpretazione,  ogni possibile ed infinito processo di personalissima INDIVIDUAZIONE.
Un caro saluto a te e a marialuisa e arrivederci ad altra occasione o personale o scritta di incontro intersoggettivo
paolo

Genius Loci incontra la Filosofia Simbolica, Interverranno: Professore Giulio Maria Chiodi e Antimo Cesaro, Associazione Culturale Erodoto

Genius Loci incontra la Filosofia Simbolica

Interverranno:

  • Giulio Maria Chiodi (Prof. Ordinario di filosofia e simbolica politica)
  • Antimo Cesaro(Presidente Istituto Politeia Napoli)

da: Genius Loci incontra la Filosofia Simbolica, Interverranno: Professore Giulio Maria Chiodi e Antimo Cesaro, Associazione Culturale Erodoto.

Invece di un corpo senza luce e di una luce senza corpo ecco che viene il nuovo: i due amanti uniti… | in Sfaccettature, Luci e Riflessi di Prisma

Dice Patricia Montaud, moglie di Bernard:”I dialoghi coscienti con l’angelo sono molto di più che delle semplici parole. Sono un ventaglio di domande e risposte tra i due amanti di materia e luce, un ventaglio di sincerità, un legame sacro. Esse sono un canto di Verità….Vivere con il proprio angelo é semplicemente vivere coscienti…”.L’angelo ti indica la tua condizione di separato, l’angelo vuole la tua unità, vuole che tu sia terra e cielo contemporaneamente.

l’intero post è qui:
Invece di un corpo senza luce e di una luce senza corpo ecco che viene il nuovo: i due amanti uniti… | Sfaccettature, Luci e Riflessi

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Duccio Demetrio, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina

Sono persona fortunata, anche perchè ho fatto e faccio incontri che accompagnano ed illuminano il percorso.
Ricevo per posta in dono da Duccio Demetrio, conosciuto nella seconda metà degli anni ’70, il suo libro Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea.
Sul frontespizio ha scritto questa dedica:

A Paolo che studia gli angeli in volo,
affinchè non scordi i nostri passi terreni

Duccio

Caro Duccio,
mi piacerebbe, almeno una volta, percorrere con te questi

ed anche questi


entrambi assolutamente terreni

Omelia di Benedetto XVI per la Messa della Notte di Natale

Cari fratelli e sorelle, “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5). Ciò che Isaia, guardando da lontano verso il futuro, dice a Israele come consolazione nelle sue angustie ed oscurità, l’Angelo, dal quale emana una nube di luce, lo annuncia ai pastori come presente: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11).
Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi.
Che cosa ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio? Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti.
Che significa questo? La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti. Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio. Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata. E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui. E tuttavia in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti.
Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri! Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “’Andiamo fino a Betlemme’ … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane. Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto. Essi non dovevano che “attraversare” (cfr Lc 2, 15) come si attraversa un breve spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E avevano bisogno di guida e di indicazione. Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui. Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù, “attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro. Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui. La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto vi amo. Venite e vedete che io sono qui. Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là! Oltrepassi
amo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi: nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui Cristo mi attende. Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo, quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine, come dice Paolo (cfr 2 Cor 4, 4; Col 1, 15). Nella figura di Gesù Cristo, in tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2, 12; cfr 16). Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente, inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio. Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore. Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità, significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano in pietre e in legno” (in Lc 22, 9). Cristo, però, vuole darci un cuore di carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)” (in Lc 22, 3). Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen.

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Non bisogna logorare gli angeli. : Ai confini dello sguardo

Io me li immagino sempre al tramonto, nel crepuscolo delle periferie o in aperta campagna, in quel lungo e quieto istante in cui le cose restano sole alle spalle del tramonto, e i diversi colori sembrano ricordi o presentimenti di altri colori. Non bisogna logorarli troppo gli angeli; sono le ultime divinità che ospitiamo e magari volano via. JORGE LUIS BORGES

Le parole del poeta argentino che precedono l’immagine conclusiva alludono alla funzione crepuscolare degli angeli, giacché è proprio quando le cose cedono il passo alla quiete della sera che rivelano la loro capacità di stare, e assieme ai colori essi sembrano custodire il ricordo di altre cose e di altri colori. Più che svelare per noi il significato nascosto delle cose, infatti, gli angeli si limitano a indicare un transito, a volte un’intransitabile utopia: sono messaggeri di luce che annunciano eventi del mundus imaginalis, cioè della dimensione invisibile in cui le cose attendono di venire a noi.

in: CAMMINARSI DENTRO (114): Non bisogna logorare gli angeli. : Ai confini dello sguardo

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Pensieri del cuore da luoghi instabili

Caro Paolo,
quando non mi lascio travolgere dall’ira per le angustie dei tempi che viviamo, assegno al cuore il compito di parlare. Sempre.
Il pensiero del cuore di James Hilmann e Baldo Lami è stato una scoperta teorica, ma posso dire che da tempo io lo pratico.
Debbo molto all’elegia e allo stile di Virginia Woolf. Anche gli scrittori riescono bene a mimare la scrittura ‘femminile’. Alludo all’Anima. Al fondo enigmatico e buio che Galimberti evoca con Platone per significare l’amore. E non è amore solo quello che riserviamo alla nostra donna. Piuttosto, c’è da dire che forse l’amore più vario e multiforme e imprevedibile e innocente e casto è quello che proviamo per le creature, per i siti, i luoghi dell’anima… i ricordi più cari.
D’altra parte, non accade anche a te di scoprire, dopo avere scritto, che la pagina che sta davanti a te quasi non ti appartiene, come se contenesse sensi che ti sfuggono, che ti superano?
Io credo ormai che scrivere sia non solo doveroso ma utile sempre, per far parlare la parte buia di noi. Ombra e Anima debbono avere voce, debbono poter esprimere quello che si agita in noi.
Io passo intere settimane a ruminare cose oscure o ad inseguire fili da annodare a qualche cosa – una frase sentita, una parola ben detta – per svegliarmi all’improvviso alla consapevolezza: viene fuori una frase mia, un periodo, un intero testo che scrivo di getto ‘in bella copia’. Appunto, “viene fuori”.
Ci sarebbe tanto da dire a proposito della scrittura, ma oggi è sabato.
Da noi c’è una paura diffusa per il terremoto, che è stato annunciato catastrofico da giovedì, per via di scosse ripetute che si succedono di giorno e di notte con frequenza inedita. Sora è su una faglia pericolosa. Siamo zona sismica di primo grado. Si prevedono da sempre terremoti distruttivi. Aspettiamo da cento anni il prossimo cataclisma. Io ho dormito vestito sul letto giovedì, ma già venerdì ho deciso che ho troppo da fare per pensare al terremoto: debbo coltivare la mia anima, giorno dopo giorno; non posso permettere all’immane di sconquassare i miei equilibri. Non temo la morte, dunque la sera indosso il mio caldo pigiama e trascorro dalle letture disordinate di sempre al MacBook appena acquistato, per non smettere di fare la mia parte. Nella casa, un nipotino di tre anni ha diritto alla vita serena e alla protezione degli adulti, che non debbono mai lasciarsi abbattere dai capricci della fortuna né dalla clava della forza, come diceva Foscolo.
Il testo a cui siamo stati sollecitati da Baldo prende forma per frammenti.
Ieri ho scritto: “Essere angelo a qualcuno è un atto d’amore”, intendendo per amore quello che il filosofo Curi dimostra ne “La cognizione dell’amore”: amore non è cieco; anzi, insegna a vedere. Non siamo forse noi nei Servizi quotidianamente impegnati ad ogni piè sospinto ad indicare mete, vie, parole, perché la vita di chi è stato più sfortunato di noi prenda finalmente forma o non precipiti nell’insignificanza, quando non ci siano luce e calore a sostenere i giorni?
Oggi ho scritto: “il segreto del perdono… è il perdono ‘segreto’, cioè silenzioso”. Io credo che non si debba mai chiedere perdono o, almeno, che l’implorazione sincera debba essere accompagnata da lunghe file di continuità, per restituire all’altro la possibilità di coltivare la fiducia distrutta. Resto sempre convinto del fatto che dobbiamo renderci degni di essere amati, anche se a volte l’amore lungamente atteso non assume le forme che vorremmo o non viene affatto.
Ti abbraccio, dal luogo instabile da cui ti scrivo.
Gabriele

Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci? Risponde James Hillman


Mi chiedevo e chiedevo

Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci?

Risponde Hillman:

  • La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e tutelare la nostra sanità mentale
  • Il mondo greco, con la sua lingua ed i suoi racconti, ci aiuta a elaborare una psiche differenziata. La nostra cultura ha bisogno di una psiche differenziata
  • Una delle grandi virtù del pensiero gre­co è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa. Per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni
  • Il pensiero greco è ‘pagano’ (in latino “rustico”, “contadino”), come lo chia­mavano i cristiani. E’ legato alle pietre e alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia e gli dei che vi abitano.

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La Grecia psichica di cui lei parla nel Saggio su Pan, quando scrive: «La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e c’è una Bibbia nella camera da letto di ogni giovane nomade, dove molto meglio figurerebbe l’Odissea» (Saggio su Pan, pp. 13-15)

Non voglio idealizzare i Greci, tutti sappiamo che non erano gran che corretti con le don­ne, che avevano schiavi, facevano guerre, che i vecchi avevano amanti ragazzini: sappiamo tutto questo. Ma facevano anche qualcos’altro oltre a questo, che era pensare in modo di­verso da come pensiamo noi oggi. E possia­mo tornare a quel modo di pensare tutte le volte che abbandoniamo le nostre recenti idee occidentali, idee folli, che ci fanno di­ventare folli. Come: «Questo è solo il mon­do secolare» e quindi «non ha importanza» e «le vere bellezze sono in un altro Mondo».

Lei essenzialmente chiama folli le idee di trascendenza, come quelle cristiane.

Oppure quelle di Cartesio, quando dice «la materia è inerte, è morta, e c’è un’anima soltanto nell’essere umano, ragione per cui le case, gli alberi, gli animali sono tutti morti». Siamo solo materiale genetico ori­ginato da un’esplosione e diretto verso un buco nero. Ebbene, questa cosmologia è folle, eppure domina il modo di pensare dell’Occidente. Perciò il ritorno alla Gre­cia è solo questione di tornare alla sanità mentale, non è niente di strano.

E il politeismo greco, come lei ha scritto, «è la più riccamente elaborata di tutte le culture». Però non pensa che ciò valga ancora di più per lo scintoismo, una religione che, come ha detto Lévi-Strauss, «non traccia linee di demarcazione tra il vegetale e l’animale, né tra l’uomo e l’animale, e per la quale la forma floreale è forse il limite della perfezione» ?

E un’idea deliziosa, ma io non so
no giappo­nese! Devo restare nell’ambito della tradizio­ne che mi è propria, del linguaggio occiden­tale che mi è proprio, all’interno della mia propria cultura occidentale. Il mondo greco, con la sua lingua e le sue narrazioni mitiche, era enormemente differenziato. Non impli­ca la perdita di distinzioni tra uomo e ani­male o tra animale e pietra. Non si tratta di panteismo. E molto distinto, articolato, visi­vamente e linguisticamente dettagliato, il che porta verso una psiche differenziata. I Greci avevano una psiche differenziata ed è di que­sta che abbiamo bisogno nella nostra cultura.

Che cosa s’intende per psiche differenziata, posto che ogni grande sistema occidentale, da Aristotele a Hegel, ha una sua psicologia ?

Che non dobbiamo perdere di vista le di­stinzioni tra uomo e animale, o tra animali e fiori, tra minerali e batteri e così via. Dob­biamo invece individuare chiaramente le di­stinzioni. In altre parole, dobbiamo tra­sporre nel mondo mitologico, ovvero in quello psicologico, la nostra ottica scienti­sta. Una delle grandi virtù del pensiero gre­co, così come del nostro pensiero scientifico occidentale, è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa. Non si tratta di far saltare i confini del­l’io in un’unità mistica e emozionale.

Come invece nelle esperienze dello sciamanesimo tribale, il cui riflesso è comunque arrivato anche ai Greci. Ma lei considera queste esperienze totali proprie solo dell’Oriente asiatico. Il misticismo orientale non la attrae affatto ?

Per me, la cosa più bella dello scintoismo è quel delizioso animismo che dà anima a ogni cosa, è splendido! C’è qualcosa come di infantile in questo, in Giappone, che mi piace molto. Ma per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni. E come il sapore dell’acqua: diverso in ogni villaggio. E un principio molto im­portante, specialmente nel Mediterraneo. In ciascun villaggio della Spagna il prosciut­to è diverso e si può distinguere il prosciutto di un villaggio da quello di un altro. Lo sa? Il sapore delle olive di un paese della Sicilia è diverso da quello delle olive di qualsiasi al­tro. E questo culto della diversità è parte della nostra eredità occidentale, ed è anche una componente della nostra natura anima­le. Gli animali sanno distinguere una cosa da un’altra e da un’altra ancora: se sono or­si, ad esempio, sanno dove andare a cercare i frutti di bosco più dolci, sanno quali pesci sono migliori di altri. Ora, questa attitudi­ne del singolo si è persa nelle grandi teolo­gie religiose unificate, come il buddismo, il cristianesimo e l’induismo. Gli ‘ismi’ ci fanno perdere le bellezze della particolarità. Dichiarano perfino che le distinzioni sono una trappola mentale, un inganno.

Dunque noi occidentali non possiamo che pensare in termini occidentali. Ma, come dicevamo, quello che stiamo assorben­do e omologando quale pensiero asiatico, per esempio ciò che chiamiamo buddismo, forse non è altro che una rielaborazio­ne più o meno consapevole dell’antico pensiero greco.

Direi proprio di sì. Credo che la difficoltà qui stia nel fatto che in qualità di psicologo ho il compito di divenire consapevole di ciò che noi apportiamo al buddismo (e non di ciò che il buddismo porta a noi), o di ciò che noi apportiamo all’Islam, delle strutture già presenti nella nostra mente. Perciò, quando assumo il buddismo in me, lo sto modificando con il mio inconscio e lo sto usando per il mio inconscio. Un inconscio occidentale si impadronisce del buddismo e lo trasforma in chiave cristiana o ebraica. Non siamo bhutanesi, non siamo tibetani, abbiamo una struttura mentale completa­mente diversa. Qui nella mia psiche c’è Cartesio, e ci sono Platone e san Tommaso — tutti vivi, e tutti stanno collaborando a ciò che avviene. E c’è anche Einstein, qui. Perciò, non posso semplicemente leggere un testo buddista e meditare, starmene se­duto a fare il mio esercizio zen, perché i Padroni della Mente Occidentale vivono in me e stanno facendo un’ininterrotta conver­sazione * E non dimentichiamo sant’Agosti­no o Newton! Non siamo liberi dalle nostre tradizioni.

Insomma le dà fastidio questa moda occidentale sincretistica di un buddismo riveduto e corretto ?

Ribadisco, non è il buddismo che mi fa ar­rabbiare, ma il modo in cui la nostra psiche usa il buddismo, per sfuggire al dovere di apprendere la nostra tradizione e il potere della nostra tradizione, al dovere di rendersi conto che Cartesio è responsabile di buona parte del caos della nostra società occidenta­le, e non solo Cartesio, ma già san Paolo e la filosofia medievale e il cristianesimo, quan­do ha dichiarato «il mondo appartiene a Cesare». Certo che poi abbiamo i disastri ecologici! perché non importa cosa succede in questo mondo! Possiamo avere perdite di petrolio in mare, possiamo bruciare le fore­ste, perché tanto è solo materia. Res extensa. Spazzatura. Pattume.

Un’altra difficoltà nella nostra discussione è data dal fatto che stiamo sovrapponendo spirito e anima, stiamo trascurando la di­stinzione tra anima da un lato e spirito dall’al­tro. II mondo greco era un Mondo del­l’Anima, nel senso che la sua attenzione per l’anima, nel modo che ho io di intenderla, serviva, come abbiamo detto, a fornire una differenziazione di tutte le ricchezze e gli orrori della vita reale — che è, appunto, il fare anima in questo mondo. Lo spirito in­vece, che è ordine, numero, conoscenza, stabilità e logica autodifensiva, parla il lin­guaggio della ‘verità’, della ‘fede’, della ‘legge’ e simili. Quando parliamo del bud­dismo o della cristianità, o del cristianesi­mo (usiamo pure questo -esimo, che corri­sponde agli altri -ismi: cristianesimo come buddismo, ebraismo, scintoismo), stiamo par­lando in termini molto generali dello spi­rito e i concetti sono largamente intercam­biabili — uno spirito o un altro spirito, una religione o un’altra religione — e conti­nuiamo a discutere di religioni. Il pensiero greco è diverso; è ‘pagano’, come lo chia­mavano i cristi
ani. E’ legato alle pietre e

alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia — e gli dèi vi abitano.

In che modo vi abitano, visto che manca, come lei dice, una teologia spirituale ?

Quando il gufo grida, è Atena che parla at­traverso il gufo. E questa sensazione, che ovunque tu sia c’è qualcosa che può parlar­ti, è anche egizia. Alla visione greca sono affini quella egizia e anche quella tribale africana, molto più di quanto possano es­serlo la visione buddista o cristiana. Gli Africani, gli Egizi e i Greci sono affini nel percepire il mondo pratico quotidiano, i frutti e i fiori e le pietre e le rocce e le que­stioni della vita — affini nel fare anima.

In James Hillman, L’anima del mondo, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, 1999, p. 57-66

Sogno: Sono in cerca di un francobollo per spedire un grosso pacco

La notte scorsa ho fatto un sogno che ricordo solo vagamente attraverso alcune immagini.

Sono in cerca di un francobollo per spedire un grosso pacco. Mi aiuta una persona che vive di espedienti. Mi consegna il necessario francobollo e, inoltre, mi regala altri pacchi che (dice lui) conterrebbero biscotti. Sono tentato di pagarlo per i piaceri che mi sta facendo, ma esito. Il treno sta partendo.

Il sogno mi ha svegliato in modo brusco: impossibile riprendere sonno.

E’ ancora buio, ma si fa avanti il chiarore del mattino.

Apro il libro:

James Hillman, L’anima del mondo, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, 1999.

E quasi subito si impone alla mia attenzione l’immagine del Daimon.

Hillman usa con sapienza ed empatia comunicativa le immagini per analizzare lo psichismo umano.

Cosa è quella “sensazione di avere in noi qualcosa che ci rende unici, differenti e peculiari” (pag 12) ?

Socrate lo chiama demone (daimon è il termine greco).

Questa figura è la personificazione del destino.

Altri modi di definirlo sono: spirito guida, voce interiore o, in un contesto religioso, angelo custode.

Stando all’interno di questa linea riflessiva, dunque, il demone e l’angelo sono due aspetti della stessa forza: quella spinta, che ci accompagna in tutto il corso della vita, a diventare quello per cui siamo venuti al mondo.

In altri scritti Hillman ha chiamato questa forza la ghianda che ha già in sé tutte le istruzioni per assumere la sua forma vegetale. per la quale sarà riconosciuta per quello che è.

Perché l’uomo ha bisogno di credere negli angeli di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA 17.7.09

Perché l’uomo ha bisogno di credere negli angeli

di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA 17.7.09

Il celebre teologo tedesco Rudolf Bultmann scriveva qualche decennio fa che “non ci si può servire della luce elettrica e della radio, o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinici, e nello stesso tempo credere nel mondo degli spiriti proposto dal Nuovo Testamento”. Era il 1941. Consultando la più grande libreria al mondo che è amazon.com, si scopre al contrario che oggi, quando facciamo uso di ben altro oltre alla radio e all´elettricità, i titoli che riguardano un tipo particolare di spiriti quali gli angeli ammontano a una quantità impressionante (431.556), quasi il doppio rispetto a quelli sull´elettricità (267.520). Certo, tra i libri in vendita se ne trovano molti che hanno tutta l´aria di un inno all´irrazionalità (Nelle braccia degli angeli, Come udire il tuo angelo, Guarire con gli angeli, Camminare con gli angeli, I messaggi del tuo angelo), ma il fenomeno angelico non è riducibile a ciò.

Basti considerare che non esiste civiltà e tradizione religiosa che non ne parli, che i più grandi filosofi dell´antichità ne danno testimonianza (il caso più noto è Socrate con il suo daimonion a mo´ di voce interiore). anche la filosofia contemporanea non cessa di produrre pensiero al riguardo, come Massimo Cacciari con L´angelo necessario (Adelphi 1986) e come di recente la filosofa francese Catherine Chalier, allieva di Lévinas e docente all´Università di Paris-X-Nanterre con Angeli e uomini (traduzione italiana di Vanna Lucattini Vogelmann, a cura di Orietta Ombrosi, Giuntina 2009). Catherine Chalier mette in evidenza il fatto che la Bibbia, elencando le cose create da Dio, non nomina gli angeli (pure mostrandoli in azione in altri passi). Come mai? È un interrogativo che ha prodotto le più svariate risposte. A mio avviso è perché la Bibbia non intende dare un insegnamento diretto sull´esistenza degli angeli, ma intende limitarsi a educare a una lettura del reale che sappia andare al di là della sola dimensione visibile. Per la dottrina cattolica l´esistenza degli angeli è un dogma di fede, sancito dai concili Lateranense IV e Vaticano I e ribadito dal Catechismo all´articolo 328. Secondo l´angelologia di Dionigi Areopagita e di Tommaso d´Aquino (quest´ultimo designato doctor angelicus dalla tradizione) esistono nove cori angelici, in ordine gerarchico decrescente: Serafini, Cherubini, Troni, Dominazioni, Virtù, Potestà, Principati, Arcangeli, Angeli. Stando alla Bibbia però si può anche non credere all´esistenza degli angeli in quanto puri spiriti dotati di personalità autonoma. L´elemento decisivo per essa è un altro: è la non riducibilità del reale alla dimensione visibile, è l´angelicità dell´essere, cioè la possibilità di alcune esperienze o cose o persone di essere messaggere di un mondo più ampio rispetto a quello visibile. Non un altro mondo, ma questo stesso mondo, colto però in maniera più profonda. Pavel Florenskij parlava della “profondità del mondo, raggiungibile solo con una retta disposizione dell´anima”, e allo stesso modo Catherine Chalier rimanda a “un surplus inesauribile di bellezza e di senso che fa appello all´intelligenza e ne rinnova il desiderio”. Nella figura dell´angelo è in gioco l´ontologia del reale, la proprietà delle cose di rimandare alla profondità dell´invisibile. “L´essenziale è invisibile agli occhi”, insegnava la volpe al piccolo principe, aggiungendo “non si vede bene che col cuore”. È secondario che Saint-Exupery fa parlare una volpe, mentre la Bibbia e il Corano mettono in scena gli angeli (del resto già secondo Mosè Maimonide gli animali e persino gli elementi naturali possono avere una dimensione angelica, si veda Guida dei perplessi II, 6). Decisivo è dove si pone il vero centro dell´essere, l´essenziale: se nella materia o in una dimensione che la trascende e che si usa chiamare “spirito”. Il discorso sugli angeli prende senso, uscendo dal Kitsch che spesso ne pervade i discorsi, solo nella misura in cui si sa parlare dello spirito e del fenomeno concreto per esprimere il quale tale concetto è sorto. Il fenomeno alla base del concetto di spirito è la libertà, la libertà di cui l´uomo gode rispetto alla materia. L´uomo è materia, ma affermarne la libertà significa ritenere che l´uomo non è riducibile alla materia, che può agire e non solo re-agire a degli istinti. L´angelo è un simbolo che esprime la libertà dell´uomo rispetto alla materia, ovvero lo spirito. Libertà e spirito infatti rimandano al medesimo fenomeno: lo spirito lo nomina nella dimensione ontologica, la libertà nella dimensione operativa. E come la libertà si può determinare per il bene o per il male, allo stesso modo lo spirito: e così, oltre agli angeli buoni, la tradizione conosce anche gli angeli cattivi e ribelli, i demoni, il cui capo è “il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato Diavolo e il Satana che seduce tutta la terra abitata” (Apocalisse 12,9). Lo spirito-libertà è invisibile, ma l´invisibilità non impedisce che talora esso venga avvertito dalla parte più alta della mente (l´apex mentis), dove la conoscenza legata ai sensi si lega con la conoscenza che procede dalla pura ragione in un composto non dimostrabile more geometrico ma ugualmente denso di significato, anzi talora così denso di significato da riempire per intero la personalità, in una specie di sublime emozione dell´intelligenza. Spinoza nell´Etica parla al riguardo di “terzo occhio”. Esiste una conoscenza sensibile (primo occhio) ed esiste una conoscenza della pura ragione (secondo occhio), ma è possibile una conoscenza più alta, che procede da un occhio che materialmente l´uomo non ha, ma che spiritualmente può esercitare. La conoscenza intuitiva che Tommaso d´Aquino attribuisce agli angeli è il terzo occhio di cui parla Spinoza. A volte capita di giungere a conoscere (una persona, un´opera d´arte, una teoria scientifica) come d´incanto, senza mediazione, senza sforzo intellettuale, con una facoltà superiore all´intelletto, che se non può agire senza la sensibilità e l´intelletto, non per questo è riducibile a loro. È il terzo occhio, è la conoscenza penetrante, acutissima, che piove dall´alto, e che i grandi conoscitori del fenomeno umano hanno saputo descrivere. Perorare lo spazio riservato all´invisibile nella nostra società è uno dei compiti che intende perseguire il bel libro di Catherine Chalier. Il pericolo che stiamo correndo infatti non è piccolo: in una società che non dà credito all´invisibile non si possono dare le condizioni mentali per parlare fondatamente di quei valori essenziali che la tradizione metafisica denomina “trascendentali”, ossia tali da trascendere la sfera immanente dell´essere ma di cui l´immanenza ha una necessità insopprimibile. Senza fiducia nell´invisibile (sia esso il daimonion di Socrate, il vento leggero del profeta Elia, lo spirito di Hegel) si finisce inesorabilmente per parlare solo di legalità e non più di giustizia, solo di fascino e non più di bellezza, solo di utilità e non più di bene, solo di esattezza e non più di verità. L´angelo è il nome che la mente ha assegnato a ciò che ha il potere di rivelare una dimensione segreta dell´essere, non disponibile, non commerciabile, che si coglie solo ritraendosi in se stessi perché esiste primariamente lì, nella più intima interiorità, e che però dà forza, coraggio e serenità per agire con spirito nuovo sulla realtà del mondo. Il 27 giugno questo giornale riportava le parole di un iraniano che aveva ascoltato Joan Baez cantare We shall overcome nella sua lingua: “Non ho potuto evitare di piangere quando ha cantato nella mia lingua. Ho sempre amato Joan Baez, e dopo averla vista così, penso che sia un angelo”. Non è retorica. Il termine angelo dice la capacità delle cose e delle persone di essere messaggi di qualcosa di più bello e di più giusto. È l´angelicità del reale. Questa dimensione esiste, e se gli uomini da sempre hanno parlato e continuano a parlare di angeli è perché fanno esperienza della profondità dell´essere. Fino a quando questo avverrà, c´è la speranza che il mondo non si riduca a un grande centro commerciale.

da: Perché l’uomo ha bisogno di credere negli angeli : Liberstef.

Tappe di avvicinamento alla "teoria del vivente" di Silvia Montefoschi

Racconto i miei passaggi, a tutt’oggi, dentro la “teoria del vivente” di Silvia Montefoschi.

Primo passaggio è stato l’avere compreso ed introiettato il suo principio di intersoggettività.

La vera operazione di allargamento della sfera della mia coscienza avveniva attraverso l’argomentazione sul “fenomeno intersoggettivo (che lei narrava non in astratto, bensì, facendola emergere dalla sua esperienza di psicoanalista) che ho raccontato in questo audio-video:

http://amalteo.splinder.com/post/18849746/Paolo+Conte+in+Bella+di+giorno

Il secondo passaggio è contenuto nella frase


“Cosa vuole dire che è ciò che è?”



(fra l’altro curiosamente ripetuta in libri di Peter Handke e film di Wim Wenders)



A me arriva da un ricordo/sogno//reverie. neppure io so cosa sia: risale alle origini mia infanzia più lontana. Forse tre anni, dunque 1951.


Sono nella stanza da letto dei miei genitori (era una casa che dava sul lago, per l’esattezza Torno. Oggi faccio vivere la mia psiche lì vicino: tre paesi dopo)

Guardo fuori dalla finestra, vedo un ‘isola (che in realtà non c’è). Su quell’isola c’è Garibaldi (è evidente la fusione di immagini succcessive)

E’ tutto.

Eppure in questa immagine è racchiuso un primo nucleo della mia salvezza intersoggettiva.

Sono certo che , assieme al mio cane pastore tedesco Pantò, mi sono “salvato” dall’abisso mortale perchè in me agiva una forza altra, istintuale e razionale al tempo, che mi poneva alla ricerca di un oggetto comune esterno alla relazione diadica primaria.

Il terzo passaggio è di questi giorni.

B. mi ha risolto una questione che vedevo appena. Ero piuttosto preoccupato dal tono settario dei seguaci di Silvia Montefoschi, che ne hanno fatto una specie di idolatria linguistica e gregaria.

Mi chiedevo: ma come può un pensiero così nitido, così prospettico, così capace di mettere assieme l’Uno, l’Altro e l’Infinito generare dei cloni così imitativi e ripetitivi?

E poi mi chiedevo perchè Silvia è così severa nel suo libro Il Pensiero Uno (eccezionale, una possente camminata nel pensiero del novecento) a mettere la croce NO, come una maestrina da liceo, a pensatori così basici. In questo libro riassume un pensiero e poi dice che NON E’ qualcosa, NON E’ il pensiero Uno.

Come mai sono così attratto da questo testo, pur vedendo un limite valutativo nello stesso fluire maestoso di pensiero di silvia montefoschi?

Tale questione me l’ha chiarita in modo per me soddisfacente B. quando scrive (cito a memoria) che Silvia Montefoschi è diventata pensiero allo stato puro (aggiungerei con le mie parole che è diventata come un diamante) e che i suoi allievi che la inseguono sul SUO terreno, senza collocare la loro personale posizione in nuovi quadri, ne danneggiano la stessa prospettiva. Mentre la questione è METTERE IN CONNESSIONE prospettive differenti, per lui Hillman e Montefoschi, pur nella polarità delle due posizioni.

Fine di questa mie quasi seduta di autoanalisi

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Pensieri associati

Dice G.:

Non so che dire dell’esperienza diretta di chi ha conosciuto Silvia Montefoschi. Dei tanti grandi che pure sono stati nostri Maestri – come piace dire a me – non resta spesso la lezione accademica né conta ogni piega della vita.

Ad esempio, non mi faccio turbare dal fatto che Martin Heidegger aderì al Nazismo. Giudico la sua opera. E non tutta la Visualizza altrosua opera.

Allo stesso modo, credo che Montefoschi debba essere giudicata per quello che lascia in eredità. Al di là di quanto possa esserci di caduco nella vita e perfino nell’opera.

Non sono credente, eppure leggo il Vangelo. Di tutte le filosofie che ho ‘attraversato’ quello che ho preso per me e che guida la mia vita è spesso solo una parte di esse e sempre non la più importante. Ad esempio, ho proposto di Massimo Cacciari “Filosofia e tragedia” per l’Antologia del tempo che resta, per il fatto che in quella conferenza è condensata tanta parte del mio modo di sentire.


Ho compreso fin qui che c’è in quest’ultima opera un’affinità sotterranea con il mio percorso di vita, per quanto riguarda il ‘superamento’ di ogni dualismo nella vita del pensiero.

Ma per me è solo un inizio. Anche se non è poco. Mi viene in mente l’errore di Cartesio (in Damasio e poi in Galimberti)

dice B.:

menti diverse vibrano all’UNI-SONO… mi piace, un grazie di cuore a g. per questa iniziativa e per la descrizione di una modalità di procedere che sento per certi versi simile a quella mia, a paolo per il fuoco della mente che sento divampare in lui quando parla delle cose in cui crede e che riconosco molto simile a quello di silvia oltre che per le tracce biografiche di cui spesso ci fa dono, a f. che si è subito immesso con grande agilità nel flusso di questo discorso, ecco a lui non consiglierei di partire dagli studi clinici, ma dalla teoria del vivente perchè è qui che la montefoschi è maestra, per cui partire da questo libro che è l’ultimo per me può andar bene, oppure da “sistema uomo” seguito da “essere nell’essere” (che è il percorso che ho fatto io, che vale come quello di paolo, ognuno trovi il suo, io all’intersoggettività ci sono arrivato indirettamente attraverso questi libri).

Riguardo l’imbarazzo o lo scandalo degli ex montefoschiani e del mondo accademico, dico solo che un grande è sempre fuori dagli schemi di pensiero comuni e del tempo storico di appartenenza, altrimenti non sarebbe tale, del resto genio e follia sono strettamente associati, non può esistere un genio “nella norma”, per cui a livello del genio, soprattutto se mistico, non dev’essere considerato patologico se giovanni evangelista è l’amante celeste di silvia . Per loro è una dimensione dell’essere altrettando reale di quella che per noi cade sotto i 5 sensi, è questo lo sfondamento del logos e del soggettività che deve essere operato se vogliamo sentirci nel cuore del vivente, altrimenti ne siamo sempre parti staccate, separate, noi alla deriva, non lei. Che poi, vista da un altro punto, è la radicalità che deriva dall’abbracciare interamente il proprio Daimon… comunque paolo ha perfettamente capito la “problematica” di chi si accosta a un pensiero così vertiginoso, e gliene sono grato, bisogna anche avere un minimo di difesa, ma non troppa!…

Hadot P., Ricordati di vivere, Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali, Raffaello Cortina

Hadot P.
Ricordati di vivere
Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali

Il libro

Come i Greci, Goethe era convinto della necessità di vivere nel presente, di cogliere la felicità nell’istante anziché perdersi nella nostalgia romantica del passato o nel vagheggiamento del futuro.
Gran lettore di Goethe, Hadot analizza qui come il maestro tedesco si inserisca nella tradizione della filosofia greca. Una magnifica meditazione sull’epicureismo e sullo stoicismo antichi attraverso la poesia di Goethe che faceva dire a Faust: “Solo il presente è la nostra felicità”.

L’autore

Pierre Hadot, filosofo e storico della filosofia, è professore onorario al Collège de France. Tra i suoi testi pubblicati in italiano Wittgenstein e i limiti del linguaggio (Bollati Boringhieri 2007) e La filosofia come modo di vivere (Einaudi 2008).

Le voci degli angeli (A Rumours of Angel, 2000) di Peter O'Fallon, con Vanessa Redgrave

In una località sul mare della Inghilterra del Nord un ragazzo, cui è morta in un incidente la madre, incontra una donna anziana, anch’essa carica di ferite.
Ci sono un po’ di lutti da rielaborare con le parole da dire.
Ma l’ultimo sarà più facile.
Una frase: “per ogni persona o bambino feriti ci sono dei consolatori”

Angelo-Daimon




A proposito del rapporto angelo-daimon su cui Baldo Lami invita a riflettere, debbo dire che mi si è presentato tempo fa, precisamente nel 1998, durante la stesura de Il brusio degli angeli. Saggio etico-politico sui fondamenti del lavoro di volontariato [scarica in formato doc]. In quella che chiamavo Seconda di copertina scrivevo:

Il titolo del saggio è ripreso dall’opera di Peter L. BERGER, A Rumor of Angels. Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, Garden City, N.Y., 1969; trad. it., Il brusio degli angeli, Bologna, 1970. Esponente della sociologia fenomenologica e autore di importanti studi di teologia della secolarizzazione (Le piramidi del sacrificio; La realtà come costruzione sociale), Berger è studioso della «Rivoluzione/Progresso come secolarizzazione della onto-teo-logica».
L’idea a cui rimanda il titolo è quella di una realtà sociale in cui la comunicazione tra individui non è posta più al riparo delle grandi certezze metafisiche del passato o garantita dalle ideologie politiche e religiose. Ogni individuo è solo davanti all’altro. Non più sostenuto da un patrimonio di conoscenze utili per l’azione, il singolo è impegnato a costruire la mappa del territorio che ha davanti a sé e nel quale intende procedere.
L’immagine dell’angelo è presa in prestito da Wallace Stevens, che diventa l’angelo necessario in Massimo Cacciari e poi codice dell’anima in James Hillman. Figura intermedia tra terra e cielo, costituisce il passaggio obbligato per chi si ponga il problema dell’accesso all’invisibile e il problema del rapporto tra visibile e invisibile.
Il brusio degli angeli dovrebbe dare l’idea del parlare sommesso, ma soprattutto dell’espressione di sé di fronte alla Realtà: allude alla capacità di comunicare con l’esperienza altrui. E’ l’immagine difficile dell’ethos del volontario. E’ il suo daimon che parla. La necessità di questo Angelo, la necessità di essere angelo a qualcuno coincide con l’esigenza di dare senso a ciò che vi è per noi. Si tratta solo di un ‘brusio’, perché è un parlare, quello del Volontario, che si produce «nell’impresa ricorrente di conversione di un mondo non intrinsecamente nostro in una realtà con altri durevolmente condivisa» (S.VECA).

Il paragrafo Zero, che intitolai In cammino verso il linguaggio, prosegue così:

In questo paragrafo liminare si parla di esseri intermedi, collocati dalla tradizione tra terra e cielo. Simbolo e cerniera tra i due mondi, gli angeli li riassumono in sé, perché sono messaggeri del ‘mondo delle idee’ presso gli uomini; da entità teologiche si sono fatti nell’arte, nella letteratura e nel pensiero moderni intermediari, protettori, custodi delle cose nascoste, dei misteri, di tutto ciò che è invisibile. Ci vengono in aiuto nella nostra riflessione, in quanto assumono la veste dell’attività rappresentativa della mente; sono emblemi delle ‘invenzioni’ della mente.
La necessità dell’angelo deriva dal fatto che l’esperienza umana si è fatta invisibile. Essa non è più immediatamente leggibile, se mai lo è stato. Tra esperienza e comportamento esiste uno scarto, una cesura difficile da colmare. Il raccordo tra l’una e l’altro è il compito di ogni politica dell’esperienza (R.LAING) che voglia restituire un resoconto credibile della condizione umana del nostro tempo e presentarsi come strumento di interpretazione della realtà che sia utile per l’azione. La necessità della ‘traduzione’ e dell’‘interpretazione’ della realtà dell’altro è la migliore riprova dell’invisibilità dell’esperienza.
L’esperienza del Volontario è il costituirsi di una relazione etica in cui egli ha da svolgere un ruolo che riesce a svolgere solo se è consapevole della propria natura, se l’accetta, se sa renderla visibile – se cioè è in grado di fare esperienza con l’altro -, se è in grado di mettere in relazione, di far parlare il suo daimon con quello dell’altro. Il daimon è l’invisibile di cui parlavamo.
Gli angeli a cui allude il titolo del saggio sono il mio daimon e quello dell’altro che è di fronte a me. Chiamare ‘angelo’ il proprio daimon significa assegnargli il compito di rendere possibile la comunicazione con la parte invisibile dell’altro, con la sua esperienza.
(Chiamare angelo il daimon, infatti, non è appropriato, per il fatto che l’Angelo è la capacità della mente di emanciparsi dai vincoli della necessità, incarnati dal daimon personale. Questa operazione, dunque, si qualifica come ‘assunzione’ del daimon a forza etica costruttiva, come veicolo del senso, primum indispensabile nel circolo della comunicazione).
Occorre ‘tradurre’ e ‘interpretare’ – nel comunicare, dentro la relazione. Il contatto tra le esperienze avviene in una sorta di terra di nessuno da creare ogni volta di nuovo. Perché sia possibile la comunicazione occorre uno ‘spazio linguistico’ comune. La costruzione di questo spazio coincide con il progressivo strutturarsi della relazione etica. Alla base di questa ‘costruzione’ c’è la volontà del singolo. Essa è origine e risultato.

«Ogni parlante è filosofo morale. E la verità è un’assemblea di parlanti» (Karl Otto Apel). Nel flusso della comunicazione, tuttavia, non si dà tutta la verità. Per questo, la tensione etica che ci spinge verso l’altro è scontro con i limiti del linguaggio, conato perenne destinato a ‘sfondare’ l’ordine del discorso per attingere il fondo di indicibile che è proprio dell’esperienza. Dentro questo paradosso del linguaggio, che è paradosso dell’esperienza – per cui essa si dà, ma non si mostra se non nell’evidenza sfuggente di una realtà che si ritrae o che ci si manifesta per enigmi – a noi non resta che avventurarci nel territorio accidentato dell’esperienza altrui, tentando con tutti i sensi di cui disponiamo di definire i lati del mondo a noi sconosciuto. Così facendo, noi parliamo, e parlando cerchiamo l’altro. Cerchiamo il suo senso e aspettiamo che dia senso al nostro parlare, che il suo parlare ‘corrisponda’ al nostro parlare.
Se paragonato al canto degli Angeli di fronte all’Altissimo, questo parlare è un sommesso bisbiglio, un impercettibile brusio, quasi un’infrazione alla regola del cielo che vuole l’Angelo ‘perso’ nella contemplazione del suo Creatore. Nella realtà mondana, essere angelo a qualcuno significa essere interessati all’esperienza altrui, all’irriducibilità di quell’esperienza, perché si tratta di farla sussistere nella sua realtà ‘biografica’ e ‘temporale’, ‘animica’, presso di noi.
La contestualità delle due esperienze nella ‘prossimità della distanza’ è comunicare. Ma ciò che viene messo in comunicazione è la parte nascosta di sé, e non siamo di fronte a un Giudice che stia lì a regolare e a garantire il flusso della comunicazione. Siamo soli. Il brusio degli angeli è questa comunicazione tra invisibilia.

La scienza delle cose invisibili è patrimonio di molti uomini ed ognuno la costituisce per sé, intrecciando relazioni significative con coloro che riconosce come propri simili. Essa si costruisce giorno dopo giorno, a brano a brano, con la gioia e col dolore, che sono gli strumenti con i quali si misurano la prossimità e la distanza, il grado di riconoscimento di cui ci è dato godere, l’altezza che abbiamo raggiunto, il diritto di esistere. Un uomo negato, infatti, è un bisogno di corrispondere e di vedersi corrisposti frustrato. Se le cose che abbiamo visto ci aiutano a vedere sempre di nuovo, e il rivedere è adagiarsi nel tepore del consueto, del familiare, dell’accogliente, in sostanza è davanti allo sguardo dell’altro che si compie la nostra esistenza.

Se il coraggio dell’inizio, se il coraggio come virtù dell’inizio ci consente di ‘avviare’ la nostra esistenza, è solo l’altro che permette l’esplicarsi della virtù della perseveranza e dunque la possibilità del ‘compimento’, della realizzazione.
Essere angelo a qualcuno è cosa difficile, perché siamo protesi piuttosto verso l’angelo che deve soccorrere noi. Solo occhi di seconda vista sanno vedere l’altro che è in noi, come l’altro che è fuori di noi. Dentro l’oscillazione tra questo altro e quello si dà visione.
L’essere fissato dalla scienza della natura è qui piuttosto forma, espressione vivente di un darsi e di un ritrarsi costante tra i quali è necessario prevedere ascolto ed interpretazione. Il risultato della conoscenza non è un concetto, ma il dispiegarsi rinnovato di una biografia, il farsi biografia di una vita che si era ridotta ad oggetto delle ‘scienze del corpo’ e a ‘cartella clinica’.
Ma nella vita di un uomo e della vita di un uomo non c’è alcun segreto da carpire. Si tratta, piuttosto, di vivere con. Solo a queste condizioni sarà possibile dare senso, costruire il significato, tracciare il disegno di una biografia. Gli uomini hanno solo vite da vivere, posti da occupare, possessi da rivendicare. Se imparassero a consistere qui e ora dentro i provvisori confini che ad ognuno è dato abitare, forse riuscirebbero a cogliere nel caduco la scintilla di eterno che pretendono dall’altro.
La linea sottile che divide due esistenze è anche quello che le unisce. Tutto dipende dall’uso che facciamo del segno che fisserà i confini e le rispettive identità. Costruire relazioni significative è il compito dell’intera esistenza di ognuno di noi. Fare esperienza poi, cioè rendere evidente la propria relazione con le cose del mondo e con le persone, è volere che file di continuità si stabiliscano; è, ancora, dare senso, l’espressione più propria dell’umano.
Esperienza e storia sono i frutti della presenza dell’uomo. Le sue istituzioni e i modi del suo consistere, la consistenza del suo radicamento e la forza della sua visione conferiscono valore ai prodotti del suo fare.
Il nucleo nascosto del suo vivere è la matrice di ogni cosa buona e cattiva. Dentro ogni individuo si nasconde un daimon, un genius, «angelo», «anima», «paradigma», «immagine», «destino», «gemello interiore», «compagno dell’esistenza», «custode», «vocazione del cuore». A seconda del significato che nelle diverse culture è stato assegnato al daimon, il destino personale è risultato più o meno determinante. Abitante di una «regione mediana» (metaxu), il daimon ci aiuta a spiegare, ad esempio, il carattere nello stesso tempo celestiale e terreno dell’amore.

Affermare che il nostro ethos è il nostro daimon è come affermare che ‘decidiamo’ la nostra natura. Ma decidere significa qui solo scegliere, introdurre elementi di dinamismo etico nel flusso della vita, è il farsi esistenza della vita. Il marchio individuale di una vita, il carattere personale di una vita è esistenza. Esistere è progettare, sollevarsi al sopra dell’orizzonte della pura quotidianità, per cogliere i sensi nascosti della realtà che ci circonda e del nostro paesaggio interiore. Realizzare la propria natura, esplicarsi e manifestarsi al mondo non significa, però, solo protendersi nell’ek-stasis mondana: si tratta di accettare quello che si è, essere se stessi, divenire se stessi. Con questo bagaglio di libertà e necessità andiamo incontro all’altro.

Le voci del mondo si lasciano percepire, tuttavia, solo da chi è disposto a custodirle nel proprio cuore, comprendendole come «il perfettamente distinto», come quell’unico ed irriducibile che costituisce la vita di ogni uomo. Mantenere intatto ogni ‘grumo’ delle esistenze con le quali entriamo in relazione equivale ad accogliere: è questa capacità di percepire e far sussistere dentro di sé i contrasti e l’inaccettabile contraddittorietà del vivere altrui la vera giustizia.
Il tratto distintivo dell’alterità è l’invisibile del daimon personale. La relazione è tra invisibilia. Il contatto che si stabilisce tra le persone coinvolge le dimensioni profonde dell’essere, piaccia o no. La migliore conoscenza di sé che l’Operatore ha da esibire è alla base dell’empatia, cioè della regolazione della distanza. Quest’ultima istituisce le coordinate spaziali e temporali dell’esperienza. L’ordine del discorso fonda e dà senso all’esperienza, amplifica le voci dell’altro, disegna volti e assegna nomi. A sua volta, parla, sommessamente. Quel brusio è il ritmo proprio dell’esistente, del nostro come dell’altro. Essere qui è bello, se si è in ascolto.

Nel corpo del saggio, infine:

VII. ETHOS ANTHROPOI DAIMON

[ La relazione con il ragazzo e la sua famiglia è definita etica. La relazione etica e non psicologica allude ad un legame originario, a un fondo comune che è dato dalla comune appartenenza di genere.
Essere parte del genere umano, richiede un’etica originaria, un quadro di regole, cioè, che trovi il suo fondamento nell’ethos, nel costume collettivo. Ma ethos, come è detto nel titolo del paragrafo, rinvia a daimon: un filologo ha proposto di tradurre quel frammento del filosofo greco Eraclito come se ethos avesse in comune con daimon una radice in quello che di proprio, di soggettivo c’è in ognuno di noi.
Il mio ethos è il mio daimon. La mia moralità trova la sua radice originaria nel mio modo di essere. Incontrerà l’ethos dell’altro nel suo daimon. Il demone è quello che ci spinge ad agire. ]

Il rapporto che si istituisce sul campo con il ragazzo e con la sua famiglia si definirà sempre più nell’ambito di una cultura della RELAZIONE ETICA. L’azione educativa è anche etica, in quanto mira ad instaurare un insieme di comportamenti finalizzati ad un valore. Ciò che si tratterà di fondare è la possibilità di un ethos comune.
L’azione di volontariato incontra il suo fondamento in un’ETICA ORIGINARIA, nel riconoscimento che Ethos anthropoi daimon, che significa: «Demone a ciascuno è il suo modo di essere». Ethos, più che il comportamento collettivo o il costume, come abitualmente si dice, designa il modo di essere. Designa il modo di essere di ciascuno inteso nella sua irripetibile unicità: il modo di essere che è suo, che gli è proprio. L’etimo stesso di ethos contiene una radice che allude al suo, al . L’ethos pertiene all’esistente umano nella sua unicità. Indica ciò che è proprio dell’unico. Per questo esso corrisponde al daimon.

*

L’emblema dell’angelo rinvia per me all’agire sociale, è figura della volontà della mente di sollevarsi al di sopra del dolore e della morte, per affermare la parola possibile, la felicità dell’opera.

La trascendenza personale è tutta qui, in questo scorcio d’opera: ho tagliato l’immagine per dire questo frammento. Non per amore del frammento e del caduco! Piuttosto, per fermare in immagine lo sforzo da compiere: da questo ‘particolare’, che è il quotidiano, si tratta sempre di nuovo di risalire alla sorgente (Die Quelle). Da lì soltanto è possibile contemplare la vita e darle senso.

Questo angelo viene da un cimitero monumentale. Il fiore che stringe tra le mani è rivolto verso il basso. Per me significa un amore perduto, malinconia d’amore, consapevolezza della perdita, miseria e abbandono. Ma angelo e fiore sono! Un transito necessario, questo. Occorre fare ripetutamente l’esperienza del dolore, per temprare l’anima. Solo attraverso l’esperienza del dolore si dà il governo di sé. Il governo dei sentimenti poggia su quella esperienza.

L’angelo il daimon e l’amore

Sarebbe interessante mettere in rapporto l’angelo col daimon, che la psicoanalisi, incorporandoli in un solo concetto, ha di volta in volta identificato con i concetti di “anima”, “animus”, “ombra”, “alter-ego”, “doppio” o “sé”.

Massimo Cacciari in L’angelo necessario distingue però nettamente l’angelo dal daimon: quest’ultimo chiama dall’idea alla forma, per questo è perentorio; l’angelo chiama invece dalla forma all’idea, per questo è leggiadro.

Da buon filosofo, Cacciari vede l’oltre solo nell’angelo, mentre dal punto di vista, diciamo, “psicospirituale” sono entrambe figure-ponte tra il visibile e l’invisibile, due aspetti di una medesima realtà dello spirito in rapporto all’anima, sia pure polarizzati in senso opposto.

Ma non esiste l’uno senza l’altro, fermo restando che è comunque il daimon che spinge all’individuazione (il compimento, secondo Jung, del proprio compito nel mondo).
A questo proposito, sarebbe molto stimolante e educativo per tutti noi poter rileggere la storia di Gesù come la storia archetipica del soggetto umano in grado di trascendere la sua finitudine grazie alla doppia interlocuzione con l’angelo-daimon.
Potrebbe sembrare una cosa riservata solo a pochi “eletti”, ma l’esperienza dell’angelo-daimon è veramente molto più comune di quel che si crede, basti pensare che Eros nel mondo antico (vedi Platone nel Simposio) era considerato più un daimon (intermediario tra l’umano e il divino) che un dio come gli altri.

E dell’amore prima o poi facciamo esperienza tutti, solo che viene poi confinato e riferito soltanto a quello specifico vissuto, oltretutto molto episodico, dell’innamoramento, anziché considerarlo un esempio di trascendenza a variabili infinite nello spazio e nel tempo.

Iconostasi


Un’idea dell’accesso all’invisibile è contenuta nel saggio di PAVEL FLORENSKIJ,
Le porte regali. Saggio sull’icona, che risale al 1922. La prima edizione italiana è del 1977. L’editore è Adelphi. Florenskij ci introduce a una interpretazione delle icone che rimarrebbero del tutto incomprensibile se venissero avvicinate con gli strumenti consueti della critica d’arte. L’icona presuppone una metafisica dell’immagine e della luce. Accompagnati da Florenskij, possiamo varcare le porte regali dell’iconostasi. Esse sono l’adito centrale dell’iconostasi, “confine tra il mondo visibile e il mondo invisibile”. L’iconostasi consente l’accesso al mundus imaginalis.

WALLACE STEVENS, L’angelo necessario

L’ANGELO NECESSARIO

Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?

WALLACE STEVENS

Silvia Montefoschi: biografia e opere

Silvia Montefoschi è nata a Roma nel 1926.
Allieva di Ernst Bernhard, è approdata alla psicoanalisi, alla filosofia e poi ancora alla psicoanalisi dopo la laurea in medicina e in biologia.
Tutta la sua Opera Omnia è in via di pubblicazione nelle Zephyro Edizioni di Milano (a cura di Baldo Lami e Maria Luisa Mastrantoni).
Ho schedato così la sua opera:

L’ UNO E L’ALTRO. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico
FELTRINELLI, 1977, p. 368

OLTRE IL CONFINE DELLA PERSONA
FELTRINELLI, 1979, p. 165

DIALETTICA DELL’INCONSCIO
FELTRINELLI, 1980, p. 287

AL DI LA’ DEL TABU’ DELL’INCESTO. Psicoanalisi e conoscenza
FELTRINELLI, 1982, p. 231

PSICOANALISI E DIALETTICA DEL REALE
BERTANI EDITORE, 1984, p. 150

C.G JUNG UN PENSIERO IN DIVENIRE
GARZANTI, 1985, p. 226

IL SISTEMA UOMO. Catastrofe e rinnovamento
RAFFAELLO CORTINA, 1985, p. 234

ESSERE NELL’ESSERE
RAFFAELLO CORTINA, 1986, p. 305

FU UNA PIOGGIA DI STELLE SUL MIO VISO (Napoli 1952)
LABORATORIO RICERCHE EVOLUTIVE di Giampietro Gnesotto editore, 1989, p. 70

LA DIALETTICA DELL’INCONSCIO (1980), in Opere Volume Secondo – Tomo 1
ZEPHYRO EDIZIONI, 2001, p. 209-437

L’ UNO E L’ALTRO: L’INTERDIPENDENZA E L’INTERSOGGETTIVITA’ (1977), in Opere Volume Secondo – Tomo 1, ZEPHYRO EDIZIONI, 2001, p. 57-192

IL FONDAMENTO METODOLOGICO DEL PENSIERO DI JUNG (1985), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 481-566

IL SENSO DELLA PSICANALISI. Da Freud a Jung e oltre (Opere Volume Primo)
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 618

OLTRE I CONFINI DELLA PERSONA (1979), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 295-409

IL DIVENIRE DEL PENSIERO DI JUNG (1985), in Opere Volume Primo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 567-608

L’ UNO E L’ALTRO: PROPOSTA PER UNA FENOMENOLOGIA DEL SOGGETTO (1977), in Opere Volume Primo, ZEPHYRO EDIZIONI, 2004, p. 95-264

OLTRE L’OMEGA. Tavole dei modelli raffiguranti il processo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 114 + Tavole

L’ EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA. Dal sistema uomo al sistema cosmico (Opere-Volume Secondo – Tomo 2), ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 618

L’ EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA. Dal sistema uomo al sistema cosmico (Opere-Volume Secondo – Tomo 1), ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 618

L’ ULTIMO TRATTO DI PERCORSO DEL PENSIERO UNO. Escursione nella filosofia del XX secolo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 319

SOLIME’ LORENZO, prefazione di Silvia Montefoschi
L’ ECO DELLA VOCE DEL PENSIERO ovvero il dirsi dell’Essere nel dire dell’Uomo
ZEPHYRO EDIZIONI, 2006, p. 256

LUDWIG WITTGENSTEIN E LA RIVOLUZIONE EPISTEMOLOGICA (1983), in Opere Volume Secondo – Tomo 2, ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 15-28

LUDWIG WITTGENSTEIN: IL LINGUAGGIO COME FONDAMENTO DEL SOCIALE (1983), in Opere Volume Secondo – Tomo 2, ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 29-38

LA VITA E’ CONOSCENZA. FUNZIONE ETICA E STRUTTURANTE DEL CULTURALE NEL PROCESSO
TRASFORMATIVO DELLA PERSONA (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 39-60

IL PRIMO DIRSI DELL’ESSERE NELLA PAROLA. I MITI COSMO-ANTROPOGONICI. LE DIVERSE VISIONI DELLA COSCIENZA ANTINOMICA (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 61-94

LA FELICITA’ COME RAPPORTO CON L’UNIVERSALE (1984), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 95-106

IL SISTEMA UOMO. CATASTROFE E RINNOVAMENTO (1985), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 107-268

L’ ANIMA E OMBRA (1986), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 269-286

ESSERE NELL’ESSERE (1986), in Opere Volume Secondo – Tomo 2
ZEPHYRO EDIZIONI, 2008, p. 287-502

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Questo Blog contiene una bibliografia aggiornata degli scritti di Sivia Montefoschi e dei saggi a lei dedicati:
http://laboratorioricercheevolutive.wordpress.com/2008/04/26/silvia-montefoschi-documenti-in-rete/

Mark Strand, Due cavalli

Mark Strand, uno sguardo poetico sulla “quotinianità crepuscolare”.

Ma anche un evocatore di immagini potenti, nitide, fortissime, come qui:

DUE CAVALLI

Una calda sera di giugno

scesi al lago, mi misi carponi

e mi abbeverai come un animale. Due cavalli

mi si affiancarono, per abbeverarsi anch’essi.

È stupefacente, pensai, ma chi lo crederà?

I cavalli mi scrutavano di tanto in tanto, sbuffando

e scrollando la testa. Sentii il bisogno di rispondere, così anch’io

sbuffai, ma esitando, come se in realtà non volessi essere udito.

I cavalli dovevano avere percepito che mi reprimevo.

Si scostarono un poco. Poi pensai che forse mi avevano conosciuto

in un’altra vita – quella in cui ero stato poeta.

Forse avevano persino letto le mie poesie, perché a quell’epoca,

in quel tempo vago in cui il nostro ardore non aveva limiti,

cambiavamo stile

quasi con la stessa frequenza

con cui cadevano giorni nell’anno.

TWO HORSES

On a warm night in June

I went to thè lake, got on ali fours,

and drank like an animai. Two horses

carne up beside me to drink as well.

This is amazing, I thought, but who will believe it?

The horses eyed me from time to time, snorting

and nodding. I felt thè need to respond, so I snorted, too,

but haltingly, as though not really wanting to be heard.

The horses must have sensed that I was holding back.

They moved slightly away. Then I thought they might have known me

in another life – thè one in which I was a poet.

They might have even read my poems, for back then,

in that shadowy time when our eagerness knew no bounds,

we changed styles almost as often as there were days in thè year.

In Mark Strand, Uomo e cammello, Mondadori, 2007, p. 14-15, traduzione di Damiano Abeni

Ho provato a rileggerla con il sottofondo di Knot Of Place And Time di Jan Garbarek in “In Praise of Dreams”, ma la rovinavo.

[youtube:http://youtu.be/Tav-dnFLIw8%5D

L’impatto con Mark Strand mi è arrivato per strati, per momenti successivi. Non proprio di colpo.
Nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, cresciuto negli Stati Uniti, vive a New York. 73 anni. A vederlo sembra un attore. Altissimo, bello, «in tutto e per tutto simile a Clint Eastwood», diceva Enzo Siciliano.

Anche mia moglie, vedendo la fotografia, ha esclamato: “ … che bello!”.

Quella che racconto, dichiara Strand, è sempre la stessa «vecchia storia»: quella «sui minuti che muoiono e le ore, e gli anni».

E anche se tu che mi ascolti sai già di cosa sto parlando (e come potresti non saperlo?), questa è la storia «di me stesso, di te, di tutti».
Dicono di lui:

“Ci sono poeti che hanno il dono raro della semplicità uno di questi è Mark Strand, classe 1934, americano. La semplicità unita alla profondità di sguardo crea una miscela unica. Questa miscela unica costituisce il suo mondo poetico. Un mondo poetico che si nutre della quotidianità, una quotidianità quasi crepuscolare, decadente, anzi in decadenza: il suo universo, a tratti kafkiano come spiega la seconda di copertina di questo pregevole raccolta pubblicata da Minimum Fax, Il futuro non è più quello di una volta, è un universo nel quale la tristezza dei giorni è metodicamente disegnata con una precisione di sguardo e di dettato davvero unici. E nei giorni che scorrono implacabili si delinea una metafisica dell’assenza tutta terrena, immanente” (Mauro Fabi)

“Scenari struggenti di sconsolata felicità, densità ed evanescenza, presenze perdute e morte in vita. Atmosfere romantiche, l’assenza della vita, “fissare il nulla è imparare a memoria / quello in cui noi tutti verremo spazzati”: dinanzi a un simile scenario non possiamo che limitarci a contemplare la sua attività poetica. La capacità dell’autore di sfruttare un immaginario al margine del conscio appare unica,” (Marco Milone)

“Dovessi sintetizzare in un unico aggettivo cosa penso del corpus poetico di Mark Strand, non avrei dubbi: userei il superlativo interessantissimo. Mai, per esempio, mi verrebbe in mente di catalogare una sua poesia nella categoria del bello, con quanto di edonistico – di esteticamente godereccio – a questo termine si fa corrispondere. Piuttosto nella categoria dell’etico: infatti, quelle di Strand sono incursioni coraggiose sul terreno minato dell’esistere, eseguite con lo scandaglio dell’ironia.” (Ciro Bestini)

“la poesia di Strand è una poesia di domande più che di risposte, che non ha il compito di cambiare il mondo né di comunicare nessuna verità teologica, ideologica o etica. Non è una poesia confessionale né sentimentale: l’io lirico sembra addirittura abdicare a se stesso, annullandosi continuamente anche e soprattutto nell’uso prevedibile e canonico di certa lingua poetica: ogni luogo comune della dizione poetica viene sempre accuratamente evitato e la lingua, sorvegliatissima, ne esce essiccata, rastremata. Eppure la situazione umana balza evidente in tutte le sue implicazioni. È una poetica quella di Strand che vuole guardare in faccia la vita e la morte con la “discretion” disillusa e l’acre ironia della tradizione scettica. La poesia di Strand ferma la vita su un palcoscenico silenzioso e ci costringe ad osservarla nella sua nullità, con occhi asciutti.” (Franco Nasi)

Il bacio di dio, di Silvia Montefoschi

Il bacio di Dio

Silvia Montefoschi

In Il bacio di dio, Goldenpress, 2000

Tu e io
Io e tu

Era buio
Un buio nero
ricordi?

Tu e io
io e tu
non sapendo però
nè tu di me
nè io di te
vagavamo
uniche due particelle
in uno spazio infinito
senza alcun punto
di riferimento
che ci desse
un orientamento

Eppure qualcosa
ci sospingeva
in un’unica direzione
Qualcosa che
si dava in noi
come una sensazione
sensazione che
tu e io
io e tu
chiamammo emozione

E lungo quella direzione
noi ci muovevamo
l’un verso l’altro
senza sapere
l’uno dell’altro
guidati soltanto
dalla nostra emozione

Lontano lontano
ciascuno di noi
vide un chiarore
chiarore che
tu e io
io e tu
chiamammo albore
l’albore
della prima aurora

E in quell’albore aurorale
ciascuno di noi vide
sorger dal nulla
un punto di luce
ma di una luce
così bella che
tu e io
io e tu
chiamammo stella

E la stella
veniva incontro
a ciascuno di noi
mentre noi
ci venivamo incontro

Quando fummo
a breve distanza
l’un dall’altro
ci fermammo
reciprocamente abbagliati
dal nostro splendore
splendore in cui
tu sapesti di me
e io seppi di te
e che
tu e io
io e tu
chiamammo amore

E l’amore
che noi stessi eravamo
baciò se stesso
nel nostro baciarci
e nell’istante
in cui ci baciammo
la luce divampò
illuminando lo spazio
lo spazio che
attorno a noi si curvò
formando ciò che
tu e io
io e tu
chiamammo universo
l’universo
al centro del quale
noi ci venimmo a trovare

Poi qualcosa
che noi sentimmo
provenir da noi stessi
ma che a noi si impose
come altro da noi
ci separò

Ci separò
e rimase tra noi
come l’impronta
del nostro bacio
un bacio che
tu e io
io e tu
chiamammo vita

E dalla vita
noi stupiti vedemmo
sgorgare a miriadi
coppie di particelle
che velocemente
andarono a popolare
il vuoto dell’universo
che si riempì
di fulgide stelle

Poi
io da qui
non ricordo più
dimmi
ricordi tu?


io ricordo che
da lì
venni poi a trovarmi
non so come e perchè
ai margini dell’universo

Ero solo solo
anche se
sentivo te in me
e ti vedevo inoltre
al centro
di quello spazio chiuso
che di nuovo
s’era fatto buio

Io ti chiamai
l’anima del mondo
che era poi
l’anima mia
che mi teneva in vita

E’ ciò che io ricordo
e tu
che cosa ricordi tu?

Io ricordo
d’essermi trovata lì
dove tu dici
al centro
di uno spazio nebuloso
come una presenza
che si rivolgeva
ad un’altra presenza
lontana
e vicina a un tempo
e che io
chiamai dio
come colui
dal quale solamente
derivava
il mio sentirmi prese
nte

Se però
la mia presenza
e la tua presenza
avessero una forma
non ricordo più
cosa ricordi tu?

Io ricordo che
ogni volta
che giungeva il momento
di un nostro
nuovo appuntamento
noi ci incontravamo
in una veste
sempre più ricca
sempre più armonica
sempre più bella
e che
dal bacio
che noi ci davamo
nascevano forme
sempre più ricche
sempre più armoniche
sempre più belle
proprio così
come noi eravamo
nel momento
in cu ci baciavamo

Forme alle quali
tu e io
io e tu
davamo
di volta in volta
il nome dei viventi
che
nell’universo
si facevano presenti

Ma il ricordo
che ancora mi tocca
fortemente il cuore
è quello
del grande giorno
in cui
l’universo prese luce
dalla luce
di una stella
che brillava
al centro
dell’universo stesso
dove eri tu
come se proprio tu
avessi ritrovato
il tuo primo splendore
che ora dissolveva
la tenebra che t’avvolgeva

E io compresi allora
che era giunto
il momento in cui
tu e io
io e tu
dovevamo
tornare a congiungerci
ma
con il bacio
della nuova aurora

E
con quel bacio è avvenuto
che il mondo
s’è rovesciato

E io
mi son trovato
al centro dell’universo
insieme a te

E tu
ti sei trovata
alla periferia dell’universo
insieme a me

E questo evento
ha fatto sì
che io
sono diventato un uomo
avente però in sè
l’enormità dell’immenso
che va ben oltre il limite
dell’intero universo
e che tu
sei diventata una donna
che umilmente
custodiva in sè
la luce
di quella prima stella
che
illuminava la mia vita

Cosa ancora ricordi
tu
anima mia?

Io ricordo
dio mio
che
quando noi ci baciammo
nelle vesti imane
il nostro bacio
partorì
una nuova progenie che
tu e io
io e tu
chiamammo divina

Progenie nella quale
l’amore diviene
una sola persona
quando
ognuno dei due amanti
ama se stesso
amando l’altro soltanto

E noi
continuiamo a baciarci
così che
dai nostri baci
nascono ancora
nuove coppie di amanti
che imparano a baciarsi
proprio come
noi ci baciamo
nell’amore immenso
che va oltre i limiti
dell’intero universo
là dove
tu e io
io e tu
finalmente ci siamo
uniti nel bacio
che non finisce mai più

Simboli: i lupi

Una riflessione sui lupi (e sulle lupe) di Kosmogabri ha fatto affiorare alla mia memoria alcune canzoni dei vent’anni:

Peccato che qui la simbologia animale sia utilizzata per rievocare l’invasione tedesca in Francia.

Ma, a compensazione, mi sono anche ricordato di quest’altra canzone/poesia di Leo Ferrè:

Les loups

On ne les voit jamais que lorsqu’on les a pris
Alors on voit leurs yeux comme des revolvers
Qui se seraient éteints dans le fond de leurs yeux
Alors on n’a plus peur de ces loups enchaînés
Et on les fait tourner dans des cages inventées
Pour faire tourner les loups devant la société
Des loups endimanchés des loups bien habillés
Des loups qui sont dehors pour enfermer les loups
Je les aime ces loups qui nous tendent leur vie

A ulteriore conferma che, quando un simbolo è potente, esso può assumere significati molto diversi ed anche opposti.

ho provato che, anche senza avere uno spirito religioso, ci si può commuovere quando un simbolo è molto forte

Venezia 22 marzo 2002

Oggi ho provato che, anche senza avere uno spirito religioso, ci si può commuovere quando un simbolo è molto forte.

Sono entrato, del tutto per caso, nella Chiesa di San Polo, che contiene quadri di Jacopo Tintoretto (XVI secolo), Tiepolo (XVII secolo), Paolo Veronese (XVI secolo.

La loro visione non mi ha particolarmente emozionato. Fondi oscuri, personaggi tutti significativi solo per la cultura dell’epoca, personaggi carichi del significato religioso che gli viene attribuito. Ma non in grado di colpire profondamente i miei sentimenti.

Ma poi sono entrato in una provvisoria stanza con una via crucis di Giandomenico Tiepolo (figlio del più famoso Gianbattista).

E qui vedendo la fatica di Gesù sotto la croce, gli aiuti lungo la strada, le cadute (davvero da pianto), l’inchiodamento, con i volti feroci dei romani, ho provato ammirazione per questa religione fondata sul sacrificio di un dio fatto uomo e morto per gli uomini.

Il volto di Gesù, in questi quadri è veramente capace di trasferire la sofferenza.

Ho anche pensato a questo figlio di un padre famoso che, da artigiano dei colori, tenta di fare un’opera all’altezza della fama della propria famiglia