La canzone italiana da 1900 al 2000

Canzone Italiana è una piattaforma per l’ascolto on line dell’inestimabile patrimonio sonoro di oltre un secolo di canzone italiana, dal 1900 al 2000 e nasce con l’obiettivo di diffondere questa importante parte della nostra cultura a un target multigenerazionale. Caratteristica distintiva del sito è il recupero storico, analitico e ragionato di una produzione fono discografica che si presenta oggi, soprattutto in rete, dispersa e non organizzata

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Cinema, di Ludovico Einaudi.

Cinema di Ludovico Einaudi. Ansa: «Con una carriera che dura da tre decenni e più generazioni, la musica del compositore e pianista Ludovico Einaudi è diventata una delle più riconoscibili al mondo. Oggi, per celebrare i suoi successi cinematografici, Decca Records annuncia Cinema, una nuova raccolta di opere musicali realizzate da Einaudi e utilizzate in film e tv. […] Cinema presenta 28 brani dal grande e piccolo schermo, tra cui InsidiousSense8This is England e le quattro composizioni inserite nella colonna sonora di Nomadland. La regista Chloé Zhao […] ha spiegato […] come ha scoperto per la prima volta la musica di Einaudi: “Sono andata online per cercare musica classica ispirata dalla natura […] (mi ha portato a) un video su YouTube della sua Elegy for the Arctic. Ho quindi iniziato ad ascoltare Seven Days Walking e sono rimasta stupita da come sentivo che Ludovico stava camminando sulle Alpi. Mi sembrava che lui e il personaggio di Fern camminassero parallelamente”. Florian Zeller, regista di The Father, spiega che “il motivo per cui volevo davvero lavorare con Einaudi è il modo in cui usava i violini. Volevo avere un filo d’oro simile a un violino per tutto il film. Quindi, era una composizione molto delicata. In un certo senso, quasi impercettibile […] È il padrone di quel territorio, del quasi impercettibile”. Anche Russell Crowe, i registi Shane Meadows (This is England), Éric Toledano (Quasi amici) e altri hanno parlato di come hanno scoperto per la prima volta la musica di Einaudi e dell’impatto emotivo che ha avuto su di loro. “Dicono che la mia musica sia cinematografica… È sempre interessante per me vedere la mia musica combinata con le immagini – spiega Einaudi in una nota –: è come riscoprire la lettura della mia musica con una prospettiva diversa”. Nel cofanetto ci sono anche due brani inediti, My journey (scritto per The Father) e The water diviner (per l’omonimo film con Crowe)».

Franco Battiato (1945-2021). La “cura” contro le paure e le ipocondrie. L’eros, la malattia e la psicoanalisi nel suo “cantico dei cantici, di Vittorio Lingiardi, in La Repubblica/Robinson, 22 maggio 2021

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Nel corso della sua lunga, meravigliosa carriera musicale Franco Battiato – scomparso nella sua Milo, in Sicilia, il 18 maggio – non ha fatto che ripeterci questo: “Ci vuole un’altra vita”. È un’ironia del destino che se ne sia andato proprio quando tutto, dopo lo stop irreale della pandemia, sembra riprendere il suo corso, e noi ci ritroviamo a chiederci chi siamo diventati e cosa vogliamo. Lui, Franco Battiato, non ha mai smesso di farci e di farsi questa domanda. Di cercare nuove strade, di inserire orizzonti e suggestioni nello spazio ristretto di canzoni che indicavano corrispondenze e aprivano mondi con l’espediente di un ritornello perfetto o con l’ampiezza di un’opera musicale. Al suo spazio nella nostra vita dedichiamo Robinson che trovate in edicola sabato 22 maggio con Repubblica

«La cura», di Franco Battiato (1945-2021)

Ti proteggerò
dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Franco Battiato (1945-2021). Cantante. Autore. Regista. «Il successo non mi convince». Inizi commerciali (con Bella ragazza partecipò a Un disco per l’estate 1969), passò poi alla sperimentazione (Fetus, 1971; Sulle corde di Aries, 1973). Nel 1979 l’album L’era del cinghiale bianco gli valse una larga popolarità, ampliata dai successivi Patriots (1980, con Prospettiva Nevski), La voce del padrone (1981, un milione di copie vendute, con Bandiera bianca, Centro di gravità permanenteCuccurucucu), L’Arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi 1985) ecc. Nel novembre 2015 l’«antologia definitiva» Le nostre anime (uscita in due versioni: una minore da tre cd e una maggiore da sei cd, quattro dvd, due libri e due poster), ideata per celebrare i primi 50 anni di carriera musicale. Ultimo album nel 2019, Torneremo ancora. «Ho scritto canzonette dai buoni testi e cose più serie. A volte scrivi per divertirti, altre ti interroghi sulla spiritualità. La verità è che certe canzoni, penso a Sentimiento nuevo che cantavo con Alice, erano un po’ delle cazzate. Cazzate divertenti e tendenti all’alto, ma pur sempre cazzate» (a Malcom Pagani) • Famiglia di pescatori. Dopo la morte del padre Turi – camionista e scaricatore di porto a New York – finì a Milano. Aveva 19 anni: «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Nel pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare». A quei tempi risale la prima, infausta canzone, L’amore è partito (1965), pubblicata con il nome di Francesco Battiato. «All’epoca facevo il chitarrista di Ombretta Colli in tour. Ma quella canzone non era mia, era una cover: mi disgustò» (a Leonardo Iannacci) • «Mi ricordo di un meraviglioso pianoforte che mi regalarono le suore all’età di 16 anni. Una mia amica mi disse che, dovendo liberare un convento, lo vendevano a basso prezzo. Mi presentai e la madre superiora me lo sbolognò senza pretendere una lira. Pensava fosse rotto e invece era solo scordato. Mi sentii felice» (a Pagani) • «È sempre stato inclassificabile, nei ’70 entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava. Il pubblico lo rincorreva inferocito» (Riccardo Bertoncelli) • «Dopo l’uscita di L’era del cinghiale bianco, a 35 anni, realizzai che qualcosa era definitivamente cambiato. A un concerto a San Giovanni Valdarno vennero in 20 mila. Sentii uno strano boato. Con il successo vennero i fan: una notte in albergo mi svegliai e trovai che avevano fatto entrare gente nella mia stanza per vedermi dormire. Volevo smettere» • «Lo so cosa dicono: “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”. Ho chiesto molto in questi anni a quelli che mi seguono. Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova. Non mi interessano le conferme, essere rassicurante per chi ti viene a vedere, dargli quello che vuole» • «Nel 1980, alla fine di un’esibizione delirante con 5.000 persone, Dario Fo mi aspettò all’uscita del concerto: “I tuoi testi non mi piacciono”. E io risposi: “E a me che cazzo me ne frega?”. Eravamo sullo stesso piano, a quel punto. Ma non mi ritengo intoccabile, anzi. Se mi avesse criticato in un’altra maniera avrei anche apprezzato. È sempre il modo. Si può essere critici senza essere brutali» (a Pagani) • Nel 1989 suonò in Vaticano per Giovanni Paolo II: «Mi chiamò un dirigente della Emi, Di Lernia: “A Battia’, te vole er Papa”. Era Giovanni Paolo II, andai volentieri» • Del 17 settembre 2017 il suo ultimo concerto, al Teatro romano di Catania: le ultime quattro date del tour vengono annullate per motivi di salute • A ottobre 2019 il manager Francesco Cattini, in occasione della promozione dell’ultimo album, ne annuncia il ritiro dalle scene. In un’intervista a Giammarco Aimi il suo storico collaboratore rivela: «Franco non lo sento più da un anno, perché purtroppo non riesce a capire quello che gli si dice» • Ha esordito nella regia cinematografica con Perduto amor, poi Musikanten (omaggio a Beethoven) e Niente è come sembra (stesso titolo di una canzone de Il vuoto), sceneggiato dal filosofo Manlio Sgalambro. Per qualche anno ha lavorato a un progetto cinematografico sul musicista Georg Friedrich Händel, per il cui ruolo aveva scelto l’attore tedesco Johannes Brandrup. Film che poi non ha girato • Altra passione di Battiato, la pittura: «Nella pittura vedo tutti i miei difetti, e mi interessa migliorare. Ne sono ingordo e non vedo l’ora di mettermi a lavorare» • Alla vigilia delle politiche 2006 fece sapere che avrebbe votato per la Rosa nel Pugno e ha poi aderito alla manifestazione dell’Orgoglio laico del 12 maggio 2007 • Assessore al Turismo della regione Sicilia da novembre 2012 a marzo 2013. Ha dovuto lasciare (sostituito nel giro di un giorno da Michela Stancheris, segretaria particolare del governatore Rosario Crocetta) per la frase pronunciata a Bruxelles a marzo e ritagliata a margine di un lungo ragionamento sui percorsi culturali: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa, dovrebbero aprire un casino» • Siccome da venticinque anni non si avevano notizie di sue storie d’amore, molti hanno sospettato che fosse omosessuale: «Ne dicono di tutti i colori. Possono dire quello che vogliono. Il rapporto più lungo che ho avuto è stato con una donna sposata, quindi era molto comodo per me mantenere la segretezza. Omosessuale? Io sono al di là di questi schemi, di queste categorie. Ho superato certe definizioni». «Una volta con una ragazza pensai anche: “Questa è quella giusta”. E poi cosa accadde? Uscii presto, comprai tre yoghurt, li misi in cucina e poi andai a fare una doccia. Una volta lavato, gli yoghurt non c’erano più. Li aveva mangiati tutti lei? Tutti e tre. Ora dico, se ne avesse lasciato almeno uno, avremmo parlato di altro. Ma li aveva fatti fuori tutti. Un saggio di egoismo, non solo simbolico. Tra noi la storia non poteva funzionare e infatti si arenò» (a Pagani) • È morto nella sua casa, Villa Grazia, a Milo, ai piedi dell’Etna. Lunedì aveva ricevuto l’estrema unzione dall’amico Orazio Barbarino, arciprete di Lingualossa • L’annuncio della morte è arrivato dalla famiglia. I funerali si terranno oggi in forma privata nella cappella della villa. Il corpo sarà cremato.

Battiato
di Stefano Bartezzaghi
la Repubblica
I cantautori erano o professori o agitatori di popolo o le due cose. Al loro tempo lui sperimentava, già sciamanico e follemente originale. Venne fuori quando il vento era già cambiato e seppe far, contestualmente, ballare discoteche e alzare stupiti sopraccigli in zona Adelphi. Cinghiali bianchi e “patriots” chiamati alle armi, Gurdjieff e la cassa in 4, sincretismi e sintetizzatori. E, certo!, parole: versetti tagliati in un’ironia sapiente se non sapienziale, che non sgorgava da alcuna fonte già nota. In fretta e quasi a caso se ne raccoglie un piccolo breviario, procedendo a frammenti come del resto usava lui, Franco Battiato, specialmente nella sua fase culminante e più pop.
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, / potete stare a galla”. Crociata a doppia valenza: fustigava gli ascoltatori come massa ma li lusingava come singoli. Se cogli l’idiozia contemporanea ne sei già un po’ meno partecipe.
Il mondo è grigio, il mondo è blu”: che venga colta o no, la citazione del pop del passato (qui: Nicola di Bari) incastona tasselli di luccicante e insensata attrattiva. Moretti ha poi adottato lo stesso metodo con le canzoni proprio di Battiato impiegate in suoi film.
Un giorno sulla Prospettiva Nevski / per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Il teorico del trash (e di ogni altra piega della cultura pop) Tommaso Labranca amava Battiato, ma non Prospettiva Nevski, che ritenne degna di una severa diagnosi di cialtronismo per la banalità dei riferimenti e degli abbinamenti. Cialtronismo, forse: ma fosse stato consapevole, volontario?
Mare, mare, mare, voglio annegare, / portami lontano a naufragare, / via, via, via da queste sponde, / portami lontano sulle onde”. Certi intermezzi, a rime baciate e sottofondi di archi (e persino in sospetto di criptocitazioni da Loredana Berté), paiono, all’indirizzo della banalità della canzonetta e dei suoi ascoltatori, strizzate di un occhio chissà poi quanto complice, o cinico, o clinico.
C’è chi si mette degli occhiali da sole, …”. Dal gioco di specchi, del resto, non si sottraeva neppure lui. Cantava quella canzone e intanto portava gli occhiali da sole: così ci ha saldato in testa un binomio da allora divenuto standard: “carisma e sintomatico mistero”. Ma il “free-jazz-punk inglese” sarà poi mai esistito davvero?
Over and over again / You are a woman in love”. Fosse un’attenta posologia zen o un istinto geniale, la fraseologia inglese da canzonetta senza senso qui segue immediatamente le frasi pesanti e pesanti: “Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”. Né l’universitaria maturata a pieni voti né il suo ex compagno di banco ritirato e avviato all’elettrauto si sentivano a disagio nel ballarla, assieme.
I desideri mitici di prostitute libiche, / il senso del possesso che fu pre-alessandrino”. Battiato offre spesso la gola ai parodisti, che hanno sempre morso invano. Per quanto assertive, le sue frasi, quelle da dileggio o quelle da scrivere sull’agenda (“ne abbiamo avute di occasioni, perdendole, / non rimpiangerle, non rimpiangerle mai”), non erano “messaggi”. Non lo fu neppure Povera Patria, dove sfiorò un suo ieratico engagement. Ma Battiato ha sempre detto altro, rispetto alle parole che cantava.
E ti vengo a cercare …” . Non ci sarà più nessuno capace di parlare della “mia essenza” , e non per sbadataggine ma con intenzione. Nessuno più prometterà e progetterà “supererò le correnti gravitazionali”. Come tutti i suoi colleghi Battiato al suo “tu” diceva “sei speciale”. Lui però in mezzo ci sapeva ficcare “un Essere”. Credo che la parola andasse in maiuscolo.
Stefano Bartezzaghi
Battiato
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
Franco Battiato era un pazzo: era convinto che il cane di casa fosse la reincarnazione di suo padre, e il gatto di sua madre.
Franco Battiato era un genio. Un giorno raccontò, sorridendo: «Ho passato gli anni 70 a fare vocalizzi ed esperimenti. Poi ho deciso di avere successo. Mi sono chiuso un mese in un garage a Milano, e ne sono uscito con La voce del padrone». Forse il disco più bello, certo quello di maggior successo mai inciso da un cantautore.
Franco Battiato era uomo di una rettitudine assoluta. Molto severo con i potenti e con la politica. Provò anche a farla, da assessore; ma capì presto che non era per lui. Disse che se a Catania avessero rieletto un sindaco che non stimava, avrebbe lasciato la città; e così fece. «Però il nostro giornale ti tratta sempre bene» gli obiettò uno scrittore. Lui rispose: «E tu credi che io sia così miserabile da giudicare le persone non per come sono, ma per come si comportano nei miei confronti?».
È stato il più colto e il più profondo tra i musicisti italiani. Pensava che i grandi artisti si parlassero tra loro, in varie forme. Ti faceva ascoltare l’Adagio di Telemann e La canzone dell’amore perduto di De André e diceva: «Senti? Sono uguali. Ma Fabrizio non ha copiato; ha ripreso un discorso interrotto. De André è stato anche un bravo astrologo». Astrologo? «Dilettante. Ma di grande acume».
Viveva a Milo, un posto bellissimo quindi adatto a lui, castagni e nuvole basse, a dieci minuti dal mare e a dieci minuti dall’Etna. Era molto diverso dalla sua immagine pubblica, un po’ distanziante: ad esempio era molto alto, disponibile, allegro e ricordava fisicamente il suo conterraneo Pippo Baudo.
Lo divertiva l’idea di essere nato in una città che non esiste più, Jonia, tornata dopo il fascismo a dividersi tra Giarre e Riposto. Famiglia di pescatori. Il padre, camionista e scaricatore di porto a New York, morì quando lui aveva 19 anni. Franco partì per Milano. «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Jannacci, Toffolo, Cochi e Renato, Andreasi, Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Tra il pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare, un giorno. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare».
Poi si mise in viaggio verso Oriente. Visitò il monte Athos e Konya, la città dei dervisci rotanti, lesse Aurobindo e Gurdjieff, studiò il misticismo sufi e il buddismo tibetano, arrivò vicino ai segreti della vita e della morte. Raccontava divertito che Finardi una volta gli aveva detto: «Ho cercato sull’atlante città dai nomi suggestivi per una canzone, ma le avevi già esaurite tu». Però l’ascetico Battiato è anche l’autore di Povera patria, un durissimo testo di denuncia civile datato 1991, ultimo anno della Prima Repubblica. Diceva: «La canto sempre. E quando cito i “perfetti e inutili buffoni” che abbiamo tra i governanti, si alza un applauso, più forte e lungo di quelli di allora».
Non era di destra, e si seccava quando lo scrivevano; ma era un anticomunista convinto. «I servizi d’ordine degli anni 70 erano uguali, non distinguevi gli estremisti neri da quelli rossi». E lei? «Io sono un proletario dello spirito. Non mi piace comandare, e non mi piace essere comandato».
L’autore di Prospettiva Nevski — canzone di commovente bellezza ispirata alla «grazia innaturale di Nižinskij», il più grande ballerino di ogni tempo finito in manicomio con l’ossessione di cadere danzando nella botola del palcoscenico, di cui si era innamorato «perdutamente» l’impresario dei balletti russi Diaghilev; una canzone che stamattina non si può ascoltare senza piangere — fece anche film e trasmissioni tv da titoli non esattamente pop, come Musikanten — dedicato a Beethoven, finisce con un incubo, un golpe planetario voluto da «una cordata di nazioni guidata dagli Stati Uniti, con al fianco l’Italia, che fondano il partito democratico mondiale» — e Bitte keine réclame, serie di interviste a mistici e maestri, tra cui Michelle Thomasson, moglie di Henri, l’uomo della sua iniziazione.
Volle imparare a dipingere: ritratti di amici, tra cui Roberto Calasso, su fondo oro. «Il pittore inglese Spencer Hodge mi insegnò a raffigurare le nuvole. Quando ho imparato, ho smesso».
Suonò per gli iracheni nel 1992, dopo la prima guerra del Golfo, cantando L’ombra della luce in arabo («Alla fine sollevai lo sguardo sulle prime file. Lacrimavano tutti»). Era convinto che le bombe nei mercati di Baghdad le mettessero gli americani. Però esecrava Saddam: «Non è un vero musulmano. L’ho capito dal modo sbagliato con cui si inginocchiava».
Suonò anche per Papa Wojtyla. Ratzinger gli stava simpatico: «Mille volte meglio la messa in latino di certe schitarrate in chiesa».
La sua religiosità non era riducibile a una religione. Credeva nella reincarnazione, anzi, ne aveva certezza «per via sperimentale. Ma non sono cose che si spiegano. Diciamo che attraverso i sogni si possono ritrovare atmosfere, luci; una stanza, una scrivania…». Pensava si potesse cadere nel regno animale, o innalzarsi al di sopra del ciclo delle rinascite. «Il cattolicesimo nega la reincarnazione, ma è un’impostura posteriore. Origene ci credeva, come i primi cristiani. E sono convinto che non solo gli hindu e i tibetani ma anche i mistici occidentali, san Francesco, san Filippo Neri, san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila, ne fossero consapevoli. Come Pitagora, Empedocle, Archimede…».
La magia invece non lo interessava. Meditava due volte al giorno ed era vegetariano: «Fin da quando avevo due anni non potevo accostarmi alla carne. Qualche volta ho mangiato pesce, ma poi la notte ho sognato di essere divenuto un pesce anch’io». A volte scherzava delle sue ricerche: «Secondo i saggi armeni l’essenza di ogni uomo è impressa nella sua carne, nel suo volto. Come dimostra l’onorevole La Russa».
Credeva negli angeli e in altri «dei intermedi», al di sotto del Dio comune alle varie religioni. Credeva anche al diavolo, che «è mancino, subdolo, e suona il violino». Anche Franco era mancino da piccolo: «In Sicilia lo consideravano un segno diabolico. Così mi legarono la mano sinistra per costringermi a usare la destra. Con una sciarpa di seta, però».
Non credeva in Darwin: «Ha scritto sciocchezze. Ha mai visto una scimmia diventare uomo? Penso che la materia sia nata per manifestazione della mente. La coscienza come primo principio dell’essere umano. Quando un uomo comincia a prendere coscienza della propria esistenza, si ribalta tutto. Allora hai la visione perfetta di quel che sei».
Scrisse una canzone molto amata, La cura, e un giorno chiarì che non si riferiva né al proprio corpo, né alla propria anima, ma all’anima della persona amata. Non chiariva però chi lui amasse: «I miei amici sono gli alberi, le piante, le rose, le nuvole…».
Una volta in una tv locale per metterlo in imbarazzo gli chiesero di cantare una canzone popolare siciliana, Vitti una crozza; lui ne intonò una versione stupenda e straziante, la storia di un vecchio giunto ai confini con la morte, sulla soglia dello spavento assoluto.
Della morte lui però non aveva paura. «Tornerò nella mia casa d’origine, dov’ero prima di venire sulla terra». E non era neppure pessimista sul nostro futuro: «Sono convinto che anche l’Italia rinascerà. Lo capisco dai miei concerti, dal silenzio assoluto con cui la gente ascolta le canzoni mistiche. Sono convinto che sapremo andare oltre la corruzione, gli scandali, la dittatura del denaro, l’egemonia delle cose materiali. Lo Spirito avrà la sua rivincita. Comincerà presto un’epoca in cui saranno più importanti lo spirito, la bellezza, la cultura. Che sono poi le grandi ricchezze del nostro Paese».
Franco Battiato era forse davvero un pazzo, ma un pazzo di Dio. Di sicuro, Franco Battiato era un genio.
Aldo Cazzullo

La porta aperta, ritratto di EZIO BOSSO a I dieci comandamenti, a cura di Domenico Iannacone, Rai3, 14 maggio 2021, ore 23

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Faccio musica. Scritti e pensieri sparsi di Ezio Bosso (Piemme)

. Gian Luca Bauzano su Sette (Corriere della Sera): «Quasi un anno fa, il 14 maggio 2020, Ezio Bosso a 48 anni si è spento. Consumato dalla malattia oncologica che gli era stata diagnosticata nel 2011; perché non si trattava di Sla, come era stato riportato dai media e più volte da egli stesso smentito. Uno dei tanti fraintendimenti che hanno costellato la sua esistenza, di uomo e di artista; contro i quali, e assieme a una serie di pregiudizi, ha dovuto costantemente lottare. Bosso, categoria musicisti, artista a tutto tondo. Perché nel contempo era direttore d’orchestra e compositore: di colonne sonore, partiture sinfoniche, musica da camera e per balletto. […] Ezio Bosso era il risultato di quello che la critica definiva un “percorso musicale non accademico”, anche per la sua estrazione sociale: proveniva da una famiglia operaia di Torino, nato nella periferia dell’ex capitale sabauda. Un “ragazzino affamato di musica”, come si descriveva. Rubava la chitarra al fratello maggiore e chiedeva ai suoi compagni di insegnargli gli strumenti che suonavano. Le lezioni di canto prese dalla figlia di una vecchia zia ex cantante lirica. Il sogno, poi raggiunto, di salire sul podio della direzione d’orchestra. Ma tra gli intellettuali questo suo percorso non era mai stato vissuto come un personale fiore all’occhiello, piuttosto una sorta di lettera scarlatta. […] L’immagine pubblica di Bosso in realtà veniva filtrata perché non si scontrasse troppo con le dinamiche di un sistema culturale che preferiva “leggerlo” più come un outsider, piuttosto che parte di un circolo elitario. La scelta ora, prima che si cristallizzi un’immagine troppo “beatificata”, di pubblicare la sua non-autobiografia. Perché un’autobiografia non aveva mai voluto scriverla. “Però l’unico modo per raccontare Ezio era farlo parlare direttamente e senza filtri”, spiega Alessia Capelletti, curatrice del libro. […] Capelletti, figura di riferimento del mondo della comunicazione culturale e musicale internazionale sin dall’inizio degli anni ’90, dal 2016 ha gestito anche la comunicazione di Bosso. Subito dopo l’apparizione a Sanremo. “Uno degli episodi più devastanti nella sua esistenza. Me lo ripeteva in continuazione. Senza quella, però, non ci sarebbe stata quella notorietà mediatica che ha poi permesso di farlo apprezzare al grande pubblico”, rivela la curatrice. E Bosso ne era ben consapevole. Lo racconta nella sua unica vera “autobiografia”. Poche pagine, frutto di infiniti rifacimenti, scritte in prima persona per una presentazione discografica in Germania e presenti nel libro» (leggi qui).

Il maggio dell’Officina della Musica di Como – CiaoComo

…. Un nuovo progetto importante in fase di realizzazione “In questi giorni due associati dell’Officina, Cristiano Stella e Maurizio Salvioni, stanno ultimando un lavoro certosino. Grazie a donazioni, in larga parte quella fatta da Paolo Ferrario, possiamo disporre di circa 800 vinili, che loro hanno catalogato e ordinato. Questo e la realizzazione di uno spazio dedicato ci permetterà di aprire la prima mediateca in città. Chi vorrà concentrarsi sull’ascolto di un disco potrà farlo in tutta tranquillità in questo spazio, mentre se l’ascolto vorrà essere condiviso si potrà utilizzare la sala. Non sarà possibile il prestito, ma stiamo pensando a eventi collaterali da organizzare in Officina”. ….

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Il maggio dell’Officina della Musica di Como – CiaoComo

Festival di Sanremo 2021: BUGO canta ‘E invece sì’

Festival di Sanremo Bugo canta ‘E invece sì’ St 20214 min Nella finale della quinta serata Bugo canta sul palco dell’Ariston il brano ‘E invece sì’ in gara al Festival di Sanremo 2021

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Festival di Sanremo – S2021 – Bugo canta ‘E invece sì’ – Video – RaiPlay

Sanremo 2021, in RaiPlay/Radio2

Radio2 a Sanremo 2021

Rai Radio2 è in diretta dal Glass Box del Teatro Ariston, a pochi metri dal palcoscenico del Festival di Sanremo con tutti i protagonisti della 71a edizione! Andrea Delogu, Ema Stokholma e Gino Castaldo sono al “centro del Festival” su Rai Radio2 per commentare lo spettacolo, la musica e le canzoni e per accogliere gli artisti dopo ogni esibizione per un primo commento a caldo.

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Radio2 a Sanremo – RaiPlay

Su Rai 1 al via il LXXI Festival della canzone italiana, 2 marzo 2021

Su Rai 1 al via il LXXI Festival della canzone italiana con Amadeus (ore 20.40).Ilaria Ravarino su Il Messaggero: «Amadeus non conferma e non smentisce. […] Quando […] Fiorello gigioneggiava in collegamento con Domenica in, annunciando a Mara Venier “lo scoop dell’anno”, e cioè “Ama vuole fare il Sanremo ter, perché questo è l’anno della rinascita, il prossimo sarà quello del boom”, quella frase, più che una battuta, aveva il sapore di una autocandidatura. “Non confermo e non smentisco: pensiamo al festival che sta per cominciare”, ha risposto Amadeus, sfilando abilmente l’edizione 2022 dalle mani dell’eterno delfino Alessandro Cattelan, ormai libero dal legame con X Factor (“L’Amadeus Tre? Non ne so niente – è stata la sua reazione –. Guardavo l’Inter”). Il festival che sta per cominciare, appunto. […] Un festival “che non risolve i mali del mondo – ha concesso Amadeus –, ma può regalare cinque serate di spensieratezza”. […] Sanremo proporrà in apertura l’esibizione di Diodato con la sua Fai rumore, ospitando sul palco, accanto alla co-conduttrice Matilda De Angelis, anche la cantante Loredana Bertè e l’infermiera Alessia Bonari, già vista a settembre sul red carpet della Mostra di Venezia, oltre a 13 big e a 4 giovani. Mercoledì, con la cantante Elodie a co-condurre, sul palco saliranno il marciatore azzurro Alex Schwazer e i tre componenti de Il Volo, con un omaggio a Ennio Morricone. Giovedì, serata delle cover, sarà la volta della supermodella Vittoria Ceretti, con i Negramaro, Siniša Mihajlović e Zlatan Ibrahimović, mentre venerdì gli onori di casa li farà la giornalista Barbara Palombelli, con Alessandra Amoroso, Mahmood e la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Per la chiusura i conduttori Amadeus e Fiorello saranno affiancati da quattro co-conduttrici, Ornella Vanoni, Serena Rossi, Simona Ventura e Giovanna Botteri, mentre gli sportivi Federica Pellegrini e Alberto Tomba saranno gli ospiti di giornata. Per ognuna delle cinque serate il musicista Achille Lauro sarà impegnato sul palco dell’Ariston nella costruzione di quadri artistici (tra i suoi complici anche la cantante Emma e l’attrice Monica Guerritore), mentre, secondo indiscrezioni, potrebbero fare un’incursione durante una delle serate anche Claudio Santamaria, Francesca Barra e Vanessa Incontrada. “Lady Gaga? – ha azzardato Fiorello durante il tg – Roma-Sanremo col jet privato è un attimo”».

LUCIO DALLA, biografia musicale a cura di Mangiafuoco sono io, Rai Radio 1, 28 febbraio 2021

vai ai Podcast di Mangiafuoco sono io

https://www.raiplayradio.it/programmi/mangiafuocosonoio/archivio/puntate/

vai alla puntata del 28 febbraio 2021

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/02/MANGIAFUOCO-b4577acb-14bd-41c6-a73e-815fa33d22da.html

AUDIO anche qui:

https://drive.google.com/file/d/1hD0yloZHG63_CUWlSKl6_QH_0hfEB3MF/view?usp=sharing

The World’s a Little Blurry, documentario su Billie Eilish

Universo Billie Eilish in un film:
da Redazione «la Lettura»
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Si intitola The World’s a Little Blurry
È l’attesissimo documentario su Billie Eilish : vent’anni il prossimo 18 dicembre, miliardi di streaming, interprete della canzone del nuovo James Bond, 5 Grammy all’attivo, la persona più giovane e prima donna ad aver vinto nello stesso anno, il 2020, nelle 4 categorie principali degli Oscar della musica. Il regista R. J. Cutler (autore di The War Room e della serie tv Nashville) racconta gli ultimi due anni della popstar: l’album di debutto con il fratello Finneas O’Connell, When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, il lancio, il tour, la famiglia… Il dietro le quinte di una folgorante carriera.

BIOGRAFIE DI NINA SIMONE, frammenti ricercati nel passato


Nina Simone: biografia nel sito di Boscarol  Link

David Brun – Lambert, Nina Simone : Une vie, Editons Flammarion, Paris 2005


70s FLOWERS 2005
Provincia di Pesaro e Urbino
dal 19 agosto al 29 settembre

Sabato 3 settembre, Pennabilli

NINA SIMONE 

Da ragazza, rivela attitudine e passione per il piano classico, talento che poi riversa nella black music (e non solo), mostrando, anche nella scelta del nome, di voler sfuggire a ogni etichettatura. Orgogliosa di essere nera, con Young, Gifted and Black, canzone scritta in tributo a una drammaturga e militante afroamericana, Nina Simone delinea le proprie qualità di donna e interprete. Problematica e viscerale, quanto determinata e impegnata nelle rivendicazioni femminili, civili e razziali, esprime un¹arte interpretativa complessa e affascinante: dotata di voce particolare, maestrìa pianistica e originalità compositiva, rimodella stilisticamente qualsiasi repertorio jazz, blues, gospel, folk, pop e rock.

Gianni Del Savio 

ore 17.00 – Cinema Gambrinus IL FILM  Wattstax, di Mel Stuart, 1973 (in inglese)

Introduzione di Gianni Del Savio

ore 18.30 – Centro storico IL CONCERTO DEL POMERIGGIO

Blues Company in concerto 

ore 21.30  – Teatro  Vittoria L’INCONTRO 

Gianni Del Savio presenta NINA SIMONE 

Gli ospiti Guido Giazzi (giornalista, direttore della rivista “Vinilmania”) e Laura Fedele (musicista) 

Voce recitante  Lucia Bianchi 

ore 23.15  –  Piazza Vittorio Emanuele II IL CONCERTO TRIBUTO

Laura Fedele in concerto Nina Simone Tribute

con Laura Fedele (voce)

Marco Castiglioni (batteria)

Stefano Dall’Ora (contrabbasso) 

Dal pomeriggio, nel centro storico, mostre mercato e stands eno-gastronomici

In collaborazione con Comune di Pennabilli, Pennabilli Chiama e le Associazioni Giovanili del Territorio


LAURA FEDELE IN TRIO

INDEPENDENTLY BLUE: le canzoni di Nina Simone

Laura FedeleStefano Dall’OraMarco Castiglioni

Ciò che mi ha attrae e mi spinge ad esplorare il mondo di Nina è soprattutto l’eterogeneità, oltre che la bellezza, del repertorio che la cantante pianista ha scelto di abbracciare nel corso della sua carriera. Mi entusiasmano le sue scelte stilistiche così particolari, equel pizzico di “follia” con cui lei passava dallo swing a Breil, dal gospel alle canzoni “leggere”, da Gershwin a Weill. Senza porsi limiti di sorta, lasciando via libera alla fantasia e alla curiosità di esplorare generi diversi. E io, che vedo le restrizioni puristiche come un paio di scarpe troppo strette, non posso che condividere questo percorso artistico. In particolare, amo le atmofere ipnotiche che Nina sapeva creare, con quegli arrangiamenti ritmici ed essenziali che, in fondo, erano un po’ il suo marchio di fabbrica.
“Mississipi Goddam”, “Lilac wine”, “See-line woman”, sono alcuni dei brani che ho scelto. Oltre, naturalmente, a “Four women”, da sempre nel mio repertorio.Le recensioni per Indipendently blue, le canzoni di Nina Simone  

Buscadero
maggio 2005

Gianni del Savio

Registrato dal vivo nell’ottobre del 2004 all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, l’album, come recita il sottotitolo – Le canzoni di Nina Simone – è un ispirato tributo alla grande artista afroamericana. Laura Fedele (piano e voce) è riuscita nel difficile intento di dare un pregevole tocco personale a brani noti o meno – alcuni standard, altri scritti dalla stessa Simone – evitando la facile via della pedissequa cover che rimane su binari già percorsi. Alcuni sono brani difficili, con possibili confronti da far tremare le gambe, ma lei sa come utilizzarne l’essenza e li modella a modo suo, virandoli spesso verso il jaz, jazz-blues e relative sfumature e improvvisazioni, forte di duttilità vocale e strumentale, con classe e capacità comunicativa. Impeccabili anche Stefano Dall’Ora (contrabbasso) e Marco Castiglioni (batteria), nel creare sonorità adeguate alle varie esigenze espressive: toni intimisti, drammatici, gioiosi, descrittivi.

Inizia con uno degli standard simoniani più impegnati, Mississippi Goddam, scritto sotto la bruciante cronaca dell’assassinio, nel ’63, di quattro bimbe in una chiesa (bomba, signori!) in Alabama, e quello di un militante dei diritti civili in Mississippi. Laura maniene l’accelerazione originale (velocità esecutiva dettata forse anche dalla necessità di scaricare di getto la rabbia), dando grande prova della capacità rielaborativa di materia difficile.

Poi nella più articolata Lilac Wine (e in Wild Is The Wind), ispirata anche alla versione di Jeff Buckley, la Fedele mette in piena luce la bellezza della sua voce e dell’essenzialità pianistica, mentre nell’intenso Backlash Blues (scritto dalla Simone insieme al grande poeta Langston Hughes), risaltano anche i colori più intensi del basso e la misura della batteria che, soprattutto nella seconda parte, offrono begli sganciamenti dagli schemi originari.

Altro tema forte è Four Women (ritratto orgoglioso di quattro diverse figure femminili nere) e il clima sonoro si fa meditato, intenso, intimista, attendamente descrittivo (ancora benissimo contrabbasso, batteria e piano anche nel lungo intermesso strumentale), con finale in ascesa anche drammatica, tensione che non caratterizza lo scintillante swing dello standard Love Me Or Leave Me. Eric Burdon s’innamorò di Don’t Let Me Be Misunderstood (portandoselo dietro per anni) e se l’originale è praticamente inarrivabile, Laura ne fa un’eccellente versione con bella e articolata dinamica vocale, chiudendo il concerto con Just Like e Woman – una delle tante appropiazioni autorali di rango della Simone – forte anche di una brillante linea pianistica, che offre un’ulteriore chiave di lettura al grande tema di Dylan. Un credito non da poco, nella carriera della Fedele.

Laura Fedele
Independently Blue
Le canzoni di Nina Simone
Auditorium

Sentito omaggio a Nina Simone da parte della jazz singer genovese

È stato registrato lo scorso autunno presso l’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare a Milano il primo cd live di Laura Fedele. La brava jazz singer genovese, che di recente si era cimentata in un progetto (Pornoshop) ispirato all’arte di Tom Waits, propone un altro caloroso tributo. Questa volta, il soggetto è un’autentica regina della musica, la favolosa Nina Simone, scomparsa in Francia poco più di due anni fa, il 21 aprile 2003.

“Dei numerosi talenti di Nina Simone” ha dichiarato Laura “ho sempre ammirato, se non addirittura invidiato, la formidabile versatilità. La sua capacità di calarsi in mondi musicali diversi, di suonare stili spesso lontani tra loro, mi ha sempre intrigato. Anche perché anch’io, nel mio piccolo, sono rimasta affascinata da cose diverse nel corso della mia carriera e ho sempre detestato l’idea di rimanere confinata in un unico ambito”.

Sono nove le canzoni del variegato repertorio della Simone che Laura ripropone nella classica, minimalista versione del trio piano, contrabbasso (Stefano Dall’Ora), batteria (Marco Castiglioni). Alcune delle quali non propriamente strafamose come la coinvolgente Backlash Blues che Laura interpreta con convinzione ed eccellente pertinenza stilistica.

E se, con un’inevitabile menzione per Jeff Buckley, non può mancare un’accorata cover di Lilac Wine, altrettanto si può dire di My Baby Just Cares For Me, uno dei cavalli di battaglia della cantante della North Carolina. Piace molto Laura nell’interpretazione elegante di Four Women e in quella altrettanto efficace di Don’t Let Me Be Misunderstood, davvero riuscitissima e piena di blues.

Chiude il lavoro una bella versione di Just Like A Woman, intelligente omaggio a tutte le donne in musica.

Ezio Guaitamacchi






E’ morta Nina Simone

Il 21 aprile 2003, Nina Simone, riconoscibilissima cantante del jazz e del blues, è morta nella sua casa di Carry-le-Rouet, Francia, vicino Marseille. Il suo manager, Clifton Henderson, ha comunicato che era malata da tempo ma non ha specificato alcuna causa relativa alla morte.
Il suo vero nome era Eunice Waymon ed era nata il 21 febbraio 1933, a Tryon, N.C.. E’ cresciuta cantando in un coro di chiesa e studiando piano col quale spesso si accompagnava. Ha poi studiato alla Juillard  School ma poi si trasferì a Philadelphia.
Sempre in prima fila per la difesa dei neri: emblematico il brano “Mississippi Goddam”, dura risposta all’omicidio dell’avvocato dei diritti civili Medgar Evers, “Young, Gifted and Black” e “Four Women” sulla sofferenza delle donne africane.
Nota al grande pubblico per interpretazioni di brani come “I Love You, Porgy” ma soprattutto per “My Baby Just Cares For Me”, ha avuto uno stile inconfondibile derivato da influenze soul, rhythm & blues, blues oltre che jazz. Grandi cantanti come Aretha Franklin e Roberta Flack, hanno sempre dichiarato di essersi ispirate a lei. Lei stessa afferma, nella sua biografia “I Put a Spell on You”: “Dovrei essere considerata una folk singer perchè ci sono più folk e blues che jazz nel mio modo di cantare e suonare.


È morta Nina Simone

Grandissima interprete afroamericana, è stata la voce jazz della protesta nera degli anni ’60-’70

All’età di settant’anni è morta a Carry-le–Rouet, nel sud della Francia, dopo una lunga malattia, Nina Simone, una delle cantati afroamericane più importanti del Ventesimo secolo.
Nata a Tryon (North Carolina) con il nome di Eunice Kathleen Waymon, fin dall’età di quattro anni inizia a suonare il pianoforte con il sogno di diventare una concertista di musica classica, ma l’America razzista degli anni ’30 e ’40, la obbligarono a cambiare i suoi piani. Divenne, così, insegnante e successivamente accompagnatrice delle lezioni di canto all’Arlene Smith Studio di Philadelphia. Bisogna arrivare fino al 1954 per vederla esordire davanti al pubblico in un locale di Atlantic City. Poco dopo inizia anche a cantare e da allora comincia la sua straordinaria carriera di vocalist: da Bertolt Brecht/Kurt Weill a George Gershiwin, da Jacques Brel ai Beatles, da Cole Porter agli Animals, Nina Simone, si costruisce con gli anni un repertorio che spazia in tutti i generi della ‘popular music’ (e non solo). Il suo successo maggiore lo ebbe con il brano My Baby Just Care For Me .
Schierata in prima linea negli anni del Black Pride (scrisse contro la disuguaglianza razziale la durissima Mississippi Goddam ), ebbe molti problemi con la giustizia statunitense per la sua militanza e per essersi rifiutata di pagare le tasse per protesta contro la guerra in Vietnam. (r.s.)


Addio a Nina Simone, grande regina del soul

Eunice Kathleen Waymon era il suo vero nome. È stata una delle voci più personali della musica popolare americana.Ha inciso decine di album. Nel suo repertorio Brecht e Weill, Brel, Gershwin, Cole Porter, ma anche i Beatles e gli Animals
di ERNESTO ASSANTE

ROMA – Nina Simone, una delle più grandi cantanti afroamericane del Ventesimo secolo, è morta ieri, all’età di settant’anni. Da molto tempo viveva nella Francia meridionale. La sua è stata una delle voci più personali della musica popolare americana, quella di una autrice ed interprete che, senza aderire alle mode, alle tendenze del mercato, marcando sempre la sua assoluta e testarda indipendenza, ha attraversato mezzo secolo di musica con incredibile forza.
Eunice Kathleen Waymon, era nata il 21 febbraio del 1933 a Tryon, nel Nord Carolina, sesta di otto figli ed aveva mostrato subito il suo prodigioso talento musicale, suonando il pianoforte e cantando in chiesa. La madre la spinse sulla strada della musica e Eunice per mantenersi agli studi alla Julliard School of music di New York (rara opportunità per una ragazza di colore negli anni ’50), iniziò a suonare nei club di New York. Pian piano iniziò a mettersi in luce, sviluppando uno stile vocale personalissimo.

Le prime incisioni della giovane cantante e pianista sono della fine degli anni Cinquanta ma ci vuole poco alla Simone per arrivare addirittura a scalare le classifiche di vendita con una splendida versione di “I love you Porgy” di George Gershwin. Non erano le classifiche, comunque, l’obiettivo della sua carriera ma la musica, tutta la musica, con la quale viveva, respirava, comunicava con il mondo intero. E mentre nel mondo si affermavano il rock’n’roll, il ryhthm’n’blues, il cool jazz, lei iniziava quello straordinario percorso musicale, obliquo e singolarissimo, che l’ha portata a dominare le scene per oltre cinquant’anni. Il jazz è stato uno degli elementi importanti del suo repertorio, così come il blues, gli spirituals, il folk, le canzoni della grande tradizione americana e internazionale, mescolate insieme con uno spirito, una passione ed una forza comunicativa davvero uniche.

Regina del “soul”, quindi, capace di trasformare jazz, pop e canzone in musica dell’anima, di cantare e suonare brani suoi o di altri in maniera originale, Nina Simone ha registrato le sue cose migliori alla metà degli anni Sessanta, quando la sua energia e la sua tenerezza trovarono un magico equilibrio, sostenendo le sue interpretazioni con uno stile pianistico che non era secondo a nessuno.

Negli stessi anni Nina Simone si schierò in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, scrivendo alcune canzoni diventate memorabili, come la durissima “Mississippi Goddam”. Prolifica come pochi (tra gli anni ’60 e ’70 ha inciso diverse decine di album), Nina Simone ha avuto nel suo repertorio bellissime interpretazioni di Brecht e Weill, di Jacques Brel, di George Gershwin e Cole Porter, ma anche dei Beatles, degli Animals. Poteva cantare non tutto ma di tutto, e rendere ogni canzone una “sua” canzone, così come fece con la leggendaria “My baby just cares for me”, scritta da altri. Ma anche alcune delle sue composizioni sono passate alla storia, come la bellissima “Young, gifted and black”, portata al successo da Aretha Franklin.

(22 aprile 2003)

Dopo numerosi album di black music ispirata al jazz, l’artista nel 1964 prende la strada della canzone di protesta e scrive “Mississippi Goddam!”, dedicata all’uccisione di un leader dei diritti civili e di quattro ragazzi di colore in due diversi attentati. Il pezzo diventa uno dei momenti-chiave dei suoi concerti e spinge la Simone a insistere su quella via; dal 1966 al 1969 vengono ancora “Four women”, ritratto di quattro donne nere, “I Wish I Knew (How It Would Feel To Be Free)”, “Why? (The King Of Love Is Dead)”, ispirata all’assassinio di Martin Luther King, e “Revolution”.

L’atteggiamento dell’artista nei confronti del pubblico spesso provocatorio, contribuisce provocarle molte antipatie; la sua musica, poi, non e’ quasi mai di facile consumo, al confine tra il blues, il jazz, il soul, il folk e il pop, con riferimenti anche alle radici della musica africana. Nel suo repertorio, tra l’altro, personali versioni di “Don’t Let Me Be Misunderstood” e “I Put A Spell On You” accanto a temi di Dylan, Cohen, Brel, Seeger, Bee Gees; tutto e’ modellato secondo il suo inimitabile stile, con essenziale gioco pianistico e una canto legato al gospel e al jazz-blues, non privo di ironia e aggressivita’.

L’attivita’ di Nina Simone e’ prevalentemente concertistica e, di conseguenza, la discografia comprende diversi, significativi album live. Black Gold (RCA 1970 USA) ha una splendida sequenza di brani di varia origine mentre in Emergency Ward! (RCA 1972 USA) Nina punta soprattutto sul repertorio di George Harrison, aggiungendo parole sue a “My Sweet Lord” (cantata in coppia col fratello Sam Waymon) e “Isn’t a Pity”. Dopo un ottimo It Is Finished (RCA 1974 USA) che contiene “The Pusher” (Steppenwolf), nel 1974 la Simone abbandona per qualche anno il mondo discografico, lasciando poche notizie di se’. Ritorna nel 1978 con un album brillante, che prende il titolo da una celebre canzone di Randy Newman. Poi, salvo qualche sporadico concerto, si eclissa di nuovo, fino agli ’80.

Nel 1987, grazie anche ad uno spiritoso video clip, la Simone torna prepotentemente nelle classifiche inglesi con “My Baby Just Cares For Me”, una sua incisione di quasi trent’anni prima. L’interesse suscitato anche nel nostro paese dal “nuovo” hit (che rimane peraltro episodio isolato) la porta sulla scena a Milano (novembre 1988), dove ottiene buoni consensi di pubblico e critica. Nel frattempo si moltiplicano antologie e ristampe dei suoi dischi. Nel 1989 la Simone e’ coinvolta nel progetto Iron Man di Pete Townshed e torna in studio per il controverso Nina’s back (Jungle Friend 1989 GB).

Grandissima interprete di un repertorio di difficile collocazione (infatti si contano riletture del suo songbook da parte di artisti di varia estrazione come Mary Coughlan e Nick Cave), comunque sempre orientato tra blues e jazz, Nina Simone (n. 1933, USA, vero nome Eunice Wymon [sic]) negli ultimi anni diminuisce di molto le sue apparizioni pubbliche, selezionando solo gli inviti piu’ prestigiosi. Dopo i fasti degli anni Sesssanta, torna al successo su vasta scala nel 1987 con la riedizione [sic] della famosa “My Baby Just Cares for Me”, che in poco tempo scala le classifiche britanniche. Tale evento comunque non contribuisce ad aumentare la sua attività discografica, e infatti per un nuovo lavoro bisogna attendere il 1989 con Nina’s Back,del resto accolto in maniera contrastante, poi seguito da Live & Kickin’, performance live peraltro registrata qualche anno prima al Circle Theatre di San Francisco, dove la Simone spazia in un vasto repertorio che cita, fra gli altri, Bessie Smith (“Sugar in my Ball” [sic]) e George Gershiwn (“Porgy”). Finalmente nel 1993 giunge A Single Woman, album di studio segnato da un tono easy listening che porta la cantante ad affrontare arrangiamenti fin troppo levigati e di maniera.


Enciclopedia Rock. Anni 60 (Arcana, 1985)
Enciclopedia Rock. Anni 70 (Arcana, 1987)
Enciclopedia Rock. Anni 80 (Arcana, 1989)
Enciclopedia Rock. Anni 90 (Arcana, 1997)


Addio a Nina Simone, voce jazz del “Black pride”
Si è spenta in Francia dopo una lunga malattia, Nina Simone, grande interprete jazz e soul degli anni Sessanta e Settanta. Fu interprete di Gershwin e Brel ma fu anche una “pasionaria” contro il razzismo in Usa
PARIGI – E’ morta a Carry-le–Rouet, nel sud della Francia, dopo una lunga malattia, Nina Simone, 70 anni compiuti lo scorso 21 febbraio. Al secolo Eunice Kathleen Waymon, fu una grande artista jazz (interprete anche di Gershiwn) e soul ma fu a lungo impegnata anche nelle battaglie civili e si fece portavoce del Black pride , pasionaria contro la disuguaglianza razziale. Anzi, dopo aver vissuto una vita negli Usa, lei che era nata nella Carolina del Nord, e dopo aver cantato canzoni di protesta contro il razzismo americano come Mississippi Goodman e To be Young, Gifted and Black, nel 1973 Nina decise di trasferirsi prima in Africa e poi in Europa. “Come persona di colore ho pagato un prezzo salato per combattere l’establishment”, diceva. Nel 1998 aveva detto durante un’intervista: “Oggi la disuguaglianza sociale in Usa è peggio di prima”.

Anche la sua carriera di musicista fu condizionata dal colore della pelle: suonava pianoforte dall’età di 4 anni e avrebbe voluto fare la concertista classica ma l’essere afro-americana glielo impedì. Così nel 1954 iniziò a cantare il jazz accompagnandosi con il piano. Il picco del successo lo raggiunse negli anni Sessanta e Settanta. Tra i suoi pezzi, famoso “A single woman” e, dopo aver incontrato la musica di Brel a Parigi, le riletture di Ne me quitte pas e poi Il faut savoir.(22 APRILE 2003, ORE 8:45)

Nata Eunice Waymon nel 1933 da una predicatrice del North Carolina, la cantante diventa Nina Simone nel 1959 quando coglie il suo primo successo con una smorzata e dolente versione di I loves you Porgy di Gershwin. L’ecletticità del repertorio, la tonalità scura e fremente del canto e il suggestivo accompagnamento del piano che ha imparato a suonare quando aveva otto anni, la fanno notare. Ma Nina Simone non è un personaggio facile: scontrosa nella vita come in scena, personalissima e “difficile” anche quando esegue gli standard più banali, è la classica artista di culto. 

Questo ottimo greatest hits propone dieci brani memorabili, che danno modo di assaporare le sue rare doti di interprete, il suo contralto maestoso e minaccioso, sottilmente malinconico o sarcastico. Pirate jenny e I loves you Porgy ci sono, assieme al palpitante gospel Sinnerman, all’afrobeat See-line woman, al classico del rock Don’t let me be misunderstood (la sua esecuzione, a onta di un’orchestrazione pomposa e datata, è da far diventare verde per l’invidia Joe Cocker), al magniloquente country di Van McCoy Break down and let it all out, al tema da film Wild is the wind reso con intenso trasporto e al sinistro gioiellino I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins. Ma pezzi forti sono due composizioni di Nina Simone, Mississippi goddam che dietro l’andamento della cabaret-song nasconde un testo sferzante (<<Ho i cani alle calcagna/Qui le scolarette sono in prigione/ Un gatto nero mi attraversa la strada/Accidenti al Mississippi e all’Alabama>>) e l’inarrivabile Four Women, ritratto di quattro donne nere sconfitte dalla vita che fa venire i brividi. 

Artista essenzialmente live, Nina Simone ha inciso decine di album eccellenti. Negli anni ’60 vanno ricordati almeno Forbidden fruit (Colpix, 1961), Sing Ellington (Colpix, 1963), In concert (Philips, 1964), Broadway-blues-ballads (Philips, 1964) Sings the blues (Philips, 1967) e To love somebody (Rca, 1969). Degli anni ’70 sono degni di nota Black gold (Rca, 1970), Heres comes the sun dedicato al repertorio di George Harrison (Rca, 1971), Pure gold (Rca, 1978) e Baltimore (Cti, 1978). Recente è il buon live Let it be me (Verve, 1988) che a dispetto della precaria forma fisica (leggi: alcool) la vede ancora interprete apprezzabile. Artista difficile da catalogare, Nina Simone incorpora nel suo canzoniere, oltre ai classici della black music, autori come Bob Dylan, Randy Newman, Leonard Cohen e Jacques Brel. 

Roberto Casalini, Paolo Corticelli, Oscar Mondadori 1989 


da L’Unità:

Misteriosa, inavvicinabile, eclettica. Nina Simone adesso è eterna. La grande cantante e pianista americana è morta domenica, il giorno di Pasqua, nella sua patria d ‘ elezione, la Francia. Aveva compiuto settant ‘ anni a febbraio. Settant ‘ anni di grande arte senza maestri. Forse, lei, senza saperlo, è stata una delle ultime grandi maestre del jazz, anche se in pochi, almeno finché è vissuta, erano disposti a riconoscerglielo. Adesso, forse, come spesso accade, Mina entrerà nel mito. Sebbene, a ben guardare, lo è da sempre, da quando incise quella versione di My Baby Just Care for Me. Un icona musicale entrata nel cinema, nella pubblici­tà, un po ‘ come la smorfia esagerata di Louis Armstrong.

Eppure molto presto, in quella ragazza non bella venuta a New York della Carolina del Nord all ‘ inizio degli anni Cinquanta, si era vista brilla­re la fiamma del genio. Si chiamava Eunice Kathleen Waymon, più tardi sarebbe diventata Nina Simone. Imbrociata, studiosissima, quasi virtuo­sa sul pianoforte. I suoi genitori frequentavano la Chiesa Metodista, l ‘ avevano educata alla musica. A quattro anni suonava già il pianoforte e qual­che anno dopo si divertiva all ‘ organo. Quando si iscrive alla prestigiosa Julliard School di N ‘ ew York è un piccolo prodigio. Ma è la voce, che emergerà di lì a poco, lo scrigno magico che le permetterà di spiccare il volo. Uno strano contral­to, il suo, dal timbro scuro come tabacco, caldo, possente, senza apparenti modelli. Un inesorabi­le senso per il blues, che veniva dritto dalle sue origini familiari ma che nello studio si era evolu­to in forma tutta sua. Quel modo un po ‘ barocco di porgere le frasi, sia sul pianoforte – che poi, nella maturità, sarà ridotto all ‘ essenziale. Ma so­prattutto nel canto, declamatorio, quasi recitati­vo, enfatico, eppure internissimo, struggente. E ‘ Atlantic City, quella che l ‘ america di allora consi­derava la capitale del vizio, a vederla debuttare, come pianista, nel 1954. E per caso, sollecitata dal pubblico, Nina si mette a cantare. Caso stra­no, è lo stesso destino che, qualche anno prima, era toccato a Nat King Cole. Sofisticato, lezioso, elegante pianista che però avrebbe trovato il suc­cesso cantandosi i pezzi da sé e non più accompa­gnando gli altri. Nat Cole che fu, per altro, tra i modelli più tardi confessati di Nina Simone. Quello di Atlantic City non è ancora il successo, ma è l ‘ inizio di una attività che, poco a poco, incalza. Fino al 1957, anno in cui, a New York, quella che ormai tutti conoscono come Nina Si-mone, inizia a registrare dischi con l ‘ etichetta Bethlem. E il primo grande successo glielo regala George Gerswhin. La sua è infatti una magnilo­quente, per nulla sentimentale versione di / lave you Porgy, la struggente ballata di Porgy and Bess che, nello stesso periodo, stava rileggendo in mo­do altrettanto nuovo anche Miles Davis. Il suo modo di intepretare i song è aspro, lontano dall ‘ elegia delle grandi colleghe che in quella fase storica spadroneggiano, soprattutto Sarah Vau-ghan, alla quale, in modo errato, Nina viene para­gonata. Non per le doti vocali, bensì per il tempe­ramento vulcanico, estremamente infiammabile. Un caratteraccio, insomma, che comincia a con­dizionarne la carriera. Storie, spesso leggende co­minciano ad accompagnarla. E ‘ un fanstama,

uno spettro che la segue, talvolta non completa­mente irreale, che l ‘ accompagna fino alla morte. Fino a che, negli Sessanta, infatti, abbandona gli Stati Uniti. Prima sceglie le isole Barbados, poi, grazie all ‘ amicizia con la grande cantante sudafri­cana Miriam Makeba, compie anche lei il «gran­de ritorno» in Africa, scegliendo la lontana, diffi­cile Liberia. E poi, siamo già negli anni Settanta, trova nel sud della Francia, lontana mille miglia dal business musicale, la sua vera patria d ‘ adozione. Nel frattempo ha fatto altri dischi e ha soprattutto allargato il suo repertorio, non solo al blues delle origini, ma anche a canzonieri lontanissimi dal jazz come quello di Bob Dylan. Gli anni Settanta, eprò invece di essere quelli del raccolto, sono forse quelli più diffìcili per la cantante. Viene accusata di frode fiscale negli Stati Uniti: si allontana dalla musica, le sue uscite si diradano. Nelle interviste sputa fuoco contro tutto e tutti. Anche sui francesi che l ‘ hanno accol­ta. «Sono terribili – dichiara in una di queste -anche se mi amano molto. E soprattutto mi ri­spettano». E qui, seduta al piano, in rari, raccoltis­simi concerti, le escono nuovi gioielli, che testi-

moniano di una curiosità culturale unica, come la meravigliosa versione di Ne me quittes pas di Jaquel Brel, autore per il quale nutre una sincera venerazione. E ‘ il lato profondamente umano di questa enorme cantante, di questo temperamen­to sanguigno, di una questa voce larga come un cielo aperto. Una voce oggi tutta da riscoprire e da assaporare.


I suoi squarci di blues ai limiti estremi del cuore

Francesco Màndica

Eravamo tanti, seduti, un po’ impettiti, un po’ impauriti, perché meno di un anno fa fece la sua comparsa, un’ultima volta, Nina Simone per un concerto nel nuovo auditorìum di Roma.

In una strana conferenza stampa, a metà fra il bordello e l’esame di maturità, Nina Simone era attorniata da lacchè e una specie di famìglia allargata, in una apoteosi matriarcale continuava a sventolarsi con il suo bastone-ventaglio, fumava con ingordigia, beveva qualcosa di troppo forte per quell’ora, pretendeva domande intelligenti, a cui molto spesso non dava risposta. Pretendeva di essere chiamata Doctor Simone perché per una nera come lei avere una laurea era vanto e orgoglio. Ancor prima di vederla ci furono raccomandazioni. Mai chiamarla Nina, non vi permettete. Eppure la sua è sempre stata ima lotta contro le discriminazioni, contro le barriere. La sua musica, promiscua, fra reminiscenze da pianista classica e squarci di blues al limite del cuore non era più la stessa. Ma il ricordo teneva in piedi lei e noi, colpiti da una strana deferenza, quella che si concede al capo di stato. È lei era una regina in turbante, una disfatta divinità della negritudine che ci concedeva l’ultima intervista, l’ultima occasione per vederla dal vivo. Il concerto fu per molti, compreso chi scrìve, una cocente delusione: suonò poco e male parlando continuamente con il suo staff nelle retrovie, chiedendo ad alta voce quanto mancasse prima dell’ultimo brano. Il gruppo, stonato e cadente, era metà la banda dell’esercito della salvezza, metà una ciurma ammutinata; ma bastava guardarla sulla prua del pianoforte, antipatica come sempre, perché chi ha quel piglio non lo perde mai. Perché la grande lezione di Nina Simone è stata proprio questa: ripristinare l’orgoglio nero, dare voce alle donne, costruire una mitologia personale che potesse aiutare anche gli altri, non solo il suo conto in banca. Ci è riuscita, come bofonchiava nelle ultime battute della conferenza stampa: è riuscita ad aiutare una generazione di cantautrici che altrimenti non avrebbe avuto alcuna possibilità. Ma non era solo un osso duro, il suo amore per gli uomini, quello del celebre adagio My baby just cares for me sembrava intaccarle l’epidermide, giù fino al diaframma. Il suo urlo non era disperato, composto semmai, per non darla vinta. «Il mio uomo non guarda le altre/ non va a giocare ai cavalli/non si perde in chiacchiere/il mio uomo pensa a me». Alterigia, non spocchia, cipiglio, con ironia. Queste piccole prove in bilico fra crudeltà sentimento l’hanno resa simbolo intoccabile, hanno creato una tradizione, forse fino a lambire uno stereotipo: è stata la prima vera diva nera, senza la fragilità tossica di Billie Holiday, senza la bellezza iconoclasta di Josephine Baker. Con il grugno Nina Simone ha creato la diva nera, in un mondo dove gli autobus erano ancora divisi in scompartimenti e le piantagioni ài cotone non erano roba da telefilm revanchista. Oggi una schiera di signorine con i capelli afro e la voce miagolante le deve davvero tutto.


 Le note stanche della  stregona  Nina Simone  Tutto esaurito all ‘ Auditorium di Roma per la “sacerdotessa del soul”, ormai troppo anziana e provata per sostenere un concerto come quelli a cui deve la sua leggenda. Tanti gli applausi, più per lei che per la musica 
 
di Alba SolaroIl carisma non le manca certo. Quanti altri potrebbero permettersi di arrivare sul palco con in mano uno “scopino” da stregone africano, e agitarlo in aria ottenendo in cambio scrosci entusiastici di applausi?
L ‘ ironia, anche, non le fa difetto: a una spettatrice che dal fondo della sala le chiedeva a gran voce di cantare Lilac Wine, imperturbabile ha replicato: “What? Wine? Yeah, I like red wine. And I adore champagne”.(Mia annotazione:forse Nina Simone sta solo, con ironia,  incarnando  il mitologema del vecchio stolto. P.F.)Per lei, Nina Simone, “the High Priestess of Soul”, il nuovo Auditorium di Roma era tutto esaurito domenica sera. Un pubblico da grandi occasioni (Nicola Piovani e Pietro Folena, tra i vari vip in plaeta), accorso per curiosità, passione, voglia di tributare omaggio a questa 70enne musicista di culto che non porta bene i suoi anni, che cammina a fatica e a fatica procede attraverso le poche canzoni di un concerto che appare come la pallida citazione della grandezza di un tempo. La bravura di Nina Simone, la sua forza, la sua intensità, la sua anima blues e la sua irriducibile voce “contro”, sono documentate in numerose incisioni live (il cuore della sua produzione discografica). Chi fosse andato all ‘ Auditorium con la speranza di rivivere quelle emozioni, si è dovuto accontentare di applaudire il personaggio, non la musicista.E infatti, il “personaggio” Nina Simone c ‘ è tutto, imprevedibile e inafferrabile come sempre. “Non sono mai scesa a compromessi per il successo, mai!”, aveva ribadito venerdì pomeriggio, all ‘ incontro coi giornalisti, con energia e un senso quasi di sfida. Il business musicale non la spaventa, il pubblico non la intimorisce, la musica per lei è anche fisicità, i tasti del pianoforte, il blues, la sua voce, quell ‘ incredibile tonalità agrodolce che il tempo non è riuscito a corrrompere.
Non la preoccupa più di tanto la spalla dell ‘ abito di strass blu e neri che le scende giù mentre suona, non si imbarazza per aver dimenticato il nome dei suoi musicisti proprio mentre li sta presentando, o per doversi voltare e chiedere al chitarrista la tonalità di un brano. Il gruppo, un quartetto non eccelso, probabilmente arruolato per l ‘ occasione, è palesemente diviso tra l ‘ orgoglio di doverla accompagnare e la disperazione di dover andare dietro ai suoi cambi repentini di scaletta.Black Is The Color of My True Love  s Hair lascia il passo ad uno spiritual tradizionale, quindi a sorpresa si lancia in Here Comes The Sun dei Beatles (di George Harrison, per essere più precisi), e infine, in piedi, incita il pubblico a cantare con lei See-Line Woman. Esce sulle note di So What di Miles Davis per dar modo ai suoi musicisti di far (deludente) sfoggio delle loro capacità, quindi ritorna, sempre lentamente, sorretta dal suo assistente, per rimettersi al pianoforte e snocciolare alcune delle sue perle: I Loves You PorgyMississippi GoddamI Want a Little Sugar In My Bowl e Four Women. Al termine di ogni canzone agita il suo scopino da stregone, e il pubblico la innonda di applausi. A metà dello show, lei si gira verso le quinte: “Quanto manca? Ancora venti minuti? Oh, Gesù”, esclama sorniona. E giù, altri applausi.Ma non basta il carisma a dar senso ad una serata che appare più un tributo, che un vero e proprio concerto. E che lei chiude in fretta, cantando My Baby Just Cares For Me quasi di corsa, come per liberarsi di qualcosa che gli altri si aspettano ma che a lei non dice più molto.E non dà soddisfazioni a nessuno: niente bis, nessuna delle canzoni chieste dal pubblico. “Continuate a comprare i miei dischi, e tornate a sentirmi la prossima volta”, saluta, prima di scomparire dietro le quinte. E i fan vanno via, dopo l ‘ ultimo applauso, con l ‘ intima convinzione che sarebbe meglio non ci fosse una prossima volta, per il bene stesso della grande Nina Simone.
Nina Simone, arriva
la regina soul
  E ‘ un monumento vivente della musica afroamericana, cantante dall ‘ inimitabile voce agrodolce. La vedremo dal vivo all ‘ Auditorium di Roma. Donna di poche parole, oggi ha eccezionalmente incontrato i giornalisti
 
 
di Alba SolaroLa cosa che Nina Simone desidera fare a Roma, dove è arrivata per lo straordinario concerto che la vedrà protagonista al nuovo Auditorium domenica 5 maggio, manco a dirlo è: “Poter vedere il Papa”. Lo dice senza ironia, questa signora di 69 anni che è un monumento vivente della musica afroamericana, una regina del soul dall ‘ inimitabile voce agrodolce che gli italiani hanno imparato a conoscere qualche anno fa con la riscoperta della sua My Baby Just Cares For Me, ma che si porta dietro ben altro.Cantante, pianista, si è guadagnata l ‘ ammirazione dei grandi del jazz, in 40 anni di carriera ha inciso decine di album, è stata una voce importante della protesta afroamericana. Il suo arrivo a Roma è diventato un piccolo grande evento. I biglietti sono andati esauriti in poche ore. L ‘ ufficio stampa è sommerso di richieste. E l ‘ incontro con i giornalisti fissato per venerdì pomeriggio ci ha colti quasi di sorpresa, perché la signora, anzi, Dr. Nina Simone, come pretende di farsi chiamare con curioso vezzo in onore alla sua laurea, di interviste non ne concede quasi mai. Non ha un carattere facile, dr. Simone. Ma se lo può permettere.Come ha scelto le canzoni che porterà in concerto?
Qualcuna l ‘ ho presa dal passato, altre sono più recenti.In scaletta ci sono anche due brani di Miles Davis, che lei ha conosciuto: “Milestones” e “So What”. Le fa abitualmente, o si tratta di un omaggio?
No, non è un omaggio.Cosa rappresenta per lei il blues oggi? La gente lo ama ancora?
Sì, lo amano sempre. Il blues è alle radici della musica della mia gente, pensi a John Lee Hooker, che ha vissuto fino a ottant ‘ anni e ha continuato a suonare il blues fino al giorno in cui è morto…I suoi sentimenti fortemente anti-americani la portarono a lasciare il paese anni fa. Da allora, le cose sono cambiate?
Può scommetterci che no, in questi quarant ‘ anni niente è cambiato.Eppure lei si è in qualche modo riconciliata con gli Stati Uniti, di recente vi è persino tornata.
E ‘ vero, sono stata a New York per prendere parte ad un concerto di beneficenza a favore di Rainforest, c ‘ erano Sting, Elton John, Patti Labelle e molti altri. E ‘ stata la prima volta in 40 anni che ho passato una serata divertente negli Stati Uniti.Cosa pensa della campagna in atto in America per risarcire le vittime dello schiavismo?
Quaranta acri di terra e un mulo per tutti gli afro-americani.Intende dire che la considera tutta una farsa?
Non ho detto questo. Voglio dire che questo è quello che ci è dovuto.Nel suo repertorio ci sono curiosamente più omaggi ad artisti bianchi (Dylan, Seeger), che ad artisti neri, come mai?
Perché i bianchi sono i padroni dell ‘ America.Ma gli artisti neri stanno conquistando sempre più spazi e potere nello show business, basti pensare agli attori che hanno vinto l  ultimo Oscar…
Certo, e sono orgogliosa di loro. Halle Berry e Denzel Washington meritavano sicuramente di vincere, ma ce ne sono tanti altri che l ‘ avrebbero meritato e continuano a rimanere nell ‘ ombra.Cosa pensa dei musicisti rap e hip hop?
Conosco solo Lauryn Hill, degli altri non so nulla.Alicia Keys?
Non mi piace.Ha mai ascoltato la versione che Jeff Buckley ha inciso della sua “Lilac Wine”?
Mi dispiace ma non conosco questo nome, ho invece ascoltato la versione che Kate Bush ha fatto della stessa canzone. Cosa ne penso? Orrenda.Lei ha esercitato e continua ad esercitare una profonda influenza sulle giovani generazioni di musicisti…
E ‘ un dovere. E ‘ mio compito cercare di aiutare la mia gente finché vivo, con la mia musica, con le mie canzoni, che sono vere, che hanno sempre un senso e nascono dalla realtà, dalla vita, non dalla finzione.Che idea si è fatta dei giovani musicisti afro-americani?
Una tragedia. Non conoscono le canzoni di protesta, non sanno niente della musica popolare. Li senti suonare ogni genere di musica, soul, blues, pop, ma non sanno nulla della loro storia.Ci può fare il nome di un musicista con cui ha lavorato che le abbia lasciato un ricordo particolare?
Ve ne faccio due, di nomi: Al Robinson e Oscar Peterson, uno straordinario musicista, dotato di una tecnica strabiliante, più di chiunque altro nel jazz.Ma il suo primo amore è stata la musica classica…
Bach è il primo musicista che io sia riuscita a comprendere, poi sono venuti Hayden, Chopin…E oggi, chi le piace ascoltare?
Maria Callas, quando canta Vissi d ‘ arte… E il contralto Marian Anderson, quando canta gli spiritual.Ha in progetto di fare un nuovo album?
Sì, ci sto lavorando con il duo Ashford & Simpson; abbiamo scritto insieme quattro delle nuove canzoni, loro parteciperanno anche cantando, e Ashford produrrà il disco.Ha rinunciato alla cittadinanza americana tanto tempo fa, e ora vive in Francia, per la precisione in Provenza. Ha preso la cittadinanza francese? L  avanzata della destra razzista di Le Pen non la preoccupa?
Io sono una cittadina afro-americana che vive in Francia da sette anni, ma non prenderò mai la cittadinanza francese, perché la mia unica cittadinanza è quella afro-americana. Le Pen? Non mi piace.C  è qualcosa che sogna di fare?
Cantare a bordo di una grande nave. E andare a Honk Kong. I cinesi conoscono la mia musica, hanno pubblicato anche in Cina il mio album Young, Gifted And Black .Come trascorre il suo tempo?
Ascolto musica classica. E dormo molto. Perché lavorare per quarant ‘ anni non è uno scherzo, e io ormai sono molto stanca.Domenica 5 maggio Nina Simone sarà in concerto al pianoforte e voce accompagnata da Nina Simone, Luis Robinson, Tyrone Jones, Luis Jardin e Javier Collados. Questa la scaletta dei brani:Intro: Milestones
Black Is The Color of my True Love
  s Hair
Every Tme I Feel The Spirit
Do I Move You
See-Line Woman
So What
Why? (The King of Love is Dead)
I Loves You Porgy
Mississippi Goddam
I Want a Little Sugar in my Bowl
Four Women
Ne Me Quitte Pas
My Baby Just Cares For Me

CASTALDO Gino, Il romanzo della canzone italiana, Einaudi, 2018

Grazie a uno straordinario incrocio di congiunture sociali e culturali, la storia della canzone italiana moderna ha un inizio preciso. È la sera del primo febbraio del 1958. Modugno canta Nel blu dipinto di blu e improvvisamente avviene un salto evolutivo. Gli italiani si rendono conto che tutto sta per cambiare, e la canzone volta pagina: inizia un’avventura mirabolante e irripetibile che dura fino ai nostri giorni, passando attraverso la sensibilità dei primi cantautori genovesi, scoprendo le gioie dell’estate e dell’adolescenza del rock’n’roll, crescendo attraverso la rivolta dei gruppi beat, maturando nella rivoluzione promossa da De André, Guccini, Battisti, e nel rinascimento che tra gli anni Settanta e Ottanta porterà la cultura musicale del nostro Paese ai suoi massimi splendori. Fino alle innovazioni che toccano la soglia del 2000. È una storia intensa e profonda nella quale possiamo leggere gioie, emozioni, caratteri, aspirazioni e contraddizioni della nostra identità culturale.

«All’inizio del 1958 tutto è pronto per cambiare, e tutto cambia. Ma gli italiani non ne hanno ancora la precisa percezione. Nell’aria c’è odore di miracolo economico, s’intravede un’inedita promessa di sviluppo. In fondo nessuno l’ha detto a chiare lettere, e per una di quelle sincroniche e stupefacenti coincidenze della storia, il compito di questa esplosiva rivelazione spetta a una canzone».

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