intervista di Walter Veltroni ad AMADEUS, in 7 Corriere della Sera, 18/3/2022

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Walter Veltroni:
Amadeus, mi racconti come era la tua stanza da bambino? «La condividevo con mio fratello Gilberto. Io sono del ‘62 e lui del ’66. Ricordo che c’erano due camere vicine, una però mia madre la teneva sempre vuota per gli ospiti. Ma la verità è che non veniva mai nessuno. E io non capivo perché mio fratello non potesse dormire nella stanza vuota. Non l’ho mai capito. In camera nostra c’erano due letti collocati testa contro testa, un comodino in mezzo, una piccola scrivania. E poster, musicali, ovunque».Di chi?«Sono cresciuto con la musica internazionale: Police, Pink Floyd, Eagles, Yes, Deep Purple, Led Zeppelin. Quel mondo fantastico mi faceva sognare: immaginavo di possedere una grande Jeep e di guidare sulle highways ascoltando la musica degli America o dei California. Nella camera c’erano uno stereo, un giradischi vecchio, e una marea di 45 giri. Qualsiasi soldo avessi in tasca lo spendevo in 45 giri. Mia madre impazziva, per questo. Li ascoltavo anche venti, trenta volte al giorno. Mamma si arrabbiava: “Studia! Stai sempre a sentire la musica, studia!”».
👉 Su 7 del 18 marzo l’intervista completa a @giovanna_e_amadeus

i Maneskin cantano CORALINE al Festival di Sanremo, 1 gennaio 2022

I Maneskin cantano

CORALINE

al festival di Sanremo, 1 febbraio 2022:

https://www.raiplay.it/video/2022/02/Sanremo-2022-prima-serata-I-Maneskin-cantano-Coraline-75d3d9aa-7e64-468a-960b-13d869041538.html

QUI CORALINE CON IL TESTO DELLA CANZONE:

Ma dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline Coraline
Coraline bella come il sole
Guerriera dal cuore zelante
Capelli come rose rosse
Preziosi quei fili di rame amore portali da me
Se senti campane cantare
Vedrai Coraline che piange
Che prende il dolore degli altri
E poi lo porta dentro lei
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline
Però lei sa la verità
Non è per tutti andare avanti
Con il cuore che è diviso in due metà
È freddo già
È una bambina però sente
Come un peso e prima o poi si spezzerà
La gente dirà: “Non vale niente”
Non riesce neanche a uscire da una misera porta
Ma un giorno, una volta lei ci riuscirà
E ho detto a Coraline che può crescere
Prendere le sue cose e poi partire
Ma sente un mostro che la tiene in gabbia
Che le ricopre la strada di mine
E ho detto a Coraline che può crescere
Prendere le sue cose e poi partire
Ma Coraline non vuole mangiare no
Sì Coraline vorrebbe sparire
E Coraline piange
Coraline ha l’ansia
Coraline vuole il mare ma ha paura dell’acqua
E forse il mare è dentro di lei
E ogni parola è un’ascia
Un taglio sulla schiena
Come una zattera che naviga
In un fiume in piena
E forse il fiume è dentro di lei, di lei
Sarò il fuoco ed il freddo
Riparo d’inverno
Sarò ciò che respiri
Capirò cosa hai dentro
E sarò l’acqua da bere
Il significato del bene
Sarò anche un soldato
O la luce di sera
E in cambio non chiedo niente
Soltanto un sorriso
Ogni tua piccola lacrima è oceano sopra al mio viso
E in cambio non chiedo niente
Solo un po’ di tempo
Sarò vessillo, scudo
O la tua spada d’argento e
E Coraline piange
Coraline ha l’ansia
Coraline vuole il mare
Ma ha paura dell’acqua
E forse il mare è dentro di lei
E ogni parola è un’ascia
Un taglio sulla schiena
Come una zattera che naviga
In un fiume in piena
E forse il fiume è dentro di lei, di lei
E dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline, dimmi le tue verità
Coraline, Coraline
Coraline, bella come il sole
Ha perso il frutto del suo ventre
Non ha conosciuto l’amore
Ma un padre che di padre è niente
Le han detto in città c’è un castello
Con mura talmente potenti
Che se ci vai a vivere dentro
Non potrà colpirti più niente
Non potrà colpirti più niente
Fonte: LyricFind
Compositori: David Damiano / Ethan Torchio / Thomas Raggi / Victoria De Angelis


Il significato della canzone:

“Protagonista della storia “Coraline”, una bambina che non trova il suo spazio nel mondo, in un percorso speranzoso verso la luce, costellato da momenti bui. La ballad rock del gruppo romano trova i suoi connotati già nella prima strofa della canzone, dove il frontman Damiano canta: “Se senti campane cantare vedrai Coraline che piange, che prende il dolore degli altri, e poi lo porta dentro lei”. Il brano cerca di affrontare anche il periodo della crescita della giovane donna, in cui non viene riposta nessuna fiducia, un sentimento che traumatizza Coraline nel suo processo evolutivo

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Raffaella Carrà (1943-2021)

  1. Raffaella Carrà (1943-2021). Debuttò in televisione nel 1961 in Tempo di danza, al fianco di Lelio Luttazzi. Nel 1970 partecipò a Canzonissima e divenne famosissima • Ha vinto 12 Telegatti • Ha recitato per il cinema, il teatro e in numerosi sceneggiati televisivi • Prima donna a mostrare l’ombelico in tivù in Italia • Il nome all’anagrafe è Raffaella Maria Roberta Pelloni • Cresciuta con la nonna romagnola e il nonno, poliziotto siciliano. «I miei genitori si sono separati subito dopo il matrimonio. Per l’epoca era una rarità e mio padre mi minacciava che, se non mi fossi comportata bene, mi avrebbe tolto a mia madre» • «Dicono che sono nata a Bellaria. E non è vero. Mia madre era di Bellaria. Aveva un bar. La mia famiglia era molto benestante. È inutile che io racconti la favola della piccola Cenerentola che poi ha avuto successo. No, no, non era così. Per me Bellaria era il luogo della libertà, del profumo delle piadine, della gente per cui sono sempre stata la “fiola della Iris”. Mentre Bologna è il luogo dove ho vissuto, il luogo delle fatiche, del dovere, di queste cose qua insomma. Io in televisione ci sono arrivata dopo un sacco di tempo. E prima ero passata dal cinema. E dalla danza. A otto anni sono andata via da Bologna. Per frequentare l’Accademia nazionale di Danza, quella di Jia Ruskaia a Roma, all’Aventino. Sacrifici a non finire, esercizi interminabili, ossessioni. Io che stavo sulle punte da quando avevo tre anni. Da rovinarsi i piedi. Poi a quattordici anni la Ruskaia mi dice che avevo le caviglie troppo piccole. E che avrei dovuto studiare fino a 28 anni. Sono scappata via. Mia nonna amava l’arte, il violino, la musica. Il teatro. Così feci l’esame per entrare al Centro sperimentale di cinematografia. E il corso per diventare attrice. Ero diventata un’attrice. Ebbi una piccola parte ne La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini» • «Nel 1963 feci I compagni e poi girai Celestina con Carlo Lizzani: doveva essere il 1964. Di lì a poco sarei partita per l’America. Dopo un film che avevo girato con Frank Sinatra. Il film si intitolava Il colonnello Von Ryan. Lo giravamo a Cortina. Venni scelta tra un sacco di attrici famose che avrebbero voluto recitare accanto a Frank. Ma fui presa io. Lui era un gran signore. Molto elegante. Io non conoscevo le sue canzoni. Andavo al juke-box e mettevo i Beatles. Era perplesso. Un giorno mi regalò una collana. Io andai da uno del suo staff e dissi: “E no, se mi regala la collana non va bene”» • «Il cinema non mi convinceva. Andai a Hollywood e me ne tornai presto. Fui presa per un programma che si chiamava Io, Agata e tu. Con Nino Ferrer. Io dissi una sola cosa: “Datemi tre minuti solo per me. Anche padre Virginio Rotondi ha tre minuti solo per lui. Perché a me no?”. Io volevo ballare soltanto tre minuti da sola. Punto e basta. Che danni avrei potuto fare? Quella era una Rai di uomini straordinari. Un giorno chiesi di conoscere Ettore Bernabei. Me lo fecero incontrare e lui mi disse: “Lei è come la Ferrari. La esporteremo in tutto il mondo”. Da quel momento cominciarono i successi» • Dopo aver ballato quei tre minuti in Io, Agata e tu la madre la chiamò da Bologna in via Teulada: «Mi dice “Ma ieri sera non eri mica tu…”. E io: “Ma mamma, non mi hai riconosciuta!” E mia madre: “No, ieri sera eri un’altra”» • Dopo Io, Agata e tu, Canzonissima (1970, scandalo per la sigla di testa Ma che musica maestro: il costumista Enrico Rufini la barda con lacci e laccetti ma le lascia scoperto l’ombelico); Canzonissima (1971, lancia due balli: il Tuca Tuca e il Borriquito, vende milioni di copie della sigla Chissà se va e diventa la beniamina dei bambini nei panni di Maga Maghella, streghetta pasticciona che legge oroscopi strampalati); Milleluci (1974, a fianco di Mina con la regia di Antonello Falqui, è una lotta a colpi di zatteroni, talento e trovate registiche) • Gigi Vesigna: «Tra lei e Mina ufficialmente non ci fu mai rivalità. Però quando fecero insieme Milleluci, io feci una copertina di Tv Sorrisi e Canzoni con loro due, e metterle d’accordo fu una via crucis. Raffaella soffriva il complesso dell’altezza, e così per avvicinarsi a Mina mise degli zatteroni con una zeppa pazzesca. Mina, che non voleva dargliela vinta, si infilò delle scarpe altissime, e si innescò una corsa al rialzo; in più il fotografo usò degli obiettivi che allungavano. Alla fine le foto erano assolutamente sproporzionate» • In Milleluci alla capigliatura tutta riccioli di Mina fu opposto il caschetto biondo della Carrà, studiato e preparato da Cele Vergottini, parrucchiere di Mike Bongiorno che ne aveva studiato uno non dissimile per Caterina Caselli. Nel 2005 fu chiesto alla Carrà se non fosse il caso ormai, dopo trent’anni, di pensare a qualcosa di diverso, magari i ricci o l’abbandono del corto: «Ma io credo nella pulizia di una linea, così come in quella di un programma televisivo, di un comportamento. Pulizia! Se ti trovi bene pettinata così, allora non devi cambiare. E a me non sono mai piaciuti il rococò e il barocco, i troppi gioielli, l’eccesso» • Canzonissima (1974, è l’anno dei balletti più scatenati, della canzone hit Rumore e dei duetti con Topo Gigio che cercava sempre di saltare dentro la sua scollatura più generosa che mai); Ma che sera! (1978, Come è bello far l’amore da Trieste in giù è l’indimenticabile sigla che segna il ritorno di Raffa in tv dopo 4 anni di assenza. Accanto a lei: Alighiero Noschese, Paolo Panelli e Bice Valori); Fantastico 3 (1982, la sigla Ballo, ballo sono un guerriero… era quasi uno slogan per l’ennesimo ritorno in tv dopo l’ennesima trionfale tournée oltre Oceano); Pronto Raffaella (1983-1985, stava con Gianni Boncompagni che inventò il gioco dei fagioli: il pubblico doveva indovinare quanti ne conteneva il barattolo di vetro che appariva in primo piano sullo schermo. Aldo Grasso: «Raffaella compie anche qualche miracolo: una madre confessa in diretta che sua figlia, affetta da disturbi della parola, riesce a pronunciare “Raffaella, ti amo”». Successo enorme con punte di share del 40 per cento).
• «Al tempo di Pronto? Raffaella, hanno scritto che facevo i miracoli, che ero diventata come una madonna, che aspiravo a essere considerata la santa della televisione. Quando mai! Faccio ciò che posso. E poi, gutta cavat lapidem, come direbbe Paolo Bonolis che ama le citazioni colte» • Domenica In (1986, un ruolo sempre più da intrattenitrice) • Per passare alla Fininvest si fece dare sette miliardi di lire (contratto di due anni): «Quando Silvio Berlusconi giocava duro per imporre le sue televisioni, le mandò a casa un bracciale di Bulgari per convincerla a lasciare la Rai. Lei non cedette, rimase ancora tre anni nella tv di Stato, ma si sfiorò la crisi di governo sul rinnovo del suo contratto. “Me la ricordo eccome quella sera. Stavo mangiando davanti al telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio Bettino Craxi che gridava: ‘Il contratto della Carrà è una vergogna per gli italiani!’. I socialisti, loro sì, mi hanno fatto la guerra”. Correva l’anno 1984 e Raffaella Pelloni in arte Carrà (un nome datole da Davide Guardamagna, autore tv stufo di sentirla chiamare Belloni o Palloni dai tecnici con cui girava i primi sceneggiati, negli anni Sessanta) stendeva al tappeto due pesi massimi come Silvio e Bettino. Il primo dovette aspettare il 1987 per conquistarla sul serio alle insegne della Fininvest e il secondo, allora vincitore di tante battaglie, fu battuto dal partito Rai» (Barbara Palombelli).
• Terminata l’esperienza in Fininvest e dopo un Fantastico (1991) entrato negli annali perché per la prima volta Roberto Benigni si esibì in uno dei suoi famosi corpo a corpo («avevo un vestito fatto di bottoni e i collant senza slip sotto. Se mi slaccia sono morta, penso. Arriva a modo suo, mi tocca il sedere, mi sbilancio e cado, lui addosso. Vedo quelle due manine piccole che si agitano sopra di me, scoppio a ridere»). In seguito andò in Spagna, dove il suo Hola Raffaella spopolò • Al rientro in Italia annunciò una trasmissione di nuovo tipo, si rifiutò di anticipare alcunché a qualunque giornalista, obbligo di top secret per tutti, prove blindate ecc. E in effetti, la sera di giovedì 21 dicembre 1995, il pubblico italiano vide nascere non solo un programma mai visto prima, ma un genere, per l’Italia, del tutto nuovo: era Carràmba, che sorpresa, programma basato sulle lacrime provocate dai riconoscimenti, dalle ricongiunzioni e dai sogni realizzati in diretta, format poi largamente ripreso in decine di altri modi sia in Rai che in Fininvest (in Rai, per esempio, Il treno dei desideri con Antonella Clerici e in Fininvest C’è posta per te con Maria De Filippi). Il format veniva dall’inglese Surprise!. Il termine “carrambata” è entrato nel Devoto Oli del 2008 • Nel 2001 arrivò la conduzione del Festival di Sanremo, con Gianfranco D’Angelo. Anche se aveva lasciato Japino da quattro anni (la notizia era stata data ai giornali con un comunicato nello stesso giorno in cui entravano in vigore le nuove norme che tutelano la privacy), se lo portò al Festival e gli fece guadagnare più di un miliardo di lire (lei ne prese uno e 250 milioni). Gai Mattiolo le preparò 14 abiti di scena e 50 per il dopo Festival, il prezzo era di 150 milioni, ci lavorarono quattro sarte e tre vestieriste, Mattiolo fu impegnato a realizzare pezzi unici, che cioè non avrebbero potuto mai più essere replicati. La critica arricciò il naso: «Sembra una mini Barbie» (Elsa Martinelli), «Abiti sempre fuori luogo, inadatti alla situazione del momento» ecc. Mattiolo: «Ha dei tabù incomprensibili: non vuole scoprire il collo, le spalle e le braccia» • Nel 2006, su Raiuno, condusse Amore, dieci puntate che si proponevano, attraverso servizi, ospitate ecc., di spingere gli italiani ad adottare, a distanza, bambini del Terzo mondo. La trasmissione non andò bene, la Carrà incolpò il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, che, a suo dire, «non ama i bambini» • È stata giudice di The voice of Italy (Rai 2, 2013-14, 2016). Da ultimo A raccontare comincia tu (Rai 3, 2019-21) • Non si è mai sposata: «La bellezza dell’amore è che è imprevedibile, guardi una persona negli occhi e la tua vita cambia all’improvviso. Io mi sono innamorata di un uomo meraviglioso come Gianni Boncompagni da giovane ed è stato bellissimo perché, dopo il difficile rapporto con mio padre, mi ha ridato la fiducia negli uomini. La nostra è stata una coppia paritaria e mi ha fatto un gran bene: stando vicino all’aretino si è sviluppata la mia ironia» • Boncompagni: «Sono stato con lei dieci anni, tre di più che con mia moglie. Lei era una stakanovista. Io lavoravo molto poco. Lei si arrabbiava perché io guadagnavo il doppio di lei» • Dopo aver lasciato Boncompagni, si mise col coreografo Sergio Japino: «Un giorno, durante una prova… Le stavo indicando un movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo continuato a guardarci a lungo, in silenzio» • Dodici adozioni a distanza (dato aggiornato a gennaio 2011): «All’inizio della mia carriera non volevo bambini: non mi andava di fare la star che gira il mondo con il panierino. Ho provato a quarant’anni, la natura mi ha detto no». Era molto legata ai nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Renzo morto qualche anno fa: «Purtroppo però uno vive a Parigi e l’altra in Belgio» • «Ho un unico vizio e sono le sigarette, che facciano male me ne frego. Del resto mio fratello non aveva mai fumato e in quattro mesi è morto di cancro ai polmoni» • Dieta: mangiare una volta al giorno e libertà nel weekend (compresa la pasta). Ginnastica: piccoli movimenti “giusti” per tenere il corpo sempre in stretch. Rilassamento: giocare a tressette ad ogni pausa di lavoro • «Ho sempre avuto il complesso della bocca molto carnosa» (aveva il dentista a Madrid) • È morta ieri a Roma alle 16.20, stroncata da un cancro ai polmoni. A darne l’annuncio è stato Sergio Japino, a lungo suo compagno nella vita e nell’arte: «Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». «Erano talmente pochi a sapere della sua malattia che solo la scorsa settimana, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai per la prossima stagione, un giornalista aveva chiesto al direttore di Rai1 Stefano Coletta se ci fosse in programma un ritorno in tv della Carrà. E lui aveva risposto, come sempre, che per Raffaella bisognava trovare il progetto adatto e che comunque le porte per lei erano sempre aperte» [Lupi, Mess]. Ieri sera, la Rai ha rivoluzionato il suo palinsesto per renderle omaggio. Il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il ministro della Cultura hanno espresso parole di cordoglio. Non ci sono notizie sui funerali, si sa però che ha chiesto una bara di legno grezzo e un’urna per le ceneri.

Festival di Sanremo 2021: BUGO canta ‘E invece sì’

Festival di Sanremo Bugo canta ‘E invece sì’ St 20214 min Nella finale della quinta serata Bugo canta sul palco dell’Ariston il brano ‘E invece sì’ in gara al Festival di Sanremo 2021

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Festival di Sanremo – S2021 – Bugo canta ‘E invece sì’ – Video – RaiPlay

Sanremo 2021, in RaiPlay/Radio2

Radio2 a Sanremo 2021

Rai Radio2 è in diretta dal Glass Box del Teatro Ariston, a pochi metri dal palcoscenico del Festival di Sanremo con tutti i protagonisti della 71a edizione! Andrea Delogu, Ema Stokholma e Gino Castaldo sono al “centro del Festival” su Rai Radio2 per commentare lo spettacolo, la musica e le canzoni e per accogliere gli artisti dopo ogni esibizione per un primo commento a caldo.

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Radio2 a Sanremo – RaiPlay

Su Rai 1 al via il LXXI Festival della canzone italiana, 2 marzo 2021

Su Rai 1 al via il LXXI Festival della canzone italiana con Amadeus (ore 20.40).Ilaria Ravarino su Il Messaggero: «Amadeus non conferma e non smentisce. […] Quando […] Fiorello gigioneggiava in collegamento con Domenica in, annunciando a Mara Venier “lo scoop dell’anno”, e cioè “Ama vuole fare il Sanremo ter, perché questo è l’anno della rinascita, il prossimo sarà quello del boom”, quella frase, più che una battuta, aveva il sapore di una autocandidatura. “Non confermo e non smentisco: pensiamo al festival che sta per cominciare”, ha risposto Amadeus, sfilando abilmente l’edizione 2022 dalle mani dell’eterno delfino Alessandro Cattelan, ormai libero dal legame con X Factor (“L’Amadeus Tre? Non ne so niente – è stata la sua reazione –. Guardavo l’Inter”). Il festival che sta per cominciare, appunto. […] Un festival “che non risolve i mali del mondo – ha concesso Amadeus –, ma può regalare cinque serate di spensieratezza”. […] Sanremo proporrà in apertura l’esibizione di Diodato con la sua Fai rumore, ospitando sul palco, accanto alla co-conduttrice Matilda De Angelis, anche la cantante Loredana Bertè e l’infermiera Alessia Bonari, già vista a settembre sul red carpet della Mostra di Venezia, oltre a 13 big e a 4 giovani. Mercoledì, con la cantante Elodie a co-condurre, sul palco saliranno il marciatore azzurro Alex Schwazer e i tre componenti de Il Volo, con un omaggio a Ennio Morricone. Giovedì, serata delle cover, sarà la volta della supermodella Vittoria Ceretti, con i Negramaro, Siniša Mihajlović e Zlatan Ibrahimović, mentre venerdì gli onori di casa li farà la giornalista Barbara Palombelli, con Alessandra Amoroso, Mahmood e la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Per la chiusura i conduttori Amadeus e Fiorello saranno affiancati da quattro co-conduttrici, Ornella Vanoni, Serena Rossi, Simona Ventura e Giovanna Botteri, mentre gli sportivi Federica Pellegrini e Alberto Tomba saranno gli ospiti di giornata. Per ognuna delle cinque serate il musicista Achille Lauro sarà impegnato sul palco dell’Ariston nella costruzione di quadri artistici (tra i suoi complici anche la cantante Emma e l’attrice Monica Guerritore), mentre, secondo indiscrezioni, potrebbero fare un’incursione durante una delle serate anche Claudio Santamaria, Francesca Barra e Vanessa Incontrada. “Lady Gaga? – ha azzardato Fiorello durante il tg – Roma-Sanremo col jet privato è un attimo”».

Rarities, di Lucio Battisti, 25 sett 2020

Rarities di Lucio Battisti. La Repubblica: «Ha cantato anche in altre lingue ed è l’autore di canzoni (fatto non sempre risaputo in alcuni casi) portate al successo da altri. Dagli archivi di Lucio Battisti continuano a uscire brani poco conosciuti (almeno nella sua versione) o praticamente sconosciuti in Italia. A riportarli alla ribalta, ci pensa il cofanetto Rarities. […] Nella raccolta (che uscirà in due versioni: lp e cd, entrambe accompagnate da un commento traccia per traccia) trovano spazio brani che Battisti ha affidato ad altri interpreti, come la notissima La spada nel cuore, portata al successo da Patty Pravo e Little Tony al Festival di Sanremo del 1970, o Le formiche, conosciuta nella versione di Wilma Goich, fino a La farfalla impazzita, un successo del Sanremo edizione 1968, dove fu cantata da Johnny Dorelli e Paul Anka. E poi una magnifica versione di Vendo casa, resa celebre dall’esecuzione dei Dik Dik; Per una lira, uno dei primissimi brani scritti da Battisti; La folla corsa, conosciuta grazie alla Formula 3, e una versione extended del capolavoro Pensieri e parole. Una parte dell’antologia è riservata alla produzione più esotica del cantautore, quella in cui si cimenta con altre lingue. Due brani in inglese, To feel in love e Only, che facevano parte dell’album Images del 1977, pensato per il mercato anglosassone, che non ottenne però il successo sperato. Poi altri brani cantati in spagnolo e francese».

Musica e cultura: La prima serata della 70esima edizione del Festival di Sanremo ha fatto registrare oltre dieci milioni di spettatori, con una media del 52,2% di share, 6 feb 2020

La prima serata della 70esima edizione del Festival di Sanremo ha fatto registrare oltre dieci milioni di spettatori, con una media del 52,2% di share.

Un risultato che migliora quello dello scorso anno, quando la prima serata del Baglioni bis aveva fatto segnare una media del 49,5% di share con 10 milioni 86 mila telespettatori.

Quella registrata martedì è la media più alta per la prima serata dal 2005, quando il Festival condotto da Paolo Bonolis raggiunse il 54,1%

Paolo Ferrario, ASPETTANDO SANREMO: divagazioni musicali – articolo già pubblicato in Muoversi Insieme di Stannah, 15 febbraio 2010

 

Chi l’ha detto che “sono solo canzonette”?
La domanda si riproporrà anche quest’anno, in occasione del Festival di Sanremo. Eppure Marcel Proust aveva già provato ad avvertirci:

“Non disprezzate la cattiva musica. Il suo posto è nullo nella storia dell’arte, ma immenso nella storia sentimentale della società”.

E, qualche tempo dopo, anche Enzo Jannacci sosteneva un’altra tesi:

“Questa è la canzone intelligente che farà cantar tutta la gente, questa è la canzone intelligente che farà ballar che farà ballar …”.
Il festival di Sanremo, nonostante i suoi 60 anni, continua a rimanere un pezzo della cultura italiana ed è quasi un rito popolare. Vale davvero la pena di viverlo attutendo i pregiudizi intellettuali e provando a comprendere quanto conti per ciascuno di noi la musica e quanto si leghi alla nostra vita.
Il termine “musica” è in stretta assonanza con l’arte delle Muse e, alla sua origine, indicava un insieme di tecniche e attività ispirate alla bellezza e al piacere. Nella mitologia greca le Muse erano le nove figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria).

E’ questa associazione di piacere, bellezza e capacità di ricordare che ci interessa evocare e inseguire.
Proviamo a fare un lavoro di immaginazione storica che ci conduca alle origini, riflettendo sul fatto che, prima ancora del linguaggio come modalità di comunicazione fra umani, c’era già la musica.

Erano i suoni della pioggia, dei tuoni, del vento, degli animali, della natura che, fuori dai luoghi di riparo, riempivano in modo anche inquietante l’ambiente esterno.

Il neuroscienziato Daniel Levitin ha prodotto una grande mole di dati e informazioni a sostegno della primaria importanza della musica nell’evoluzione umana: essa si è evoluta, fino ad acquisire autonomia e a diventare arte, proprio per promuovere lo sviluppo cognitivo.

In Fatti di Musica (This is Your Brain on Music, 2006), Codice edizioni dice:

“La musica può essere l’attività che preparò i nostri avi pre-umani alla comunicazione verbale e alla flessibilità cognitiva necessaria a diventare umani”.

Lo comprova il fatto che, in ogni società conosciuta, musica e danza sono forme espressive universali. E’ solo negli ultimi 500 anni che la musica è diventata un’attività per spettatori:

“l’idea del concerto musicale – dice ancora Levitin – in cui una classe di “esperti” si esibisce per un pubblico riconoscente è praticamente assente nella nostra storia come specie”.
E’ in questo lunghissimo orizzonte evolutivo che possiamo ripensare il nostro piacere nell’ascoltare (o vedere ed ascoltare) la musica.

Quello che cerchiamo è un’esperienza delle emozioni.

Potremmo dire ancora meglio: ci educhiamo ad entrare in rapporto con le nostre emozioni. La musica serve a trasmettere sentimenti attraverso un rapporto fra i gesti fisici e il suono. Il felice compito del musicista è di mettere assieme il suo stato mentale ed emotivo per comunicarlo a noi: e così facendo, dentro di noi si sviluppa un apprendimento esistenziale.

Ma facciamo una prova, visto che internet ce lo permette. Osserviamo come Nina Simone costruisce con il corpo, le mani e la voce il suo meraviglioso Four Woman:

 

E ancora, guardiamo la faccia beata di Gary Peacock mentre imbocca il paesaggio musicale di quel capolavoro di improvvisazione del Trio Keith Jarrett che è Prism:

 

In queste due interpretazioni si può percepire cos’è la bellezza e come si struttura dentro una relazione.

Ma leggiamo anche le migliaia di commenti che i visitatori di tutto il mondo lasciano: ci renderemo conto che stiamo partecipando ad una esperienza sociale priva di barriere geografiche. Sono solo due esempi (fra i più alti) di quanta strada sia stata fatta nell’evoluzione umana di cui abbiamo parlato.
Ogni volta che un bambino canticchia una filastrocca per imparare le tabelline o un adulto intona una canzone della sua infanzia o adolescenza si riattiva quel processo di crescita evolutiva che abbiamo appena raccontato in modo sommario. Sempre nella prospettiva di legarci alla nostra concreta esperienza, il gruppo di autori cui si rifà Levitin sostiene che il punto di svolta per il gusto musicale si colloca attorno ai 10 anni:

“Da adulti, la musica che ricordiamo con nostalgia, quella che ricordiamo come nostra, corrisponde a quella che abbiamo sentito in quegli anni”.

E’ talmente forte quella impronta che anche nella patologia del morbo di Alzheimer molti degli anziani che ne soffrono riescono a ricordare canzoni imparate in quell’arco di età. Ciò avviene perché quelli sono gli anni della scoperta di sé e, proprio per questo, sono densi di emozione.
Ecco perché il festival di Sanremo può “farci bene”: perché ci aiuta a fissare momenti della nostra biografia e a ricordarli nella forma cantata. Ed anche a canticchiarli come sto facendo ora, mentre scrivo.
Quelli della mia generazione (1948) ricordano alcune canzoni che fanno parte sia della storia culturale italiana, sia di quella personale.
Nel 1951 non c’era ancora la televisione e anche il disco (poi cassetta, Cd e oggi file Mp3) era lontanissimo dalla funzione che svolge attualmente. In quella situazione oggi inimmaginabile la canzone più bella di fu “Grazie dei fior” cantata da Nilla Pizzi:

“Grazie dei fior/fra tutti gli altri li ho riconosciuti/mi han fatto male, eppure li ho graditi/son rose rosse e parlano d’amor”.
Nel 1958 a “Volare” nella mente e nei cuori è lo scatenato refrain di Domenico Modugno: “Poi d’improvviso venivo dal vento rapito/e incominciavo a volare nel cielo infinito” (Nel blu dipinto di blu).

Son passati 50 anni e il motivo è inscritto nella memoria. E’ bello trovarsi a cantarlo.
Nel 1961, a testimoniare una blanda mutazione di costume, Adriano Celentano irrompe sullo schermo televisivo in una scatenata rumba-rock:

“Con 24 mila baci/oggi saprai perché l’amore/vuole ogn’istante mille baci/mille carezze vuole allora”.
Ancora Celentano nel 1966 va al Festival a raccontare gli effetti del dopo boom economico:

“Torna e non trova gli amici che aveva/solo case su case … catrame e cemento” (Il ragazzo della via Gluck).
Queste volevano essere solo alcune reminiscenze per dire che le generazioni sono cresciute e cambiate ascoltando sullo sfondo delle loro vite alcune “canzonette”. Nessuno può ritrarsi dalla modesta ma irresistibile suggestione di certe melodie, parole e voci.
Facciamolo anche in questi giorni del festival di Sanremo 2010.

Ascoltiamo e chiediamoci:

perché questa canzone?

Cosa ha voluto dire?

Cosa porta di nuovo questo cantante?

Cosa c’è di diverso rispetto al passato?


già pubblicato in  Aspettando Sanremo: divagazioni musicali – Muoversi Insieme

Paolo Ferrario, DAI DISCHI AGLI MP3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni – pubblicato in Muoversi Insieme di Stannah, 9.2.2012

Su Muoversi Insieme di Stannah abbiamo già parlato del rito” del festival di Sanremo che si rinnova ogni anno all’avvicinarsi della primavera. In quelle serate ci viene ricordato che le parole e le musiche ascoltate dal palcoscenico accompagnano da sessant’anni la storia della società italiana e le nostre personalissime biografie.

In quest’articolo prenderemo in analisi un altro aspetto della “memoria musicale” inscritta nelle persone che hanno vissuto quest’arco di tempo: vogliamo mettere al centro dell’indagine i cambiamenti delle tecnologie che rendono possibile l’ascolto e i loro effetti sulle abitudini e comportamenti.

In realtà la storia comincia molto prima, con il Disco: una lastra circolare di materia sintetica per mezzo della quale è possibile riprodurre musiche e suoni incise sulle sue tracce. La “musica di massa”, ossia accessibile a un pubblico vasto e non solo ai ristretti circoli delle aristocrazie della borghesia ottocentesca, comincia attorno al 1877, quando Thomas A. Edison inventa un tipo molto primitivo di grammofono, cui diede il nome di fonografo“. Ma il principio del disco grammofonico, piatto e rotondo, fu concepito dal fisico Emil Berliner un anno dopo: il disco veniva collocato su un piatto messo in rotazione con un motore a molla. Dopo parecchi tentativi si impose la velocità standard dei 78 giri e la musica che si muove nell’aria cominciò ad avere i suoi supporti materiali che le consentiranno di entrare nelle case e fra le famiglie.
Nel secondo dopoguerra e, dunque, nel periodo evolutivo dei post sessantenni il giradischi entra a far parte dell’arredamento delle abitazioni e diventa una tecnologia di distinzione che campeggia nel “salotto” di soggiorno. La durata dei dischi a 78 giri (tipici degli anni ’40) era di circa 4 minuti a facciata: questa unità di tempo è stata inizialmente determinante nel condizionare la struttura ideativa delle canzoni e della stessa musica jazz. La maggior parte della produzione di quest’ultimo tipo di musica, che molto ha influito sui gusti degli italiani che in quel decennio si avvicinavano alla cultura americana, erano organizzate sulla base di incontri durante i quali venivano effettuate più registrazioni, chiamate “takes”, ossia versioni multiple dello stesso brano fra le quali si sceglieva l’esecuzione migliore. Nei primissimi anni del ‘900 il jazz poteva essere ascoltato solo suonato dal vivo nelle strade e nelle sale da ballo. Poi, negli anni ’20 – ’30, nei fonografi e nei locali notturni. Negli anni ’40 – ’50 le fonti primarie divennero la radio, i dischi, i film.
Tuttavia c’era un problema da risolvere. La durata dei 4 minuti di un 78 giri costituiva una forte limitazione per altri generi musicali: l’ascolto della Messa in si minore di Bach, per esempio, rendeva necessari 17 pesanti dischi. Per rimediare occorreva diminuire la velocità di rotazione del disco o tracciare solchi più sottili sulle lastre, senza diminuire la qualità sonora. I progressi tecnici portarono al Disco microsolco.

Nel 1948 la statunitense Columbia Records impose lo standard dei dischi LP (Long Playing) a 33 giri, capaci di contenere dai venticinque ai quaranta minuti di musica per facciata. Ora un’intera sinfonia era disponibile in un solo disco. Il tipo di materiale e la riduzione della velocità, inoltre, facevano diminuire il rumore di fondo e migliorare la qualità sonora. Le grandi case discografiche adottarono rapidamente questo supporto e i loro cataloghi vennero continuamente arricchiti, per la gioia consumatrice degli ascoltatori e collezionisti. Il formato delle buste cartonate dei 33 giri (31 x 31 centimetri) furono anche il supporto per splendide copertine, che diedero lavoro espressivo a grafici e fotografi per i vent’anni successivi. La RCA Victor, nel 1949, a sua volta introdusse un proprio microsolco costituito da un disco di 18 centimetri che ruotava a 45 giri al minuto. Il 33 giri sviluppò la moda dell’”alta fedeltà”, che si traduceva in un forte indotto dell’industria dei giradischi: altoparlanti montati in casse acustiche, amplificatori, puntine di zaffiro ultrasensibili, bracci di lettura bilanciati. Il 45 giri divenne il più competitivo supporto per la musica leggera e i juke-box. La generazione dei sessantenni ricorda bene come le loro adolescenze trascorrevano anche nei bar dove queste macchine (con gettoni da cinquanta o cento lire),
in modo quasi “magico”, andavano a prendere il disco che era stato digitato sulla lista, alla voce cantante/titolo, lo deponevano sul piatto e la puntina ne diffondeva le note per tutte le persone presenti. La versione Columbia veniva preferita per le esecuzioni a “lunga programmazione”, mentre il 45 giri diventò il supporto fondamentale per i singoli standard, decisivi per l’impulso del mercato giovanile, e che si potevano sentire nei cosiddetti “mangiadischi”, anticipando così, in forma elementare, l’elevatissima portabilità dei nostri giorni.
Il baby-boom degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra conduceva nei negozi di dischi un’estesa platea di giovani disponibili a spendere denaro in musica. E’ negli anni ’50 che si forma, a partire dagli Stati Uniti per arrivare all’Europa, una diffusa cultura di appassionati alla “popular music“. Basti pensare a Frank Sinatra (1915-1998) e ai crooners, che devono il loro nome (“sussurratori“) alle personali dotazioni vocali rese, però, possibili dalla sensibilità dei microfoni e dalle tecniche di riproduzione. I “Sinatra’s Songs For Swingin’ Lovers e “Swingin’ Affair” facevano balzare il cuore e educavano gli adolescenti alle relazioni sentimentali. Ma anche Elvis Presley (1935-1977) alternava alla sovreccitazione del rock vero e proprio, ballads lente e romantiche, cantate con un’affettività che preludeva alla successiva liberazione sessuale. Il rock creò un mercato di massa capace di mobilitare interessi finanziari fortissimi, al cui confronto la musica classica appariva estremamente modesta.  Ma c’è un altro dato storico da mettere in rilevo. Nel 1958 il festival di Sanremo fu vinto da Domenico Modugno (1928-1994) con la canzone Nel blu dipinto di blu: viene fatta risalire a quel periodo, perlomeno in Italia, l’origine della figura del “cantautore”, ossia dell’identificazione artistica fra l’autore di un testo e la sua interpretazione musicale. In ogni caso questi due sviluppi (il mercato di massa e una nuova tipologia di artista) furono favoriti dai supporti plastici dei 33 e 45 giri.
Anche il magnetofono (oggi diremmo registratore) e i nastri magnetici hanno avuto un ruolo importante. Inizialmente i nastri giravano su bobine circolari di difficile gestione, ma ben presto, dalla metà degli anni ’60, fu trovata la soluzione tecnica: racchiudere il nastro nelle audiocassette, da inserire in piccoli utensili portatili, i cosiddetti “walkman“, inventati dai giapponesi della Sony. Con questa tecnologia, che ha segnato l’epoca degli anni ’70 e ’80, i singoli brani potevano svincolarsi dalla gabbia del disco e si potevano fare registrazioni antologiche personalizzate che “permettevano di ascoltare ma anche di far ascoltare quella musica, quei dischi, quelle canzoni, quei gruppi a qualcun altro” (Ernesto Assante). Tutto questo lo si faceva con le audiocassette, antenate delle attuali playlist.
Inizia qui la fase dell’interattività che oggi ha raggiunto livelli stratosferici, ma contemporaneamente c’è la svolta tecnica del CD (Compact Disk), brevettato dalla Philips nel 1979, che sostituiscono i “vecchi” dischi in vinile. I nuovi dischetti sono piccoli, hanno un diametro di 12 centimetri, possono contenere oltre 74 minuti di musica senza interruzioni ed hanno un’ottima resa sonora. Anche i lettori laser che li fanno funzionare sono molto meno ingombranti dei giradischi e, soprattutto sono portatili. Il passaggio dai Long Playing ai Compact Disk inizialmente non piaceva a chi si era affezionato ai precedenti supporti. “Si era perso il fascino dell’oggetto, persa la sua elegante vulnerabilità, persa l’unicità delle copertine e delle confezioni, persa la sfogliabilità e la leggibilità dei testi, persa per alcune scuole di pensiero perfino la qualità sonora, persa ogni ritualità consolidata da decenni di uso” (Luca Sofri). La piccola confezione del Cd riduce la carica artistica che era possibile esprimere negli album a 33 giri tramite le immagini e i testi delle copertine. Ma questo senso di perdita ben presto si diluisce nell’arco di un decennio e si andrà sempre di più verso la miniaturizzazione e “smaterializzazione” dei supporti. Basta scorrere le date:

radio a transistor (1954),
registratori a cassette (1963),
walkman (1978, Cd (1982),
lettori portatili di Mp3 (1996).
Ora il formato standard è l‘Mp3 (più precisamente l’MPEG Motion Picture Experts Group Audio Layer III),
nato in un laboratorio tedesco nel 1987 e lanciato nel 1993. l’obiettivo di questa tecnologia è di ridurre le dimensioni dei files audio, senza grandi perdite di qualità sonora, perché devono correre in internet e raggiungere i miliardi di Pc fra loro collegati. Inoltre, in cuffia sono assolutamente perfetti. l’Mp3 è versatile, è copiabile con strumenti casalinghi, corre veloce e cambia del tutto il mercato discografico. Ma cosa fare con i vecchi LP da 33 giri? I nativi degli anni ’40 e ’50 ne hanno lunghi scaffali pieni, belli infilati nelle loro custodie di plastica, per proteggerli dalla polvere. Sono dischi con copertine spesso bellissime, come si è detto: veri quadri pittorici in formato 30 per 30, come quelli che sapeva disegnare Peppo Spagnoli della Splasc(h). Certamente si potevano trasferire su audiocassetta, ma rinunciando alla compatibilità con le tecnologie audio oggi dominanti. E allora ecco venire in aiuto, ancora una volta il mercato. Si inventano hardware costituiti da un giradischi collegabile con un cavo alla presa Usb del Pc. Si mette il disco 33 giri (ma funziona con i 45 giri ed anche con le cassette),
si registra la facciata, si dà il nome alle tracce e, con qualche procedura attenta, le preziose musiche jazz e pop degli anni ’50, ’60, ’70 diventano files Mp3: elettroni strutturati che viaggiano sui fili di internet, diventando unità audio diffuse, fruibili, avvicinabili, ascoltabili per il piacere soggettivo e intersoggettivo al costo di circa 10 Cd acquistabili nei negozi.
La vendita di dischi conosce la più importante crisi di settore e si reindirizza verso gli acquisti online sia dei Cd sia dei singoli files. Ma la più veloce e intensa rivoluzione diffusa, molecolare, elettronica e democratica l’ha inventata Steve Jobs con l’iPod, ossia quei minicomputer tascabili e dotati di una memoria sufficiente a immagazzinare (a un costo assolutamente concorrenziale rispetto ai Cd) migliaia di tracce musicali. “l’iPod mi aiutò a ristabilire una relazione con dischi che non sentivo da anni. Cominciai a disossare la mia collezione di dischi, sventrando i vinili per poi importarli con iTunes. Iniziai a passare ogni minuto libero a rovistare dentro ogni Cd, album, singolo e cassetta alla ricerca di canzoni degne dei nuovi giocattoli” (Dylan Jones.)
l’ iPod è stato ed è un oggetto di status e di tendenza che oggi si contende il suo spazio fra altri diversi modi di fruire la musica: radio, televisione, cellulari, computer. Non è più il tempo dei bar con il juke box, della radio a transistor o del giradischi casalingo accanto al divano. La musica si consuma in modo frammentato e diffuso sui treni, alle stazioni, nei luoghi e non luoghi della mobilità. E’ vero che si è perso in materialità dei supporti, tuttavia oggi ci sono più “dischi” (virtuali) di quanti una persona possa ascoltare in tutto il ciclo della sua terrena esistenza. Anche potendosi permettere di acquistarli (ma più spesso copiarli) tutti è umanamente impossibile trovare il tempo, questo sì scarso, per sentire tutta questa musica. Ecco perché ridiventa necessario educare e affinare il gusto: occorre imparare a scegliere autori e musica nel reticolare emporio di internet. Proviamo a usare All Music Guide, ad avere fiducia nei consiglieri di musica jazz come Norbert Ruecker, a inseguire i viaggi personali nella musica pop di Ezio Guaitamacchi, Nick Hornby, Ernesto Assante e Gino Castaldo, oppure a percorrere il sito del documentatore italo-americano Piero Scaruffi.
Il ciclo storico del vinile è durato 30 anni e quello del Cd e delle audiocassette circa 20. Oggi le innovazioni hanno tempi sempre più brevi. Gli individui della generazione dei post sessantenni hanno vissuto come “consumatori creativi” tutte queste svolte tecnologiche adattandosi e imparandone l’uso attraverso lo studio e apprendimento di manuali e istruzioni spesso difficili. Alcuni hanno rinunciato a farlo. Ma la mente musicale è produttrice di forti energie che supportano i cambiamenti. Lo scrittore Giuseppe Pontiggia parlava della sua ingordigia di libri come di una “libridine” (libidine per il libro). Cos’è quest’altra passione di suoni creati dall’ingegno umano che si strutturano in schemi armonici che accarezzano il cervello? Una “musicalidine“?
Forse non è un neologismo altrettanto efficace di quello di Pontiggia.
Cosa verrebbe in mente al lettore di questo percorso storico e biografico?

Fonti bibliografiche:
Enciclopedia della musica: piaceri e seduzioni nella musica del XX secolo, Einaudi/Il Sole 24 ore, 2006
Storia della civiltà europea: il Novecento, volume 18, Musica, Corriere della Sera, 2008
La canzone italiana 1861-2011, storie e testi, a cura di Leonardo Colombati, Mondadori, 2012
Ernesto Assante, Copio dunque sono, la rivoluzione che ha cambiato la musica, Coniglio editore, 2009
Ezio Guaitamacchi, 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita, Rizzoli, 2009
Dylan Jones, iPod, dunque sono, Marco Tropea editore, 2005
Luca Sofri, Playlist: la musica è cambiata, Rizzoli, 2006

Sorgente: Dai dischi agli Mp3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni – Muoversi Insieme

Asaf Avidan – ONE DAY – Sanremo 2013

Asaf Avidan, qui all’altezza delle interpretazioni di Nina Simone:

No more tears, my heart is dry I don’t laugh and I don’t cry I don’t think about you all the time But when I do – I wonder why. You have to go out of my door And leave just like you did before I know I said that I was sure But rich men can’t imagine poor. One day baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old And think about the stories that we could have told One day… Little me and little you Kept doing all the things they do They never really think it through Like I can never think you’re true Here I go again – the blame The guilt, the pain, the hurt, the shame The founding fathers of our plane That’s stuck in heavy clouds of rain. One day baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old And think about the stories that we could have told One day… One day… out there, One day… One day baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old One day baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old One day baby, we’ll be old Oh baby, we’ll be old And think about the stories that we could have told.

 

 

Festival di Sanremo: Musica, Canzonette e Biografia, di Paolo Ferrario in Muoversi Insieme Stannah | Tracce e Sentieri

… in ogni società conosciuta, musica e danza sono forme espressive universali. E’ solo negli ultimi 500 anni che la musica è diventata un’attività per spettatori: “L’idea del concerto musicale – dice ancora Levitin – in cui una classe di “esperti” si esibisce per un pubblico riconoscente è praticamente assente nella nostra storia come specie”.
E’ in questo lunghissimo orizzonte evolutivo che possiamo ripensare il nostro piacere nell’ascoltare (o vedere ed ascoltare) la musica. Quello che cerchiamo è un’esperienza delle emozioni. Potremmo dire ancora meglio: ci educhiamo ad entrare in rapporto con le nostre emozioni. La musica serve a trasmettere sentimenti attraverso un rapporto fra i gesti fisici e il suono. Il felice compito del musicista è di mettere assieme il suo stato mentale ed emotivo per comunicarlo a noi: e così facendo, dentro di noi si sviluppa un apprendimento esistenziale. Ma facciamo una prova, visto che internet ce lo permette. Osserviamo come Nina Simone costruisce con il corpo, le mani e la voce il suo meraviglioso Four Woman. E ancora, guardiamo la faccia beata di Gary Peacock mentre imbocca il paesaggio musicale di quel capolavoro di improvvisazione del Trio Keith Jarrett che è Prism. In queste due interpretazioni si può percepire cos’è la bellezza e come si struttura dentro una relazione. Ma leggiamo anche le migliaia di commenti che i visitatori di tutto il mondo lasciano: ci renderemo conto che stiamo partecipando ad una esperienza sociale priva di barriere geografiche. Sono solo due esempi (fra i più alti) di quanta strada sia stata fatta nell’evoluzione umana   SEGUE

L’INTERO ARTICOLO E’ QUI: Ferrario Paolo, Festival di Sanremo, Musica, Canzonette e biografia

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