prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Gaber, Ravel e l’incendio del giardino, 8 marzo 2016

Mi ricordo di quella notte: temevo di avere provocato l’incendio del giardino.

Anche la musica può colorare un ricordo. Eccome.

Per la precisione quell’estate era stato il monologo di Giorgio Gaber a scatenare un risveglio non esattamente tranquillo, cui il Bolero poco dopo avrebbe contribuito a dare una mano.

Solo che l’idea fissa di Gaber era relativa alla chiusura del gas; la mia, invece, allo spegnimento della brace.

A letto ti viene un dubbio. La brace. Avrò spento la brace? Meglio andare a vedere”.

Mi sono sempre chiesto come mai proprio quella mattina, pochi minuti prima delle cinque, Radiotre avesse scelto di mettere in onda la famosa danza spagnola di Ravel.

In auto, mentre attraversavo la città per recarmi alla casa sul lago, sentivo ululare le raffiche del vento e nella penombra delle prime luci del giorno i corpi volanti dei più disparati oggetti assumevano inquietanti forme di funesti presagi. Le note del ritmo ostinato del tamburo militare facevano da tappeto musicale a quel volo disordinato, illuminato dai fari accesi come lo spotlight sul proscenio.

Avrò spento la brace? Meglio andare a vedere”.

Il Bolero ha una durata di circa trenta minuti, lo stesso tempo impiegato per raggiungere il mio giardino lacustre.

Io, l’automobile, il turbinio delle folate di vento, i pochi automezzi circolanti sulla strada, la musica alta nello stretto abitacolo e una domanda ossessiva: “Avrò spento la brace”?

Ed è stato proprio lì, quando il tamburo raddoppiato dal fagotto e dall’oboe è salito d’intensità, che si è accesa la mia immaginazione visiva.

Al suono di tromba, flauto e sax tenore e mentre il corno entra con gli ottoni, le mie pupille sempre più dilatate assistono all’innalzamento di mulinelli ardenti, lingue arroventate e colonne infuocate il cui fumo, a contatto con l’umidità dell’aria, sparge raggi rossi in ogni direzione del cielo.

L’ingresso del trombone con tutti i legni non fa che peggiorare la situazione: fiammelle purpuree si rincorrono come spiritelli impazziti a cercare riparo dietro i tronchi degli alti cedri del Libano, abbracciano e avviluppano e incendiano le vecchie cortecce con ghigni beffardi.

I primi violini con gli archi, i legni e la tromba accompagnati a tamburo, trombone e sax sospingono malefici tizzoni nell’arida vegetazione dove rimbalzano, saltellano, rotolano e si accavallano in una ridda frenetica e scomposta.

Il fortissimo del ritmo finale delle percussioni fa esplodere il parossismo: il paese brucia e dalle finestre spalancate facce incredule e attonite guardano impotenti il devastante girone infernale.

Così finisce il Bolero.

Silenzio. Sudore. Sgomento.

Avrò spento la brace? Guardo la brace: spenta”.

Anzi, ancora umida per via delle secchiate che per precauzione getto sempre prima di chiudere il cancello del giardino e rientrare in città.

Torno in macchina. Sollevato. Quasi divertito per l’inutile spavento.

Radiotre trasmette il notiziario delle sei. Allarme siccità e Sardegna in fiamme.

Mi viene un dubbio. Ma avrò visto bene che la brace è spenta? Meglio tornare a vedere. Spenta”.

E allora ci tiro addosso altre secchiate, così sono sicuro che l’ho spenta. “Giuro che l’ho spenta”.

NON sono passati 15 anni dall’11 settembre 2001: i valori e le istituzioni dell’Occidente sotto attacco da parte dell’islam politico. Il mio TO CROSS THE LINE, scritto nel 2006

l’11 settembre 2001:

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Una intera fase storica di attacco dell’islam politico contro i valori e le istituzioni dell’occidente democratico

Obama annuncia una coalizione internazionale per la DIFESA

L’America si metterà alla guida di una vasta coalizione internazionale” che darà il via a “una campagna senza sosta” contro la minaccia terrorista dell’Isis, “ovunque si trovi”, “per respingerla e infine distruggerla”: così Barack Obama ha annunciato il suo piano anti-Isis, parlando in diretta Tv alla nazione.


il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità:

ero “centrista” già allora.

Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds) e verso la unificazione fra le migliori parti della tradizione democristiana e “comunista”.
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho ricordi. Persone … libri … momenti … non tutti belli

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Le libertà individuali, quelle combattute dalle fedi religiose

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

LE DUE PIAZZE di sabato 28 marzo e come anticipava Giorgio Gaber con DESTRA/SINISTRA

AUDIO DI : Giorgio Gaber Destra – Sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po’ di destra
ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po’ di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po’ di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l’ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po’ degli anni ’20, un po’ romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c’è
se c’è chissà dov’è, se c’é chissà dov’é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po’ a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!

GIORGIO GABER, Qualcuno era comunista, 2001

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo

11 settembre 2001: i valori e le istituzioni dell’Occidente sotto attacco da parte dell’islam politico. Il mio TO CROSS THE LINE, dopo il ciclo storico aperto l’11 settembre 2001. Scritto nel 2006 e aggiornato nel 2014

l’11 settembre 2001:

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Una intera fase storica di attacco dell’islam politico contro i valori e le istituzioni dell’occidente democratico


il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds) e verso la unificazione fra le migliori parti della tradizione democristiana e “comunista”.
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho ricordi. Persone … libri … momenti … non tutti belli

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Le libertà individuali, quelle combattute dalle fedi religiose

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti.

Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Osservo con tristezza storica che oggi, 11 settembre 2013, si ricorda poco l’11 settembre 2001

Osservo con tristezza storica che oggi, 11 settembre 2013, si ricordo poco l’11 settembre 2001

No.

Io non me lo dimentico. Quella è una data periodizzante

Quella data ha segnato in modo irreversibile il mio “to cross the line”, l’oltrepassamento di quel confine che aveva costruito la mia identità politica dal 1968 in avanti.

Perchè?

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.
Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.
La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Già: eccetera …
Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese.
La secolarizzazione, la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato, la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.
Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.
Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio. A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.
Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per minori, handicappati, anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.
Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori. Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.
Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.
Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.
Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle sinistre.
E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).
Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale. Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).
Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.
Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.
Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.
Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti

Qui le Annotazione sul risultato delle ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013 | Passato e PresenteMonti camera

“anche laddove tu non riesca a definire un senso,

puoi cercare di agire come se in quel momento ne andasse della tua vita nella sua interezza.

Noi siamo chiamati comunque a decidere, a risolverci.

L’interrogarci è una risoluzione“, Massimo Cacciari

DICHIARAZIONE DI PROPENSIONE AL VOTO

Nella Polis siamo destinati ad oscillare fra l’errore e la possibilità. In questo importantissimo momento del 2013 mi colloco nell’orizzonte della Possibilità. Sapendo che l’esito dipende dai tantissimi fattori storici che stanno sulla Terra isolata dal Destino.

La seguente argomentazione parte dal Monitoraggio sulle elezioni del 24/25 febbraio 2013

Parlo per me: “Una testa, un voto”

Dal mio punto di vista personale e da quello delle politiche sociali la mia Italia non ha bisogno di qualcuno che “vinca le elezioni”, ma di GOVERNI della durata di almeno dieci anni (2013-2023) e che assumano con cultura etica ed economica il compito di affrontare la crisi del sistema europeo dentro la strutturale trasformazione del mondo nella attuale fase storica.

I due polarismi di sinistra e di destra di questi tristissimi anni (1994-2011) si sono oggettivamente dimostrati incapaci nello svolgere questo ruolo.

Esercito il diritto di voto dal 1970 e dal 2001 sono passato dal “voto di appartenenza” (Pci, Pds, Ds, PD)  ad un voto “programmatico” , cioè valutato per ogni specifica situazione elettorale. Tuttavia , dopo il 1998 e il 2008 (errare è umano, perseverare è diabolico), NON voterò mai più una coalizione in cui ci sia la presenza dei sabotatori degli ex Governi Prodi (le cosiddette “sinistre antagoniste” delle novecentesche culture comuniste, oggi rappresentate da Sel e dal neo inquisitore Torquemada Ingroia).

Il PD ha fatto una campagna elettorale da “meravigliosa macchina da guerra”, in ciò dimostrando di non avere alcuna memoria storica, pensando a come finirono le elezioni del 1994: il mio voto questa volta non può andare lì. Troppo ambigua e incerta quella alleanza. Pietro Ichino (quello che i nipotini dei comunisti del secolo breve vorrebbero ammazzare e che i camussosauri della Cgil si limitano ad odiare) http://mappeser.com/category/7a-fonti-di-studio-per-autori/ichino-pietro/) ha tracciato la rotta.

La storia d’Italia dimostra che sono state le convergenze verso il centro a determinare le riforme adeguate ai compiti dei momenti di transizione. Ricordo il centrosinistra (con i socialisti) dei primi anni ’60 e ricordo i governi di unità nazionale della fine degli anni ’70.

Il Governo Monti – Napolitano (novembre 2011-gennaio 2013) ha mostrato in tutta evidenza che abbiamo bisogno di “grandi coalizioni”, e non di aggressive e violente contrapposizioni. E l’abbandono veramente meschino del Pd della figura smagliante di Giorgio Napolitano (che proviene dalla più antica storia del Pci) mi disgusta e rende sicuro nella mia scelta.

Come dice Giorgio Gaber: nessun rimpianto.

Pur nella evidente debolezza della sua posizione all’interno del sistema politico italiano, voterò  le liste Monti, per favorire la continuità di quella Agenda ed il suo linguaggio che hanno avuto il merito di rasserenare (per troppo poco tempo) il clima di intollerabile antagonismo presente sulla scena pubblica.

Monti camera

Vite parallele: GIORGIO NAPOLITANO E DAVE BRUBECK, di Paolo Ferrario

da  POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI | il sistema dei servizi in prospettiva storica.

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti

Monti camera

“anche laddove tu non riesca a definire un senso,

puoi cercare di agire come se in quel momento ne andasse della tua vita nella sua interezza.

Noi siamo chiamati comunque a decidere, a risolverci.

L’interrogarci è una risoluzione“, Massimo Cacciari

DICHIARAZIONE DI PROPENSIONE AL VOTO

Nella Polis siamo destinati ad oscillare fra l’errore e la possibilità. In questo importantissimo momento del 2013 mi colloco nell’orizzonte della Possibilità. Sapendo che l’esito dipende dai tantissimi fattori storici che stanno sulla Terra isolata dal Destino.

La seguente argomentazione parte dal Monitoraggio sulle elezioni del 24/25 febbraio 2013

Parlo per me: “Una testa, un voto”

Dal mio punto di vista personale e da quello delle politiche sociali la mia Italia non ha bisogno di qualcuno che “vinca le elezioni”, ma di GOVERNI della durata di almeno dieci anni (2013-2023) e che assumano con cultura etica ed economica il compito di affrontare la crisi del sistema europeo dentro la strutturale trasformazione del mondo nella attuale fase storica.

I due polarismi di sinistra e di destra di questi tristissimi anni (1994-2011) si sono oggettivamente dimostrati incapaci nello svolgere questo ruolo.

Esercito il diritto di voto dal 1970 e dal 2001 sono passato dal “voto di appartenenza” (Pci, Pds, Ds, PD)  ad un voto “programmatico” , cioè valutato per ogni specifica situazione elettorale. Tuttavia , dopo il 1998 e il 2008 (errare è umano, perseverare è diabolico), NON voterò mai più una coalizione in cui ci sia la presenza dei sabotatori degli ex Governi Prodi (le cosiddette “sinistre antagoniste” delle novecentesche culture comuniste, oggi rappresentate da Sel e dal neo inquisitore Torquemada Ingroia).

Il PD ha fatto una campagna elettorale da “meravigliosa macchina da guerra”, in ciò dimostrando di non avere alcuna memoria storica, pensando a come finirono le elezioni del 1994: il mio voto questa volta non può andare lì. Troppo ambigua e incerta quella alleanza. Pietro Ichino (quello che i nipotini dei comunisti del secolo breve vorrebbero ammazzare e che i camussosauri della Cgil si limitano ad odiare) http://mappeser.com/category/7a-fonti-di-studio-per-autori/ichino-pietro/) ha tracciato la rotta.

La storia d’Italia dimostra che sono state le convergenze verso il centro a determinare le riforme adeguate ai compiti dei momenti di transizione. Ricordo il centrosinistra (con i socialisti) dei primi anni ’60 e ricordo i governi di unità nazionale della fine degli anni ’70.

Il Governo Monti – Napolitano (novembre 2011-gennaio 2013) ha mostrato in tutta evidenza che abbiamo bisogno di “grandi coalizioni”, e non di aggressive e violente contrapposizioni. E l’abbandono veramente meschino del Pd della figura smagliante di Giorgio Napolitano (che proviene dalla più antica storia del Pci) mi disgusta e rende sicuro nella mia scelta.

Come dice Giorgio Gaber: nessun rimpianto.

Pur nella evidente debolezza della sua posizione all’interno del sistema politico italiano, voterò  le liste Monti, per favorire la continuità di quella Agenda ed il suo linguaggio che hanno avuto il merito di rasserenare (per troppo poco tempo) il clima di intollerabile antagonismo presente sulla scena pubblica.

Monti camera

Vite parallele: GIORGIO NAPOLITANO E DAVE BRUBECK, di Paolo Ferrario 

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti | POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI.

umore di giornata, di mese, di anno, di tempo: “il potere del più buoni” di Giorgio Gaber

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi di ciò che ho intorno

sono sensibile ed umano

probabilmente sono il più buono

ho dentro il cuore un affetto vero

per i bambini del mondo intero

ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale

perché dovunque c’è sofferenza

sento la voce della mia coscienza.

Penso ad un popolo multirazziale

ad uno stato molto solidale

che stanzi fondi in abbondanza

perché il mio motto è l’accoglienza

penso al problema degli albanesi

dei marocchini, dei senegalesi

bisogna dare appartamenti

ai clandestini e anche ai parenti

e per gli zingari degli albergoni

coi frigobar e le televisioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

son già iscritto a più di mille associazioni

è il potere dei più buoni

e organizzo dovunque manifestazioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi per ciò che ho intorno

ho una passione travolgente

per gli animali e per l’ambiente

penso alle vipere sempre più rare

e anche al rispetto per le zanzare

in questi tempi così immorali

io penso agli habitat naturali

penso alla cosa più importante

che è abbracciare le piante.

Penso al recupero dei criminali

delle puttane e dei transessuali

penso allo stress degli alluvionati

al tempo libero dei carcerati

penso alle nuove povertà

che danno molta visibilità

penso che è bello sentirsi buoni

usando i soldi degli italiani.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni

è il potere dei più buoni

che un domani può venir buono

per le elezioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

Leggi tutto il testo su: http://singring.virgilio.it/testi/giorgio-gaber/testo-il-potere-dei-piu-buoni.html

Il potere dei più buoni è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per avere lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace ad ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretta in una visione radical chic dell’impegno civile e politico da un sentimento misto, tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista.

Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggio e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né all’egoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dell’indignazione fino al libertario con i “soldi degli italiani”.

Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile.

Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma è meglio un generosità di facciata, di anime belle, o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?

Ferruccio De Bortoli, in LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, Il Sole 24 Ore, collana io mi chiamo G, 2011

A dieci anni dall’11 settembre 2001: la data seminale del mio “to cross the line”, 11 settembre 2011

l’11 settembre 2001:

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Una intera fase storica di attacco dell’islam politico contro i valori e le istituzioni dell’occidente democratico

Obama annuncia una coalizione internazionale per la DIFESA

L’America si metterà alla guida di una vasta coalizione internazionale” che darà il via a “una campagna senza sosta” contro la minaccia terrorista dell’Isis, “ovunque si trovi”, “per respingerla e infine distruggerla”: così Barack Obama ha annunciato il suo piano anti-Isis, parlando in diretta Tv alla nazione.


il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds) e verso la unificazione fra le milgiori parti della tradizione democristiana e “comunista”.
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho ricordi. Persone … libri … momenti … non tutti belli

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Le libertà individuali, quelle combattute dalle fedi religiose

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Il lato musicale del 2007

Sul lato del pensiero musicale, nel 2007 la mia grande novità è stato poter essere invitato su Insensatez di Kosmogabri Chickasaw. Ed è al primo posto.
Poi arriva il resto, con mescolanza fra vecchio e nuovo, come si addice al mio status cronologico.

Bilancio musicale del 2007: 12 album e 12 pezzi, come i mesi dell’anno.

Album:
1.  Insensatez, di Kosmogabri Chickasaw
2.  Nina Simone, Live At Ronnie Scotts, 1984
3.  Arcade Fire, Neon Bible
4   Sinead O’Connor, Theology (grazie a Gabri)
5.  E.S.T. Esbjorn Svensson Trio, Live in Hamburg
6.  Giorgio Gaber, La mia generazione ha perso
7.  Einstuerzende Neubauten, Silence is Sexy
8.  Thee, Stranded Horse, Churning Strides (grazie a Trellheim)
9.  Tiger Lillies, Die Weberischen (grazie a Berberenike)
10  Richard Hawley, Coles Corner
11. Manu Katche, Neighbourhood
12. Oscar Peterson, Night Train

Pezzi, senza ordine:
Nina Simone, He was too good to me
Bill Callahan, Day 
Explosions In The Sky, Memorial, in The Earth Is Not A Cold Dead
Anti Atlas, Between for me
Adriano Celentano, C’è sempre un motivo
Duke Ellington, Star Crossed Lovers
Damien Rice, The Blower’s Daughter
Lisa Hannigan, Silent Night 
David Byrne, In the Future
Pascal Comelade, Maruxiña 
Cristina Donà, Come le lacrime 
Giorgio Gaber, Il conformista

I giorni dei morti

Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Totò, ‘A Livella

La morte è la traccia più evidente della perdita irrecuperabile e, quindi, è anche la condizione che sta alla base di ogni attività mentale che mette al suo centro la memoria.
I morti – i singoli morti e non l’astrazione della “morte” – collegano alla natura più intima di ciò che andrebbe ricordato.
Sono i pensieri che affiorano alla mia mente quando, per l’appunto nel rituale dei  “giorni dei morti”, calpesto i sentieri dei cimiteri.
Le tombe sintetizzano la minimalità del nostro arco di vita. La sua finitezza, cui opponiamo strenuamente l’espansione più o meno nevrotica del nostro io.
In questo minimalismo la data di nascita e quella di morte sono, nei limiti estremi, quanto di più essenziale si può individuare in ogni percorso esistenziale.

Ripercorro i cicli di vita di alcune persone che sono state fondanti nel mio cammino e che mi hanno fornito gli appigli necessari nei vari passaggi.

Mio padre (1917-1988), 71 anni. Da lui ho appreso lo stile del lavoro artigianale e della applicazione minuziosa al manufatto Di lui ricordo i suoi 9 anni fra ferma militare e guerra;la cassa di dischi jazz portati nel baule da Napoli al nord dei laghi; Duke Ellington; i romanzi americani tradotti da Elio Vittorini; la rinascita lavorativa a 60 anni; il ruolo non certo di “padre morbido”, ma di padre provveditore sì. E altro ancora … Molto altro.

 

 


Mio nonno (1893-1985), 91 anni. Giornalista localista, attore localista. Nato su lago da genitori sconosciuti. Di vocazione individualista. Autoritario per cultura. Camminatore e fumatore di toscani. Da lui ho appreso – fin dall’inizio – il gusto per la carta stampata, il desiderio impellente per la scrittura.

Dante Visconti (1916-1973), 57 anni. Mio professore di Lettere e storico del Risorgimento.
Gli devo ancora uno dei più grandi esercizi di memoria reiterativa. “Mandate a memoria il Canto XI dell’Inferno”:

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Dante Alighieri, Commedia, L’Inferno, XI, 22 e seguenti

Ha lasciato segni in me indelebili: “Ragiona con la tua testa”, “Mi illudo che tu abbia assorbito da me l’amore alla ricerca della chiarezza e all’indipendenza di pensiero”, “Leggi Pascoli, lascia stare Carducci”, “Attento … chi diventa cattolico per la folgorazione sulla via di Damasco poi esagera”. E, infatti, nel 1971 ho creduto di essere un credente cattolico. Ma era solo un’illusione: non ho la grazia della fede, ma solo la ragionevole ragione. Avevo un appuntamento con lui. Era come andare ad una seduta analitica: si passava da Plinio il Vecchio a Salvemini. Con escursione laterale all’Ulisse di James Joyce. Era puro piacere della conversazione. Telefonata: “Avevi un appuntamento con Dante, vero? … Dante non c’è più …”. Se un tronco ha bisogno di radici forti, questa è la più forte, profonda e duratura. E’ quella dei diciott’anni. Il fugace padre parallelo.

 

 

 


Tullio Aymone (1931-2002), 71 anni . Mi ha insegnato ad andare dentro al testo di sociologia, a ritesserne le trame, e soprattutto a decifrare le connessioni, a unire vicende individuali a vicenda storica. Metodo, innanzitutto, e poi contenuti. L’iniziatore alla mia professione. Ho già parlato di lui.


Carlo Tullio Altan (1916-2005), 89 anni. Il professore di antropologia culturale. Il suo solido e ineguagliato schema analitico dell’”uomo in situazione” è fortissimo e ancora oggi mi accompagna nella decifrazione dei segni dei tempi.


Franco Fornari (1921-1985), 64 anni. Il professore di psicanalisi che mi ha fatto studiare al momento giusto il trattato di Cesare Musatti: ottima scuola. I suoi semi sono nella complementarità fra “posizione paranoide” e “posizione proiettiva”. Insomma: come riconoscere il persecutore interno, prima ancora di proiettarlo all’esterno.

Laura Conti (1921-1993), 72 anni. La marxista che mi ha introdotto alla teoria del valore. La romanziera, la politica del Pci, la divulgatrice di testi scientifici, l’ambientalista. L’esperta di politiche sanitarie. La grande alleata della mia formazione e la persona che mi ha fatto proseguire nella professione. Anche di lei ho già parlato.

Enrico Berlinguer (1922-1984), 62 anni. Il politico della tradizione comunista, in bilico fra il passato e le sfide della democrazia rappresentativa. Strutturanti i suoi articoli del 1973 sul colpo di stato nel Cile e il conseguente compromesso storico, che trent’anni dopo ha generato il Partito democratico. E’ stato la mia necessaria mediazione alla militanza nel Pci:

Qualcuno era comunista

Perché Berlinguer

Era una brava persona

Giorgio Gaber

 

Oriana Fallaci (1929-2006), 77 anni. La magistrale impastratrice della lingua italiana che ha raccontato da giornalista di grande scuola gli ultimi decenni del novecento.La Cassandra inascoltata del ciclo storico che si è aperto con l’11 settembre 2001. Nessuna sua previsione è stata, finora, disconfermata.

E altri ancora, certamente.

Se in questi giorni ciascuno ripercorre il suo Pantheon personale troverà molte figure, come le mie, che soffiano questo avvertimento:

 

Guardando il mio Pantheon l’esercizio di meditazione che mi propongo nei giorni dei morti è quello di scorrere il tempo effettivamente trascorso da queste persone: dai 57 anni ai 91 anni, quando il ciclo è lungo.
E’ un pensiero che mi serve come stimolo a dare il giusto peso alle cose.

Il fatto è che non mi resta molto tempo.

Forse è meglio concentrarmi su ciò che ha più valore.
Che non è, certamente, la contingenza dei singoli eventi.

Ma, piuttosto, sono le tracce durevoli che si inscrivono nel mio tempo che resta.

L’11 Settembre 2001 in una riflessione storica e biografica di Paolo Ferrario. Testo del 2007

1.   LA RIFLESSIONE STORICA

Ricorre il sesto anno dall’attacco del terrorismo islamico alle torri gemelle di New York. Con la distruzione , assieme alle persone, di uno skyline simbolico dell’immaginario culturale del Novecento.
Per me ha contato molto quanto scrisse, quasi in tempo reale, Oriana Fallaci.
Dalla sua indagine giornalistica ho appreso ciò che mi serviva ad orientarmi in quell’avvio di congiuntura storica.

L’11 settembre 2001 ha inciso moltissimo nella mia biografia.

E’ tempo di fare To Cross the Line

Nei mesi successivi ho varcato la soglia e ho dovuto rimettere in discussione 28 anni di militanza politica nel Pci-Pds-Ds. 28 anni sono un bel pezzo di strada

Ma è negli scossoni storici che si vedono in modo illuminante le profonde relazioni esistenti fra l’Io, l’identità soggettiva, e il mondo esterno, ossia la società e la cultura.

Sarà una giornata di tante rievocazioni, di tanti punti di vista.

Io mi appunto qualche pensiero che va sui TEMPI LUNGHI, non sulla contingenza.

Il dato storico mi appare sempre di più questo:

l’islamismo non è un semplice integralismo cultural-religioso,

ma è un totalitarismo che si basa sul fondamentalismo religioso

L’islamismo è omologo (certo non uguale, per la diversità dei contesti) al nazismo della prima metà del Novecento.

Sostiene Alexandre Del Valle:
Pos­siamo, come suggerisce Pierre-Andre Taguieff, considerare il totalitarismo sotto tre forme e accezioni, più complementari che anti-nomiche, riprendendo la classificazione che Renzo De Felice ha ten­tato riguardo il fascismo: il fascismo come movimento, il fascismo come regime e il fascismo come ideologia. Se si applica questa tri­plice classificazione all’oggetto del nostro studio, si può distinguere il totalitarismo comemovimento, con la genealogia dei fascismi e del marxismo e della loro incubazione totalitaria nei secoli XIX e XX, il totalitarismo come regime con i regimi nazista, sovietico, maoista, khmer rosso, saudita, talibano-khomeinista o sudanese, infine il tota­litarismo come ideologia con il marxismo-leninismo, lo stalinismo, il nazionalsocialismo o l’islamismo. L’ideologia islamista traspare nella dottrina totalitaria dei Fratelli musulmani, del Gamiat-i-islami pachistano, della rivoluzione sciita iraniana o del wahhabismo sau­dita – quindi il neo wahhabismo rivoluzionario di Ben Laden – o, più in generale, nel salafismo sunnita, nelle sue forme fondamentaliste e gihadiste. La definizione generica del totalitarismo come

pretesa dottrinaria ideologico-politica a conglobare la totalità della vita in un monismo del potere e della visione del mondo, usando se­gnatamente l’arma del terrore e della violenza

è, secondo noi, la più adeguata a definire l’islamismo, principale rappresentante oggi della realtà totalitaria.

In Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie, Solinum editore, 2007, p. 87-88

Due obiezioni contro l’impiego del termine “totalitarismo” consistono nell’affermare che questa nozione è storicamente associata al nazionalsocialismo tedesco e allo stalinismo russo e che il totalitarismo è necessariamente incarnato in uno stato. Da cui la non applicabilità alla situazione odierna di quella nozione.

Per contro Del Valle sostiene che il progetto islamista prevede la soppressione degli stati tradizionali (Israele in primis) e l’edificazione di uno stato califfale transnazionale che raggruppi tutti i membri della umma islamica, ossia la comunità dei credenti.

Il totalitarismo è l’esatto opposto delle democrazie liberali, che sono dei “sistemi pluralisti fondati sulle costituzioni”.

Quali , dunque, i criteri che, con lo sguardo proiettato al presente e non con gli occhiali del Novecento, permettono oggi di definire il totalitarismo?

Usando il pensiero di Raymond Aron e di Hannah Arendt lo studioso citato ne  individua tre:
–         la confusione fra campo della politica e campo della società civile:
il rifiuto totale di ogni laicità proprio del sistema islamista deve essere considerato come uno dei criteri del totalitarismo nella misura in cui la secolarizzazione è una delle condizioni essenziali dei regimi democratici e liberali

op. cit p. 89
–         la mobilitazione totale e permanente e la fuga in avanti dell’estremismo

–         la militarizzazione non sottomessa alle norme dello stato di diritto:
An­che qui, come i corpi franchi o altri ordini del tipo SA e SS, l’isla­mismo invita ogni credente ad assolvere il suo dovere di “sforzo di guerra sul sentiero di Allah”(gihadfì sabil’Illah) contro i nemici dell’ordine islamista essendo la ricompensa il paradiso di Allah, l’e­quivalente del Valalla dei nazisti neopagani. Imperativo che i movi­menti gihadisti più o meno nati dai Fratelli musulmani o dal Gamiat-i-islami pakistano (Takfir, Gamaa, Gihad, Hamas, GIÀ, GSPC, Lashkar-i-Taiba, Geish-i-Muhammad) hanno spinto fin nelle più ter­ribili trincee chiamando i musulmani di tutto il mondo a “uccidere gli ebrei e i crociati ovunque si trovano”. Questo spiega perché ter­roristi kamikaze si improvvisano a volte al di fuori di ogni struttura organizzata, così come si è visto in Francia a fine agosto 2001 con il caso dell’islamista di Béziers, Safir Bghuia.ù

Op.Cit. p. 89
–         il rifiuto dell’individualismo. La vita singola non ha alcun valore, perché è solamente il gruppo che conta. Questo aspetto, addirittura, è più presente nell’islamismo che nei fascismi o nel comunismo, se si pensa al loro motto: “Amiamo più la morte che voi la vita”

–         il terrore e la paura generalizzata. La coppia fede/terrore è rintracciabile in tutta evidenza  in Iran, nelle giunte alla Saddam o nelle strutture monarchico tribali dell’Arabia Saudita

–         il fine giustifica i mezzi e la menzogna è un dovere:

Ci ricor­diamo del modo in cui i nazisti arrivarono al potere dopo aver utilizzato tecniche sovversive come l’incendio del Reichstag o la strumentalizza­zione del cristianesimo che invece detestavano, o ancora il modo in cui i comunisti sovietici distinguevano la verità superiore (pravda), ideolo­gica, dalla verità di fatto(istina) sacrificabile a piacere. Puskin scrisse del resto: “La menzogna che ci eleva non mi è più cara della moltitu­dine delle piccole istina…” Perciò molti grandi pensatori e giuristi del­l’isiam classico ai quali si riferiscono gli islamisti hanno anch’essi teo­rizzato la “menzogna pietosa” o “l’adesione dei cuori” (tàlib al-qulub) e l’hanno destinata a quelli che Lenin chiamava gli “utili idioti”: “Le menzogne sono peccati, salvo quando sono dette per il be­nessere del musulmano” (Al-Tabarani); “la menzogna verbale è auto­rizzata nella guerra” (Ibn Al-Arabi)7. Nello sciismo troviamo il princi­pio della taqiyya, che autorizza il credente a rinnegare pubblicamente la sua fede in un contesto ostile, mentre il salafismo sannita si riferisce alla menzogna di circostanza: “È permesso mentire per respingere un male più grande (…). La menzogna è laida ma si può usare per il bene. Si può mentire a un kafìr (infedele) al di fuori della guerra (…) per as­sicurarsi un interesse materiale”, si spiega ai giovani militanti islamisti, essendo la menzogna qui paragonata a un’opera di pietà come a una guerra santa, perché “la guerra santa deve essere condotta utilizzando la furbizia e l’inganno contro i capi kafìr, contro quelli che attaccano ciò che Dio ha rivelato (…). Ibn Taymiyya ha detto che è permesso e che è anche un dovere per un musulmano in certi casi, di assomigliare agli “associatori” nelle cose esteriori come il vestiario e altre apparenze

Op.Cit. , p. 91-92

–         il fanatismo ideologico:

ciò che caratterizza più profonda­mente il totalitarismo, non è solamente la violenza e l’ipertrofia di uno Stato liberticida ma l’ideologia stessa, intesa nel senso etimologico del termine come logica di una idea totale, il fatto di spiegare il movi­mento della storia come un processo unico e coerente dedotto a partire da una idea centrale: la legge della natura e della razza per il nazismo, della storia o della lotta di classe per il marxismo, oppure della sotto­missione dell’umanità ad Allah e quindi la lotta delle religioni e delle civiltà per l’islamismo.

Op.Cit. p.92

Mi sono appuntato questi pochi stralci di una ricerca ad ampissimo spettro: storico, religioso, politologico, giuridico, sociologico.

Il libro di Alexandre Del Valle va sui tempi lunghi.

E’ per questo che mi ha guidato nel tracciare questo ricordo dell’11 settembre.

Per decenni i miei criteri orientatori sono stati l’antifascismo e la guerra antifascista.

Sono una parte durevole della mia identità. Sono soddisfatto di me che sia andata così. Un po’ ho fatto buoni incontri e ho incrociato buoni maestri. E un po’ ci ho messo del mio,

Ed è per questo che la formula del saggista della sinistra americana Paul Berman:

la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista

mi ha fatto tornare alla casa dell’altra mia vita, quando ammiravo coloro che si erano battuti, in situazioni estreme e fino al sacrificio personale,  contro il nazifascismo:

I nazisti rappresentarono la Seconda guerra mondiale come una battaglia biologica tra la razza supe­riore (loro) e le razze inferiori e impure (noi). I Sovietici e i loro compagni rappresentarono la Guerra fredda come una lotta economica tra i proletari del mondo (loro) e gli sfruttatori borghesi (noi). L’immagine medioevale del fon­damentalismo, con guerrieri del gihad che brandiscono la scimitarra contro la cospirazione sionista-crociata era non meno fantasiosa, e non meno folle. La realtà della guerra al terrorismo – il panorama della vita reale che divenne evi­dente in quei primi giorni della guerra in Afghanistan – non era quindi un’operazione di polizia, non era uno scontro di civiltà e neanche una situazione cosmica. Era un avveni­mento in stile ventesimo secolo. Era uno scontro di ideo­logie. Era la guerra tra il liberalismo e i movimenti apoca­littici e fantasmagorici insorti contro la civiltà liberale fin dalla catastrofe della Prima guerra mondiale.

Paul Berman, Terrore e liberalismo, Einaudi, 2004, p. 216

Invece all’indomani dell’11 settembre l’amministrazione americana ha dovuto fronteggiare, sostanzialmente da sola, fatta eccezione della Inghilterra di Tony Blair, la guerra dichiarata dal totalitarismo islamista, attraverso la distruzione simbolica e materiale delle torri, all’intera civiltà occidentale.

Stasera gli americani si pongono molte domande. Gli americani si chie­dono: chi ha attaccato il nostro Paese? Tutte le prove che abbiamo raccol­to puntano verso un’accozzaglia di organizzazioni terroristiche liberamen­te affiliate a un’organizzazione nota come Al Qaeda. Sono gli stessi assas­sini accusati di aver bombardato le ambasciate americane in Tanzania e in Kenia, gli stessi responsabili del bombardamento dell’incrociatore USS Cole. Al Qaeda sta al terrore come la mafia sta al crimine. Essa tuttavia non ha per obiettivo il denaro; il suo obiettivo è rifare il mondo e impor­re il suo credo integralista ai popoli di ogni dove. I terroristi praticano una forma di estremismo islamico di frangia che è stato respinto dagli studio­si musulmani e dalla stragrande maggioranza dei religiosi musulmani; un movimento di frangia che perverte gli insegnamenti pacifici dell’Islam. Le direttive dei terroristi ordinano di uccidere i cristiani e gli ebrei, di ucci­dere tutti gli americani e di non fare alcuna distinzione tra militari e civili , donne e bambini compresi.

Questo gruppo e il suo leader, una persona di nome Osama Bin Laden,     sono collegati a molte altre organizzazioni in diversi Paesi, e tra queste la  Jihad islamica in Egitto e il Movimento islamico in Uzbekistan. Ci sono  migliaia di questi terroristi in oltre 60 Paesi.

….

La nostra guerra al terrorismo comincia con Al Qaeda, ma non finisce lì. Non sarà finita fino a quando non saranno stati trovati, fermati e scon­fitti tutti i gruppi terroristici di portata globale. Gli americani si chiedono: perché ci odiano? Odiano quello che possiamo vedere proprio qui, in que­sto luogo: un governo eletto democraticamente. I loro leader si nominano da soli. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di culto, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di voto e di riunirci ed essere in disaccordo l’uno con l’altro, Vogliono sovvertire i governi attuali di molti Paesi musulmani, quali l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania. Vogliono spingere Israele fuori dal Medio Oriente. Vogliono spingere i cristiani e gli ebrei fuori da ampie zone dell’Asia e dell’Africa. Questi terroristi uccidono non soltanto per porre fine alla vita, ma per disgregare e porre termine a un modo di vivere. Con le loro atrocità, sperano che l’America si impaurisca, che si riti­ri dal mondo e abbandoni i suoi amici. Sono contro di noi perché noi ci frapponiamo al loro cammino. La loro falsa devozione non ci trae in inganno. Abbiamo visto i loro simili in passato. Sono gli eredi di tutte le ideologie assassine del Ventesimo secolo. Sacrificando la vita umana per servire le loro visioni integraliste, abbandonando ogni valore a eccezione della volontà di uccidere, seguono le orme del fascismo, del nazismo e del totalitarismo. E seguiranno quelle orme fino alla fine, fin dove conduco­no: nella fossa comune dove sono sepolte le bugie della storia.

Georg W. Bush – Presidente degli Stati Uniti, Discorso al Congresso in sessione congiunta e al popolo americano, Campidoglio degli Stati Uniti, Washington, 20 settembre 2001

Non vedo nessuna contraddizione con la mia collocazione politica proveniente dalla sinistra lo stare da quella parte.

Sì …  dalla parte della amministrazione americana.

Solo mi spiace che a prendere in mano questa bandiera sia stata in questi anni la destra italiana.

2.  LA RIFLESSIONE BIOGRAFICA

il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds).
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho altri ricordi. Persone … libri … momenti … Li lascio ad altre volte. Chissà, …. forse ci saranno occasioni.

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Già: eccetera …

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.