intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019

intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019
«Fuma?».
Sì, anche lei fuma ancora?
«Meno», dice tirando fuori un pacchetto di Marlboro quasi vuoto. La prendo, così posso raccontare di aver scroccato una sigaretta a Paolo Conte. «Se la gusti prima, però». E così gli elementi ci sono tutti: fuori dalla porta di Corso Dante 60, Asti, si vede la targa con la scritta “Avvocato Conte”. Dalle finestre del piano terra si sente cadere la pioggia. Tutto intorno è pioggia, pioggia e Piemonte, la stanza si riempie del fumo che sale dalla scrivania verso la lampada da tavolo da studio legale. Siamo evidentemente piombati in una canzone di Paolo Conte. Tutto vestito di nero, con un maglione da poeta francese, le rughe che chiunque vorrebbe avere alla sua età disegnano i tratti di un viso che non si riesce a smettere di guardare. E la voce migliorata negli anni (ne ha 82), forse perché poco usata in occasioni che non riguardino il canto. Come parlare con i giornalisti, per esempio.
Ride poco e soprattutto con gli occhi perché, come dice riferendosi alla «risata omerica di Louis Armstrong», «per riderci sopra, in generale, ci vuole saggezza». E parla ancora meno perché è vero che da queste parti si ha sempre paura di dire troppo, ma d’altra parte che cosa dovrebbe avere da dire Paolo Conte che non sia consegnato in quasi sessant’anni di carriera, 32 album, centinaia di disegni, migliaia di concerti e, ultima arrivata, questa riedizione lussuosa di Razmataz, un libro- mondo, un po’ sceneggiatura, un po’ musica e spartiti, un po’ bozzetti e disegni, un atto d’amore e di devozione pagana alla musica, all’arte e alla ricerca di una vita? La sigaretta intanto è finita.
Ci sono due tipi di artisti. Quelli del primo sono la maggioranza: nascono in provincia, se ne vanno e per il resto della vita non fanno che descrivere, raccontare, trasfigurare il posto che hanno lasciato, dall’Algeria di Albert Camus alla Macondo di García Márquez. Quelli del secondo tipo sono più rari: nascono in provincia e non se ne vanno. Eppure anche questi trasfigurano il loro mondo con un racconto universale: da Flaubert a Paolo Conte. Esagero?
«Molti cosiddetti cantori della provincia l’hanno fatto. Io alla provincia non chiedo niente. La conosco perché abito qui, non mi sono mai mosso da qui. Non la voglio criticare né la voglio osannare. Diciamo che i personaggi da queste parti sono più visibili che nelle grandi città. Certe tipologie di persone le ho centrate di più perché qui sono più separate le une dalle altre. Per il resto ho scritto di paesaggio, cosa che pochi fanno. Genova per noi o anche Diavolo rosso possono essere considerate anche canzoni di paesaggio. Paesaggio che forse già mentre scrivevo trasfiguravo. E anche un po’ lo leggendarizzavo. Insomma, me lo facevo piacere».
Non si discute la bellezza della provincia, si discute quanto sia difficile per chi ha una vocazione cosmopolita o una certa inquietudine, rimanerci, farci i conti, fare pace, farne poesia.
«Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure».
Forse è stata la scoperta del jazz ad aiutarla. Una musica che lei ha definito “sacra nelle campagne divenuta profana nelle città”. È così?
«Non mi sono mai fatto influenzare troppo dalla maniera leggendaria e romantica con cui ci hanno venduto il jazz nei vecchi libri gli americani. Io il jazz l’ho visto come una cosa reale. Dalle origini molto ondulate, certo: una linfa nera che viene dall’Africa, tecniche mutuate dalla musica classica europea. Però la storia del vecchio nero senza denti che suona un piano scordato o di Jelly Roll Morton nei casini… Mica vero: era un tipo un po’ particolare ma aveva una sua etichetta e faceva il suo mestiere di musicista».
Come è arrivato il jazz nella sua vita?
«Durante la guerra. I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco».
E come ha attecchito in queste terre piuttosto inclini a una certa diffidenza?
«Asti è la città che ha dato più jazzisti italiani. Bassi, Dino Piana… Forse è il residuo di quello che dicevo prima sui tragediografi: scegliamo la cosa più difficile, non facciamo le canzonette, facciamo il jazz».
Tipico di queste parti: vergognarsi della comodità.
«Bravo. C’è questa gena (che per chi non è piemontese sarebbe imbarazzo, soggezione, senso di inadeguatezza di fronte al giudizio, reale o presunto, degli altri, ndr)».
Chi è la Regina nera al centro del suo libro-vaudeville Razmataz?
«La bellezza nera proveniente dall’America che agli inizi del secolo è stata intuita dall’Europa. Dietro c’è il fantasma di Josephine Baker, anche lei americana, americanissima. Ma che i francesi, che quando gli piace un artista tendono subito a cambiargli i connotati, hanno chiamato Bakér invece di Baker, facendone un personaggio tutto loro».
A lei i francesi cosa hanno cambiato?
«Anche a me hanno messo l’accento sulla “e” più volte».
Diceva della bellezza nera…
«La bellezza nera è quella che ho visto nei musicisti, nella loro camminata, nel loro modo di muoversi. In qualche canzone li ho anche accomunati ai boxeur…».
“…Duke Ellington grande boxeur…”
«…tutto ventagli e silenzi».
La conosce?
«Me la ricordo».
Una regina nera bellissima…
«Può darsi che cercassi, senza dirla troppo in grande, una divinità. Femmina, donna: cercavo una sorpresa. C’è una mia canzone, passata un po’ inosservata, che si chiama La negra… Ci ho messo dentro l’idea di questo tale che riceve una telefonata e capisce che è una negra che gli sta parlando. E però la rifiuta per pigrizia, un po’ alla Massimo Troisi, ha presente?».
Che cosa in particolare?
«Quei suoi personaggi incerti, esitanti. Ecco, con quel tipo di pigrizia ho rifiutato il contatto di questa donna al telefono. Sentivo che era la vita a chiamarmi, che era il sole, che era un’energia meravigliosa, adorabile, da adorare. Ma nella canzone non riuscivo a mantenere il contatto con lei».
So che lei detesta l’attualità…
«Non sarei capace di parlarne».
… ma non le sembra che quello che ha appena detto, la curiosità per qualcosa che viene da lontano e la pigrizia di non volerlo conoscere somigli all’atteggiamento che abbiamo in Occidente nei confronti di chi viene qui portando, insieme alla disperazione, anche musiche, storie, conoscenze, saggezza, bellezza?
(Stavolta la pausa prima della risposta è particolarmente lunga) «Avremmo bisogno di sangue nuovo. Avremmo bisogno di imparentarci di più. Facciamo molta fatica a farlo però».
Le posso chiedere una cortesia?
«Dica».
Una lista di cinque brani che dovremmo ascoltare in questi tempi per aprire l’orecchio e la mente all’ascolto di una cosa diversa. Per aiutarci a trovare una bellezza che non sappiamo di conoscere.
«Ah, bisogna andare con calma. Scremare i pregiudizi, le ignoranze. Molti sono presi dalle mode in maniera terribile ed è difficile scalfirli. È un altro dramma dei tempi attuali. Io ascolto dischi registrati nel 1925, il suono è molto diverso da quello a cui si è abituati oggi. Oppure se dico che il più grande pianista mi è sempre sembrato Arturo Benedetti Michelangeli potrebbero considerare quel tipo di esecuzione diciamo vecchiotto. La gente vuole un suono più… vogliono il tamburo a tutti i costi, vogliono il tamburo elettronico, neanche quello vero.
Bisogna scremare tanto».
Fidiamoci dei lettori.
«Cinque sono pochi».
Cinquanta?
«No no, va bene cinque. Mettiamoci Carnevale di Vienna di Schumann. Va bene?».
Ma sì.
«Poi César Franck, Preludio, aria e finale. Poi ci mettiamo, aspetta un po’… Potato Head Blues di Armstrong. Poi, così gli rendiamo la vita difficile, Egyptian Ella suonato da Milt Herth, organista. E Some of These Days cantato da Sophie Tucker, la più grande cantante per me superiore anche a Bessie Smith».
Lei ha parlato di moda. Ed è un uomo elegante.
«Lo sono stato, da giovane ero un po’ dandy».
Che differenza c’è tra eleganza e moda?
«Eleganza è un risultato che puoi valutare benissimo da solo. Moda invece è ciò che vuole essere osservato dagli altri. Si può dire una cosa del genere?».
Certo. La provincia è cosa dicono gli altri. Insisto: come ha fatto un uomo di mondo come lei a non andarsene? A Torino almeno…
«Torino mi piace, devo dire. La più brutta città, ma non lo scriva, ce lo diciamo solo tra noi, è…».
Ma l’ha messa in una canzone!
«Ma perché avevo in mente un punto esatto nel buio, vicino all’autostrada… Comunque sono restato qui per pigrizia. Pigrizia, timidezza, gena. Non volermi mischiare tanto con gli altri, restare un po’… così».
La provincia in questi anni ha avuto un’involuzione: colpita dalla crisi economica, con i giovani che però non se ne vogliono andare sperando che tornino i tempi d’oro dei loro padri. Nel frattempo perdono ricchezza e lavoro e si incattiviscono con chi pensano venga a prendere il loro posto. Non trova?
«La provincia qui non l’ho vista cambiare tanto. Siamo ancora legati alla campagna. Ma è vero, ci sentiamo purosangue. E in effetti se guardiamo l’America, dove ce n’è tanta di campagna, tanta di provincia, è lì che continua a covare il Ku Klux Klan. E ora abbiamo fenomeni analoghi nel Nordeuropa. Quindi, lei vorrebbe dire, bisogna essere più metropolitani? È così?».
Non so se basta.
«Però sarebbe una buona partenza».
Il jazz è musica pop o musica colta?
«È più pop. Si è discusso troppo, soprattutto tra i critici degli anni ‘50, intorno al jazz. Che ha invece uno spirito libero: prima le ritualità legate all’Africa, poi il legame con il ballo, il periodo del charleston e dello swing negli anni ‘30. Dopodiché si è intellettualizzato col bebop e i movimenti successivi. Io da appassionato l’ho seguito fino a oggi, ma per me il vero periodo d’oro sono gli anni ‘20, quando viene attraversato il crinale tra il folklore consapevole e la musica propriamente detta. Mi piace quando si sente questo passaggio da un mistero drammatico a qualche cosa di più costruito. Diciamo che coincide con Johnny Dodds e Louis Armstrong».
Quale influsso ha avuto il jazz nei musicisti colti? È stato incorporato o ignorato?
«Entrambe le cose: hanno subìto una folgorazione che non li ha più lasciati. Ravel per esempio ha scopiazzato Gershwin nel Concerto in sol mentre Stravinskij ha privilegiato l’aspetto ritmico, anche se non era di estrazione jazzistica, era un ritmo che si era portato dalla Russia. Rachmaninoff andava a sentire Art Tatum e rimaneva estasiato. Ansermet aveva scritto su Jimmy Noon un articolo entusiasta. Insomma, sentivano che in America stava succedendo qualche cosa ma non l’hanno fatta propria: il jazz è rimasto pop».
E la sua musica è pop o colta?
«Mah, per rispondere bisogna partire da come tutto è cominciato. Mi sono messo a scrivere canzoni perché ero appassionato di musica, mio padre era un ottimo pianista e anche mia madre, appassionata di classica. Mi sono innamorato del jazz perdutamente, era la musica che mi piaceva insieme a qualche grande tema di compositori americani o francesi. Non mi piaceva quello che si faceva in Italia».
Che cosa intende?
«Tutte le canzoni che mi sono beccato tra fascismo e Dopoguerra. Erano anche delle belle musiche (adesso le sto rivalutando molto) ma i testi erano tremendi».
Per esempio?
«Bombolo per dirne una. Una cosa inverosimile nella sua bruttezza assoluta. Però i parolieri erano abili, trovavano lo slogan, il titolo. Parlavano di fiori, fiorin fiorello, il prato, c’erano fiori e prati dappertutto. Soprattutto, a rendere le canzoni enfatiche e noiose, erano quelle voci ancora di stampo semilirico, tenorile, baritonale».
E poi?
«Ho cominciato ad ascoltare qualche italiano che faceva cose più interessanti: Celentano, Caterina Caselli, Jannacci. Gente che non cantava più con quell’enfasi distaccata. La Caselli cantava proprio un po’ da lavandaia. Celentano come una persona che parla. E così la prima Patty Pravo. Allora mi sono detto: provo a scrivere qualcosa. Al pianoforte in casa ho scoperto che mi venivano temi musicali che avevano la forma della canzone. E ho cominciato come autore per gli altri».
Con suo fratello.
«Sì, andavamo su a Milano una volta alla settimana per magari sentirci dire “sono in riunione, torna tra una settimana”. Mio fratello, più intraprendente di me, ha preso contatti, e piano piano sono venute fuori delle canzoni…».
…sciocchezze come “Azzurro”…
«Sì, cose così. Finché poi mi legai alla Rca, che a Roma era la casa discografica d’avanguardia, quella che sperimentava di più e aiutava i giovani. Il grande produttore Willy Greco mi ha fatto pubblicare dei provini voce e pianoforte per far sentire le mie canzoni ai cantanti. Non pensavo proprio di cantare io. Ma lui mi diceva dai dammi ascolto che qui c’è verità… verità… mah. E così abbiamo cominciato».
Non deve essere stato facile mettersi a cantare da queste parti. Aveva “gena”?
«Mi vergognavo prima di tutto davanti a me stesso. Poi mi dicevo chissà la gente che cosa dice. Io facevo anche un altro mestiere, una professione, sa… Scantonavo gli angoli per non farmi vedere dai miei clienti… Speriamo che non mi abbiano sentito ieri sera in trasmissione, mi dicevo».
La sua professione numero uno, cioè la musica, ha influito sulla numero due? Ha avuto più clienti?
«No. All’epoca non ero così conosciuto. E non credo che sarebbero andati da un avvocato che faceva il cantautore».
E la due sulla uno? Voglio dire, nei suoi testi c’è una innegabile visione da avvocato del popolo, diciamo così, o dell’umanità, la ricerca di una giustificazione per come la gente si comporta, quasi una certa pietas nei confronti di chi sbaglia.
«Bisogna essere un avvocato molto garantista, come sono sempre stato io: saper vedere le cose anche un po’ con l’anima e non soltanto con la tecnica. Però io, venendo da una famiglia di notai, mi sono occupato soprattutto di diritto civile. Dal penale non ho tratto molto. Dalla curatela fallimentare direi di sì».
Il Mocambo, certo.
«Li ho visti e li ho tenuti sotto controllo, i falliti».
Lei sostiene che la sua canzone più bella, dal punto di vista della musica, è “Gli impermeabili”. La causa civile più bella invece?
«Una causa durata nove anni. La sera prima di andare a sentenza, a mezzanotte, vengo in ufficio e scrivo l’ultima memoria di replica, una paginetta, come ultimo atto. Sono partito con una filippica tipo: “Adesso il povero mio cliente deve vedere tramontare il sole sulla sua proprietà…”, praticamente un piccolo componimento poetico. Poi metto dentro una mia ideuzza giuridica che non era mai stata trattata prima in quel tipo di causa e la aggiungo alla fine. E concludo sempre col tramonto. Due giorni dopo al palazzo di giustizia salgo le scale insieme al presidente del tribunale, che mi fa: avvocato, è sempre un piacere leggerla. Finalmente esce la sentenza. Tutta la storia del tramonto sulle terre, niente, invece avevo centrato quella piccola ideuzza giuridica… Mi sono trovato a galleggiare tra i due aspetti della mia vita».
La professione numero tre è quella di pittore. Segue anche in questo caso la sua idea che bisogna ricercare un altrove, un ailleurs, per contrastare l’eccesso di realtà?
«Ho disegnato un po’ di tutto. Il vizio del disegno e della pittura sono più antichi ancora di quello della musica.
Da bambino disegnavo trattori con tutti i particolari del motore, perché mi hanno sempre attratto. Mi divertivo a girare il foglio al contrario per vedere se li avevo disegnati giusti. Poi c’è stato il periodo dei cavalli, delle donne nude, dei suonatori. Non ho mai scelto un modello, a me interessava la linea. Io sono un modernista, non un postmodernista, io sono attratto dalla linea del Novecento. Ho disegnato per il piacere di tracciare le linee in un certo modo».
Lo fa tuttora?
«Sono stato forse dieci anni senza prendere una matita in mano. Però adesso lo sto facendo. Cose astratte. Uso pastelli su cartoncino nero. Ti danno delle strane sorprese».
Un’ultima domanda.
«Ma no, continui. Oggi parlo, eh?».
Ha raccontato di un sogno in cui lei rotola da un pendio abbracciato a una tigre. Come lo interpreta?
«Era un sogno piacevole che aveva allo stesso tempo qualcosa di terribile, perché una tigre è sempre una tigre. Era un po’ come abbracciare una donna che ti piace, e rotolare abbracciati per quel pendio morbido, all’infinito. Ma la tigre non era solo la donna, o l’amore, era anche la natura, la bellezza. Un sogno felice».
Altro sogno: il podere di suo nonno.
«Lì c’è la storia del trattore. Da bambino nella tenuta di mio nonno passavo ore, su un poggio, guardando e ascoltando nel campo di sotto il trattore con cui il vicino arava. Ero enormemente attratto dal rumore che faceva questo trattore. Quando veniva più vicino aveva un suono più nitido, si sentiva la ferraglia del motore. Quando si allontanava emetteva una specie di muggito. Era una cosa molto primitiva, arcaica».
Azzarderei che entrambi i sogni hanno a che fare con un’entità sfuggente, bellissima e pericolosa. La musica forse?
«Mi sono accorto che ho sempre cercato il mistero arcaico e arcano nella musica. In Egyptian Ella, che le ho indicato, c’è un organista che suona insieme agli altri e lì nelle sue note c’è qualcosa di quel trattore. Qualcosa di quel muggito in lontananza, che via via si faceva più forte».
Lei ha un’età da nonno…
«Anche bis».
…che cosa gli direbbe se lo potesse incontrare ora?
«Mi farebbe un piacere enorme. Ma non saprei tanto perché».
Probabilmente è perché siete entrambi due piemontesi riservati.
«Credo che manterrei il rapporto sportivo che avevo con lui. Cercherei di ridere con lui».
E se incontrasse suo padre?
«Lo prenderei, lo porterei nel bar qui davanti a prendere un caffè e lo guarderei mentre mette cento lire sul bancone aspettando ancora il resto. Poi lo abbraccerei e comincerei a dirgli qualcosa dei tempi di oggi».
Sua madre?
«Con lei avevo il rapporto più stretto di tutti. L’ho sempre sentita moderna e così continuerei a sentirla, non avrei cose da spiegarle. Ammesso che io sia capace di spiegare qualcosa dei tempi di oggi. Manterrei un rapporto spirituale, sempre lo stesso».
Musica, pittura, immagini. Veniamo ai suoi testi. Parlava prima di Diavolo rosso, “… la morte contadina / che risale le risaie e fa il verso delle rane / e arriva sulle aie bianche / come le falciatrici a cottimo” è un esempio di poesia in senso tecnico, con le sue rime interne, le sue allitterazioni, le sue onomatopee. Questa tecnica da dove viene?
«Prima di tutto dalla tecnica di composizione della canzone. Io l’ho sempre detto, ma gli intervistatori non mi hanno mai capito perché quei giovani giornalisti…».
Giovani…
«Lei è giovane ma è comunque anche vecchio. Ho sempre cercato di far capire che io lavoro prima scrivendo la musica e cioè melodia, armonia, bassi e un’idea del ritmo. Tutto quello che poi sarà arredamento di suoni lo faccio dopo, arrangiando. Ma la pagina la faccio fare dalla musica».
Credo lo facciano tutti i poeti…
«Ma vede la musica è implacabile, ha le sue onde, è lei che apre e chiude il discorso, mentre la poesia può andare avanti all’infinito se non la chiudi. Quindi scrivendo prima la musica in qualche modo faccio i conti con l’orologio. Per la mia vecchia estetica tre minuti, tre minuti e mezzo, quattro minuti sono la misura e quindi anche la concisione, che lei chiama poetica, deriva da questa tecnica. In quel breve spazio devo dire molto. Per esempio Via con me è una canzone che dice molto in uno spazio molto breve, due minuti e 20».
Un principio di economia. E poi?
«E poi il principio del detto-non detto. Nasce, intimamente, dalla paura di dire troppo».
Sempre la “gena”, eh?
«Già. E poi anche da un’urgenza di lasciare libertà a chi ascolta. A differenza di tanti miei colleghi cantautori non mi sono mai posto l’obiettivo di mandare un messaggio. Io racconto qualcosa, voi prendete. Ve lo dico in poche parole, ve ne lascio indovinare altre, fatevi l’idea che volete. C’entra anche un pochino la passione per l’enigmistica. Sono un vecchio enigmista, creo anche i rebus».
Si intitola “Rebus” anche una sua canzone.
«Anche lì c’è il tentativo di dare doppi sensi alle parole, cercare di bilanciare detto e non detto».
Sembra pura tecnica detta così.
«No, c’è anche una questione di colore. Perché la musica quando nasce, ed è il momento in cui ti eccita di più, è astratta, in bianco e nero. Quando le metti il testo, le parole significano, hanno colori, creano fotografie, immagini. E qui scatta un altro meccanismo passionale. Perché la musica ti vorrebbe portare in un gorgo e le parole invece ti costringono a dire. E io tengo a che si capisca quello che ho voluto dire e che si intuisca quello che invece non ho voluto dire. Il significato primo di una pagina si deve capire».
Che cosa ha letto?
«Ho letto poco, forse più poesia che prosa. I grandi poeti italiani del Novecento mi piacciono tanto: Campana, Sbarbaro…».
E Seferis mi sembra.
«Certo, certo, Seferis… Il re di Asine… Grande classico. L’ho scoperto per caso in una rivista da donna che aveva mia madre. C’erano la notizia che aveva ricevuto il premio Nobel e due o tre sue poesie. Mi sono procurato i suoi testi, mi è piaciuto molto. Grande eleganza. Anche Kavafis. Però meno attraente di Seferis, che è più carnale».
Non piove quasi più. È ora di uscire, con in testa come colonna sonora Gli impermeabili: «Ma come piove bene sugli impermeabili — da du da dada — e non sull’anima».
«L’ho tolta».
 Che cosa? 
«Quella frase sull’anima».
 L’ha tolta? E perché?
«Diceva troppo».
Dario Olivero

PAOLO CONTE: Il maestro è nell’anima. Sempre di più, di Madamatap

Questa la scaletta proposta all’Auditorium della Conciliazione, la stessa – presumo – che, con qualche variazione, sarà replicata a Brescia il 29 ottobre e a Milano l’11 e il 12 novembre. Dopodiché ci sarà Torino il 12 dicembre e a febbraio (11 e 12)… Paris (!!) e poi Amburgo il 25.

A voi la scaletta:

vai a:

Sorgente: Madamatap: Il maestro è nell’anima. Sempre di più

Fammi una domanda di riserva: PAOLO CONTE in parole sue raccolte da Massimo Cotto, Mondadori, estratto dall’ebook di kindle

Fammi una domanda di riserva: Paolo Conte in parole sue raccolte da Massimo Cotto eBook: Massimo Cotto: Amazon.it: Kindle Store

Sorgente: Fammi una domanda di riserva: Paolo Conte in parole sue raccolte da Massimo Cotto eBook: Massimo Cotto: Amazon.it: Kindle Store

Paolo Conte: Tour 2014/2015

Monday August 4, 2014
ST.MORITZ (CH)
Palais Concert Hall Laudinella – Festival da Jazz St. Moritz

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Saturday October 25, 2014
LEGNANO (IT)
Teatro Galleria

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Thursday October 30, 2014
BOLOGNA (IT)
Teatro Europauditorium

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Sunday November 9, 2014

MUNICH (D)
Philharmonie

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Tuesday November 11, 2014

BARCELONA (ES)
L’Auditori

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November 27,28 AND 29, 2014

MILANO
Sala ‘Verdi’ Conservatorio G. Verdi 

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December 4, 5 and 6, 2014

ROME (IT)
Teatro Sistina

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linkwww.ilsistina.it

January 26 and 27, 2015
PARIS (FR)
Le Grand Rex

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Friday February 27, 2015

AMSTERDAM (NL)
Koninklijk Theater Carre

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da Paolo Conte – Official web site.

Paolo Conte al Teatro Sociale di Como, 15 aprile 2012, gli AUDIO del concerto

gli AUDIO del concerto:

Sono state le note di “Cuanta pasiòn” ad aprire la performance comasca di Paolo Conte che ha chiuso, con il suo récital, la “due giorni” dedicata all’Aism in Teatro Sociale. Una scelta di classici di repertorio proseguita con “Sotto le stelle del jazz”, accolto da un’ovazione.
Paolo Conte non è un cantautore, né un cantante, un pianista, un esecutore, «per brevità definito artista» direbbe De Gregori.

Paolo Conte è uno di quei pochi personaggi per cui vale la definizione “bigger than life” che gli americani usano per indicare quei personaggi semi leggendari che, però, non appartengono a un passato remoto, ma sono in mezzo a noi.


Questa sera: PAOLO CONTE, al Teatro sociale di Como, 15 aprile 2012

gli AUDIO del concerto:

da una lettera di Lu ad una amica:
” Ieri sera siamo andati a vedere Paolo Conte in un’occasione conosciuta all’ultimo minuto: si trattava di una serata promossa dall’associazione sclerosi multipla. Il teatro era quello che probabilmente ricorderai, vicino alla ferrovia.

Per la prima volta ci siamo trovati all’ultimo posto dell’ultima fila della galleria al quinto piano. Sembravamo due condor appollaiati sulla Cordigliera.
Ci ho messo venti minuti prima di decidermi a guardare il palco, visto che soffro di vertigini e lo spazio tra sedia e parapetto non era sufficiente nemmeno a stare seduti (sono stata di traverso guardando a lungo il lampadario a pochi metri dal mio sguardo).
Il teatro Sociale non è bello, barocco e non attrezzato per i concerti, tant’è che l’acustica non era di buon livello. Ma Lui è stato grandioso, come sempre.
Di tanto in tanto, con cautela, mi sporgevo per guardarlo (gli altri musicisti restavano nascosti dietro le tende) e l’ho trovato in forma smagliante. Gli ultimi trenta minuti sono stati ancor più fantastici di ogni aspettativa, e sono riuscita addirittura ad appoggiarmi al parapetto, travolta dai pezzi per me più belli del suo repertorio.
Grande veramente. “

Paolo Conte per l’uscita di GONG-OH: «Abbiamo tutti un debito con il desti­no, che ci ha dato un mestiere che nasce da qualcosa che ci piace»

Paolo Conte: «Abbiamo tutti un debito con il destino»A un anno dall’ultimo album “Nelson”, esce oggi in tutta Europa il best di Paolo Conte “Gong-Oh”, che celebra una carriera quasi quarantennale iniziata con l’album “Paolo Conte” del 1974; anche se il reale debutto discografico è del 1962 con il gruppo Paul Conte Quartet (con il fratello Giorgio Conte alla batteria) che ha inciso un Ep per la Rca Italiana passato inosservato. Fra le 19 canzoni della raccolta “Gong-Oh” (che ripro­pone classici come “Sotto le stelle del jazz”, “Alle prese con una verde mi­longa” e “Novecento”) c’è anche l’ine­dito “La musica è pagana” intriso di suggestioni esotiche e ritmi rotondi.
Che cosa l’ha spinta a pubblicare il best “Gong-Oh”?
«L’adempimento di un contratto di­scografico, prima di tutto».
Qual è la sua visione di musica pagana?
«Nel singolo ho voluto celebrare il godimento fisico che dà la musica, essenza di per sé invisi­bile e impalpabile».
In questo brano canta “quan ­to ho inseguito la musica tra i temporali io”: quanta tena­cia ha dovuto avere per riu­scire ad affermarsi?
«Ho sempre creduto nelle mie composizioni musicali e poe­tiche, superando i limiti del mio modo di essere interpre­te ».
Qual è il criterio di selezio­ne delle canzoni della rac­colta “Gong-Oh”?
« Molte registrazioni provengono dall’album “Una faccia in prestito” del 1995, che è uno fra i miei preferiti».
Il suo classico “Via con me” è an­nunciato con un arrangiamento inedito…
«Ci sono semplicemente pochi abbel­limenti al bridge strumentale. Niente di più».
“Via con me” è stata cantata anche da Roberto Benigni: quali sono gli interpreti delle sue canzoni di cui è maggiormente soddisfatto e orgo­glioso?
«Ho avuto interpreti di gran valore: da Caterina Caselli a Patty Pravo, Adria­no Celentano, Bruno Lauzi, Enzo Jan­nacci, Miriam Makeba con Dizzy Gil­lespie e tanti altri. A tutti dico gra­zie ».
Nel 2012 festeggerà 50 anni di car­riera. Quali sono la soddisfazione più grande e la delusione più co­cente?
«Tirando le somme… mi è andata be­ne».
Lo scorso gennaio ha ricevuto a Parigi la “Grande Médaille de Ver­meil”, massima onorificenza della capitale francese per un cittadino. L’Italia spesso è esterofila: lei si sente più apprezzato all’estero?
«La Francia mi ha premiato molto: “Officier de l’ordre des arts et des lettres de la République française” e la “Grande Médaille de Vermeil” del Co­mune di Parigi. L’Italia, però, mi ha conferito la nomina di Cavaliere di Gran Croce e due lauree honoris cau­sa.
Match pari».
Lei è tra i firmatari dell’appello della Siae per combattere ogni for­ma di violazione del diritto d’auto­ re. In che modo si può sconfiggere la pirateria discografica?
«Se lo sapessi… sarei miliardario».
Qual è il teatro di Milano che lei predilige per un suo concerto?
«Già che ci siamo, diciamo La Scala. Ovvi i motivi».
Ivano Fossati, i R.E.M: e Vasco Ros­si, ciascuno a modo suo, hanno deciso di smettere con la musica. Al contrario, Ornella Vanoni ha affer­mato che un artista muore se si ritira. Qual è la sua opinione?
«Abbiamo tutti un debito con il desti­no, che ci ha dato un mestiere che nasce da qualcosa che ci piace».
E qual è il suo futuro artistico?
«Lavorare fin che si può per onorare questo debito. Dico bene?».

TRATTO DA: http://www.cronacaqui.it/gossip/19710_paolo-conte-abbiamo-tutti-un-debito-con-il-destino.html

Paolo Conte, un incantevole ritorno, al Teatro di Varese in Piazza della Repubblica, il 1° ottobre 2011

eravamo lì, nel Teatro di Varese in Piazza della Repubblica, e vedere e sentire ancora una volta Paolo Conte.

un momento di eternità.

grande, grandissimo compagno dentro il nostro tempo che resta

Luciana

da una lettera di Luciana ad Alessandra:

… “abbiamo ascoltato Conte a Varese. Effettivamente ci sono persone (spero non solo i “grandi”) che invecchiando riescono a superare se stessi. Come già notato per Svampa (alternava chiacchierate a canzoni) anche Paolo C. ha accorciato i suoi tempi a favore della musica e ha concesso un’unica canzone di bis, facendo segno alla sua gola come a dire “Non ce la faccio più”. E’ stato un tripudio. Molti capelli bianchi oltre che argento nella platea e applausi a non finire. Si è anche commosso. Il suo repertorio da concerto pesca sempre nei successi del passato, e penso che il pubblico si aspetti proprio quelli, non perchè le nuovi canzoni siano da meno, ma proprio perchè le antiche note sono quelle ormai penetrate nel profondo. Ne siamo stati felici” …

la nostra registrazione clandestina è pessima, tuttavia serve a ricordare perlomeno il repertorio di quella sera

Paolo Conte al Teatro di Varese 1 ottobre 2011 – parte 1 e parte 2

 

Un anno fa l’Observer, dopo un concerto trionfale a Londra, defini Paolo Conte “Un maestro di un’eleganza perduta”. Un titolo perfetto e un omaggio a un grande della musica italiana.
Settantaquattro anni portati con disinvoltura, sul palco non una parola, se non quelle cantate. Eppure Conte scalda e coinvolge il pubblico.
Esattamente come dieci anni fa, l’Apollonio è tutto esaurito. Il cantautore di Asti resterà alla storia a Varese perché fu proprio lui ad inaugurare il teatro con un concerto memorabile. Come allora lui lascia parlare la sua musica. Lo accompagnano dieci musicisti che si muovono intorno al suo pianoforte come L’orchestrina di Nelson che chiude lo spettacolo.
È Cuanta pasion ad aprire il concerto che per quasi due ore strega il pubblico varesino. Una scaletta fatta di canzoni del suo ultimo album Nelson e poi tanti pezzi classici senza sbavature, tra i palleggi del cuore di Alle prese con una verde Milonga, Dancing, Max e Sotto le stelle del jazz, Nina.
conte ottobre 2011Un solo bis ed è quasi un regalo, perché Conte ne concede davvero pochi, e aveva stupito tutti proprio dieci anni fa perché chiuse lo spettacolo senza rientrare sul palco.
Lui si è sempre sottratto alle lusinghe e come raccontava al giornalista dopo il concerto di Londra, “trovo di cattivo gusto approfittare della notorietà per lanciare messaggi”. Un signore di altri tempi, con uno spettacolo che regge solo sulla buona musica ele sue canzoni sono un po’ come un buon vino, invecchiando si assaporano con ancora maggior gusto.
Varese è una tappa speciale per Paolo Conte che domani riceverà il premio del Festival del racconto “Le Parole della Musica”, in collaborazione con il prestigioso Premio Tenco.

da Varese – Paolo Conte, un incantevole ritorno | Varese Laghi | Varese News.

Paolo Conte illumina la notte ascolana – Il Resto Del Carlino – Ascoli

Alessandra e Paolo c’erano!
Paolo Conte in concerto ad Ascoli

Ascoli, 28 agosto 2011 – Paolo Conte ha illuminato la notte ascolana con una tappa del suo tour che lo vede protagonista nelle capitali europee. Ieri sera l’artista 74enne ha sedotto la splendida piazza del Popolo.

Cantautore, pianista, amante di jazz, Paolo Conte ha presentato i brani del suo nuovo album Nelson, dedicato al suo cane “dalle orecchie musicali” scomparso 2 anni fa. Un lavoro che liricamente e musicalmente ci riporta alle cose migliori dell’artista, con le immancabili citazioni e melodie d’altri tempi, ma con l’aggiunta di un “gioco di lingue” cimentandosi in napoletano, spagnolo, francese ed inglese.

Conte è stato accompagnato sul palco dalla sua band composta da: Nunzio Barbieri (guitar, electric guitar); Lucio Caliendo (oboe, bassoon, percussions, keyboard); Claudio Chiara (alto sax, tenor sax, baritone sax, flute, accordeon, bass, keyboard); Daniele Dall’Omo (guitar); Daniele Di Gregorio (drums, percussions, marimba, piano); Luca Enipeo (guitar); Massimo Pizianti (accordeon, bandoneon, clarinet, baritone sax, piano, keyboard); Piergiorgio Rosso (violin); Jino Touche (double bass, electric guitar) e Luca Velotti (soprano sax, tenor sax, contralto sax, bariton sax, clarinet).

Paolo Conte illumina la notte ascolana – Il Resto Del Carlino – Ascoli.

Paolo Conte: le mie canzoni per Nelson Il nuovo disco dedicato a un cane – Il Messaggero

….

un nuovo disco, quindici canzoni in chiaroscuro come piace a lui, cantate con le lingue del mondo, francese, inglese, spagnolo e anche napoletano riunite sotto un titolo curioso che fa venire in mente storie di mare e invece è dedicato a un cane, Nelson, come il celebre ammiraglio inglese.

«E’ un cane di una bellezza stratosferica che due anni fa se ne é andato. Un pastore francese che io inseguivo tutto il giorno per guardarlo. Ma di notte, quando di solito mi siedo al piano per suonare, era lui che mi inseguiva, si siedeva ai miei piedi ed era pronto ad alzarsi quando sentiva le note, sempre quelle, sono un abitudinario, con cui chiudevo le mie performance casalinghe. Aveva un grandissimo orecchio musicale. Adesso ho un altro cane che si chiama Orazio. A Nelson però ho voluto dedicare questo disco». Nelson e una dedica senza musica ma con l’onore della copertina del cd dove il pastore francese campeggia tutto nero, dipinto dal suo padrone cantautore.

l’intero articolo qui:

Paolo Conte: le mie canzoni per Nelson Il nuovo disco dedicato a un cane – Il Messaggero.

31 luglio – Piazza San Marco – Venezia – ore 21.30 PAOLO CONTE e L’ORCHESTRA SINFONICA DI VENEZIA con elementi del Teatro La Fenice di Venezia – orche

27 luglio – 2 agosto 2009

venezia-jazz-fetival-2009La Seconda edizione di Venezia Jazz Festival, il festival in scena dal 27 luglio al 2 agosto e organizzato da Veneto Jazz, si presenta ricca di alcuni eventi di rilievo che si svolgeranno anche in terraferma a Mestre. Naturalmente come l’anno scorso il tutto sarà arricchito da una lunga lista di eventi minori per tutta la città di Venezia.
La manifestazione sarà coronata da uno spettacolare evento nella sontuosa cornice di Piazza San Marco: il concerto del cantautore Paolo Conte e dell’Orchestra Sinfonica di Venezia (31 luglio): una produzione speciale che vede in scena elementi dell’Orchestra del Teatro La Fenice, accompagnati dalla nutrita band dell’artista diretta da Bruno Fontaine.
Anche il Teatro La Fenice, tempio della musica mondiale, sarà il palcoscenico di prestigiosi eventi, come il concerto del trombettista Wynton Marsalis e la sua Jazz at Lincoln Center Orchestra (28 luglio) e il doppio concerto del sassofonista Charles Lloyd, in quartetto, e della All Star Band di Richard Galliano, stella mondiale della fisarmonica (29 luglio), accompagnato da Gonzalo Rubalcaba (piano), Richard Bona (contrabbasso), Clarence Penn (batteria e percussioni).

PROGRAMMA EVENTI DI RILIEVO
27 luglio – Piazza Ferretto (Mestre) – ore 21.30
KOCANI ORKESTAR

28 luglio – Teatro La Fenice di Venezia – ore 21.00
WYNTON MARSALIS e JAZZ AT LINCOLN CENTER ORCHESTRA

29 luglio – Teatro La Fenice di Venezia – ore 21.00 / DOPPIO CONCERTO
CHARLES LLOYD 4TET

30 luglio – Piazza Ferretto (Mestre) – ore 21.30
KLEZROYM

30 luglio – Collezione Peggy Guggenheim – ore 22.00
TRIO MADEIRA

31 luglio – Piazza San Marco – Venezia – ore 21.30
PAOLO CONTE e L’ORCHESTRA SINFONICA DI VENEZIA con elementi del Teatro La Fenice di Venezia – orchestra diretta di Bruno Fontaine

tratto da: http://www.venezia.net/blog-eventi/2486/fra-gli-ospiti-di-venezia-jazz-festival-paolo-conte-wynton-marsalis-charles-lloyd-e-richard-galliano/

Paolo Conte, Concerto di Bologna del 26 gennaio 2009

Bologna, 26 e 27 gennaio 2009

Le chiamiamo “vacanzine”.

Una vacanzina è un intervallo di tempo breve (al massimo due notti fuori casa) dentro il quale si concentra l’energia di un viaggio lungo, quando si va in luoghi lontani e saturi di tutto quanto si associa al mitologema del viaggio: lontananza, paesaggi, persone, costumi, cibo, tempo per sé.

La vacanzina ha il suo limite nelle cure da dedicare alla gatta Miciù. E il limite ha il pregio di forgiare la personalità: rinunciare a qualcosa per qualcos’altro ancora più meritevole di attenzione.

A Bologna, nonostante i treni ad alta velocità, arriviamo in quattro ore. Fa parte del bene della vacanzina non avere fretta.

Pranzo: l’Uno una Ribeye – Entrecote di manzo, l’Altra Filetti di pollo alla griglia alla RoadHouseGrillParte del pomeriggio trascorre a camminare in una periferia di Bologna. Infatti fa parte del noi viaggianti quello di sbagliare ripetutamente e pervicacemente strade ed indirizzi.


 

Preludio alla notte: Hotel UnawayFreddo fuori caldo dentro. Ci piace il caldo dentro. E’ a due passi dall’

Europauditorium di Piazza della Costituzione

dove ci sarà, alla sera, il Concerto di Paolo Conte.

Il giretto tardo-pomeridiano per i centro di Bologna è abbastanza trascurabile. Comunque è l’autobus 28 che ci porta in Via Indipendenza.

Cala la sera, scende la pioggia fine, si entra al teatro.

Alle 21 e 20 Paolo Conte entra in scena con il suo sapiente, colto, fantasioso, competente gruppo di strumentisti:

Daniele di Gregorio, percussioni e piano

Jino Touche, contrabbasso

Daniele dall’Olmo, chitarra

Massimo Pitzianti e Claudio Chiara, sassofoni e fisarmonica

Luca Velotti, clarinetto

Lucio Caliendo, oboe e fagotto

Piergiorgio Rosso, violino. E’ la nuova entrata in orchestra di questo periodo. Tutti i suoi inserti volano nell’aria, ma ancor più in: Diavolo rossoDancing … applausi …

(Alessandra, filologa passionale di Paolo Conte mi conferma: “ebbene sì: il violino è un’innovazione di questo tour! non so se resterà in pianta stabile nell’orchestra, ma di certo Paolo e i suoi musicisti sono maghi stupefacenti”)

 




E’ dal 1974 che conosco e inseguo la sua individualità artistica: quella di attingere alla propria biografia personale per lievi accenni pittorici e trascolorarla e immergerla in suoni che alludono alle mitologie del jazz della Francia degli anni ’20 e alla gioiosità dei ritmi sudamericani

 

 

Paolo Conte è come il Bagatto dei Tarocchi: dietro il suo piano, con la trombetta e con la sua voce arrochita racconta i miti minori del Novecento. E in questi miti, ancorchè minori, le persone si riconoscono come in specchi che restituiscono immagini del Sé in situazione di Reverie.

 

Ma in un concerto c’è anche l’arte della scaletta.

Un conto è il disco, che al suo centro mandalico mette il particolare punto di approdo cui è arrivato l’artista in quel momento. Altra prospettiva è un concerto, nel quale al centro c’è il rapporto alchemico che l’artista intende stabilire con il suo pubblico.

La combinazione da elaborare funziona così: “quella sera lì e solo per coloro che sono lì quella sera”. E’ per questo che ci si sente una comunità nella sala. Una comunità provvisoria di due ore, ma con tutte le fusionalità che fanno la differenza.

Primo tempo

Sotto le stelle del jazz (1984)

certi capivano il jazz … pochi capivano il jazz … così eravamo noi … le donne odiavano il jazz “non si capisce il motivo”

Come di (1984)

la comédie d’un jour, d’un jour d’ta vie … Parlami, dunque il ricordo si semplifica nel suono dolce ed infelice, qui, come di, come di …

Alle prese con una verde Milonga (1981)

e mi avrai, verde milonga che sei stata scritta per me, per la mia sensibilità, per le mie scarpe lucidate … io sono qui, sono venuto a suonare, sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare …

Bartali (1979)

Farà piacere un bel mazzo di rose e anche il rumore che fa il cellophane, ma una birra fa gola di più … Oh quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita quegli occhi allegri da italiano in gita … E’ tutto un complesso di cose che fa sì che io mi fermi qui …

Bella di Giorno (2008)

Io so chi tu sei  so neanche chi sei  ma so che tu sei si so che tu sei tanto amata amata e desiderata

 Gioco d’azzardo (1982)

io parlo di me, di me che ho goduto, di me che ho amato e che ho perduto … però tra noi si trattava d’amore

Gli impermeabili (1984)

Mocambò … serrande abbassate … pioggia sulle insegne delle notti andate … devo pensarci su quale storia vuoi che io racconti? … e ricomincerà … come da un rendezvous … ma come piove sugli impermeabili”

Lo zio (1982)

ah zio, zio, com’è, com’è spiegami tutto, spiega perché e piano piano si srotola di questo film la pellicola …

L’amore che (2008)

L amore che arriva con movenze lente qui sotto gli occhi della gente, mi parla con voce tremante… sì. Illudendo, lusingando Incantando e come danzando afferra le mani … Sì… Ti amo tanto e ti sento arrossendo e impallidendo quasi morendo, sì. L’amore che trafigge me lascia che dica “Non so cos’è. Non lo so mica.. Ma credo in te dolce nemica….

per il lettore che vuole fare comunità temporanea:

Paolo Conte, Live a Bologna 26 gennaio 2009, Primo tempo

 

Secondo tempo

Velocità silenziosa (2008)

Una bella bici che va silenziosa velocità sopra le distanze, le lontananze starà una bici non si ama, si lubrifica, si modifica una bici si declama come una poesia per volare via  una bici la si ama come l’ultima delle fantasie

Madeleine (1981)

Qui, tutto il meglio è già qui, non ci sono parole per spiegare ed intuire e capire, Madeleine, e se mai ricordare…tanto, io capisco soltanto il tatto delle tue mani e la canzone perduta e ritrovata come un’altra, un’altra vita… Ma tutto il meglio è già qui, non ci sono parole…

Dancing (1982)

C’è stato un attimo che tu mi sei sembrato niente, è stato quando la tua mano mi ha lasciato solo e inesistente, hai volteggiato e sei tornata qui, l’orchestra è andata avanti e, poi, nessuno ha visto… vieni…e l’inquietudine e gli inchini fan di me un orango che si muove con la grazia di chi non è convinto che la rumba sia soltanto un’allegria del tango…

Chiamami adesso (1992)

Chiamami adesso, sì, lo so che prima era… era più facile… ma è adesso che ho bisogno io di
farmi trovare, farmi trovare qui chiamami adesso che è più buon il mio cuore… Dammi il tempo che tempo non sia Dammi un sogno che sonno non dia… Chiamami adesso che non ho più niente da dire, ma voglio parlare lo stesso insieme a te

Genova per noi (1998)

Con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova che ben sicuri mai non siamo che quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più … In un’immobile campagna con la pioggia che ci bagna e i gamberoni rossi sono un sogno
e il sole è un lampo giallo al parabrise…

Via con me (1981)

Via, via, vieni via di qui, niente pi ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri via, via, neanche questo tempo grigio pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti, Its wonderfoul, its wonderfoul, its wonderfoul good luck my babe, its wonderfoul, its wonderfoul, its wonderfoul, I dream of you chips, chips, du-du-du-du-du

Berlino (2008)

Piove a Berlino una pioggia spagnola e sulle scarpe nuove di pioggia e pensieri incantati  affascinanti prove di sogno e di luce deliranti esilaranti vuoti ed erranti

Max (1987)

Max era Max più tranquillo che mai, la sua lucidità… Max non si spiega, fammi scendere, Max vedo un segreto avvicinarsi qui, Max

Diavolo rosso (1982)

Diavolo rosso dimentica la strada viene qui con noi a bere un’aranciata controluce tutto il tempo se ne va Girano le lucciole nei cerchi della notte questo buio sa di fieno e di lontano e la canzone forse sa di ratafià

Eden (1990)

Solo in un silenzio penso a niente e voglio solo te, padre emozionato ed entusiasta che ti specchi in me Solo contro niente mi accontento e non mi annoio mai, suono un bel saxofono d’argento e non mi sbaglio mai…

Bis

Cuanta Passiòn (2005)

Ma sì, sarà il carattere o la malinconia che sta dietro al carattere come una gelosia sarà il pensiero vergine che ha la fantasia vissuta dal carattere come la frenesia Cuanta pasiòn en la vida cuanta pasiòn …

Via con me (1981)

Via, via, vieni via di qui, niente pi ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri via, via, neanche questo tempo grigio pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti, Its wonderfoul, its wonderfoul, its wonderfoul good luck my babe, its wonderfoul, its wonderfoul, its wonderfoul, I dream of you chips, chips, du-du-du-du-du

 

 

Per il lettore che vuole fare comunità temporanea:

Paolo Conte, Live a Bologna 26 gennaio 2009, Secondo tempo

 

… di chi era quella voce femminile dietro di me che cinguettava

“Its wonderfoul, its wonderfoul, its wonderfoul good luck my babe, its wonderfoul, its wonderfoul, its ?”

un lievissimo incontro temporaneo di cuore e comunità

 

Lp 33 giri

 

Paolo Conte, 1974

 

Paolo Conte, 1975

 

Un gelato al limon, 1979

 

Paris Milonga, 1981

 

Appunti di viaggio, 1982

 

Paolo Conte, 1984

 

Aguaplano, 1987

 

Paolo Conte, Concerti, 1989

 

Parole d’amore scritte a macchina, 1990

 

Paolo Conte, Live, 1988

  • Fotografie di Luciana

Paolo Conte intervistato da Alessandra Cicalini


… creare richiede
, analogamente, sofferenza, una condizione spesso invisa alla modernità. Poi, certo, mentre si crea, a un certo punto ci si comincia a divertire.
Quando? Ovvio (come no…): “Quando la sofferenza si trasforma in estasi”, conclude l’avvocato …

pubblicato qui: http://blog.muoversinsieme.it/archive/2008/12/19/paolo-conte-e-il-tempo-ah-che-rebus1.html

… Essere nato nel giorno in cui i Re Magi fecero visita a Gesù Bambino deve averlo condizionato, almeno un pochino. Perché Paolo Conte sembra proprio il tipo che dà peso alle coincidenze e alle date …

Dal Blog di Stannah http://blog.muoversinsieme.it/archive/2008/12/19/paolo-conte-e-il-tempo-ah-che-rebus.html

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche). VIDEO di Paolo Ferrario e testo tratto da: Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, Feltrinelli, 1977, p. 32-44, 5 novembre 2008


1. Il testo letto nel video è questo:

Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé.Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzionedella coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

3. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata

l’istinto ti sa
trattare ti sa
guidare ti sa
con poche parole precise
poche parole decise
e uno sguardo d’intesa
un’elegantissima scusa
come una bella di giorno
tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno
nell’acqua fresca di un bagno
io so che tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata
e sola


Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Paolo Conte in Bella di giorno (da Psiche) e l'intersoggettività in Silvia Montefoschi

1. Il testo letto nel video è questo:

“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé. Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia Montefoschi, L’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzione della coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

3. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

l’istinto ti sa

trattare ti sa

guidare ti sa

con poche parole precise

poche parole decise

e uno sguardo d’intesa

un’elegantissima scusa

come una bella di giorno

tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno

nell’acqua fresca di un bagno

io so che tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

e sola

<!– –>

Paolo Conte in “Bella di giorno” (dal Cd Psiche) e il PRINCIPIO DELLA INTERSOGGETTIVITA’ nel pensiero psicanalitico di SILVIA MONTEFOSCHI

 

1. Il testo letto nel video è questo:

“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé. Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzione della coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

3. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

l’istinto ti sa

trattare ti sa

guidare ti sa

con poche parole precise

poche parole decise

e uno sguardo d’intesa

un’elegantissima scusa

come una bella di giorno

tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno

nell’acqua fresca di un bagno

io so che tu sei

so neanche chi sei

ma so che tu sei

si so che tu sei tanto amata

amata e desiderata

e sola

da: Paolo Conte in Bella di giorno (da Psiche) e l’intersoggettività in Silvia Montefoschi | Segni di Paolo del 1948.


lo stesso video è anche qui:

Paolo Conte: Diavolo rosso

Fino a quando la tua mente resterà
confitta al suolo?

Cicerone, La natura degli dèi, IV

Un esercizio di vertigine

Occorre darsi del tempo
Socchiudere le finestre.
Entrare nel semibuio
.
Scrutare l’orizzonte: … l’orizzonte è Dentro, non fuori. Almeno questa volta

Guarda, senti, guardali tutti, poi uno alla volta e lasciati andare … andare … andare …

 

Paolo Conte, Diavolo rosso

Fra le finezze connettive di Youtube c’è questa: chi posta un video può ricevere una “risposta al video con un video”.
Due anni fa avevo estratto dal Dvd Live in Amsterdam una strepitosa esecuzione di Diavolo rosso di Paolo Conte, che avevo appena visto in concerto all’Arena di Verona: ricordo indelebile, forse a prova di Alzheimer.
Oggi giancojazz mi risponde con questo audio-video probabilmente ripreso da lui:

Questa esecuzione è da annoverare fra i capolavori della umanità. I musici sono in stato di grazia, ma il chitarrista è semplicemente eroico.

Per Paolo Conte

Questa sera ho sentito che una Università conferirà una laurea “honoris causa” in pittura a Paolo Conte. Mi sembra confortante che ci possano essere vecchiaie molto simili alla giovinezza. Anzi quasi meglio.
Inoltre qualche giorno fa ho trafficato per far leggere ad Astime un raro articolo in cui si parla di Paolo Conte poeta.
E allora può essere l’occasione per confezionare un bel dono per l’appuntamento di mezzanotte.
Qui sotto ci sono due versioni di “Diavolo rosso”. La prima l’ho ricavata da una registrazione televisiva di un concerto ad Amsterdam, l’altra l’ho ripresa dal Live all’Arena di Verona del 2005. In quest’ultima vi prego di ammirare la performance del chitarrista 
Daniele dall’Omo, assieme alla soddisfazione artistico-creativa di Paolo Conte. Non credo che altre volte vedrete e sentirete nella cosiddetta “musica popolare” qualcosa di così musicalmente perfetto. Carezze per l’anima.
Quella sera io c’ero, ora ci sarete (mi spiace solo per 10 minuti) anche voi amici di blog.
Buona notte


Paolo Conte ha ricevuto il 30 settembre 1991, a Mi­lano, il Premio Montale per la nuova sezione «Versi per Musica», una targa d’oro che consacra ufficialmente la portata poetica delle sue composizioni. «Versi per Mu­sica», insistiamo, e versi che l’autore scrive sempre dopo la musica e in funzione di essa. Proporli così, come una raccolta di poesie da meditare a tavolino, potrebbe sem­brare un atto arbitrario e, in un certo senso, lo è. Tut­tavia, una lettura privata e silenziosa non potrà che aiu­tarci a penetrare meglio nel mondo interiore di quest’ar­tista geniale, tradotto in inglese, spagnolo, francese, tedesco e studiato come un classico del Novecento nei licei e nelle università.
«Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling… è un traffico africano…»(Ratafià). Sembra di sentire il «Zung Tumb Tumb» di Marinetti ad anche altrove si ritrovano onomatopee, parole in libertà, rumori e stridori, echi insomma del Futurismo letterario e figurativo perché Paolo Conte, che è anche pittore, imprime a certe sue canzoni un movimento nervoso e dinamico che fa pen­sare a Balla, a Boccioni e soprattutto a Kandinskij che dal Futurismo ha imparato molto.
In altri versi, invece, quando il disincanto è tempe­rato dal sorriso, ci viene in mente Guido Gozzano, de­scrittore d’interni che evocano ineluttabilmente il «brutto tinello marron» della saga del Mocambo.
Il sentimento della solitudine lo accomuna a Pavese ed anche al mito americano, pur con matrici ed esiti dif­ferenti. Come il primo Ungaretti, può servirsi di poche parole dimesse isolate nello spazio bianco della pagina; come Verlaine può creare immagini sfumate e suggestive, dalla musicalità languida; come Baudelaire può ri­correre alla figura stilistica della sinestesia o abbando­narsi al gioco delle «corrispondenze» fra suoni, profumi, colori; come Montale, e quasi cogli stessi termini, può esaltare la duttilità musicale dell’inglese e sottolineare la pesantezza dell’italiano dalle parole dure come massi; come Bontempelli, può caricare il reale di una compo­nente visionaria e magica.
«Memorie ondulate» (Recitando), «calma tigrata» (Sparring Partner), «mani vegetariane» (L’avance) e tante altre invenzioni folgoranti di questo tipo hanno un sapore surrealistico e navigano nella stessa scia del famoso verso di Paul Eluard: «la terre est bleue comme une orange». Si potrebbero invocare anche Garcia Lorca e tanti altri, convinti però che tali reminiscenze non spie­gano niente, quasi niente. Paolo Conte, uomo di cultura, ha captato, in musica come in poesia, le atmosfere più significanti del secolo, ma non ha mai imitato nessuno in modo passivo. Ha ricreato tutto e rielaborato tutto con la sua testa, la sua sensibilità, la sua immaginazione offrendoci un’opera caratterizzata da una profonda e autentica originalità.
Questa originalità non deriva tanto dai temi trattati quanto dal modo con cui li ha dosati, alternando no­stalgia e ironia, senso permanente del precario (gloria, amore, convivenza, matrimonio) e fede inalterabile in quel suo Assoluto che è la Musica, memoria labilissima dei personaggi e memoria favolosa dell’autore quando ci restituisce i sapori e gli odori degli anni venti e cin­quanta; cieli grigi della Val Padana e spazi esotici da ci­nema muto, storie del quotidiano banale ed arcani in­solubili misteri, personaggi corposi come i cinquantenni «sempre in gamba» (Per ogni cinquantennio) e perso­naggi nebulosi come Max. Realismo trasfigurato. Bar
tali è Bartali, corre in bicicletta, preferisce la birra alle rose, ha un naso imponente ma non arriva mai sullo stra­done impolverato dove dovrebbe passare. Bartali o il simbolo dell’Attesa, Bartali come i Tartari di Dino Buzzati. Hemingway è nel suo bar preferito, l’Harry’s di Ve­nezia, ma intorno a lui tutto è irreale fantasmagorico. Duke Ellington si sdoppia, diventa un «boxeur» (Lo Zio), si fonde e si confonde con Sugar Ray Robinson.
Un aeroplano si trasforma in aguaplano, a meno che l’aguaplano sia il pianoforte che galleggia sul mare…
Tuttavia, questi giochi di specchi, queste sovrimpres­sioni e rifrazioni non generano oscurità, solo stupore, meraviglia, felicità. La funzione di un poeta, diceva Ungaretti, è proprio quella di portare alla luce i misteri che covano in ognuno di noi.
Un altro aspetto singolare della poesia di Paolo Conte è quello della «fuga», di tutte le fughe: quella delle pa­role che scappano da ogni parte per concentrarsi in el­lissi da capogiro; quella del Diavolo Rosso attraverso una campagna incontaminata, quella del musicista che rin­corre «una verde milonga» fino ai «laghi bianchi del si­lenzio»; quella dell’orchestra che parte e decolla (Boogie), quella dei treni «in corsa» (Come di) o della Topolino del 1946 dalla rapidità nervosa di un’Aprilia (La Topolino amaranto).
Fuga da uno spazio all’altro attraverso il sogno, fuga del tempo, «fuga all’inglese» che sfocia nella morte, fuga dalla realtà da parte di numerosi personaggi che non vogliono o non possono assumere impegni definitivi, affrontare direttamente i problemi o dare uno spessore concreto ai loro fantasmi. Fuggono verso l’infanzia, l’età dei giochi e dell’irresponsabilità(Azzurro), si rifugiano in ostinati silenzi (Sono qui con te sempre più solo)op­pure esitano e tergiversano (La negra) o si esprimono al condizionale con avverbi sintomatici come «eventual­mente» (Paso doble). Fuggono alla vista di un pianoforte tentatore per ritornare in un mondo ovattato che pro­tegge e rassicura (Aguaplano).
Per questo gli eroi contiani sono così soli, perché hanno fondamentalmente voglia di restare soli, con le loro fantasticherie, i loro sogni, le loro chimere. Hanno paura del grande mare aperto della vita, ed hanno paura dell’amore perché sanno che l’amore è un «gioco d’az­zardo» ed anche un’«arte», e che la vita oscilla fra il «rebus» e la «comédie» (Come di).
Orgogliosi, scontrosi, timidi e vulnerabili, non sono sicuri di poter offrire una recita che strappi applausi a scena aperta. Preferiscono essere spettatori piuttosto che attori, osservare invece che agire (Hesitation), fare un passo in avanti e poi ritrarsi, proteggersi dietro ad una porta chiusa aldilà della quale soffia il vento caldo del deserto (Colleghi trascurati).
In Un vecchio errore, però, il protagonista non fugge, non del tutto. Rifiuta di guardarsi allo specchio ma solo perché non ne ha bisogno. Assume il suo «vec­chio errore» e la sua responsabilità, pur tentando di giustificarsi in nome dell’amore. Una fuga a metà. È un testo stupendo, uno dei più elaborati e dominati, con enjambements vertiginosi e rime interne che met­tono in risalto i termini chiave e creano un contra­sto fra l’apparenza e il volto, quello che si è e quello che si sembra, quello che siamo stati e che non siamo più: «avevo il cuore duro allora… ero più amaro… ero più giovane…». Il tempo, lui, non smette di fuggire. Con il tempo che passa, i personaggi di Paolo Conte sono diventati più lucidi con sé stessi e più indulgenti con gli altri, soprattutto con «le altre». Non una parola amara nei riguardi di una moglie che chiede il divorzio, solo un’immensa tenerezza soffusa di nostalgia (Parole d’amore scritte a macchina); tanta divertita indulgenza anche per «l’intellettuale» che legge e legge, frequenta mostre e s’interessa a Picasso (Happy feet); ed una com­prensione umanissima per la «donna calda» colta in un momento di stanchezza esistenziale e fisica (Ho bal­lato di tutto). Mettersi nei panni di una donna, par­lare al suo posto, immedesimarsi in lei, diventare lei… Una novità assoluta ed inimmaginabile all’epoca di La donna d’inverno quando lo svagato protagonista, con un libro di Lucrezio fra le mani, si faceva domande poco lusinghiere sulle capacità intellettive della sua amante «morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa».
Quanta originalità inventiva anche per trattare il tema scontatissimo della donna! Dalla «ragazza fisar­monica» alla «donna calda» non esiste un solo perso­naggio femminile che sia banale e risaputo. E quando 
10 è, dal punto di vista delle reazioni, è riscattato dalle trovate linguistiche e dal duplice sguardo del seduttore pudico, del misogino innamorato dell’eterno femmi­nino. Ma questo è un argomento che meriterebbe una tesi.
Non sappiamo cosa ci riserveranno le «parole can­tate» del prossimo futuro, ma c’è da scommettere che Il 
poeta continuerà a scombussolare i nostri apriorismi, presentarci sfaccettature nuove e nuovi sprazzi del suo mondo magico-realistico, a regalarci immagini insolite, come quella del «pediluvio»(Colleghi trascurati) che ha sostituito, in chiave autoironica, il mito ricorrente di docce e bagni purificatori (Via con me, Uomo-camion, Gelato al limon…). Un giorno, magari, ci parlerà di cani gatti dopo tante scimmie più o meno metaforiche e qualche lupo pulcioso di ritorno da fallimentari esibi­zioni in una «comica America» (Lupi spelacchiati). Anche nei suoi «Bestiari», Paolo Conte riesce ad essere personale ed immaginoso.
Un rimprovero da fare, uno solo: l’abuso dell’inglese nell’album Parole d’amore scritte a macchina. Lingua 
duttile finché si vuole, ma troppo ovvia, sfruttata, inflazionata. Tutti, oggi, si mettono a rimeggiare in inglese, ;un inglese senza carne e senza sangue, uno scheletro di ‘lingua. Ma si è visto che, per Paolo Conte, l’inglese è le­gato strettamente alla musica e, in nome di essa, gli sipossono perdonare tante cose, se non tutte. La musica che magnifica e sublima le parole, caricandole di una densità emotiva che il testo scritto talvolta occulta; la mu­sica, il solo Dio per quest’uomo fondamentalmente laico,ossia indipendente, autonomo, solitario e libero come soltanto sanno esserlo i grandi Poeti.
DORIANA   FOURNIER – Agrégée de l’Université, Paris
Da: Paolo Conte, Le parole, Umberto Allemandi & C., Torino, 1991