Profilo biografico di PAOLO FERRARIO, facoltà di sociologia di TRENTO – in Alumni UniTN. Data della laurea: 25 gennaio 1974

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Profilo utente – Alumni UniTN

Corsi di Studio
CORSI DI STUDIO
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO
Sociologia
Corso di Laurea
Data conseguimento titolo: 25/01/1974
2020-02-21_095656
Professione
PROFESSIONE
MAPPESER.COM
ricerca e documentazione in tema di politiche sociali e servizi
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO-BICOCCA
Docente a contratto
UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA
Docente a contratto
COMUNE DI MILANO
docente alla Scuola regionale operatori sociali del Comune di Milano
IN PENSIONE (CONTRIBUTI VERSATI DAL 1969 AL 2015)
Documentazione, ricerca e consulenza in tema di POLITICHE SOCIALI E SERVIZI (Carocci editore, 2014)
ENSISS
docente alla Scuola di Servizio sociale

Sociologia a Trento negli Anni Sessanta, dal blog ilsemedellutopia.blogspot.it di Cataldo Marino

A cosa può essere utile l’elenco dei primi 346 laureati in Sociologia in Italia e delle tesi da essi presentate alla fine del corso degli studi? Dal punto di vista pratico, a nulla. Ma l’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento negli anni ’66 -’70 ha avuto una storia tutta sua e chi lo ha frequentato si ritrova, quasi mezzo secolo dopo, con uno ‘spirito di corpo’ che credo non trovi paragone in altre università ed altre facoltà, ed è forse assimilabile solo a quello dei bersaglieri e dei partigiani. L’elenco potrebbe allora servire per ‘ritrovarsi’ in questo vasto web e per ricordare tempi molto particolari.
Trento era una città piccola, la si attraversava da un capo all’altro facilmente anche senza autobus, e in quegli anni diventò la meta di studenti di tutte le regioni d’Italia. In un paese ancora frantumato dai dialetti e dalle diverse usanze, noi studenti, lì, trovammo subito un’identità comune. Non eravamo isolati, come avevo sperimentato a Roma personalmente in ottobre e novembre del ’66 prima del trasferimento, ma uniti dalla voglia di capire – con la presunzione di una maggiore scientificità – il mondo in cui vivevamo. La ricchezza di una diversa provenienza e il desiderio di mescolarsi per quel fine comune furono la specificità di quegli anni in quella città.

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Il seme dell’utopia – Blog Socio…logico: Sociologia a Trento negli Anni Sessanta

Università di Trento | Presentazione dell’Ateneo – 29.1.2016

quanti RICORDI!
belli .
Tranne gli stronzi di Lotta Continua

e i  fondatori delle brigate rosse (in minuscolo) che passeggiavano per le vie del centro

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

SOSIOLOGIA TN

Università di Trento, un’università europea, in Italia.Tra le prime 200 università al mondo (THE – Times Higher Education Rankings 2015-2016), 10 Dipartimenti, 3 Centri di Ricerca, 586 docenti e ricercatori, 704 persone di staff, 16.000 studenti iscritti, 1.090 studenti stranieri.

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una mostra per i 50 anni dell’Università di Trento

La mostra è aperta fino al 28 febbraio 2013, dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 20.00 e il sabato dalle 8.00 alle 12.30 al Dipartimento di Lettere e Filosofia (Trento – Via Tommaso Gar, 14). Ingresso libero e gratuito.

Sono programmate anche delle visite guidate alla mostra in compagnia del curatore che avranno la durata di 30 minuti e si terranno una volta in settimana alle ore 17.00. Queste le date:

Gennaio 2013: martedì 15; martedì 22; giovedì 31
Febbraio 2013: martedì 5; venerdì 15; martedì 19 febbraio; giovedì 28

Al termine di ogni visita guidata si terrà un incontro nell’ambito: “Dialoghi a margine della mostra”

La mostra

La mostra è dedicata all’Ateneo e ai suoi cinquant’anni, ma non perde mai di vista le due comunità, quella universitaria e quella dei cittadini di Trento, la loro relazione talvolta conflittuale, ma feconda, l’ambizione condivisa da entrambe di essere non grandi, ma importanti.

In esposizione foto, videoclip, alcuni oggetti (registri delle lezioni di qualche professore diventato famoso, libri, riviste e reperti d’archivio) in grado di catturare l’attenzione dei visitatori più giovani e di quelli meno giovani, di coloro che all’Università studiano e lavorano come dei cittadini meno coinvolti e “più lontani”, accompagnandoli in un percorso suggestivo e vivace, dove reperti e immagini d’archivio sposano la multimedialità. La mostra non vuole commemorare i primi 50 anni dell’Università, ma comunicare il carattere, lo sviluppo, il cambiamento dell’Ateneo e il suo legame profondo con la città, la gente, la società.

La mostra è articolata in cinque sezioni: “Università Città”; “Identità e Rappresentazione” (sui simboli e le forme che definiscono l’identità dell’Ateneo di Trento); “Lontano da Trento” (sulle relazioni dell’Ateneo con il resto del mondo); “Gli Studenti”; “Gli Edifici”.

L’ideazione e la realizzazione della mostra sono integralmente opera di persone che lavorano in Ateneo (nei settori: Gestione immobili, Comunicazione ed eventi, Centro tecnologie multimediali, Protocollo e Archivio storico, Biblioteca e nella Facoltà di Lettere e Filosofia, ora Dipartimento di Lettere e Filosofia).

Curatore della mostra è Vittorio Carrara. Michela Favero è la responsabile dell’allestimento.

da  http://events.unitn.it/50anni/universita-citta-mostra-il-cinquantenario

Introduzione alla mostra di Vittorio Carrara File (115 KB)

mi ricordo … in morte del professor Antonio De Lillo (1941-2012), 71 anni

cara Carla

essendo un marginale del mondo universitario, solo in questi giorni ho appreso (su internet, che è il mio secondo cervello) della morte del professor Antonio De Lillo.
Non l’ho mai conosciuto direttamente, ma ho di lui due nitidi ricordi.
Il primo risale agli anni dei miei primi studi alla Università di Trento.
Eravamo nel 1969, o forse nel 1970, e lui tentava di fare docenza in un ambiente impossibile: i docenti e gli studenti che “pretendevano” di fare e frequentare i corsi erano considerati “nemici di classe” nel  capitalismo aggettivato come “maturo”.
E così le lezioni venivano o del tutto sospese o interrotte, con la tipica arroganza dei manipolatori del potere.
In occasione di una ennesima interruzione vidi e sentii  il professor De Lillo, con occhi dolcissimi, un bel sorriso e tanta pazienza, dire:
questi leader studenteschi si battono contro l’autoritarismo. Ma poi sono infinitamente più autoritari di molti professori“.
Ma non c’era il mio malanimo (di allora e di adesso). Era una pura constatazione, poi confermata dal successo parlamentare e televisivo di molti di loro. E così uscimmo dall’aula.
In seguito, per imparare qualcosa dovetti diventare autodidatta.
Il secondo ricordo è collegato ad un altro professore, che invece ho avuto la fortuna di frequentare e dal quale ho appreso molto.
In occasione della morte di Tullio Aymone scrissi un pezzo su uno dei miei blog e lo mandai in giro fra i miei contatti per “fare memoria”.
Pochissimi accademici ebbero la gentilezza intersoggettiva di rispondermi. Uno era Antonio De Lillo.
Mi spiace di aver perso la traccia di quel messaggio, ma il tono era tipico del suo carattere, che a me pare gentile e sensibile. Parlava di Aymone come di una persona di valore e che aveva fatto fatica ad essere riconosciuto in ambito universitario.
Se dentro al flusso del tempo e per una persona con cui non ho mai parlato direttamente, filtrano questi due ricordi così forti e durevoli, vuol forse dire che è stata una personalità che teneva “alta la testa dall’acqua”, come dice il mio amatissimo Emanuele Severino.
Fortunata te che hai avuto modo di frequentarlo per tanti anni.
grazie per l’attenzione e un caro saluto per i tuoi futuri progetti

Paolo Ferrario

Iniziò a insegnare nel 1970 a Trento dopo la laurea in Bocconi. Studioso attento di questioni giovanili, ha coordinato le ricerche annuali dello IARD sul tema

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

E’ scomparso all’età di 71 anni il professor Antonio De Lillo, preside in carica della facoltà di Sociologia della Bicocca. Si è spento venerdì 25 maggio dopo una malattia. Nato nel 1941 a Napoli, si era laureato all’Università Bocconi in economia e commercio. Iniziò a insegnare a Trento nel 1970/71.

Dopo una iniziale attenzione ai metodi statistici per le ricerche sociali, focalizzò i suoi studi soprattutto sui giovani e sul loro ruolo nella società post-moderna, richiamando l’attenzione più volte sulla “rottura” del patto intergenerazionale e ritenendo che spesso li si considera solo nel lato della repressione delle devianze, mentre occorrerebbero politiche attive nel campo dellacasa, del lavoro e della costruzione della famiglia.

Ha coordinato (con Alessandro Cavalli) le numerose indagini nazionali dello IARD sulla condizione giovanile nel nostro Paese.

Un lungo passato a Trento, come docente e poi preside di Sociologia. E nel 1990 l’approdo alla Statale di Milano e poi alla neonata Bicocca, dove oltre a tenere corsi di sociologia di base e (negli ultimi anni) a ricoprire l’incarico di preside di facoltà, coordinava il dottorato in Sociologia e ricerca sociale.

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Non ci sono più ma li si può ricordare

 

Non ci sono più

ma li si può ricordare


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Tullio Aymone: ricordi per varie voci

TULLIO AYMONE: 

ricordi per varie voci

In occasione del V° anniversario della morte di Tullio Aymone e nella circostanza della pubblicazione dei suoi scritti inediti nei Quaderni del dipartimento di economia politica, la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, organizza un incontro per approfondirne la figura di studioso e di docente

 

Giovedì 25 ottobre alle ore 15.00

presso l’Aula Magna della Facoltà di Economia “Marco Biagi” Via Berengario 51 si terrà una giornata di studi dal titolo

 

La crescita giusta

sviluppo umano, partecipazione e nuove forme della politica in un modo globalizzato

 

Svolgimento dei lavori

Ore 15.00: Saluto del Preside della Facoltà di Economia e Commercio

Prof. Sergio Paba

 

 

IL PENSIERO E GLI SCRITTI

 

Giovanni Mottura – Università di Modena e Reggio Emilia

 

Vittorio Capecchi – Università di Bologna

 

Gomercindo Clovis Rodrigues –primo collaboratore di Chico Mendes e fondatore del Comité Chico Mendes – Brasile

 

Giampietro Pizzo Ministero degli Esteri, già direttore A.C.R.A in Bolivia

 

 

Ore 17,30: coffee-break con Prodotti del Commercio Equo e Solidale

 

 

Ore 18.00 LE REALIZZAZIONI

 

Giorgio Prampolini, Presidente di Coop Chico Mendes Modena,

introduce un incontro fra gli allievi e i collaboratori di Tullio Aymone

 

 

Presentazione del video sulle attività delle Cooperative Agroestrattiviste della Foresta Amazzonica

Caro Ferrario, mi sembra meritevole l’idea di ricordare Tullio Aymone, un collega che non vedevo da molto tempo, ma con un ricordo “trentino” di persona saggia e mite, pieno di interessi e di sensiblità. Ringrazio lei per la triste notizia che mi ha dato e per le iniziative che promuoverà. Con cordialità g.b., 5 novembre 2003

La ringrazio molto di avermi informato della scomparsa di Tullio. E’ stato un caro collega ed un intellettuale di rilievo, anche se, forse per il suo stesso carattere, non ha avuto i riconoscimenti che meritava.

Talvolta la morte rende giustizia. Mi auguro che questo possa avvenire per Aymone. In questo senso è molto apprezzabile il lavoro che lei ha fatto per tramandarne il pensiero e l’impegno.

Un cordiale saluto.

A L

Caro Paolo,apprendo con grande dolore la notizia della scomparsa di Tullio, fu mio docente molto amato alla scuola di via Olmetto negli anni della mia formazione. Poi incontrato poche altre volte ma vivo nel mio ricordo.Ti sarei grato volessi scrivere su di lui per Adultità sul prossimo numero e curato da S.T.  dedicato al Tempo per sè. Tullio si occupò anche di questo…Un abbraccio molto caro D.

Caro Paolo Ferrario,

la ringrazio molto per il suo messaggio. Purtroppo non sapevo della morte di Tullio Aymone, che stimavo anch’io molto, pur non avendo avuto mai l’occasione di conoscerlo personalmente. Le notizie che lei fornisce su di lui mi sembrano del tutto coerente con l’immagine che ne avevo e quindi mi fanno sentire ancora più acutamente la perdita non solo sul piano scientifico.

Mi metto in contatto con il coordinatore della sezione P. F.i, che mi aveva occasionalmente parlato di Aymone lo scorso anno (quando aveva ricevuto una sua lettera), per informarlo della triste notizia (qualora non l’abbia saputo diversamente) e per concordare come darne notizia nel sito.

Spero anche che lei riesca a raccogliere altro materiale. Le lezioni stesse forse sarebbero inseribili come matriale sonoro, qualora lo ritenga opportuno. Pensa sia possibile, oltre il collegamento alla pagina da lei curata inserire eventualmente, anche la bibliografia (naturalmente citando la fonte) anche nel sito della nostra sezione?

Grazie per la sua gentile collaborazione, che naturalmente spero possa continuare anche in futuro.

Un saluto cordiale

P.T.

 

L’ho conosciuto e frequentato in un periodo della mia vita.
Era una persona intelligente e non conformista.
Appena ho un minuto vado a vedermi la tua pagina.
Ciao,
c.

 

Mi è a suo tempo dispiaciuto molto; anche io ho testi scritti con lui e lo
ricordo per sempre con tanta stima ed affetto
L.R.

 

caro paolo,

non l’ho conosciuto direttamente,ma concordo con il tuo giudizio. Provo a inviare a tutti la tua lettera

ciao a.

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il "A sudden Excess of Desire" di Mark Strand, anche in ricordo di Tullio Aymone

Nello sguardo poetico di Mark Strand ricorre spesso il tema dell’  “ero stato” o quello, complementare, di “in un’altra vita”.

Prendo ad esempio Ero stato un esploratore polare:

Ero stato un esploratore polare in gioventù
e avevo trascorso innumerevoli giorni e notti a ghiacciare
di luogo deserto in luogo deserto. In seguito,
lasciai le spedizioni e rimasi a casa,
e lì crebbe in me un improvviso eccesso di desiderio,
come se un fulgido torrente di luce simile a quello che si vede
dentro un diamante mi attraversasse.
Riempivo pagine e pagine con le visioni di ciò che avevo osservato –
mari ruggenti di pack, ghiacciai immensi, e il bianco degli iceberg sferzato dal vento. Poi, senza altro da dire, smisi
e fissai lo sguardo su ciò che era vicino. Quasi immediatamente
un uomo in cappotto scuro e con un cappello a larghe tese
comparve sotto gli alberi davanti a casa.
Il modo in cui fissava davanti a sé e stava lì,
ben piantato sui piedi, con le braccia abbandonate lungo

i fianchi, mi fece pensare che lo conoscevo.

Ma quando alzai la mano a salutarlo
egli fece un passo indietro, si volse e cominciò a svanire

            come il desiderio intenso svanisce finché nulla ne rimane.in : Mark Strand, Uomo e cammello, nella traduzione di Damiano Abeni, Mondadori, 2007
In questi giorni, per quelle filiformi coincidenze propiziate dalla rete, mi è arrivato un messaggio che mi ha scaraventato dentro una fase della mia altra vita.
E vengo irrimediabilmente preso dal sudden excess of desire di costellarmi questo pezzo di passato.

Leggo con troppo  ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone (1931-2002, 71 anni). “Prematuramente scomparso”, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere  a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per  loro chi faceva lezione e chi ci andava era un “nemico asservito al capitalismo” (“maturo”, naturalmente). 

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile. Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro,  Eugenio Garin . Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro. In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo  cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale. Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti. Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee. Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario. Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica. 

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971,  dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile: 

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

 “Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa  e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche. Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica,  c’erano azioni di  mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca. Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho  tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza, ma centinaia fra articoli, relazioni a convegni, tracce per guppi di lavoro, progetti. Il suo ruolo di sociologo se lo è giocato giorno per giorno, intrecciando solide teorie e azione pratica. Intendo dire che lui organizzava la sua vita attorno all’agire nelle situazioni sociali, che fossero le periferie urbane, o le scuole dell”hinterland di Milano, o gli amministratori locali o, ancora, le culture dell’Amazzonia. E su questo costruiva i suoi saperi, talvolta concettualmente ardui.

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili le sue tracce frammentarie:

Forse qualcuno rintraccerà a sua volta queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

 

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque  volesse  inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

è morto Tullio Aymone (1931-2002), 22 maggio 2003

Como 21 maggio 2003

Leggo con troppo ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone.

Prematuramente scomparso, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per loro chi faceva lezione e chi ci andava era un nemico.

In questa fotografia parlo con Tullio Aymone, presumibilmente nel 1970 (e quella lì davanti era la mia fiat cinquecento):

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile.

Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro, Eugenio Garin .

Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro.

In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale.

Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti.

Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee.

Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario.

Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica.

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971, dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile.

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

“Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche.

Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica, c’erano azioni di mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca.

Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza. Il suo lavoro di sociologo è stato pratico-teorico. Cioè molto legato all’operare, anche se sostenuto da teorie e riferimenti solidi.

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili queste tracce frammentarie.

Forse qualcuno rintraccerà queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque volesse inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

altri ricordi su Tullio Aymone sono qui:

Oggi sento che devo fissare alcuni momenti del film che è il mio percorso di vita.

Como, 27 giugno 2000

Oggi sento che devo fissare alcuni momenti del film che è il mio percorso di vita.

Ho la coscienza forte di avere conosciuto persone notevoli. Che hanno vissuto al loro meglio, ritagliandosi un piccolo spazio personale nel mondo e nella loro traiettoria esistenziale.

Devo ricordare, nella sua drammatica distruttività delle persone che le sono state intorno, la M. Z.. Mi ha fatto ricercare e conoscere la letteratura moderna. Come Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, che ho letto sulle dispense di Epoca, che mio padre collezionava

Il professor Visconti. Visconti Dante, ma per sempre “il professor Visconti”. La sua ironia, il suo disincanto, la sua simpatia, il suo scrupolo storico. Le sue lezioni: davvero magistrali, da registrare e tenere per tutta la vita. Ma perse, purtroppo. A sedici anni non ne apprezzavo il valore. Peccato: con quelle potrei capire il Cinquecento italiano ed europeo. I grandi passaggi d’epoca.

Tullio Aymone. Che mi ha reso comprensibile l’impegno universitario. Che nella strana confusione di Trento ha costituito un’isola di riflessione. Che indirettamente mi ha spinto sulla strada dello studio dei servizi, con cui mi sono guadagnato da vivere. Fra le cose che ricordo di lui è una passeggiata a Bologna, dove in una piazza mi ha additato il caracollante A., che camminava contornato dai suoi allievi.

Laura Conti. Intelligentissima e coltissima. Divertentissima. Studiosissima. Tutta issima. Un pezzo di storia del Partito comunista italiano, che ho avuto la fortuna e il privilegio di accostare. Che ho perso proprio negli ultimi anni della sua vita, quando lei non ha accettato che una parte fondamentale di sé dovesse cambiare orizzonte.

C.R. , che mi ha aiutato a rinascere. Fondamentale, senza di lui la mia strada sarebbe stata diversa. Mi ha accompagnato per un lungo pezzo di vita, fino a quando ho avuto la fortuna, con Luciana, di cambiarla. Un fratello generoso che ho potuto avere vicino. Nella giusta distanza che aiuta a crescere. Con lui ho potuto ri-scolpire i miei vent’anni e apprezzare il buono dell’infanzia. Questo camminare si è interrotto su un sogno che parlava della necessità di conciliare tutte le parzialità e di accettare queste isole. Magari facendo lo sforzo di costruire qualche ponte.

Ci sono anche altri che in questo momento non ricordo. Forse la F.O.M.: che invidio con piacere. Con lei sono solo contento di condividere le acque del lago di Como.

Lontano e inaccessibile c’è Massimo D’Alema. Forse conoscerlo di persona sarebbe stato deludente. Non so. Ma va bene così: mi piace seguire la sua biografia. La sua saldatura fra vita privata e vita pubblica.

Ma oggi ho incontrato P.S.. E’ da lui che arriva questo impellente bisogno di scrivere. Anche lui eccezionale. Stranamente eccezionale. Lo conosco poco. E’ abbastanza logorroico e definitivo con le sue idee. Ma sono contento di averlo incrociato sui rami della musica jazz. Mi colpiscono le sue svolte e come ha conciliato parti della sua personalità. Pittore fino al 1973, quando vedendo il quadro di Van Gogh con i corvi ha capito che stava morendo una parte di sé. Allora ha dipinto tutto quello che poteva, per concludere quella fase della sua vita. Trent’anni fa! Per vivere è diventato pittore di tessuti. Per lui era impossibile trasferire le tele di quadro in questo nuovo ambiente. E ha rinunciato ai quadri. Ha salutato una parte di sé. Poi è arrivata la musica. Ha fondato una casa editrice che ha lanciato i jazzisti italiani. Allora ha cominciato a fare copertine bellissime degli LP. Poi, quando sono arrivati i CD, c’era poco spazio per le sue immagini ampie. Ha continuato a fare copertine, col rimpianto di non potere più fare come prima. Ma ha fatto lo stesso cose belle. Ora è malato, forse capisce che prima o poi finisce il suo tempo. Non è contento, come tutti, credo. Ma è bello come ha detto: “Bisogna fare ciao a tante cose che si poteva fare prima”

Il sogno di Tullio Aymone, 26 novembre 1991

Da Milano in un paese diverso.

Sento la voce di Tullio Aymone. Chiedo di salire. La stanza è povera. Lui non c’è. Mi sento umiliato e preso in giro.

Scendo. Vedo sulla finestra una donna bionda. Più avanti una donna nera: “Sei al capolinea”

Rido felice.

Ritorno nella stanza di Aymone. Ora è arredata.

Sono più sereno.

Improvvisamante lui compare. Ma non è lui, ma un uomo che assomiglia a C.R. .

Mi suggerisce un libro su Gorbaciov e San Francesco, il cui titolo mi sembra: “Il settore come vita tecnologica”.

Trento dei miei primi vent'anni (1969-1971)

I luoghi di Trento dei miei primi vent’anni (1969-1971) ripercorsi con Luciana, in un piccolo viaggio intenso come una proustiana madeleinette (“Petit gateau léger, de forme arrondie”)

Quegli anni sono passati velocemente, come i miei passi davanti alla porta dell’Università:

Il ricordo affettivo più intenso è la casa di via Maffei. Con gli “allora” anarchici che mi chiamavano “il cattolico !”. Appunto: allora

Uno portava dentro di sè un dramma che non ho saputo capire: quando ormai stavo percorrendo la mia vita lavorativa e quindi Trento si affievoliva nell’organizzazione dei miei tempi, si è suicidato.

Un’altro è diventato professore universitario. Ironico, intelligente, buono. Una specie di avvocato Utterson del romanzo di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

L’altro, ancora, era un simpatico e una brillantissima intelligenza. Un viaggiatore del mondo, momentaneamente fermato a Trento. E poi tornato nei suoi luoghi e alle sue radici.

Dovrò recuperare nella mia memoria la camminata sulle montagne svizzere con due di loro.

La finestra della casa è l’ultima in fondo a sinistra al primo piano.

Piazza Verdi. Una breve chiaccherata con Tullio Aymone, fotografata da Carlo proprio dalla casa di Via Maffei: