Gaston BACHELARD, LA POESIA DELLA MATERIA: il sogno, l’immaginazione e gli elementi materiali , traduzione di Chiara Ruffinengo, da: Causeries: la poésie e les éleménts. Dormeurs éveillés (1952, 1954), Red edizioni, 1997, Como, pag. 62. Indice del libro

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AUDIO

1 La poesia e gli elementi naturali, 13 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1F4vFefZFrpezsuqOo2dSWhnOqDthWeqa/view?usp=sharing

2 La poesia dell’acqua, 14 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1EJpkKQhhau7xO0lIJxLMDVh14vXMy8Wu/view?usp=sharing

3. La poesia del fuoco, 14 minuti

https://drive.google.com/file/d/1d92KEo961BR91mxabzlx3GPCkMCgQK9L/view?usp=sharing

4. La poesia dell’aria, 14 minuti

https://drive.google.com/file/d/1WxsEVv5eI6x7HUCmQ1mq3TBVpmIcfWpZ/view?usp=sharing

5. La poesia della terra, 11 minuti

https://drive.google.com/file/d/19HYQ7tA0HMA_aMzWBhEzgYMUMfVXlwXl/view?usp=sharing

6. La poesia della mano, 13 minuti

https://drive.google.com/file/d/1LDZ06SRAwKVPERCgyLmGwfMTiOf1WPnH/view?usp=sharing

7. Il lirismo della forgia, 12 minuti

https://drive.google.com/file/d/1OFjOAaf-RBz9hovgv_zKx8OvGr-rvQSy/view?usp=sharing

8. Dormienti a occhi aperti: la rèverie lucida, 17 minuti

https://drive.google.com/file/d/1en1OKgz9wydmCKsXlcJpAPtwf0nq9iSk/view?usp=sharing


la collana della Red edizioni dedicata a Gaston Bachelard era curata da Claudio Risè

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Claudio Risè compie 80 anni , fine novembre 2019

Claudio Risè compie 80 anni !!!
buon futuro, Claudio
sei stato fondamentale nel mio ciclo di vita

Cari amici, sono davvero commosso, e anche un po’ preoccupato.
Come farò ad essere all’altezza di tutto questo affetto, fiducia, calore? Beh, io ci provo, come ho sempre fatto.
Vi sono molto riconoscente: la vostra presenza e i vostri auguri sono stati un regalo bellissimo.
Grazie di cuore ad ognuno di voi!
Claudio

 


Claudio Rise
23 novembre alle ore 17:26
Grazie Paolo ! Buon tutto! 

Claudio Risé, La scoperta di sé. I sentieri dell’individuazione, Edizioni San Paolo, 2018

Mappeser.com: mappe nel sistema dei servizi

Claudio Risé

La scoperta di sé
I sentieri dell’individuazione

Edizioni San Paolo, Aprile 2018

In questo libro si parla delle energie che l’essere umano può trovare dentro di sé, da sempre, per uscire dalle difficoltà, crescere e affrontarle. E dei diversi modi che nel corso dei secoli sono stati riconosciuti e messi a punto per farlo, scoprendo le risorse della propria personalità e sviluppandole in un’esistenza il più possibile felice e realizzata

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Diario di bordo | In viaggio con Claudio Risé

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i 75 anni di CLAUDIO RISE'

 

A tutti gli amici che mi stanno sommergendo di auguri:
GRAZIE!

75 E’ BELLISSIMO!

Vai ai testi di Claudio Risè: http://mappeser.com/category/7-autori/rise-claudio/


Il sogno della accettazione della parzialità:

Claudio Risè: Ulisse-Odisseo è un personaggio eterno, e quindi modernissimo

TRACCE e SENTIERI

come sai Ulisse-Odisseo è un personaggio eterno, e quindi modernissimo. Nell’Odissea sono attivi tutti gli principali Archetipi dell’inconscio collettivo: il viaggio, l’origine, il ritorno, l’amore coniugale, la sessualità, la compagnia maschile, il mostro, il divino, il figlio, il padre, la natura, il vento… e altri. Ogni pagina ci riguarda e ci istruisce.

Inoltre l’Odissea mostra come sia proprio il sogno-desiderio a mettere in movimento la realtà, a trasformarla. Le lacrime che Ulisse versa per nostalgia di Penelope e Itaca convincono gli dei a ordinare alla bella ninfa Calypso di lasciarlo partire. Onorare i sogni-desideri è indispensabile per realizzare la nostra vita.

da Ecco Ulisse che arriva… | Psiche Lui.

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Claudio Risè: Ulisse-Odisseo è un personaggio eterno, e quindi modernissimo

come sai Ulisse-Odisseo è un personaggio eterno, e quindi modernissimo. Nell’Odissea sono attivi tutti gli principali Archetipi dell’inconscio collettivo: il viaggio, l’origine, il ritorno, l’amore coniugale, la sessualità, la compagnia maschile, il mostro, il divino, il figlio, il padre, la natura, il vento… e altri. Ogni pagina ci riguarda e ci istruisce.

Inoltre l’Odissea mostra come sia proprio il sogno-desiderio a mettere in movimento la realtà, a trasformarla. Le lacrime che Ulisse versa per nostalgia di Penelope e Itaca convincono gli dei a ordinare alla bella ninfa Calypso di lasciarlo partire. Onorare i sogni-desideri è indispensabile per realizzare la nostra vita.

da Ecco Ulisse che arriva… | Psiche Lui.

Il vecchio innamorato. L’altro volto di Eros. | di Claudio Risè

 nella vecchiaia, in cui oggi entri,  il maschio può finalmente smettere di “performare” (in tutti i campi), ed essere più attento e ricettivo. (In questo senso è in effetti un fenomeno “senile”: prima non se lo può concedere, o così comunque pensa). Questo modo diverso lo rende più sensibile, e forse più interessante per le donne, perché differente dalle affollate categorie dei predatori o degli afflitti che cercano consolazione che le hanno annoiate fino allora. Se tu avessi scelto con determinazione di essere fedele a tua moglieciò porta ad un ulteriore innalzamento dell’Eros, e quindi ad una maggiore creatività. Insomma una situazione tesa come un arco, e come tu stesso dici molto ricca e complessa. Nella quale, dunque, fare attenzione a non imbrogliare nessuno: né te, né gli altri

Claudio  Risè

da  Il vecchio innamorato. L’altro volto di Eros. | Psiche Lui

chiaccherata con Luca su Silvia Montefoschi e il Vangelo di Giovanni tradotto da Santi Grasso

caro Luca

riesco ora a ritornare sulla tua scelta di lettura di mercoledì scorso
 
pure io sono molto affascinato da quell’incipit davvero fortemente risonante ed evocativo del vangelo di Giovanni.
Lì si apprende:
la parola come necessaria base della soggettività di ognuno e delle sue relazioni intersoggettive
 
ho accennato quella sera alla vicenda umana di quella straordinaria psicoanalista che è stata Silvia Montefoschi.
Negli anni 70 avevo deciso di andare in analisi da lei. E così risparmiavo i pochi soldi di docente della formazione professionale proprio per poi cominciare il costoso processo analitico.
poi le cose andarono diversamente: due sedute con lei a distanza di un anno e poi l’analisi con Claudio Risè. Che mi ha molto aiutato a dipanare i miei grovigli esistenziali
 
Ebbene: Silvia Montefoschi (che, ti assicuro è un gigantesssa della psicanalisi) aveva un “rapporto di comunicazione” proprio con il vangelo di giovanni. E a sentirla anche con lui stesso. Ma qualcuno lo ha interpretato come il personalissimo “delirio” della montefoschi stessa. Da assumere come il suo “esserci” nella sua personalissima situazione esistenziale.
Ne parla con questo difficile ma eccezionale libro: L’ultimo tratto del percorso del Pensiero Uno, escursione nella filosofia del XX secolo, Zephyro edizioni
 
Sono persona che ha fatto molte svolte nella vita: oggi non sono più avvilluppato nella prospettiva culturale di Silvia Montefoschi che ora vivo come dogmatica e riduttiva in quanto a senso unico.
 
Tuttavia ogni passaggio del ciclo di vita ha il suo senso e quindi di lei ho fissato, nel 2008, quello che più sento come fondante e che ho raccontato qui , in uno di quei momenti di “comunicazione” che è bene fermare:
Oggi sono salito alla casa sul lago a prendere la recente traduzione di quel vangelo:

IL VANGELO DI GIOVANNI commento esegetico di Santi Grasso, Città Nuova 2008, pag 982
 
Lui traduce così l’incipit:
 
in origine c’era la comunicazione
la comunicazione era presso Dio
Tutto suo mediante è accaduto
e senza di essa niente è accaduto di ciò che esiste.
 
 
Di questa traduzione dice Gianfranco Ravasi (nell’articolo I simboli di Giovanni, pubblicato sul Sole 24 ore della domenica): “Devo confessare di essere rabbrividito leggendo questa traduzione del celebre incipit e del relativo apice di quel gioiello assoluto, letterario e teologico, che è il prologo di Giovanni”
 
Visto che sei stato tu a proporre il nesso fra “logos” e “comunicazione”, mi è venuto in mente di raccontarti questo episodio concettuale (chiamiamolo così)
 
un caro saluto 
e arrivederci

Tracce di Silvia Montefoschi in una agenda

Lo scorrere del tempo ha bisogno di qualche supporto per la memoria.
Sì, certo, la memoria biografica della mente fa il suo lavoro: registra, immagazzina, crea una sinapsi. E, tuttavia, si difende dalle troppe informazioni con il meccanismo della dimenticanza.
Da qui l’utilità delle agende e delle loro varianze: per il diario, per gli appuntamenti, per gli indirizzi e numeri telefonici, oggi per le e.mail. E ora i blog, anche se i loro depositi sembrano così precari: fasci di elettroni che girano su cavetti di rame! Occorre dare anche a loro qualche appiglio di stabilità.
Per molti anni, anzi direi da sempre, nel mio ciclo lavorativo, ho usato la “Agenda Planning” della Quo Vadis.

Nel decennio degli anni ’70 adottavo la Ministro, bella grande e con la settimana comoda da tenere in osservazione e la colonna di destra per appunti più distesi: … scrivere … vedere … fare

Erano dense, allora, le mie giornate. Molto piene di politica.

E’ un tuffo nelle emozioni quello di riportare a galla l’intreccio temporale della tesi di laurea (25 gennaio 1974):

In questi giorni, durante i quali è morta Silvia Montefoschi, spiccano i due incontri intersoggettivi che hanno fatto virare la struttura della mia personalità: come il primo appuntamento di pre-analisi con Silvia Montefoschi (il 7 settembre 1977, ore 12) :


Seduta su una sedia molto moderna, da design, mi disse: “Torni fra un anno

Fu quasi una pre-analisi. Anche se continuavo ad essere inghiottito dai rapporti di interdipendenza, dai quali sentivo di dover fuggire nel nome di quella splendente prospettiva che lei chiamava “intersoggettività in libertà”. Ma mi lasciò anche un messaggio per certi versi rassicurante: “Lei ha una personalità ben strutturate. Può farcela ad attendere

Tornai esattamente un anno dopo, come se ci fossimo accordati da una “seduta” all’altra di 12 mesi di intervallo (8 settembre 1978, ore 15 e 15)

Si ricorda di me?” le chiesi.

Basta una volta per riconoscere una persona“, rispose

Non iniziammo il desiderato rapporto analitico su cui puntavo da qualche anno (nel frattempo risparmiavo i soldi, sapendo che l’analisi sarebbe costata oltre le mie risorse economiche dei redditi mensili da lavoro). Non ricordo bene la motivazione. Forse che doveva trasferirsi. Forse che stava riducendo le analisi personali per quelle didattiche e per i gruppi che attorno a lei ruotavano. Forse (ed è l’ipotesi cui dò più credito) perchè il suo psichismo potente, attentivo, prospettico sentiva che non ero del tutto “dentro” la svolta del suo pensiero che, infatti, più tardi si sarebbe manifestata con forza, profondità, capacità espressiva e intensità attrattiva.

Vada da Claudio Risè, un mio allievo“.

Ero talmente dentro la struttura distruttiva del materno vorace e annientatore che replicai. “Ma non sarebbe meglio per me, una analista donna? “

Non c’è differenza. E poi Risè è un’anima

E così il cammino lungo, contrastato, caratterizzato da alti e bassi, mutevole per setting e comunque assolutamente “intersoggettivo”  e alla fine, “felice” fu con Claudio Risè, che vidi per la prima volta il 14 settembre 1978  alle 11

Ora che Silvia Montefoschi è oltrepassata e sta verificando le sue visioni, mi dico che nella mia vita attuale c’è comunque ed ancora una parte rilevante della sua presenza di camminatrice sulla terra.  Perchè sono le piccole intermittenze e i micro-incontri anche casuali, talvolta, a far girare un destino.

Claudio Risè, Non c’è più la penombra

Non c’è più la penombra, quella zona in cui cose e persone si lasciano vedere o si nascondono, seguendo desideri, bisogni, e senso dell’opportunità. Siamo nell’epoca della rivelazione continua.
È la modernità, il tempo in cui, diceva lo scrittore tedesco Ernst Jünger già molti anni fa: «Si direbbe che un’esplosione abbia avuto luogo su tutto il pianeta. Il minimo recesso è strappato dall’ombra da una luce cruda». Si tratta, naturalmente, della «bomba» (o sistema) dell’informazione.

L’effetto più grave della scomparsa della penombra però, riguarda tutti noi. Cosa provoca il venire esposti quotidianamente a migliaia di immagini (l’overdose dell’informazione) emozionanti ed a volte terribili, che riguardano eventi anche molto lontani, su cui nella maggior parte dei casi non possiamo intervenire, ma che ci colpiscono profondamente, in modo non sempre consapevole e quindi ancora più insidioso?
La comunicazione mediatica globale ci abitua a non essere davvero presenti dove siamo, con le persone accanto. Ci trascina fuori dalle strade del paese o dalle lenzuola del letto, per appassionarci per altri, altrove, più che alla nostra vita quotidiana. L’Io però, e la nostra psiche, non sono così flessibili da reggere questi spostamenti dalle emozioni quotidiane ad altre, lontane, mitiche, senza subire piccole o grandi scissioni che ci separano gradualmente dalla nostra identità reale, senza fornircene un’altra.
Ogni informazione può essere preziosa (le sofferenze di popoli lontani, ad esempio), a condizione di viverla coi piedi ben piantati per terra, e condividendola col nostro prossimo, che solo quando comincia nelle persone accanto a noi può essere anche ovunque.

Ritrovare noi stessi passa dal ripristinare zone di penombra tra noi e i distanti, anche se ciò comporta la rinuncia all’illuminazione globale e continua. La troppa luce acceca.

Diario di bordo :: Non c’è più la penombra :: August :: 2010.

Claudio Risè, La spinta al miglioramento di sé

L’uomo ha sempre considerato, in modo più o meno consapevole secondo le culture, il proprio corpo e la propria psiche come quelle terre da riordinare e da ripulire. Su questa base forte, naturale, poggiano i «buoni propositi» di inizio anno: un tempo nuovo che vuole organizzarsi e fruttificare al meglio, in una terra ancora vergine.
Questa è la «psicologia del cambiamento e della speranza» di inizio anno, dominata dall’immagine del Bambino: Gesù, ma anche l’anno ancora bambino, a cui corrispondono i nostri aspetti psicologici ed emotivi nuovi, che preparano i loro germogli sotto il freddo (anche affettivo) dell’inverno, e potrebbero poi assicurarci nuove e piacevoli stagioni.
A questa visione si oppone però una psicologia del disincanto (di successo crescente nell’ultimo secolo), dominata dall’archetipo del vecchio scettico: colui che sa che ogni cosa finisce, e, quindi, non ha più voglia (e non crede possibile, e neppure desiderabile) di cominciarne di nuovo.
Il conflitto tra le due visioni, della speranza e del disincanto, si appoggia in questo periodo dell’anno su potenti forze contrapposte, all’interno della psiche come all’esterno, nella natura.
Il disincanto possiede anche una sua versione aggressiva: quella rappresentata dall’archetipo del «vecchio re» Erode, che, impaurito dall’immagine del possibile cambiamento, ordina l’uccisione di tutti i bambini nati in questo periodo, per evitare di perdere il trono.
Attenzione dunque: nutrite e difendete i vostri buoni propositi (magari anche nascondendoli ai curiosi malevoli).

l’intero articolo qui:
La spinta al miglioramento di sé

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60 anni, 26 novembre 2008

Una data è un evento cronologico che rende possibile ricordare gli eventi passati e fornire loro una struttura cognitiva adatta a “fare storia”.

Una data sottrae qualcosa all’ingordigia del tempo, perché il tempo lavora contro la vita, contro il futuro e dilata il passato.

Questa premessa è per dire che oggi compio 60 anni ed inizia un nuovo decennio personale: ineluttabilmente questa data, nella mia individualità, assume un significato liminale.

L’anno scorso mi chiedevo: quante vite ci sono date da vivere?

Individuavo l’unica vita biologica e, contemporaneamente, la pluralizzazione delle soggettive scansioni interne di cicli fra loro sovrapposti:

infanzia, adolescenza, formazione alla età adulta, età adulta, lavoro e lavori, politica, amore, Venezia, pre-vecchiaia.

Il tempo che resta mi assegnerà – destino volendo – forse altre due scansioni:

quella della vecchiaia in (approssimativa) salute

e la successiva vecchiaia in coabitazione con il decadimento fisico e psichico.

Poi: The End. Se tutto va bene finisco nel Pensiero Uno sperimentato e teorizzato da Silvia Montefoschi, il mio mentore consolatore. Altrimenti: il vuoto assoluto. In entrambi i casi l’Io non ci sarà più.

A ben riflettere ci sono due orologi che scandiscono il pulsare del nastro del tempo.

C’è un orologio individuale, che coincide con il ciclo biografico e che si intreccia allo psichismo interiore.

E c’è un orologio sociale, alimentato dalle trasformazioni culturali, che ha a che fare con la vita della terra e dell’universo e che è “esterno” alla singola persona.

Il Maestro di primi anni ’70 professor Carlo Tullio – Altan rappresentava in questo modo quello che lui chiamava l’Uomo in situazione :

IND-CULT-SOC-ALTAN

Lo schema è di una potenza analitica estrema e suona così: nasciamo con unpatrimonio bio-fisico-genetico, ci infiliamo in una cultura che ci pre-esiste e che andrà avanti anche dopo di noi, agiamo con la nostra personalità individuale dentro il mondo con nostri modelli di pensiero e di azione (che apprendiamo con la formazione e coltivazione delle competenze ed abilità) e faremo parte come attori consapevoli o inconsapevoli della società e delle sue strutture. Sempre nel flusso della storia spinta dalla politica.

Vincoli ed opportunità, dunque: ciascuno sceglie, in rapporto alla sua condizione ed alle sue strategie, quel mix di personalità, cultura e società che gli consente di lasciare il suo unico segno all’interno della traiettoria esistenziale che gli è assegnata .

In questa occasione devo, tuttavia, darmi un limite: quello di oggi è solo un compleanno, il mio infinitesimo compleanno. Poco meno di una particella nel pulviscolo della vita.

Su un diario pubblico non si scrivono saggi. Su un blog ci si racconta: ed è già molto per il Sé, soprattutto se un Tu intercetta il graffito.

Lascio da parte, solo per il momento, la questione del destino del vivente e dell’universo e faccio scorrere i due nastri temporali che mi rappresentano.

  STORIA SOCIALE E CULTURALE IL SOGGETTO “io”
INFANZIA1948-1959Durata: 11 anni  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ADOLESCENZA

1959-1963

Durata: 4 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FORMAZIONE ALLA ETA’ ADULTA

1963-1973

Durata: 10 anni

 

ETA’ ADULTA, composta da 4 vite interne

 

LAVORO e LAVORI

1973-2008

Durata: 35 anni

 

POLITICA

1973-2001

Durata: 28 anni

 

 

AMORE

1982-2008

Durata: 26 anni

 

VENEZIA

1997-2003

Durata: 7 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRE-VECCHIAIA

2003-

Durata: da verificare

 

Costituzione della Repubblica.Guerra di CoreaLegge Vanoni di riforma fiscale: i contribuenti presentano la dichiarazione dei redditi annuale.Pubblicazione dei Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci.Muore Stalin (1953)

Invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS

Al Congresso della DC (24-29 ottobre) Aldo Moro avvia la politica di accordo di governo con i socialisti.

Cosiddetto “miracolo economico” . L’Italia diventa un paese industriale: per la prima volta il numero degli addetti al settore secondario supera quello degli addetti alla agricoltura.

Fanfani forma il primo governo di Centro-Sinistra (DC, PSDI, PRI con appoggio esterno del PSI).

Legge istitutiva della scuola media unica obbligatoria e gratuita.

Disastro della diga del Vajont: oltre 2000 morti e alcuni paesi completamente distrutti.

Moro forma il primo governo organico di centro-sinistra (DC, PSDI, PRI, PSI.)

Assassinio di Kennedy a Dallas (Texas)

Usa: approvazione della legge sui diritti civili che stende i poteri del governo federale contro le discriminazioni razziali.

Cina inizia la “rivoluzione culturale” (in realtà Mao farà i conti e si sbarazzerà dei suoi avversari politici).

Inizio della guerra del Vietnam

Grecia: colpo di stato militare

“Guerra dei sei giorni”. Egitto, Giordania, Siria attaccano Israele. L’esercito israeliano, comandato da Dayan, occupa il Sinai. L’Onu ottiene i cessate il fuoco e invita gli stati arabi a riconoscere Israele. La risoluzione è respinta

Trento: occupazione dell’università contro l’autoritarismo accademico. Inizia il (sopravalutato)Sessantotto.

Assassinio di Martin Luther King, a Memphis (Tennessee)

Assassinio di Robert Kennedy, candidato alla presidenza degli Usa.

Occupazione della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e dagli altri paesi del Patto di Varsavia

Libia: Gheddafi assume il potere (che detiene ancora oggi.)

12 dicembre 1969: attentato terroristico alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. 16 morti e 90 feriti

Approvazione della legge sullo Statuto dei lavoratori che regola i rapporti di lavoro e le libertà sindacali.

Svizzera: viene concesso il diritto al voto delle donne (precisi come un orologio gli svizzeri!)

Crisi del dollaro: gli Usa sospendono la convertibilità del dollaro in oro (decisa nel 1944). Il dollaro viene svalutato anche rispetto alle altre monete occidentali.

Il Pci elegge segretario del partito Enrico Berlinguer.

Cile: un colpo di stato militare porta alla uccisione del legittimo presidente Allende

Le Brigate Rosse sequestrano per la prima volta il magistrato Luigi Sossi di Genova. Verrà liberato dopo un mese (1974)

Lo scrittore Solzenicyn è espulso dall’URSS.

Referendum sul divorzio: il mantenimento della legge Fortuna/Baslini prevale per il 59,1 %.

Brescia: strage neo-fascista in Piazza della Loggia. 8 morti e 101 feriti.

Strage neo-fascista sul treno Italicus: 12 morti e 48 feriti. L’attentato è rivendicato da “Ordine Nero”.

Vietnam: offensiva dei guerriglieri vietcong. Gli americani abbandonano il paese

Spagna: muore il dittatore Francisco Franco.

Una organizzazione terroristica palestinese dirotta un aereo di linea. Un raid israeliano assalta l’aereo e libera gli ostaggi.

Un grave incidente in un’industria chimica di Seveso (Milano) provoca fuoriuscita di diossina che contamina una vasta zona.

Muore Mao Tse Tung (1976)

I partiti comunisti italiano, francese e spagnolo formulano la strategia politica dell’eurocomunismo. In politichese per anni si parla di “terza via” (fra la socialdemocrazia e il comunismo di marca russa.)

Le Brigate rosse feriscono 12 giornalisti (1977.)

Cina: l’XI congresso del partito comunista cinese chiude i conti con la rivoluzione culturale di Mao ed espelle la “banda dei quattro” (1977.)

Rapimento di Aldo Moro. Vengono uccisi gli uomini di scorta e successivamente viene assassinato Aldo Moro. Il suo cadavere viene lasciato nel bagagliaio di una Renault rossa posteggiata nel centro di Roma (1978.)

Il socialista Sandro Pertini viene eletto settimo presidente della repubblica.

Le Brigate rosse uccidono il sindacalista del PCI Guido Rossa. Cinque giorni dopo uccidono il magistrato Alessandrini.

Iran: ritorno trionfale dell’ayatollah Khomeini e inaugurazione dei governi teocratici

Pertini affida l’incarico di formare il governo a Bettino Craxi, che deve poi rinunciare per l’opposizione della Dc (luglio-agosto 1979.)

Il finanziere della mafia Sindona fa uccidere Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana (1979.)

Usa: viene eletto presidente il repubblicano Ronald Reagan.

Attentato al papa Giovanni Paolo II (1981)

Il referendum respinge l’abrogazione della legge sull’aborto.

Polonia: colpo di stato militare del generale Jaruzelski e repressione. Rottura dei rapporti fra Pci e Urss

Palermo: assassinato il generale Dalla Chiesa (prefetto della città) sua moglie e l’agente di scorta (1982.)

Il processo contro i brigatisti rossi imputati del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro termina con 32 condanne all’ergastolo.)

Primo governo Craxi a presidenza socialista (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) (1983)

Muore a Padova Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972 (1984.)

Diventa segretario del Partito comunista sovietico Michail Gorbaciov che al XXVII congresso critica l’ “era Beznev” (1985/1986.)

Esplosione di un reattore nucleare a Cernobil, in Ucraina (1986)

La notte del 9 novembre 1989 i tedeschi dell’Est e dell’Ovest abbattono il muro che divideva in due Berlino. Il mondo passa dalla contrapposizione bipolare ad una fase nella quale riemergono i contrasti nazionalistici, etnici e religiosi.

Dissoluzione dell’URSS e formazione di stati nazionali

Dissoluzione della Jugoslavia e guerra civile (1991-2000)

Al XX Congresso (Rimini) il Pci si trasforma in PDS Partito Democratico della Sinistra.

Avvio delle indagini e dei processi di “Tangentopoli” (1992-1996)

Assassinio del giudice Giovanni Falcone, della moglie e di tre uomini di scorta. Pochi mesi dopo assassinio del magistrato Piero Borsellino, assieme a cinque agenti della scorta

Governo Ciampi (1993-1994)

Elezioni politiche del 27-28 marzo 1994. Forza Italia si allea con il sud con Alleanza nazionale e al nord con la LegaNord e conquistano la maggioranza alla Camera, ma non al Senato. Il governo Berlusconi si dimette in dicembre.

Alle elezioni del 21 aprile 1996 la coalizione dell’Ulivo prevale con un accordo di desistenza di Rifondazione comunista. Nel 1998 il Governo Prodi cade per il no di Rifondazione comunista sulla legge finanziaria. Seguono due Governi D’Alema (1998-2000) e quello Amato (2000-2001.)

11 settembre 2001 alcuni terroristi del partito islamico fondamentalista al Qaeda dirottano aerei di linea e li fanno schiantare sugli edifici – simbolo delle Torri gemelle del World Trade Center di New York.

Le elezioni del 13 maggio 2001 si concludono con la vittoria di Forza Italia e Alleanza nazionale.  Il Governo Berlusconi rimane in carica per tutta la legislatura (2001-2006.)

Le elezioni del 9/10 aprile 2006 si concludono con una leggera prevalenza della coalizione di centro-sinistra. Ci penseranno Rifondazione comunista, Comunisti italiani a logorare per 2 anni il governo Prodi che cade nel 2008.

Le elezioni del 13/14 aprile 2008 Le elezioni sono state vinte dalla coalizione composta da Il Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l’Autonomia, che ottenne la maggioranza assoluta degli eletti in entrambe le assemblee legislative.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Crisi bancaria, finanziaria ed economica (in questo ordine):

sembra che debbano cambiare i modi del consumo. E’ tutto da verificare

 

Nascita e prima socializzazione, in una casa di paese con giardino.La famiglia crea lo stampo e nutre il bambino. C’è un Padre latitante per eccesso di Madre: non ci sono “colpe”, ma ci vorrà qualche creativo sforzo per venirne fuori.Gli animali (la mula Nana ed i cani Pantò e Cochi) lo aiutano ad educare l’istinto e salvano il Puer.

Bocciato in seconda elementare perché: “mette tanta buona volontà, ma è immaturo …”.

Scampa la scuola professionale e viene iscritto alla scuola media.

Prende 3 in matematica e ripara l’esame a settembre, ma è il migliore traduttore dal latino a 11/12 anni. In un compito in classe dove tutti gli altri hanno l’insufficienza, prende 9: son soddisfazioni ancora oggi.

Prime vacanze da solo: Barcellona, il Barrio Gotico, l’orchata, le Ramblas …; poi a Roma, dal farmacista con la bambina innamorata e suo fratello

Non scampa l’Istituto tecnico industriale (“così avrai un titolo di studio …”). Diventa perito edile alla Magistri Cumacini. E’ bravo nel calcolo del cemento armato, dei muri di sostegno e dei ponti, ma incapace nel disegno tecnico.

Attrazione erotico-platonica con la professoressa di italiano: lacrime, istinto di morte, preoccupazioni in famiglia.

Progressiva scoperta della letteratura moderna: Hemingway, Calvino, Cassola, Primo Levi, Giuseppe Berto, Musil, Joyce (legge pure l’Ulisse!).

Scrive articoli sui giornali locali e studenteschi: cinema, televisione, fantascienza …

Frequenta gli ambienti di GS-Gioventù Studentesca e compagni dei licei cittadini. Nel 1968 con due amici fa un viaggio iniziatico in Germania, lungo il Reno.

Riesce ad andare all’Università di Trento, facoltà di Sociologia(l’unica che non aveva catenacci all’accesso): in Via Verdi sembrava di essere in Cina, a due passi nel Duomo e nella comunità locale tutto procedeva come prima e come dopo.

Autodidatta per via delle continue occupazioni dell’aristocrazia studentesca. Molti di quei “militanti” diventeranno deputati e giornalisti piuttosto pagati. Vive in una casa di “anarchici comunisti” che lo chiamano “il cattolico”. Infatti, credeva di essere cattolico, ma non aveva il soffio della fede.

Rimane a Trento per tre anni. Ne conserva un bel ricordo. L’iniziazione sessuale avviene lì.

Incontra Nina Simone. Non la comprende subito: è troppo proiettato a conquistare il mondo esterno. Poi cadrà nel suo I Put a Spell on You.

Primo lavoro precario, in un universo quasi totalmente femminile

Due mesi a Parigi, a studiareChombart De Lauwe alla Ecole Pratique des Hautes Etudes e a rubar libri nel Quartiere Latino.

Servizio militare a Merano, negli artiglieri di montagna

Consolida il suo lavoro precario che si stabilizza in lavoro dipendente. Sempre nell’universo femminile.

Segue un segmento delle politiche sociali e, in questo campo, ha un certo valore di mercato. Dice del suo lavoro: “sono l’esperto di un francobollo”.

Incrocia ed intreccia rapporti con persone che lasciano traccia. Le ricorda una per una.

Fa un grande investimento: una psicoterapia di metodo junghiano. Impara a leggersi dentro. Corregge il suo romanzo familiare.Il sogno della accettazione delle parzialità conclude quel percorso. Grazie Claudio Risè, siamo cambiati insieme.

Incontra Lei, il suo Tu intersoggettivo. E’ il caso a favorire l’incontro: bastava un’impercettibile curvatura del tempo e il destino della relazione sarebbe stato altro o non sarebbe stato. Lei è il cuore pulsante della sua esistenza.

Diventa un militante (piuttosto eccessivo) del Pci. Per una quindicina d’anni (testimoniano le agende) alla sera è fuori casa per 4 o 5 sere a settimana: sezioni, federazioni, istituzioni. E’ molto favorevole alla politica del “compromesso storico” e si colloca questo ciclo riformistico/legislativo. Partecipa ai funerali di Enrico Berlinguer.

Scrive libri, saggi, articoli, voci di dizionario. Crea un sito di documentazione tecnica

Attorno ai 45 anni si dimette dal ruolo di dipendente e intraprende un’attività libero professionale: apprende il tormento delle fatture a partita iva. Grazie alle politiche sindacali (che lui ha sostenuto attivamente) non può cumulare i periodi contributivi: avrà solo diritto alla pensione di vecchiaia, quella dei 65 anni (stante le leggi attuali.)

Nel 1989 (che coincidenza!) i due Padri diventano determinanti per farlo entrare in possesso della Casa/Orto/Giardino. Questo luogo diventa uno dei pilastri fondanti del benessere degli ultimi decenni.

Fortuna e competenza gli fanno vivere 7 anni di lavoro a Venezia: perdersi e ritrovarsi fra calli, campi, salizzade; il vaporetto di notte; il buio scricchiolante del Collegio armeno …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbandona la militanza attiva e diventa solo un elettore di sinistra (che vorrebbe di centro-sinistra)

Il 2001 segna un suo sempre più rafforzato To Cross the Line.

Ancora fortuna, competenze, ex colleghi gli fanno trovare committenti nella articolata e complessa Regione Lombardia, che avrà qualche difetto ma anche molti pregi.

Apre il Blog-Diario Tracce e Sentieri. Gli piace l’arte della conversazione. Non sempre ci riesce, ma impara a conoscere le persone (o meglio quello che esse vogliono comunicare) con cui intreccia un nodo più forte.

Continua ad avere committenze di lavoro, ma il contesto è molto cambiato. La crisi morde anche il suo segmento. La pensione è lontana: 2013

Diventa sempre più esperto nell’“Arte di coltivare un orto e se stessi”.

Lotta per non far prevalere il suo Senex e per recuperare il Puer, che pure agisce dentro.

Negli occhi dei gatti, seguendo Baudelaire, anticipo l’Eternità

Amicizie maschili

Nei miei decenni avrei desiderato coltivare amicizie maschili. Quelle amicizie talvolta ruvide ed anche un po’ complici che, tuttavia, rafforzano l’identità di genere.
Quelle di cui ho più nostalgia affondano alla fine degli anni sessanta, in quell’arco di tempo che va dai sedici ai ventiquattro. Allora la forza delle spinte all’entrata nell’età adulta mi portava ad intrecciare rapporti profondi, tutti ispirati alla scoperta delle finestre che si aprivano sul futuro. Si parlava, si parlava, si parlava per ore, per notti. Sono certo che nella mia attuale personalità ci sono e vivono ancora quelle radici lontane ed affondate nella memoria.
Poi LA si è dissolto in una bradipica posizione dirigenziale nella quale convive con un infarto severo, BCG si è suicidato, CB ha – quasi subito – abbandonato il suo anarchismo ideologico per una (devo dire modesta ed irrilevante) carriera accademica, LB mi liquidò già allora con uno sferzante “non hai spirito critico” (anche lui: burocratica e sedutissima carriera accademica) , CB  ha rafforzato il suo atteggiamento distanziante, alimentato da una grande percezione del suo Sè, AC è il più durevole, anche se i nostri idem sentire erano e restano troppo lontani per alimentare la longitudine della conversazione, GL è il fortunato reincontro alla soglia dei sessant’anni, dopo quello intenso dei vent’anni, anche se l’identificazione con il lavoro e il non-uso delle tecnologie internettiane disabilita la possibilità di camminare di più assieme.
Ora le tecnologie della rete mi consentono, sia pure nella forma degradata del virtuale (nel senso che il rapporto faccia a faccia ha un circuito sanguigno più intenso, anche se più complesso da gestire) provare a recuperare quall’amicizia maschile di cui parlavo nelle prime righe.
Da quando percorro Tracce e Sentieri ho avuto la fortuna di incontrare in più crocicchi Dodo (l’amico con cui vorrei passeggiare per strada o in campagna, perchè con lui l’arte della conversazione la si apprende coltivando l’empatia della osservazione del mondo) e JazzFromItaly, con il quale mi auguro che il Jazz faccia da substrato nutriente.
Questo stralcio biografico è stato attivato questa mattina da un Post-Citazione di Gabriele De Ritis (un blogger che si identifica sulla rete con la sua identità reale). Quello con Gabriele è un incontro su cui punto molto: stessa generazione, stessi compiti funzionali (attraversare la soglia dall’età adulta alla vecchiaia), stessa identità politica (militanza attiva nel Pci), letture ed anche esperienze welfaristiche in parte vicine, “idem sentire” su tantissimi temi (fra cui una frequentazione con il deludente Claudio Risè)
Insomma: sono piuttosto contento di questo incontro ed amicizia e vorrei tenerlo attivo.
Oggi Gabriele evoca un tema decisional-politico e vi allude il suo giudizio con questa citazione:

Allora, riassumendo: il trattato di Schengen non si tocca perche’ il governo romeno ha minacciato le prevedibili rappresaglie commerciali contro le fabbriche degli imprenditori del nord-est; il reato di clandestinita’ non sara’ introdotto perche’ anche Maroni ha capito che avrebbe provocato l’arresto e l’immediata espulsione di centinaia di migliaia di badanti e colf. Delle misure annunciate da Ghedini, il pacchetto sicurezza si riduce alla trasformazione delle caserme dismesse in nuovi lager (eufemisticamente denominati Cpt), ai rastrellamenti di massa, per cui oggi il governo spagnolo ci ha accusati di razzismo, alle ronde di Stato richieste da La Russa e alla caccia e ai pogrom autorizzati ai Rom. Ma se una giovane nomade viene accusata di aver cercato di rapire una bambina e per punizione il clan camorrista locale va ad incendiarle il campo, perche’ in Sicilia la famiglia mafiosa di Niscemi non va a bruciare le case dei 4 ragazzi che hanno ucciso la quattordicenne che era rimasta incinta di uno di loro? O a Verona le ronde padane non mettono a ferro e fuoco le abitazioni di quei ragazzi che hanno massacrato un loro compagno? Siamo nella patria del Diritto, delle certezza della pena, di Beccaria. La legge non dovrebbe essere uguale per tutti?
Un caro saluto.
Marino Bocchi.

La conversazione amicale dovrebbe avere, nelle mie intenzioni, lo spirito della sincerità.
Anche quella di “confessarsi”, aspettandosi attenzione e comprensione, e non la spocchia giudicante.
Ecco con Gabriele mi sono sentito abbastanza sicuro nell’interagire quasi immediatamente senza filtri di autocontrollo.
E gli ho risposto così:

parole prudenti e equilibrate.
ne ho bisogno, perchè io tendo al controllo ed alla chiarezza nelle relazioni.
è molto semplice: porta aperta se entri a casa mia (di proprietà o in affitto che sia). però i piedi sul tavolo non li metti e ti comporti con educazione. altrimenti: fuori. con l’aiuto delle forze di sicurezza.
sì: perchè nei film western sono sempre stato un simpatizzante degli sceriffi, come Burt Lancaster in “Io sono la legge”.
Tuttavia in me c’è un conflitto mobile fra Es ed Io, mediato dal Super Io.
Sono abbastanza provveduto per comprendere che non sempre è possibile trasferire sul piano collettivo quello che funziona sul piano delle relazioni primarie.
In tutta questa vicenda, nella quale sono molto a disagio – perchè in tema di multicilturalismo le mie pulsioni profonde sono vicinissime agli istinti torbidi della neodestra, mentre la mia testa è sulle grandi idee di platone, oggi evocato da akatalepsia, dell’illuminismo voltairiano, delle democrazie inclusive – osservo che la neodestra subisce condizionamenti esterni alla sua aggressività: le regole europee, la pervasività dei mercati, la logica delle convenienze, l’oggettività della sua collocazione geografica, l’assenza di materie prime che costringe a relazionarsi, nonostante la voglia di esercitare il potere dei forti.
La situazione è per me “educativa”: mi rendo conto che ho un continuo problema di civilizzarmi. e che la conquista della civilizzazione interiore è un processo continuo. E’ un apprendimento continuo.
A differenza dei soloni e soloncini della cultura “de sinistra” che sono puri, ben piazzati nelle loro scolpite convinzioni e che dubbi non hanno e che sono convinti delle loro spigolose opzioni culturali anche se la storia le ha levigate o addirittura spazzate via come fanno le onde del mare

Mi confermo che la filosofia del “ma anche” è quella che meglio mi rappresenta.

La conversazione si è, successivamente, sviluppata.

Gabriele:
Caro amalteo,
il tuo post di oggi mi trascina piacevolmente nella discussione sui nostri destini nazionali, sulle identità, sui limiti dell’accoglienza dello straniero
Ne avremo per molto, credo.
Una prima cosa che mi viene in mente è un’inchiesta di Repubblica di circa venti anni fa (non sono, però, sicuro che sia passato tanto tempo!). In essa Bocca, alla fine del ciclo di interventi, dava la parola a un demografo genovese, il quale disse più o meno: quest’ondata migratoria dureràduecento anni. Io non so se sia così. Mi piace pensare, però, che sia così, perché gli sconvolgimenti economici fatalmente spingono i poveri verso i Paesi ricchi.
La seconda cosa che mi viene in mente è racchiusa in un pezzo di Cacciari uscito su MicroMega, uno di quei testi che io amo chiamare definitivi (te lo spedirò): in esso Cacciari,parlando dello straniero, indicava come questione cruciale la dialettica hospes/hostis. Con la coppia, egli voleva indicare un’incertezza sulla realtà che sta fuori di noi: tu non saprai mai se quello che entra in casa tua si rivelerà Ospite o Nemico. Lo scoprirai dopo. Si può chiedere a chi bussa alla porta se è l’una o l’altra cosa? Cacciari afferma lì che ci sarebbe stata violenza e che essa avrebbe reso le cose difficili e che non c’era modo di pensare diversamente la nostra condizione di Ospiti. NeL’arcipelago, il volume che costituisce il dittico sull’Europa con Geofilosofia dell’Europa, egli afferma che il destino dell’Occidente è tramontare e il nostro tramonto come civiltà – l’eurocentrismo da cui proveniamo – usciva esaltato dal fatto che la vecchia Europa si realizza nel nuovo tempo con arcipelago di culture: questo è il nostro destino, accogliere le diversità e farle convivere. Altro, secondo lui, non è dato:

«Prossimo, infatti, è ciò che differisce «inesorabilmente» da noi. Prossimo è soltanto ciò che possiamo concepire come avente un proprio carattere e un proprio luogo distinti dal nostro carattere e dal luogo che noi occupiamo. L’ansia di eliminare la distanza non produce comunità, ma, all’opposto, ne dissolve la stessa idea. Può produrre comunità, invece, soltanto uno «sguardo» che custodisce l’altro nella sua distinzione, un’attenzione che lo comprenda proprio sulla base del riconoscimento della sua distanza. L’intelligenza del prossimo non consiste nell’afferrarlo, nel catturarlo, nel cercare di «identificarlo» a noi, ma nell’ospitarlo come il perfettamente distinto». L’altro è il prossimo da amare. Ma l’amore come arma, strumento e modalità conoscitiva è più che un sentimento: «amore non vuol dire amare». L’amore del prossimo consiste nel riconoscimento di una situazione critica e nella disponibilità a farsene carico. Il linguaggio non religioso chiama ciò «responsabilità». Tra etica della convinzione ed etica della responsabilità a costituire compito è ormai quest’ultima.

La terza cosa che mi viene in mente è quello che ci insegna la biopolitica – che ritrovi nella linea Foucault-Esposito e Foucault-Agamben: il paradigma immunitario non funziona: tutti i tentativi che saranno posti in essere per mettere al riparo il corpo sociale dal contatto, dal contagio, dall’assalto dello straniero non daranno frutti: l’ondata non si fermerà; entreranno nemici; saremo ‘meticci’, come dice Eco.
I disordini di Marsiglia di qualche anno fa indussero taluni a dire una cosa che potrebbe aiutarci: in una città ospite il numero degli stranieri non può mai superare la soglia del 25% delle presenze: oltre quella soglia, i residenti sentono la loro identità minacciata.
Mi viene in mente una quarta idea. Eco scriveva molti anni fa che il razzismo è un evento prossemico: lo misuri bene quando hai gli stranieri vicino casa, in numero grande, rumorosi e irrispettosi delle regole… Devi sapere che qui da me, a parte gli Albanesi arrivati con la caduta del regime di Hoxa, i Cinesi che crescono, non abbiamo avuto grandi numeri. Possiamo dire di non essere razzisti? di non avere paura? di essere buoni Italiani, mentre gli altri sono cattivi?
Tu scrivi oggi cose belle. Pronunci il mio nome. Questo mi procura una grande emozione. Avrei cose importante da dirti al riguardo, ma non c’è fretta. Fino a quando tu non mi perderai di vista, io non ti perderò di vista. La distanza è quella che è. Ho visto la tua foto sul tuo sito professionale, quindi riesco ad immaginarti nel tuo orto e quando il tuo sguardo si perde nella contemplazione della distesa del lago. Mi auguro che ci siano riservati buoni giorni e tanti ancora, per poter condividere pensieri misurati e per poter godere della musica di Nina. Altro non chiedo oggi. Non è poco.

Amalteo:
caro gabriele
tu poni due tipi di questione in tema di multiculturalismo.
il primo è quello della “ineluttibilità” di questi processi sociodemografici.
il secondo è di tipo etico: il rapporto con l’altro 
comprendo meglio su quali punti non riesco a stare sulla tua lunghezza d’onda di pensiero.
o meglio: la mia parte razionale comprende ed anche condivide.
la mia parte “senso comune” (emozioni, quotidianità) invece partecipa (con contraddizioni e disagio) alle altre ragioni – oggi incarnate dalla politica della neodestra- tese a regolare, a intervenire soggettivamente su questi processi di mutazione culturale.
insomma: ti confermo che non sono ostile al giro di vite messo in atto da questo governo.
motivo il mio argomentare.
l’ineluttabilità dei processi di spostamento di popolazione da una parte all’altra degli stati richiede regolazione. la francia era un paese colonialista che ha organizzato in una diversa prospettiva i processi di integrazione (ed ora ha il problema della violenza dei francesi di famiglia nosrafricana che nel periodo del ribellismo adolescenziale mettono a ferro e fuoco le banlieu delle aree metropolitane ) da noi TUTTO E’ AVVENUTO CON ESTREMA RAPIDITA’ (circa 20 anni) e con una sostanziale assenza di regole chiare , incentivate anche dala scarsa efficienza della burocrazia italiana.
questo ragionamento lo lego alla questione hospes/hostis che hai proposto citando massimo cacciari.
rispondo con una immagine: apro la porta e c’è uno straniero (un solo straniero, magari con una compagna: uno o due , insomma) oppure apro la porta e fuori ci sono 20 stranieri, che non parlano la mia lingua, di cui non capisco le intenzioni ed alcuni dei quali mi appaiono pericolosi.
insomma: la QUANTITA’ fa la QUALITA’ delle relazioni.
se poi aggiungo la oggettiva pericolosità della religione islamica (nella sua variante “normale”, o “moderata” come si dice ed in quella estremista/fondamantalista) e del SEGNO CHIARO rappresentato dal 11 settembre 2001 riesco a mettere in fila qualche tratto culturale che spiega la mia insofefrenza ed anche la mia paura.
quella che ha fatto votare nel modo che sappiamo gli elettori del 13 aprile
lo stesso massimo cacciari (che comunque è un filosofo tragico e che ha una visione fosca ed apocalittica sul futuro) ha reagito con la sua consueta durezza a coloro che citano i dati istat (che parlano di una no allarmistica situazione di reati). più o meno ha detto: “me ne frego dei dati istat. il sentimento di insicurezza è un DATO tanto quanto i numeri.”
conclusione: non vedo in modo negativo i segni di dura chiarezza con cui si risponde alla criminalità oggettivamante indotta da migrazioni che hanno favorito lo spostamento di criminali dell’est e dei paesi di religione islamica.
grazie per i tuoi testi su cui rifletterò ancora

Amicizie maschili

Nei miei decenni avrei desiderato coltivare amicizie maschili. Quelle amicizie talvolta ruvide ed anche un po’ complici che, tuttavia, rafforzano l’identità di genere.
Quelle di cui ho più nostalgia affondano alla fine degli anni sessanta, in quell’arco di tempo che va dai sedici ai ventiquattro. Allora la forza delle spinte all’entrata nell’età adulta mi portava ad intrecciare rapporti profondi, tutti ispirati alla scoperta delle finestre che si aprivano sul futuro. Si parlava, si parlava, si parlava per ore, per notti. Sono certo che nella mia attuale personalità ci sono e vivono ancora quelle radici lontane ed affondate nella memoria.
Poi LA si è dissolto in una bradipica posizione dirigenziale nella quale convive con un infarto severo, BCG si è suicidato, CB ha – quasi subito – abbandonato il suo anarchismo ideologico per una (devo dire modesta ed irrilevante) carriera accademica, LB mi liquidò già allora con uno sferzante “non hai spirito critico”, EB ha rafforzato il suo atteggiamento distanziante, alimentato da una grande percezione del suo Sè, AC è il più durevole, anche se i nostri idem sentire erano e restano troppo lontani per alimentare la longitudine della conversazione, GL è il fortunato reincontro alla soglia dei sessant’anni, dopo quello intenso dei vent’anni, anche se l’identificazione con il lavoro e il non-uso delle tecnologie internettiane disabilita la possibilità di camminare di più assieme.
Ora le tecnologie della rete mi consentono, sia pure nella forma degradata del virtuale (nel senso che il rapporto faccia a faccia ha un circuito sanguigno più intenso, anche se più complesso da gestire) provare a recuperare quall’amicizia maschile di cui parlavo nelle prime righe.
Ho avuto la fortuna di incontrare in più crocicchi Dodo (l’amico con cui vorrei passeggiare per strada o in campagna, perchè con lui l’arte della conversazione la si apprende coltivando l’empatia della osservazione del mondo) e JazzFromItaly, con il quale mi auguro che il Jazz faccia da substrato nutriente.
Questo stralcio biografico è stato attivato questa mattina da un Post-Citazione di Gabriele De Ritis . Quello con Gabriele è un incontro su cui punto molto: stessa generazione, stessi compiti funzionali (attraversare la soglia dall’età adulta alla vecchiaia), stessa identità politica (militanza attiva nel Pci), letture ed anche esperienze welfaristiche in parte vicine, “idem sentire” su tantissimi temi (fra cui una frequentazione di alcuni scritti di Claudio Risè)
Insomma: sono piuttosto contento di questo incontro ed amicizia e vorrei tenerlo attivo.
Oggi Gabriele evoca un tema decisional-politico e vi allude il suo giudizio con questa citazione:

Allora, riassumendo: il trattato di Schengen non si tocca perche’ il governo romeno ha minacciato le prevedibili rappresaglie commerciali contro le fabbriche degli imprenditori del nord-est; il reato di clandestinita’ non sara’ introdotto perche’ anche Maroni ha capito che avrebbe provocato l’arresto e l’immediata espulsione di centinaia di migliaia di badanti e colf. Delle misure annunciate da Ghedini, il pacchetto sicurezza si riduce alla trasformazione delle caserme dismesse in nuovi lager (eufemisticamente denominati Cpt), ai rastrellamenti di massa, per cui oggi il governo spagnolo ci ha accusati di razzismo, alle ronde di Stato richieste da La Russa e alla caccia e ai pogrom autorizzati ai Rom. Ma se una giovane nomade viene accusata di aver cercato di rapire una bambina e per punizione il clan camorrista locale va ad incendiarle il campo, perche’ in Sicilia la famiglia mafiosa di Niscemi non va a bruciare le case dei 4 ragazzi che hanno ucciso la quattordicenne che era rimasta incinta di uno di loro? O a Verona le ronde padane non mettono a ferro e fuoco le abitazioni di quei ragazzi che hanno massacrato un loro compagno? Siamo nella patria del Diritto, delle certezza della pena, di Beccaria. La legge non dovrebbe essere uguale per tutti?
Un caro saluto.
Marino Bocchi.

La conversazione amicale dovrebbe avere, nelle mie intenzioni, lo spirito della sincerità.
Anche quella di “confessarsi”, aspettandosi attenzione e comprensione, e non la spocchia giudicante.
Ecco con Gabriele mi sono sentito abbastanza sicuro nell’interagire quasi immediatamente senza filtri di autocontrollo.
E gli ho risposto così:

parole prudenti e equilibrate.
ne ho bisogno, perchè io tendo al controllo ed alla chiarezza nelle relazioni.
è molto semplice: porta aperta se entri a casa mia (di proprietà o in affitto che sia). però i piedi sul tavolo non li metti e ti comporti con educazione. altrimenti: fuori. con l’aiuto delle forze di sicurezza.
sì: perchè nei film western sono sempre stato un simpatizzante degli sceriffi, come Burt Lancaster in “Io sono la legge”.
Tuttavia in me c’è un conflitto mobile fra Es ed Io, mediato dal Super Io.
Sono abbastanza provveduto per comprendere che non sempre è possibile trasferire sul piano collettivo quello che funziona sul piano delle relazioni primarie.
In tutta questa vicenda, nella quale sono molto a disagio – perchè in tema di multicilturalismo le mie pulsioni profonde sono vicinissime agli istinti torbidi del localismo territoriale della Lega, mentre la mia testa è sulle grandi idee di Platone, oggi evocato da akatalepsia, dell’illuminismo voltairiano, delle democrazie inclusive – osservo che la neodestra subisce condizionamenti esterni alla sua aggressività: le regole europee, la pervasività dei mercati, la logica delle convenienze, l’oggettività della sua collocazione geografica, l’assenza di materie prime che costringe a relazionarsi, nonostante la voglia di esercitare il potere dei forti.
La situazione è per me “educativa”: mi rendo conto che ho un continuo problema di civilizzarmi. e che la conquista della civilizzazione interiore è un processo continuo. E’ un apprendimento continuo.
A differenza dei soloni e soloncini della cultura “de sinistra” che sono puri, ben piazzati nelle loro scolpite convinzioni e che dubbi non hanno e che sono convinti delle loro spigolose opzioni culturali anche se la storia le ha levigate o addirittura spazzate via come fanno le onde del mare

Mi confermo che la filosofia del “ma anche” è quella che meglio mi rappresenta.

La conversazione si è, successivamente, sviluppata.

Gabriele:
Caro amalteo,
il tuo post di oggi mi trascina piacevolmente nella discussione sui nostri destini nazionali, sulle identità, sui limiti dell’accoglienza dello straniero
Ne avremo per molto, credo.
Una prima cosa che mi viene in mente è un’inchiesta di Repubblica di circa venti anni fa (non sono, però, sicuro che sia passato tanto tempo!). In essa Bocca, alla fine del ciclo di interventi, dava la parola a un demografo genovese, il quale disse più o meno: quest’ondata migratoria
durerà
duecento anni. Io non so se sia così. Mi piace pensare, però, che sia così, perché gli sconvolgimenti economici fatalmente spingono i poveri verso i Paesi ricchi.
La seconda cosa che mi viene in mente è racchiusa in un pezzo di Cacciari uscito su MicroMega, uno di quei testi che io amo chiamare definitivi (te lo spedirò): in esso Cacciari,parlando dello straniero, indicava come questione cruciale la dialettica hospes/hostis. Con la coppia, egli voleva indicare un’incertezza sulla realtà che sta fuori di noi: tu non saprai mai se quello che entra in casa tua si rivelerà Ospite o Nemico. Lo scoprirai dopo. Si può chiedere a chi bussa alla porta se è l’una o l’altra cosa? Cacciari afferma lì che ci sarebbe stata violenza e che essa avrebbe reso le cose difficili e che non c’era modo di pensare diversamente la nostra condizione di Ospiti. Ne L’arcipelago, il volume che costituisce il dittico sull’Europa con Geofilosofia dell’Europa, egli afferma che il destino dell’Occidente è tramontare e il nostro tramonto come civiltà – l’eurocentrismo da cui proveniamo – usciva esaltato dal fatto che la vecchia Europa si realizza nel nuovo tempo con arcipelago di culture: questo è il nostro destino, accogliere le diversità e farle convivere. Altro, secondo lui, non è dato:

«Prossimo, infatti, è ciò che differisce «inesorabilmente» da noi. Prossimo è soltanto ciò che possiamo concepire come avente un proprio carattere e un proprio luogo distinti dal nostro carattere e dal luogo che noi occupiamo. L’ansia di eliminare la distanza non produce comunità, ma, all’opposto, ne dissolve la stessa idea. Può produrre comunità, invece, soltanto uno «sguardo» che custodisce l’altro nella sua distinzione, un’attenzione che lo comprenda proprio sulla base del riconoscimento della sua distanza. L’intelligenza del prossimo non consiste nell’afferrarlo, nel catturarlo, nel cercare di «identificarlo» a noi, ma nell’ospitarlo come il perfettamente distinto». L’altro è il prossimo da amare. Ma l’amore come arma, strumento e modalità conoscitiva è più che un sentimento: «amore non vuol dire amare». L’amore del prossimo consiste nel riconoscimento di una situazione critica e nella disponibilità a farsene carico. Il linguaggio non religioso chiama ciò «responsabilità». Tra etica della convinzione ed etica della responsabilità a costituire compito è ormai quest’ultima.

La terza cosa che mi viene in mente è quello che ci insegna la biopolitica – che ritrovi nella linea Foucault-Esposito e Foucault-Agamben: il paradigma immunitario non funziona: tutti i tentativi che saranno posti in essere per mettere al riparo il corpo sociale dal contatto, dal contagio, dall’assalto dello straniero non daranno frutti: l’ondata non si fermerà; entreranno nemici; saremo ‘meticci’, come dice Eco.
I disordini di Marsiglia di qualche anno fa indussero taluni a dire una cosa che potrebbe aiutarci: in una città ospite il numero degli stranieri non può mai superare la soglia del 25% delle presenze: oltre quella soglia, i residenti sentono la loro identità minacciata.
Mi viene in mente una quarta idea. Eco scriveva molti anni fa che il razzismo è un evento prossemico: lo misuri bene quando hai gli stranieri vicino casa, in numero grande, rumorosi e irrispettosi delle regole… Devi sapere che qui da me, a parte gli Albanesi arrivati con la caduta del regime di Hoxa, i Cinesi che crescono, non abbiamo avuto grandi numeri. Possiamo dire di non essere razzisti? di non avere paura? di essere buoni Italiani, mentre gli altri sono cattivi?
Tu scrivi oggi cose belle. Pronunci il mio nome. Questo mi procura una grande emozione. Avrei cose importante da dirti al riguardo, ma non c’è fretta. Fino a quando tu non mi perderai di vista, io non ti perderò di vista. La distanza è quella che è. Ho visto la tua foto sul tuo sito professionale, quindi riesco ad immaginarti nel tuo orto e quando il tuo sguardo si perde nella contemplazione della distesa del lago. Mi auguro che ci siano riservati buoni giorni e tanti ancora, per poter condividere pensieri misurati e per poter godere della musica di Nina. Altro non chiedo oggi. Non è poco.

rispondo:

caro gabriele
tu poni due tipi di questione in tema di multiculturalismo.
il primo è quello della “ineluttibilità” di questi processi sociodemografici.
il secondo è di tipo etico: il rapporto con l’altro
comprendo meglio su quali punti non riesco a stare sulla tua lunghezza d’onda di pensiero.
o meglio: la mia parte razionale comprende ed anche condivide.
la mia parte “senso comune” (emozioni, quotidianità) invece partecipa (con contraddizioni e disagio) alle altre ragioni – oggi incarnate dalla politica della neodestra- tese a regolare, a intervenire soggettivamente su questi processi di mutazione culturale.
insomma: ti confermo che non sono ostile al giro di vite messo in atto da questo governo.
motivo il mio argomentare.
l’ineluttabilità dei processi di spostamento di popolazione da una parte all’altra degli stati richiede regolazione. la francia era un paese colonialista che ha organizzato in una diversa prospettiva i processi di integrazione (ed ora ha il problema della violenza dei francesi di famiglia nosrafricana che nel periodo del ribellismo adolescenziale mettono a ferro e fuoco le banlieu delle aree metropolitane ) da noi TUTTO E’ AVVENUTO CON ESTREMA RAPIDITA’ (circa 20 anni) e con una sostanziale assenza di regole chiare , incentivate anche dala scarsa efficienza della burocrazia italiana.
questo ragionamento lo lego alla questione hospes/hostis che hai proposto citando massimo cacciari.
rispondo con una immagine: apro la porta e c’è uno straniero (un solo straniero, magari con una compagna: uno o due , insomma) oppure apro la porta e fuori ci sono 20 stranieri, che non parlano la mia lingua, di cui non capisco le intenzioni ed alcuni dei quali mi appaiono pericolosi.
insomma: la QUANTITA’ fa la QUALITA’ delle relazioni.
se poi aggiungo la oggettiva pericolosità della religione islamica (nella sua variante “normale”, o “moderata” come si dice ed in quella estremista/fondamentalista) e del SEGNO CHIARO rappresentato dal 11 settembre 2001 riesco a mettere in fila qualche tratto culturale che spiega la mia insofferenza ed anche la mia paura.
quella che ha fatto votare nel modo che sappiamo gli elettori del 13 aprile
lo stesso massimo cacciari (che comunque è un filosofo tragico e che ha una visione fosca ed apocalittica sul futuro) ha reagito con la sua consueta durezza a coloro che citano i dati istat (che parlano di una no allarmistica situazione di reati). più o meno ha detto: “me ne frego dei dati istat. il sentimento di insicurezza è un DATO tanto quanto i numeri.”
conclusione: non vedo in modo negativo i segni di dura chiarezza con cui si risponde alla criminalità oggettivamante indotta da migrazioni che hanno favorito lo spostamento di criminali dell’est e dei paesi di religione islamica.
grazie per i tuoi testi su cui rifletterò ancora

Claudio Risè. “Nel Natale, ad esempio, compare il simbolo che più fortemente influenza la felicità dell’uomo: proprio quello del cambiamento e della trasformazione”

” …. si realizza nell’evento del Natale un fenomeno che gli storici delle religioni, ma anche gli psicologi del profondo, conoscono bene. Si tratta della potenza che il rito, condiviso per lungo tempo da molte persone, finisce con l’assumere nell’inconscio collettivo e, da lì, nella vita di tutti. Anche chi coscientemente non crede, insomma, viene toccato nel profondo, anche se inconsciamente, dall’enorme energia che la preparazione e la celebrazione del rito ha prodotto nella psiche di tutti i popoli che si sono riconosciuti in quel rito, nel corso del tempo. Questo contatto, tra la psiche individuale e l’inconscio collettivo già presente in ognuno di noi, trasforma e modifica, per un periodo più o meno lungo, il nostro clima psicologico. In questa trasformazione, naturalmente, contano molto le caratteristiche simboliche e affettive presenti e attive nel rito. Nel Natale, ad esempio, compare il simbolo che più fortemente influenza la felicità dell’uomo: proprio quello del cambiamento e della trasformazione. Che realizzandosi, ci fa passare da una condizione precedente e ormai vecchia, stanca, priva di energia, a una nuova, proiettata in un futuro pieno di speranza.”
Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 24 dicembre 2007, www.ilmattino.it

26 novembre 2007: la tappa dei 59 anni

Quante vite ci sono date da vivere?

Se vedo la questione dal punto di vista concretistico è evidente: una sola. Quella del nostro ciclo biologico, scandito dal tempo che resta.

Se invece mi  dispongo sul piano esistenziale e simbolico, le cose stanno diversamente.

Arrivare a 59 anni con le funzioni cognitive ancora funzionanti e in condizione di salute accettabile (vediamo cosa succede il 27 novembre, però) offre una occasione psicologica per “fare memoria”

Come elabora la mia mente la scansione della vita alla luce del qui ed ora dell’oggi?

Ecco …

Lascio andare le briglie della memoria e fisso i momenti fondanti e la loro durata.

INFANZIA (1959 meno 1948: vita durata 11 anni)

Nasco nel 1948, da un amplesso – spero gaudente –  quasi primaverile.

Quindi ho l’età della Costituzione della Repubblica Italiana.

Che venga da lì il mio rigorismo sulle regole? Ossia la convinzione profonda che sono le regole ad essere educanti e protettive?

Questa è la fase della necessaria dipendenza dalla famiglia:

In questo periodo ho vissuto in modo passivo come la risultante genetica ed educativa di mia madre e mio padre e cultural-educativa della scuola elementare:

Sono quello della prima fila a destra. E la biondina alla mia destra è stata la prima destinataria delle primarie pulsioni libidiche di allora. Forse decisive per l’orientamento sessuale.

Qui in terza media:

E’ stata una fase di Io passivo nella quale – in quanto vivente –  ho costruito le impalcature del mio corpo e le prime radicine della psiche:

ADOLESCENZA (1963 meno 1959: vita durata 4 anni)

E’ la fase in cui l’Io diventa più attivo e nella quale le responsabilità della vita che mi è toccato costruire comincia ad essere solo mia e non più addebitabile ai genitori biologici.

Faccio risalire l’inizio della adolescenza  alle prima vacanze da solo. Nel corso di un viaggio venni affidato ad un’altra famiglia di Barcellona. Era l’estate del 1959

Un bel ricordo.

E un bel sapore che riemerge dalla memoria sensoriale: l’ “orchata” del Barrio Gotico.

Sul piano della cronologia storica sono gli anni dell’avvio dei primi governi di centro-sinistra.

FORMAZIONE (1973 meno 1963: vita durata 10 anni)

L’adolescenza, con le sue trasformazioni somatiche e sessuali, sfuma in quella della formazione sempre più identificata e mirata. Insomma: qui costruivo – in modo prevalentemente inconscio –  il futuro destino professionale.

Il primo perno importante è a 15 anni (1963) : scoprivo che non c’era solol’Iliade e l’Odissea, ma anche Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

E’ il periodo del  professor Visconti, dei giornali studenteschi e delle irripetibili amicizie di quei tipi di anni.

Poi il volo fuori dal nido: l’Università. A 300 Km da casa.

Il Sessantotto.

Il massimo della contraddizione: credevamo che fossimo in Cina e invece eravamo a 30 metri dal Duomo.

Anche questa chiusura di fase è fissata in modo indelebile e stabile in un viaggio di studio: Parigi, in agosto e settembre del 1973, a 25 anni.

ETA’ ADULTA (2003 meno 1973: vita durata 30 anni)

Il centro di una esistenza è l’età adulta.

Ma qui non sono nella catalogazione delle età di cui si parla nelle facoltà di Scienze della formazione.

E – quindi – per me l’età adulta contiene al suo interno 3 vite

LAVORO (2007 meno 1973: vita durata 34 anni)

Howard Gardner in Cinque chiavi per il futuro (Feltrinelli 2007) sostiene che per acquisire l’intelligenza disciplinare (quella che governa il mestiere e la professione) occorrono dieci anni.

Sì … ci vogliono almeno 10 anni per entrare in un circuito lavorativo e saperlo attraversare.

Il sistema sociale italiano mi ha fornito un lavoro modesto ma gratificante.

Ho potuto mettere assieme apprendimento cognitivo continuo e un reddito di sopravvivenza.

Ci sono stati anni di stabilità, poi una caduta dolorosa e poi ancora una rinascita “napoleonica” (la polvere e l’altare del Manzoni).

Qui dentro splendono come gemme luminose ed assolute gli

ANNI DI VENEZIA (2003 meno 1997: vita durata 7 anni)

La fine di questa esperienza coincide con l’apertura della pre-vecchiaia.

AMORE (2007 meno 1982: vita durata 25 anni)

E’ certo che questo è il mio Mandala tibetano.

E’ il cuore pulsante della esistenza.

E tutto è dovuto ad un incontro sincronico con mia moglie

Questa vita dura tuttora e vorrei durasse in eterno.
POLITICA (2001 meno 1973: vita durata 28 anni)

E’ un percorso importante, nel quale non sono stato solo uno spettatore.

L’ho già raccontato in The Cross the Line

La militanza è stata attiva.

Ho cominciato sull’onda storica del colpo di stato militare nel Cile.

Ho partecipato a tutte le vicende del declino del modello comunista (sia pure nella sua variante italiana).

Ho concluso con l’attacco delle torri gemelle di New York, quando ho compresa la totale incapacità della sinistra di comprendere l’evento ed il ciclo che si apriva.

PRE-VECCHIAIA (2007 meno 2003: vita durata finora 4 anni)

Eccomi all’oggi.

Ho 59 anni e da 4 sono consapevolmente nella pre-vecchiaia

La vita tranquilla

Sei alla finestra.
C’è una nube di vetro a forma di cuore.
I sospiri del vento sono caverne in ciò che dici.
Sei il fantasma sull’albero lì fuori.
La strada è muta.
II tempo, come il domani, come la tua vita,
è in parte qui, in parte sospeso in aria.
Non puoi farci niente.
La vita tranquilla non da preavvisi.
Consuma i climi dello sconforto
e compare, a piedi, non riconosciuta, senza offrire nulla,
e tu sei lì.

Mark Strand, da Darker (1970), pubblicata in Il futuro non è più quello di una volta, traduzione di Damiano Abeni, Minimum Fax, 2006, p. 57

Lo dico con stupore (e paura): sono gli anni migliori

Vorrei che durassero a lungo.

Anche per vedere quante vite ho ancora da vivere

Auguro a chiunque passi di qui di arrivare a questi anni e goderli intensamente come riesco a viverli io.

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Il giorno dopo.
La sincronicità svolge implacabilmente la sua funzione, come sempre mi è successo.
Claudio Risè, proprio oggi, pubblica una argomentazione sul tema:

Ricordare il passato per immaginare un futuro

26 novembre 2007: LA TAPPA DEI 59 ANNI, alla soglia della prevecchiaia

Quante vite ci sono date da vivere?

Se vedo la questione dal punto di vista concretistico è evidente: una sola. Quella del nostro ciclo biologico, scandito dal tempo che resta.

Se invece mi  dispongo sul piano esistenziale e simbolico, le cose stanno diversamente.

Arrivare a 59 anni con le funzioni cognitive ancora funzionanti e in condizione di salute accettabile (vediamo cosa succede il 27 novembre, però) offre una occasione psicologica per “fare memoria”

Come elabora la mia mente la scansione della vita alla luce del qui ed ora dell’oggi?

Ecco …

Lascio andare le briglie della memoria e fisso i momenti fondanti e la loro durata.

INFANZIA (1959 meno 1948: vita durata 11 anni)

Nasco nel 1948, da un amplesso – spero gaudente –  quasi primaverile.

Quindi ho l’età della Costituzione della Repubblica Italiana.

Che venga da lì il mio rigorismo sulle regole? Ossia la convinzione profonda che sono le regole ad essere educanti e protettive?

Questa è la fase della necessaria dipendenza dalla famiglia:

In questo periodo ho vissuto in modo passivo come la risultante genetica ed educativa di mia madre e mio padre e cultural-educativa della scuola elementare:

Sono quello della prima fila a destra. E la biondina alla mia destra è stata la prima destinataria delle primarie pulsioni libidiche di allora. Forse decisive per l’orientamento sessuale.

Qui in terza media:

E’ stata una fase di Io passivo nella quale – in quanto vivente –  ho costruito le impalcature del mio corpo e le prime radicine della psiche:

ADOLESCENZA (1963 meno 1959: vita durata 4 anni)

E’ la fase in cui l’Io diventa più attivo e nella quale le responsabilità della vita che mi è toccato costruire comincia ad essere solo mia e non più addebitabile ai genitori biologici.

Faccio risalire l’inizio della adolescenza  alle prima vacanze da solo. Nel corso di un viaggio venni affidato ad un’altra famiglia di Barcellona. Era l’estate del 1959

Un bel ricordo.

E un bel sapore che riemerge dalla memoria sensoriale: l’ “orchata” del Barrio Gotico.

Sul piano della cronologia storica sono gli anni dell’avvio dei primi governi di centro-sinistra.

FORMAZIONE (1973 meno 1963: vita durata 10 anni)

L’adolescenza, con le sue trasformazioni somatiche e sessuali, sfuma in quella della formazione sempre più identificata e mirata. Insomma: qui costruivo – in modo prevalentemente inconscio –  il futuro destino professionale.

Il primo perno importante è a 15 anni (1963) : scoprivo che non c’era solol’Iliade e l’Odissea, ma anche Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

E’ il periodo del  professor Visconti, dei giornali studenteschi e delle irripetibili amicizie di quei tipi di anni.

Poi il volo fuori dal nido: l’Università. A 300 Km da casa.

Il Sessantotto.

Il massimo della contraddizione: credevamo che fossimo in Cina e invece eravamo a 30 metri dal Duomo.

Anche questa chiusura di fase è fissata in modo indelebile e stabile in un viaggio di studio: Parigi, in agosto e settembre del 1973, a 25 anni.

ETA’ ADULTA (2003 meno 1973: vita durata 30 anni)

Il centro di una esistenza è l’età adulta.

Ma qui non sono nella catalogazione delle età di cui si parla nelle facoltà di Scienze della formazione.

E – quindi – per me l’età adulta contiene al suo interno 3 vite

LAVORO (2007 meno 1973: vita durata 34 anni)

Howard Gardner in Cinque chiavi per il futuro (Feltrinelli 2007) sostiene che per acquisire l’intelligenza disciplinare (quella che governa il mestiere e la professione) occorrono dieci anni.

Sì … ci vogliono almeno 10 anni per entrare in un circuito lavorativo e saperlo attraversare.

Il sistema sociale italiano mi ha fornito un lavoro modesto ma gratificante.

Ho potuto mettere assieme apprendimento cognitivo continuo e un reddito di sopravvivenza.

Ci sono stati anni di stabilità, poi una caduta dolorosa e poi ancora una rinascita “napoleonica” (la polvere e l’altare del Manzoni).

Qui dentro splendono come gemme luminose ed assolute gli

ANNI DI VENEZIA (2003 meno 1997: vita durata 7 anni)

La fine di questa esperienza coincide con l’apertura della pre-vecchiaia.

AMORE (2007 meno 1982: vita durata 25 anni)

E’ certo che questo è il mio Mandala tibetano.

E’ il cuore pulsante della esistenza.

E tutto è dovuto ad un incontro sincronico con mia moglie

Questa vita dura tuttora e vorrei durasse in eterno.
POLITICA (2001 meno 1973: vita durata 28 anni)

E’ un percorso importante, nel quale non sono stato solo uno spettatore.

L’ho già raccontato in The Cross the Line

La militanza è stata attiva.

Ho cominciato sull’onda storica del colpo di stato militare nel Cile.

Ho partecipato a tutte le vicende del declino del modello comunista (sia pure nella sua variante italiana).

Ho concluso con l’attacco delle torri gemelle di New York, quando ho compresa la totale incapacità della sinistra di comprendere l’evento ed il ciclo che si apriva.

PRE-VECCHIAIA (2007 meno 2003: vita durata finora 4 anni)

Eccomi all’oggi.

Ho 59 anni e da 4 sono consapevolmente nella pre-vecchiaia

La vita tranquilla

Sei alla finestra.
C’è una nube di vetro a forma di cuore.
I sospiri del vento sono caverne in ciò che dici.
Sei il fantasma sull’albero lì fuori.
La strada è muta.
II tempo, come il domani, come la tua vita,
è in parte qui, in parte sospeso in aria.
Non puoi farci niente.
La vita tranquilla non da preavvisi.
Consuma i climi dello sconforto
e compare, a piedi, non riconosciuta, senza offrire nulla,
e tu sei lì.

Mark Strand, da Darker (1970), pubblicata in Il futuro non è più quello di una volta, traduzione di Damiano Abeni, Minimum Fax, 2006, p. 57

Lo dico con stupore (e paura): sono gli anni migliori

Vorrei che durassero a lungo.

Anche per vedere quante vite ho ancora da vivere

Auguro a chiunque passi di qui di arrivare a questi anni e goderli intensamente come riesco a viverli io.

Il giorno dopo.
La sincronicità svolge implacabilmente la sua funzione, come sempre mi è successo.
Claudio Risè, proprio oggi, pubblica una argomentazione sul tema:

Ricordare il passato per immaginare un futuro

Il tempo che resta

“Il tempo che resta”

E’ l’importante questione che l’associazione Accanto – Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

 

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).

Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.

Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.

Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:

Maurizio Migliori, filosofo

Don Bruno Maggioni, teologo,

Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.

 

Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.

La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.

Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.

Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.

Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.

Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica

Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.

Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gliHospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.

La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:

possibile consapevolezza del tempo che resta

 

E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:

si può “pensare” il tempo che resta?

 

Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.

Ci si può provare.

Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.

Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.

Esordio:

La NOSTRA morte è impensabile. E’ impossibile da razionalizzare.

 

Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.

Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:

la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta

 

Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.

La morte può produrre apprendimento:

dà il senso del limite

Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.

Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.

Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.

E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva non ci viene in aiuto per la morte:

alla natura la morte non interessa,

alla natura interessa solo la specie, non l’individuo

 

La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.

Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?

Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:

attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,

alla luce della certezza della morte.

 

Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.

Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.

Alcune cose che possono essere pensate:

occorre sapere da subito che “il tempo è poco”

 

Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.

Occorre poi:

sapere che siamo in cammino.

 

E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.

Come? Per esempio non concentrandosi  su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.

Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)

prepararsi ed accettare questo processo

Allenarsi ad accettarlo

Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.

No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi

Però può succedere.

O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).

O in un decorso lungo e assistito.

E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?

si può relazionarsi con il mondo,

si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza

 

Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku

Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.

Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro

E dove si inscrivono le tracce di sé?

In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.

Ecco la funzione delle biblioteche.

La funzione delle piazze e delle vie.

La funzione dei rituali.

Tutto questo si può e deve fare.

Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.

Soli, soli, soli.

E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.

E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.

Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?

Soli, soli, soli.

IL SOGNO della ACCETTAZIONE delle PARZIALITA’, fine analisi junghiana con Claudio Risè (1978/1992): audio e scritto del 29 dicembre 1992

  • AUDIO DEL SOGNO del 29 dicembre 1992:


Qui l’AUDIO  in formato Mp3:

 Sogno della accettazione delle parzialità, 29 dicembre 1992 


Appunti del 17 febbraio 2007, ai tempi del Blog su Splinder

Dò molta importanza agli eventi casuali che costellano la mia esistenza.
Dico sempre che niente avviene a caso. Nel caso c’è sempre un messaggio da trovare e comprendere.
Bene. Qualche giorno fa  Batsceba (blogger di splinder con la quale ho perso i contatti) ha invitato sul suo blog a parlare di qualche proprio sogno. Un invito interessante, perchè talvolta propongono immagini potentissime.
I sogni sono una cosa seria, impegnativa. Sono anche qualcosa di un po’ sacro. Parlo di una sacralità interiore.
Proprio in quelle ore, riordinando la mia biblioteca avevo trovato un pacco di miei sogni, risalenti ad un periodo in cui non solo alla mattina li ricordavo, ma addirittura li ricopiavo per conservarli. Appunto come qualcosa di sacro, in quanto proveniente da quella parte di me non controllata dalla coscienza.
E così ho tirato fuori il sogno della accettazione delle parzialità.
Quella notte mi svegliai di colpo con l’impellente bisogno di scriverlo.
E’  fantastico svegliarsi in piena notte.  Spinto da una forza  irresistibile  di fare  i conti con me stesso.
Di questi tempi non mi capita più.
Per forza: sono sempre qui attaccato al blog … anche per la canzone di mezzanotte … si dorme poco … si ricorda poco dei sogni …

———————————————————

Trascrizione del sogno della notte del 29 dicembre 1992, ore 2 e 20

Primo momento: un pezzo del sogno

Ho partecipato ad alcuni gruppi di incontro psicologico con fini terapeutici. Di quelli molto diffusi negli Stati Uniti, nei quali le persone si trovano per più giorni ed effettuano intense esperienze di comunicazione interpersonale e corporea.
In una di queste esperienze mi assumo io il compito di guidare un piccolo gruppo di attività creativa: mi pare di una cosa pittorica.
Il punto fondamentale è questo: non c’ è un momento di comunicazione complessiva al gruppo globale di questa singola esperienza che io conduco. Il piccolo gruppo non comunica a quello grande ciò che è successo.
Questo crea dei conflitti e qualcuno mi chiede il perché di questo.
Io lo liquido abbastanza velocemente ed una ragazza prende le mie difese e mi da ragione, dicendo che il desiderio invadente di sapere è un problema di quella persona, non mio.

————————————————————————–

Secondo momento: rêverie sul sogno

In sé il sogno potrebbe fornire pochi messaggi significativi.
Sennonché quella notte feci  una lunga “Reverie”, ossia una riflessione fra il conscio ed il dormiente di cui parla il filosofo francese Gaston Bachelard. Una esperienza davvero piena di anima.
E questo è il commento, registrato quella notte e poi da me trascritto dalla voce notturna e conservato come uno dei più potenti messaggi che il mio inconscio mi abbia suggerito:

Mi sono chiesto se qui ci sia anche un messaggio di valutazione del punto in cui sono nel percorso della mia vita e della stessa analisi. Come se fossi ad un bivio.
In particolare mi viene in mente la mia attuale situazione esistenziale.
Mi trovo nella condizione di poter accettare una serie di mie parzialità psicologiche.
Un esempio di parzialità è quella per cui, pur non avendo capacità grafiche, ultimamente imposto quasi tutto il mio lavoro didattico utilizzando le immagini.
Certe immagini geometriche, che tuttavia hanno un effetto evocativo non basato sulla parola.
Una seconda mia parzialità è quella per cui, pur non avendo una cultura filosofica (neppure elementare), sento di aver bisogno di riferimenti filosofici che ricerco anche in modo confuso ed eclettico nelle mie ricerche bibliografiche. Ed alcuni concetti, magari avvicinati in modo semplificato e superficiale, entrano a far parte della mia attività culturale.
Io credo che questo abbia a che fare con la mescolanza fra discorsi tecnici e spazio creativo. Mi rendo conto di avere due tipi di attività psichica: una collegata alla razionalità e un’altra – più laterale – in cui mi permetto di dare spazio alla creatività.
Dunque vivo esperienze parziali.
E allora forse questo sogno sta dicendomi qualcosa di molto significativo su come e dove orientare il tempo che resta della mia vita.

Terzo momento: ripresa del sogno

Ed ecco che , in questo momento , del sogno ricordo ancora qualcosa …. Qualcosa ancora sta affiorando … Era lì sopito …  Ma la Reverie lo estrae.

I fatto è che tutti ce ne andiamo da quel luogo terapeutico, ognuno va per conto suo.
Io però poi provo il desiderio di scrivere a ciascuno una lettera, pur rendendomi conto che è una cosa scorretta, in quanto per farlo devo andare ad indagare sugli indirizzi privati delle persone e questo non fa parte della situazione relazionale che avevamo impostato nel gruppo.
A ciascuno dico la mia e più o meno faccio un discorso sull’importanza del “politeismo dei valori”.
Cioè dico  che ciascuno prende dalla vita alcune occasioni,ed in queste occasioni l’importante è valorizzare la soggettività di ciascuno. Nel senso che le esperienze consentono di esprimere la soggettività di ciascuno.
E nella lettera dico che sono contento per l’esistenza di ognuno di loro.
Ma l’esperienza si è conclusa lì.
Il cammino insieme si è concluso.
E se io non ho potuto dire a loro che cosa era avvenuto nell’ esperienza di gruppo che avevo gestito, questo non era un errore mio, ma semmai un problema di progettazione dell’’ attività terapeutica complessiva.
E che bisogna accettare che ci sono delle situazioni nelle quali non si riesce a fare tutto.
E che nonostante questo, io conservavo dentro di me un’immagine di ciascuno molto intensa.
E c’ è anche l’esigenza di provare a cambiare la vita.
Di essere più attivo nel mio progetto esistenziale.
Cioè devo attivamente prendere atto che sono ad un punto del percorso in cui posso accettare le parzialità della mia storia personale e che contemporaneamente devo fare uno sforzo attivo su di me.
E percorrere un’altra strada del bivio.

————————————————————-

In quella notte finiva il mio lungo cammino di analisi, iniziato nel settembre 1978 :   mi ricordo … L’APPUNTAMENTO, narrazione dal lontano settembre 1977.

Grazie, Claudio

2016-10-19_160842

mi ricordo che iniziava l’analisi, 14 settembre 1978


aggiornamenti

novembre 2019:

Claudio Rise Grazie Paolo ! Buon tutto!
Elimina o nascondi
  • Paolo Ferrario I RICORDI dei nostri incontri sono parte integrante della mia biografia e ti devo ancora dire GRAZIE !!!

 

Dietro il velo della donna di Claudio Risé da “Il Mattino di Napoli”, 9 ottobre 2006

Copio  e rilancio dal  Blog di Claudio Risè.  Riflessione molto interessante. Fornisce una luce particolare su un comportamento per me irritante ed incomprensibile.
Dunque il pensiero “conservatore”  giustifica il velo in quanto, nel profondo, parla di una donna custode del focolare della casa. Ma allora quando il pensiero “progressista” difende, in nome del relativismo, il diritto della cultura musulmana a velare le donne, in realtà lotta contro la sua emancipazione. Interessante … molto interessante … ma allora: dov’è la destra, dov’è la sinistra? Ah già,  lo aveva profetizzato Giorgio Gaber: ” è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra”.


Dietro il velo della donna
di Claudio Risé

da “Il Mattino di Napoli”, 9 ottobre 2006

Cosa c’è veramente dietro il velo che copre il volto delle donne islamiche? Qualsiasi viaggiatore, uomo o donna, che abbia attraversato solitario le stradine di una medina, e che abbia incrociato l’occhiata intensa delle donne velate, sa bene che la questione è più complicata di quanto si dica. Come si evince, del resto, da un paio di notizie. La resistenza a togliersi il velo di molte donne dell’Islam a Londra, potrebbe anche essere attribuita ad una prova di forza con le autorità laiche, occidentali, dove le musulmane affermano il diritto di differenziarsi, dunque di esercitare un potere, di rifiutare un’omologazione imposta da altri. Il fatto però che le donne, anche e soprattutto giovani, tornino sempre più spesso a coprirsi il volto in Tunisia, dove quest’usanza fu vietata, da un dittatore islamico, il Presidente Bourghiba, mezzo secolo fa, nel 1956, ci sollecita a pensare che dietro al velo ci sia qualcosa d’altro, di più profondo. Le tunisine sono donne che sono state a lungo prive del velo, per legge. Ed ora, dopo cinquant’anni di volti liberamente truccati, e mostrati, tornano ad indossarlo. Perché?
Credo che questo abbia a che fare col tipo di potere che nella società islamica la donna possiede: qualcosa che l’Occidente ignora, o nega frettolosamente, e che soltanto qualche viaggiatore acuto (come Vittoria Alliata nel suo bel libro: Harem), ha riconosciuto e descritto. La donna islamica non è esclusivamente (come descrive la propaganda, ma anche molta sociologia occidentale), l’oggetto passivo del potere maschile. Essa possiede un preciso potere personale: affettivo, educativo, ed organizzativo, che dalla gestione della famiglia e della casa passa poi ad impregnare la politica, e lo stile di vita collettivo. L’importanza delle madri, in lutto ma trionfanti per il coraggio dei figli, nella vicenda dei terroristi che si fanno esplodere, è una terribile illustrazione iconica di questo potere, e di molte sue caratteristiche psicologiche, che rimandano direttamente all’archetipo della Grande Madre, nel suo aspetto più vicino alla morte.
Al centro del potere che le donne hanno nella società islamica (e gestiscono assieme con gli uomini, secondo una precisa ripartizione delle rispettive sfere d’influenza), c’è però il mistero, dietro il quale esso ama nascondersi, per agire con più efficacia, e proteggere il proprio fascino. Al contrario dell’Occidente, dunque, dove il movimento di “liberazione” femminile ha seguito sempre più il percorso dello svelamento, ed anche dell’esibizione, nei paesi islamici la donna ha preferito nascondere il proprio volto, e quando era opportuno anche le proprie azioni, o il proprio territorio. Nella cucina islamica gli uomini non entrano, e non mettono becco.

E’ impossibile capire l’affezione delle donne islamiche, anche di quelle che non l’hanno mai portato, al velo, se non si tiene conto che esso non è soltanto una costrizione, ma rappresenta una diversa opportunità. Che si esprime dagli aspetti più banali (come quello di poter uscire senza trucco, tranne attorno agli occhi), a quelli più profondi della comunicazione attraverso il volto. La donna velata, ad esempio, può guardare chi vuole e come vuole; è molto difficile, per un altro che non sia il destinatario dello sguardo, coglierne l’intenzionalità. Mentre l’occidentale è costretta a parlare, per strada, allo sconosciuto, l’islamica dialoga con lo sguardo. Ed il velo la protegge perfettamente da chi non le piace. Per confrontarsi con l’Islam, l’Occidente dovrà ritrovare un suo sapere smarrito: il profondo legame tra femminile e mistero.

Il velo delle donne islamiche | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011.

Il tempo di andare in alto Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 8 maggio 2006

MERCOLEDÌ, 10 MAGGIO 2006

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Leggo, apprezzo, rimbalzo e ringrazio il Blog di Claudio Risè:

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 8 maggio 2006

In questo momento della primavera, i gabbiani fermi alla mattina sui muretti dei lungomare italiani ci colpiscono di più, li guardiamo con maggiore attenzione. E quando si alzano ci muovono una nostalgia più forte. Perché anche dentro di noi, si solleva, ora quella passione per l’alto, per la verticalità, che si manifesta nel cuore dell’uomo quando il cielo si alza, e si va verso l’estate. La psiche umana, infatti, non è separata dai cicli della natura. Anzi, quando è in buona salute, è perfettamente accordata coi ritmi del cosmo e delle stagioni, e ne fa proprie le spinte. Ciò le dà una sensazione di benessere, anche perché moltiplica le sue energie, aiutandola ad utilizzare quelle del mondo, che vanno nella stessa direzione. 
D’inverno, la persona equilibrata accetta di buon grado l’invito ad accorciare le veglie, allungare i sonni, a coprirsi di più, ad utilizzare a fondo i propri bozzoli protettivi, dai cappotti alle case. D’estate invece, l’essere umano in buona salute, proprio come il gabbiano, ha bisogno di alzarsi, distendersi nel vento, sperimentare il mondo della leggerezza e dell’apertura, dopo aver percorso, nell’inverno, quello della pesantezza e del limite.
La poesia, sensibile all’anima umana, ha sempre saputo descrivere perfettamente questi movimenti della psiche, assai più della psicologia, che tende a coprirli con le proprie categorie concettuali, fatalmente più rigide e pesanti. Ed è sempre tentata, la psicologia, di spiegare l’uomo come se fosse un mondo chiuso, senza mettere in relazione il suo benessere e i suoi disagi con ciò che lo circonda, e lo sovrasta. Come, appunto, la natura, le sue leggi, e i suoi ritmi, uguali da sempre.
Eppure la prima scienza del benessere non può che partire dall’osservazione del mondo, e dall’aiutare l’uomo ad accordarsi con esso. Un sarto che fa un vestito leggero, che fa sentire la donna bella e felice, si dimostra uno psicologo più fine di quello che in, tempi di brezza primaverile, la ricaccia a ricordare e ripercorrere le pesantezze della severità paterna, sperimentata diversi decenni prima.
Quasi ogni passione umana, del resto, trova stimoli, e spesso origine, nei tempi della natura. Per esempio: dopo un inverno e primavera impegnati in una competizione politica estenuante, il popolo vorrebbe leaders che lo risollevino verso l’alto, gli presentino sprazzi di solarità, visioni capaci di ampiezze. Se qualcuno saprà farlo, moltissimi gliene saranno grati, e sollevati. Anche molti contemporanei riti, ed usanze, sociali, trovano la loro spinta in queste spinte elementari della psiche umana, che cerca di realizzarle col corpo.

Perché in discoteca ci si torce, ci si allunga, si salta, si alzano le braccia verso l’alto? E’ come se ci si impegnasse in un emozionante stretching verso il cielo, nel tentativo di sciogliere invernali nodosità, di distendere verso l’alto ciò che si era contratto, attaccandoci alla terra. E perché questa spinta diventa più forte d’estate, quando i cieli si sono riaperti ed il sole e le stelle ci toccano con la loro luce, e si lasciano guardare senza nascondersi dietro una cortina di nubi? Il fatto è che, in questo tempo dell’anno, alto e basso si riunificano, la luce del sole ci bagna costantemente, le piante salgono verso di essa. Ed anche l’uomo si alza verso l’alto, in una spinta psichica, e fisica, verso la riunificazione col mondo superiore,che si è nuovamente dischiuso. Facendoci provare, in ogni notte limpida, la stessa emozione di quando l’aereo si libera dalle nubi, e scopriamo di essere nel cielo blu. Molto sopra ai gabbiani.Guardare in alto | Tracce e Sentieri.

Claudio Risè ha appena pubblicato "Il padre: l'assente inaccettabile" Edizioni San PaoloI

IL PADRE

30 Novembre 2003

I miei studi sullo scrittore americano Robert Bly sono avvenute nell’ambito delle politiche per le famiglie.

E’ lì che si intercetta il tema della riduzione dei ruoli paterni nelle società contemporanee. L’argomento era già stato elaborato dai sociologi della Scuola di Francoforte negli anni ’60 e ’70 (Marcuse, Horkheimer, Adorno) e dallo psicologo sociale Mitscherlich.

Negli ultimi anni emergono altre letture meno unilaterali: Bly, appunto, ma (in Italia) anche gli studi di Claudio Risè. Quest’ultimo ha appena pubblicato “Il padre: l’assente inaccettabile” Edizioni San Paolo.

Risè è un attento psicologo junghiano che rischia di essere unilaterale tanto quanto quei filosofi, però è persona di vaste e colte letture. Ha solo una idea molto molto bizzarra: che Berlusconi incarni la figura maschile della responsabilità. E’ un incredibile lapsus di un bravo psicanalista. Basta non soffermarsi su questi giudizi un po’ servili (tipici della perdita di senso della cultura italiana in questa congiuntura storica) e addentrarsi in altre parti della sua ricerca. Vale la pena di leggerlo.

il SOGNO della PIZIA, 18 settembre 1978

ANALISI2432


gennaio 2016

“sai che dalla tua interpretazione di questo sogno tutta la mia vita è cambiata?

lo ricordo come fosse oggi. e sono passati 37 anni.

ancora grazie e buoni giorni a te”

Paolo Ferrario

 

“Ricordo perfettamente. L’anima ancora senza volto ( quando compare) è quella da scoprire”

Claudio Risè

“grazie, claudio. grazie per questa risposta e grazie per il lavoro psicologico che hai fatto con me.

sei stato decisivo nel farmi cambiare il corso della vita.

se oggi sto relativamante bene (da pensionato di vecchiaia dal 1 aprile 2016) lo devo a te.

stammi bene e buon futuro a noi”

Paolo Ferrario


 

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