La saggia tartaruga Cassiopea indicherà a Momo la via per salvare il genere umano dai ladri del tempo

La saggia tartaruga Cassiopea indicherà a Momo la via per salvare il genere umano dai ladri del tempo.
Dal romanzo Momo, di Michael Ende è anche stato tratto il film Momo alla conquista del tempo di Enzo d’Alò:

Momo, una piccola orfana, vive sola in un abitacolo situato nell’interrato di un vecchio anfiteatro abbandonato. Ha molti amici Beppo, lo spazzino, Nicola il muratore, il cantautore, il barbiere, il barista, i fanciulli della borgata (suoi compagni di gioco) perché possiede la rara dote di saper ascoltare gli altri. Ma un giorno arriva nell’anfiteatro una macchina lussuosa e ne scende un uomo grigio, un “ladro di tempo”, il quale, ripetendo il motto “il tempo è denaro”, cerca di conquistare la bimba rovesciandole addosso una quantità di bambole-robot, simbolo del consumismo, reclamizzanti “cose belle”. Ma sconvolto da un gesto carezzevole di Momo, che fa vacillare il suo grigio-gelo, si lascia sfuggire il segreto degli “uomini grigi”: rubare il tempo agli uomini e renderli frenetici per il guadagno, distogliendoli dai rapporti umani più genuini. Momo si sforza inutilmente di dissuadere gli amici dal farsi rubare il tempo dagli “uomini grigi”, che appiattiscono e raggelano progressivamente la borgata., essiccando come tabacco da fumo le splendide e multicolori “ore del cuore” rubata agli uomini. Finché, guidata da una benefica tartaruga, Momo riesce a penetrare nella sede del “custode del tempo”, il maestro Hora. Seguendo i suoi saggi consigli, sgomina gli “uomini grigi” e restituisce vita e serenità alla borgata.

da: http://it.movies.yahoo.com/m/momo/index-134037.html

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2005) L’animale morente, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2005)

L’animale morente, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

31 dicembre 1999. Esattamente dieci anni fa il settantenne critico letterario David Kepesh, nell’attesa dell’avvento del nuovo millennio, medita bilanci sulla storia della sua vita, prima che il telefono squilli e una voce di donna emergente dal passato gli lanci un appello di richiesta di ascolto.

Alcune ossessioni rappresentano il filo rosso che si svolge nel corso del suo tempo.

La fine degli anni Sessanta con una cultura meno vincolata da schemi inibitori e la voglia di David, nel pieno della maturità, di viverla fino in fondo:  “la rivoluzione sessuale aveva fatto sì che le donne erano arrapate anche loro, e perciò sapevano come intendersi con gli uomini. L’avventuroso impulso maschile, l’iniziativa del maschio, non era un’azione illegale che richiedeva denuncia e giudizio, ma un segno sessuale al quale si risponde oppure no. … Sapevano dove andare a prendersi il piacere, e sapevano come abbandonarsi al desiderio senza paura…Io e gli anni Sessanta? Bé, io presi sul serio il disordine di quegli anni … e accettai il verbo del momento, liberazione, nel suo significato più pieno. Fu allora che lasciai mia moglie. Per essere precisi, lei mi scoprì con le Ragazze di Strada e mi buttò fuori”.

La spiccata sensibilità alla bellezza femminile e la resistenza a rifarsi una vita di coppia fino all’incontro con la ventiquattrenne cubana Consuela: un gioco di dominio in cui il dominante diviene il dominato a causa della sua ossessione, della sua gelosia, del suo non riuscire a pensare ad altri che a lei, a che fa, a chi vede, a quando la rivedrà.

Lo scontrarsi con l’inesorabilità del tempo: “Come fai, quando hai sessantadue anni e ti accorgi che tutte quelle parti del corpo che fino ad allora erano invisibili (reni, polmoni, vene, arterie, cervello, intestini, prostata, cuore) cominciano a rendersi angosciosamente manifeste, mentre l’organo più cospicuo in tutta la tua vita è destinato a ridursi in niente?”

David Kepesh ha una sua propria regola etica: accostare le studentesse solo al termine del corso, quando, dopo l’esame finale, organizza una festa nel suo appartamento per un drink verso le sei. Consuela è già nelle sue mire, con quella camicetta di seta color crema slacciata fino al terzo bottone, i suoi 24 anni contro i suoi sessantadue e il sentire “l’ampiezza del suo futuro illimitato contrapposto al tuo futuro limitato” che rendono ancora più evidente “l’intensità di ogni ultima grazia perduta”

Con Consuela il piacere della carne è intenso, ma disturbato da quelle visioni di altri uomini che già sono entrati e probabilmente presto entreranno nella sua esistenza. Quanti esattamente hanno avuto incontri carnali con lei e che giochi sperimentavano insieme?

Sullo sfondo un’altra donna, anch’essa ex- studentessa, ma già nella mezza età e occupata a rincorrere aerei e carriera. Carolyn Lyons, due divorzi e niente figli, offre affiatamento e concretezza durante le sere passate a letto tra un viaggio e l’altro, rappresentando l’unico punto di contatto con la sicurezza mostrata da David fino all’arrivo di Consuela.

L’uomo che negava la possibilità di un nuovo matrimonio, in realtà si dibatte tra due storie irregolarmente regolari: Carolyn che non tollera di trovare un tangibile segno della presenza di Consuela nella casa di David ed esplode nelle più tipiche rimostranze della donna tradita e Consuela che, al momento della laurea, lo invita a casa sua per conoscere la propria famiglia.

C’è anche l’intreccio con la storia di Kenny, il figlio quarantaduenne di David che non perde anno per scrivergli una lettera in cui gli ricorda le sofferenze di bambino, quando a 8 anni David lo abbandona insieme alla madre. Ora adulto, anche lui segue le orme del padre e diventa adultero. Ma il suo è un adulterio diverso dagli altri e  moralmente encomiabile: Ken non può abbandonare la moglie perché ben memore dei patimenti subiti da lui stesso. E’ più facile scappare che assumersi le proprie responsabilità, così, più che mai insoddisfatto e succube del bisogno femminile, continua a vivere con una moglie che non ama e, contemporaneamente, va a conoscere la famiglia della nuova amata.

L’unico amico di David è George, più giovane di quindici anni ed unico a raccogliere le sue confidenze e confessioni, nonché saggio mentore sul destino di Consuela “Se non tagli definitivamente questo legame, alla fine quel qualcosa ti distruggerà”.

Ma George ha in serbo un triste destino. Durante una presentazione delle sue poesie condotta proprio da David si sente male e di lì a poco muore, non senza aver trovato le forze per suggellare il suo commiato con ruvidi baci sulla bocca di tutti coloro che gli stanno vicino: figli, moglie, David. Quest’ultimo così ricorda George: “George era tutta la mia comunità maschile, forse perché, in primo luogo, la categoria di uomini alla quale apparteniamo è ristretta. E un singolo compagno d’armi è sufficiente: uno non ha bisogno di sentirsi spalleggiato dall’intera società”.

Ma ora, alle soglie del nuovo millennio, David è solo e impaurito. E’ la voce di Consuela quella che ascolta registrare nella segreteria perché deciso a non sollevare la cornetta in quella giornata. Ora che sono passati otto anni dalla fine del loro rapporto, David non sa che cosa fare “Questo bisogno. Questa follia. Non avrà mai fine? Dopo un po’, non so nemmeno io qual è la causa della mia disperazione. Le sue tette? La sua anima? La sua giovinezza? La sua semplicità? Forse è peggio di così: forse ora che mi sto avvicinando alla morte, anch’io segretamente desidero non essere libero”.

Poi c’è il raggelante incontro. Consuela svela un segreto e sceglie David come depositario del suo nuovo destino, sia a livello di ascolto, sia dal punto di vista della conservazione della propria immagine. David la fotograferà per mantenere la memoria del suo corpo com’è ora, adesso che “il suo senso del tempo è come il mio [di David], incalzante e ancor più sconsolato del mio”.

Sesso, responsabilità, morte e amore sempre più misteriosamente avviluppati alla ricerca di un senso e di un futuro per il tempo che resta.

Sul grande schermo in “Lezioni d’amore” l’incisiva coppia Penelope Cruz e Ben Kingsley, diretta da Isabelle Coixet, interpreta la tormentata relazione di David e Consuela.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Schichiro Fukazawa (1961) Le canzoni di Narayama, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Schichiro Fukazawa (1961)

Le canzoni di Narayama, Einaudi

Sotto lo strato di terra il mondo emana un altro suono. Tutto mi giunge più ovattato, ma sento in ogni  caso che là fuori c’è vita. Le foglie si accartocciano lievi sopra la mia tana, lo sciabordio dell’acqua è più pacato ora che i natanti estivi sono rientrati alla rimessa e lo zampettio di piccoli animali mi segnala che la caccia al cibo è sempre aperta. Nell’aria umida e rarefatta di novembre la musica della stagione autunnale trascina rintocchi di campane lontane, solenni o meste come le commemorazioni di questo mese esigono. E, insieme, giunge anche il ricordo di una canzone popolare giapponese.

Sei radici, sei radici, sei radici,

accompagnare sembra facile e non lo è

sulle spalle è pesante il fardello, è penoso,

ah! Purifichiamo le sei radici, purifichiamo le sei radici.

E’ la storia dell’ultimo intervallo di vita di O Rin che sa che a settant’anni, nel suo villaggio, la consuetudine conduce a Narayama, la montagna “dove abita un Dio .. a cui si giunge passando sette vallate e tre stagni”.

O Rin sa cosa deve fare: cercare una seconda moglie per Tappei, suo unico figlio quarantacinquenne  rimasto improvvisamente vedovo e “preparare il saké per il banchetto del giorno della partenza, e poi la stuoia per sedersi una volta che sarebbe stata sulla montagna”.

Non solo. I suoi denti sono tutti in buono stato e questo è una vergogna in un villaggio in cui il nutrimento manca. Il suo desiderio maggiore per il  pellegrinaggio a Narayama è “sistemata sulla tavola appesa alle spalle di Tappei … poterci andare proprio come una bella vecchia alla quale mancano i denti”. Di nascosto, la pietra focaia battuta con regolarità sui denti davanti, può consentirle di esaudire questo sogno.

A Narayama si va d’inverno e “se nevica il giorno nel quale si va a Narayama, si è qualcuno la cui sorte è buona”.

Nel villaggio O Rin si prepara mentre accadono nuove cose: arriva la moglie per Tappei e la dichiarazione di volersi sposare fatta da un nipote non ancora ventenne getta tutti nello sgomento “Nemmeno dopo i trent’anni è troppo tardi se ce n’è una in più, questo fa il doppio…. L’espressione questo fa il doppio significava che ci sarebbe stata una quantità di nutrimento in meno pari alla parte che avrebbe mangiato la nuova venuta”. E la giovane prescelta ha “la linea del ventre non normale … la cosa risaliva a più di cinque mesi prima”.

Di fatto l’arrivo di due nuove donne toglie lavoro alla forte O Rin che “pian piano non sapeva più che farsi delle sue mani; e a stare così senza far niente, provava a volte un senso di vuoto e persino di malinconia. … ma per lei c’era sempre un obiettivo: andare al pellegrinaggio di Narayama”.

Ma contemporaneamente, l’accresciuto numero della famiglia pone interrogativi per  le provviste dell’imminente inverno “Quest’inverno più che mai sarebbe stato diffcile cavarsela”.

Con il dodicesimo mese, arriva l’inverno vero e proprio. O Rin invita a casa sua, secondo la tradizione, coloro che già sono stati sulla montagna. Durante il banchetto e l’offerta del saké, ognuno di loro darà le istruzioni necessarie per andare sulla montagna. Le regole sono già conosciute, ma il rito vuole che ogni volta che qualcuno parte si riascoltino in forma solenne.

“Quando andrete sulla montagna, non parlare”

“Quando uscirete di casa, fare in modo che nessuno vi veda”

“Quando verrà l’ora di ritorno dalla montagna, in nessun caso voltarsi indietro”


Anche il percorso va illustrato minuziosamente, con l’accortezza di sottolineare che una volta superato il luogo “Sette Valli”, “sempre diritto, davanti, è la strada di Narayama. A Narayama, benchè ci sia una strada, non c’è più strada”. In forma appartata, quasi con un senso di vergogna, verrà riferito a Tappei “Se non ti va, non hai bisogno di andare proprio fino alla montagna. Anche se te ne torni una volta arrivato alle Sette Valli non fa niente”.

Ed è lungo quella strada tortuosa che passa attraverso valli e stagni che Tappei, con una tavola appesa alle spalle su cui giace O Rin, si incammina in una fredda notte, nel muto silenzio imposto dalla madre. E poiché, arrivati a Sette Valli, la strada c’è anche se non c’è, inizia l’ascesa a Narayama.

Querce e rocce ospitano alla base corpi e bianche ossa. A Narayama si va per morire. E per veder vivere i corvi.

O Rin batte le gambe per segnalare una roccia non abitata, vicino alla quale, una volta scesa dalle spalle di Tappei, posa la  stuoia. “si mise in piedi dritta sulla stuoia. Chiuse le mani e se le appoggiò sul petto, i due gomiti ben staccati dal corpo, la bocca chiusa e lo sguardo ostinatamente fisso a terra. La sua figura era immobile. Come cintura si era annodata una corda”.

I fiocchi che iniziano a volteggiare nell’aria, farà rompere a Tappei il giuramento del silenzio, troppo felice per non tornare da O Rin e propiziarle la buona sorte di cui la neve è foriera. In quella distesa bianca, in cui il colore delle ossa si mescola con quello della neve, Tappei inizia la strada del ritorno. A Sette Valli cè qualcuno meno coraggioso di lui che di dosso si strappa le dita aggrappate del padre, preparandosi a farlo rovinare in una scoscesa e profonda valle. Il gracchiare dei corvi seguirà quell’infernale cerimonia.

La vita nel villaggio, ora che è giorno, ha ripreso il suo corso.

Nell’aria  riechieggiano parole di antiche canzoni generatesi nelle notti dei tempi, quando i vecchi venivano abbandonati e quando le reazioni a questo evento potevano essere assai diverse.

La morte si affronta con serenità e determinazione come nel caso di O Rin.

La morte fa paura, va calciata e respinta come nel caso del padre del figlio della Casa del Soldo, che la sera della partenza verso Narayama riesce a rompere la corda che lo legava e a tentare di fuggire, esattamente come cerca di reiterare a Sette Valli.

Chi resta al villaggio sa già che O Rin non tornerà più. Matsu-yan ha annodato intorno al suo pancione la cintura a righe che O Rin aveva portato sino al giorno prima. Il padre del futuro nascituro, scompostamente sdraiato a terra, ha sulle spalle il vestito foderato di ovatta che O Rin aveva premurosamente piegato con cura.

Perché O Rin, sotto la neve, sa che la sua sorte sarà buona, e la corda, non già la cintura a righe, potrà esserle amica.

Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Paolo Giordano (2008)

La solitudine dei numeri primi, Mondadori

Il bandolo è la violenza. La matassa è la vita.

Alice e Mattia – i due numeri primi gemelli – una violenza subita, la prima, ed una agita, il secondo.

Per entrambi la mancata rielaborazione del dramma, ombra tragica che incombe sul percorso della vita in divenire.

Una bambina, un bambino. Una ragazza, un ragazzo. Una donna, un uomo. Due destini le cui strade si incontrano perché “lui rifiutando il mondo e lei sentendosi rifiutata dal mondo, si erano accorti che non faceva poi una gran differenza”.

L’incomunicabilità del dolore subito, ma non sufficientemente sofferto, peserà come un macigno su Alice e Mattia, chiusi nella loro bolla diautoesclusione dal mondo. Quella violenza originaria è ora una soluzione disponibile a tutti e due per vivere la vita.

Alice mediante l’anoressia, sottile, giocata con astuzia, ma non sufficientemente per nascondere l’annullamento della propria femminilità quando tenta l’esperienza matrimoniale con uomo che non ama, “perché l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta”.

Mattia mediante l’autolesionismo che prende il sopravvento in forma spontanea ed automatica ogni qualvolta c’è la richiesta di un contatto, una relazione, un avvicinamento.

“… la pelle delle mani gli era diventata così asciutta che l’unico modo per accorgersi che quegli arti erano ancora i suoi era di passarci sopra una lama.”

”Dimmi cosa hai fatto alle mani. … Vuoi davvero sapere cosa ho fatto alle mani? … Allora guarda qui … Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò nell’incavo tra l’indice e il medio e lo trascinò giù fino al polso”.

L’impenetrabilità di Mattia, la sua chiusura, l’ordine protettivo del suo mondo numerico lo mantengono ad avere come referente unicamente se stesso, annullando ogni possibile accoglienza dell’altro che lo vorrebbe come soggetto d’amore.

Ma violenza anche sullo sfondo di queste due vite, scure pennellate di atteggiamenti che rinforzano la solitudine dei due numeri primi gemelli.

Genitori assenti, travolti anch’essi dalla propria sofferenza che impedisce di ricevere corpo, volontà e progetti dei figli. “Lo sai che è soltanto colpa tua se io sarò così per sempre. Il padre di Alice appoggiò la forchetta sul bordo del piatto. Con una mano si coprì gli occhi, come se stesse riflettendo profondamente su qualcosa. Poi si alzò e uscì dalla stanza. … Fernanda disse oh Alice, senza compassione o rimprovero, solo scuotendo la testa rassegnata. Poi seguì il marito nell’altra stanza”.
“La lettera era indirizzata al Dott. Mattia Balossino .. Sua madre non gliel’aveva mostrata fino a cena, forse per l’imbarazzo di averla aperta senza permesso. Non l’aveva fatto apposta, non aveva nemmeno guardato il nome del destinatario: Mattia non riceveva mai posta. … la madre di Mattia sentì un calore avvampare alla faccia. Si accorse che non aveva a che fare con il timore di perderlo. Al contrario, desiderava con tutte le forze che lui accettasse, che sparisse da quella casa, dal posto che ogni sera a cena occupava di fronte a lei, con la sua testa nera crollata verso il piatto e quell’alone contagioso di tragedia che lo circondava”.

Amiche spietate tra cui Viola, modello su cui Alice pone il suo desiderio di identificazione, e che dimostra essere in realtà una capetta meschina che le amiche “le aveva scelte una per una e da ognuna aveva preteso un piccolo sacrificio, perché la sua amicizia te la dovevi meritare”.

E quando arriva il turno di Alice le sarà riservata una prova umiliante: una caramella al gusto di fragola che “Viola, tenendola tra pollice e indice … trascinò lentamente lungo tutta la parete … a filo dello spigolo, dove lo sporco era coagulato in batuffoli di polvere e grovigli di capelli … si avvicinò al lavandino, dove le ragazze si sciacquavano le ascelle e la faccia dopo l’ora diginnastica. Con la caramella raccolse la mucillagine biancastra che ricopriva la parete interna dello scarico …Tornò di fronte ad Alice e le mise quella schifezza sotto il naso … Alla fragola, come volevi tu”.

Ma violenza anche come possibilità relazionale perché chi non sa riconoscersi nel proprio destino, diverso da come lo si sarebbe voluto, ci si avviluppa come in una prigione che resiste ad ogni possibile cambiamento.

Violenza quindi per chi ama e non può essere riamato.

Denis, amico omosessuale, compagno di banco innamorato di cui “in tutta la durata della loro amicizia Mattia aveva pronunciato il nome sì e no tre volte, perché Denis era sempre vicino a lui, come un’estensione naturale dei suoi arti”, ma che non può ottenere nulla a proprio favore.

“Aprì il libro di storia a caso e iniziò a studiare a memoria la sequenza di tutte le date che trovò stampate da quellapagina in poi. Quell’elenco di cifre, messe in fila senza un senso logico, formò una striscia sempre più lunga nella sua testa. Seguendola, Mattia si allontanò lentamente dal pensiero di Denis in piedi nella penombra e si dimenticò del vuoto che adesso stava seduto al suo posto”.

Fabio, marito di Alice, scoprirà la circolarità ineluttabile del far male “Lui prese la confezione in cartone del riso … Inclinò il pacchetto e il riso comiciò a rovesciarsi a terra …Alice tirò uno schiaffo allo stinco di Fabio. Lui reagì scuotendo la gamba con forza e colpendola con un calcio appena sotto la spalla sinistra. Il ginocchio difettoso di sua moglie fece quel che potè per tenerla su, si piegò prima avanti e poi indietro, come un cardine disassato, e poi la lasciò cadere a terra”.

Nadia, che riesce a far vivere a Mattia la sua prima notte d’amore, un istinto “che venne fuori con violenza e guidò i suoi gesti con sicurezza”. Ma nell’ascolto del sonno di lei “Mattia pensò che se il rapporto tra i periodi dei loro respiri era un numero irrazionale, allora non c’era alcun modo di combinarli e trovare una regolarità”.

E così, tra i goffi tentativi di liberarsi dalle proprie catene, si conferma l’inesorabile sorte dei numeri primi: “ I numeri primi … sono numeri sospettosi e solitari. …tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero”.

Anche Alice e Mattia ingaggiano seduttive danze per aggirare l’incomodo ostacolo che sta fra loro nel mezzo, con la fatica estrema di dover ogni volta inventare un nuovo passo e ogni volta dover prendere coscienza che quell’ostacolo da lì non si potrà mai smuovere, perché, come è nella logica della successione numerica, tra l’11 e il 13 il numero 12 è ineluttabile.

Alice Munro, The bear came over the mountain (da: Nemico, amico, amante …, Einaudi) | TartaRugosa


TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alice Munro (2001)
The bear came over the mountain
tratto da: Nemico, amico, amante
, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

Questa è una storia di memoria. Una memoria particolare.

Una memoria che appartiene a un tempo senza orologio, dove passato e futuro non offrono più la continuità temporale lungo la quale è possibile conservare un ordine esistenziale. E allora può succedere che in questo caos frammentato, senza il ricordo di ciò che è stato e l’incapacità di immaginare ciò che sarà, chi si muove brancola alla ricerca di un significato al proprio esistere.

Questa è una storia che si condensa nella unica, volubile memoria del presente, la sola memoria valida per chi imbocca il percorso del deterioramento cognitivo.

Lagoverde è il nuovo teatro dell’azione, dopo che la casa di Fiona si è trasformata, ai suoi sensi, in un luogo astratto e privo di riferimenti certi e sicuri.

L’ingresso nella “costruzione spaziosa con i soffitti a volta, dall’aria eternamente profumata di un vago aroma di pino” esige un’insindacabile regola: “I nuovi residenti non devono ricevere visite per i primi trenta giorni … il minimo necessario per ambientarsi”. Un sacrificio richiesto per evitare la sofferenza dei ripensamenti, dei rientri a casa e dei rinnovi delle procedure di inserimento, quando nuovamente la permanenza al domicilio diventa impossibile.

Che cos’è un mese se non un tempo diviso, frazionato in settimane, giorni, ore, minuti?

Che cos’è un mese per Fiona se non un tempo infinito, costituito dall’attimo testé percepito, che non si aggancia alla nostalgia dell’ieri e alla speranza del domani e che incunea solo il presente nella memoria effimera di ciò che si offre allo sguardo?

Nel campo visivo di Fiona appare Aubrey, il nuovo oggetto d’amore che non le richiede la storia di cinquant’anni vissuti con Grant per assumere la significazione di un sentimento forte, passionale, complice e protettivo.

Aubrey è lì, a Lagoverde, e vive accanto a Fiona nel presente che accade, motivo più che sufficiente per determinare quella tensione affettiva cui Fiona ha sempre aderito. Con Grant. Quello stesso Grant che ora, nel suo irrimediabile presente assume le sembianze “di un visitatore assiduo con un interesse particolare alla sua persona. O forse addirittura come una seccatura a cui, in base alle sue vecchie regole di cortesia, occorreva evitare che si accorgesse di esserlo”.

Grant rimane uno spettatore cui è vietato “pretendere di sapere da lei se lo riconoscesse come il marito di quasi cinquant’anni vissuti insieme”.

Così è il tempo a Lagoverde.

Dapprima scambiato per un nuovo arrivato nella piccola comunità, Grant potrebbe rivestire il ruolo di uno che conta, qualcuno che potrebbe intervenire in modo risolutivo affinchè Aubrey non se ne vada da Lagoverde.

Perchè Aubrey è marito di Marian e il suo soggiorno nella casa di cura è provvisorio in quanto Marian desidera condividere con lui la propria esistenza nonostante la malattia, non foss’altro per le insufficienti condizioni economiche, piuttosto che per un sincero sentimento amoroso.

E arriva il giorno della partenza di Aubrey.

Il presente si spezza. Quella memoria senza connessioni e senza progetti si incrina.

Fiona vive la nuova solitudine senza riuscire a farla abitare in un tempo ragionato. In quella sequenza di attimi che accadono non vede più Aubrey.

“Grant non ebbe fortuna. Fiona sembrava aver sviluppato un’antipatia nei suoi confronti, anche se si sforzava di mascherarla. Forse ogni volta che lo vedeva, le tornavano in mente gli ultimi minuti con Aubrey, quando gli aveva chiesto aiuto e lui non gliel’aveva dato”.

Quanto è misurabile l’intensità di un sentimento se l’Altro verso cui è diretto non possiede più gli strumenti per accoglierlo e corrisponderlo?

Grant non è stato un marito probo e fedele. Incline alle tentazioni, più volte ha ceduto ad ammiccanti inviti, consumati senza particolare convinzione e facilmente sgomberati dal cassetto dei ricordi. Ma poi “finito il periodo delle scappatelle nevrotiche … una vita nuova era una vita nuova”.

Com’è possibile dimostrare il proprio amore se l’Altro è lontano dal tempo e dallo spazio della traiettoria della vita?

Grant non vuole assistere alla dirompente sofferenza di Fiona e chiede a Marian di ipotizzare un ricovero definitivo anche per Aubrey.

E ora sul palcoscenico quattro personaggi ricercano un senso: Fiona e Aubrey sono ricettori passivi del qui e ora che transita in loro prossimità. Grant e Marian sfiorano, ognuno a modo suo, l’idea di un appuntamento possibile fra due persone più o meno sole.

Ma che cos’è una memoria che è vittima di un tempo senza orologio?

“Le cose cambiano di giorno in giorno e non ci si può fare niente. Capirà come funziona quando incomincerà a venire regolarmente. Imparerà a non prendersela. A vivere alla giornata” aveva commentato l’infermiera Kristy a Grant, quando, allo scadere del mese iniziale, aveva trovato avviata la nuova relazione tra la moglie e Aubrey.

“Un bel giorno ti senti salutare … così all’improvviso, sono completamente normali. Ma non dura molto. Non fai in tempo a dirti, però, è guarito, che gli va via la testa di nuovo. Di colpo”.

E ora che Grant vuol restituire Aubrey a Fiona, le lancette dell’orologio momentaneamente riprendono il loro cammino, riportando la memoria di Fiona in una consapevolezza che probabilmente durerà un lampo. Quel balenio di tempo sufficiente a ritrovare e partecipare un legame eterno, indifferente alla malattia che cancella la propria identità.

Di Sarah Polley, sugli schermi, il film Lontano da lei, con Fiona interpretata da Julie Christie.

Cormac McCarthy (2007), La strada, Einaudi | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cormac McCarthy (2007)

La strada, Einaudi

Traduzione di Martina Testa

Questo è un libro duro e spietato.

Solo grazie alla magistrale penna di McCarthy è possibile addentrarsi nel gorgo dell’apocalisse senza farsi troppo male.

Non c’è un “prima” che introduce allo scenario.

Si è subito immersi in una spettrale massa di cenere, di grigio. E fa sempre freddo, tanto freddo. Non esiste la luce. Anche quella del giorno è bianca, opaca, così come il colore del mare non è blu.

Qualsiasi rappresentazione umana sull’ipotesi di una catastrofe universale trova appagamento in queste 218 pagine costruite sulla maledizione di essere vivi.

Un uomo e un bambino catalizzano la trama della sopravvivenza. Una pistola sempre a portata di mano, solo una volta servita ad abbattere il nemico. L’ultimo proiettile potrebbe essere solo per difendere la propria dignità di essere umano ed evitare di soccombere per mano altrui: “Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito?”

Un uomo, suo figlio e un simbolo di una modernità smarrita: un carrello del supermercato. Una residualità macabra da spingere lungo chilometri e chilometri di strade e sentieri alla ricerca del Sud.

Nella tragicità del faticoso percorso riemergono, quasi per caso, spezzoni di ricordi che allargano la conoscenza di quel padre e del di lui figlio. Una madre ha partorito poco dopo che tutto era successo e non ha resistito al poter verificare quel che sarebbe stato il seguito. E un padre che invece resiste per far portare il fuoco a quel bimbo, che vediamo lentamente maturare, sino ad assumere, se non sostituire, le responsabilità paterne. “Non tocca a te preoccuparti di tutto. Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse. Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me”.

Terra arida, ceneri di un mondo defunto che non esiste più, salvo funeree apparizioni di luoghi un tempo abitati, devastati e derubati da qualsiasi cosa utile alla sopravvivenza.

Anche in questo nuovo domani però, poche ma inquietanti persone fanno la loro comparsa, confermando l’eterna spartizione degli opposti. I buoni e i cattivi.

Lo spartiacque è la fame. Orribile. La frenetica caccia al commestibile, sempre più raro a trovarsi.

E per alcuni l’unica opportunità è l’altro che incrocia sul suo cammino.

Il bambino emaciato e consunto non appartiene a questa categoria. Ne è terrorizzato e sa che non ha più senso fingere di non vedere e non capire.

La pietà ha sempre su di lui il sopravvento: non si strappa di dosso la fame, ma nemmeno la visione di chi si trascina allo stremo.

Poche le righe di felicità alla scoperta di un segreto deposito dove giacciono “casse su casse di cibo in scatola. … Cos’è tutta questa roba, papà? E’ roba da mangiare”.

Ma poi occorre ripartire. Di nuovo il buio, il gelo, la pioggia, la cenere.

Padre, figlio e la desolazione.

Arriva il momento di congedarsi. L’estremo addio e l’impegno di portare il fuoco.

Potrebbe essere questa la fine della storia.

Ma la vita è più forte della morte.

McCarthy ci regala una briciola di illusione in un nuovo incontro.

“Come faccio a sapere che sei uno dei buoni? Non puoi. Devi fidarti. … Tu porti il fuoco? …Sì, portiamo il fuoco. Ci sono anche dei bambini? Sì. Anche un maschio? Abbiamo un maschio e una femmina… E non ve li siete mangiati. No. … Posso venire con voi? Sì che puoi. Allora OK. OK”.

Nel mistero di una cosa che non si può più rimettere a posto, la timida speranza di qualcosa che si può ancora fare.

Da leggere sull’onda delle vibranti note del Requiem di Mozart.



  • Su questo libro, in evidente sincronicità, ha scritto anche Prisma