Camminatori di musica del 2006

Ogni fine anno mi affido con fiducia al sondaggio che Musica Jazz pubblica nel numero 1 di gennaio, per vedere se “c’è qualcosa di nuovo nel jazz”.
Ma purtroppo anche quest’anno non trovo nulla di nuovo.
Questa musica che nel corso di tutto il ‘900 ha inseguito le nuove frontiere è ferma, bloccata nei suoi archetipi stilistici. E’ come se la globalizzazione e le contaminazioni dei gusti e dei generi avessero molto nuociuto agli sviluppi inventivi.

Il disco dell’anno per Musica Jazz è “Sound Grammar” di Ornette Coleman. Invecchiato bene, ma immobile dentro il cervellotico free. Un disco per i nostalgici delle effrazioni degli anni ‘60. Per quanto mi riguarda: inascoltabile se non la prima volta.

Il musicista italiano dell’anno è Stefano Bollani. Simpatico (ora ancora di più, da quando si è tagliati i capelli crespi alla rasta), bravo pianista, indubbiamente. Uno che rinnova il buon gusto del ridere, come faceva Louis Armstrong e Fats Waller. Ma lo sento più come un giocoliere della tastiera che un fantasioso creativo. Però Bollani ha un punto in più dalla sua : una moglie bellissima e bravissima con una voce incredibile e una capacità d’uso della vocalità che mancava alle italiane. Prego ascoltare (per credere) “Over The Rainbow” nel cd “Musica Nuda 2. Sì: Petra è la giusta compagna di Stefano. Bella coppia.

[youtube:http://youtu.be/-jNkXbC8hho%5D

Poi fra gli italiani ancora (un po’ indietro) Enrico Rava: che mi sembra solo ricordabile per il suo “Rava Carmen” di parecchi anni fa. Posso solo immaginare la noia mortale di “Back To da Capo” della Lydian Sound Orchestra, che si rifanno alle incomprensibili (ai più) teorie di George Russell.

Cercherò fra i “giovani talenti”: ma in passato li ho visti effimeri e ripetitivi.

Sì c’è ancora Keith Jarrett con il suo “The Carnegie Hall Concert”. Ma qui la grandezza e durevolezza sono sempre sicure: siamo i contemporanei di un genio. Ora, poi, Jarrett sta meglio di salute (anche se è molto dimagrito)  tratta meglio il suo pubblico, è paziente. Invecchia bene e spero che invecchi ancora a lungo. Ci darà ancora perle di competenza tecnica ed artistica. Farà sicuramente del bene … Però, anche lui, quanto è più grande negli standard riletti e reinterpretati, piuttosto che in quei virtuosismi dei tasti!

Ancora nell’elenco di Musica Jazz vedo gli svedesi  E.S.T. – Esbjorn Svensson Trio relegati dai critici del sondaggio al sesto posto delle Formazioni dell’anno. Santo cielo, quando questi critici si decideranno a volere un po’ di bene agli ascoltatori! Tutti presi nelle loro “colte senz’anima” esercitazioni di scrittura bocciano gli E.S.T. che invece fanno bella musica jazz. Musica ascoltabile, musica che fa  piacere alla mente. Musica che crea, rielabora, lavora dentro. Insomma: jazz che va avanti, che cerca non solo l’invenzione di rottura, ma anche il piacere dell’ascolto. Ma cosa è la musica per costoro? E’ solo studio, scavo filologico o dovrebbe anche inseguire il principio del piacere” ? Forse occorre stare lontano dai critici. E, caro lettore, guarda che non sto facendo il critico. Io sono solo un ascoltatore. Uno che passa tutto il suo tempo (di lavoro, di viaggio, di studio, di amore, di pre-sonno) immerso nella musica.

In conclusione: anche quest’anno niente di nuovo nel jazz.
E allora per ricordare musicalmente il 2006 devo andare indietro. Ai “fondamentali” e a quelli che anno reso più belle le mie ore. 

Il mio Album dell’anno è il “Live at Montreux 1976” di Nina Simone. Con unLittle Girl Blue” cantato centinaia di volte dopo il 1957 e questa volta volta in modo diverso, e un Feelings” che da quando l’ho deposto su Youtube (con i rischi della violazione dei diritti editoriali)  nel novembre scorso ha già raggiunto 15.000 visitatori. Caro lettore se non l’hai vista e sentita, vacci. Ne uscirai cambiato

Anche quest’anno, come in quello prima, fra i preferiti e molto ascoltati c’è“ Music In The Key Of Om di Jack DeJhonette. Qui il batterista che sa  far vibrare i suoi strumenti come pioggia armonica è al servizio della moglie in un pezzo di un’ora terapeutica. Un massaggio per la mente. Perfetto per anticipare i sogni. Un evergreen che va oltre la new age, la tonifica e un po’ la eternizza. Solo un jazzista di qualità poteva farlo.

Poi ho scoperto i Blue Nile. Sì, lo so, sono musicisti di qualche anno fa, hanno fatto solo quattro dischi. Ma che ci volete fare, io sono un po’ tardo. A 58 anni non conosco ancora i Beatles (e so che non ci perdo niente). Che musica quella dei Blue Nile!! Li consiglio tutti, ma in modo particolare “Hats” del 1989. Ma anche “Peace at Last”, “High”, “A Walk Across The Rooftops

[youtube:http://youtu.be/0FZ_j5QOLAY%5D

Come pure è stata una scoperta tarda quella dei Penguin Cafè. Uno per tutti: “Broadcasting From Home”. In cui il pezzo “Music for A Found Harmonium” è storico. Grazie a Piero Scaruffi (questo sì un archeologo-filologo custode della musica del ‘900) per averlo suggerito nei suoi severi cataloghi.

Fra gli italiani c’è l’antologia “The Best” di Jannacci. Figuriamoci: sono cresciuto con Jannacci. E’ un personaggio mitologico. Ma c’è anche Zucchero, che con “Bacco Perbacco” nel cd  “Fly” farebbe ballare anche un artritico. E Lucio Dalla che con la raccolta della sua vita “12.000 lune” ci racconta quanto con le sue storie lunatiche ci ha fatto divertire, ballare, pensare.

Un’altra mia “scoperta” sono i The Black Heart Procession. Notevoli, notevoli. Ascoltate “The Spell”: converrete. Oh se converrete !

Ma è proprio vero che non c’è niente di nuovo nel jazz? 

No, qualcosa c’è e arriva dall’Australia. I The Necks nel 2006 hanno pubblicato“Chemist”. Tre pezzi che contaminano jazz e minimalismo. Scultori della musica. Mi sembra di vederli nel loro laboratorio, dove girano attorno alle composizioni e decidono swing di partenza, passaggi, plot e conclusione. Viaggiatori del suono. Grandi! E chiamiamoli per nome: Chris Abrahams, Tony Buck, Lloyd Swanton. Ciao cari … alla prossima!

E c’è anche “Tuesday Wonderland” dei citati E.S.T. – Esbjorn Svensson Trio. Qui ci siamo: c’è swing, c’è interplay, c’è pulsazione. Il cuore batte.

Nel pop-rock melodico sento i The Czars. Il ragazzo è stato 7 anni in Germania, non so cosa abbia imparato e sentito lì, ma poi è tornato negli Usa e ha cominciato a mandare fuori cd bellissimi. “Sorry I Made You Cry” è del 2005. Ma il pezzo “Strange” ti butta sopra le nuvole. Da lì si vede il mondo di sotto.

L’autore dell’anno, il folk-singer da Oscar è Matt Elliott“The Mess We Made” del 2003, “Drinking Songs” del 2005 e “Failing Songs” del 2006.Chitarra e voce romantica, melanges musicali di gusto fine. Per camminare, per  stare in soggiorno con le imposte socchiuse, in auto di notte. Che giovane grande o grande giovane è Matt Elliott! Grazie. Una meteora cui auguro di trasformarsi in stella. Bonne chance

Infine occorre ricordarmi dei Pink Martini. Visti e sentiti a Zurigo a sprigionare allegria. Specialisti del restauro melodico di tutte le tradizioni: sudamericane, italiane, francesi, dell’est, giapponesi. Un gruppone di fantastici strumentisti comandati dal quel folletto fiabesco del piano che è Thomas Lauderdale e che creano la situazione favorevole alla divina China Forbes. C’è qualcosa di nuovo che arriva dal melodico: vengono da Portland – Usa. Sono i Pink Martini: “Hang on Little Tomato”, “Sympatique”. Due dischi. Solo due dischi. Ma che dischi!


Altri punti di vista sul Jazz d’annata:

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.