Nulla due volte (Wislawa Szymborska)

Nulla due volte accade
Né accadrà. Per tal ragione
Nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
Della scuola del pianeta
Di ripeter non è dato
Le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
Qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca … HERMAN HESSE

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in sé stessi la loro legge e il loro cammino.

Una passeggiata nell’Italia dell’anima, di Eliana Di Caro, Il Sole 24 ore domenica 6 giugno 2021. Recensione di: Nanni Delbecchi, Quattro passeggiate. Lucca, Milano, Roma, Venezia, Alberti editore, 2021

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Cinema, di Ludovico Einaudi.

Cinema di Ludovico Einaudi. Ansa: «Con una carriera che dura da tre decenni e più generazioni, la musica del compositore e pianista Ludovico Einaudi è diventata una delle più riconoscibili al mondo. Oggi, per celebrare i suoi successi cinematografici, Decca Records annuncia Cinema, una nuova raccolta di opere musicali realizzate da Einaudi e utilizzate in film e tv. […] Cinema presenta 28 brani dal grande e piccolo schermo, tra cui InsidiousSense8This is England e le quattro composizioni inserite nella colonna sonora di Nomadland. La regista Chloé Zhao […] ha spiegato […] come ha scoperto per la prima volta la musica di Einaudi: “Sono andata online per cercare musica classica ispirata dalla natura […] (mi ha portato a) un video su YouTube della sua Elegy for the Arctic. Ho quindi iniziato ad ascoltare Seven Days Walking e sono rimasta stupita da come sentivo che Ludovico stava camminando sulle Alpi. Mi sembrava che lui e il personaggio di Fern camminassero parallelamente”. Florian Zeller, regista di The Father, spiega che “il motivo per cui volevo davvero lavorare con Einaudi è il modo in cui usava i violini. Volevo avere un filo d’oro simile a un violino per tutto il film. Quindi, era una composizione molto delicata. In un certo senso, quasi impercettibile […] È il padrone di quel territorio, del quasi impercettibile”. Anche Russell Crowe, i registi Shane Meadows (This is England), Éric Toledano (Quasi amici) e altri hanno parlato di come hanno scoperto per la prima volta la musica di Einaudi e dell’impatto emotivo che ha avuto su di loro. “Dicono che la mia musica sia cinematografica… È sempre interessante per me vedere la mia musica combinata con le immagini – spiega Einaudi in una nota –: è come riscoprire la lettura della mia musica con una prospettiva diversa”. Nel cofanetto ci sono anche due brani inediti, My journey (scritto per The Father) e The water diviner (per l’omonimo film con Crowe)».

Il Cimitero monumentale di Milano. Itinerari artistici e culturali di Carla De Bernardi e Lalla Fumagalli (Hoepli)

in libreria Il Cimitero monumentale di Milano. Itinerari artistici e culturali di Carla De Bernardi e Lalla Fumagalli (Hoepli). Paola D’Amico sul Corriere della Sera: «Ospita le opere di Medardo Rosso e Giannino Castiglioni, di Gio Ponti e Giacomo Manzù, di Alik Cavaliere e Piero Portaluppi. E tanti altri ancora. Che il Cimitero realizzato su progetto di Carlo Maciachini nel 1866 per la città di Milano sia per definizione un museo a cielo aperto famoso in tutto il mondo è cosa nota. Inedito è invece il racconto tematico che ne viene fatto per la prima volta grazie al libro Il Cimitero monumentale di Milano. Itinerari artistici e culturali (Editore Ulrico Hoepli, pagine 216, € 19,90) di Carla De Bernardi e Lalla Fumagalli, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Associazione Amici del Monumentale. Il volume […] racconta di angeli e Ultime cene, deposizioni e fanciulli, musicisti e scrittori, e lo fa proponendo dieci coinvolgenti “passeggiate” (di due ore ciascuna) che prendono per mano il visitatore con mappe accuratissime e la riproduzione fotografica delle opere, svelando un Monumentale ancora sconosciuto attraverso quasi due secoli di storia dell’arte e del costume. Dopo la prima passeggiata generale, che tocca in 31 tappe alcuni dei capolavori custoditi in questa “piccola città” – come il globo di bronzo realizzato per la famiglia Goglio da Arnaldo Pomodoro o le sei statue di Giacomo Manzù per l’edicola Motta o la Nike del fondatore del Movimento spazialista Lucio Fontana per Paolo Chinelli –, ne seguono altre nove raggruppate in tre sezioni. La prima, “passeggiate nell’aldilà”, parla di anime, amore e angeli. La seconda è un tuffo nel “costume” del tempo attraverso la rappresentazione di bambini e fanciulli morti troppo presto, di genitori e figli, e della moda. Infine, ecco la storia vista attraverso i “protagonisti” che hanno fatto grande Milano: musicisti, editori e donne indimenticabili. Merito del volume, va detto, è l’accurata ricerca storica che ha permesso di attribuire una paternità certa a molte opere. […] “Amori eterni” […] è la passeggiata che porta ad ammirare i monumenti nei quali l’amore è celebrato in tutte le sue forme e permette di scoprire storie avvincenti, passate o recenti, cariche di passione e di bellezza. E così, congelati nel marmo o nel bronzo, ecco ultimi abbracci e struggenti commiati. Dolcissimo quello tra Giovanni Vittadini e Amalia Beretta, con uno sguardo senza fine; oppure il grande amore tra il fondatore del Partito socialista Filippo Turati e la rivoluzionaria Anna Kuliscioff, la dottora dei poveri: “Un masso erratico, con i nomi incisi a punteruolo – spiega la guida – e ricoperto di edera, simbolo di fedeltà, è la loro ultima dimora”».

Franco Battiato (1945-2021). La “cura” contro le paure e le ipocondrie. L’eros, la malattia e la psicoanalisi nel suo “cantico dei cantici, di Vittorio Lingiardi, in La Repubblica/Robinson, 22 maggio 2021

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Nel corso della sua lunga, meravigliosa carriera musicale Franco Battiato – scomparso nella sua Milo, in Sicilia, il 18 maggio – non ha fatto che ripeterci questo: “Ci vuole un’altra vita”. È un’ironia del destino che se ne sia andato proprio quando tutto, dopo lo stop irreale della pandemia, sembra riprendere il suo corso, e noi ci ritroviamo a chiederci chi siamo diventati e cosa vogliamo. Lui, Franco Battiato, non ha mai smesso di farci e di farsi questa domanda. Di cercare nuove strade, di inserire orizzonti e suggestioni nello spazio ristretto di canzoni che indicavano corrispondenze e aprivano mondi con l’espediente di un ritornello perfetto o con l’ampiezza di un’opera musicale. Al suo spazio nella nostra vita dedichiamo Robinson che trovate in edicola sabato 22 maggio con Repubblica

«La cura», di Franco Battiato (1945-2021)

Ti proteggerò
dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Franco Battiato (1945-2021). Cantante. Autore. Regista. «Il successo non mi convince». Inizi commerciali (con Bella ragazza partecipò a Un disco per l’estate 1969), passò poi alla sperimentazione (Fetus, 1971; Sulle corde di Aries, 1973). Nel 1979 l’album L’era del cinghiale bianco gli valse una larga popolarità, ampliata dai successivi Patriots (1980, con Prospettiva Nevski), La voce del padrone (1981, un milione di copie vendute, con Bandiera bianca, Centro di gravità permanenteCuccurucucu), L’Arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi 1985) ecc. Nel novembre 2015 l’«antologia definitiva» Le nostre anime (uscita in due versioni: una minore da tre cd e una maggiore da sei cd, quattro dvd, due libri e due poster), ideata per celebrare i primi 50 anni di carriera musicale. Ultimo album nel 2019, Torneremo ancora. «Ho scritto canzonette dai buoni testi e cose più serie. A volte scrivi per divertirti, altre ti interroghi sulla spiritualità. La verità è che certe canzoni, penso a Sentimiento nuevo che cantavo con Alice, erano un po’ delle cazzate. Cazzate divertenti e tendenti all’alto, ma pur sempre cazzate» (a Malcom Pagani) • Famiglia di pescatori. Dopo la morte del padre Turi – camionista e scaricatore di porto a New York – finì a Milano. Aveva 19 anni: «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Nel pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare». A quei tempi risale la prima, infausta canzone, L’amore è partito (1965), pubblicata con il nome di Francesco Battiato. «All’epoca facevo il chitarrista di Ombretta Colli in tour. Ma quella canzone non era mia, era una cover: mi disgustò» (a Leonardo Iannacci) • «Mi ricordo di un meraviglioso pianoforte che mi regalarono le suore all’età di 16 anni. Una mia amica mi disse che, dovendo liberare un convento, lo vendevano a basso prezzo. Mi presentai e la madre superiora me lo sbolognò senza pretendere una lira. Pensava fosse rotto e invece era solo scordato. Mi sentii felice» (a Pagani) • «È sempre stato inclassificabile, nei ’70 entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava. Il pubblico lo rincorreva inferocito» (Riccardo Bertoncelli) • «Dopo l’uscita di L’era del cinghiale bianco, a 35 anni, realizzai che qualcosa era definitivamente cambiato. A un concerto a San Giovanni Valdarno vennero in 20 mila. Sentii uno strano boato. Con il successo vennero i fan: una notte in albergo mi svegliai e trovai che avevano fatto entrare gente nella mia stanza per vedermi dormire. Volevo smettere» • «Lo so cosa dicono: “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”. Ho chiesto molto in questi anni a quelli che mi seguono. Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova. Non mi interessano le conferme, essere rassicurante per chi ti viene a vedere, dargli quello che vuole» • «Nel 1980, alla fine di un’esibizione delirante con 5.000 persone, Dario Fo mi aspettò all’uscita del concerto: “I tuoi testi non mi piacciono”. E io risposi: “E a me che cazzo me ne frega?”. Eravamo sullo stesso piano, a quel punto. Ma non mi ritengo intoccabile, anzi. Se mi avesse criticato in un’altra maniera avrei anche apprezzato. È sempre il modo. Si può essere critici senza essere brutali» (a Pagani) • Nel 1989 suonò in Vaticano per Giovanni Paolo II: «Mi chiamò un dirigente della Emi, Di Lernia: “A Battia’, te vole er Papa”. Era Giovanni Paolo II, andai volentieri» • Del 17 settembre 2017 il suo ultimo concerto, al Teatro romano di Catania: le ultime quattro date del tour vengono annullate per motivi di salute • A ottobre 2019 il manager Francesco Cattini, in occasione della promozione dell’ultimo album, ne annuncia il ritiro dalle scene. In un’intervista a Giammarco Aimi il suo storico collaboratore rivela: «Franco non lo sento più da un anno, perché purtroppo non riesce a capire quello che gli si dice» • Ha esordito nella regia cinematografica con Perduto amor, poi Musikanten (omaggio a Beethoven) e Niente è come sembra (stesso titolo di una canzone de Il vuoto), sceneggiato dal filosofo Manlio Sgalambro. Per qualche anno ha lavorato a un progetto cinematografico sul musicista Georg Friedrich Händel, per il cui ruolo aveva scelto l’attore tedesco Johannes Brandrup. Film che poi non ha girato • Altra passione di Battiato, la pittura: «Nella pittura vedo tutti i miei difetti, e mi interessa migliorare. Ne sono ingordo e non vedo l’ora di mettermi a lavorare» • Alla vigilia delle politiche 2006 fece sapere che avrebbe votato per la Rosa nel Pugno e ha poi aderito alla manifestazione dell’Orgoglio laico del 12 maggio 2007 • Assessore al Turismo della regione Sicilia da novembre 2012 a marzo 2013. Ha dovuto lasciare (sostituito nel giro di un giorno da Michela Stancheris, segretaria particolare del governatore Rosario Crocetta) per la frase pronunciata a Bruxelles a marzo e ritagliata a margine di un lungo ragionamento sui percorsi culturali: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa, dovrebbero aprire un casino» • Siccome da venticinque anni non si avevano notizie di sue storie d’amore, molti hanno sospettato che fosse omosessuale: «Ne dicono di tutti i colori. Possono dire quello che vogliono. Il rapporto più lungo che ho avuto è stato con una donna sposata, quindi era molto comodo per me mantenere la segretezza. Omosessuale? Io sono al di là di questi schemi, di queste categorie. Ho superato certe definizioni». «Una volta con una ragazza pensai anche: “Questa è quella giusta”. E poi cosa accadde? Uscii presto, comprai tre yoghurt, li misi in cucina e poi andai a fare una doccia. Una volta lavato, gli yoghurt non c’erano più. Li aveva mangiati tutti lei? Tutti e tre. Ora dico, se ne avesse lasciato almeno uno, avremmo parlato di altro. Ma li aveva fatti fuori tutti. Un saggio di egoismo, non solo simbolico. Tra noi la storia non poteva funzionare e infatti si arenò» (a Pagani) • È morto nella sua casa, Villa Grazia, a Milo, ai piedi dell’Etna. Lunedì aveva ricevuto l’estrema unzione dall’amico Orazio Barbarino, arciprete di Lingualossa • L’annuncio della morte è arrivato dalla famiglia. I funerali si terranno oggi in forma privata nella cappella della villa. Il corpo sarà cremato.

Battiato
di Stefano Bartezzaghi
la Repubblica
I cantautori erano o professori o agitatori di popolo o le due cose. Al loro tempo lui sperimentava, già sciamanico e follemente originale. Venne fuori quando il vento era già cambiato e seppe far, contestualmente, ballare discoteche e alzare stupiti sopraccigli in zona Adelphi. Cinghiali bianchi e “patriots” chiamati alle armi, Gurdjieff e la cassa in 4, sincretismi e sintetizzatori. E, certo!, parole: versetti tagliati in un’ironia sapiente se non sapienziale, che non sgorgava da alcuna fonte già nota. In fretta e quasi a caso se ne raccoglie un piccolo breviario, procedendo a frammenti come del resto usava lui, Franco Battiato, specialmente nella sua fase culminante e più pop.
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, / potete stare a galla”. Crociata a doppia valenza: fustigava gli ascoltatori come massa ma li lusingava come singoli. Se cogli l’idiozia contemporanea ne sei già un po’ meno partecipe.
Il mondo è grigio, il mondo è blu”: che venga colta o no, la citazione del pop del passato (qui: Nicola di Bari) incastona tasselli di luccicante e insensata attrattiva. Moretti ha poi adottato lo stesso metodo con le canzoni proprio di Battiato impiegate in suoi film.
Un giorno sulla Prospettiva Nevski / per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Il teorico del trash (e di ogni altra piega della cultura pop) Tommaso Labranca amava Battiato, ma non Prospettiva Nevski, che ritenne degna di una severa diagnosi di cialtronismo per la banalità dei riferimenti e degli abbinamenti. Cialtronismo, forse: ma fosse stato consapevole, volontario?
Mare, mare, mare, voglio annegare, / portami lontano a naufragare, / via, via, via da queste sponde, / portami lontano sulle onde”. Certi intermezzi, a rime baciate e sottofondi di archi (e persino in sospetto di criptocitazioni da Loredana Berté), paiono, all’indirizzo della banalità della canzonetta e dei suoi ascoltatori, strizzate di un occhio chissà poi quanto complice, o cinico, o clinico.
C’è chi si mette degli occhiali da sole, …”. Dal gioco di specchi, del resto, non si sottraeva neppure lui. Cantava quella canzone e intanto portava gli occhiali da sole: così ci ha saldato in testa un binomio da allora divenuto standard: “carisma e sintomatico mistero”. Ma il “free-jazz-punk inglese” sarà poi mai esistito davvero?
Over and over again / You are a woman in love”. Fosse un’attenta posologia zen o un istinto geniale, la fraseologia inglese da canzonetta senza senso qui segue immediatamente le frasi pesanti e pesanti: “Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”. Né l’universitaria maturata a pieni voti né il suo ex compagno di banco ritirato e avviato all’elettrauto si sentivano a disagio nel ballarla, assieme.
I desideri mitici di prostitute libiche, / il senso del possesso che fu pre-alessandrino”. Battiato offre spesso la gola ai parodisti, che hanno sempre morso invano. Per quanto assertive, le sue frasi, quelle da dileggio o quelle da scrivere sull’agenda (“ne abbiamo avute di occasioni, perdendole, / non rimpiangerle, non rimpiangerle mai”), non erano “messaggi”. Non lo fu neppure Povera Patria, dove sfiorò un suo ieratico engagement. Ma Battiato ha sempre detto altro, rispetto alle parole che cantava.
E ti vengo a cercare …” . Non ci sarà più nessuno capace di parlare della “mia essenza” , e non per sbadataggine ma con intenzione. Nessuno più prometterà e progetterà “supererò le correnti gravitazionali”. Come tutti i suoi colleghi Battiato al suo “tu” diceva “sei speciale”. Lui però in mezzo ci sapeva ficcare “un Essere”. Credo che la parola andasse in maiuscolo.
Stefano Bartezzaghi
Battiato
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
Franco Battiato era un pazzo: era convinto che il cane di casa fosse la reincarnazione di suo padre, e il gatto di sua madre.
Franco Battiato era un genio. Un giorno raccontò, sorridendo: «Ho passato gli anni 70 a fare vocalizzi ed esperimenti. Poi ho deciso di avere successo. Mi sono chiuso un mese in un garage a Milano, e ne sono uscito con La voce del padrone». Forse il disco più bello, certo quello di maggior successo mai inciso da un cantautore.
Franco Battiato era uomo di una rettitudine assoluta. Molto severo con i potenti e con la politica. Provò anche a farla, da assessore; ma capì presto che non era per lui. Disse che se a Catania avessero rieletto un sindaco che non stimava, avrebbe lasciato la città; e così fece. «Però il nostro giornale ti tratta sempre bene» gli obiettò uno scrittore. Lui rispose: «E tu credi che io sia così miserabile da giudicare le persone non per come sono, ma per come si comportano nei miei confronti?».
È stato il più colto e il più profondo tra i musicisti italiani. Pensava che i grandi artisti si parlassero tra loro, in varie forme. Ti faceva ascoltare l’Adagio di Telemann e La canzone dell’amore perduto di De André e diceva: «Senti? Sono uguali. Ma Fabrizio non ha copiato; ha ripreso un discorso interrotto. De André è stato anche un bravo astrologo». Astrologo? «Dilettante. Ma di grande acume».
Viveva a Milo, un posto bellissimo quindi adatto a lui, castagni e nuvole basse, a dieci minuti dal mare e a dieci minuti dall’Etna. Era molto diverso dalla sua immagine pubblica, un po’ distanziante: ad esempio era molto alto, disponibile, allegro e ricordava fisicamente il suo conterraneo Pippo Baudo.
Lo divertiva l’idea di essere nato in una città che non esiste più, Jonia, tornata dopo il fascismo a dividersi tra Giarre e Riposto. Famiglia di pescatori. Il padre, camionista e scaricatore di porto a New York, morì quando lui aveva 19 anni. Franco partì per Milano. «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Jannacci, Toffolo, Cochi e Renato, Andreasi, Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Tra il pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare, un giorno. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare».
Poi si mise in viaggio verso Oriente. Visitò il monte Athos e Konya, la città dei dervisci rotanti, lesse Aurobindo e Gurdjieff, studiò il misticismo sufi e il buddismo tibetano, arrivò vicino ai segreti della vita e della morte. Raccontava divertito che Finardi una volta gli aveva detto: «Ho cercato sull’atlante città dai nomi suggestivi per una canzone, ma le avevi già esaurite tu». Però l’ascetico Battiato è anche l’autore di Povera patria, un durissimo testo di denuncia civile datato 1991, ultimo anno della Prima Repubblica. Diceva: «La canto sempre. E quando cito i “perfetti e inutili buffoni” che abbiamo tra i governanti, si alza un applauso, più forte e lungo di quelli di allora».
Non era di destra, e si seccava quando lo scrivevano; ma era un anticomunista convinto. «I servizi d’ordine degli anni 70 erano uguali, non distinguevi gli estremisti neri da quelli rossi». E lei? «Io sono un proletario dello spirito. Non mi piace comandare, e non mi piace essere comandato».
L’autore di Prospettiva Nevski — canzone di commovente bellezza ispirata alla «grazia innaturale di Nižinskij», il più grande ballerino di ogni tempo finito in manicomio con l’ossessione di cadere danzando nella botola del palcoscenico, di cui si era innamorato «perdutamente» l’impresario dei balletti russi Diaghilev; una canzone che stamattina non si può ascoltare senza piangere — fece anche film e trasmissioni tv da titoli non esattamente pop, come Musikanten — dedicato a Beethoven, finisce con un incubo, un golpe planetario voluto da «una cordata di nazioni guidata dagli Stati Uniti, con al fianco l’Italia, che fondano il partito democratico mondiale» — e Bitte keine réclame, serie di interviste a mistici e maestri, tra cui Michelle Thomasson, moglie di Henri, l’uomo della sua iniziazione.
Volle imparare a dipingere: ritratti di amici, tra cui Roberto Calasso, su fondo oro. «Il pittore inglese Spencer Hodge mi insegnò a raffigurare le nuvole. Quando ho imparato, ho smesso».
Suonò per gli iracheni nel 1992, dopo la prima guerra del Golfo, cantando L’ombra della luce in arabo («Alla fine sollevai lo sguardo sulle prime file. Lacrimavano tutti»). Era convinto che le bombe nei mercati di Baghdad le mettessero gli americani. Però esecrava Saddam: «Non è un vero musulmano. L’ho capito dal modo sbagliato con cui si inginocchiava».
Suonò anche per Papa Wojtyla. Ratzinger gli stava simpatico: «Mille volte meglio la messa in latino di certe schitarrate in chiesa».
La sua religiosità non era riducibile a una religione. Credeva nella reincarnazione, anzi, ne aveva certezza «per via sperimentale. Ma non sono cose che si spiegano. Diciamo che attraverso i sogni si possono ritrovare atmosfere, luci; una stanza, una scrivania…». Pensava si potesse cadere nel regno animale, o innalzarsi al di sopra del ciclo delle rinascite. «Il cattolicesimo nega la reincarnazione, ma è un’impostura posteriore. Origene ci credeva, come i primi cristiani. E sono convinto che non solo gli hindu e i tibetani ma anche i mistici occidentali, san Francesco, san Filippo Neri, san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila, ne fossero consapevoli. Come Pitagora, Empedocle, Archimede…».
La magia invece non lo interessava. Meditava due volte al giorno ed era vegetariano: «Fin da quando avevo due anni non potevo accostarmi alla carne. Qualche volta ho mangiato pesce, ma poi la notte ho sognato di essere divenuto un pesce anch’io». A volte scherzava delle sue ricerche: «Secondo i saggi armeni l’essenza di ogni uomo è impressa nella sua carne, nel suo volto. Come dimostra l’onorevole La Russa».
Credeva negli angeli e in altri «dei intermedi», al di sotto del Dio comune alle varie religioni. Credeva anche al diavolo, che «è mancino, subdolo, e suona il violino». Anche Franco era mancino da piccolo: «In Sicilia lo consideravano un segno diabolico. Così mi legarono la mano sinistra per costringermi a usare la destra. Con una sciarpa di seta, però».
Non credeva in Darwin: «Ha scritto sciocchezze. Ha mai visto una scimmia diventare uomo? Penso che la materia sia nata per manifestazione della mente. La coscienza come primo principio dell’essere umano. Quando un uomo comincia a prendere coscienza della propria esistenza, si ribalta tutto. Allora hai la visione perfetta di quel che sei».
Scrisse una canzone molto amata, La cura, e un giorno chiarì che non si riferiva né al proprio corpo, né alla propria anima, ma all’anima della persona amata. Non chiariva però chi lui amasse: «I miei amici sono gli alberi, le piante, le rose, le nuvole…».
Una volta in una tv locale per metterlo in imbarazzo gli chiesero di cantare una canzone popolare siciliana, Vitti una crozza; lui ne intonò una versione stupenda e straziante, la storia di un vecchio giunto ai confini con la morte, sulla soglia dello spavento assoluto.
Della morte lui però non aveva paura. «Tornerò nella mia casa d’origine, dov’ero prima di venire sulla terra». E non era neppure pessimista sul nostro futuro: «Sono convinto che anche l’Italia rinascerà. Lo capisco dai miei concerti, dal silenzio assoluto con cui la gente ascolta le canzoni mistiche. Sono convinto che sapremo andare oltre la corruzione, gli scandali, la dittatura del denaro, l’egemonia delle cose materiali. Lo Spirito avrà la sua rivincita. Comincerà presto un’epoca in cui saranno più importanti lo spirito, la bellezza, la cultura. Che sono poi le grandi ricchezze del nostro Paese».
Franco Battiato era forse davvero un pazzo, ma un pazzo di Dio. Di sicuro, Franco Battiato era un genio.
Aldo Cazzullo

La porta aperta, ritratto di EZIO BOSSO a I dieci comandamenti, a cura di Domenico Iannacone, Rai3, 14 maggio 2021, ore 23

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Il mio sessantotto, testimonianze, interviste, ricordi, a cura di Sergio Bernardi, Vincenzo Calì, Giancarlo Salmini, edizioni U.C.T., Trento, 2021

PRESENTAZIONE del libro “il mio sessantotto”
di Giuseppe Ferrandi
Direttore del Museo Storico del Trentino
 
Questa pubblicazione mette a disposizione del lettore un consistente e qualificato numero di memorie che si concentrano sul biennio ‘68-’69.
Testimonianze dirette di coloro che hanno partecipato al Movimento Studentesco e alle lotte operaie dell’autunno caldo, con una naturale centralità di Trento e del Trentino, e riflessioni, principalmente sotto forma di interviste, per trattare, a cinquant’anni di distanza, l’eredità di quel periodo e della portata di quel biennio. In più occasioni si è ripetuto che, vista la distanza che ci separa dal ‘68, il Cinquantenario avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per storicizzare quella stagione. Grazie anche all’interesse suscitato dalla stampa e dall’opinione pubblica, sono numerosi i volumi pubblicati anche recentemente, dalla saggistica storica alla memorialistica. Molti di questi hanno messo in evidenza punti di vista originali, hanno cercato di interpretare avvenimenti così complessi e sfaccettati attraverso prospettive nuove.
Non si tratta più di celebrare o denigrare il ‘68, di contrapporre ad una visione nostalgica una invece che lo demonizzi in tutti i suoi aspetti. L’operazione che siamo tenuti a fare è di iniziare ad analizzare criticamente quell’esperienza, non tanto per sottrarsi alle rappresentazioni, molto spesso autoreferenziali, ma per ricostruire un contesto socio-culturale il più ampio possibile all’interno del quale inserire le memorie, come quelle raccolte in questo volume. Non è certo un compito facile. Il peso di una memoria “divisiva” sul tema del ‘68 – in Italia come in Trentino – è ancora ben presente e talvolta ingombrante, ma compito della storiografia è la sua rielaborazione.
La novità storiografica sta proprio in questa volontà di storicizzare il ‘68, farlo diventare un soggetto di ricerca autonomo. Per mettere in luce la densità e la specificità di questo avvenimento è necessario utilizzare il ‘68 come un punto di arrivo di un percorso e di una serie di esperienze, ma anche vederlo come un punto di partenza per raccontare una storia che si snoda a partire dagli anni Settanta e Ottanta e arriva ai giorni nostri. Diventa fondamentale, quindi, da un lato ancorare il ‘68 all’interno del suo decennio di appartenenza – gli anni Sessanta – con lo scopo di evidenziare le radici culturali, sociali, politico-economiche che hanno contribuito a creare quella spinta al cambiamento; dall’altro interrogarsi in maniera critica sulle contraddizioni del Movimento, i limiti, le zone d’ombra, ma anche sull’eredità, quello che ha lasciato, le conquiste, come quella volontà di rinnovamento abbia fertilizzato i differenti ambiti della società.
Il ‘68 ha rappresentato uno dei principali eventi globali della seconda metà del Novecento. Ovunque c’è stato un ‘68: dagli Stati Uniti all’Europa dell’Est, dalla Cina all’America Latina, da Berlino a Parigi, passando per Roma, Milano, Pisa, Torino e Trento. Una geografia di avvenimenti anomala rispetto ai classici movimenti sociali che eravamo abituati ad affrontare. Non c’è stato un unico centro focale ma, al contrario, esplodono simultaneamente tanti piccoli e grandi eventi che sembrano “parlarsi” reciprocamente tra loro pur nella loro diversità. Il ricorso alla World History, alla dimensione internazionale, consente di sottolineare le connessioni, gli scambi, i contatti, le pratiche e i consumi che si muovevano e si influenzavano a vicenda tra i contesti nazionali. Il ‘68, quindi, diventa una data spartiacque della storia del Novecento.
Ma non solo, ciò che ha caratterizzato molte pubblicazioni su questo periodo è l’aver messo in luce il rapporto tra la dimensione internazionale e quella locale. Questo “doppio sguardo” diventa una prospettiva di ricerca utile per evidenziare le diversità e le specificità dei moltissimi ‘68: differenze tra i contesti, differenze tra i soggetti coinvolti (gli studenti, gli operai, i giovani, le donne…), differenze anche di esperienze e di vissuti personali (conflitti generazionali, rapporti con la sfera religiosa, con quella sessuale, con l’educazione). Questo comporta inevitabilmente anche un arricchimento delle metodologie e delle fonti che si devono prendere in considerazione. Oltre ai documenti d’archivio e quelli che tradizionalmente usa lo storico, diventa fondamentale il ricorso anche alle fonti orali: le campagne di interviste, le storie di vita, i racconti di chi ha vissuto quell’avvenimento.
“Il mio ‘68” è, a questo proposito, un’operazione culturale ed editoriale meritoria. Innanzitutto perché mette in condizione il lettore di cogliere la pluralità di esperienze e di percorsi biografici. Le memorie e le interviste qui raccolte ci permettono di conoscere chi erano coloro che hanno preso parte – ognuno a modo loro – a quell’avvenimento. Ci consentono di dare un nome e cognome a questi “soggetti” della storia, forse troppo generici: i sessantottini, i giovani, gli studenti, gli operai, le donne, i preti.
A parlare non sono i leader o i dirigenti, ma quella che una volta era definita la base, i militanti, quelli che nei cortei non occupavano le prime file. Emergono, di conseguenza, una varietà di soggettività e di vissuti: i contesti familiari di partenza, le differenze di età, di genere – importantissime –, di classe, di origini sociali e di culture. Diventa fondamentale sottolineare questi aspetti poiché ognuno di questi elementi ha comportato un modo diverso di vivere quell’esperienza.
Le memorie ci restituiscono una pluralità di itinerari individuali, una storia corale all’interno della quale mettere in luce i distinguo, le diverse prese di posizione.
Non si parla più di un ‘68 (e ciò vale anche per l’autunno caldo), ma di qualcosa di più sfaccettato e plurale: il mio ‘68, per l’appunto.
Elenco in ordine alfabetico di scritti e testimonianze su “IL MIO SESSANTOTTO” che negli anni sono state raccolte da Sergio Bernardi, Giancarlo Salmini, Vincenzo Calì e Gigi Faggiani:
Walter Alotti
Tarcisio Andreolli
Liliana Armocida
Gaetano Bannò
Sergio Bernardi
Marco Boato
Sandro Boato
Federico Biesuz
Giovanni Bonora
Giuliano Bortolamedi
Vincenzo Calì
Sandro Canestrini
Roberto Cavallaro
Lucia Coppola
Mario Cossali
Magda Delaini
Renata De Genua
Bruno Dorigatti
Don Cristelli
Don Grosselli
Gigi Faggiani
Giuseppe Ferrandi
Giacomo Filippi
Rolando Filippi
Elio Fox
Enzo Fronti
Enzo Gardumi
Aldo Giongo
Giorgio Grigolli
Franco Janeselli
Renzo Job
Sergio Job
Paolo Lazzaretto
Michele Nardelli
Antonio Marchi
Luciano Martinello
Paolo Padova pablo
Enrico Paissan
Gianni Palma
Mario Pelz
Piaunich Gianni
Lorenzo Pomini
Sandro Rampa
Giuseppe Raspadori
Graziano Riccadonna
Giancarlo Salmini Carlos
Franco Sandri
Claudio Scaffia
Roberto Scoz
Loris Taufer
Paolo Tonelli
Sergio Valer

Faccio musica. Scritti e pensieri sparsi di Ezio Bosso (Piemme)

. Gian Luca Bauzano su Sette (Corriere della Sera): «Quasi un anno fa, il 14 maggio 2020, Ezio Bosso a 48 anni si è spento. Consumato dalla malattia oncologica che gli era stata diagnosticata nel 2011; perché non si trattava di Sla, come era stato riportato dai media e più volte da egli stesso smentito. Uno dei tanti fraintendimenti che hanno costellato la sua esistenza, di uomo e di artista; contro i quali, e assieme a una serie di pregiudizi, ha dovuto costantemente lottare. Bosso, categoria musicisti, artista a tutto tondo. Perché nel contempo era direttore d’orchestra e compositore: di colonne sonore, partiture sinfoniche, musica da camera e per balletto. […] Ezio Bosso era il risultato di quello che la critica definiva un “percorso musicale non accademico”, anche per la sua estrazione sociale: proveniva da una famiglia operaia di Torino, nato nella periferia dell’ex capitale sabauda. Un “ragazzino affamato di musica”, come si descriveva. Rubava la chitarra al fratello maggiore e chiedeva ai suoi compagni di insegnargli gli strumenti che suonavano. Le lezioni di canto prese dalla figlia di una vecchia zia ex cantante lirica. Il sogno, poi raggiunto, di salire sul podio della direzione d’orchestra. Ma tra gli intellettuali questo suo percorso non era mai stato vissuto come un personale fiore all’occhiello, piuttosto una sorta di lettera scarlatta. […] L’immagine pubblica di Bosso in realtà veniva filtrata perché non si scontrasse troppo con le dinamiche di un sistema culturale che preferiva “leggerlo” più come un outsider, piuttosto che parte di un circolo elitario. La scelta ora, prima che si cristallizzi un’immagine troppo “beatificata”, di pubblicare la sua non-autobiografia. Perché un’autobiografia non aveva mai voluto scriverla. “Però l’unico modo per raccontare Ezio era farlo parlare direttamente e senza filtri”, spiega Alessia Capelletti, curatrice del libro. […] Capelletti, figura di riferimento del mondo della comunicazione culturale e musicale internazionale sin dall’inizio degli anni ’90, dal 2016 ha gestito anche la comunicazione di Bosso. Subito dopo l’apparizione a Sanremo. “Uno degli episodi più devastanti nella sua esistenza. Me lo ripeteva in continuazione. Senza quella, però, non ci sarebbe stata quella notorietà mediatica che ha poi permesso di farlo apprezzare al grande pubblico”, rivela la curatrice. E Bosso ne era ben consapevole. Lo racconta nella sua unica vera “autobiografia”. Poche pagine, frutto di infiniti rifacimenti, scritte in prima persona per una presentazione discografica in Germania e presenti nel libro» (leggi qui).

Il maggio dell’Officina della Musica di Como – CiaoComo

…. Un nuovo progetto importante in fase di realizzazione “In questi giorni due associati dell’Officina, Cristiano Stella e Maurizio Salvioni, stanno ultimando un lavoro certosino. Grazie a donazioni, in larga parte quella fatta da Paolo Ferrario, possiamo disporre di circa 800 vinili, che loro hanno catalogato e ordinato. Questo e la realizzazione di uno spazio dedicato ci permetterà di aprire la prima mediateca in città. Chi vorrà concentrarsi sull’ascolto di un disco potrà farlo in tutta tranquillità in questo spazio, mentre se l’ascolto vorrà essere condiviso si potrà utilizzare la sala. Non sarà possibile il prestito, ma stiamo pensando a eventi collaterali da organizzare in Officina”. ….

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Il maggio dell’Officina della Musica di Como – CiaoComo

L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, …, Marcel Proust

L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancora freddi della settimana di Pasqua in cui lo gustavo di più perché ero appena arrivato a Combray: prima di lasciarmi entrare ad augurare il buongiorno alla zia, mi facevano attendere un istante nella prima stanza dove il sole, ancora invernale, era venuto a scaldarsi davanti al fuoco che, già acceso tra i due mattoni, avvolgeva tutta la camera in un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno di quei grandi “antiforni” di campagna o una di quelle cappe di camino dei castelli sotto le quali ci si augura che fuori rompano gli indugi la pioggia, la neve, magari qualche catastrofe diluviesca per aggiungere al conforto del riparo la poesia della reclusione invernale; muovevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto arabescato, sempre ricoperte con un poggiatesta all’uncinetto; e il fuoco, che cuoceva come una pasta gli odori appetitosi di cui l’aria della camera era tutta grumosa e già “lavorati” e fatti lievitare dalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li dorava, li gonfiava, li faceva bombare, trasformandoli in un’invisibile e palpabile leccornia provinciale, un immenso “calzone” nel quale, assaggiati appena gli aromi più stuzzicanti, più fini, più pregiati, ma anche più secchi, dell’armadio a muro, del cassettone, della tappezzeria a “ramages”, tornavo sempre con inconfessata ingordigia a invischiarmi nell’odore medio, appiccicoso, scipito, indigesto e fruttato del copriletto a fiori. 

Marcel Proust. DALLA PARTE DI SWANN. 
(Primo volume de “Alla ricerca del tempo perduto”). Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano. 
Tomo 1. Edizione diretta da Luciano De Maria e annotata da Alberto Beretta Anguissola e Daria Galateria. Traduzione di Giovanni Raboni. Prefazione di Carlo Bo. Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano. Titolo dell’opera originale: “A la recherche du temps perdu”. Prima edizione I Meridiani giugno 1983. 

(da https://mabastainsoma.blogspot.com/2019/11/marcel-proust_8.html)

Il lupo e l’agnello (Lupus et agnus), di Fedro

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus: tunc fauce improba latro incitatus jurgii causam intulit. Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti? Laniger contra timens, qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. Repulsus ille veritatis viribus, ante hos sex menses male, ait, dixisti mihi. Respondit Agnus: equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi. Atque ita correptum lacerat injusta nece.

Haec popter illos scripta est homines fabula, qui ficti caussi innocentes opprimunt.

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello. Il lupo era più a monte, mentre l’agnello beveva a una certa distanza, verso valle. La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: “Perché osi intorbidarmi l’acqua?”

L’agnello tremando rispose: “Come posso fare questo se l’acqua scorre da te a me?”

“E’ vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole”.

“Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato”.

“Allora” riprese il lupo “fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie”. Quindi saltò addosso all’agnello e se lo mangiò.

Questo racconto è rivolto a tutti coloro che opprimono i giusti nascondendosi dietro falsi pretesti.

Il lupo e l’agnello Lupus et agnus, di Fedro

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus: tunc fauce improba latro incitatus jurgii causam intulit. Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi istam bibenti? Laniger contra timens, qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. Repulsus ille veritatis viribus, ante hos sex menses male, ait, dixisti mihi. Respondit Agnus: equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi. Atque ita correptum lacerat injusta nece.Haec popter illos scripta est homines fabula, qui ficti caussi innocentes opprimunt.

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello. Il lupo era più a monte, mentre l’agnello beveva a una certa distanza, verso valle. La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: “Perché osi intorbidarmi l’acqua?” L’agnello tremando rispose: “Come posso fare questo se l’acqua scorre da te a me?””E’ vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole”.”Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato”.”Allora” riprese il lupo “fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie”. Quindi saltò addosso all’agnello e se lo mangiò.Questo racconto è rivolto a tutti coloro che opprimono i giusti nascondendosi dietro falsi pretesti.

Il lupo e l’agnello (Lupus et agnus)  di Fedro

Fu chiesto a Franco Basaglia: “Che cosa farebbe se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?” Rispose: Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”, 1998

Fu chiesto a Franco Basaglia:

“Che cosa farebbe se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?”

Rispose: Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”, 1998

Fu chiesto a Franco Basaglia: “Che cosa farebbe se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?” Rispose: Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”, 1998 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

A offendere, ricordalo, non è chi insulta o percuote, ma il giudizio che queste azioni siano offensive …

A offendere, ricordalo, non è chi insulta o percuote, ma il giudizio che queste azioni siano offensive.

Perciò, quando uno ti irrita, sappi che è la tua opinione che ti ha irritato.

Come prima cosa, quindi, cerca di non lasciarti trascinare subito dalla rappresentazione: una volta che avrai guadagnato un po’ di tempo per riflettere, potrai dominarti più facilmente

Epitteto, Manuale, XX

da

Esercizi di filosofia. Epitteto in aiuto per ATTENDERE E RESPIRARE PRIMA DI REAGIRE A UN GIUDIZIO – Antologia del TEMPO che resta

” Io sono io, la mia circostanza e le mie decisioni mi definiscono”, in Ortega y Gasset, dalle “Meditazioni sul Chisciotte”

” Io sono io, la mia circostanza e le mie decisioni mi definiscono”

Ortega y Gasset, dalle “Meditazioni sul Chisciotte”

da https://www.facebook.com/lamenteemeravigliosa/posts/io-sono-io-la-mia-circostanza-e-le-mie-decisioni-mi-definisconoil-titolo-di-ques/1296844467012265/

(segnalata da Simona Ri.)

STUART MILL, “Ciascun individuo è libero di fare ciò che desidera, purchè le sue azioni non danneggino la libertà degli altri”

STUART MILL, “Ciascun individuo è libero di fare ciò che desidera, purchè le sue azioni non danneggino la libertà degli altri”

da

STUART MILL, “Ciascun individuo è libero di fare ciò che desidera, purchè le sue azioni non danneggino la libertà degli altri” – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Il metodo dei “sei amici che mi hanno sempre spiegato tutto” di Rudyard Kipling: CHI? CHE COSA? DOVE? QUANDO? COME? PERCHE’?, Slides di Paolo Ferrario. #chichecosadovequandocomeperche

Il metodo dei “sei amici che mi hanno sempre spiegato tutto” di Rudyard Kipling:

CHI?

CHE COSA?

DOVE?

QUANDO?

COME?

PERCHE’?

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Il metodo dei “sei amici che mi hanno sempre spiegato tutto” di Rudyard Kipling: CHI? CHE COSA? DOVE? QUANDO? COME? PERCHE’?, Slides di Paolo Ferrario. #chichecosadovequandocomeperche – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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Regole sistemiche della BUONA COMUNICAZIONE e, a maggior ragione, della comunicazione internettiana, scheda (piccola) di Paolo Ferrario

mettersi d’accordo sull’oggetto della controversia

porre qualche limite all’oggetto della controversia

non interrompere colui che sta accusando (entro limiti ragionevoli di tempo direi: se il dilagamento è eccessivo occorre chiudere la falla)  

evitare massimamente di ritorcere un accusa diversa contro di lui (esempio nella comunicazione coniugale: MG “la devi smettere di far tardi al bar”, MR “e tu la devi smettere di parlare per ore al telefono con le amiche”)

concordare luogo e tempo dove la “conversazione conflittuale” deve avvenire. Ogni operazione di circoscrivere le zone del conflitto è salvatrice tenere le opportune distanze. Siamo esseri territoriali e l’invadenza dello spazio soggettivo porta a schiaffi, calci, unghiate (reali e virtuali).

non superare la soglia della vulnerabilità dell’altro. colpire sul tallone di achille porta alla morte dell’eroe

considerare un conflitto come il risultato di comportamenti comunicativi reciproci e non come una esclusiva “colpa” dell’altro

da:

Regole sistemiche della BUONA COMUNICAZIONE e, a maggior ragione, della comunicazione internettiana, scheda (piccola) di Paolo Ferrario – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

EPITTETO: ricordarsi di distinguere fra le cose che dipendono da noi da quelle che NON dipendono da noi. Le traduzioni di Martino Menghi, Giacomo Leopardi. E la lettura attuale di Jules Evans

EPITTETO: ricordarsi di distinguere fra le cose che dipendono da noi da quelle che NON dipendono da noi. Le traduzioni di Martino Menghi, Giacomo Leopardi. E la lettura attuale di Jules Evans

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EPITTETO: ricordarsi di distinguere fra le cose che dipendono da noi da quelle che NON dipendono da noi. Le traduzioni di Martino Menghi, Giacomo Leopardi. E la lettura attuale di Jules Evans – Antologia del TEMPO che resta

EPICURO, Convinciti che ogni nuovo giorno che si leverà, per te, sarà l’ultimo. Con gratitudine allora accoglierai ogni insperata ora …

«Convinciti che ogni nuovo giorno che si leverà, per te, sarà l’ultimo. Con gratitudine allora accoglierai ogni insperata ora. Riconoscendone tutto il valore affronterai ogni momento del tempo che viene ad aggiungersi come se derivasse da una incredibile fortuna» EPICURO da Una promessa di felicità – Il Sole 24 ORE.

EPICURO, Convinciti che ogni nuovo giorno che si leverà, per te, sarà l’ultimo. Con gratitudine allora accoglierai ogni insperata ora … – Antologia del TEMPO che resta

VASCO URSINI, Una filosofia per il tempo che viviamo, Edizioni Nuova Prhomos, 180 pagine, 2021, – dal blog Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

Sito della casa editrice:

https://www.nuovaprhomos.com/

COLORO CHE INTENDESSERO ACQUISTARE IL SAGGIO DEL PROF. VASCO URSINI CON ESTREMA VELOCITA POSSONO CONTATTARE L’UFFICIO DISTRIBUZIONE DELLA CASA EDITRICE (ore 9-13; 14-16) AL NUMERO TELEFONICO

075 85 50 805

VERRA’ LORO DETTO CHE POSSONO ACQUISTARE IL SAGGIO CON UNA DI QUESTE DUE MODALITA’:

A) TRAMITE PAGAMENTO CONTRASSEGNO AL RICEVIMENTO DEL SAGGIO CON L’AGGIUNTA DI 5 EURO RISPETTO AL SUO COSTO DI 20 EURO;

B) CON BONIFIFICO BANCARIO, USANDO LE COORDINATE CHE VERRANNO COMUNICATE VIA TELEFONO DALLA DISTRIBUZIONE. CON QUESTA MODALITA’ DI PAGAMENTO NON C’E’ NESSUN AUMENTO DEL COSTO DEL SAGGIO.

IL SAGGIO, IN ENTRAMBE LE MODALITA’ SARA’ RICEVUTO DALL’ACQUIRENTE IN 24 ORE

Per i contatti telefonici con la casa editrice vai a:

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Indirizzo mail della casa editrice:

stampa@nuovaprhomos.com

L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021

L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021

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L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI