UN PERSONAGGIO A TUTTO CAMPO: ANTONIO SPALLINO, POLITICO, INTELLETTUALE E SPORTIVO, il ricordo di Vincenzo Guarracino

SPALLINO UN RICORDO

UN PERSONAGGIO A TUTTO CAMPO: ANTONIO SPALLINO, POLITICO, INTELLETTUALE E SPORTIVO

Per molti, a Como, è rimasto “il Sindaco” per antonomasia, avendo ricoperto questa carica per tre mandati dal ’70 all’’85, interpretando la politica come servizio, con serenità e rigore, al punto da imprimere una fisionomia ben precisa alla città con interventi decisivi e fortemente innovativi (per tutti, la famosa Città Murata e la Spina Verde).

Uomo politico, sportivo, dirigente e intellettuale, era nato a Como il 1° di aprile del 1925.

Personaggio di indiscusso e prestigioso passato, è stato molte cose contemporaneamente: amministratore, politico, sportivo, dirigente, pubblicista, bibliofilo.

Impegnato in politica fin dagli anni ’60 nelle file della Democrazia Cristiana, nella quale aveva militato già suo padre, il senatore Lorenzo, è stato assessore all’urbanistica per il comune di Como dal 1965 al 1970 e poi Sindaco per tre mandati dal 1970 al 1985. Tra il ’77 e il ’79, era stato chiamato a far fronte al disastro ecologico dell’Icmesa di Seveso, in Brianza in qualità di Commissario straordinario della regione Lombardia.

Straordinaria, tra scherma e alpinismo, la sua carriera di sportivo. Nella scherma, era stato campione italiano assoluto di spada nel 1949, di fioretto nel 1958, campione del mondo a squadre di spada nel ’49 e di fioretto nel ’54 e ’55, e inoltre aveva vinto tre medaglie olimpiche, tra Helsinki nel ’52 e Melbourne nel ’56.

Nell’alpinismo, aveva fatto due scalate direttissime, l’una su roccia (1955), l’altra su ghiaccio (1956), nel gruppo dell’Ortles, in Alto Adige.

Come dirigente sportivo, era stato Presidente dapprima del Panathlon club di Como dal ’70 al ’74, e successivamente del Panathlon International dall’’88 al ’96, oltre che vice presidente del Comitato Internazionale “fair play”.

Presidente del Centro di Cultura Scientifica “A.Volta”, fin dalla sua origine nel 1981, è stato autore di importanti pubblicazioni che abbracciano ambiti diversi: dall’urbanistica, alla scherma, alla critica letteraria, alla poesia, alla bibliofilia.

Tra questi, vanno ricordati: Una frase d’armi (1997), sulla sua carriera di sportivo, “Ma perché tu non mi creda libero” (2001), sull’amore per i libri, e La Bibliothèque Moselliana. Les livres d’escrime (2005), monumentale compilazione su quanto è stato scritto nel tempo sul tema della scherma; oltre ciò, una raccolta di liriche, Le sepolte voci (1992), e la rivista di poesia e di critica letteraria “Sentimento”, di breve ma luminosa vita, pensata e realizzata nell’immediato dopoguerra, nel 1946, assieme ad alcuni amici (tra i quali, Francesco Somaini e Morando Morandini).

Nel 1995 gli era stata assegnata dalla città di Como l’onorificenza dell’Abbondino d’oro.

Poliedrico e versatile, dunque, dalle molteplici  applicazioni e competenze in ambiti diversi e apparentemente contrastanti, in ognuno rivelandosi capace di far tesoro dell’esperienza acquisita per riversarla in un armonico insieme.

Con in più il dono di saper coltivare e trasmettere un patrimonio di memorie, suo e di un’intera generazione, per mezzo della scrittura, lasciando trasparire attraverso la sua filigrana la dote di talenti ricevuti e posti a frutto e tali da comunicare agli altri la forza e ricchezza del suo stesso sistema di valori.

Il tutto, restando sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale, intellettuale e soprattutto morale, corroborato da una serena fede fondata sui valori essenziali, quelli che lo sostenevano a livello intimo e privato ed erano non meno necessari nella vita pubblica: volontà di capire per incidere e cambiare, con competenza tecnica e sensibilità sociale, in una prospettiva trascendente, cercando di conciliare realismo e utopia, senza comunque farsi illusioni sui risultati del suo impegno, consapevole com’è dell’arditezza della sua sfida e rispettoso sempre della qualità dei suoi interlocutori.

VINCENZO GUARRACINO


Antonio Gramsci: “tutte le quistioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore”. Citazione ricordata da M.L.S

“…Se ci pensi bene tutte le quistioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci sù, ciò significa che tu sei, già da allora, nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli…”

Era … era il LARGO DEL NOCE (1989-2016)

Coatesa sul Lario e dintorni

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confidenze con  V.U.:

  • Il largo del noce (e dell’acero) è oltrepassato. Vedremo cosa succederà, caro Paolo
  • bellissima confidenza di cui ti sono grato
  • Pensieri anche, anzi soprattutto, leopardiani. Perdonami questo cedimento nichilistico. Ma il mio io individuale (come quello di ogni altro) non riesce sempre a far saldamente proprie le indicazioni del mio esser “Io del destino”. Lo dico sempre a Emanuele: è questo il mio limite, che è poi il limite di ognuno di noi rispetto allo sguardo del destino della verità.

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Paolo Ferrario, Como, 1948 – Disposizioni anticipate di trattamento e consenso informato in caso di malattia invalidante e grave

Paolo Ferrario, Como, 1948 –

Disposizioni anticipate di trattamento

e consenso informato in caso di malattia invalidante e grave

Scritto il 8  Ottobre 2008, confermato e aggiornato il 15 dicembre 2017 (dopo l’approvazione della  LEGGE 22 dicembre 2017, n. 219) e poi ancora il 5 febraio 2019.

“Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, con le stesse forme di cui al comma 4, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con le stesse forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.”, articolo 1 della LEGGE 22 dicembre 2017, n. 219

Io sottoscritto, Paolo Ferrario, nato a Como il 26 novembre 1948 e residente in questa città, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro quanto segue.

Potrebbe accadere che, a un certo punto della mia vita, mi venga a trovare in uno stato di malattia allo stadio terminale, coma irreversibile, morte cerebrale e, in generale, in un qualsiasi stato fisico nel quale la mia sopravvivenza sia legata all’utilizzo non temporaneo di macchine o altri sistemi artificiali, compresa l’alimentazione e l’idratazione forzata.

Nel caso fossi nelle condizioni di esprimere il mio consenso informato sono certo che non accetterei una degradazione corporea oltraggiosa per il mio sentimento della dignità personale. E, dunque, rifiuterei le “cure”.

Nel caso, invece, in cui fossi impossibilitato a esprimere la mia volontà, chiedo ora a mia moglie, alle persone che mi hanno conosciuto, al personale di assistenza che incontrerò, ai detestabili comitati di bioetica che vorrebbero decidere per me, al giudice che sarà chiamato ad emettere una sua sentenza, un gesto di compassione (nel senso di “comunanza di dolore”).

Ritengo che ogni forma di accanimento terapeutico che venisse praticato contro la mia volontà  sia un atto di crudeltà, lesivo della mia dignità di essere umano. Di conseguenza, considero la sospensione di tali trattamenti come un gesto di compassione.

Ho paura della morte, e ancora più della sofferenza, tanto più se inutile e indotta da tecnologie mediche (delle quali apprezzo immensamente i progressi scientifici e tecnici) ormai impossibilitate a consentire una qualità di vita accettabile alla mia sensibilità psicologica ed esistenziale. Vorrei tuttavia poterla accogliere come un lungo ed eterno sonno dove le molecole momentaneamente aggregate nel mio attuale corpo si stanno riaggregando in altre forme di vita. Là, nell’infinito che mi pre-esisteva e che continuerà oltre il mio temporale Io.

Considero l’essere tenuto in vita da un macchinario che si sostituisce permanentemente alle mie funzioni vitali una violenza da me non voluta che ritarda l’appuntamento che comunque mi aspetta, come per qualunque essere vivente.
Il corpo che ho avuto in prestito in vita lo cedo per trapianti. Nel caso incerto che ci fosse ancora qualcosa di utilizzabile

Per quello che potrà contare, lascio, infine, questa volontà.

Non vorrò funerali alla mia morte.

Le regole burocratiche decidano dove dovranno andare le mie ceneri. Mi piacerebbe che fossero restituite alla terra, nel luogo che più ho amato, oppure al lago che non ho mai abbandonato in tutto il corso del tempo.che il  destino mi ha affidato.

La morte è la soglia inevitabile che attende ciascuno.

Le religioni pretendono di parlare di una ipotetica vita che ci sarà oltre quella soglia. La loro parola è violenza, essendo le religioni le prime “omicide” di ogni uomo che, da “essente” è destinato alla “gioia”, prima ancora che esse volessero far valere il loro bisogno di dominio attraverso i loro mostruosi “ministri”

Al mortale non è dato sapere cosa effettivamente ci sarà. Conta solo e soltanto il tempo presente e il ricordo. Tempo presente e ricordo conducono agli “eterni”. Non c’è bisogno di religioni

L’unica cosa che effettivamente possiamo fare è dare grande importanza all’ogni attimo che si manifesta prima di quella soglia.

Le persone vanno trattate bene, o male, prima della morte. Prego, dunque, che mi sia socialmente risparmiata l’ipocrisia del falso cordoglio funebre nei riti dei funerali

Paolo Ferrario

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… Lasciandoci alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita …, Emanuele Severino, in IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, Rizzoli, 2011, p. 11

Insieme a tutti i miei morti – e insieme a tutti i morti – mi aspetta. I nostri morti ci aspettano. Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce. Come le stelle fisse del cielo.

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.

Siamo destinati a una Gioia infinitamente più intensa  di quelle che le religioni e le sapienze di questo mondo permettono

E non riposeremo “in pace”. In pace riposano i cadaveri. Lasciandoci alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita

 

in Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, Rizzoli, 2011, P. 11

‘A livella di Totò

Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza

per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto,statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31”

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”

“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Mariangela Melato (1941 – 2013), In cerca di te (sola me ne vò per la città)

Un ricordo di Renzo Arbore

L’ultima volta che lui è andato a trovarla, l’altro ieri in clinica, hanno cantato insieme. «Era una vecchia canzone degli anni 40, mi pare si intitoli “Americano non posso cantar”. E lei era felicissima, perché si ricordava tutte le parole… e mi prendeva in giro perché io invece…».
La voce si interrompe per la commozione. Renzo Arbore fa fatica a parlare, il dolore per la perdita di Mariangela Melato è troppo grande e le parole, di tanto in tanto, si spezzano, lasciando il posto alle lacrime.
«E pensare che con una canzone ci siamo fidanzati: fu una sera, quando Lucio Battisti ci fece ascoltare per la prima volta un brano che non era stato ancora pubblicato”

È morto Ando Gilardi uno dei personaggi più significativi della fotografia italiana, autore di libri davvero straordinari, fotografo lui stesso, direttore di riviste, giornalista, fotoreporter, e altro ancora, fondatore della Fototeca storica nazionale

conosciuto nei primi anni ’70, quando, per guadagnare qualche lira, facevo il correttore di testi per la enciclopedia I MONDI DELL’UOMO, editore il Libro del Mondo  (direttore editoriale Franco Salghetti-Drioli, caporedattore Maurizio Rosenberg Colorni)

Paolo Ferrario, 8 marzo 2012

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È morto Ando Gilardi uno dei personaggi più significativi della fotografia italiana, autore di libri davvero straordinari, fotografo lui stesso, direttore di riviste, giornalista, fotoreporter, e altro ancora; oltre che fondatore della Fototeca storica nazionale.

I suoi libri sono stati riediti negli anni da Bruno Mondadori, l’ultimo ha come titolo Meglio ladro che fotografo (2007). Michele Smargiassi ne ha tracciato un bel profilo su La Repubblica di lunedì 6 marzo, e lo ricorda nel suo blog; lo voglio qui ricordare con un pezzo scaturito dalla riedizione di Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria uscito nel 2003 (Bruno Mondadori, Milano, pp. 210).


Ando Gilardi. Wanted! | Doppiozero

Il ricordo di Michele Smargiassi su La Repubblica: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2012/03/06/ricordando-e-ripensando/comment-page-1/

JAMES HILLMAN (1926-2011), L’ULTIMA INTERVISTA: “STO MORENDO MA NON POTREI ESSERE PIU’ IMPEGNATO A VIVERE”, di SILVIA RONCHEY, in TUTTOLIBRI 29 ott 2011


«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.

«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)

James Hillman (1926-2011) raccontato da Nicole Janigro | in Doppiozero

Il suicidio e l’animaSenex et puerSaggio su PanIl mito dell’analisiRe-visione della psicologia,Il sogno e il mondo inferoLe storie che curanoLa cucina del Dottor FreudSaggi sul PuerCento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggioFuochi bluIl codice dell’animaPuer aeternus,Politica della bellezzaLa forza del carattereL’anima dei luoghiUn terribile amore per la guerra,La ricerca interiore. Da mezzo secolo i libri di James Hillman accompagnano un’infinità di esistenze, i suoi titoli hanno segnato la via di chi crede che conoscere l’anima sia uno stato dell’essere, la psicologia una metafora per rappresentare la spaccatura tra cultura e natura, la psicoanalisi quell’illusione capace di trasformare il mondo.

l’intero articolo è qui: Nicole Janigro racconta James Hillman | Doppiozero

La Techne non ha scandito ancora l’inizio del ciclo del dolore

è stata una giornata importante.
Infatti con ansia ho portato gli esami diagnostici
(che noi in prospettiva severiniana
consideriamo sentenze della tecnica dell’Occidente)
dunque ho attraversato la città
pensando alla poesia “un passo dopo l’altro” di Mark Strand.
Ho pensato di propiziare il destino regalando una tartarughina 
alla mia tartarugosa.
A casa sento la sua telefonata nella quale mi dice
che forse le cose non sono gravi.
Forse abbiamo ancora del tempo che resta.
Facciamone un uso buono, mite e denso di comunicazione amorevole
 e intersoggettiva

Emanuele Severino: … di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte sono eterne | da Coatesa sul Lario e dintorni

… la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.

Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non sianocioè è necessario affermare che tutte – dalle più umili e umbratili alle più nobili e grandi – tutte  sono eterne

Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto ad esse.

se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che

nella valle ove fresca era la fonte/e il giovane verde dei cespugli/giocava al fianco delle calme rocce/e l’etere tra i rami traluceva/e quando intorno i fiori traboccavano (Holderlin),

hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.

Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare

Emanuele Severino

in La strada. La follia e la gioia (1983), Rizzoli Bur, 2008, p.  103-104

Audio: di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano

da: Emanuele Severino: … di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte sono eterne | Coatesa sul Lario e dintorni.

Edoardo Boncinelli, Ogni essere vivente è come una bolla di ordine che si genera e si sostiene per qualche tempo in un mare di disordine, da Guy Brown, Una vita senza fine? invecchiamento, morte, immortalità (The Living End, 2008), edizione italiana a cura di Edoardo Boncinelli, traduzione di Gianbruno Guerrerio, Raffaello Cortina, Milano 2009

Ogni essere vivente è come una bolla di ordine che si genera e si sostiene per qualche tempo in un mare di disordine

Edoardo boncinelli

da: Antologia del tempo che resta: Guy Brown, Una vita senza fine? invecchiamento, morte, immortalità (The Living End, 2008), edizione italiana a cura di Edoardo Boncinelli, traduzione di Gianbruno Guerrerio, Raffaello Cortina, Milano 2009

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Berselli Edmondo, 1951-2010

Un mio contemporaneo.
Abbiamo attraversato lo stesso arco storico e biografico.
Ed abbiamo condiviso interessi e passioni simili: la musica, la politica.
Quando cominciano a morire i coetanei occorre fare un atto di contrizione e pensare e pensarsi.
La curva del tempo è inesorabile.
Restano i suoi libri, fra cui il bellisimo racconto del suo rapporto con la Labrador Liù:


Liù è una labrador nera. È arrivata per un ricatto affettivo, ha gettato lo scompiglio prevedibile, ha occupato una famiglia progressista e ne ha rivoluzionato la vita.

Quella che si narra in questo libro, però, non è la storia di un cane. È la «biografia morale» di un animale non immaginario ma esemplare, che racconta come intelligenze diverse, umana e canina, cominciano a sfiorarsi. Ma proprio qui iniziano le sorprese. E sono sorprese filosofiche. E dolori ideologici. E dilemmi intellettuali.
Infatti, grazie allo stile «lunatico» di Berselli, al suo divagare un po’ picaresco, decollano subito, con vari scodinzolii, storie molto italiane e politiche, disincantate e ironiche, in cui avventure e disavventure di razze differenti si specchiano in una visione di pura tolleranza, all¿insegna di un relativismo assoluto, di un italianissimo «sì, vabbè…».
Perché non ci sono verità o regole, nel regno dei labrador. In natura ci sono solo abitudini. Non sarà per caso una buona descrizione dell’Italia di sempre? Allora non stupitevi se la biografia «reazionaria» di Liù si intreccia con quelle di Montanelli e De Felice, di Cacciari e Agnelli, di Pasolini e Nanni Moretti, fra aneddoti memorabili e detti molto celebri o strazianti (con qualche cenno alle avanguardie del Novecento, allo strutturalismo, alla Mitteleuropa, alla teoria dei giochi e alla filosofia medievale, perché se tutto è relativo ogni lasciata è persa). Intorno all’«idea di un cane», ecco allora una società italiana che guarda attonita se stessa, la sua cultura e il suo modo di essere, e alla fine si convince che un metodo, o un rimedio, per la convivenza ci dev’essere: basta accontentarsi di raccontare storie, accoccolati su un divano, immaginando magari una portentosa festa con tutti gli amici che abbiamo, mentre fra i piedi scalzi si diffonde il tepore dolce, filosofico e irrimediabilmente, deliziosamente poco progressista dell’ultimo riferimento politico rimasto, la pancia calda di Liù. in http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8804593571

MARIO CALABRESI su La Stampa

Edmondo Berselli aveva due grandi doti non comuni: l’ironia e l’originalità. Era una persona che valeva la pena conoscere e avere la fortuna di incontrare, anche solo per pochi minuti in mezzo a una strada. In quattro frasi riusciva a illuminare una giornata e a sintetizzare tutto quello che c’era da ricordare dei giornali di quella mattina. Saltava da un argomento all’altro, mescolando l’alto e il basso con naturalezza, spiazzandoti continuamente con i suoi guizzi; ti parlava di una canzone, poi scartava sulla politica per chiudere con un pettegolezzo fulminante. Sottolineava questa brillantezza e il suo estro con un’impercettibile irrequietezza del corpo e con un continuo muoversi in treno per l’Italia, quasi un modo per dare sfogo a tutta l’energia che attraversava la sua testa.

Aveva un modo di pensare libero, mai stereotipato: aveva le radici in una terra di valori solidi e pensiero unico come l’Emilia, di cui manteneva la cadenza dialettale come vezzo, ma a lui piaceva scartare e dissacrare, rompere il conformismo e salutarti con una battuta feroce che ti rimaneva in testa per tutta la giornata.

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Parmenideo, tendenza Severino: … nella verità si mostra il vero Essere che è sempre salvo dal nulla …

Parmenideo, tendenza Severino:

” Il pensiero dell’opposizione infinita tra l’essere e il nulla viene alla luce, nel popolo greco, insieme al pensiero che ci si possa salvare dall’annientamento, in cui la morte consiste, solo con la vera salvezza – quella che appare e si produce con l’apparire della verità. Nella verità si mostra il vero Essere che è sempre salvo dal nulla e in cui l’uomo trova la salvezza di ciò che più gli sta a cuore”

in Emanuele Severino, Immortalità e destino, Rizzoli, 2006, p. 10-11

Ricordo di Giovanni Jervis

Ricordo di Giovanni Jervis

immagine evento

E’ morto a Roma Giovanni Jervis, grande intellettuale del 900 che iniziò la sua carriera con Ernesto De Martino e passò poi a lavorare con Basaglia diventando uno dei padri dell’antipsichiatria. Lo ricordiamo ascoltando alcuni dei suoi ultimi interventi a Fahrenheit scelti dall’archivio. La puntata del 25 agosto 2008, quando presentò il libro Un filo tenace, e quella del 18 aprile 2008, una puntata speciale che mandammo in onda in occasione dei 30 anni dalla Legge Basaglia ( prima parte della puntata sulla 180, seconda parte della puntata sulla 180).

Articolo su La Stampa di Mario Baudino

Radio 3 – Fahrenheit

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In morte di Gino Giugni

Venezia, 6 ott. – (Adnkronos) – “Apprendo con profondo dolore la morte di Gino Giugni. Ero legato al professor Giugni da un vincolo di grande stima e amicizia. Ricordo la sua intensa collaborazione alla Fondazione Gramsci Veneto in anni tragicamente difficili, durante i quali Giugni fu vittima di un gravissimo attentato da parte delle Brigate Rosse proprio per il suo impegno riformatore, nel pieno di una battaglia, che condividevo in tutto, per la riforma degli arcaici sistemi di organizzazione sindacale e del lavoro ancora esistenti nel nostro Paese”.

Lo sottolinea, in una nota, il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari.

“Giugni e’ stato uno dei rappresentanti piu’ alti di quel socialismo davvero riformistico e innovatore che in questo Paese purtroppo e’ stato gettato a mare insieme all’acqua sporca dei trasformisti, degli opportunisti, dei tangentisti, con le conseguenze della crisi morale e politica del Paese che ancora viviamo. Ricordare e denunciare tutto questo credo sia il modo migliore per rendere omaggio alla figura di Gino Giugni”, conclude il sindaco di Venezia.

Gianni Basso 1931-2009

Gianni Basso 1931-2009

È morto il sassofonista astigiano, tra i più influenti solisti italiani del dopoguerra

Il sassofonista Gianni Basso, tra i maggiori solisti italiani del dopoguerra, è morto all’età di 78 anni. Nato ad Asti nel 1931, Basso esordisce in Belgio, dove aveva passato l’infanzia, nella big band di Raoul Falsan, nel 1946. Al ritorno in Italia dà vita, insieme al trombettista Oscar Valdambrini, al Basso-Valdambrini Quintet, esperienza fondamentale del jazz di casa nostra. Molte le collaborazioni internazionali, già a partire dai Cinquanta: con big band (la Clarke/Boland, la Maynard Ferguson Big Band…) e con solisti (Chet Baker, Gerry Mulligan, Lee Konitz, Zoot Sims, Art Farmer…). Recenti, nonostante la malattia, le sue ultime apparizioni dal vivo presso il Jazz Club Torino di cui era presidente onorario.

Una buona ragione per morire (attorno al 2050, a 100 anni)

Ecco una buona ragione per morire:

“la popolazione musulmana
nell’Unione Europea è più che raddoppiata nell’ultimo trentennio e raddoppierà di nuovo entro il 2015.
Secondo l’Istituto per le politiche migratorie degli Stati Uniti, nel 2050 sarà di fede islamica un cittadino europeo ogni cinque”

in : http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_13/focus_jacomella_europa_islamica_05a305f6-87d5-11de-94f5-00144f02aabc.shtml

La questione è: come scamparla all’infarto, al tumore, all’attentato terrorista, al violento di strada

Hadot P., Ricordati di vivere, Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali, Raffaello Cortina

Hadot P.
Ricordati di vivere
Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali

Il libro

Come i Greci, Goethe era convinto della necessità di vivere nel presente, di cogliere la felicità nell’istante anziché perdersi nella nostalgia romantica del passato o nel vagheggiamento del futuro.
Gran lettore di Goethe, Hadot analizza qui come il maestro tedesco si inserisca nella tradizione della filosofia greca. Una magnifica meditazione sull’epicureismo e sullo stoicismo antichi attraverso la poesia di Goethe che faceva dire a Faust: “Solo il presente è la nostra felicità”.

L’autore

Pierre Hadot, filosofo e storico della filosofia, è professore onorario al Collège de France. Tra i suoi testi pubblicati in italiano Wittgenstein e i limiti del linguaggio (Bollati Boringhieri 2007) e La filosofia come modo di vivere (Einaudi 2008).

CAMMINARSI DENTRO (51): Imparare a morire : le mie Pratiche filosofiche, di Gabriele De Ritis

Imparare a vivere, imparare a dialogare, imparare a morire, imparare a leggere sono i quattro esercizi spirituali suggeriti dalla cultura pagana, dentro le pratiche filosofiche adottate dall’uomo greco come esercizio morale e ‘terapia’ dell’anima.

Testamento biologico, aggiornato con il diniego alla alimentazione e idratazione forzata

Io sottoscritto, Paolo Ferrario, nato a Como il 26 novembre 1948 e residente in questa città, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro quanto segue.
Potrebbe accadere che, a un certo punto della mia vita, mi venga a trovare in uno stato di malattia allo stadio terminale, coma irreversibile, morte cerebrale e, in generale, in un qualsiasi stato fisico in cui la mia sopravvivenza sia legata all’utilizzo non temporaneo di macchine o altri sistemi artificiali, compresa l’alimentazione e l’idratazione forzata.

Nel caso fossi nelle condizioni di esprimere il mio consenso informato sono certo che non accetterei una degradazione corporea oltraggiosa per il mio sentimento della dignità personale.

Nel caso, invece, in cui fossi impossibilitato a esprimere la mia volontà, chiedo ora a mia moglie, alle persone che mi hanno conosciuto, al personale di assistenza che incontrerò, ai detestabili comitati di bioetica che vorrebbero decidere per me, al giudice che sarà chiamato ad emettere una sua sentenza, un gesto di compassione.

Faccio mia la definizione di “compassione” nella sua accezione buddhista di “un sentimento considerato portatore, per ogni essere senziente, del desiderio del bene per gli altri”.
Ritengo ogni forma di accanimento terapeutico come un atto di crudeltà, lesivo della mia dignità di essere umano. Di conseguenza, considero la sospensione di tali trattamenti come un gesto di compassione.
Ho paura della morte, e ancora più della sofferenza, tanto più se inutile e indotta da tecnologie mediche (delle quali apprezzo immensamente i progressi scientifici e tecnici) ormai impossibilitate a consentire una qualità di vita accettabile alla mia sensibilità psicologica ed esistenziale. Vorrei tuttavia poterla accogliere come un lungo ed eterno sonno dove le molecole momentaneamente aggregate nel mio attuale corpo si stanno riaggregando in altre forme di vita. Là, nell’infinito che mi pre-esisteva e che continuerà oltre il mio temporale Io.

Considero l’essere tenuto in vita da un macchinario che si sostituisce permanentemente alle mie funzioni vitali una violenza da me non voluta che ritarda l’appuntamento che comunque mi aspetta, come per qualunque essere vivente.
Il corpo che ho avuto in prestito in vita lo cedo per trapianti.

Il resto vorrei che fosse cremato, e le mie ceneri restituite alla terra, nel luogo che più ho amato, oppure al lago che non ho mai abbandonato in tutto il corso del tempo.

Paolo Ferrario

8 Ottobre 2008, confermato il 7 febbraio 2009

Pubblicato anche qui:

Il diritto, almeno, al proprio corpo

rodin, PENSATORE, in MARMODisgustato per la violenza e mancanza di carità che i religiosi espongono, in questi giorni, sul mercato della rappresentazione sociale, rileggo le parole che dovrebbero sancire il più umanissimo e personale diritto soggettivo:

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana

Costituzione della Repubblica, art. 32

«Ove il malato giaccia da moltissimi anni (nella specie, oltre quindici) in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il curatore speciale, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Testamento biologico in vita di Paolo Ferrario

Io sottoscritto, Paolo Ferrario, nato a Como il 26 novembre 1948 e residente in questa città, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro quanto segue.
Potrebbe accadere che, a un certo punto della mia vita, mi venga a trovare in uno stato di malattia allo stadio terminale, coma irreversibile, morte cerebrale e, in generale, in un qualsiasi stato fisico in cui la mia sopravvivenza sia legata all’utilizzo non temporaneo di macchine o altri sistemi artificiali, compresa l’alimentazione e l’idratazione forzata.

Nel caso fossi nelle condizioni di esprimere il mio consenso informato sono certo che non accetterei una degradazione corporea oltraggiosa per il mio sentimento della dignità personale.

Nel caso, invece, in cui fossi impossibilitato a esprimere la mia volontà, chiedo ora a mia moglie, alle persone che mi hanno conosciuto, al personale di assistenza che incontrerò, ai detestabili comitati di bioetica che vorrebbero decidere per me, al giudice che sarà chiamato ad emettere una sua sentenza, un gesto di compassione.

Faccio mia la definizione di “compassione” nella sua accezione buddhista di “un sentimento considerato portatore, per ogni essere senziente, del desiderio del bene per gli altri”.
Ritengo ogni forma di accanimento terapeutico come un atto di crudeltà, lesivo della mia dignità di essere umano. Di conseguenza, considero la sospensione di tali trattamenti come un gesto di compassione.
Ho paura della morte, e ancora più della sofferenza, tanto più se inutile e indotta da tecnologie mediche (delle quali apprezzo immensamente i progressi scientifici e tecnici) ormai impossibilitate a consentire una qualità di vita accettabile alla mia sensibilità psicologica ed esistenziale. Vorrei tuttavia poterla accogliere come un lungo ed eterno sonno dove le molecole momentaneamente aggregate nel mio attuale corpo si stanno riaggregando in altre forme di vita. Là, nell’infinito che mi pre-esisteva e che continuerà oltre il mio temporale Io.

Considero l’essere tenuto in vita da un macchinario che si sostituisce permanentemente alle mie funzioni vitali una violenza da me non voluta che ritarda l’appuntamento che comunque mi aspetta, come per qualunque essere vivente.
Il corpo che ho avuto in prestito in vita lo cedo per trapianti.

Il resto vorrei che fosse cremato, e le mie ceneri restituite alla terra, nel luogo che più ho amato, oppure al lago che non ho mai abbandonato in tutto il corso del tempo.

Paolo Ferrario

8 Ottobre 2008, confermato il 7 febbraio 2009

Per ricordare LA STRAGE DI ERBA (2006) dei coniugi Olindo e Rosa, condannati nei tre gradi di giudizio. Le vittime: Raffaella Castagna; Youssef; Paola Galli; Valeria Cherubini. Documentazione giornalistica aggiornata al 30 aprile 2019

I fatti (dalle cronache di quel tempo)

Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogato.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.

I commenti

Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.
Dentro di me ne emergono tre.

Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva, a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.

Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Giovanni Verga, La roba, da “Novelle rusticane”

Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone. Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.

Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.

CultPerSoc


L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce (cerchio della “società”).

Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente puniti
va e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!

(scritto nei giorni del dicembre 2006)


Documentazione sulla strage

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Gabriele Romagnoli: Il nemico in condominio
Tratto da “la Repubblica”, 12 gennaio 2007
Ora che il giallo di Erba è risolto ci tocca uscire dal calduccio del nostro appartamento di convinzioni prefabbricate, spingerci quanto meno sul pianerottolo della realtà e guardare in faccia i massacratori della porta accanto. Scoprirli rubicondi, con i pullover infeltriti e le borse della spesa al gomito. Banali eppure ferali. Insospettabili a partire dai nomi: un’Angela che accoltella un bambino, un Olindo che va alla giugulare di tre donne. Con quell’apparenza paciosa da quadro di Botero. Possibile? Ma allora, che cosa ci era sfuggito? Tutto. I coniugi Romano, esponenti di quella specie apparentemente umana sottoposta a regressione evolutiva che chiamiamo “vicini”, ci costringono a ripensare affermazioni scontate.
La prima è che l’uomo sia un animale socievole. È vero: tende a riunirsi in gruppi, più o meno ampi. Dove scatena la propria violenza. Le coppie si fanno, dopo qualche bene, tanto male. Le famiglie sono campi minati. Tutte le forme di convivenza sono micce. Accostate le persone in quel reality game senza uscita di sicurezza che è la vita e otterrete, nella maggior parte dei casi, due reazioni: amore o odio. Spesso: prima uno, poi l’altro. Accade negli uffici, negli ospedali, nelle redazioni. Accade nelle case.
Nei Paesi confinanti. Viviamo tutti quanti su una “striscia di Gaza”, dove si invocano diritti, si attribuiscono doveri, si reclama una tolleranza che non si sa concedere. Un qualunque condominio è un piccolo Medio Oriente, fiacca la pazienza dei mediatori, distrugge la possibilità di ristrutturazione crogiolandosi nella fatiscenza del rancore. È un universo che si richiude, ottenebrato dal feticcio meschino della proprietà, dall’illusione di essere, per quanto insignificanti non dico su scala planetaria, ma fuori dal portone, re nei propri metri quadrati e nelle maledette parti comuni. Una parete divisoria, una porzione di pianerottolo o di terrazzo e quell’ambiguo spazio che alcuni chiamano pavimento e altri soffitto diventano altrettanti “casus belli”. I vicini sono esseri in competizione: confrontano quotidianamente bucati stesi, arredi colti nello spiraglio della porta, piante al davanzale, stili di vita. Concepiscono invidie, gelosie e malanimi. Si fanno dispetti ridicoli e/o tragici. Ognuno ha la propria esperienza. Nella mia ho collezionato: un vicino psicotico che infilava una lettera a settimana sotto la porta protestando per ogni rumore, incluso quello della doccia; un vicino ladro che corruppe la domestica per avere le chiavi e quando cambiai serratura dopo il furto mi aiutò a montarla; un vicino ambientalista che mi ha seccato le piante; una vicina perpetua che bestemmiava se ascoltavo musica a volume troppo alto; un vicino assassino che strangolò una ragazza durante un gioco erotico, ne depositò il cadavere sulle scale e l’indomani si lamentò con l’amministratore per l’indecenza a cui gli era toccato assistere. E non ho mai vissuto a Erba.
La seconda certezza prefabbricata che ci conviene smantellare è che la violenza venga da lontano, da un meandro oscuro o un ambiente deviante. Ci si trova di fronte a un evento che non si comprende (il massacro di quattro persone tra cui un bambino in una villetta della provincia che chiamiamo “sana”) e, per riflesso condizionato si vanno a cercare la colpa e il movente in cose che non si comprendono: un’altra cultura, una diversa religione, il sistema retributivo di quella società alternativa che è la criminalità organizzata. La violenza, anche la più efferata, può nascere vicino, maturare dove tutti siamo cresciuti, nutrirsi di quello che tutti conosciamo. I Romano e i Castagna reinterpretano un copione tragicamente ordinario. Due mondi sono costretti a vivere uno di fianco all’altro. Non si piacciono e non si rispettano. I Romano hanno origini più umili e fanno lavori più umili. Ai Castagna invidiano il successo economico. Che almeno se lo godessero lontano da loro, in una villetta singola e inaccessibile. Eccoli lì, invece, al piano di sopra. E la figlia Raffaella ha una colpa ulteriore: aver buttato via il proprio status di principessina del mobile, sprecato una dote che Angela Bazzi si sarebbe giocata ben diversamente, sposando un extracomunitario “poco di buono”. Facendoci un figlio, che gioca o piange disturbando la quiete di loro due che figli non ne hanno avuti e vivranno il resto della vita in coppia, loro due e amen, con i lavori di pulizia, i desideri senza più oggetto, la delusione da trasformare in rabbia per poterla dirigere all’esterno. O se la vedevano tra loro o, insieme, se la prendevano con qualcuno. L’ossessione tiene vivi quando il resto è morto: morti i sensi, la speranza e, va da sè, la pietà. Non è davvero difficile immaginarli, Angela e Olindo, sera dopo sera, nella loro cucina di Brianza, senza altro legame che l’irritazione, divenuta odio, verso i Castagna. A parlare dei Castagna. A prendersela con i Castagna.
A sognare, poi concepire, infine preparare lo sterminio dei Castagna. Non è difficile, è solo spaventoso. Nella cucina della storia si sono seduti popoli e razze a concepire lo sterminio di altre. Quasi sempre le divideva un confine, una rivalità, un risentimento dall’origine sepolta, quindi inestirpabile. Le conseguenze sono sempre spropositate, se confrontate con chi le ha determinate.
Qui bisogna fare piazza pulita della terza convinzione: che la violenza sia, se non esclusivamente, almeno in prevalenza appannaggio maschile. Gli inquirenti cercavano l’uomo (o gli uomini). Perfino il sopravvissuto, nella sua affaticata testimonianza, descriveva soltanto l’uomo, quasi avesse rimosso l’Angela sterminatrice come un’allucinazione. Eppure lei è quella che ha ammazzato a coltellate il piccolo Youssuf (perchè piangeva? O perché esisteva?). Lei quella il cui ruolo nella strage è andato crescendo, rivelazione dopo rivelazione e, facile scommessa, crescerà ancora. Se ha confessato per prima è perché il suo risentimento è incontenibile: non bastavano le pareti di casa, non è bastata la sua libertà. Lei e il marito hanno ucciso pur sapendo che, anche con tutta la presbiopia degli investigatori, non l’avrebbero fatta franca. Davvero, è spaventoso ma non è difficile comprendere che hanno voluto fare a pezzi non soltanto i Castagna, ma anche la vita che li ha sfiorati e quella che hanno invece avuto, la loro immutabile convivenza e se stessi.

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30 aprile 2019

Strage di Erba: Rosa e Olindo, assassini per sempre
Anche la corte d’Assise rigetta l’ennesima richiesta di rianalizzare i reperti per i 4 omicidi di Erba


Situazioni estreme e diritto di morire: Piergiorgio Welby è morto

“Welby ha chiesto di poter rinunciare alle cure cui era sottoposto. E ieri, intorno alle 23, il medico anestesista Mario Riccio ha praticato la sedazione e interrotto la ventilazione artificiale”.
L’annuncio è stato dato nella conferenza stampa dei radicali in corso, dove l’on. Bonino ha ricordato “il senso della legalità, del diritto e delle istituzioni di Piergiorgio Welby”.
Ora il dottor Riccio rischia di essere accusato per “omicidio del consenziente” (dai 6 ai 15 anni di reclusione).
La cosiddetta casa della libertà, spalleggiata dai cattolici dell’ulivo invoca per lui la forca.

E’ l’epilogo di una vicenda che si stava rivelando mostruosa.
Piergiorgio Welby ha aggiunto un ulteriore dramma al dramma della sua vita già così sfortunata.
Ha voluto trasferire nella sfera pubblica la sua personale e privata vicenda umana.
E ciò gli ha portato solo del male. Dell’infernale male.
Probabilmente, fuori dai riflettori della invadente opinione pubblica e nell’ambito della relazione medico-paziente, avrebbe potuto con dolcezza, accanto alla moglie e attorniato da un segmento di società attento alla sua persona, uscire dallo scafandro rigido ed immobile che era il suo corpo da lui non più desiderato.
Invece attorno a lui, sopra di lui, si è scatenato un vero e proprio sabba delle streghe che questo pomeriggio documenterò mettendo in fila, in ordine quasi cronologico, parole, frasi, opinioni, decisioni che di tutto hanno tenuto conto tranne che della sua soggettiva volontà espressa in piena coscienza, con lucidità e da molto tempo (Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, 2006).
Abbiate pazienza, costruirò lentamente questa pagina di diario, anche per pesare attentamente l’estremo disprezzo che alcuni protagonisti della scena sociale e politica e le nostre istituzioni (talvolta, non sempre) riservano alla singola PERSONA, nel nome dello STATO e di “DIO”.
Dicevo nel precedente scritto di diario: “Troppe figure si agitano attorno a quel letto: medici, religiosi, politici. In quella specie di quadro che è il capezzale bisognerebbe prestare più umana attenzione alla moglie, a quella donna minuta che gli accarezza le mani, con le lacrime ormai consumate”.
Ecco, parto da qui. Mi immagino ad osservare ed ascoltare questo capezzale circondato da vocianti ruoli.

Magistrato 1:”Risulta ormai acquisito alla cultura giuridica il principio secondo cui l’intervento medico è legittimato dal consenso valido e consapevole espresso dal paziente, in forza degli articoli 13 e 32 della Costituzione, che tutelano non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto di autodeterminarsi, lasciando a ciascuno il potere di scegliere autonomamente se effettuare, o meno, un determinato trattamento sanitario … II distacco del respiratore senza sedazione violerebbe il rispetto del principio costituzionale della dignità della per­sona … Il ricorso, invece, non è ammissibile, per quanto riguarda la possibili­tà di ordinare ai medici di non ri­pristinare la terapia, perché si tratta di una scelta discrezionale, anche se tecnicamente vincola­ta …Il limite è nell’articolo 37 del codice deontologico: quando non c’è possibilità di guarigione, preve­de la norma, il medico deve limi­tare la sua opera all’assistenza mo­rale e alla terapia atta a risparmia­re inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati (Procura della Repubblica su istanza di Piergiorgio Welby di poter interrompere la terapia con una dose di sedativi)

Religioso 1: Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però… c’è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non credenti come Kant … Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pen­sarci dieci vol­te. Potrei esse­re tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita (Cardinale Ersilio Tonini)

Filosofo 1: Io capisco e rispetto ciò che dice Welby. Il suo è un caso particolare reso possibile dalla prepotenza scientistica e tecnologica, dal dramma del rapporto uomo – tecnica … qui il pro­blema è: posso io vivere ostaggio di una macchi­na? Ha senso? Dio mi chiede questo? No, non ho dubbi: Dio non chiede questo … Se una persona, credente o meno, vuole rinviare la propria morte indefinitamente va bene, ci mancherebbe, è una sua scelta. Però nessuno, magari in nome di Dio, può dire a un altro: te lo impongo. Ciascuno, se lucido, ha il diritto di deci­dere. E un cristiano può affermare: il buon Dio non mi ha detto che devo vivere attaccato a una macchina, ma di vivere finché la physis, la natura che ti ho dato lo permette (Giovanni Reale)

Medico 1: Dobbia­mo paragona­re la macchi­na che lo tie­ne in vita alla chemioterapia che si pre­scrive ai pazienti oncolo­gici. Nei casi in cui la cura dia troppi effetti collaterali si sceglie di interrompe­re pur sapendo che la persona potrebbe morire prima del previsto … E’ la medicina che chiede queste scelte. Ogni giorno questo viene fatto nel chiuso delle camere degli ospedali e nelle case private dei pazienti. In silenzio, lontano dai riflettori. Sono decisioni che ci tormentano, spesso le condividiamo con i parenti. Sempre secondo scienza e coscienza (Roberto Santi) – medico dirigente della Asl 4 di Chiavari)

Giurista 1: II diritto al rifiuto di cure é entrato nella Carta dei diritti del­l’Unione Europea. Ed è già ac­caduto che la Cassazione lo abbia riconosciuto ai testimoni di Geova che oggi possono rifiu­tare la trasfusione … Ci sono persone che hanno rifiutato cure per l’amputazione di un arto; persone che pur di non vivere menomate hanno preferito morire. Il diritto di morire appartiene giuridicamente ad ognuno di noi. …. Se io vengo trattenuto in vita da una cura farmacologica e da un dato momento in poi decido di in­terromperla, non possiamo certo parlare di eutanasia. Allo stesso modo, staccare la spina è una delle forme del rifiuto di cura. Oggi la tecnologia offre possibilità di sopravvivenza nuove, dando così nuove possi­bilità ai pazienti. Qui non c’è eutanasia. L’eutanasia prevede un intervento attivo, non basta sospendere la cura. Se io sopravvivo non per eletto di farmaci o di macchine, ma sono ugualmente in una condizione di sofferenza e chiedo che mi venga dato qualcosa che mi faccia morire; solo in quel caso possiamo parlare di eutanasia e di suicido assistito (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato).

Filosofa 2: Welby chiede di poter essere staccato da ventilatore che lo tiene in vita. Ma la ventilazione automatica è un tipo di cura ordinaria, non straordinaria e dunque non si configura come accanimento. Quindi accettare la sua richiesta significherebbe aprire la strada all’introduzione dell’eutanasia in Italia (Marianna Gensabella, filosofa cattolica)

Giurista 2: A decidere di un eventuale trattamento sanitario di fine vita non può essere una legge, nè gli individui coinvolti. Occorre l’intervento di un terzo soggetto, giudice o comitato etico che sia, che dovrà valutare caso per caso, chiedendosi se c’è equilibrio fra i mezzi utilizzati e le aspettative di vita di quel paziente (Salvatore Amato, giurista cattolico)

Politico 1: Secondo me si sta strumentalizzando un po’ troppo il dolore di Welby. Chi lo utilizza come bandiera dovrebbe pensarci molte volte. Comunque io sono per il no all’accanimento terapeutico e il no all’eutanasia: io non voterò mai una legge sull’eutanasia (Rosi Bindi, partito della Margherita, Ministro per le politiche della famiglia

Politico 2: Siamo determinati a rispettare la volontà di Welby e non aspetteremo i tempi burocratici: lo aiuteremo a fare ciò che ha diritto di fare (Marco Cappato, parlamantare europeo del Parti
to Radicale)

Medico 2: Chi conosce davvero la soffe­renza sa che è un gesto nobile, di­rei quasi eroico, quello di offrire ai riflettori il proprio crudo dolo­re fisico e psichico. Per questo io ammiro Welby e da mesi appog­gio la sua battaglia con commo­zione e con gratitudine, ma den­tro di me penso che sia profon­damente ingiusto che sia lui a doverla combattere. Credo che il principio dell’eutanasia rappre­senti il diritto di morire. Dunque è parte del corpus dei diritti indi­viduali pienamente riconosciuti dalla civiltà moderna : non è né di destra né di sinistra e non può essere una scelta isolata dei medi­ci o dei giudici o dei politici del momento (Umberto Veronesi)

Magistrato 2: II diritto di richiedere la interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, deve ritenersi sussistente ma trattasi di un diritto non concretamente tutelato dall’ordinamento. In assenza della previsione normativa e degli elementi concreti di natura fattuale e scientifica di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico va esclusa la sussistenza di una forma di tutela tipica dell’azione da fer valere. E ciò comporta di conseguenza la inammissibilità dell’azione cautelare … Solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico di interpretare l’accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezze nel definire concetti e comportamenti, può colmare il vuoto di disciplina anche sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni. Allo stesso modo in cui intervenne il legislatore nel definire la morte cerebrale (Angela Salvio, Giudice. Tribunale di Roma)
Politico 3: Ho chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di chiarire con un suo parere se i trattamenti cui è sottoposto possano definirsi accanimento terapeutico e ho istituito presso il Ministero una Commissione per definire entro la prossima primavera un Piano Nazionale per le cure palliative e per assicurare procedure e linee guida affinchè le migliaia di cittadini nelle condizioni di Welby, o comunque costretti a convivere per anni con la loro malattia abbiano a disposizione i supporti sanitari e assistenziali idonei. Come persona ho già espresso il mio no, un no discreto, personale, di coscienza, all’eutanasia (Livia Turco, Ministro della Salute)

Giurista 1: E’ sconcertante, ai limiti della denegata giustizia, la decisione con la quale il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire con dignità. La palla è stata rilanciata nel campo della politica. Ma i tempi della politica non sono quelli della vita … Se l’ordinanza avesse ripercorso correttamente l’itinerario costituzionale, sarebbero stati evitati errori e sgrammaticature. L’articolo 32 fornisce una linea nitida: la salute è diritto fondamentale dell’individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge e mai la legge può violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana. Poichè per salute deve intendersi il “benessere fisico, psichico e sociale, questo vuol dire che il governo dell’intera vita è fondato sulle libere decisioni degli interessati. Poiché nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario, l’argomentazione dell’ordinanza deve essere rovesciata: la mancanza di una legge rende illegittimo il trattamento, non la richiesta di interromperlo. Poiché nulla può esser fatto che violi la dignità, “il rispetto della persona umana”, questo vuol dire, soprattutto in situazioni estreme e drammatiche, che nessuno può imporre la prigionia della sofferenza. (Stefano Rodotà, già garante della privacy e docente di diritto privato). [l’intero intervento di Rodotà è qui]

Politico 3: A proposito delle veglie che si sono svolte in 50 città italiane ed europee, alcuni giornali cattolici, a dire il vero molto sguaiati ed irrispettosi della sofferenza degli esseri umani, hanno titolato “la veglia degli assassini”. Io ripeto che la condanna alla tortura e la vita dei cittadini non appartengono allo stato. La vita di Welby non è di proprietà nè dello stato nè del governo ma appartiene a Piergiorgio Welby. La verità è che lui è destinato a morire in poco tempo. Il problema è se vogliamo che muoia soffocato tra sofferenze inenarrabili o se muoia sedato e con un po’ di serenità … Welby non c’entra nulla con l’eutanasia: ma chi vuole aiutarlo ad interrompere la sua sofferenza disumana di venta soggetto del codice penale, grazie ad una norma che risale alla legislazione fascista (Emma Bonino, ministro per le politiche comunitarie, Partito radicale)

Politico 3: Questo caso è stato montato [sic!!! amalteo] da una persona cosciente, i grande intelligenza, che ha fatto una dichiarazione importante dal punto di vista bioetico, non da una persona che non può decidere [fra poco l’on Buttiglione dirà l’esatto contrario. amalteo] … una volta era un familiare stretto a prendersi cura del malato (Paola Binetti, senatrice del Partito della Margherita]

Politico 4: In materia di testamento biologico sono assolutamente contrario al testo che arriva a proporre di interrrompere anche il sostegno minimo alla vita. Bisogna fare attenzione a non aprire quella porta … Si può chiedere di evitare terapie straordinarie ma non possiamo accettare che una persona abbia la facoltà di essere ucciso o lasciato morire di sete e di fame … Chi chiede di essere ucciso è in depressione profonda e va aiutato [sic !!! per costui Welby no ha il diritto di esprimere la propria volontà perchè “è depresso” !!] (Rocco Buttiglione, presidente dell Udc)

Medico 3: Secondo la reli­gione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possia­mo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere padro­ne della propria esistenza. Siamo dun­que a uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le de­cisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cer­cando di stabilire maggioranze e mino­ranze: su questi temi deve prevalere il ri­spetto della laicità e debbono essere tro­vate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini. E’ comunque ora di affrontare il problema dell’eutanasia, senza lasciarsi fuor­viare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è impor­tante, è civile, ma non modifica per nien­te la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l’eutana­sia. Cure palliative e terapia del dolore, in­fatti non hanno a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad andarsene, possibilmente in modo quieto e indolore (Carlo Flamigni, medico)

Coro di medici prestati alla politica: Abbiamo deciso che la ventilazione meccanica non è accanimento terapeutico perchè Welby, che è in una situazione clinica devastata ma stabile, è un uomo lucido, in grado di intendere, ha grande intelligenza e capacità di vita e proposta. Inoltre non c’è una situazione di morte incombente, cioè un quadro clinico che lasci presagire che a breve termine possa morire (Cuccurullo, a nome del Consiglio Superiore di Sanità)

Con quest’ultima “sentenza”, che avrebbe condannato Welby a restare prigioniero nel suo scafandro di carne devastata per ancora qualche mese, siamo arrivati alla generosa e rischiosa azione dell’anestesista dott.
Mario Riccio.
Si sta levando il coro dei linciatori.
Questa sarà una sera in cui la televisione mostrerà i volti del peggio di questo paese prigioniero di ideologie che sono contro i diritti individuali.
Sono politicamente grato ai radicali che hanno accompagnato Piergiorgio e sua moglie in questa vicenda esistenziale.
Infine c’è una coda al sabba del capezzale.

Religioso 2: Non si possono concedere le esequie religiose perché,a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dr.Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica … Non vengono meno la preghiera per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti (portavoce del vicariato della diocesi di Roma)

Il giorno dopo

Fra i commenti del giorno dopo è necessario e importante salvare una pagina di Giuliano Ferrara.
Un atteggiamento complesso, articolato in tre passaggi argomentativi di grande forza intellettuale: “Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no …”; “Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby …”; “Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di “assassino” indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà”

Requiem laico: una spina staccata
di Giuliano Ferrara, Il Foglio 22 dicembre 2006

Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no. Preferirei la fine del cugino Mi­chele, una casa di provincia linda co­me non è mai stata, una stanza da let­to che sembra un sacrario di spec­chiere e madie senza un grammo di polvere, le visite dei parenti e degli amici che sono accolti nel tinello dal­le donne di famiglia e dai bambini, poi introdotti discretamente dal ma­lato semicosciente che subisce le lo­ro carezze, un viso sofferente e rasse­gnato sfiorato dall’amore al cospetto di lenzuola bianche come la luce del mattino d’estate, i cateteri nascosti con pudore, e forse anche la foto del Papa, forse anche un frate pieno di bonomia che mi sfruculia e mi dice che sono sulla via del ritorno.
Il mio è un sogno laico, non credente, di chi non accetta la banalizzazione della vita anche attraverso la serializzazio­ne della morte come sfida analgesica al significato del dolore. Ed è anche un sogno a cui non posso dire di sa­per corrispondere, quando la realtà si metterà ad inseguirlo. Penso anche che una società in cui si muore così come il cugino Michele ha un rappor­to più stretto e fiducioso con la verità, qualunque essa sia, massima delle verità essendo quella che io agisco da uomo libero ma non sono il mio padrone. Chi sia il padrone, poi si ve­drà faccia a faccia, ma ora, nell’enig­ma, so di non esserlo io stesso.

Tuttavia capisco il bisogno di re­quie, capisco il requiem laico di Welby e dei suoi compagni, compre­so il medico anestesista che su sua richiesta lo ha sedato e ha staccato la spina. Sono contrario all’eutana­sia per legge, che è la sostanza del problema dissimulata con grande e legittima abilità politica nella cam­pagna di cui Welby ha voluto essere il banditore, ma non posso approva­re l’obbligo di cura, che è una con­traddizione in termini, e non posso negare ad alcuno le terapie sedative della sofferenza fisica quando la vita si esaurisce, per lo meno nel corpo. Vorrei che la norma giuridica se ne stesse il più possibile lontana dalla legalizzazione della morte, che ha già fatto progressi abbastanza spetta­colari con il trionfo culturale e la pratica indiscriminata dell’aborto, con il protocollo di Groningen sul­l’eutanasia dei bambini ammalati, con lo spegnimento coatto per sen­tenza comminato a Terry Schiavo, con un disprezzo per il vicino che ge­nera terrore senza fine e impone la brutta e bronzea legge della guerra giusta in soccorso del convivere e della tranquillità dell’ordine. Le uni-che norme che accetto sono quelle a difesa della vita dal suo inizio alla sua fine naturale, con la depenaliz­zazione dell’aborto come eccezione assoluta e non come forma relativi­stica di controllo della riproduzione o di contraccezione ex posi

Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di “assassino” indirizza­to a coloro che hanno realizzato la sua volontà, amministrando il loro culto attraverso una strana forma legale di disobbedienza civile. Il culto radicale per le libertà civili, che ormai siste­maticamente si converte in battaglie religiose intorno all’idolo giacobino dei diritti dell’uomo, compreso il di­ritto di ordinare la propria morte o comminarla ad altri in nome della li­bertà di vivere come si vuole, io lo combatto. Ma se i radicali, nell’ambi­valenza che è propria di ogni guerra religiosa, si fanno scudo dell’orrore che non si può non provare per la so­la idea dell’obbligo di cura, abbasso la mia lancia. Tra i radicali, per la sua e per la mia dignità, annovero anche Welby. Il cui gesto pubblico è ovvia­mente controverso. Il cui bisogno pri­vato di riposo, imperativi della fede a parte, non lo è.

"Le invasioni barbariche" di Denis Arcand.

Il cinema racconta …

Vediamo, finalmente (il film è del 2003), “Le invasioni barbariche” di Denis Arcand.

La storia si svolge a Montreal, Canada, fra ospedali, feed back ed un lago..
Professore di letteratura dalla vita libertina (già protagonista del precedente filim di Arcand “Il declino dell’impero americano”) si ammala gravemente di cancro a 50 anni.
Il figlio, con efficacia ed amore, gli organizza gli ultimi momenti, che saranno l’occasione per rivedere i miti della generazione nata negli anni ’50. Morirà accompagnato dalla ex moglie, gli amici e le amanti in una situazione “corale” che mette assieme ed elabora la vicenda collettiva di una generazione. I figlio torna in Europa con la moglie che ama, ma anche con il dubbio di avere perso un’altra possibilità della sua vita
Marie-Josée Croze, che interpreta la tossicodipendente che si assume la responsabilità dell’eutanasia, buca lo schermo con una recitazione indimenticabile.




Politica, scienza, etica: 14 Giugno 2005. Il Referendum sulla PMA-procreazione medicalmente assistita ha ottenuto un bassissimo numero di votanti

Politica, scienza, etica

14 Giugno 2005. Il Referendum sulla PMA-procreazione medicalmente assistita ha ottenuto un bassissimo numero di votanti (25,9 %). Era un voto difficile che non doveva essere trattato con semplici Sì o No. Tuttavia ha segnato la forte prevalenza della forza delle religioni (questa volta la Chiesa cattolica) ad orientare la pubblica opinione.

Brutti tempi se sono le religioni a dettare le regole della politica, nonostante il “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Vedo con sgomento deperire 2 secoli di pensiero filosofico e politico a partire dall’Illuminismo.

Ma c’è anche dell’altro che il direttore della Repubblica De Mauro così sintetizza:

a proposito dell'enfasi tutta ideologica sulla bontà intrinseca della "comunità locale": la "morale della vicinanza"

27 maggio 2005

In un Comune lombardo, anche abbastanza vicino, una madre annega suo figlio di 5 mesi.

Fra le tante riflessioni tengo quella di Umberto Galimberti, che elabora anche questa bella definizione di “morale della vicinanza” (a proposito dell’enfasi tutta ideologica sulla bontà intrinseca della “comunità locale” !)

I familiari fanno cerchio perché Cogne insegna. I membri della famiglia e i vicini di casa hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, come spesso succede con gli abusi sessuali, la violenza, l’alcolismo, la follia o la semplice infelicità. Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste e si percepisce.
Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcos’altro, altrimenti si rischia di tradire la famiglia. Qui scatta quella che potremmo definire la “morale della vicinanza”, che è quanto di più pernicioso ci sia per la coscienza privata, e a maggior ragione per quella pubblica. Infatti, la morale della vicinanza tende a difendere il gruppo (familiare, comunitario) e a ignorare tutto il resto. E così finisce col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all’altruismo, al sentimento della comunità, l’indifferenza, l’ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l’alienazione, l’apatia, l’anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città”.

Passaggi: Karol Wojtyla, una morte su cui si è fermato il mondo


Sabato 2 aprile 2005, di sera alle 9 e mezza muore Karol Wojtyla, il papa Giovanni Paolo II.

Tutto il mondo, davvero tutto il mondo, sembra fermarsi per lunghi attimi.

Ascolto una bellissima poesia di Mario Luzi che illumina con la forza dell’arte quanto la morte, anche per chi crede alla vita eterna, sia un evento irriducilmente tragico: “Congedarmi mi dà angoscia più del giusto ...”

Via crucis

Padre mio, mi sono affezionato alla terra

quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alle sue strade,

mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

le vigne, perfino i deserti.

È solo una stazione per il figlio Tuo la terra

ma ora mi addolora lasciarla

e perfino questi uomini e le loro occupazioni,

le loro case e i loro ricoveri

mi dà pena doverli abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

o avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma è anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.

Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

Padre, non giudicarlo

questo mio parlarti umano quasi delirante,

accoglilo come un desiderio d’amore,

non guardare alla sua insensatezza.

Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

Quando saremo in cielo ricongiunti

sarà stata una prova grande

ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.

Ma da questo stato umano d’abiezione

vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

27 febbraio 2005: ieri notte, attorno a mezzanotte, è morto il padre di Luciana

Passaggi

Domenica 27 febbraio 2005

Ieri notte, attorno a mezzanotte, è morto il padre di Luciana.

Il percorso verso E. è stato accompagnato dal canto talvolta dolente di Nina Simone. Grandissima anche in questo evento.

Nelle istituzioni la “morte privata” si intreccia alla “morte pubblica”. E c’è da essere grati a quel direttore della Residenza sanitaria assistenziale che , con amore organizzativo, ha curato perfino i quadri che arredano la stanza mortuaria.

Ma un momento di vera filosofia congruente alla situazione è avvenuto quando una assistente socio-sanitaria di origine africana, per consolare Luciana, le dice: “La nostra casa è là”. Difficilmente potrei immaginare una sintesi più vera: un haiku perfetto. In quelle parole era presente la sua nostalgia per le sue terre e la verità sulla traiettoria della vita.

Vita

filo sottile

che tiene legati

al mondo.

Filo

che cede

e fa vedere

il limite

Questa mattina sono poi tornato a Como: più bella che mai nel freddo e nelle luminose vie vuote, alla mattina di domenica, molto presto.

"Sono qui che aspetto l'aldilà. Ma io non ho paura di morire"

Passaggi

4 NOVEMBRE 2004

Oggi Luciana, quasi incidentalmente, mi comunica una frase di suo padre, che , a causa della sopravvenuta non autosufficienza, è ricoverato in una residenza protetta:

Sono qui che aspetto l’aldilà. Ma io non ho paura di morire

Non ho mai avuto simpatia per quest’uomo. Ma nella sua sobrietà ed intensità di significato questo pensiero mi ha colpito moltissimo.

Anche da una persona semplice, senza raffinatezze filosofiche e profondità morale, può venire una riflessione che è già stata fatta da Montaigne, dall’imperatore Adriano e da altri: si può pensare alla morte con serenità.

Trovo confortante che si possa vivere senza paura il passaggio verso il nulla.

Certo in lui c’è questo riferimento all’ “aldilà”, che rimanda al conforto di una possibile altra vita. Ma se questo aiuta a vivere meglio il presente allora è una consolazione necessaria ed anche saggia.


A 73 anni è morto Ray Charles

LA COLONNA SONORA DELLA MIA VITA

11 Giugno 2004

A 73 anni è morto Ray Charles. Un altro pezzo della mia vita.

Ore ed ore di ascolto. Soprattutto di notte (ricordo un lungo viaggio notturno dal Veneto del Nord a Como, attraverso le montagne).

La voce che diventa un ruggito.

Assieme a Nina Simone una delle meraviglie del creato.

Ho già il suo monumento nelle sue antologie che ho messo assieme in questi anni: Ray Charles

è morto Tullio Aymone (1931-2002), 22 maggio 2003

Como 21 maggio 2003

Leggo con troppo ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone.

Prematuramente scomparso, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per loro chi faceva lezione e chi ci andava era un nemico.

In questa fotografia parlo con Tullio Aymone, presumibilmente nel 1970 (e quella lì davanti era la mia fiat cinquecento):

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile.

Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro, Eugenio Garin .

Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro.

In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale.

Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti.

Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee.

Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario.

Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica.

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971, dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile.

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

“Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche.

Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica, c’erano azioni di mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca.

Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza. Il suo lavoro di sociologo è stato pratico-teorico. Cioè molto legato all’operare, anche se sostenuto da teorie e riferimenti solidi.

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili queste tracce frammentarie.

Forse qualcuno rintraccerà queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque volesse inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

altri ricordi su Tullio Aymone sono qui: