mi ricordo … in morte del professor Antonio De Lillo (1941-2012), 71 anni

cara Carla

essendo un marginale del mondo universitario, solo in questi giorni ho appreso (su internet, che è il mio secondo cervello) della morte del professor Antonio De Lillo.
Non l’ho mai conosciuto direttamente, ma ho di lui due nitidi ricordi.
Il primo risale agli anni dei miei primi studi alla Università di Trento.
Eravamo nel 1969, o forse nel 1970, e lui tentava di fare docenza in un ambiente impossibile: i docenti e gli studenti che “pretendevano” di fare e frequentare i corsi erano considerati “nemici di classe” nel  capitalismo aggettivato come “maturo”.
E così le lezioni venivano o del tutto sospese o interrotte, con la tipica arroganza dei manipolatori del potere.
In occasione di una ennesima interruzione vidi e sentii  il professor De Lillo, con occhi dolcissimi, un bel sorriso e tanta pazienza, dire:
questi leader studenteschi si battono contro l’autoritarismo. Ma poi sono infinitamente più autoritari di molti professori“.
Ma non c’era il mio malanimo (di allora e di adesso). Era una pura constatazione, poi confermata dal successo parlamentare e televisivo di molti di loro. E così uscimmo dall’aula.
In seguito, per imparare qualcosa dovetti diventare autodidatta.
Il secondo ricordo è collegato ad un altro professore, che invece ho avuto la fortuna di frequentare e dal quale ho appreso molto.
In occasione della morte di Tullio Aymone scrissi un pezzo su uno dei miei blog e lo mandai in giro fra i miei contatti per “fare memoria”.
Pochissimi accademici ebbero la gentilezza intersoggettiva di rispondermi. Uno era Antonio De Lillo.
Mi spiace di aver perso la traccia di quel messaggio, ma il tono era tipico del suo carattere, che a me pare gentile e sensibile. Parlava di Aymone come di una persona di valore e che aveva fatto fatica ad essere riconosciuto in ambito universitario.
Se dentro al flusso del tempo e per una persona con cui non ho mai parlato direttamente, filtrano questi due ricordi così forti e durevoli, vuol forse dire che è stata una personalità che teneva “alta la testa dall’acqua”, come dice il mio amatissimo Emanuele Severino.
Fortunata te che hai avuto modo di frequentarlo per tanti anni.
grazie per l’attenzione e un caro saluto per i tuoi futuri progetti

Paolo Ferrario

Iniziò a insegnare nel 1970 a Trento dopo la laurea in Bocconi. Studioso attento di questioni giovanili, ha coordinato le ricerche annuali dello IARD sul tema

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

E’ scomparso all’età di 71 anni il professor Antonio De Lillo, preside in carica della facoltà di Sociologia della Bicocca. Si è spento venerdì 25 maggio dopo una malattia. Nato nel 1941 a Napoli, si era laureato all’Università Bocconi in economia e commercio. Iniziò a insegnare a Trento nel 1970/71.

Dopo una iniziale attenzione ai metodi statistici per le ricerche sociali, focalizzò i suoi studi soprattutto sui giovani e sul loro ruolo nella società post-moderna, richiamando l’attenzione più volte sulla “rottura” del patto intergenerazionale e ritenendo che spesso li si considera solo nel lato della repressione delle devianze, mentre occorrerebbero politiche attive nel campo dellacasa, del lavoro e della costruzione della famiglia.

Ha coordinato (con Alessandro Cavalli) le numerose indagini nazionali dello IARD sulla condizione giovanile nel nostro Paese.

Un lungo passato a Trento, come docente e poi preside di Sociologia. E nel 1990 l’approdo alla Statale di Milano e poi alla neonata Bicocca, dove oltre a tenere corsi di sociologia di base e (negli ultimi anni) a ricoprire l’incarico di preside di facoltà, coordinava il dottorato in Sociologia e ricerca sociale.

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Miriam Mafai (1926-2012)

Laura Conti mi parlava spesso di lei. Ho un vago ricordo del loro ridere di una psicologa emiliana dei primi anni ’60, che, alla domanda “ma perchè fate il sesso plurimo”, rispose ” .. ma è per l’angossia …”

vai a: http://www.treccani.it/enciclopedia/miriam-mafai/

Giampaolo Pansa piange la collega con cui ha tanto condivise a Repubblica e la ricorda come “un’eterna ragazza, una forza della natura”. “E’ sempre stata una donna giovane – continua – molto coraggiosa. Era una persona con cui era delizioso stare in redazione. La cosa che ricordo di più di lei era la sua risata: rideva come se fosse una ragazzina”.

Reminiscenze sugli anni 1968-1972

cari … e …

innanzitutto grazie per l’incontro di questo tardo pomeriggio, nel bar in piazza san fedele
ho notato in me una discreta capacità (ancora) a far emergere ricordi e memorie. ed erano il confronto e le parole che si intrecciavano a fare questo lavoro psichico
al ritorno riflettevo sul dispiacere di non avere tenuto documenti (soprattutto gli appunti di quaderno) su quegli anni. in questi giorni sto rimettendo in fila gli articoli che fra il 1965 e il 1968 scrivevo su Ul Tivan, La Vasca e l’Ordine (fu don maggioni ad accettare un paio di articoli, forse perchè vedeva la mia voglia di fare ed esprimermi). Ma qui è la stampa a “fare memoria”. Invece per quei nostri momenti (sostanzialmente un quinquennio) ci vorrebbero gli appunti. e con le tecnologie di oggi (i blog in primo luogo) di certo ci sarebbero le tracce.
riassumo, dunque, qualche passaggio, dopo la chiaccherata
1. il cosiddetto lavoro di quartiere a montesanto si è svolto fra il 1968 e il 1970/71. la ricerca sulla scuola (libretto con la riga verde) è sicuramente del 1970. in quella fase l’azione nel quartiere era spontanea e fuori dai partiti. anche se si prendevano già allora i contatti con i partiti (in particolare il pci ed il consigliere comunale nicoli)
2. lo sviluppo di azione nei confronti del comune dovrebbe essere del 1971/72. Spallino fu eletto sindaco nel 1970 e l’interlocutore era la sua amministrazione. ci sono stati certamente incontri in comune, tesi soprattutto a “risanare” le case di montesanto
già dalla fine del 1972 io tendevo a dedicarmi agli studi a trento e quindi piano piano abbandonai quella esperienza di partecipazione politica di quartiere. e dal 1974, dopo la laurea, mi sono iscritto al pci ed ho fatto la mia lunga militanza in quel partito (1974-1989 su su fino al 1998)
3 la prima istituzionalizzazione dei consigli di quartiere è del 1975/1976. di come si siano sviluppati a como non ne ho memoria, ma ho certezza che c’è la documentazione amministrativa (le sedute dei consigli comunali sono verbalizzate e con un minuzioso lavoro di archivio dovrebbe essere possibile rispondere alla questione su “cosa è successo” fra il 1970 ed il 1976)
sul contesto sociale ed economico trovo qualche traccia nel libro COMO E LA SUA STORIA dalla preistoria all’attualità di Fabio Cani e Gerardo Monizza, nodo libri, alle pagine 344 e seguenti:
  • “nel dicembre 1971 viene adottato un programma relativo all’edilizia economico e popolare che trova una sua prima realizzazione nell’ampliamento del quartiere vi Giussani a Rebbio “, pag 346) (osservo che in questo libro la parte urbanistica è ben raccontata , anche se per poche pagine)
  • si parla anche della mostra Diritto alla città (nel 1973) promossa dal movimento degli studenti di architettura del politecnico (sono certo che fu animata da …)
  • in questo libro si parla anche (pag 356) del consiglio di quartiere di sagnino (esperienza avviata addirittura nel 1960). ricopio una frase di interesse per il tema di oggi: “gli organi istituiti dall’amministrazione comunale nel 1975 sono composti in base ai risultati ottenuti in precedenza dai partiti alle consultazioni amministrative (vere e proprie elezioni si terranno solo nel 1977) e quasi del tutto sprovvisti di poteri. così che essi, più che promuovere la partecipazione di base, provocano la perdita di identità delle spontanee assemblee che esistevano” (pag 356)
questo è quanto posso aggiungere a quanto ci siamo detti oggi.
Ma la mia gratitudine deriva dall’avermi fatto fare reminiscenza della nanda, del tino, del giorgio (grande  e generoso sostenitore delle energie che tentavamo di esprimere) ma anche dei luoghi (san giuseppe, l’abbazia di padre turoldo …

vorrei concludere con le parole del mio amato emanuele severino, che come vi dicevo mi sta accompagnando verso la morte (anche se spero spostata in avanti di qualche decennio):

 “non avrei dovuto dire “questo è il ricordo più lontano che ho di me stesso”, ma: “CREDO che lo sia” . Non solo . Va detto anche “CREDO di essere stato quel bambino”. Che lo sia stato non è una verità indiscutibile: è una fede”
in IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli 2011, pag 7

un caro saluto a voi e allo spirito di ricerca che vi contraddistingue

paolo

Ci ha lasciato la poetessa Marisa Zoni (1935-2011), dal sito di Stefano Mencherini

Ci ha lasciato la poetessa Marisa Zoni PDF Stampa E-mail

Marisa Zoni e’ nata a Castel San Pietro Terme (Bologna) nel 1935. Per quarant’anni ha insegnato lettere tra il nord e il centro Italia (Toscana, Lombardia, Marche, Emilia Romagna). “Testa o croce del soldone”, il suo primo libro di poesie, e’ stato introdotto da Carlo Bo nel 1959Ci ha lasciato il 30 dicembre 2011 dopo una lunga malattia, dimostrando un estremo attaccamento alla vita, lo stesso che si ritrova nei suoi testi di forte impegno e denuncia sociale. E’ stata sepolta laicamente nel piccolo cimitero di Cerbaiolo, nel mezzo dell’appennino, tra Toscana, Marche e Romagna, nel comune di Pieve Santo Stefano (Arezzo) dove da qualche anno era ritornata. 

 

 La Zoni ha conosciuto e lavorato con alcuni tra i piu’ grandi letterati e poeti del Novecento: da Paolo Volponi a Lalla Romano, da Vittorio Sereni Roberto Roversi. Su suggerimento di Volponi fu proprio Vittorio Sereni nel 1966, quando era direttore editoriale della Mondadori, a cogliere la” carica innovativa e il forte radicamento dei suoi testi nelle passioni civili e nella quotidianita’ “ di quegli anni. Per questo nel‘67 la Mondadori da alle stampe “La scarpinata”, un viaggio italiano “…dal tono eversivo con sorriso (l’ironia e’ dentro le immagini) con vaghe ascendenze da certo Palazzeschi e appena una coloritura qua e la’ all’Apollinaire”. 
Il lavoro poetico di Marisa Zoni cresce ispirandosi sempre piu’ alla critica e alla denuncia sociale. 
Pier Paolo Pasolini sceglie e vuole pubblicare nel ’71 su “Nuovi Argomenti” (che ai tempi dirige con Alberto Moravia e Alberto Carocci) alcune sue poesie. Segue un lavoro trasversale e solo apparentemente minore in campo poetico, che porta Marisa Zoni a collaborare con pittori, scultori e incisori. Da ricordare tra le cartelle d’arte “Per una terra isolata” del 1974, con incisioni di Renato Bruscaglia e introduzione di Paolo Volponi che scriveva dei suoi testi:” …le parole accanite fanatiche strillate infilate l’una dietro l’altra in tante collanine variegate, che sembrano da mettere subito e facilmente, stabiliscono invece gli ordini di un canto superiore sorretto da regole, motivi e sintassi proprie”.
Nel 1978 pubblica in un collettivo con l’editore Guanda “Dove l’Italia si vede” di cui Giovanni Raboni scrive “…sarebbe bello leggere poesie come queste su un giornale… poche scritture si prestano piu’ di quelle della Zoni a una sorta di doppia degustazione: la prima rapidissima, quasi vorace, la seconda piu’ riflessiva e assordante”. 
Verso la fine degli anni Settanta Marisa Zoni fonda una tra le prime associazioni in Italia che difendono i diritti civili dei tossicodipendenti. A Bologna collabora con la “Cooperativa Dispacci” fondata dal poeta Roberto Roversi (con cui nacque una grande amicizia mai interrotta) che scrivera’ nella prefazione de “La quota rovente”:” …e’ una bella e forte comunicazione questa della Zoni: vitale, attiva, spesso alta… sento di dover leggere il continuo ribattere sulla verita’ atroce della vita reale odierna, sminuzzata in queste pagine in cento frammenti che bruciano. Cosi’ ogni suo testo e’ come il pezzo bollente di una bomba appena esplosa”.
Il rifiuto di frequentare salotti e premi letterari, di accodarsi a convenzioni e conversazioni accademiche tra letterati, insieme alla crescente chiusura del mercato editoriale verso la poesia del Novecento, portano nei primi anni Novanta la Zoni ad autoprodurre tre nuovi libri (“La quota rovente”, “Analisi di un’estate” e “La scommessa”); e alcuni testi ad essere pubblicati anche su riviste non di settore e quotidiani (ricordiamo “l’Unita’” e “il Manifesto”). Con un’altra novita’: la scelta di non rilegare le tre pubblicazioni, ma di lasciare liberi i testi di essere “scompigliati” e tolti dalla raccolta; scelta che va nella direzione di favorirne la circolazione e di permettere al lettore un vero e proprio uso di quelle poesie fuori dalla sacralita’ del libro. 
Nel 1999 con l’editore Piero Manni di Lecce pubblica “Come un metallo o un tamburo” di cui Attilio Lolini scrivera’ su “il Manifesto:”…un canto nero, tra Brindisi e Valona, vale la fede di un popolo compresso in una stiva; e’ come se la poesia azzerasse tutti i chiacchiericci televisivi, ne svelasse la malafede e le incongruenze, si’ da renderli intollerabili”. Così, Gianni D’Elia su “l’Unità”: ”C’è davvero una pietà comunista, nelle sue storie brevi, una critica all’ipocrisia… La Zoni a volte ci prende come la Merini, se non di più…”.  
Verso la fine del 2004 pubblica con l’editore Pendragon la raccolta “Tu paria dai mille occhi”, anticipata da una pagina di Vauro intitolata non a caso “Da chi non legge poesia”. 

La Zoni ci ha lasciato il 30 dicembre 2011 dopo una lunga malattia, dimostrando un estremo attaccamento alla vita, lo stesso che si ritrova nei suoi testi di forte impegno e denuncia sociale. E’ stata sepolta laicamente nel piccolo cimitero di Cerbaiolo, nel mezzo dell’appennino, tra Toscana, Marche e Romagna, nel comune di Pieve Santo Stefano (Arezzo) dove da qualche anno era ritornata. 

Il figlio Stefano Mencherini spera fortemente di poter donare l’intera produzione letteraria anche inedita, i carteggi con poeti e intellettuali del secolo scorso, e quanto attiene alla sua attività di poetessa raccolta in 60 anni di impegno, a una università o fondazione o realtà che voglia valorizzarne il lavoro e rendere ancora vive le sue poesie 

 

LA VITA SI ADOPERA

La vita si adopera

col bavero alzato

contro un vento

che trapassa

i polmoni

e gela i denti

l’uomo sta rattoppato

nelle sue stoffe

col cuore che gli

misura i passi

vivere è un dovere

tenuto per mano

tessuto di energiche

pazienze.

Marisa Zoni

da “La quota rovente” 1990 

da: http://www.stefanomencherini.org/ita/index.php?option=com_content&task=view&id=66&Itemid=59

JAMES HILLMAN (1926-2011), L’ULTIMA INTERVISTA: “STO MORENDO MA NON POTREI ESSERE PIU’ IMPEGNATO A VIVERE”, di SILVIA RONCHEY, in TUTTOLIBRI 29 ott 2011


«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.

«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)

Non ci sono più ma li si può ricordare

 

Non ci sono più

ma li si può ricordare


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Addio al professor Angelo Spallino. Si è spento a 85 anni | Coatesa sul Lario e dintorni

COMO CRONACA CONFERENZA STAMPA FONDAZIONE PROVINCIALE COMUNITA’ COMASCA ANGELO SPALLINO

COMO Un pomeriggio di tanti anni fa, forse 30 o forse 31, un uomo alto, austero, la testa un po’ china, stava per imboccare il viale dell’ospedale psichiatrico San Martino. Era il professor Angelo Spallino, notissimo primario oculista di Villa Aprica, prestigioso studio in Piazza Cavour, da poco presidente della Ussl n. 5 che comprendeva anche l’ospedale Sant’Anna e i servizi psichiatrici, oltre a tutti quelli sul territorio. Era appena entrata in vigore la rivoluzione sanitaria; Spallino era già stato assessore provinciale, negli anni ’70 e sindaco di Carimate, era un «fiore all’occhiello» per la Democrazia Cristiana, appartenente ad una famiglia che a Como ha dato un senatore, Lorenzo e un sindaco, Antonio.
Fece pochi passi, il professor Spallino, figlio di Lorenzo e fratello di Antonio e lungo il viale vide scendere un uomo, un ospite di quello che stava per diventare ex manicomio. Barcollava, l’uomo, sembrava smarrito. Il professore gli andò incontro, senza spaventarlo, gli diede la mano, gli disse qualcosa, lo riaccompagnò nella comunità e, sulla soglia, gli fece una carezza. Quell’immagine è tra le più significative in chi ricorda il professore che nella notte di ieri se n’è andato lungo il viale verso l’eternità. Questa sera, alle ore 21, Rosario nella chiesa di Sant’Agata e l’ultimo saluto venerdì alle 10.
Aveva 85 anni, Angelo Spallino, lascia tre figli che sono tuttora il segno di ciò che la famiglia Spallino dà a questa città e lascia tante persone per le quali ha rappresentato le doti migliori che un essere umano può rappresentare.