La TOPOLINO AMARANTO: “Nelle colline sopra Asti, Paolo Conte bambino ascoltò la telefonata con cui la donna delle pulizie fu avvertita che i suoi cinque figli erano stati fucilati dai nazisti” in Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame, Mondadori, 2018, pagina 17

“Nelle colline sopra Asti, Paolo Conte bambino ascoltò la telefonata con cui la donna delle pulizie fu avvertita che i suoi cinque figli erano stati fucilati dai nazisti …

anni dopo scriverà la più bella canzone italiana sul dopoguerra”

(in Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame, Mondadori, 2018, pagina 17):

Bionda, non guardar dal finestrino
che c’è un paesaggio che non va.
È appena finito il temporale,
sei case su dieci
sono andate giù.

Meglio che tu apri la capote
e con i tuoi occhioni guardi in sù.
Beviti sto cielo azzurro e alto
che sembra di smalto
e corre con noi.

Sulla Topolino amaranto
si va che è un incanto,
nel quarantasei.

 

 

La città murata di Como. Atti della ricerca promossa dall’Amministrazione Comunale negli anni 1968 e 1969, a cura del Comune di Como, 1970. Prefazione di Antonio Spallino

Povera patria … , Franco Battiato

Povera patria

Schiacciata dagli abusi del potere

Di gente infame, che non sa cos’è il pudore

Si credono potenti e gli va bene quello che fanno

E tutto gli appartiene

dall’ Album: Come un cammello in una grondaia, 1991

….

povera patria – Cerca con Google

Pink Floyd «Hey Hey Rise Up». testo e significato della canzone per l’Ucraina

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

Ecco com’è nata Hey Hey Rise Up dei Pink Floyd: testo e significato della canzone per l’Ucraina:

https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2022/04/08/news/ecco_com_e_nata_hey_hey_rise_up_dei_pink_floyd_testo_e_significato_della_canzone_per_l_ucraina-2919559/

Il testo di una strofa della canzone
Ой у лузі червона калина похилилася
Чогось наша славна Україна зажурилася
А ми тую червону калину підіймемо
А ми нашу славну Україну, хей, хей, розвеселимо
А ми нашу славну Україну, хей, хей, розвеселимо

La versione inglese
Oh, in the meadow a red viburnum has bent down low
For some reason, our glorious Ukraine is in sorrow
And we’ll take that red viburnum and we will raise it up
And we shall cheer for our glorious Ukraine, hey, hey
And we shall cheer for our glorious Ukraine, hey, hey
And we’ll take that red kalyna and will raise it up,
And we shall cheer up our glorious Ukraine, hey – hey!

La traduzione italiana
Nel prato un rosso viburno si è piegato in basso
La nostra gloriosa…

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quando berlusconi andava in Russia per il compleanno di (s) putin – Adnkronos.com, 8 ottobre 2019

Il 26 novembre 1857, nasce a Canzo (Como) Filippo Turati

Il 26 novembre 1857, nasce a Canzo (Como) Filippo Turati, tra i fondatori del Partito socialista italiano e appartenente alla prima generazione di antifascisti.
Avvicinatosi al marxismo, matura la sua teoria per un socialismo riformista orientato al cambiamento pacifico e graduale della società. Nel 1891 fonda la rivista “Critica sociale” e, nel 1892, insieme a Bissolati ed altri, il Partito socialista dei lavoratori italiani, che dal 1895 si chiamerà Partito socialista italiano. È eletto deputato nel 1896 e sarà poi rieletto nelle successive otto legislature del Regno.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, si dichiara neutralista, ma, con la disfatta di Caporetto del 1917, sostiene le ragioni del conflitto divenuto “difensivo”. Nel dopoguerra, di fronte alle dimostrazioni dei nazionalisti e del nascente movimento fascista, con la sua carica violenta ed eversiva, si adopera per la tutela delle istituzioni liberaldemocratiche. Dichiara il suo appoggio al governo Bonomi ed è per questo espulso dal partito nel 1922. Fonda, quindi, con Matteotti, il Partito socialista unitario.
Durante la presentazione del nuovo governo Mussolini alla Camera, il 17 novembre 1922, Turati sottolinea i rischi della rottura istituzionale che si era verificata: «Oggi, da che la “nuova istoria” è cominciata, non è più il Governo che si presenta alla Camera, è la Camera che è chiamata a presentarsi al Governo e a dare essa l’esame, per vedere se meriti o no di essere bocciata…Con quel metodo rivoluzionario, che oggi si dice « fascistico » – e sebbene esso non dica nulla, adottiamo pure, per intenderci, questo aggettivo – la Camera non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende».
Nel giugno 1924 partecipa alla protesta detta dell’“Aventino”, abbandonando i lavori parlamentari in seguito al rapimento e all’uccisione di Matteotti. Con il consolidarsi della dittatura fascista i deputati aventiniani saranno espulsi dal Parlamento nel novembre 1926. Con l’aiuto di Pertini, Rosselli e Parri, nel dicembre 1926 compie un’avventurosa fuga in Francia. In esilio anima la protesta antifascista, con esponenti di altri partiti italiani. Muore a Parigi il 29 marzo 1932, dopo aver promosso la riunificazione del partito socialista, avvenuta nel 1930.

11 settembre 2001 – 11 settembre 2021. Oriana Fallaci: «Non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad- in Corriere della Sera, La rabbia e l’orgoglio, 29/09/2001

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. (…) Ho acceso la Tv. Bè, l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’obiettivo, si getta sull’obiettivo. Sicché ho capito. (…) Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si…

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Chiedimi chi erano i comunisti. Intervista di Simonetta Fiori sul libro: Ezio MAURO, La dannazione, Feltrinelli, 2020, in Il Venerdì di Repubblica 20 nov 2020

Walter Veltroni intervista Achille Occhetto: «La svolta del Pci fu dolore e speranza, ma era mio dovere correre il rischio» – in corriere della sera 19 luglio 2020, pag. 24-25

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Achille Occhetto: «Svolta Pci fu dolore e speranza, mio dovere correre il rischio» – Corriere.it

” È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! …”, Oriana Fallaci, in La Rabbia e l’Orgoglio

È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Non si preoccupano che per la propria carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia e da periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono. Si accusano, si sputtanano…“

—  Oriana Fallaci, La Rabbia e l’Orgoglio

Origine: https://le-citazioni.it/frasi/911980-oriana-fallaci-e-un-paese-cosi-diviso-litalia-cosi-fazioso-co/

tipi di PARTECIPAZIONE POLITICA per intensità di impegno

tipi di PARTECIPAZIONE POLITICA per intensità di impegno:
– il SIMPATIZZANTE
– l’ELETTORE
– l’ISCRITTO al partito
– il MILITANTE di partito
– il DIRIGENTE
– l’ELETTO nelle istituzioni

Per favorire il rapporto con i primi due (simpatizzanti ed elettori) occorrerebbe un impegno attivo e intelligente degli ultimi tre (militanti; dirigenti; eletti)
Come?
Ad esempio con la buona comunicazione e la decrescita felice dei conflitti interni.
Suggerisco il metodo di Rudyard Kipling
Il metodo dei “sei amici che mi hanno sempre spiegato tutto” di Rudyard Kipling: CHI? CHE COSA? DOVE? QUANDO? COME? PERCHE’?, Slides di Paolo Ferrario. #chichecosadovequandocomeperche

Maroon 5 – Memories


Memories
Here’s to the ones that we got
Cheers to the wish you were here, but you’re not
‘Cause the drinks bring back all the memories
Of everything we’ve been through
Toast to the ones here today
Toast to the ones that we lost on the way
‘Cause the drinks bring back all the memories
And the memories bring back, memories bring back you
There’s a time that I remember, when I did not know no pain
When I believed in forever, and everything would stay the same
Now my heart feel like December when somebody say your name
‘Cause I can’t reach out to call you, but I know I will one day, yeah
Everybody hurts sometimes
Everybody hurts someday, aye aye
But everything gon’ be alright
Go and raise a glass and say, aye
Here’s to the ones that we got
Cheers to the wish you were

And the memories bring back, memories bring back you

E i ricordi fanno riaffiorare, i ricordi fanno riaffiorare te

http://testicanzoni.mtv.it/testi-Maroon-5_27840/traduzione-Memories-100364992


biografia del gruppo

https://it.wikipedia.org/wiki/Maroon_5

l'”ASSASSINIO DI PERSONALITA'”: “CHARACTER ASSASSINATION” | The Art of Defamation Througout the Ages (arte della diffamazione nel corso dei secoli)

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

“L’assassinio di personaggi è un processo deliberato e sostenuto che mira a distruggere la credibilità e la reputazione di una persona, istituzione, gruppo sociale o nazione.

L’assassinio di personaggi è un danno deliberato della reputazione di un individuo.

Le vittime più importanti dell’assassinio di personaggi sono leader politici, funzionari, celebrità, scienziati, atleti e altri personaggi pubblici. I “personaggi assassini” prendono di mira vite private, comportamenti, valori e identità di altre persone. I loro dettagli biografici sono alterati o fabbricati.

Le caratteristiche intime diventano pubbliche. I risultati sono messi in discussione. Le buone intenzioni sono messe in dubbio. Usando esagerazioni, scherno, accuse, bugie, insinuazioni e calunnie, gli aggressori cercano di ferire le loro vittime moralmente ed emotivamente agli occhi dell’opinione pubblica.

Agenti di omicidi di carattere impiegano un misto di metodi aperti e segreti per raggiungere i loro obiettivi, come sollevare false accuse, seminare e alimentare voci e manipolare informazioni

“La…

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Mostra fotografica dell’ex Sindaco di Como ANTONIO SPALLINO e inaugurazione dell’archivio sulla sua attività, venerdì e sabato 21-22 giugno 2019. Articolo di Stefano Ferrari in La Provincia 7 giugno 2019 e di Alessio Brunialti in La Provincia del 20 giugno 2019. La mostra sarà liberamente visitabile dalle ore 15:00 fino alle 18:30 di venerdì 21 giugno e dalle 10:00 alle 12:30 di sabato 22 giugno

LUOGHI del LARIO e oltre ...

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MOSTRA FOTOGRAFICA E PRESENTAZIONE ARCHIVIO ANTONIO SPALLINO

21/22 giugno 2019

Antonio Spallino

Dopo un anno di lavoro, nella mattinata di venerdì 21 giugno presenteremo alla stampa l’archivio “Antonio Spallino.

Contenendo l’archivio anche numerose immagini, con Enzo Pifferi abbiamo colto l’occasione per organizzare una mostra fotografica che ne ripercorre il sentiero di vita, mentre in salone sarà proiettato un video di circa 200 immagini digitalizzate.

La mostra sarà liberamente visitabile dalle ore 15:00 fino alle 18:30 di venerdì 21 giugno e dalle 10:00 alle 12:30 di sabato 22 giugno.

Risorse:

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SECONDIANO SACCHI, STAINO SERGIO, FORTI STEVEN, Vent’anni di sessantotto. Gli avvenimenti e le canzoni che raccontano un’epoca, Squilibri editore, 2019. Recensione di Alessio Brunialti in La Provincia di Como, 18 maggio 2019

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mi ricordo CARLO TULLIO – ALTAN … , La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Gaspari editore, 1997

il concetto di IDEM SENTIRE


omogeneità culturale almeno per le questioni veramente di fondo di una comunità sociale


per l’intera definizione

VAI A

https://it.wikipedia.org/wiki/Idem_sentire_de_re_publica

 

 

 

 

 

Antonio Spallino 1925-2018) è stato ed E’ un grande

 

Stile è riuscire a portare bene un peso assegnato.
Significa reggere tale peso tentando di utilizzare in maniera concentrata tutte le energie disponibili, anche e soprattutto quelle minime.
Stile è quell’obbligo morale che dovremmo imporci per essere all’altezza delle situazioni e delle attese.
Stile è la capacità di comprendere e agire con equilibrio, adattando la propria forza ai compiti che ci aspettano.
Giovano ancora in questo augurio due antiche esortazioni.
Age quod agis, “Fai bene quello che stai facendo”, dicevano i latini.
Ne quid nimis, “Nulla di troppo, senza esagerare”, dicevano i greci e, ancora, ci hanno riportato i latini.
In queste massime ci sembra di trovare un invito alla moderazione ed al controllo più che mai adatti alla situazione del momento.
La consapevolezza dei nostri limiti ci potrebbe aiutare ad accettare e comprendere anche le altrui limitatezze e a rimanere all’interno di un gioco delle regole che è la sola garanzia di sopravvivenza.
Nota: i riferimenti linguistici sullo stile sono tratti dal libro di Vincenzo Guarracino, Antonio Spallino, uomo, amministratore, sportivo, intellettuale, Casagrande editore, Lugano 2013

 

Spallino

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Sulla figura di intellettuale e politico di ANGELO SPALLINO, ricordo anche questo libro:

Le regole del gioco
titolo Le regole del gioco
sottotitolo Carlo Ferrario intervista Antonio Spallino
autore Carlo Ferrario
Antonio Spallino
editore NodoLibri

vai a: http://www.nodolibrieditore.it/scheda-libro/carlo-ferrario-antonio-spallino/le-regole-del-gioco-9788871850191-156048.html

Spallino

Giorgio Cavalleri mi suggerisce la lettura di: Pietro Brignoli, Santa messa per i miei fucilati. Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia dal diario di un cappellano, Longanesi, 1973

Durante la visita che ci hanno fatto Giorgio ed Elisabetta Cavalleri, colgo l’occasione per parlare con lui del libro BELLA CIAO, controstoria della resistenza di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 2014). Di quest’ultimo libro mi è rimasta impresso in particolare la doppiezza dei comunisti di allora: da una parte persone indubbiamente coraggiose che hanno combattuto con tenacia contro i fascisti e i nazisti che occupavano il Nord Italia dopo il 1943, dall’altra persone estremamente intrise  della ideologia centrata sulla “spallata rivoluzionaria” da loro sperata in  rapporto alla rivoluzione sovietica del  1917. Costoro avevano, per così dire, due nemici: in primo luogo i nazifascisti, ma in second luogo anche gli eventuali “nemici interni” che non aderivano compiutamente a quel progetto politico.

Le conseguenze sono state molte volte tragiche per i destini individuali . Si trattava di fare una lotta armata che contemplava sia obiettivi militari, sia attentati a singole persone allo scopo di dimostrare la propria presenza ed i propri obiettivi.

Giorgio Cavalleri, nella conversazione, nega che i comunisti in quei tempi volessero effettivamente fare una rivoluzione di tipo sovietico (ossia organizzata da gruppi minoritari molto ideologizzati e disciplinati, come insegnava il leninismo).

Per raccontare quel contesto storico e culturale, Giorgio mi ha proposto di leggere il seguente libro: Pietro Brignoli, SANTA MESSA PER I MIEI FUCILATI, Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia, dal diario di un cappellano.

E’ un libro di terribile testimonianza che mostra in tutta evidenza quali tempi tremendi fossero quelli. Pietro Brignoli era un prete, al seguito dell’esercito italiano, che aveva il compito di assistenza religiosa alle persone che venivano rastrellate, sommariamente giudicate e poi fucilate. Fra i “colpevoli” c’erano gli “innocenti” che per caso finivano per essere catturati

Il racconto parla di paura, di coraggio, di “grazie dell’olio santo”, di miserie personali, di amarissime delusioni. E di crudeltà insopportabili per le nostre attuali sensibilità.

E’ un libro che conferma l’importanza cruciale della politica nel condizionare e distruggere le singole vite.

In quegli anni prima il fascismo italiano strinse un patto, assieme ai nazisti, con l’Unione Sovietica di Stalin, poi l’Italia venne divisa in due nel pieno della seconda guerra mondiale e da una parte arrivarono gli americani e dall’altra l’Italia condivise l’alleanza e infine  la sconfitta dei nazisti.

In questi eventi storici scanditi in un arco di tempo piuttosto limitato (1938-1945: sette anni) avvennero per l’appunto le nefandezze raccontate da Pietro Brignoli e Giampaolo Pansa.

La politica consiste proprio in questo: nel determinare scelte collettive che in modo inevitabile e per così dire “scientifico” (ecco perchè occorre parlare di “scienza politica”) travolgono le singole persone, le loro identità, i loro specifici destini individuali.

Quei sette anni questo ci insegnano.

L’unica cosa che si può fare è restituire la memoria a quelle persone (ed è quello che fanno storici come Cavalleri e Gabriele Giannantoni o giornalisti come Pansa) sperando di sviluppare una coscienza collettiva in rapporto, per l’appunto, a decisioni che possono comportare quegli effetti così tragici

Purtroppo la cronaca quotidiana di questi giorni (mi riferisco alla Siria, all’Iraq e all’islamismo terrorista dell’ISIS) mostra ancora una volta la “legge scientifica” della sequenza prima la politica e poi i singoli destini personali.

Da cui il compito di usare la “scienza della politica” per evitare il peggio.

umore di giornata, di mese, di anno, di tempo: “il potere del più buoni” di Giorgio Gaber

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi di ciò che ho intorno

sono sensibile ed umano

probabilmente sono il più buono

ho dentro il cuore un affetto vero

per i bambini del mondo intero

ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale

perché dovunque c’è sofferenza

sento la voce della mia coscienza.

Penso ad un popolo multirazziale

ad uno stato molto solidale

che stanzi fondi in abbondanza

perché il mio motto è l’accoglienza

penso al problema degli albanesi

dei marocchini, dei senegalesi

bisogna dare appartamenti

ai clandestini e anche ai parenti

e per gli zingari degli albergoni

coi frigobar e le televisioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

son già iscritto a più di mille associazioni

è il potere dei più buoni

e organizzo dovunque manifestazioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi per ciò che ho intorno

ho una passione travolgente

per gli animali e per l’ambiente

penso alle vipere sempre più rare

e anche al rispetto per le zanzare

in questi tempi così immorali

io penso agli habitat naturali

penso alla cosa più importante

che è abbracciare le piante.

Penso al recupero dei criminali

delle puttane e dei transessuali

penso allo stress degli alluvionati

al tempo libero dei carcerati

penso alle nuove povertà

che danno molta visibilità

penso che è bello sentirsi buoni

usando i soldi degli italiani.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni

è il potere dei più buoni

che un domani può venir buono

per le elezioni.

È il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere… dei più buoni…

Leggi tutto il testo su: http://singring.virgilio.it/testi/giorgio-gaber/testo-il-potere-dei-piu-buoni.html

Il potere dei più buoni è il lamento prorompente della maggioranza invisibile del Paese, quella che regolarmente, costretta un po’ a vergognarsi per avere lavorato e fatto il proprio dovere, soggiace ad ogni piccolo e macroscopico diritto di ogni minoranza, a volte protetta anche nella propria illegalità. Sorretta in una visione radical chic dell’impegno civile e politico da un sentimento misto, tutto italiano, di solidarismo cattolico e di egualitarismo postcomunista.

Nobili ideali, pessime applicazioni quotidiane. Non è quello di Gaber, compagno di viaggio e utopie giovanili, un inno alla cattiveria, né all’egoismo piccolo borghese, solo una denuncia provocatoria. Una denuncia trascinata da un testo esemplare per efficacia e da una musica appropriata nel suo scandire il crescendo dell’indignazione fino al libertario con i “soldi degli italiani”.

Una denuncia che smaschera l’ipocrisia di un certo atteggiamento sociale e politico, critico verso le intolleranze altrui fino al momento in cui non deve fare i conti personalmente con le emergenze, gli immigrati, la delinquenza, eccetera. In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile.

Di buone intenzioni sotto vuoto, protette nel vetro antiproiettile di una teca, il mondo è pieno. Ma è meglio un generosità di facciata, di anime belle, o quella più facile e autentica che cresce, seppur a fatica, lungo le strade del mondo?

Ferruccio De Bortoli, in LA MIA GENERAZIONE HA PERSO, Il Sole 24 Ore, collana io mi chiamo G, 2011

Addio al professor Angelo Spallino. Si è spento a 85 anni | Coatesa sul Lario e dintorni

COMO CRONACA CONFERENZA STAMPA FONDAZIONE PROVINCIALE COMUNITA’ COMASCA ANGELO SPALLINO

COMO Un pomeriggio di tanti anni fa, forse 30 o forse 31, un uomo alto, austero, la testa un po’ china, stava per imboccare il viale dell’ospedale psichiatrico San Martino. Era il professor Angelo Spallino, notissimo primario oculista di Villa Aprica, prestigioso studio in Piazza Cavour, da poco presidente della Ussl n. 5 che comprendeva anche l’ospedale Sant’Anna e i servizi psichiatrici, oltre a tutti quelli sul territorio. Era appena entrata in vigore la rivoluzione sanitaria; Spallino era già stato assessore provinciale, negli anni ’70 e sindaco di Carimate, era un «fiore all’occhiello» per la Democrazia Cristiana, appartenente ad una famiglia che a Como ha dato un senatore, Lorenzo e un sindaco, Antonio.
Fece pochi passi, il professor Spallino, figlio di Lorenzo e fratello di Antonio e lungo il viale vide scendere un uomo, un ospite di quello che stava per diventare ex manicomio. Barcollava, l’uomo, sembrava smarrito. Il professore gli andò incontro, senza spaventarlo, gli diede la mano, gli disse qualcosa, lo riaccompagnò nella comunità e, sulla soglia, gli fece una carezza. Quell’immagine è tra le più significative in chi ricorda il professore che nella notte di ieri se n’è andato lungo il viale verso l’eternità. Questa sera, alle ore 21, Rosario nella chiesa di Sant’Agata e l’ultimo saluto venerdì alle 10.
Aveva 85 anni, Angelo Spallino, lascia tre figli che sono tuttora il segno di ciò che la famiglia Spallino dà a questa città e lascia tante persone per le quali ha rappresentato le doti migliori che un essere umano può rappresentare.

il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale | Coatesa sul Lario e dintorni

il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale.

tante aspettative, progetti, tensioni, voglia di creare welfare e oggi il sistema si è ridotto ad una nomina burocratica (dentro il clientelismo delle lobby di comunione e liberazione e compagnia delle opere) per cui arriva un manager – nominato sulla base di un curriculum e delle sue reti di conoscenze ed appoggi politici – che deve fare “una prima ricognizione sui diversi temi sul tappeto» per conoscere la realtà comasca !!!

dunque la salute degli abitatori di Como e dintorni è affidata ad un estraneo che “deve conoscere la realtà comasca” !!!

ok: la riforma sanitaria del 1978  E’ FALLITA

Paolo Ferrario

Lunedì 3 gennaio il nuovo direttore generale dell’azienda ospedaliera S. Anna, Marco Onofri, ha incontrato il direttore sanitario, Laura Chiappa, e il direttore amministrativo, Salvatore Gioia, «per una prima ricognizione sui diversi temi sul tappeto»; primo di una serie di incontri per conoscere la realtà comasca. «Si tratta anzitutto di consolidare l’avvio delle attività nella nuova sede in cui si applica un modello organizzativo innovativo – ha dichiarato Onofri –. È stato fatto un ottimo lavoro e so di poter contare su straordinarie professionalità. Per cultura personale prediligo il gioco di squadra e intendo operare con il contributo di tutti»

da: il mio bilancio fallimentare sulla riforma sanitaria del 1978. tema cui ho dedicato tutta la mia vita professionale | Coatesa sul Lario e dintorni.

Luca Ricolfi, La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

[…]

Da che cosa deriva la mancanza di idee del Pd ?
Un po’ deriva, ovviamente, dalla cultura politica della sinistra, che spesso confonde gli slogan con le idee. Parole d’ordine come inclusione, solidarietà, integrazione, difesa dei deboli, non sono idee politicamente efficaci finché non si è capaci di tradurle in obiettivi chiari, convincenti, raggiungibili.
Ma la vera origine della mancanza di idee del Pd, a mio parere, è soprattutto un’altra: è l’assenza di una diagnosi condivisa sulla società italiana. Senza una diagnosi medica, nessuna terapia. Senza una diagnosi politica, nessuna strategia. Questa assenza di una diagnosi, tuttavia, non è l’espressione di un vuoto, ma la risultante di due visioni dell’Italia che si elidono tra loro, e determinano la paralisi del partito (e con essa l’impotenza del centro-sinistra).

La prima visione si potrebbe definire dell’ emergenza democratica. Secondo questo modo di vedere le cose, in Italia la democrazia è in pericolo, e lo è su tre fronti fondamentali: la libertà dell’informazione, l’autonomia della magistratura, l’assetto istituzionale. I fautori di questa visione ritengono che Berlusconi stia scientemente e inesorabilmente erodendo le nostre libertà fondamentali, e che quindi nessun dialogo o accordo sia possibile con il Cavaliere. Quanto ai suoi alleati e partner principali, Bossi e Fini, i custodi della democrazia diffidano del primo (Bossi), perché detestano la sua xenofobia e il suo antimeridionalismo; e confidano nel secondo (Fini), perché trovano affascinanti le sue uscite eterodosse, ora a difesa degli immigrati, ora a difesa della Magistratura, ora a difesa del Mezzogiorno. La convinzione profonda di questa componente del Pd è che nulla di buono sia possibile finché c’è Berlusconi, e che quindi – fino alla sua definitiva uscita di scena – l’unica cosa da fare sia «resistere, resistere, resistere», secondo il celebre imperativo di Borrelli. Per chi sottoscrive questa visione del Paese le riforme più temibili sono quelle delle regole del gioco, e il vero pericolo è che le riforme si facciano, perché sarebbero inevitabilmente pro-Berlusconi.

La seconda visione si potrebbe definire della modernizzazione mancata. Secondo questo modo di vedere, il problema fondamentale dell’Italia è la sua incapacità di crescere, un’incapacità che dura da quasi un ventennio non per colpa del solo Berlusconi, bensì a causa della timidezza di tutto il ceto politico, di destra e di sinistra. Per i fautori di questa visione il federalismo fiscale è innanzitutto un’opportunità per tornare a crescere, e una sfida che la buona politica lancia alla cattiva. Quindi la Lega, più che come un nemico, è percepita come un interlocutore con cui dialogare e competere. Simmetricamente il «compagno Fini» viene visto come una sponda nei rari momenti in cui frena le pulsioni anti-istituzionali di Berlusconi, ma come un grave ostacolo sulla via della modernizzazione del Paese quando, in prima persona o attraverso i suoi fedelissimi eletti nel Sud, appare sensibile alle richieste del partito della spesa. Chi adotta questa seconda visione, attenta alle ragioni della crescita, punta soprattutto sulle riforme economico-sociali, e vede il federalismo come la più fondamentale di tutte le riforme.

Dopo le elezioni regionali, e il conseguente rafforzamento della Lega, la convivenza fra queste due visioni è diventata sempre più difficile. Chi sottoscrive la diagnosi dell’emergenza democratica non può che vedere con sospetto qualsiasi dialogo con un governo presieduto da Berlusconi; chi sottoscrive la diagnosi della modernizzazione mancata è naturalmente portato a prendere sul serio la scommessa del federalismo fiscale. Per i paladini della democrazia il pericolo è che Berlusconi passi dalle parole ai fatti, perché il loro incubo è il fascismo strisciante che avanza; per i paladini della crescita il rischio è che Berlusconi non passi dalla parole ai fatti, perché il loro incubo è la prosecuzione del declino, l’argentinizzazione lenta dell’Italia.

È probabile che la prima visione, quella dell’emergenza democratica, sia ancora egemone nel Pd. E tuttavia mi sembra che la seconda visione, più pragmatica e meno drammatizzante, stia guadagnando qualche posizione nel partito, specie fra gli amministratori locali. Recentemente mi è capitato di ascoltare le parole di tre sindaci del Pd, uno del Nord (Chiamparino, Torino), uno del Centro (Renzi, Firenze), uno del Sud (De Luca, Salerno). Tutti e tre si auguravano che il federalismo funzionasse davvero, e vedevano il progetto della Lega non come una minaccia ma come una sfida da raccogliere. Per loro la colpa più grande di Berlusconi non è di aver reso l’Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia.

Hanno ragione, in tanti anni non abbiamo visto realizzata nessuna di queste cose. Eppure la promessa di una «rivoluzione liberale» risale al 1994. Nel 2013, quando torneremo a votare, saranno passati vent’anni (tanti quanti ne durò il fascismo), di cui gli ultimi dodici quasi interamente sotto la stella di Berlusconi. Forse è venuto il momento che il Partito democratico si ricordi delle ragioni per cui è nato, e anziché criticare Berlusconi qualsiasi cosa faccia, cominci a pretendere che le cose le faccia davvero. Almeno quelle – sacrosante – che non stanno solo nel programma originario di Forza Italia, ma sono nel Dna di un partito autenticamente riformista

La sinistra e la paura di cambiare – LASTAMPA.it

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Federico Orlando, "cercare un possibile terreno d’incontro tra Pd e Lega"

tra gli aspetti non negativi della recente campagna elettorale, c’è l’impegno dei giornali a ricercare le cause del trasferimento di voti sia dal Pdl che dal Pd verso la Lega.


[…] ci sono due fatti reali di cui le analisi dovrebbero tener conto:
1) il trasferimento dalla sinistra alla Lega di una parte crescente dell’elettorato popolare, col bagaglio dei suoi valori storici (forse è per questo che D’Alema parlò della Lega come «costola della sinistra»);
2) la sempre più radicale differenza di fondo tra Lega e Pdl, l’uno partito di popolo e di “poveri”, l’altro partito di emergenti ricchi o di ricchi fuggiaschi da ogni solidarietà sociale: a cominciare dalla dilagante latitanza fiscale, che gli elettori del Pdl fanno ricadere sugli altri concittadini, compresi quelli che votano Lega.
Perciò non concordo con chi ha scritto che Lega e Pdl sono le due facce della stessa medaglia.
E se invece fossero due medaglie diverse, incollate l’una all’altra con l’obbiettivo (legittimo per tutti) di governare?
Se così fosse, chiederei al Pd di uscire un po’ dalla papagna (in italiano, pisolino dei bambini indotto col papavero, nel quale il dormiente si gira e si rigira in cerca di posizione idonea) e di avviare quella guerra di movimento che, nel caso nostro, prevederebbe di non schematizzare e non fissare per l’eternità una destra pidiellista-forzista e una sinistra pidiellina-vendolianadipietrista- verde; ma di
cercare un possibile terreno d’incontro tra Pd e Lega.

Potremmo aiutare la Lega a conseguire il suo obbiettivo primario, il federalismo fiscale, ottenendone in cambio ciò che essa non potrebbe chiedere a Berlusconi, cioè la caccia agli evasori che, sottraendo risorse all’erario, finiscono col ridurle anche al federalismo e ne ridimensionano gli aspetti quantitativi. A nostra volta, potremmo ottenere dalla Lega una rinuncia allo spirito di crociata razzista, concedendo ai leghisti una limitazione ragionata all’accoglienza, che non può essere né illimitata né incondizionata. Le ho detto un mio pensierino in soldoni, ma i nostri raffinati dirigenti forse saprebbero renderlo maturo e praticabile.

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Mario Calabresi, Le emozioni, la ragione e la realtà – LASTAMPA.it

La distanza tra la parte razionale e quella emotiva del cervello certi giorni appare immensa e insormontabile. Soprattutto se una parte dei cittadini, dei giornalisti e dei politici usa soltanto la prima e una parte consistente degli elettori invece va alle urne guidata dalla seconda.

Ieri mattina le analisi del voto e del successo della Lega, che in cinque anni ha raddoppiato i suoi consensi, parlavano di federalismo, di protesta e di voglia di rottura. Le motivazioni di chi ha scelto il partito di Umberto Bossi appaiono invece completamente diverse e si richiudevano in tre parole: serenità, normalità, sicurezza.

Questa distanza di percezione e interpretazione ci racconta che anche in Italia politici e analisti fanno riferimento solo ad una parte della nostra mente, quella più fredda, razionale e calcolatrice, cadendo così in errore e restando spiazzati di fronte ai risultati elettorali. Prima delle ultime presidenziali americane, Drew Westen, noto professore di psicologia e consulente politico, lo ha spiegato in un libro di successo. I conservatori, sostiene, sanno fin dai tempi di Nixon e poi di Reagan che la politica è soprattutto una «questione di racconto».

I progressisti, aggiunge Westen, hanno perso elezioni a ripetizione concentrandosi solo su questioni astratte e razionali, che non chiamano mai in causa cuore e pancia. Un candidato emergente di nome Barack Obama ha preso appunti e mettendo a frutto la lezione di Westen è riuscito a trasformare le tematiche più «cerebrali» in una «narrativa» capace di coinvolgere i suoi concittadini. E ha vinto.

I leader della Lega probabilmente non conoscono il professore americano, ma istintivamente ne hanno messo in pratica gli insegnamenti, mentre gli esponenti del centrosinistra, pur guardando ad Obama come a un esempio mitico, ripetono regolarmente gli errori storici dei democratici americani.

Il successo della Lega non penso sia figlio delle battaglie sul federalismo, o almeno non in modo preponderante in questa fase, ma nasce dalla voglia di dare il consenso a una formazione politica che viene vissuta come più prossima, più vicina e che parla un linguaggio di certo assai semplificato ma diretto e comprensibile. Difficile ignorare che i toni e le battaglie contro gli immigrati e l’integrazione hanno creato apprensioni e disagio in molti, così come appare irritante una semplificazione della realtà che tende ad identificare il diverso come ostile, ma leggere la vittoria di Bossi come uno scivolamento del Paese nel razzismo sarebbe ingannevole e non spiegherebbe cosa è successo.

La risposta alle politiche leghiste non può ridursi alla demonizzazione e a un nuovo allarme per la calata dei barbari, ma dovrebbe partire da un impegno reale sul territorio. La sede della Lega a Torino, il luogo dove è stata festeggiata la conquista del Piemonte, si trova a Barriera di Milano, in una delle periferie più difficili della città e gli arredi si limitano a foto di militanti sui muri e ad una serie di sedie di plastica verde. La piccola carovana leghista che dopo le due del mattino si è spostata in una deserta piazza Castello, per festeggiare la presa del potere, appariva fuori posto nel centro della città sabauda. Ma questa è sembrata essere la sua forza.

La prima volta che ho incontrato Roberto Cota gli ho chiesto di spiegarmi quali erano le prospettive politiche della Lega in Piemonte e lui mi ha risposto parlandomi per un quarto d’ora sui danni della grandine. Mi sembrava un marziano, ma i risultati della Lega nelle campagne del Cuneese come in quelle del Veneto ci dicono che anche lì c’era uno spazio vuoto che da tempo aspettava di essere riempito.

La teoria del cervello emotivo calza alla perfezione anche con Berlusconi: dopo un anno di scandali, feste dei diciott’anni, escort, processi, leggi ad personam, scontri sulla televisione, è riuscito a tenere in piedi la sua maggioranza e a portarla ad un’altra vittoria. Ha visto un calo dei suoi voti, ma la politica di alleanze che ha messo in piedi 16 anni fa – con la Lega al Nord, con gli eredi della Dc e dell’Msi al Sud – ancora regge e il suo potere di seduzione non si è esaurito. Non è certo tutto merito suo, ma anche della stanchezza di un elettorato che non vede maggioranze o progetti alternativi capaci di spingere ad un cambio di direzione.

La mancata sconfitta di Berlusconi, date le evidenze degli ultimi dieci mesi, dovrebbe allora farci pensare che quei temi che domenica scorsa Barbara Spinelli ci indicava come cruciali – le regole, la legalità, l’indipendenza dell’informazione e i diritti – siano inutili e non efficaci? Non rispondano a esigenze fondamentali? Nient’affatto, dovrebbero far parte del dna dei giornali, delle forze politiche, dovrebbero essere lo sfondo condiviso di una democrazia e sarebbe troppo pericoloso ignorarli. Ma forse dovremmo convincerci, una volta per tutte, che non possono essere i temi esclusivi di un programma elettorale e che da soli non sono capaci di dare la vittoria. La differenza la fanno la capacità di intercettare i bisogni, i desideri e le paure degli elettori e, facendosene carico, dare risposte concrete in un quadro che abbia come riferimento proprio le regole, la legalità e la separazione dei poteri.

Non si può pensare che una battaglia, per quanto corretta e incisiva, sulle firme, sui timbri o sulle procedure di presentazione delle schede sia capace di invertire il risultato di un’elezione, di rispondere ai bisogni dei cittadini.

L’avanzamento della Lega anche in Emilia e in Toscana ce lo ricorda, così come lo sottolineano gli inaspettati successi delle Liste Grillo. Mercedes Bresso – lo ha candidamente confessato l’altra notte di fronte alle telecamere – non immaginava neppure che potessero conquistare un voto. Non era la sola: i giornalisti al completo (noi compresi) le avevano sottovalutate nella stessa misura.

Ma non sarebbe stato impossibile capirlo: sarebbe bastato leggere con attenzione i giornali che produciamo ogni giorno. Non le pagine politiche ma quelle di società, ambiente e costume, dove parliamo degli italiani che si muovono in bicicletta, che chiedono più piste ciclabili, più verde e aria pulita per i loro figli, che si preoccupano per l’effetto serra, che comprano equo e solidale, che riducono i consumi di carne, fanno attenzione a non sprecare acqua e usano Internet e i social network. Nessuna delle forze politiche tradizionali si è però preoccupata di intercettarli, di dare loro rappresentanza, tranne un comico che, non per caso, è stato premiato.

Le emozioni, la ragione e la realtà – LASTAMPA.it

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Stefano Folli, Il Carroccio apre la strada al premier – Il Sole 24 ORE

Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Silvio Berlusconi avesse perso le elezioni regionali. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Nicolas Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l’astensionismo e ha visto scivolare a sinistra l’intera nazione, tranne l’Alsazia. Viceversa, il presidente del Consiglio si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino a evitare le trappole di un’astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il Popolo della Libertà esce dalle urne con un’affermazione evidente.
Sei regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Campania, Calabria e Lazio), tutte di notevole rilievo, contro sette del centrosinistra ( Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata). Emma Bonino sconfitta a Roma per un pugno di voti da Renata Polverini. Una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica… Nonostante tutti questi elementi e altri ancora, Berlusconi – sedici anni dopo sa ancora come raccogliere consenso.
Ma la fotografia dell’Italia emersa ieri notte va definita meglio. Un punto riguarda il successo cruciale della Lega. La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte. Zaia ha trionfato nel nordest, Cota si è affermato nel nord-ovest; solo Formigoni è riuscito a controllare in Lombardia l’avanzata leghista. Ma non basta, perché la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia-Romagna, avanza in Liguria, Toscana e Umbria. In altre parole, incalza la sinistra nei suoi territori storici.
Da oggi il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza e del governo. Bossi può chiedere o meglio pretendere le riforme, il federalismo fiscale, un assetto più snello dello Stato. In un certo senso assume la veste di presidente del Consiglio «ombra», con il preciso intento di difendere le ragioni e gli interessi del Nord. Spetterà a lui limitarsi a questa missione, con tutti i rischi connessi per l’unità nazionale, oppure fare un passo avanti. Proprio in virtù della sua grande forza, Bossi potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all’opposizione, a cominciare dal Pd.
Una simile iniziativa porrebbe il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero «costituente». Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all’interno del Pdl.[…]

I’INTERO ARTIOCOLO E’ QUI: l Carroccio apre la strada al premier – Il Sole 24 ORE

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Regione LOMBARDIA Elezioni Regionali del 28 – 29 marzo 2010 – Risultati elettorali – Ministero dell'Interno

Candidati presidente e liste Voti  %  Seggi Voti  %  Seggi
Visualizza candidati di lista 2.665.874 56,13
IL POPOLO DELLA LIBERTA' IL POPOLO DELLA LIBERTA’ 1.324.855 31,74
LEGA NORD LEGA NORD 1.097.986 26,30
LA DESTRA LA DESTRA 6.756 0,16
Totale 2.429.597 58,20
Visualizza candidati di lista 1.578.685 33,24
PARTITO DEMOCRATICO PARTITO DEMOCRATICO 954.893 22,87
DI PIETRO ITALIA DEI VALORI DI PIETRO ITALIA DEI VALORI 261.672 6,26
PART.PENS. PART.PENS. 68.442 1,63
SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA' SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ 57.828 1,38
FED.DEI VERDI FED.DEI VERDI 34.072 0,81
PARTITO SOCIALISTA ITALIANO PARTITO SOCIALISTA ITALIANO 13.263 0,31
Totale 1.390.170 33,30
Visualizza candidati di lista 222.885 4,69
UNIONE DI CENTRO UNIONE DI CENTRO 161.047 3,85

Regione LOMBARDIA Elezioni Regionali del 28 – 29 marzo 2010 – Risultati elettorali – Ministero dell’Interno

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Andreotti: storia di un'epoca. Ritratto di Massimo Franco | Il Recensore.com

“Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca” (Mondadori, 2010) non è solo una biografia. E’ molto, molto di più. L’autore, Massimo Franco, ci regala un volume davvero appassionante. E che, in maniera superlativa, ripercorre novant’anni di vita italiana attraverso le vicende di un uomo, “l’uomo enigma per antonomasia” che “può eclissarsi ma mai tramontare“.Potrebbe sembrare un romanzo ma non lo è. E’ la ricostruzione storica, precisa e puntuale dell’esistenza dell’attuale Senatore a vita Giulio Andreotti. Ma forse è la stessa vita di Andreotti che si presta a sembrare un romanzo. Un romanzo fatto di misteri, di enigmi, ma che nelle 358 pagine di questo volume quasi si dissolvono per far apparire l’uomo al di là dell’emblema del politico, del “potere logora chi non ce l’ha“, dei luoghi comuni che spesso per ignoranza o per partito preso ne han dato un’immagine tout court negativa. E si scoprirà l’Andreotti vero al di là del mito, delle sue ironie, delle calunnie spesso dette nei suoi confronti per farne un capro espiatorio. Una lettura che vola, le pagine sono letteralmente da divorare per gli appassionati di storia, che si accorgeranno di sfaccettature sconosciute del delfino degasperiano.

Andreotti: storia di un’epoca. Ritratto di Massimo Franco | Il Recensore.com

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Romania, l'horror estremo: tremendo episodio della storia novecentesca Dario Fertilio dedica il suo nuovo libro, Musica per lupi (Marsilio, pp. 172, € 15)

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proprio qui, a Pitesti, sorgeva un tempo un carcere speciale per la «rieducazione» dei prigionieri politici, nel quale, tra il 1949 e il 1952, furono commesse atrocità tali da costringere persino il non tenero regime di allora a intervenire per porvi un termine, punendone i responsabili. Non atrocità isolate; piuttosto, un organico e coerente sistema di tortura fisica e morale, affidato non alle guardie, ma agli stessi detenuti già «rieducati», che si trasformavano in implacabili aguzzini dei loro compagni.
A questo tremendo episodio della storia novecentesca Dario Fertilio dedica il suo nuovo libro, Musica per lupi (Marsilio, pp. 172, € 15), una tesa, sconvolgente narrazione nella quale i documenti storici sono rielaborati con esiti di grande intensità espressiva. Un libro sugli orrori del totalitarismo, certo: tema al quale Fertilio ha già dedicato altre volte la sua attenzione. Qui però sembra che l’aspetto ideologico costituisca il punto di partenza per una più profonda e radicale indagine, non tanto da storico quanto da scrittore, sull’abisso che l’animo umano può albergare e che in certe circostanze si spalanca, travolgendo ogni resistenza morale e intellettuale: «un luogo smisurato che alimenta sogni, ricordi e creazioni elevate; ma anche idee mostruose e azioni inumane».
A sfigurare i detenuti di Pitesti sino al completo annientamento della coscienza e della personalità è senza dubbio la serie implacabile di tormenti fisici che si protrae giorno e notte, senza interruzione; è l’umiliazione delle «confessioni» forzate in cui si è costretti a denigrare se stessi e le persone care e a rinnegare qualsiasi fede o principio in nome della nuda sopravvivenza; ma più ancora (e appunto questo distingue l’«esperimento» di Pitesti da altri episodi analoghi) è la torbida, irresistibile seduzione esercitata dal male sulle proprie vittime. Eugen Turcanu, il capo e ispiratore della squadra di detenuti-aguzzini, colui che ne crea e ne perfeziona i metodi con minuziosa crudeltà, trasformandoli in una sorta di mistica della tortura, sembra perfetto per esercitare il ruolo del seduttore: con il suo fisico atletico e gli occhi azzurri abitati da una luce di perversa spiritualità, più che ai demoni orrendi dell’iconografia medievale somiglia a Lucifero, all’angelo caduto; e spesso al terrore che i prigionieri provano per lui vediamo mescolarsi una morbosa forma d’amore.

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Editoriali & altro …: Romania, l’horror estremo

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Ricordo di Ezio Tarantelli

Venticinque anni fa le brigate rosse, i nipotini della cultura eversiva della sinistra comunista, assassinavano Ezio Tarantelli.


Il professor Tarantelli è ucciso da un commando di terroristi mentre sale sulla sua auto davanti all’Università al termine della sua lezione. Il gruppo lascia la rivendicazione sotto il tergicristalli dell’auto: è a firma delle Brigate Rosse e Tarantelli viene indicato come “uno dei principali responsabili dell’attacco al salario operaio” in quanto consulente CISL ed in riferimento all’accordo tra governo e sindacati sul taglio dei punti di contingenza.”


in Associazione Italiana Vittime del Terrorismo e dell’Eversione Contro l’Ordinamento Costituzionale dello Stato


da “Il mio papà Ezio Tarantelli” di Marcello Sorgi, La Stampa 26 Marzo 2010
La madre non sapeva come dirlo al figlio. Tre giorni prima giocavano insieme a pallone nel parco sotto casa, a Villa Paganini, e tre giorni dopo: «Sai, Luca, c’è una cosa terribile che devi sapere. Papà è morto». Non aveva avuto cuore neppure di spiegargli, subito, che il padre era stato ammazzato dalle Brigate rosse. E non aveva creduto ai suoi occhi e alle sue orecchie quando Luca, stordito, senza piangere, dopo un lunghissimo attimo di silenzio, le aveva risposto qualcosa come: «Dobbiamo andare avanti. Le nostre vite devono continuare».

Davanti alle immagini del film che ha dedicato alla vita del padre, ancora non si spiega quella reazione il giovane storico Luca, figlio dell’economista Ezio Tarantelli caduto proprio venticinque anni fa sotto il piombo brigatista. A metà Anni Ottanta, l’Italia era nel fuoco dello scontro sul taglio della scala mobile, il sistema automatico di adeguamento dei salari all’inflazione che proprio Tarantelli aveva contribuito a riformare e che divise il Paese a metà. [..]

Tirava un’aria pesante in Italia a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Luca è convinto che «anche un bambino poteva capire che c’era una guerra in corso. Bastava sentire i telegiornali che parlavano solo di delitti e attentati. Forse la cosa che non potevi comprendere era da che parte stavano i buoni e i cattivi». 


Sono gli ultimi momenti di spensieratezza di una famiglia «felice, molto molto felice», come assicura Carol, tornando indietro con il pensiero. A rompere quest’atmosfera di serenità arriverà tra poco il commando delle Br. Ma prima, c’è il momento in cui Ezio formula quella che gli sembra la teoria più importante della sua vita.
L’Italia, osserva, non può seguitare ad essere un Paese in cui tra disoccupati, sottoccupati, ed emarginati c’è più di un terzo di gente che se la passa malissimo, e anche quelli che hanno un lavoro vedono il proprio salario divorato da un’inflazione che tocca punte del 25 per cento. Di qui l’idea che, quando la spiega, tutti, a partire da sua moglie, gli dicono che è fuori di testa: bisogna fissare una soglia prestabilita per l’inflazione, e regolare di conseguenza la scala mobile.

Va a parlarne con il segretario della Cgil Lama, lui che è vicino al Pci e per qualche anno ha anche avuto la tessera in tasca, ma rimane deluso. Va al Cespe, il centro di ricerche vicino al Pci, ma non lo stanno a sentire. Il suo amico Aris Accornero gli dice letteralmente: «Ma sei pazzo?». Alla fine gli unici che lo ascoltano sono Spadolini, che si ricordava della vecchia formula lamalfian
a della «politica dei redditi»,
il capo della Cisl Carniti e Craxi, che s’innamora dell’idea che lo porterà a tagliare la contingenza per decreto. Il 3 maggio 1983 sparano alle gambe a Gino Giugni, il socialista giuslavorista che aveva scritto lo Statuto dei lavoratori. [..]

Ezio Tarantelli va incontro alla morte in un giorno qualsiasi. Il giorno del compleanno del figlio in cui per un po’ aveva giocato a calcio, lo avevano visto pensieroso. Aveva detto a Luca e ai suoi amici: «Vi aspetto a casa». Quella mattina del 27 marzo 1985 aveva fatto lezione, era uscito dalla facoltà d’Economia della Sapienza dove ora c’è un’aula a suo nome, era salito in macchina e s’era girato svelto, sentendosi chiamare: «Professore». Andarono a prendere Carol e in macchina, mentre andavano all’ospedale, le comunicarono ch’era morto: diciassette colpi di mitra. E lei dovette dirlo a suo figlio. Due dei tre assassini li hanno presi. Uno, Antonino Fosso, un vero sanguinario, è all’ergastolo. L’altra, Barbara Balzerani, la donna di Mario Moretti al vertice della colonna romana, è uscita da poco. «La settimana scorsa – racconta Luca – ha fatto un recital di poesia. Erri De Luca, lo scrittore che l’ha introdotta, ha detto che a nessuno, neanche a un terrorista, può essere limitata la libertà d’espressione. Ma esiste una limitazione peggiore di questa libertà che chiudere per sempre la bocca a una persona?».




E’ da molti anni che mi sono imposto una disciplina da lettore: mai un libro di un autore che è un simpatizzate di idee violente ed eversive.
Mai un libro di Erri De Luca, che non ha perso l’occasione per insultare le vittime del terrorismo e per il quale contano di più gli autori dei delitti che le loro vittime.

Alejandro Torreguitart Ruiz, “Il canto di Natale di Fidel Castro”, Il Foglio, Piombino 2010. Traduzione di Gordiano Lupi. Illustrazioni di Elena Migliorini. Copertina di Marco Zorzan, | Lankelot

“Il canto di Natale di Fidel Castro” è un omaggio a Dickens, e un omaggio a tutti quei cittadini, quei combattenti e quegli intellettuali, cubani e occidentali, che hanno dedicato la loro vita, o almeno parte della loro vita, a demistificare la propaganda della “Fantasia Roja” per eccellenza: l’infame, omicida e liberticida regime comunista cubano. L

Il canto di Natale di Fidel Castro | Lankelot

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Il problema non è che in Italia ci sono più disonesti che altrove, ma che manca una rete attiva di onesti in grado di fondare un modo diverso di stare nelle istituzioni e nel paese, Antonio Gambino, anni ‘90

Il problema non è che in Italia ci sono più disonesti che altrove, ma che manca una rete attiva di onesti in grado di fondare un modo diverso di stare nelle istituzioni e nel paese


Antonio Gambino, anni ‘90

Elezioni regionali 2010: la regola del "voto disgiunto"

L’elettore può:
esprimere un voto disgiunto, cioè tracciare un segno nel rettangolo recante una delle liste provinciali ed un altro segno sul simbolo di una lista regionale, non collegata alla lista provinciale prescelta, o sul nome del suo capolista. 
In tal caso il voto è validamente espresso per la lista provinciale e per la lista regionale prescelte anche se non collegate fra di loro

Francesco Agnoli, Cattocomunismi. Così è nata la pericolosa commistione tra marxismo ateo e cattolicesimo disincarnato, Il Foglio» del 18 marzo 2010

Cattocomunismi. Così è nata la pericolosa commistione tra marxismo ateo e cattolicesimo disincarnato

Francesco Agnoli

[…]come il comunismo abbia rappresentato nella storia il più compiuto tentativo di costruire una società senza Dio, anzi contro di Lui. Con un fallimento totale. Non si può dimenticare che proprio il mondo cattolico, che avrebbe dovuto costituire un argine all’ateismo comunista, è stato ed è tuttora fortemente contaminato da tale ideologia. […]

sembra che molti cattolici si vergognino del fatto che il cristianesimo non ha eliminato il male dal mondo, e rimangano ammirati dal sogno utopico del comunismo, disposti a perdonargli “qualche incidente di percorso”. Ma come si realizza la contaminazione tra comunismo ateo e cattolicesimo? Avviene che molti cattolici, presi nel vortice delle soluzioni mondane, ritengono di poter battezzare il divorzio tra Dio e l’uomo, tra la sua legge e la società umana, tra Cristo e la storia.
Sembra che l’idea di una salvezza che l’uomo si procura da solo sia compatibile con l’idea, antitetica, di un Salvatore che viene incontro all’uomo che lo cerca. Eppure già Dostoevskij aveva capito che i “demoni” rivoluzionari “pensano di organizzarsi secondo giustizia, ma avendo respinto Cristo, finiranno con l’inondare il mondo di sangue”.
L’umanesimo ateo diventa così il punto di incontro tra cattocomunisti e comunisti, in nome dell’uomo, misura di tutte le cose, a cui è stato tolto, per grazia ricevuta, il peccato originale.
[..]
 Umanesimo ateo, dimenticanza della natura decaduta dell’uomo, preponderanza totale conferita alla dimensione sociale e politica della fede, insieme alla orizzontalità della nuova liturgia, rafforzano nel mondo cattolico l’equivoco catto-comunista, con una ricaduta immediata sulle priorità pratiche della vita cristiana. Il cristiano “contaminato”, infatti, non ha presente altro che il peccato sociale, l’ingiustizia del sistema, le “colpe” della società. Finisce così per cadere nello stesso astrattismo dei comunisti,
[..]

«Il Foglio» del 18 marzo 2010

l’intero articolo qui: Editoriali & altro Cattocomunismi. Così è nata la pericolosa commistione tra marxismo ateo e cattolicesimo disincarnato

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Fra tre giorni ci saranno le elezioni in tredici Regioni italiane e sul mercato politico manca del tutto ed è assente dal sistema della rappresentanza un partito liberal-sociale capace di mettere assieme le libertà individuali e la responsabilità collettiva








Fra tre giorni ci saranno le elezioni in tredici Regioni italiane e sul mercato politico è del tutto assente dal sistema della rappresentanza un partito liberal-sociale capace di mettere assieme le libertà individuali e la responsabilità collettiva. Un simile partito è stato soffocato nella storia d’Italia dalla asfissia provocata dai cattolici e dai comunisti. In questo del tutto uniti nel profondo, nonostante le loro divergenze.
Sempre più il mio senso della Polis non trova sulla scena istituzionale  una rappresentanza pubblica capace di esprimere vissuti, valori ed interessi che fanno parte della mia biografia dell’interconnesso stare nel mondo. Che si riassume nel principio che la libertà dei soggetti che si relazionano si deve manifestare nella cura ed attenzione di un oggetto comune. Libertà individuale e buona società: sono questi i due pilastri della modernità, come – invano – Giovanni Sartori racconta dal 1957.
Per fortuna istituzionale queste non sono elezioni decisive per il Governo del paese.
Sono elezioni regionali e locali che esprimono linee di tendenza ed organizzazione di questo paese estremamente diversificato dal punto di vista territoriale
Certo, qui si vota in Lombardia. Una regione più grande della Svizzera e con una demografia equivalente a quella della Svezia.
Ho l’età delle Regioni. Sono cresciuto con queste istituzioni.
Le elezioni a Statuto ordinario sono “nate” nel 1970, con questi risultati elettorali:

Elezioni Regionali del 7 Giugno 1970 in Lombardia

Elettori 5.710.352 Voti validi 5.228.316
Votanti 5.453.931 Schede non valide (incl. bianche) 225.720
% Votanti 95,51 Schede bianche 161.676
Lista/Gruppo               Voti             %      Seggi
DC                             2.138.141  40,90     36
PCI                            1.210.068  23,14     19
PSI                              648.696   12,41      9
PSU                             376.436     7,20      5
PLI                              310.324     5,94      4
MSI                             195.791      3,74     3
PSIUP                          188.585      3,61     2
PRI                              125.767      2,41     2
PDIUM                           31.119       0,60    0
UN.AUTONOMISTI D’IT.      3.389       0,06    0

Ne è passata di acqua sotto i ponti.
I tre partiti di matrice socialista allora contavano il 23,22%. E se si aggiungessero i repubblicani (2,41%) ed i liberali (5,94) ci sarebbe un’altra realtà politica. Ma la storia, si sa, non si fa con i “se”.
Ora non ci sono più
La base elettorale della Dc è rimasta sostanzialmente intatta (spartita fra Pdl e Lega)
E molti di quei socialisti, oppressi dalla comunistudine, sono pure loro confluiti fra queste file.
Complimenti ai cuochi della sinistra: la vostra prepotenza ed antipatia linguistica e personologica (Luca Ricolfi, Perchè siamo antipatici?) ha portato dritto come un fuso alla attuale situazione.

Sono passati 30 anni
Nonostante te le drammatizzazioni bipartizan, non siamo all’Apocalisse.
E’ un voto importante ma non tale da cambiare le tendenze in atto nel paese: un governo di destra anomala (e la patologia è il berlusconismo, non la cultura politica della destra, come si vede bene con le scelte del presidente della Camera Gianfranco Fini) con una opposizione sfrangiata, litigiosa, programmaticamente divisa. E anche – spesso-  arrogante. 
Per quanto mi riguarda – qui, in Lombardia, non in Piemonte o nel Lazio –  le domande che mi faccio e cui risponderò con l’unico mio strumento (una testa, un voto) sono
:

qual’ è UN voto efficace per davvero contrastare la forza del partito personale di Berlusconi e del suo gruppo vorace di Forza Italia?


qual’ è UN voto che costringerebbe ciò che resta della sinistra riformista a fare davvero i conti con l’economia dei territori del nord, quelli produttivi, e nei quali costoro non possono neppure fare un comizio nelle fabbriche e nelle associazioni di categoria, perché sarebbero espulsi dai capannoni e dalle sale conferenza?


qual’ è UN voto che riesce e porre un modesto argine- tramite il rispetto delle regole costruite nella vecchia ed assediata Europa – alle trasformazioni global-culturali verso le quali, con avventurismo ed incoscienza politica, si è costretto il paese?


UNA testa, UN voto. La democrazia ha questa virtù: nei momenti di passaggio si è soli a compiere un atto che ha parziali conseguenze collettive.


Questa frattura fra “personale e politico” è davvero una esperienza nuova.


Il Tempo che resta è poco e decresce
La Polis è disperante.
L’Eros avrebbe bisogno di nuova libido
Il Destino anche in parte meritato
Mi resta solo il Luogo
E questo sopravviverà e si scrollerà di dosso le pene dei questi giorni, mesi, anni.
Paolo Ferrario, 25 marzo 2010

Che fine ha fatto la superiorità antropologica della sinistra?

Qualcosa è cambiato da allora, nonostante l’immutabile, sincero disprezzo di Lidia Ravera (“balle, anche uno di destra che non sia lobotomizzato se ne accorge”, è stato il suo commento al comizio di Berlusconi): i manifestanti, i simpatizzanti, gli elettori berlusconiani si sono guadagnati la dignità di essere umano, il rispetto estetico e morale da parte degli avversari, a volte anche la simpatia. “Ho perfino applaudito una volta, quando La Russa ha detto che se applaudivamo aiutavamo la Gelmini a partorire oggi; se serve per aiutare, ho pensato”, ha scritto Francesco Piccolo. E’ un successo storico da incassare con orgoglio. Berlusconi era il mostro e il suo popolo coincideva mostruosamente con lui. Adesso Berlusconi è ancora mostruoso, ma il suo popolo è meglio, e soffiarglielo non sarebbe male.

«Il Foglio» del 23 marzo 2010

Editoriali & altro …: Che fine ha fatto la superiorità antropologica della sinistra?

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