la forza del tenere un diario: IL TEMPO CHE RESTA fra lavori, eventi, ricordi. Tracce risalenti al 2007

IL TEMPO CHE RESTA fra lavori, eventi, ricordi, 2007

vai a:

Www.segnalo.it – Diario del tempo che resta

lunedì, 19 novembre 2007

Camminare per 500 passi …

Dalla casa sul lago al posteggio occorre camminare per circa 500 passi (di cui 77 scalini).
Nel mese di novembre lassù il sole cala già alle 15 e alle 18 è buio pesto.

 

Quei passi, calcati nel buio, fanno ancor più riflettere sullo scorrere del tempo. 

A metà percorso una breccia nel muro fa vedere il disegno della baia.

 

Oggi pomeriggio con Lu abbiamo riflettuto su queste parole di Silvia Montefoschi:

Il problema fondamentale è che nella reale intersoggettività i contenuti su cui i due riflettono insieme sono contenuti che riguardano entrambi. Il punto di partenza implica il concetto che la dinamica dell’uno è uguale alla dinamica dell’altro. Tutte le dinamiche che emergono appartengono ai due e, via via riflettendo scoprono insieme che queste dinamiche appartengono a tutta l’umanità e si passa in un ambito di ricerca filosofica, in cui la dinamica umana coincide con la dinamica dell’essere.

Come si parla di intersoggettività ? non ci si può limitare a dire tu sei un soggetto non sei un oggetto, ma occorre trattare un contenuto comune, perché se ci si limita a trattare i problemi del paziente non è mica intersoggettività. In “al di là del tabù dell’incesto” dico che in gioco deve entrare anche la problematica del soggetto analista. Metterei in evidenza questo problema. Nell’intersoggettività come ne parlo io ciò che emerge è un contenuto universale.

da Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi

Camminare per 500 passi, il buio presto, una breccia sulla baia, il tema dell’intersoggettività, una canzone … sono eventi che stanno assieme solo se gli si dà peso ed importanza. Come quando sulla rena di una spiaggia ciottoli, alghe, legni e barattoli formano una figura che appare dotata di significato.
E’ la relazione fra gli oggetti e il soggetto che si può provare a far agire dentro di sè.

John Foxx & Harold Budd
Here And Now
in Translucence, 2003

lunedì, 12 novembre 2007

Salute e malattia: “occuparsi” e non “preoccuparsi”

Siamo psicologicamente fragili davanti alle malattie. Ma forse è meglio parlare solo per me e dire: sono psicologicamente fragile davanti alle malattie.
Il vissuto della “salute” è quello della perfetta aderenza fra l’immagine con cui mi si presenta realmente il mio corpo e l’immagine ideale che ho interiormente del mio corpo. Se leggo o sto al computer è la vista e l’uso delle dita che mi mettono tranquillo. Se vado alla casa sul lago ho bisogno di gambe per camminare e un po’ di muscolatura per vangare.
Sto bene quando non sento alcun conflitto fra il corpo ideale (quello che mi consente la mie presenza nel mondo) e quello reale.

Ma cosa succede quando qualcosa si incrina?
Cosa succede dal punto soggettivo, intendo dire.

Accade di percepire una frattura fra il mio stato corporeo e quello standard di comportamento e di capacità di azione che prima mi sembravano ovvi.
Lo stare bene coincide quasi con la situazione di non percepire il mio corpo, perché – per l’appunto –  funziona.
L’incrinatura comincia quando il corpo parla.
Mi ha parlato l’estate del 2006 per un giorno intero, dopo i 270 scalini (bassi) che vanno dalla casa alla strada. E poi ancora nei mesi successivi. Con segni evidenti o di semplice allentamento della normale funzionalità o di alterata funzione.
In particolare mi ha parlato il cuore. Questo organo fisico ha lanciato qualche segnale che ho – in una alternanza fra ipocondria e fatalismo diagnostico – ascoltato ed accolto. Grazie anche al Servizio sanitario nazionale che con grave irresponsabilità viene criticato e che – invece – è un grande valore del welfare italiano.

Mi viene spontaneo confrontare la dimensione simbolica con quella medico-scientifica.
Il cuore, è innanzitutto un simbolo di “centro”, come insegna il linguaggio: “il cuore del problema”, il “cuore della città”.

Ma è anche considerato la sede di quella conoscenza che passa attraverso le emozioni: 

“ il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce[…]. Io dico che il cuore ama l’Essere universale naturalmente, e ama sé stesso naturalmente, […] e s’indurisce contro l’uno o l’altro, a sua scelta. […]”, Blaise Pascal

 

Tuttavia, quando si percepisce una incrinatura, il cuore simbolico assume l’altro suo significato, diventando un potente e perennemente in azione muscolo chiamato “miocardio”.

 

Alla soggettività conviene  prudentemente affiancare l’oggettività.
Alla forza del simbolo occorre aggiungere quella complementare della indagine obiettiva.
Fra oggi e domani il mio miocardio è sotto esame di un servizio pubblico di medicina nucleare. Sarò anche blandamente radioattivo per 48 ore.
La mia grande amica ed insegnante Laura Conti mi diceva con la sua garrula voce: “Non bisogna preoccuparsi, ma occuparsi della propria salute”.
Saggia Laura che aveva – in poche ed efficaci parole – indicato la strada.

sabato, 10 novembre 2007

I gatti salvano la vita

 

I gatti salvano la vita.
Ne ho la prova provata.

Nel  1996, a 48 anni, per una serie di circostanze in parte esterne (avere un “capo” cattolico di Comunione e liberazione, che certamente finirà in un girone dantesco del basso inferno) e in parte interne (la mia insopportabilità di avere un “capo”) ho perso il lavoro.
Nello stesso arco di tempo succedeva la stessa cosa a mia moglie. Nel suo caso si trattò di mobbing. Tanto più schifoso in quanto proveniva da una cultura lavorativa che si definiva cooperativa.
La nostra vita era ad una svolta economica. Con qualche riflesso – lieve – anche sulla situazione emotiva e su quella relazionale
Diciamo che fu una estate depressiva.
Ebbene, in quelle settimane, lì fuori nel giardino, vicinissimo alla casa – per chiedere aiuto attraverso un nutrimento sicuro e comodo – Gatta Fulvia partorì 5 gattini. Tutti salvi e, poi, ben cresciuti. E poi ancora andati per i loro destini.

Con un evidentissimo rapporto di causa – effetto (di questo parla la sincronicità) i mesi successivi ci portarono entrambi ad entrare in un’altra fase della vita. O, come direbbe Mark Strand in un’altra vita.
Insomma superammo bene quella crisi. Anzi: molto bene.
Amore e Lavoro, i due pilastri dell’equilibrio psichico di cui ha mirabilmente trattato Sigmund Freud, hanno quasi subito ricominciato a tenere. 

I gatti salvano la vita.
Ne ho la prova provata.

domenica, 04 novembre 2007

I giorni dei morti

 

Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;

ognuno adda tené chistu penziero.

Totò, ‘A Livella

La morte è la traccia più evidente della perdita irrecuperabile e, quindi, è anche la condizione che sta alla base di ogni attività mentale che mette al suo centro la memoria.
I morti – i singoli morti e non l’astrazione della “morte” –  collegano alla natura più intima di ciò che andrebbe ricordato.
Sono i pensieri che affiorano alla mia mente quando, per l’appunto nel rituale dei  “giorni dei morti”, calpesto i sentieri dei cimiteri.
Le tombe sintetizzano la minimalità del nostro arco di vita. La sua finitezza, cui opponiamo strenuamente l’espansione più o meno nevrotica del nostro io.
In questo minimalismo la data di nascita e quella di morte sono, nei limiti estremi, quanto di più essenziale si può  individuare in ogni percorso esistenziale. 

Ripercorro i cicli di vita di alcune persone che sono state fondanti nel mio cammino e che mi hanno fornito gli appigli necessari nei vari passaggi. 

Mio padre (1917-1988), 71 anni. Da lui ho appreso lo stile del lavoro artigianale e della applicazione minuziosa al manufatto Di lui ricordo i suoi 9 anni fra ferma militare e guerra;la cassa di dischi jazz portati nel baule da Napoli al nord dei laghi; Duke Ellington; i romanzi americani tradotti da Elio Vittorini; la rinascita lavorativa a 60 anni; il ruolo non certo di “padre morbido”, ma di padre provveditore sì. E altro ancora … Molto altro. 

 

Mio nonno (1893-1985), 91 anni. Giornalista localista, attore localista. Nato su lago da genitori sconosciuti. Di vocazione individualista. Autoritario per cultura. Camminatore e fumatore di toscani. Da lui ho appreso – fin dall’inizio – il gusto per la carta stampata, il desiderio impellente per la scrittura. 

Dante Visconti (1916-1973), 57 anni. Mio professore di Lettere e storico del Risorgimento.
Gli devo ancora uno dei più grandi esercizi di memoria reiterativa. “Mandate a memoria il Canto XI dell’Inferno”:

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Dante Alighieri, Commedia, L’Inferno, XI, 22 e seguenti 

Ha lasciato segni in me indelebili: “Ragiona con la tua testa”, “Mi illudo che tu abbia assorbito da me l’amore alla ricerca della chiarezza e all’indipendenza di pensiero”, “Leggi Pascoli, lascia stare Carducci”, “Attento … chi diventa cattolico per la folgorazione sulla via di Damasco poi esagera”. E, infatti, nel 1971 ho creduto di essere un credente cattolico. Ma era solo un’illusione: non ho la grazia della fede, ma solo la ragionevole ragione. Avevo un appuntamento con lui. Era come andare ad una seduta analitica: si passava da Plinio il Vecchio a Salvemini. Con escursione laterale all’Ulisse di James Joyce. Era puro piacere della conversazione. Telefonata: “Avevi un appuntamento con Dante, vero? … Dante non c’è più …”. Se un tronco ha bisogno di radici forti, questa è la più forte, profonda e duratura. E’ quella dei diciott’anni. Il fugace padre parallelo. 

 

Tullio Aymone (1931-2002), 71 anni . Mi ha insegnato ad andare dentro al testo di sociologia, a ritesserne le trame, e soprattutto a decifrare le connessioni, a unire vicende individuali a vicenda storica. Metodo, innanzitutto, e poi contenuti. L’iniziatore alla mia professione. Ho già parlato di lui

 

 

Carlo Tullio Altan (1916-2005), 89 anni. Il professore di antropologia culturale. Il suo solido e ineguagliato schema analitico dell’”uomo in situazione” è fortissimo e ancora oggi mi accompagna nella decifrazione dei segni dei tempi. 

 

 

Franco Fornari (1921-1985), 64 anni. Il professore di psicanalisi che mi ha fatto studiare al momento giusto il trattato di Cesare Musatti: ottima scuola. I suoi semi sono nella complementarità fra “posizione paranoide” e “posizione proiettiva”. Insomma: come riconoscere il persecutore interno, prima ancora di proiettarlo all’esterno. 

Laura Conti (1921-1993), 72 anni. La marxista che mi ha introdotto alla teoria del valore. La romanziera, la politica del Pci, la divulgatrice di testi scientifici, l’ambientalista. L’esperta di politiche sanitarie. La grande alleata della mia formazione e la persona che mi ha fatto proseguire nella professione. Anche di lei ho già parlato

Enrico Berlinguer (1922-1984), 62 anni. Il politico della tradizione comunista, in bilico fra il passato e le sfide della democrazia rappresentativa. Strutturanti i suoi articoli del 1973 sul colpo di stato nel Cile e il conseguente compromesso storico, che trent’anni dopo ha generato il Partito democratico. E’ stato la mia necessaria mediazione alla militanza nel Pci:

Qualcuno era comunista

Perché Berlinguer

Era una brava persona

Giorgio Gaber 

Oriana Fallaci (1929-2006), 77 anni. La magistrale impastratrice della lingua italiana che ha raccontato da giornalista di grande scuola gli ultimi decenni del novecento. La Cassandra inascoltata del ciclo storico che si è aperto con l’11 settembre 2001. Nessuna sua previsione è stata, finora, disconfermata. 

E altri ancora, certamente. 

Se in questi giorni ciascuno ripercorre il suo Pantheon personale troverà molte figure, come le mie, che soffiano questo avvertimento: 

Carpe Diem 

Guardando il mio Pantheon l’esercizio di meditazione che mi propongo nei giorni dei morti è quello di scorrere il tempo effettivamente trascorso da queste persone: dai 57 anni ai 91 anni, quando il ciclo è lungo.
E’ un pensiero che mi serve come stimolo a dare il giusto peso alle cose.

Il fatto è che non mi resta molto tempo.

Forse è meglio concentrarmi su ciò che ha più valore.
Che non è, certamente, la contingenza dei singoli eventi.
Ma, piuttosto, sono le tracce durevoli che si inscrivono nel mio tempo che resta.

mercoledì, 24 ottobre 2007

Le rivoluzioni della musica: dai “dischi” agli “Mp3”


Disco: lastra circolare di materia sintetica per mezzo della quale è possibile riprodurre musiche e suoni incise sulle sue tracce.

La “musica di massa”, ossia accessibile ad un pubblico vasto e non solo ai ristretti circoli delle aristocrazie della borghesia ottocentesca,  comincia attorno al 1878, quando la Columbia acquista una invenzione di Edison.
Ma è solo dopo il 1920 che la tecnica migliora.
Prima con i dischi a 78 giri (poco più di 4 minuti a facciata).
Poi, nel secondo dopoguerra, con i “microsolco” a 33 giri (circa 25 minuti a facciata) e ancora con i singoli a 45 giri, che determinano l’esplosione del mercato musicale giovanile. Sono i cosiddetti “mangiadischi” degli anni ’70 a dare un ulteriore impulso.
Oggi siamo nel pieno della rivoluzione digitale.
Inizia con il passaggio dal disco vinile al  Compact Disc. Una fase piuttosto durevole: circa vent’anni.
Ora il formato standard è l’Mp3.
E’ versatile, è copiabile con strumenti casalinghi, corre veloce sui fili internettiani, sta del tutto cambiando il mercato discografico, nonostante le strenue resistenze dei produttori e distributori di musica.
Insomma: ancora una volta è il mercato, il tanto criticato ed odiato mercato, che fa le rivoluzioni. Quelle vere, perchè diffuse, molecolari e democratiche.
Il mercato rende la musica accessibile, per l’appunto, fruibile, avvicinabile, ascoltabile dovunque, praticamente senza più barriere geografiche.
Ma ….
C’è un ma.
Cosa fare con i vecchi LP da 33 giri?
Ne ho un pesante scaffale pieno. Qualcosa fra 1500 e 2000. E sarebbero stati di più se mia madre, che odiava i gusti di mio padre e probabilmente odiava anche lui, non ne avesse venduti a pochissime lire almeno altri 5000, dopo la sua morte.
Quelli restati li ho tenuti. Belli infilati nelle loro custodie di plastica, per proteggerli dalla polvere. Sono dischi con copertine che – talvolta – sono bellissime. Dei veri quadri pittorici in formato 30 per 30, come quelli che sapeva disegnare Peppo Spagnoli, di cui parlo nella mia presentazione lassù in alto a destra.
Li posso sentire sul giradischi, certamente.
Ma perdo in portatilità e trasferibilità.
Li posso trasferire su cassetta, ma non c’è più compatibilità con le tecnologie audio oggi dominanti.
E allora ecco venire in aiuto, ancora una volta il mercato.
La Numark ha inventato questo hardware:

 

E’ un giradischi.
Con un cavo lo collego ad una presa Usb del mio Pc.
Metto il disco 33 giri (ma funziona con i 45 giri ed anche con le cassette), registro la facciata, dò il nome alle tracce e, con qualche procedura attenta, le preziose musiche jazz e pop degli anni ’50, ’60, ’70 diventano files Mp3.
Elettroni strutturati che viaggiano sui fili di internet, diventando unità audio diffuse, fruibili,avvicinabili, ascoltabili per il piacere mio e degli amici cui piace la musica che a me piace.
A quale costo?
Quello di circa 10 Cd acquistabili nei negozi.
Ora però, caro lettore, devi fare uno sforzo di immaginazione.
Devi immaginarti Amalteo ad una stazione ferroviaria.
Amalteo sta tornando da una giornata del suo lavoro che lo ha particolarmente stancato.
Amalteo è stanco.
Amalteo fa questo lavoro, usando i treni come mezzo di spostamento, dal 1972.
Ha calcolato che le sue ore di viaggio corrispondono a circa 5 anni di giornate lavorative consecutive di treno, metropolitane e traghetti.
Bene … Amalteo deve aspettare anche una coincidenza (gli orari si sa collimano molto di rado). Vede un negozio Feltrinelli che espone lo scatolone del Numark TT Usb. Gli gira un po’ intorno. Controlla il peso. Si accerta che si possano suddividere le tracce di ogni facciata, cioè che quella ferramenta-hardware non copi solo l’intera facciata.
Fa tutti questi calcoli ed accertamenti. E decide di trascinarsi lo scatolone fino a casa.
Occorrerà leggere ancora una volta delle istruzioni.
Non si è mai finito di imparare.
Lo scrittore Giuseppe Pontiggia parlava della sua ingordigia di libri come di una “libridine“.
Cos’è quest’altra passione di suoni creati dall’ingegno umano che si strutturano in schemi armonici che accarezzano il cervello?
Una “musicalidine“?
Non trovo un neologismo altrettanto efficace di quello di Pontiggia.
A te cosa verrebbe in mente?
In ogni caso ora i dischi di mio padre troveranno una nuova possibilità di rivivere.
Per me e per qualsiasi passante di qui.

martedì, 09 ottobre 2007

Partito Democratico: le ragioni della scelta

Domenica prossima 14 ottobre, attraverso un processo partecipato e democratico (scelta fra 5 segretari, 35.000 candidati agli organi nazionali e regionali, 70.000 scrutatori ai seggi e, vedremo, circa 1 milione di elettori) nascerà il Partito Democratico.

Nel mio diario-blog ho già scritto di essere estremamente favorevole a questa scelta ed al suo augurabile esito.

E dunque parteciperò come elettore e voterò per Walter Veltroni.

Trovo importante questa convergenza delle due forti culture del riformismo democratico italiano: quella di matrice socialdemocratica (la chiamo così perché, una volta tiratisi fuori i nostalgici del comunismo, dell’ex Pci rimane solo la sua anima riformista) e quella di matrice cattolica.

E’ un fatto del tutto nuovo sulla scena politica italiana. Nuovo anche nei compiti, poiché si tratterà di integrare le due culture di provenienza. Cosa non facile, ma indubbiamente nuova.

Quando il sistema politico italiano è stato massimamente bipolare?

Nel 1976, quando i due partiti fondamentali mettevano assieme il 73,08 dell’intero elettorato. Ognuno dei due era determinante per gli esiti di governo. Tanto che si sviluppò il terrorismo, per impedire la prevalenza del Pci nella sfida elettorale. L’assassinio Moro è lì ad insegnare cosa succedeva. 

Camera dei deputati
Elezioni politiche del 20 giugno 1976
 

Democrazia Cristiana (DC)

38,71

Partito Comunista Italiano (PCI)

34,37

Partito Socialista Italiano (PSI)

9,65

Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale (MSI-DN)

6,11

Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI)

3,37

Partito Repubblicano Italiano (PRI)

3,09

Democrazia Proletaria (DP)

1,51

Partito Liberale Italiano (PLI)

1,30

Partito Radicale (PR)

1,07

Südtiroler Volkspartei (SVP)

0,50

Altri

0,3

Ed erano anni, quelli, in cui la competizione politica era molto forte e i partiti sollecitavano e davano alimento alla identità personale.

Lo dico per esperienza diretta e personale.

In questo periodo la frammentazione era minima, il Partito socialista italiano era l’ago della bilancia e faceva valere la sua rendita di posizione. Ed era anche il periodo in cui, alla faccia dei denigratori, la Dc non accettava alleanze di coalizione e appoggi di governo dalla destra di matrice fascista.

Poi nei primi anni ’90 il partito dei giudici (l’allora magistrato Di Pietro oggi è ministro e capo-partito e accarezza la piazza dei grillandi!) contribuisce attivamente a spazzare via la coalizione di centro-sinistra che governava l’Italia dai primi anni ’60. Scompaiono la Democrazia cristiana, il Partito socialista italiano, il Partito repubblicano, il Partito liberale italiano.

Quello che vorrebbero fare il comico Grillo e i giornalisti che dettano l’agenda politica allora lo fecero con efficienza e determinazione i giudici: spazzare via partiti. Basterebbe un minimo di memoria storica per comprendere il significato remoto del grillismo.

Conosciamo gli eventi successivi. Berlusconi inventa in 6 mesi un partito che domina la scena dal 1994. 

Le ultime elezioni politiche del 2006 fotografano una situazione del tutto diversa e, per certi versi, peggiore della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Camera dei deputati
Elezioni politiche del 9/10 aprile 2006
 

L’Unione

L’Ulivo

  • Democratici di Sinistra
  • Democrazia è Libertà – La Margherita
  • Movimento Repubblicani Europei

31,271

Partito della Rifondazione Comunista

5,843

Rosa nel Pugno

  • Socialisti Democratici Italiani
  • Radicali Italiani

2,596

Partito dei Comunisti Italiani

2,317

Italia dei Valori

2,298

Federazione dei Verdi

2,056

Popolari- Udeur

1,399

Partito Pensionati

0,873

Südtiroler Volkspartei

0,478

I Socialisti

0,301

Lista Consumatori

0,193

Lega per l’autonomia Alleanza Lombarda

0,116

Liga Fronte Veneto

0,057

Casa delle libertà

 

Forza Italia

23,717

 

Alleanza Nazionale

12,337

 

UDC

6,762

 

Lega Nord – Mpa

  • Lega Nord
  • Movimento per le autonomie

4,580

 

Nuovo Psi-Dca

  • Democrazia cristiana per le autonomie
  • Nuovo Psi

0,748

 

Alternativa sociale

  • Azione sociale
  • Fronte sociale nazionale
  • Forza Nuova

0,669

 

Fiamma Tricolore

0,604

 

No euro

0,153

 

Pensionati uniti

0,072

 

Ambienta Lista ecologisti democratici

0,044

 

Partito liberale italiano

0,032

 

Sos Italia

0,017

 

Altri Partiti

 

Progetto Nord Est

0,241

 

Die Freiheitlichen

0,045

 

Terzo Polo

0,042

 

IRS

0,030

 

Sardigna Natzione

0,028

 

Solidarietà

0,015

 

Per il SUD

0,013

 

Movimento Democratico Siciliano-Noi Siciliani

0,013

 

Movimento Triveneto

0,011

 

Dimensione Christiana

0,006

 

Destra Nazionale

0,002

 

Lega Sud

0,002

Il solo elenco delle sigle di partito che si sono formate è impressionante.
In questo periodo la frammentazione è massima e a fare l’ago della bilancia sono una miriade di partitini identitari, carichi solo della loro necessità di sopravvivenza. Perlomeno dagli anni ’60 ai primi ’90 era un partito di tradizione che sfiorava il 10 %. Oggi sono i Verdi, con il 2% e 380 consulenti di Pecoraro Scanio (vedi l’articolo sulla Repubblica di oggi). E’ anche il periodo in cui Forza Italia ha bisogno della alleanza organica con la destra di matrice fascista e con i nazilocalisti della Lega Nord.

Accidenti, quanto era assurdo, irresponsabile, labile, astorico, superficiale, egoriferito l’urlo del Manifesto: “Non voglio morire democristiano” !
Per non morire democristiana una parte rilevante della estrema sinistra si dà attivamente da fare per ridare le chiavi del potere agli ex fascisti. Così rinforzano la propria identità  del  “mi metto di traverso ora e sempre”.

Oggi la somma dell’Ulivo e di Forza Italia fa 54,988.  Quindi il sistema  è meno bipolare  che  negli anni ’70 e  ’80 e più fragile  per quanto riguarda  la necessità di  maggioranze  stabili.  Le sole che possono fare le riforme. Perchè  fare riforme comporta  la necessità di  “scontentare”  anche parte della base elettorale  che ha  contribuito a far prevalere una coalizione.

Questo dato del 54,988 % dimostra l’assoluta inconsistenza di chi critica il Partito Democratico perchè sarebbe “come la nuova Democrazia Cristiana”. Bisogna ricordare a costoro che allora la Dc competeva, con successo, contro il Pci. Oggi le due parti meno eterogenee sul piano degli obiettivi tentano di creare un nuovo partito, con cultura e scelte strategiche adatte ai problemi dei prossimi decenni. E poichè il lavoro da fare sarà innanzitutto culturale, la persona più adatta è, a mio avviso, Walter Veltroni.

La “mossa” del Partito democratico è del tutto evidente in quel dato delle elezioni del 2006: consolidare una presenza attorno al 30% già raccolta dall’Ulivo che superi, mi auguro, del 7 % Forza Italia o di un paio di punti la somma di Alleanza Nazionale e Forza Italia. Ammesso che loro ce la facciano ad unirsi.  Cosa perfino più improbabile del successo del Partito Democratico.

E’ a partire  da quel  30%  che si andrà definendo  il  profilo strategico  del Partito Democratico. E,  in ogni caso, il processo sarà contrassegnato da elezioni politiche, europee, regionali.  Come è normale avvenga in una democrazia rappresentativa.

Quello di domenica prossima è un primo passaggio della verifica. E’ per questo che andrò a votare anche alle primarie.

Questa mossa, per ora, sta determinando 3 fughe: quella dei nostalgici del comunismo (ben 3 partiti), quella dei socialisti (che sperano di tornare alla loro rendita di posizione), quella dei liberaldemocratici di Dini e amici.

Si tratta di mosse di assestamento determinate dall’attuale sistema elettorale. Che alimenta la frammentazione.

E questo, ne sono purtroppo convinto, rende incerto il compito di Veltroni. Molto incerto.

Ma proprio per questo: bonne chance!

E’ un appuntamento storicamente necessario.

Non è il momento di esibire la mia distanza stratosferica in tema di politica estera.

Sto e starò dove mi sento meno lontano.

giovedì, 13 settembre 2007

Il Lario

Per non perdere una traccia (un ritaglio di giornale) torno sulle rive del lago.

 

Non è facile – come sanno i più – stabilire quando appros­simativamente l’uomo si sia affacciato per la prima volta sulle rive del Lario; venne quasi certamente dal Sud, e pro­babilmente non prima del terzo (e forse neppure del secondo) millennio avanti Cristo. Ma chiunque esso fosse – ligu­re-mediterraneo, o d’altra stirpe oggi ignota – non possiamo pensare senza emozione a questo nomade dell’età neolitica che – cacciando il cervo, il cinghiale ed il lupo nelle nostre fore­ste, e la lontra sulle ripe selvagge delle nostre acque – primo ascoltò il ritmico pulsare delle onde del Lario, il fragore lontano dei torrenti, i richiami delle fiere in libertà, il rombo del tuono ri­percosso dall’eco delle valli ancora in­violate e misteriose: negli occhi di que­st’uomo si specchiarono per la prima volta, striati dagli stormi lamentosi dei lamentosi uccelli acquatici, gli stessi placidi tramonti che decine e decine di secoli più tardi avrebbero commosso i grandi poeti dell’età romantica. (…) Fra gli ultimi letterati e viaggiatori dell’Ottocento, (…) il lettore ne troverà alcuni che si pongono esplicitamente la domanda: d’onde nascono la fama e l’innegabile incanto del Lario? Fra le diverse risposte una sembra oggi ri­scuotere maggior credito: è quella che indica nella melanconìa l’attrattiva più patetica ed efficace esercitata dal Lago di Corno sugli spiriti di ogni tem­po. Ma è una spiegazione che non reg­ge. La sottile tristezza è appannaggio di ogni paesaggio lacustre; rivelata specialmente dai gusti letterari dell’età romantica, giustifica in genere il “laghismo” ottocentesco, non la fortu­na di sponde che, come le nostre, di­vennero celebri già nel gaio clima della Rinascenza (…). Se il Lario ha un suo fascino segréto, questo sta invece nella straordinaria, inesauribile ricchezza di particolari del suo paesaggio. Tale ricchezza dipende dell’incontro di due fattori: l’uno naturale, l’altro storico ed umano. (…).
Il  Lago di Corno – già lo sappiamo – fu, in ogni età e sopra tutto, un corridoio fra Nord e Sud, un itine­rario frequentato e consueto: e questa condizione fece sì che molto per tempo – fin dalla tarda antichità classica – le nostre riviere apparissero intensa­mente popolate». 

Gianfranco Miglio, Il mito del Lario, Larius, 1959 

 

 

domenica, 02 settembre 2007

Coda di agosto

Dal buen ritiro alla città e dalla città al buen ritiro.
Per ricordare il giro di lago che ci ha regalato il vicino di casa e la sua vocazione per la meccanica e le barche..

 

Andata: da Nesso frazione Coatesa 

 

E ritorno: da Como – per Blevio, Torno, Faggeto, Careno –  a Nesso frazione Coatesa

“Quel ramo del lago di Como …”
No … non quello: questo

mercoledì, 22 agosto 2007

A sudden excess of desire

Nello sguardo poetico di Mark Strand ricorre spesso il tema dell’  “ero stato” o quello, complementare, di “in un’altra vita”.
Prendo ad esempio Ero stato un esploratore polare:

Ero stato un esploratore polare in gioventù
e avevo trascorso innumerevoli giorni e notti a ghiacciare
di luogo deserto in luogo deserto. In seguito,
lasciai le spedizioni e rimasi a casa,
e lì crebbe in me un improvviso eccesso di desiderio,
come se un fulgido torrente di luce simile a quello che si vede
dentro un diamante mi attraversasse.
Riempivo pagine e pagine con le visioni di ciò che avevo osservato –
mari ruggenti di pack, ghiacciai immensi, e il bianco degli iceberg sferzato dal vento. Poi, senza altro da dire, smisi
e fissai lo sguardo su ciò che era vicino. Quasi immediatamente
un uomo in cappotto scuro e con un cappello a larghe tese
comparve sotto gli alberi davanti a casa.
Il modo in cui fissava davanti a sé e stava lì,
ben piantato sui piedi, con le braccia abbandonate lungo

i fianchi, mi fece pensare che lo conoscevo.
Ma quando alzai la mano a salutarlo
egli fece un passo indietro, si volse e cominciò a svanire

            come il desiderio intenso svanisce finché nulla ne rimane.

in : Mark Strand, Uomo e cammello, nella traduzione di Damiano Abeni, Mondadori, 2007

In questi giorni, per quelle filiformi coincidenze propiziate dalla rete, mi è arrivato un messaggio che mi ha scaraventato dentro una fase della mia altra vita.
E vengo irrimediabilmente preso dal sudden excess of desire di costellarmi questo pezzo di passato.

Leggo con troppo  ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone (1931-2002, 71 anni). “Prematuramente scomparso”, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere  a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per  loro chi faceva lezione e chi ci andava era un nemico. 

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile. Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro,  Eugenio Garin . Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro. In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo  cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale. Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti. Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee. Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario. Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica. 

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971,  dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile: 

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

 “Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa  e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche. Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica,  c’erano azioni di  mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca. Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho  tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza, ma centinaia fra articoli, relazioni a convegni, tracce per guppi di lavoro, progetti. Il suo ruolo di sociologo se lo è giocato giorno per giorno, intrecciando solide teorie e azione pratica. Intendo dire che lui organizzava la sua vita attorno all’agire nelle situazioni sociali, che fossero le periferie urbane, o le scuole dell”hinterland di Milano, o gli amministratori locali o, ancora, le culture dell’Amazzonia. E su questo costruiva i suoi saperi, talvolta concettualmente ardui. 

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili queste tracce frammentarie. 

Forse qualcuno rintraccerà a sua volta queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque  volesse  inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

AYMONE TULLIO

ARGOMENTAZIONE IN TEMA DI CULTURA POPOLARE, dattiloscritto 1 marzo

, 1959, p. 6

AYMONE TULLIO

GIUSEPPE COCCHIARA: POPOLO E LETTERATURA (RECENSIONE) in RINASCITA N. 12 1959

, 1959, p.

AYMONE TULLIO

RELAZIONE SOCIALE PER IL COMUNE DI SAN DONATO MILANESE, dattiloscritto senza data, probabilmente

anni Sessanta

, 1960, p. 1-25

AYMONE TULLIO

SCHEMA DI RELAZIONE: PROGETTO GRAMSCI. dattiloscritto senza data, probabilmente anni ’60

, 1960, p. 5

AYMONE TULLIO

SCHEMA DI RELAZIONE: L’UOMO PER LE SCIENZE SOCIALI, dattiloscritto senza data, probabilmente anni ’60

, 1960, p.

AYMONE TULLIO

LA BASE CULTURALE DELLE SCIENZE SOCIALI, dattiloscritto senza data, probabilmente anni ’60

, 1960, p.

AYMONE TULLIO

APPUNTI DI ANTROPOLOGIA CULTURALE AL CORSO UNSAS – SCUOLA PER ASSISTENTI SOCIALI, senza

data, probabilmente anni ’60 – dottiloscritto

, 1960, p. 1-11

AYMONE TULLIO

PROBLEMI UMANI E PIANIFICAZIONE URBANISTICA NEL MILANESE in CENTRO SOCIALE n. 43/44

, 1962, p. 125-131

AYMONE TULLIO

STUDI PRELIMINARI ALLA PROGETTAZIONE URBANISTICA PER IL TEMPO LIBERO A LIVELLO COMUNALE

E COMPRENSORIALE

COLLETTIVO DI ARCHITETTURA, 1962, p.

AYMONE TULLIO

RICERCA SOCIOLOGICA E INTEGRAZIONE SOCIALE NELLE AREE IN SVILUPPO, appunti

COLLETTIVO DI ARCHITETTURA, 1962, p.

AYMONE TULLIO

SVILUPPO ECONOMICO E PROBLEMI SOCIALI NEL SUD MILANESE, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 1

, 1963, p. 41-59

AYMONE TULLIO

FISIONOMIA STRUTTURALE DELLA POPOLAZIONE DI UNA “COREA”, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 4

, 1963, p. 445-463

AYMONE TULLIO

LA CULTURA D’AVANGUARDIA DI FRONTE AI PROBLEMI SESSUALI, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 5

, 1963, p. 624-631

AYMONE TULLIO

STORIA DI UN CIRCOLO CULTURALE in RINASCITA 2 FEBBRAIO

, 1963, p. 26

AYMONE TULLIO

UNA “COREA” MILANESE in RINASCITA 18 MAGGIO

, 1963, p. 9-10

AYMONE TULLIO

ORGANIZZAZIONE DELLE STRUTTURE DI TEMPO LIBERO

, 1963, p.

AYMONE TULLIO

INDAGINE A BUCCINASCO, in COLLETTIVO DI ARCHITETTURA DI MILANO

, 1963, p.

AYMONE TULLIO

POPOLAZIONE RESIDENTE E TURISTICA E FUNZIONE DELLE COSTE

ITALIA NOSTRA DI GENOVA, 1964, p. 7-16

AYMONE TULLIO

LA LIBERTA’ DI SCEGLIERMI UN LAVORO, in RINASCITA n. 8

, 1965, p. 15-16

AYMONE TULLIO

INTERVENTO E AZIONE CULTURALE NELLA SOCIETA’ CHE SI CONTRADDICE, in INSERTO DI RINASCITA “il

contemporaneo”

, 1965, p. 11-13

AYMONE TULLIO

APPUNTI DI SOCIOLOGIA, SCUOLA UNSAS, dattiloscritto senza data, probabilmente anni ’60

, 1965, p. 1-16

AYMONE TULLIO

TEMPO LIBERO E FUNZIONE DELLE COSTE, seminario di studio di Italia Nostra, senza data, probabilmente

anni ’60

, 1965, p.

AYMONE TULLIO

CARATTERE E FUNZIONE DEL CIRCOLO RICREATIVO E CULTURALE NEI SUOI SVILUPPI STORICI E NEL

MOMENTO PRESENTE, TESI PER IL CONGRESSO NAZIONALE DELL’ARCI, DATTILOSCRITTO SENZA DATA,

probabilmente anni 60

, 1965, p.

AYMONE TULLIO

POLITICA CULTURALE DELL’ENTE LOCALE IN RAPPORTO ALLA ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, AL

TEMPO LIBERO ALLA SCUOLA E ALLE TRADIZIONI DELL’AMBIENTE IN CUI ESSO OPERA, intervento al

Convegno di Modena 11-12 giugno

, 1966, p. 7-21

AYMONE TULLIO

POLITICA CULTURALE DELL’ENTE LOCALE IN RAPPORTO ALLA ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, AL

TEMPO LIBERO ALLA SCUOLA E ALLE TRADIZIONI DELL’AMBIENTE IN CUI ESSO OPERA, in LA CULTURA

POPOLARE ANNO XXXVIII

, 1966, p. 209-220

AYMONE TULLIO

PSICHIATRIA E CLASSI ECONOMICHE, in RINASCITA- INSERTO IL CONTEMPORANEO MARZO

, 1966, p. 7-8

AYMONE TULLIO

INTERVENTO AL QUARTO CONGRESSO NAZIONALE DELL’ARCI

, 1966, p. 53-59

AYMONE TULLIO

GLI UOMINI E I PROBLEMI in RINASCITA – INSERTO “IL CONTEMPORANEO” SETTEMBRE

, 1966, p. 3-4

AYMONE TULLIO

MARXISMO SOCIOLOGIA RICERCA EMPIRICA in PROBLEMI DEL SOCIALISMO N.18

, 1967, p. 607-618

AYMONE TULLIO

INTELLETTUALI, SCIENZE SOCIALI,REALTA’ ITALIANA in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE N. 4.

, 1967, p. 1-5

AYMONE TULLIO

PATOLOGIA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO in RICERCA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO

ISTISS, ROMA, 1967, p. 204-212

AYMONE TULLIO

INDAGINE SUL LODIGIANO, in ILSES-ISTITUTO LOMBARDO PER GLI STUDI ECONOMICI E SOCIALI

, 1967, p.

AYMONE TULLIO

INTRODUZIONE a UOMINI E CITTA’ di P.H. CHOMBART DE LAUWE

MARSILIO EDITORI, 1967, p. 9-24

AYMONE TULLIO

I PROBLEMI DELLA SOCIOLOGIA E L’ISTITUTO DI TRENTO in RINASCITA N. 51

, 1967, p.

AYMONE TULLIO

SCIENZE SOCIALI E PSICOTERAPIA in RINASCITA N. 38

, 1967, p. 19-20

AYMONE TULLIO

POTERE LOCALE E BUROCRAZIA NELL’ESPERIENZA DELLA SINISTRA in INCHIESTA N. 40

, 1967, p. 3-9

AYMONE TULLIO

PATOLOGIA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO in RICERCA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO

, 1967, p.

AYMONE TULLIO, SPINELLA MARIO

LA RICERCA DI NUOVI “VALORI” NELLA GIOVENTU’ ITALIANA DI OGGI, in RINASCITA n. 8

, 1968, p. 19-20

AYMONE TULLIO

A PROPOSITO DELLA PSICOTERAPIA DELLA FAMIGLIA, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 37

, 1968, p. 1433-1439

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA, appunti dattiloscritti, Scuola Unsas 1967/1968

, 1968, p. 1-57

AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO DI

SESTO SAN GIOVANNI. FASCICOLO 1: IL CONDIZIONAMENTO SOCIO-ECONOMICO

COMUNE DI SESTO SAN GIOVANNI, 1968, p. 70

AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO DI

SESTO SAN GIOVANNI. FASCICOLO 2: IL CONDIZIONAMENTO SOCIOCULTURALE

COMUNE DI SESTO SAN GIOVANNI, 1968, p.

AYMONE TULLIO

DIMENSIONE SOCIOLOGICA NELL’INTERVENTO URBANISTICO A SCICLI

, 1968, p. 38

AYMONE TULLIO

PIANO DI LAVORO PER LE SCIENZE SOCIALI

, 1969, p.

AYMONE TULLIO

NASCITA E SVILUPPO DELLE SCIENZE SOCIALI, LEZIONE E DIBATTITO C/O CENTRO STUDI PSICOTERAPIA

, 1969, p.

AYMONE TULLIO

MOVIMENTO OPERAIO, INTELLETTUALI, OPERATORI SOCIALI in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE N. 11

, 1969, p. 5-15

AYMONE TULLIO

ARGOMENTAZIONE

, 1969, p.

AYMONE TULLIO

IL POTERE DI BASE, gruppo di studio, Università di Trento, appunti

, 1969, p.

AYMONE TULLIO

INDIVIDUO SOCIETA’ LAVORO POLITICO

, 1969, p.

AYMONE TULLIO

CONSUMISMO E PARTECIPAZIONE NELLA SOCIETA’ NEOCAPITALISTICA in PROBLEMI DEL SOCIALISMO N.

49

, 1970, p.

AYMONE TULLIO

SEMINARIO “GRUPPI DI PARTECIPAZIONE POLITICA”, Universita’ di Trento 1969-70, Appunti

, 1970, p.

AYMONE TULLIO

ORIGINE E SVILUPPO DELLE SCIENZE SOCIALI, relazione al Centro Studi di psicoterapia, psicopedagogia,

metodologia istituzionale di Milano . Appunti

, 1970, p.

AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL’OBBLIGO

DI SESTO S.G.

COMUNE DI SESTO S.G., 1970, p.

AYMONE TULLIO

STUDENTI LAVORATORI E GRUPPI DI LAVORO

, 1970, p.

AYMONE TULLIO

INDIVIDUO, SOCIETA, LAVORO POLITICO, Universita’ di Trento 1969-70, Appunti

, 1970, p.

AYMONE TULLIO

INTRODUZIONE, in LINEAMENTI DI UNA SOCIOLOGIA MARXISTA di ZYGMUNT BAUMAN

EDITORI RIUNITI, 1971, p.

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE. Universita’ di Trento CORSO 1971-1972, Appunti

, 1971, p.

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE. Universita’ di Trento CORSO 1970-1971, Appunti

, 1971, p.

AYMONE TULLIO

SCUOLA DELL’OBBLIGO CITTA’ OPERAIA

LATERZA, 1972, p. 200

AYMONE TULLIO

LEZIONI AL CORSO DI SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE

REGISTRAZIONI SU CASSETTA, 1973, p.

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL’EDUCAZIONE. Universita’ di Trento CORSO 1973, Appunti

, 1973, p.

AYMONE TULLIO

INTERVENTO AL CONVEGNO REGIONALE PROMOSSO DALL’ARCI – UISP DELL’EMILIA ROMAGNA, BOLOGNA

28 FEBBRAIO

, 1976, p. 32-34

AYMONE TULLIO

PARTECIPAZIONE POLITICA DI TERRITORIO: UNA RIFLESSIONE POLITICA INCHIESTA N. 22

, 1976, p.

AYMONE TULLIO

SPONTANEITA’ E ORGANIZZAZIONE DELL’ ASSOCIAZIONISMO, in CULTURA DI MASSA E ISTITUZIONI

DE DONATO, 1976, p. 107-114

AYMONE TULLIO

INTERVENTO SU: POTERE, AUTORITA’, IDENTIFICAZIONE, GENERAZIONI, PAURA, in PSICOTERAPIA E

SCIENZE UMANE n. 1/2

, 1976, p. 9-13

AYMONE TULLIO

FORME DI PARTECIPAZIONE A LIVELLO DI TERRITORIO in NOTE E RASSEGNE N. 45

, 1977, p. 83-88

AYMONE TULLIO

ASSOCIAZIONISMO CULTURALE,RICREATIVO E SPORTIVO in RIFORMA DELLA SCUOLA N. 5

, 1977, p.

AYMONE TULLIO

TENSIONI POPOLARI E SVILUPPO DELLA SCIENZA in INCHIESTA N. 34

, 1978, p. 3-11

AYMONE TULLIO

BUROCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA DELL’OVEST E DELL’EST in POTERE ED OPPOSIZIONE NELLE

SOCIETA’ POST-RIVOLUZIONARIE

ALFANI,QUAD.DEL MANIFESTO N.8, 1978, p. 241-245

AYMONE TULLIO

PROGETTO DI RICERCA SUGLI OPERATORI CULTURALI, COMUNE DI FIORANO MODENESE –

DATTILOSCRITTO

, 1978, p. 1-11

AYMONE TULLIO

POTERE LOCALE E BUROCRAZIA NELL’EPERIENZA DELLA SINISTRA, in INCHIESTA n. 40

, 1979, p. 3-9

AYMONE TULLIO

NUOVA COMPLESSITA’ SOCIALE ED AREE DI EMARGINAZIONE, in Conferenza economica cittadina, Comune

di Modena

, 1982, p. 1-6

AYMONE TULLIO

LE AGGREGAZIONI GIOVANILI NELLA REALTA’ MODENESE, in PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE n: 11/12

, 1983, p. 143-151

AYMONE TULLIO

GLI POLITICHE SOCIALI A UN BIVIO: L’ESPERIENZA DELLA SINISTRA ITALIANA NELLE AMMINISTRAZIONI

LOCALI, in INCHIESTA N. 66

, 1984, p. 16-23

AYMONE TULLIO

COMUNICAZIONE E CULTURA DEI PARI, in Atti del Convegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri

COMUNICAZIONE DROGA, 5-7 luglio

, 1984, p. 49-58

AYMONE TULLIO

OLTRE L’HOMO POLITICUS: STRATEGIE E CULTURA NEL WELFARE STATE, IN RINASCITA N. 14

, 1985, p. 44-46

AYMONE TULLIO

L’ ARTE DI STUDIARE IL GOVERNO, in RINASCITA n. 5

, 1985, p. 8-9

AYMONE TULLIO

SE LA DEMOCRAZIA DIVENTA VITA QUOTIDIANA, in RINASCITA n. 20

, 1985, p. 8-10

AYMONE TULLIO

CULTURE GIOVANILI, GRUPPI DEI PARI E MODIFICAZIONI DELLA SOCIETA’ ITALIANA, in PSICOTERAPIA E

SCIENZE UMANE n. 2

, 1985, p. 19-27

AYMONE TULLIO

UNA OCCASIONE DI FORMAZIONE SUL CAMPO, in REGIONE EMILIA ROMAGNA , SPAZIO GIOVANI-RICERCA

SUI CENTRI DI AGGREGAZIONE GIOVANILE senza data, probabilmente anni ’80

, 1985, p.

AYMONE TULLIO

GIOVANI PROGETTUALITA’ E ISTITUZIONI, in PROGETTO GIOVANI – UN PERCORSO DI EMANCIPAZIONE

DELLA CITTA’, COMUNE DI MODENA

, 1985, p. 85-89

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA E DINTORNI, in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE n. 3

, 1986, p. 52-58

AYMONE TULLIO

A PROPOSITO DELL’INDIVIDUO: SOGGETTI E SISTEMI IN UN CONTESTO STORICO O AGNOSTICO? In

Psicoterapia e scienze umane n. 3

, 1986, p. 131-144

AYMONE TULLIO

MOVIMENTO OPERAIO, POLITICHE SOCIALI E PARTECIPAZIONE, in I NUOVI MOVIMENTI, a cura di M.

Bonacini

IL LAVORO EDITORIALE, 1986, p. 55-67

AYMONE TULLIO

CULTURA POLITICA E STILI DI DIREZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE in LA FORMAZIONE NEL

PUBBLICO IMPIEGO: PROCESSI DECISIONALI, AMMINIS

FRANCO ANGELI EDITORE, 1987, p. 35-41

AYMONE TULLIO, LA ROSA MICHELE

LA FORMAZIONE DEI DIRIGENTI SOCIO-SANITARI, in LA FORMAZIONE NEL PUBBLICO IMPIEGO: IL

PROBLEMA DELLA DIRIGENZA LOCALE

ANGELI, 1987, p. 23-120

AYMONE TULLIO

ALCUNE QUESTIONI DI METODO, in LA CULTURA DEGLI ENTI LOCALI (1975-1985), a cura di Mariuccia Salvati

e Lucia Zannino

ANGELI, 1988, p. 155-160

AYMONE TULLIO

NOI E I SERINGUEIROS, in RINASCITA n. 7

, 1989, p. 28

AYMONE TULLIO

AMAZZONIA: PERCHE’ UCCIDONO GLI UOMINI E LE FORESTE, in RINASCITA n. 2

, 1989, p. 22-23

AYMONE TULLIO

SE DIRIGERE DIVENTA STILE, in RINASCITA n. 7

, 1989, p. 12-13

AYMONE TULLIO

GLI SCENARI PER POSSIBILI PROCESSI DI APPRENDIMENTO RECIPROCO FRA CULTURE DIVERSE,

dattiloscritto in IMMIGRAZIONE SAPERNE DI PIU’, EMILIA ROMAGNA

, 1990, p. 508-518

AYMONE TULLIO

UN ESEMPIO DI RAPPORTO INTEGRATO FRA NATURA E SISTEMI DI VITA, in FILOSOFIA E AMBIENTE DI

VITA – ATTI DEL CONVEGNO MAZIONALE DI MONTE S. ANGELO (FG) 14-16 SETTEMBRE 1995, a cura di

Domenico di Iasio

LEVANTE EDITORI, 1995, p.

LA ROSA MICHELE, AYMONE TULLIO

ALLA RICERCA DELL’AMMINISTRAZIONE ruolo, identità, professionalità degli amministratori locali

FRANCO ANGELI EDITORE, 1995, p. 228

AYMONE TULLIO (a cura di)

RICERCHE E RICERCHE – AZIONE – DIMENSIONE LOCALE: MODENA, CIRCOSCRIZIONE S. FAUSTINO

, 1995, p.

AYMONE TULLIO, PAVARINI MASSIMO (a cura di)

RICERCHE E RICERCHE – AZIONE – DIMENSIONE LOCALE: BOLOGNA, IL QUARTIERE RENO

, 1995, p.

AYMONE TULLIO

AMAZZONIA i popoli della foresta

BOLLATI BORINGHIERI, 1996, p. 230

AYMONE TULLIO

GLI ESITI DEL MODELLO POLANYIANO NEGLI SVILUPPI DELLA RICERCA ANTROPOLOGICA, in INCHIESTA N.

117/118 1997

, 1997, p. 73-83

AYMONE TULLIO

IL RUOLO DELLA PARTECIPAZIONE in Popolazioni protagoniste dello sviluppo locale nei paesi del Sud del

mondo

INCHIESTA N. 126, EDIZIONI DEDALO, 1999, p. 2-5

AYMONE TULLIO

UN PROGETTO DI RICERCA COMPARATIVA TRA REALTA’ SOCIALE ITALIANA E BRASILIANAI, in INCHIESTA

  1. 137-138

, 2002, p. 64-69

AYMONE TULLIO

UN CONSIDERAZIONI SULLA PARTECIPAZIONE POLITICA NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE, in

INCHIESTA N. 137-138

, 2002, p. 48-63

AYMONE TULLIO, GOMES ANA MARIA RABELO

DUE TESTI DI TULLIO AYMONE, IN INCHIESTA N. 137-138

, 2002, p. 46-47

domenica, 12 agosto 2007

Nuvole

Quando si sfiora la felicità entrando in contatto fisico e mentale con un artefatto.

Il libriccino ha 30 pagine.: “di questo volumetto sono stati ultimati presso la Tipolitografia S. Eustachio 300 esemplari” dice il fronte di copertina.

Già questo, nell’epoca dei consumi di massa, è un fatto raro. Possedere un oggetto che ha incontrato le pulsioni desideranti di solo poche decine di persone … potrei incontrale una ad una …

Poi queste pagine contengono “89 nuvole” di Mark Strand.. Proprio così: 89 nuvole. Non una di più, non una di meno.

Dice il poeta: “Il libro è composto da una lista. La lista è costituita dall’uso ripetuto di un‘ unica parola. La si può leggere nella sua interezza, o per frammenti. Ogni apparizione della parola ripetuta ha un carattere diverso, un tono diverso. A tratti si potrà pensare le apparizioni appartengano alla poesia, a tratti alla prosa, e persone diverse le penseranno in modo diverso. Il significato a volte importa, a volte no. Queste nuvole le si può leggere in tutta souplesse sia prima di addormentarsi che al risveglio”     (“al risveglio”: ma guarda, …. una sincronicità …”)

Poi, ancora, la traduzione è di Damiano Abeni, un medico epidemiologo che traduce poesie americane da 35 anni in modo assolutamente mirabile. Con una aderenza ai significati ed ai suoni ed alle loro relazioni che lascia attoniti per la ammirazione. Dice Damiano Abeni: “Le traduzioni sono piane e tendono ad essere fedeli. Per quanto riguarda la nuvola 23, Strand privilegia “Le nuvole sono trascinate da uccelli invisibili” . Ma il lettore sappia che interpretazioni altrettanto legittime sono: “Le nuvole sono disegnate da uccelli invisibili”, e “ Le nuvole sono attratte da uccelli invisibili”.
Ai più curiosi potrà interessare che sulla nuvola 25 (una ‘cloud’ senza ‘u’ – che si pronuncia come ‘you’, ovvero ‘te’ o ‘voi’ – è una ‘clod’, ovvero una ‘zolla’) ho giocato al gioco dell’autore, dimenticandomi del significato dell’originale: qui ‘una parte di voi’ è ‘vo’:

 

Una nuvola senza una parte di voi è quasi nulla

 

Provo a rendere una approssimativa delizia della mente nel leggere questa lista.

Dunque … Dice Mark Strand: “Ogni apparizione della parola ripetuta ha un carattere diverso, un tono diverso”

Entriamo in questo sguardo, lo sguardo immaginifico di Strand.

Nuvola 2:

Le parole sulle nuvole sono nuvole loro stesse

Quindi: anche le parole sono evanescenti. Fluttuano … si muovono

E se c’è qualche evento esterno?

Nuvola 3:

Se nevica in una nuvola, solo la nuvola lo sa

E poi ci sono le relazioni. Il processo che lega le cose della vita-mondo.

Nuvola 4:

Per ogni nuvola c’è un’altra nuvola

Le nuvole hanno anche un’etica. Riflettiamo … riflettiamo noi che cerchiamo appigli per le azioni ed i comportamenti:

Nuvola 66:

Le nuvole non possono sbarrarti il passo

Soffrono.

Nuvola 19:

Il dolore delle nuvole non riusciamo nemmeno ad immaginarcelo

E poi c’è qualcosa di molto particolare nei loro amori. Qualcosa che ora, dopo avere accolto lo sguardo di Mark Strand, potremmo percepire quando le guardiamo, di sera, di mattina presto, nei pomeriggi di blu e bianco.

Nuvola 13:

Le nuvole sono innamorate degli orizzonti


Per le altre nuvole invito a leggere:

Mark Strand, 89 nuvole (89 Clouds), a cura di Damiano Abeni con una nota di Marco Giovenale, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2003

http://www.edizionilobliquo.it/

venerdì, 20 luglio 2007

I Notturni di Nina Simone

Estate 2007.
Per prima delle notti.
Per le notti.
Buone notti.

I notturni di Nina Simone

1. A Single Woman – A Single Woman, 1993

2. Don’t Explain – Live: Let It all Out, 1965

3. He Was Too Good To Me – Live At The Village Gate, 1962

4. I’ll Look Around – Saga of the Good Life and Hard Times, 1968

5. I Don’t Want Him Anymore – Live at Town Hall, 1959

6. If He Changed My Name – Live At The Village Gate, 1962

7. Just Say I Love Him – Forbidden Fruit, 1963

8. Keeper Of The Flame – High Priestess of Soul, 1967

9. Lilac Wine – Wild is the Wind, 1965

10. My Father – Baltimore, 1978

11. Black Is The Color Of My True Loves Hair – Live at Town Hall, 1959

  1. When I Was In My Prime– The Lady Has the Blues, 1957

    13. Who knows where the time goes – Live, Black Gold, 1970

    14. Wild Is The Wind – Live at Town Hall, 1959

    15. Will I Find My Love Today – Live at Carnegie Hall, 1963

giovedì, 28 giugno 2007

Walter Veltroni: il discorso al Lingotto di Torino, 27-06-2007

 

Trovo il testo integrale della relazione di Walter Veltroni a Torino – Lingotto.
Poi lettura di dettaglio. E sottolineature.
Poi scalettazione
E, solo infine, mio pensiero sul diario

Ci sono. Fatto.
Riscaletto a mio piacere intellettuale.

1. la politica ritorna ad usare anche concretamente  il linguaggio simbolico. Spero  proprio che Veltroni continuerà con questo stile. Stafregandosene degli invidiosi che lo etichettano di “sognatore idealista”.

“Torino, prima Capitale d’Italia, a quasi centocinquant’anni di distanza è un richiamo alla nostra unità nazionale, all’unità del Paese. Le cose migliori di Torino hanno avuto un significato per il Paese, sono diventate valori nazionali, spesso elementi concreti costituenti della storia d’Italia. Ecco perché Torino è il Nord che non si vuole mai contrapporre allo Stato.

Torino città degli inizi, che dà avvio ai grandi processi, che sa mettere in cammino le cose, che guarda e proietta le idee oltre di sé. E il Lingotto, luogo operaio che attraverso Renzo Piano diventa luogo della cultura, simbolo della capacità della città di non rinunciare, di reinventarsi.”

Bel colpo Walter!

2. Nuova identità, nascente da una fusione culturale che fa i conti con qualche buon tratto culturale delle tradizioni civiche italiane:

“Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità. La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta.”

Una perfetta lezione di educazione civica.
Che, temo, sarà poco sottolineata.
E ancor meno adottata come comportamento.
I carattere degli italiani è quello di darsi una identità sempre CONTRO un’altra identità.
L’ho sperimentato su di me. Io stesso mi sento parte di questa modalità comunicativa  che passa attraverso la denigrazione morale dell’interlocutore.
Ci vuole grande disciplina per venirne fuori.
Esserne avvertiti è importante
Grazie Walter!

3. Valori
Il terreno dei valori è scivoloso.
Si può slittare.
E poi il confronto sui valori entra in collisione sulla INTERPRETAZIONE che ciascuno dà di ogni singolo valore.
A maggior ragione Veltroni ha argomentato, ovviamente parlo per me, bene.
Perchè, in alcuni passaggi chiave, si è ancorato ancorato al principio fondante della democrazia, associato a quello della libertà individuale:

“un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.”

“Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone.”


Sarà, finalmente, la casa dei “democratici”. La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare.

“Pensando e ripensando – è stato detto – non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia… Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica”.

Sono parole di Gustavo Zagrebelsky”

mercoledì, 27 giugno 2007

Riforma delle pensioni: trattativa Governo-Sindacati

Faticosa trattativa per le pensioni e ulteriore “rottura” nella notte della negoziazione.

L’ala massimalista della sinistra centro, per rincorrere le ali estreme delal Cgil, minaccia l’uscita dal governo Prodi. Ai tempi della Terza Internazionale la chiamavamo :  “i partiti cinghia di trasmissione dei sindacati”. Costoro vivono sul riflesso  del passato.

Osservo in questi giorni la difficoltà di fare riforme in un paese attraversato da un reticolo impressionante di gruppi di interesse e di pressione.
Ciascuno  con obiettivi radicalmente contraddittori  ed opposti all’altro e ciascuno in grado di influire  su qualche partito di riferimento. Meglio se piccolo e molto condizionante sulla propria coalizione debole. E questo vale sia per la destra centro che per la  sinistra centro .
Oggi è in agenda la quarta riforma delle pensioni dopo quelle di Amato (1992) , Dini  (1985) e Berlusconi Maroni (2004).
I sindacati italiani (tutti, indipendentemente dalle culture di riferimento) sono stati i killer dei sistemi pensionistici. Il loro killeraggio è avvenuto attraverso 3 tappe:

– accettazione e sostegno per 50 anni delle pensioni di anzianità. Con la creazione di un vasto gruppo di pensionati baby (in pensione dopo 15 anni o dopo 19 anni di lavoro retribuito). Gli stessi che chiedono oggi l’adeguamento delle pensioni minime. In una piccola via del mio buen ritiro ne conosco almeno 3. Ed è una piccolissima via di 12 famiglie residenti. Allegri pensionati baby che bivaccano nei bar.

– introduzione negli anni ’60 e ’70 un meccanismo di rivalutazione delle pensioni dei lavoratori dipendenti sulla base della dinamica salariale del settore industriale (non al costo della vita, che era già allora il vero profilo riformistico) e calcolo della pensione non sui contributi versati durante la vita lavorativa, ma sulla base della retribuzione dell’ultimo triennio. Leggi 3.6.1975 n.160 e   18.3.1978 n. 238. Queste irresponsabilissime scelte hanno letteralmente divorato il risparmio previdenziale, non lasciando alcun margine di accumulo per le giovani generazioni

– sottovalutazione ad ogni politica di efficace ricongiunzione delle diverse posizioni contributive. E questo in una situazione di mercato del lavoro frammentato in cui sempre più lavoratori passano anche molto velocemente da un lavoro all’altro. Questa sottovalutazione la dice molto sulla loro capacità di intercettare i bisogni e invece su quella di tutelare, per ragioni di tesseramento, solo i lavoratori attuali e il gruppo dei cinquantenni e  sessantenni.

Ebbene oggi sulla trattativa delle pensioni sono ancora questi sindacati, i killer responsabili della crisi del sistema pensionistico italiano, a puntare i piedi, a ricattare, a minacciare la mobilitazione dei loro soli iscritti, ossia per l’appunto i pensionati attuali o quelli che vorrebbero salire sulla chiatta del sistema precedente.

C’è una frase rivelatrice della loro cultura. Quando Epifani, segretario della Cgil, ha sprezzantemente apostrofato il ministro della economia Padoa-Schioppa così:

“non si possono fare le riforme delle pensioni con la calcolatrice in mano”.

Mi chiedo come divida costui le spesse di famiglia: vitto, casa, servizi …

Occorre un ripasso sul tema?

Ecco qui:
 

Riforme delle pensioni
 

L’invecchiamento della popolazione e il conseguente finanziamento dei bisogni dell’età anziana da parte della generazione attualmente occupata tende a diventare sempre meno sostenibile, nel senso che ai bisogni dei padri non possono più provvedere solo i sempre meno numerosi figli. Per questi motivi la riforma del sistema pensionistico propone il problema di un sotterraneo conflitto intergenerazionale che appare insolubile. Questa regolazione legislativa è particolarmente difficile, ma è stato anche osservato che

vi sono ragioni per vederla invece come un’occasione per accrescere il volume delle risorse disponibili e per rendere efficiente l’offerta delle prestazioni pensionistiche per le generazioni future senza che ciò avvenga esclusivamente a scapito delle generazioni precedenti [1]

2.1. Tensioni strutturali nel sistema della previdenza

Sotto il profilo istituzionale, il sistema previdenziale italiano è stato ed è ancora caratterizzato da questi problemi:

–          forte squilibrio finanziario fra la contribuzione dai redditi di lavoro ed entità della spesa pensionistica

–          iniquità di trattamento, causati dalle differenti normative dei vari regimi pensionistici

–          elevata propensione all’utilizzo delle pensioni di anzianità.

Per farvi fronte dal 1992 il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi correttivi. L’obiettivo di tali azioni è stato quello di riequilibrare, nel lungo periodo, l’evoluzione della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo, tentando di bilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, della diminuzione dell’occupazione e del rallentamento della crescita economica. Accanto a queste finalità di ordine economico era presente anche la necessità di uniformare le normative pensionistiche del settore pubblico, del settore privato e dei regimi professionali speciali in base a criteri di equità fra le generazioni e all’interno delle generazioni.

Per l’intreccio dei fattori sopra accennati la “questione pensioni” è stata al centro dell’agenda politica italiana. Con riferimento alla storia recente è opportuno ricordare e leggi di riforma del 1968-1975, che hanno realizzato un “patto previdenziale” tra le forze politiche e sindacali e la successiva incessante attività legislativa, tesa a modificare continuamente gli istituti previdenziali esistenti.

Una caratteristica storica del sistema pensionistico italiano è stata il suo finanziamento basato sul modello della “ripartizione”: i contributi versati dai lavoratori non erano accantonati (o “capitalizzati”), ma versati immediatamente ai pensionati. Un simile meccanismo finanziario restava in equilibrio solo fino a quando il gettito dei contributi copriva le somme necessarie al pagamento delle pensioni. Così nel corso del tempo si è aggravata la forbice fra le entrate e le uscite, determinando un ampio consenso sulla gravità degli squilibri creatisi [2] e sollecitando l’individuazione di azioni legislative correttive.

Uno fra gli aspetti di più evidente iniquità del sistema era costituito dalle pensioni di anzianità (in particolare le “baby pensioni”, ossia ottenute dopo un breve periodo di contribuzione). Tale tipologia pensionistica fu introdotta nel 1965, come “misura temporanea” per favorire i processi di ristrutturazione industriale in un periodo di recessione, ma divenne subito strutturale influenzando fortemente le casse previdenziali. La pensione di anzianità consente ad un lavoratore di godere di una rendita dopo un certo periodo di versamenti contributivi, indipendentemente dall’età anagrafica. La conseguenza è che, a parità di contributi versati, i pensionati di anzianità godono di un “rendimento implicito” del proprio risparmio previdenziale nettamente superiore a quello ottenuto dai pensionati di vecchiaia.

2.2  La riforma Amato

Negli anni Novanta il primo tentativo di riforma del sistema previdenziale è stato intrapreso in un periodo di eccezionale emergenza finanziaria. Durante l’undicesima legislatura (1992-1994) il governo Amato ha promosso un primo riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici con gli obiettivi di: stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo; garantire trattamenti pensionistici omogenei; favorire la costituzione su base volontaria, collettiva o individuale di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari [3].

I punti cardine della riforma Amato sono sintetizzati nel Quadro n. 2

Quadro n. 2

La “riforma Amato”, 1992

–          età pensionabile: elevata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti

–          contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi

–          integrazione al trattamento minimo: si tiene conto anche del reddito del coniuge che fino ad allora non era preso in considerazione

–          indicizzazione: la nuova scala mobile ha una cadenza annuale anziché semestrale ed è agganciata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo (cioè all’inflazione) e non più alla dinamica salariale

–          cumulo tra pensione e reddito da lavoro: il divieto parziale di cumulo, prima in vigore solo per i redditi da lavoro dipendente, è esteso anche al lavoro autonomo

–          introduzione nel sistema previdenziale del modello dei tre pilastri: 1° – obbligatorio e garantito dallo Stato; 2° – collettivo e volontario, con l’istituzione di Fondi pensione garantiti dalla contrattazione; 3° – individuale e collegato alle possibilità di risparmio previdenziale dei singoli

 

 

Questa riforma è stata sicuramente importante, ma insufficiente a risanare il sistema pensionistico italiano. Nel corso della dodicesima legislatura (1994-1995)  il governo Berlusconi presenta una proposta non negoziata con i sindacati articolata nel modo seguente: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne viene anticipata al 2000; il coefficiente di ricalcalo viene abbassato all’1,75% a partire dal 1996, con possibili ulteriori abbassamenti; possibilità di andare in pensione dopo 35 anni di contributi, ma con una penalizzazione del 3% dell’importo pensionistico per ogni anno che manca al compimento dell’età; annullamento della scala mobile per le pensioni del 1995 e, dal 1996, agganciamento all’inflazione programmata. Questo progetto, per il modo in cui viene proposto e per i suoi contenuti, provoca uno scontro sociale durissimo e non arriva alla approvazione a causa della successiva caduta di questo governo.

2.3 La riforma Dini

 

Nella stessa legislatura, la riforma delle pensioni viene ripresa dal governo Dini. Questa volta la negoziazione avviene anche con riferimento alle proposte dei sindacati [4], centrate sulla separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale, sulla flessibilità dell’età pensionabile e su un calcolo della pensione legato all’intera vita lavorativa. Il compromesso finale tiene conto di queste indicazioni e introduce innovazioni di sostanza nel metodo di calcolo delle rendite pensionistiche con il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

I principali orientamenti di questa riforma delle pensioni [5] sono indicati nel Quadro n. 3

Quadro n. 3

La “riforma Dini”, 1995

–          calcolo delle pensioni: dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato

–          età pensionabile: il requisito diventa flessibile, poiché il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva

–          pensioni di anzianità: attuazione di un regime transitorio orientato, tuttavia, alla loro scomparsa con effetto dal 2009

–          previdenza complementare: previsione dell’avvio dei fondi pensione

–          previsione di un riordino del settore invalidità e inabilità [6]: requisiti medico-sanitari con riferimento alla definizione di “persona handicappata” [7]; revisione della disciplina delle incompatibilità e cumulabilità delle diverse prestazioni assistenziali e previdenziali; potenziamento dell’azione di verifica e di controllo

 

Nel 1997 la riforma viene completata estendendo le regole delle pensioni di anzianità anche ai lavoratori del pubblico impiego [8].

 

2.4. La riforma Maroni-Berlusconi

Le innovazioni introdotte negli anni ’90 hanno modificato in maniera sostanziale il sistema previdenziale italiano. Tuttavia, a parere del Governo Berlusconi, esso mantiene ancora alcuni limiti di equità intergenerazionale, nel senso che:

i lavoratori oggi meno anziani dovranno fronteggiare con oneri crescenti il picco della spesa pensionistica a favore delle generazioni già uscite o prossime all’uscita dal mercato del lavoro [9]

Così nel 2004 si è arrivati alla approvazione di una ulteriore riforma che dispiegherà i principali suoi effetti a partire dal 2008 [10]. I contenuti essenziali sono ripresi nel Quadro n. 4.

Quadro n. 4

La riforma Maroni – Berlusconi, 2004

–          Incentivi al rinvio dell’età pensionabile: chi decide di restare al lavoro potrà, su base volontaria, rinviare il pensionamento per almeno 2 anni, ottenendo in cambio un incremento della retribuzione, non gravato da tasse, pari all’am­montare dei contributi pensionistici pagati dal datore di lavoro e dal lavoratore (32,7%).  Di conseguenza, la permanenza al lavoro comporta che la pensione che si avrà al momento della cessazione del rapporto di lavoro sarà quella maturata nel momento in cui si è compiuta la scelta;

–          fino alla fine del 2007 sarà possibile andare in pensione con le regole attuali. Dal 2008 le nuove regole sono:

o        pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età

o        pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l’età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

o        le donne potranno continuare ad andare in pensione di anzianità anche dopo il 2008 a 57 anni con 35 anni di anzianità contributiva ma con una penalizzazione: il cal­colo della pensione sarà fatto interamente con il sistema contributivo

–          abolizione del pensionamento fles­sibile a 57-65 anni di età previsto dalla riforma del 1995

–          estensone del regime contributivo al pensionamento di vecchiaia a 65 anni gli uomini, a 60 anni le donne

–          introduzione del “silenzio assenso” per il conferimento del TFR – Trattamento di fine rapporto alle forme di previdenza complementare ed equiparazione tra le varie forme (Fondi pensione negoziali, fondi aperti, forme di previdenza)

–          previsione di  regimi speciali a favore dei lavoratori addetti a mansioni usuranti, e regimi agevolativi per le lavoratri­ci madri

Le principali critiche a quest’ultima riforma si sono concentrate sul fatto che gli effetti sono rimandati al 2008, che introduce una rigidità nei requisiti di uscita dal lavoro (abolizione del pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni)  e che non affronta la questione cruciale delle pensioni delle nuove generazioni. Oggi per moltissimi giovani il lavoro è costituito da una somma di lavori discontinui ed occorre adeguare le tutele previdenziali tenendo conto di questo mercato del lavoro fortemente caratterizzato dalla precarietà.

Resta il fatto che nel futuro tende a diventare sempre più strategico il problema di realizzare un nuovo “risparmio previdenziale” da distribuire lungo tutto il corso della vita e sviluppando vari strumenti economico-finanziari di previdenza complementare: Fondi negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e forme individuali previdenziali.

 

[1]  In: Amato Giuliano, Maré Mauro, 2001

[2] Si veda in proposito: Rampini Federico, 1994; Beltrametti Luca, 1996; Baldissera Alberto, “La rivolta dei cappelli grigi: Il caso italiano e francese”, in: Il paese dei paradossi, a cura di Negri Nicola e Sciolla Loredana, Carocci Editore, Roma, 1996, pp. 53-116

[3] Legge n. 421/1992 e D. Lgs. n. 503/1992

[4] Accordo siglato l’8.5.1995

[5] Legge n. 335/1995

[6] Legge n. 335/1995, art. 3, c. 3

[7] Legge n. 104/1992

[8] Cosiddetta riforma Prodi: Legge n. 449/1997

[9] Dal Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistrici, predisposto dal Governo Berlusconi ed inviato alla Unione Europea, 2002

[10] Legge n. 243/2004

lunedì, 25 giugno 2007

Nina Simone: un ricordo attraverso musica e poesia

Per tutta la settimana ogni giorno dalle ore 22:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

 

un ricordo ed un viaggio speciale ed ammirato, curato da Francesco Maria Gallo, dedicato alla canzoni di Nina Simone intercalate dalle poesie che  AliceYdulcinea ha scritto ascoltandola.

La voce di Francesco terrà il filo di questa coppia alimentando qualche emozione attraverso una fusione contaminazione, rielaborazione di “parole&parole”, versi, musica&musica, parole mute, musica&parole, anima&passione.

La trasmissione è stata registrata ed è disponibile, in tre parti sul sito Esnips

Prima parte: 

 
Get this widget | Share | Track details

 Scaletta:

  • Il regno segreto di Nina Simone
  • Hush Little Baby, in Folksy Nina, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Infinito è l’andare

questo amore limitato, accerchiato

difeso dall’assalto delle maree.

Persistente è il racconto

nostro delirio che si trasforma in vita,

vita che si eclissa dietro il desiderio.

Immaginarti è il passato

Osservarti è il presente ed il futuro
 Costante il mio dolore,

continua la mia gioia

che immagino e non vivo

Amore che resiste

amore che respira

senza fermare il tempo.

Dilatarsi di cielo azzurro,

nuvole bianche e verde profilo all’orizzonte

certezza del giorno e dubbio dell’anima

suono che atterra la vita

in questo sogno solido e forte
Amore

Suono breve e solitario

interruzione del vociare estraneo.

  • Little Girl Blue, in Little Girl Blue, 1957
  • “Nina canta il testo delle canzoni …”
  • My Father, in Baltimore, 1978

Seconda parte:

 
Get this widget | Share | Track details

Scaletta:

  • You Can Have Him, in The Amazing Nina Simone, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Contuso il corpo

accosto l’impronta

isolata sul letto.

Scagliata a terra una coperta
sgualcito il lenzuolo,
 calore, umori, odore.
Ascolto il silenzio…

vicino, qualcuno parla

Gravoso addio,

tardivo amore

combattuto desiderio
 che il tempo nega,

e lo spazio rifiuta

noi, soli senza guida

il nostro essere vita.

Vivere insieme pur separati

logiche situazioni, borghesi inganni.

Attenta al tuo parlare

ad inseguir certezze

Negati suoni e parole

rendo emozioni e umori

offro me stessa.

I tuoi occhi…i miei occhi,

parole senza suono né rumore

pura essenza di noi.

Dita leggermente strette

abbandonate tra le tue e poi riprese
lasciate ed afferrate

Gioco senza fine
gesti di tenerezza e affetto
di ansia e turbamento

Abiti veloci, spiegazzati

percorso di sguardi timorosi,

incerto indaghi il tempo
e contempli distratto.

Preda insoddisfatta di certezze
marco il percorso d’amore

Sgrano la mia disperazione

privilegio di pensieri…

 

  • I Loves You Porgy, in I Loves You Porgy, 1957
  • Consummation, in Silk & Soul, 1967
  • poesia di Aliceydulcinea: l’attesa … 

Terza parte:

 
Get this widget | Share | Track details

Scaletta:

  • “Nina Simone appartiene ai classici …”
  • He Was Too Good To Me, in Live At The Village Gate, 1962
  • poesia di Aliceydulcinea: libero il ricordo …
  • Lilac Wine, in After Hours, 1965
  • Suzanne, in To Love Somebody, 1969

Ascolta LiveBloggerNight in questi primi giorni dell’estate fino al 30 di luglio, qui:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

E tanto per non dimenticare


 

“come cantava Nina Simone”   


ritorniamo al film Before the Sunset – Prima del tramonto di Richard Linklater:
 


Four-women-Antibes

21 giugno 2007

Conservazione

Molto, molto simile per tensione psicologica allo

“starei fermo … molto, molto fermo …”

di Mauro Corona

La mia è la vocazione di un “conservatore “.

Traggo più certezze psichiche in quello che “è già stato” per millenni ed ere geologiche, piuttosto che in improbabili esperimenti sul futuro possibile.


 

Preservare la compiutezza delle cose 

In un prato
io sono l’assenza
del prato.
È
sempre così.
Ovunque sia
sono ciò che manca.

Quando cammino
fendo l’aria
e sempre
l’aria rifluisce
a colmare gli spazi
in cui è stato il mio corpo.

Tutti abbiamo motivi
per muoverci.
Io mi muovo
per preservare la compiutezza delle cose.

da Mark Strand, L’inizio di una sedia, Donzelli Poesia, 1999
tradotto da Damiano Abeni

Keeping Things Whole

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole

sabato, 16 giugno 2007

Sabato e domenica al buen ritiro

Astime mi avverte che ieri c’è stata bufera anche sulle rive del lago.
Spero tanto che il mio faticoso lavoro primaverile per l’orto non sia stato inutile.
Per ora le fasi della crescita sono andate così.
Ecco, in sequenza, la situazione: al 28 aprile e al 10 giugno.
Quindi, in circa un mese e mezzo questi sono i risultati del metodo Cristianini.
Arileggerci lunedì.

sabato, 02 giugno 2007

Francesco Piccolo: Hong Kong, una mattina …

Mi piace molto come scrive Francesco Piccolo, classe 1964.
E’ ironico senza enfasi.
E’ un fine osservatore della modernità. La modernità degli oggetti che ci circondano.
Tuttavia non mi sarei soffermato così tanto sul suo racconto “Hong Konk, una mattina”, se non avessi letto con la consueta partecipazione il post di Dodo Kai Tak.
E invece mi sono fermato, ho letto, riletto e poi anche registrato questo racconto sul  tema dell’apparire agli occhi degli altri:

Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina”

Hong Kong, una mattina. Esco dalla mia sontuosa stanza d’albergo a un piano altissimo di un grattacielo. Mi fermo davanti alle decine di ascensori, premo il pulsante e aspetto che uno qualsiasi mi porti giù al sontuoso ristoran­te per la prima colazione. Entro. C’è un signore cinese. Mentre ci diciamo “morning”, mi guarda con un’espres­sione stupita, quasi sgrana gli occhi, come se non avesse mai visto un essere umano europeo, o per qualche altro motivo che non capisco. M’inquieta. L’ascensore parte e io e questo signore cinese adesso abbiamo davanti un piccolo viaggio insieme, prima di arrivare laggiù al piano terra, e non mi piace che mi guardi così come continua a guardarmi, a scrutarmi, fisso, con occhi ormai completamente sgranati, tanto che io comincio ad abbassare lo sguardo per l’imbarazzo, fino a quando lui finalmente non parla e dice quel che voleva dire.
Non m’aspettavo che parlasse e così sulle prime non capisco niente, tranne una parola che mi sembra abbastanza inappropriata nel contesto: Hollywood.
Lui ripete la domanda e capisco che sta balbettando: “ma lei è… quella star di Hollywood… non mi viene il nome… è lei, vero?”.

Mi ha detto così.
Attenzione; non ha detto: sembra, somiglia. Ha detto: è. Quel che il mio cervello si è messo immediatamente a cercare, così, d’istinto, in risposta a quella domanda confu­sa, prima ancora di capire se il cinese mi stava prendendo per il culo e forse anche perché era chiarissimo che no, non mi stava affatto prendendo per il culo, ma diceva seriamen­te – la prima cosa che il mio assurdo cervello si è messo im­mediatamente a scorrere è un catalogo di volti delle star di Hollywood per capire per chi mi avesse scambiato il cinese. Cioè: alla sua domanda assurda, il mio cervello ha risposto prontamente con una ricerca ancora più assurda per capire a chi somiglio tra tutte le star di Hollywood. Anche se, ri­peto, il cinese non ha detto che somiglio a quella star di Hollywood, ma che sono quella star di Hollywood. Intanto però il nome non gli viene in mente, ma si ricorda il film che dovrebbe chiarirmi chi sono secondo lui. Me lo dice. …
Mi dice: “l’attore di Face/Off. Mi hai capito, ora?”. E sapete cosa rispondo io, prontamente? “NicolasCage!” A questo punto, per vari motivi, il cinese fa svanire ogni dubbio: quello che ha davanti non sono io, ma la star hollywoodiana Nicolas Cage.
Provo a immedesimarmi in lui e a cercare di com­prendere i motivi per cui è giunto a questa conclusione. Prima di tutto, il signore cinese ha citato Face/Off. La re­gia è di John Woo, che tutto il mondo conosce come il più famoso regista di Hong Kong, appunto; questo rende immediatamente credibile, e non mi chiedete perché, il fatto che io in quanto Nicolas Cage stia qui a Hong Kong. Sarò venuto a trovare John Woo, forse non ci vediamo dai tempi del film. Poi: in Face/Off gli attori protagonisti so­no due, Nicolas Cage e John Travolta. E io ho detto quel­lo giusto. Ho detto quello giusto non perché assomigli a Nicolas Cage ma perché, tra i due, John Travolta mi sembrava ancora più assurdo di Nicolas Cage. Quindi, poiché dico quello giusto, lui pensa che io stia confermando il fatto che ha ragione.
E non basta: il signore cinese ha desunto da due fatto­ri – il mio iniziale spaesamento e il luogo comune sulle star hollywoodiane in vacanza – che io in quanto Nicolas Cage sono qui in incognito. Non ho nessuna voglia che mi si ri­conosca. Ed è per questo motivo che sto continuando a dirgli che non sono affatto Nicolas Cage e che sono italia­no. E poiché sono in incognito e dico che non sono Nico­las Cage, questo conferma che sono proprio Nicolas Cage. Dirò di più: il fatto che io sostenga di essere italiano, annulla paradossalmente anche l’ultima traccia di verità evi­dente (se, come ormai è chiaro, la mia faccia non solo non smentisce, ma è il motivo palese per cui il cinese pensa che io sia Nicolas Cage), e cioè che il mio inglese è claudicante quanto il suo, se non di più, e con un marcato accento italian-napoletano, quindi come faccio a essere Nicolas Cage; ma presumendo il signore cinese che io sia Nicolas Cage e cioè il grande attore che sarei – e che faccio di tutto per non farmi scoprire -, figuriamoci se non mi metto a fare l’italiano con accento napoletano che parla male l’inglese. E figuriamoci se non mi viene bene a tal punto che sem­bro davvero un italiano. Anche questo elemento, che do­vrebbe strasmentire, invece straconferma e così non c’è più scampo, nonostante io insista a dire con accento clau­dicante che non sono Nicolas Cage, che sono italiano e che non credo nemmeno di assomigliargli, lui dice: “sì, sei in, sei Nicolas Cage!”
e quando usciamo dall’ascensore  …  io cerco di allontanarmi perché lui comincia a sbracciarsi e a indicarmi, e insomma mi imba­razza – e l’imbarazzo è un altro indizio chiarissimo che io sono Nicolas Cage e non voglio che mi si riconosca; scappo verso il gruppetto dei miei compagni di viaggio mentre lui ferma chiunque si trovi davanti, e parla concitato e mi indica e io intanto racconto ai miei compagni di viaggio quel che mi è successo e perché quel signore mi sta indi­cando a tutti; i miei compagni di viaggio si girano a guar­darlo e a lui lì in fondo sembra che io, in quanto Nicolas Cage, abbia raccontato che un appassionato di Face/Off mi ha scoperto e che ci dobbiamo dileguare. Io davvero sto chiedendo di dileguarci, ma per il fatto che mi vergo­gno come un cane, a questo punto, di non essere davvero Nicolas Cage e di doverlo spiegare a tutti tra dieci secondi al massimo.
Per parte mia, vi dico quello che voi potete immagina­re ma di cui non potete essere certi visto che non mi cono­scete: non assomiglio affatto a Nicolas Cage. ….  non mi ha scam­biato per De Niro, Di Caprio o Brad Pitt. No, solo Nicolas Cage, cioè la faccia cinematografica dell’uomo medio. Ed è a questo punto che scopro la que­stione terribile che vive tra le righe di quel che ha immagi­nato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occiden­tali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.
Così mi sono dileguato. E adesso questo signore cinese penserà per tutta la vita di aver incontrato Nicolas Cage. Quando andrà al cinema, o alla televisione daranno un film con Nicolas Cage, racconterà senz’altro che lui quell’attore lì lo ha conosciuto e gli altri ascolteranno in­creduli e affascinati il suo racconto di quella volta in ascensore quando Nicolas Cage negava di essere Nicolas Cage. E una cosa che di sicuro racconterà per tutta la vita. Non sempre, magari, ma almeno ogni volta che Nicolas Cage apparirà in un film. Per quest’uomo che vive a Hong Kong o in qualsiasi altro posto del mondo, io sono e ri­marrò sempre Nicolas Cage

Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina
in Allegro occidentale, Feltrinelli, 2005, p. 9-13

mercoledì, 30 maggio 2007

Le molte facce di una gatta

Gatta ninasimonante:

Gatta matrimoniale:

Gatta radiofonica:

Gatta talebana:


Gatta informatica:


Gatta cinematografica:

lunedì, 28 maggio 2007

Vorrei stare fermo …. molto fermo …

Vivo al Nord.
In un luogo dalla straordinaria geografia e dalla peggiore antropologia.
Le elezioni amministrative di oggi segnano la grande capacità di consenso che il centro destra sa esprimere al Nord.
Una tendenza potente ed irreversibile. Troppo grandi i numeri.

Quando facevo poltica attiva ed ero ESTROVERSO, dopo la lettura dei risultati entravo in depressione.
Non capitava a tutti, però.   … No … i compagni “de sinistra”, all’opposto, si ringalluzzivano. Così potevano sfoggiare la loro “diversità”.
Più perdevano e più vinceva la Dc, e poi Forza Italia e Lega, più loro si sentivano diversi, identitari, puri, con il pensiero rivolto all’avvenire.  Una specie di nevrosi narci-masochista.

Ora, però sono INTROVERSO.
Disincantato.
E così soffro di meno. Molto di meno.
Osservo che abbiamo raccolto quello che abbiamo seminato: “chi è causa del suo mal …”
La nostra è una politica per l’insicurezza e la resa all’islamismo interiore.
Ci  meritiamo il risultato.

Mi conforta Mauro Corona e con lui mi dico e ridico:

“Vorrei stare fermo …
Molto fermo” 

lunedì, 21 maggio 2007

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là

La lettura dl libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in làStoria della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore,  suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.

Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.

Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:

“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portie­ra della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cra­vatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro ri­spose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.”  (Pag. 32)

Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.

Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.

In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.

Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della  sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora  sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:

“Con gli anni ho capito l’efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Conia­rono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che og­gi riescono a imporre un marchio. Non c’era però un pubbli­citario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costrui­re un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l’indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.

Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo moto­rino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse ca­duto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavora­va mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più ter­ribili sospetti” (pag 43)

Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.

Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.

Qui si respira tutta un’altra aria.

Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.

E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.

I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.

E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:

“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scri­veva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per anda­re a leggere i giornali dell’epoca nell’emeroteca della bi­blioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Ar­rivavo presto la mattina, in anticipo sull’apertura del por­tone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla stra­ge di piazza Fontana per arrivare al giorno dell’omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un’altra epoca, perde­vo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo comple­tamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un’esperienza totalizzante.

… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche con­testualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opa­co e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà ri­spondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima del­l’inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Con­tinua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquil­lamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)

C’è poi il tema della responsabilità.

L’eterno tema della responsabilità.

La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.

Ossia quello soggettivo che fa dire:

“Ma cosa ho fatto io?

Cosa ho provocato con la mia azione”

E’ una questione che viene elusa in più modi.

C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.

C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”

E’ la linea della indifferenza morale.

Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.

“Io”, non la “Società”

“Io”, non la “Legge”.

C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.

Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.

E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.

Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.

Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.

Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:

la responsabilità individuale resta,

anche dopo le pene scontate,

fino a quando ci sono i sopravvissuti

delle vittime

Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).

Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.

Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):

Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.

«Farsi carico» è la parola chiave.

Delle ri­chieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.

Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito.  ….

I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l’appel­lo. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

“C’è una donna che più di altre ha ragionato sull’incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all’università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L’altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)

Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.

Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti. 

Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.

Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.

Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.

Io però non corro via su questo passaggio.

E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):

La grazia del Cavaliere? Sì
Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa

di Giampaolo Pansa

Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un’era tragica, segnata dall’emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent’anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L’unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell’estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l’estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della “Stampa”. Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l’aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume “Il cuore è uno zingaro” cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell’episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l’auto dell’agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l’omicidio e Sofri che dà il suo assenso. Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però…
Il però l’ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall’assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent’anni e sei mesi. L’Italia di quel tempo non c’è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell’opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su “Repubblica”, su “Panorama”, sul “Foglio”. A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull'”Unità” di Walter Veltroni, scriveva il suo “Diario” da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l’arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l’orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est…
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent’anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.

L’Espresso, 21 novembre 2002

mercoledì, 16 maggio 2007

Resilienza

Un articolo di Aldo Romano sulla Stampa di oggi recupera un grande  concetto e principio orientatore del lavoro di servizio:

resilienza

Perfino la pubblicità di un noto materasso ne parla:

“Uno strato superiore di esclusivo materiale sensibile alla temperatura viene laminato su una base in poliuretano ad alta resilienza di 8 cm. Il sistema di flusso d’aria fra lo strato e la base in espanso permette un’ulteriore resilienza in profondità e ventilazione in tutto il materasso.” 

E, anche se non la chiamerebbe mai così, Pippo Delbono ha “fatto resilienza” ai suoi problemi.
Con il teatro.
Perchè ci sono molte vie di resilienza.
Come racconta in “Racconti di giugno: incontro con se stesso“.
Lui da solo sul palco. A raccontarsi con totale e perfino estrema sincerità. 

 

Cosa significa Resilienza?

Quando una parola è poco conosciuta conviene partire dal vocabolario.

– Capacitá di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi (Lo Zingarelli, Zanichelli, Milano, 1995):

– capacità di un materiale di resistere a deformazioni o rotture dinamiche, rappresentata dal rapporto tra il lavoro occorrente per rompere un’asta di tale materiale e la sezione dell’asta stessa: indice, valore di resilienza

– capacità di un filato o di un tessuto di riprendere la forma originale dopo una deformazione  (Da Dizionario De Mauro)

Se consideriamo questo concetto in rapporto alle scienze sociali, possiamo dire che 

“la resilienza corrisponderebbe alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).

Da questo punto di vista la parola viene associata sempre con tensione, stress, ansietá, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita.

Si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si riesce a mettere in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre si arriva a generare situazioni positive.

Questa misteriosa possibilitá ha una base innegabile, e cioé, l´evidenza che gli elementi costitutivi della resilienza sono presenti in ogni essere umano e la loro evoluzione accompagna le diverse fasi dello sviluppo o del ciclo vitale dell´uomo: è un comportamento intuitivo durante la infanzia, poi si rinforza fino ad essere attivo nella adolescenza, e dopo ancora sará completamente incorporato alla condotta propria dell´etá adulta. 

Ma ci vuole educazione per farlo (una sfaccettatura della educazione dei sentimenti? care Astime e Maf?).
Occorre ancoraggio a valori solidi.
Anche se hanno 2000 anni.
Decisione nel volere ottenere questo risultato educativo. Padri “morbidi” ed impauriti e madri decisioniste come delle dirigenti di azienda difficilmente ci riescono. E lo si vede.

La resilienza é piú della semplice capacitá di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili

E’ anche la possibilitá di reagire positivamente a scapito delle difficoltá e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani.

Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é anche avere la capacitá di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.

Si dice, si racconta, si narra che ci sono alcune caratteristiche tipiche della resilienza:

• “insight” o introspezione: la capacitá di esaminare sé stessi, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá

  • Indipendenza: la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi
  • Interazione: la capacitá per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone

    • Iniziativa: la capacitá di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli

    • Creativitá: la capacitá per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine

    • Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono

    Anchela Teoria Sistemica(“se cambia un soggetto della relazione cambiano anche le relazioni fra i soggetti della relazione”) arriva alla conclusione che la resilienza sarebbe di grande aiuto durante il processo di terapia alla famiglia, poichè è: 

“la capacitá che ha un sistema per resistere i cambiamenti provocati dall´esterno, per sovrapporsi e superare queste crisi, approfittando il cambiamento qualitativo e mantenendo la coesione strutturale attraverso il processo di sviluppo” (Hernandez Córdoba, 1997). 

Durante una crisi la famiglia trasforma la sua struttura, coesiste per resistere la tempesta: non sa quanto puó durare quella energia. Deve trovare fattori interni ed esterni che possano aiutarla per diventare meno vulnerabile e impedire che la crisi aumenti di proporzione, in principio, e dopo superarla in modo che possa affrontare una ristrutturazione del sistema, che possa uscirne rinforzata e possa trasformarla in un elemento utile al cambiamento e alla crescita positiva.

La resilienza é un fattore che puó essere accresciuto durante l’infanzia, nelle diverse tappe dello sviluppo, per mezzo dello stimolo delle aree affettive, cognitiva e del comportamento, sempre d’accordo con l´etá e il livello di comprensione delle diverse situazioni di vita. Il periodo che va dalla nascita fino alla adolescenza sarebbe quello piú opportuno per svegliare e sviluppare questa qualitá interiore che permette di affrontare le avversitá.

Riassumendo si può dire che la resilienza é 

la capacitá umana adatta ad affrontare gli avvenimenti dolorosi e a risorgere dalle situazioni traumatiche.

Principio storicamente dimostrato nei momenti di stragi mondiali e di genocidi provocati dall´uomo. 

Ci sono poi possibilitá di sviluppo della resilienza che si ottengono agendo sulle risorse personali e sociali, in stato di latenza, in ogni individuo ed anche in ogni comunità .

Tra queste possiamo nominare: l´autostima positiva, i legami affettivi significativi, la creativitá naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione carica di conflitti, permettendo il risorgere di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.

La resilienza puó venire incontro al lavoro sociale e psicologico a livello di: prevenzione, riabilitazione, collaborazione in educazione, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, ma ha bisogno di un aiuto esterno e di un ambiente che faciliti e appoggi uno sviluppo personale che conduca verso un apprendimento.

L´obiettivo di questa noterella é di ricordare innanzitutto a me stesso (ottimo metodo quello di riflettere su di sé, prima di proiettare sugli altri da sé) che la pratica della resilienza è abbastanza consolante.

Non risolutiva, ma consolante.

Ogni persona possiede questa caratteristica, ma da ciascuno di noi dipende che possa essere sviluppata, se ci concediamo la possibilitá di farlo, magari scegliendoci con cura, attenzione, accudimento ed amore le persone con cui camminare. 

Lo spirito di resilienza è un principio informatore ed “educatore” che può anche essere usato anche nei post e nei commenti dei blog, dove il pensiero associativo che qui si sviluppa talvolta genera tensioni, eccessi informativi, rabbia compulsiva, aggressività, depressione, proiezioni. 

Riprendendo l’aurea scaletta sopra riportata: 

–         esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá. Tanto  siamo in situazioni di “relazioni gratuite”

–         mantenere a una certa distanza dai problemi, tuttavia  senza isolarsi. Qui abbiamo già accettato di comunicare ed esporci. Occorre farlo con cautela. Adottando il metodo del “buon padre di famiglia” (così, per essere in sintonia con la doppia manifestazione di sabato scorso)

–         Interagire, stabilire anche rapporti intimi con le persone. Purchè siano soddisfacenti, ossia tendenzialmente benefici per la psiche. Il tempo stringe. Nessuno ci obbliga a stare qui. Perché farci del male? Ci pensano già i musulmani ((nella variante culturale “perdenti radicali”) dal 2001 a farci del male: almeno qui possiamo dire “no, grazie”

–         Affrontare qualche problema, provarsi a capirlo, anche con l’aiuto delle “sfaccettature” (vero Prisma?), provare a controllarlo. Cioè vederli, questi problemi. Come lo psichiatra Hannibal Lecter quando, nel romanzo Il silenzio degli innocenti, dice a Clarice Sterling: “Rifletti  … cosa osserva lui ? ….. cosa sta facendo? … hai tutti i dati in mano … cosa fa? …. Lui d e s i d e r a ….”

–         Essere creativi. Qui non controlla nessuno. Sì certo, si può essere assaliti da commenti lividi e cattivi. Può anche capitare che qualcuno ti aizzi addosso i suoi amici di blog (mi è capitato e non me ne sono dimenticato ed ho provveduto a difendermi). Però, con qualche cautela, puoi far lasciare andare i pensieri. Si può provare a dare ordine, partendo dal caos e dal disordine

–         Dare spazio al folletto “Spirito allegro”. Buffoneggiare, anche (vero Surferella?). Una disposizione all’allegria, permette di allontanarci dalle tensioni, di relativizzare e di vedere positivo. “Penso positivo perché son vivo”, ma senza l’infinita tristezza culturale dei newagisti che ruminano l’ideologia del pensiero positivo. E che diventano così tetri e tristi

 

Il tema della resilienza deve molto allo psicologo rumeno Boris Cyrulnik (figlio di deportati ad Auschwitz che riuscì a fuggire dal treno diretto ai campi di concentramento): 

“Due sono le parole chiave che caratterizzeranno il modo di osservare e di comprendere il mistero di chi ha superato un trauma e, una volta adulto, riguarda le cicatrici del passato.
Le due strane parole che preparano il nostro sguardo sono «resilienza» e «ossimoro».
Il termine «resilienza» è stato coniato in fìsica per descrivere l’attitudine di un corpo a resistere a un urto. Ma tale definizione attribuiva eccessiva importanza alla sostanza.

Il termine è stato mutuato dalle scienze sociali per indicare «la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo» (Vanistendael S., Cles pour devenir: la resilience, 1998).
Come diventare umani nonostante gli scherzi del destino? Questi interrogativi pieni di ammirazione sono emersi quando si è deciso di esplorare il continente dimenticato dell’infanzia.
Il dolce Remi, in Senza famiglia, poneva il problema con parole molto chiare:

«Sono un trovatello. Ho creduto di avere una mamma, come tutti gli altri bambini…»

Due volumi dopo, una volta conosciuta l’infanzia di strada, lo sfruttamento del lavoro minorile, le percosse, il furto e la malattia, Remi si guadagna il diritto di condurre una vita socialmente accettabile a Londra e conclude con una canzone napoletana che canta le «dolci parole» e il «diritto di amare».

Il principio è esattamente lo stesso adottato da Charles Dickens che aveva attinto il tema della sofferenza e della vittoria dalla sua infanzia infelice e sfruttata.

«Non vedevo alcuna ragione per cui […] la feccia del popolo non servisse […] a fini morali, così come il suo fiore più fine […] Essa comprende le più belle e le più brutte sfumature della nostra natura […] i suoi aspetti più vili e parte dei più belli.».
Dopo aver letto Giovinezza di Lev Tolstoi, torna sempre alla mente il verso di Aragon: «È così che vivono gli uomini?» Anche Infanzia di Maksim Gorki descrive lo stesso percorso archetipico. Atto I, la desolazione: La mia infanzia (1913-1914); atto II, la riparazione: Fra la gente (1915-1916); atto III, il trionfo: Le mie università (1923).

Tutti i romanzi popolari citati sono imperniati su un’unica idea: le nostre sofferenze non sono vane, una vittoria è sempre possibile.
Un tema che viene assurto a bisogno fondamentale, a unica speranza dei disperati:

«Se sai veder distrutta l’opera della tua vita / E senza dire una sola parola rimetterti a costruire […j / Se sai essere duro senza mai infuriarti […] / Se sai essere coraggioso e mai imprudente […J / Se sai ottenere la vittoria dopo la sconfitta […] / Sarai un uomo figlio mio» (Rudyard Kipling).
Pel di carota, il bambino maltrattato, riacquista la speranza alla fine del libro; Hervé Bazin ritrova la pace quando suo padre finalmente mette a tacere Folcoche; Tarzan, bimbo indifeso in una giungla ostile, finisce per diventare l’amatissimo capo degli animali più feroci; Zorro e Superman, eroi dalla doppia vita, da un lato comuni individui e dall’altro paladini della giustizia; Francois Truffaut e Jean-Luc Lahaye raccontano il vero romanzo della loro infanzia tormentata. Ne “La città della gioia”, Dominique Lapierre descrive l’incredibile serenità dei derelitti come confermato da tutte le persone che si sono occupate dei bambini di strada”

L’articolo di Aldo Romano da cui ha preso avvio questa reminiscenza della resilienza è qui:

Ormai non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è dotato di acuta resilienza.
Che non è una malattia, ma la capacità di riprendere forma e vigore dopo i colpi più duri.
Non è l’unico esponente della politica italiana a godere di quella magica qualità, ma certo che gli ultimi quindici giorni hanno dato una spettacolare dimostrazione del suo primato nel settore.
La netta vittoria elettorale in Sicilia è stata interamente sua prima che della Casa delle Libertà, come gli riconoscono i meno frustrati tra gli avversari sconfitti. La sua partecipazione al Family Day ha impresso una curvatura partigiana ad un evento che voleva essere trasversale e problematico per entrambi gli schieramenti. Insomma, il Cavaliere Resiliente si è ripreso la scena. E può permettersi di tormentare i propri alleati con nuove angherie. Ora minacciando di passare il bastone del comando direttamente alla giovane outsider Michela Vittoria Brambilla, ora buttando lì la possibilità di darsi alle larghe intese, ora fantasticando di un Partito della libertà da creare dall’oggi al domani con quelli che ci volessero stare.
Il solito leader dalle sette vite, si dirà, capace di ritrovarsi alla testa delle proprie truppe sconfiggendo ogni avversità. Eppure non è detto che si tratti di una buona notizia per il centrodestra. Perché al di là dell’attivismo effettivamente miracoloso di Berlusconi, da tempo poco o niente sta accadendo dalle parti dell’opposizione al governo Prodi. Nessun segno di vitalità propriamente politica, niente che faccia pensare che in quel vasto settore del Parlamento si stia lavorando ad un’idea del Paese diversa da quella che viene espressa dalla maggioranza di centrosinistra.
Molta propaganda ma poche idee su tutti i grandi aspetti della vita politica. In economia è evidente il mutismo di uno schieramento che si limita a ripetere lo slogan del «meno tasse» – peraltro senza poter vantare alcuna sensibile riduzione del carico fiscale negli anni in cui ha governato il Paese – non riuscendo ad orientare neanche marginalmente la discussione sulla necessità di un’apertura della società italiana ai valori liberali e della concorrenza. In politica estera la brillante strategia del centrodestra è tutta nel «tanto peggio, tanto meglio», pronta ad attendere l’ennesimo scivolone internazionale di Prodi o D’Alema senza fornire alcun indizio alternativo che non sia una più tenace fedeltà all’alleato americano. Sul piano più generalmente ideologico e culturale, siamo fermi ad un anticomunismo che resiste negli anni ad ogni smentita del mondo e della stessa sinistra italiana.
E se non fosse per il nuovo protagonismo della Chiesa cattolica sui temi della vita e della famiglia, nemmeno per Berlusconi vi sarebbe alcuna occasione di sortite opportunistiche.
In sostanza, il centrodestra sta replicando la strategia della passività mostrata dal centrosinistra nella scorsa legislatura. Quando l’opportunità di metter mano ad un progetto per il Paese mentre si era opposizione fu sacrificata alla conservazione degli equilibri politici e personali su cui si reggeva la coalizione. Le conseguenze di quella scelta si vedono oggi nella stanchezza dell’azione di governo, nell’impressione di un esecutivo che resiste più per il favore delle condizioni esterne che per le proprie virtù politiche e progettuali. Ma disporre di un’opposizione che non riesce ad andare oltre la propaganda non fa certo bene al governo. Così come non giova all’Italia, che ormai è dovunque circondata da Paesi che sono riusciti a dotarsi di leadership nuove e più dinamiche. Perché l’attivismo del Cavaliere riempie di sé ogni spazio lasciato libero dall’assenza di una vera concorrenza politica nel suo campo. Ma il vuoto di idee è destinato a rimanere tale, anche quando permette l’esibizione di spettacolari capacità di rimbalzo.

In  Aldo Romano, Berlusconi sta bene il Polo no, in  La Stampa 16 maggio 2007

Appunti in tema di “Coltivare un orto”, 9 marzo- 28 Aprile 2007

files audio:

Nei comportamenti orientati a coltivare un orto ho osservato due tendenze:
una concretistica e pratica, consistente nel procacciarsi una alimentazione integrativa a quella dei mercati e supermercati
e una meditativa e contemplativa, consistente nella possibilità di filosofeggiare sui cicli della vita e sulle sottili rassomiglianze fra il curare un vegetale e se stessi.

E tuttavia, in entrambi i casi, occorre apprendimento.
A fare un orto si impara per prove ed errori. Meglio però avere qualche istruzione da chi ne sa di più.

E’ a questo punto che subentra il prof. Cristianini.

La situazione in cui mi sono trovato è quella delle “università popolari”. Fra pensionati e pensionate con molto tempo a disposizione. Tutti piuttosto ciarlieri e saputelli.
Ma Cristianini ci ha pensato subito a chiarire come stanno le cose:

“Parlo io.

Voi siete qui ad imparare.

Quindi: zitti e attenti.

Le domande dopo”

Già, perché quello che riuscirò a rendere è solo il contenuto della sua aurea lezione. Non la sua gestualità e presenza scenica. Ma gli audio che troverai qui integrati nel testo, amico/lettore di blog, in parte renderanno vivo il personaggio davvero unico ed irripetibile.
Un vero esperto di botanica, in un corso di pratica orticola.

L’esordio è fulminante: 

“Il professor Cristianini è qui con i suoi 30 anni di esperienza.

Io vi dico come si fa.

Poi sta a voi applicare quello che imparate.

Se fate come dico io farete un orto di soddisfazione.

Se non farete quello che vi dico io, potrete sempre dare la colpa alla luna.

Ma sarà stata colpa vostra.

Perché la luna non c’entra!

Se poi volete credere alla luna …

Chiaro!”

Ecco i miei appunti della lezione.
Per il linguaggio colorito e talvolta gaddiano rimando agli audio.

La pianta è un organismo vivente
Audio della introduzione

E quindi ha bisogno di 4 cose: 

1: MANGIARE

  1. BERE
  2. LUCE
  3. CALORE

Tutte e quattro queste cose. Contemporaneamente

“Io vi insegno la tecnica colturale.

A voi tocca l’accudimento!

Attenzione: ho detto mangiare, bere, luce, calore.

Non ho detto la luna!
 

Ok?
Chiaro!”

Cominciamo con il calore e la luce
Audio del calore e della luce
 

La luce è la benzina che fa girare il motore della pianta.
Piante da frutto e ortaggi non possono convivere bene. Non fate l’orto nella parte più sfigata del giardino. Scegliete la parte migliore, quella con più luce.
L’ortaggio cerca la luce
Lasciate spazio fra le piantine.

Meglio una pianta in meno e trattata bene
che una pianta in più e trattata male”

Attenzione: voi siete degli hobbysti: lasciate perdere la semina.
Meno seminate e più trapiantate meglio è. Occupatevi dell’accudimento: è già fin troppo.
E se volete seminare fatelo a file, non a spaglio!

Bere
Audio sul bere 

L’acqua ha tre funzioni:

–          sciogliere il nutrimento: la pianta beve e mangia assieme

–          tenere bassa la temperatura della foglia

–          saldarsi con l’anidride carbonica per creare zuccheri (e auto alimentarsi) e ossigeno 

Però: meno si bagnano le foglie meglio è. E’ la pianta che cerca il suo modo di raffreddarsi.
Cosa provereste se vi buttassero un secchio di acqua fredda dopo che siete stati per ore al sole?

Poi:

Mattina

o sera

È la stessa cosa.”

E ora qualche nozione di botanica.

Immaginate che il verde della foglia sia come una tavola da biliardo.

Cosa va sulla tavola di biliardo?
Arriva l’acqua. Una parte si ferma sul tavolo. Una parte deve uscire sotto forma di vapore. La foglia traspira e rinfresca la foglia
Arriva l’aria. Nell’aria c’è l’anidride carbonica.
L’acqua + l’anidride carbonica si saldano fra loro usando la luce del sole e formano gli zuccheri e l’ossigeno.

Capito la meraviglia delle piante?
Le piante filtrano l’aria, perché assorbono l’anidride carbonica e l’arricchiscono di ossigeno.
E poi noi le maltrattiamo:

“Zio caro!”

Ecco cosa c’è sulla tavola da biliardo: Acqua, anidride carbonica, zuccheri, ossigeno …. e elementi minerali.

Già, perché siamo arrivati al: 

Mangiare
Audio sul mangiare

La pianta ha bisogno anche degli elementi minerali, che sono di due tipi:

–          i macro-elementi: a loro volta di tre tipi e la pianta ne ha molto bisogno

–          i micro-elementi: 9 tipi che si trovano nel letame e nel compostaggio. Una terra con letame (anche secco ed industriale, non occorre andare a raccoglierlo direttamente, anche se chi può …)

In una terra ricca e poco sfruttata il letame da solo ce la farebbe e fornire nutrimento.
Ma più spesso il letame da solo non ce la fa, non basta. Perché sono i batteri che, digerendo il letame, forniscono gli elementi. Ci vuole tempo. Troppo.

E allora occorre un concime che contenga gli elementi macro:

“e se è industriale, meglio …

Perché siamo nel Terzo Millennio!

Chiaro …

Zio cantante ….”

Ecco le letterine magiche:

N azoto

P fosforo

K potassio

 Audio sul concime ternario 

Prendere il sacco, guardare l’etichetta, se ci sono le tre letterine va SEMPRE bene.
Sono gli specialisti che debbono distinguere fra le percentuali. Per ragioni di costo.
Per l’hobbysta va sempre bene.
Quindi concime composto ternario. Se poi è a cessione lenta meglio ancora.

“Letame e concime industriale:

è un pranzo natalizio per la pianta!

Quando comincia ad allargare le radici

è come se fosse alle Seychelles!

Zio caro!”

Quanto e come? 

Letame. La quantità non è vangelo.
50/80 chili di letame fresco ogni 10 metri quadrati.
5/8 chili di quello disidratato: una carriolata , per intenderci.
Concime composto ternario: 6/8 chili ogni 100 metri quadrati, distribuito e interrrato

“Si lavora con le braccia

(gesto verso il muscolo del braccio)

Ma soprattutto con la testa

(gesto verso la testa)

Chiaro !”

Si lavora con i muscoli
ma soprattutto con la testa

E qui devo aprire una parentesi.
Questo inciso del professor Cristianini MI HA CAMBIATO LA VITA
Nel mio campetto creo dei passaggi, piuttosto comodi.
Vango solo dove coltiverò (così il lavoro si riduce dell’80%)
Creo delle “prode”, ossia dei lunghi bauli (baulamento del terreno) rialzati. Terra morbida, arieggiata, letamata. File di terra che migliorano la loro qualità terrigna di anno in anno. Non più quelle vangature su tutto il campetto. 

 

Ogni proda avrà 5 /10 cm di terra morbida con dentro il concime ternario e 30 cm di terra letamata.

La terra deve essere morbida, arieggiata.
Come si fa?
Con il compostaggio: un angolo dell’orto in cui su butta erba, residui vegetali, foglie, la si rimesta ogni tanto, gli si aggiunge un po’ di letame disidratato. E in un anno o due viene fuori della magnifica e riposata terra che andrà a migliorare la struttura delle prode. 

 

 

Audio su letame, compostaggio e pacciamatura 

Ecco le fasi. Prima lavoro con il letame, arricchendo la terra con il compost, poi aggiungo il concime composto ternario.
E ho creato le Seychelles per le piantine

Infine il colpo da scacco matto (inchini e ringraziamenti al professor Cristianini):

 

Mettere il telo nero da pacciamatura

Gli enormi vantaggi del telo nero:

–          la pioggia non comprimerà la terra, che rimarrà bella alveolata, morbida e arieggiata

–          occorrerà meno acqua di irrigazione

–          le piante si nutrono meglio

–          c’è più calore

–          non cresce l’erba

Ecco il perfetto ambiente per il ciclo di vita della piantina trapiantata: prima si nutre con il concime ternario (è da subito ad un pranzo di gala), poi mangia nella terra dove il letame sarà ormai pronto con le sue sostanze, a e ad agosto un aiutino per la parte finale con qualche oculata aggiunta ancora di concime ternario, magari solubile e fornito con le annaffiature.

Quando?

 

Qui la regoletta è per il Nord Italia:

–          insalate: anche ad aprile, a loro bastano anche solo 5 o 6 gradi

–          prezzemolo e sedano: dopo la metà di aprile

–          pomodori, zucchine, fagiolini, zucca: alla fine di aprile

–          melanzane: a metà maggio

–          peperoni: a fine maggio

Così si riesce anche a distribuire le fatiche e a conciliare i tempi della nostra vita lavorativa e domenicale.

Vi assicuro: provare per credere. Queste indicazioni sapienziali sono meglio di tante pagine di botanica orticola. 

Concludo con l’aurea citazione del grande ispiratore di questi appunti, ossia il prof. Cristianini 

“Nell’orto si lavora con le MANI

con i PIEDI

ma soprattutto con la TESTA”

E così dopo il necessario lavoro sarà anche possibile meditare su questa evidenza:
c’è una certa relazione fra il coltivare un orto e coltivare se stessi.

Accudire un orto insegna anche ad accudire la personalità.
Unitaria e/o multipla che sia.

Gatta Luna su prode!

qualche giorno dopo

Dove eravamo rimasti?
Ah sì: dopo avere ricavato le prode sulla zona dedicata all’orto perchè

“Nell’orto si lavora con le MANI

con i PIEDI

ma soprattutto con la TESTA
… zio caro …” 

occorre distendere i teli neri della pacciamatura:

Terza puntata


Nel dedicarsi intensamente, in una fase dell’anno, a coltivare un orto, e così imparando, ora dietro ora, qualcosa su se stessi, si arriva a comprendere la grande distinzione fra:

– la preparazione


– e la manutenzione

La manutenzione ci accompagnerà da qui a settembre.
Mi soffermo ancora sulla preparazione.

La preparazione è dura e richiede metodo. Occorre attrezzarsi a vivere, e non ce la si fa da soli. Se si ha una buona famiglia e una scuola accettabile sarà più facile. Accettabile, non eroica. Solo accettabile.
Prima occorre aiuto.
Poi a poco a poco ce la si cava: “io speriamo che me la cavo”, dicevano i ragazzi del maestro Orta.. E qualche errore lo si può evitare ascoltando gli altri, sperando che siano meritevoli della nostra fiducia.
Ma soprattutto occorre allargare il proprio campo della coscienza. come fanno le piccole radici bianche e fragili che da subito cominciano a distendersi e a prendere dimestichezza con l’ambiente che abbiamo preparato per loro.
Per l’orto. è abbastanza semplice. Faticoso, ma semplice.
Ricapitolo le procedure del maestro Cristianini:

1. creare le prode, per lavorare solo la terra su cui si coltiverà. Quanto risparmio di lavoro! Che meraviglia camminare nei passaggi e non sprofondare nella morbida terra!
Qui l’insegnamento è : applicare la legge del minimo sforzo possibile nelle condizioni date.
L’energia è limitata, il compito ha una certa durezza. Scegliamo la via breve.

2. incorporare il letame (“basta far sentire l’odore del letame almeno ogni due anni per avere i micro elementi  … zio caro!” dice Cristianini).
Beh   … sì … io esagero un po’: una volta all’anno e un po’ più che l’odore. Ma è che sono così insicuro … così cauto …  così pignolo … che preferisco eccedere. Per sicurezza. Non per altro. 
La sicurezza …. è vero mi piacciono gli sceriffi dei film western ! Come il Burt Lancaster nel film shakespeariano “Io sono la legge”
Ecco: quel po’ di letame in più è quel tantino di sicurezza di cui ho bisogno.

3. incorporare il concime chimico dei tre macro elementi (N, P, K).
Chimico, perchè “viviamo nel terzo millennio”.
E perchè la cultura newagista del “naturale” è così triste e così ridicola quando diventa ideologia.
E poi perchè ho solo un decennio o due da vivere. E non voglio perdere un anno di raccolto.
E perchè Laura Conti mi diceva, parlando delle cosiddette  “medicine alternative”:  “è un grande pericolo curare le malattie in base a delle teorie. Ci si cura basandosi sull’esperienza”.
Comunque i tre macro elementi insegnano che dobbiamo darci energia. Attraverso mezzi idonei.

4. stendere sulle prode le canne d’acqua perdenti. Cioè quelle che lasciano andare “goccia a goccia”. Si risparmia l’80 % dell’acqua necessaria, che piano piano piano va ad umidificare i granelli della terra.
Eh sì, questa non me l’ha insegnata il Cristianini. 
Ci sono arrivato per conto mio.
Perchè occorre tentare di andare un pochino, anche solo un pochino, oltre ai “maestri”.
Le canne perdenti sono quelle nere, sulle prode.
Lì, belle fisse, sotto il telo. A tentare di vincere la siccità della prossima estate

5. Pacciamare con i teli neri. Ne ho parlato ieri, nella.
La cosa interessante è che lo suggerisce anche Masanobu Fukuoka, nel libro “La rivoluzione del filo di paglia“, suggeritomi da Anna- Ihadadream.
Credo proprio che sia la pacciamatura ad unire la teoria di Fukuoka alla esperienza di Cristianini.

6. Piantare i pali per le piante che richiedono sostegno (pomodori, cetrioli, melanzane, peperoni, fagiolini …)
Il solo fatto che siamo vivi non vuol dire che stiamo in piedi.
I pali di sostegno sono le politiche dei welfare state per le piante.
Senza politiche sociali, nella modernità, non riusciamo ad esistere

7 e, finalmente (non posso dire “se dio vuole” perchè sono senza fede) trapiantare gli ortaggi
E dato che gli ortaggi avranno bisogno di cure (che richiedono un lavoro un po’ più leggero rispetto a quello che ho prodotto finora) si impara che la natura senza il lavoro dell’uomo è pura e disordinata casualità.
I due fattori (natura e uomo) stanno assieme. Si tengono assieme.

Ecco a che punto sono arrivato  il 27 aprile 2007:

sabato, 24 febbraio 2007

Appunti di politica: dopo la caduta

Premessa


Mi capita (non molto spesso) di fare un sogno. Un sogno, non una reverie.
Siamo in campagna elettorale.
Le due coalizioni alternative si presentano l’una senza la sinistra-massimalista-fondamentalista (magari con i verdi che si occupano di ambiente e non di essere una ennesima variante dell’estremismo), l’altra senza la destra localista-populista-nazistoide (la Lega, naturalmente)
Si fa la discussione, vengono presentati i programmi. La situazione è tranquilla, il sogno si sviluppa in un modo sereno, senza tensioni.
Si va al voto.
A questo punto mi sveglio.
Non so come è finita.
Però guardo fuori dala finestra e tutto mi appare … normale.
Ho le mie fatiche della giornata, ma non la tensione e drammatizzazione di questi orribili anni 1994-2007

Dopo la caduta


Il mio simbolo dietro al tavolo di lavoro mi insegna che dopo una caduta si può tentare di alzarsi.

Rialzarsi 

“Cerchiamo di non guardare la crisi dal buco della serratura,non giocare con il pallottoliere ma provare a capire di cosa ha bisogno il Paese in questo passaggio difficile”.Così l’ex leader Udc, Marco Follini, spiega al “Corsera” la sua decisione di sostenere Romano Prodi.
“Votare con Diliberto non mi imbarazza, non più che non votare con Calderoli”, e poi aggiunge: “io non faccio da stampella. Non milito da quella parte….Mi propongo di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra, e di ancorare questa costruzione più vicina al centro”. E Casini? “Mi seguirà tra qualche mese, se non tra qualche giorno”.

Conclusione

Non so. Ci spero.
Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà

23 febbraio 2007

Appunti di politica: i discorsi di D’Alema sulla politica estera


 


 

IL QUADRO DELLA CADUTA

Alle spalle del mio tavolo di lavoro c’è questo quadro a tenermi avvertito tutte le volte che la mia mente corre troppo in avanti o troppo in alto.

Lo chiamo il “quadro della caduta”.

Mi serve a darmi dei limiti. A vedere il mio umanissimo limite.

Si può cadere, in qualsiasi momento e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.

Certo si può anche cercare di rialzarsi.

Spero sempre che l’uomo lì rappresentato abbia preso coscienza che stava chiedendo troppo a se stesso e che tenti di riprendersi e rimettersi in piedi. Fatto più saggio a causa della caduta.

Ieri sono caduto anch’io. Sono rovinosamente caduto a terra.

LA SECONDA CADUTA DEL GOVERNO PRODI, DOPO IL 1998

Ieri è stato dilapidato nel giro di una settimana la dura e onerosa fatica di avere sconfitto l’immorale Berlusconi nel 2006.
Una fatica immane resa inutile da 2 persone (e non Andreotti e Pininfarina , e tantomeno Cossiga, che nulla hanno a che fare con la maggioranza)  che hanno dimostrato che la coalizione di centrosinistra non ha una condivisa politica estera.
Due Bruti che hanno accoltellato Cesare. Ora sghignazzano come dei tifosi da stadio o commensali di bettola. 

UN SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI PESTA IL DISSIDENTE

Oggi è capitata una cosa divertente.

Nino Frosini, segretario del Pdci toscano, dà un “cazzottone in faccia” a Fernando Rossi, il senatore transfuga da quel partito (ma non dai 14 mila euro mensili che percepisce) che ha contribuito ad affondare il governo.

Frosini dice di averlo solo “colpito sul naso con il dorso dell’indice”.

Il vizio violento dei comunisti è un demone interno.

Prima lo candidano ed eleggono.

Poi lo isolano.

Bel partito il suo, egregio roccioso Diliberto, che nella migliore tradizione stalinista usa l’argomento del “tradimento” ( pezzo forte dei tribunali staliniani):
“L’esasperazione alimentata dal comportamento di Rossi e dal tradimento del mandato elettorale se non giustifica  aiuta a comprendere l’arrabbiatura dei nostri compagni”

IL GRANDE D’ALEMA, UN POLITICO DANNATO DALLA SUA STESSA STORIA

Ieri dicevo che  la relazione iniziale del ministro Massimo DAlema e le sue conclusioni sono state astute ed abilissime.

Lo dico esplicitando nel mio diario che non sono d’accordo con la sua linea di politica estera.

Infatti sono favorevole alla politica estera del precedente governo Berlusconi (compresa la guerra preventiva contro gli stati canaglia che alimentano il terrorismo islamico), pur essendo un elettore del centro-sinistra.

L’ho spesso motivato nel blog di amalteo.

Sono convinto che sulla sicurezza interna ed internazionale la destra garantisce di più, in prospettiva.

La sinistra non ha valutato il segno storico del ciclo che si è aperto con l’attentato delle torri gemelle. Non può farlo per il limite teorico del suo processo di pensiero: nella sua ideologia le masse musulmane rappresentano oggi il proletariato ottocentesco scomparso nelle società moderne e che avrebbe dovuto “fare la rivoluzione”. Quella classe operaia ora si è trasformata in artigianato a partita iva e gran parte di essa preferisce addirittura la lega o Berlusconi. Servono altre masse. E quelle musulmane fanno comodo.

Sono in dissenso con la politica estera del governo di centro-sinistra, anche se lo voto e lo voterò ancora, perché di là ci sono gli ex fascisti, gli orrendi leghisti e l’eticamente immorale Berlusconi (alteratore della costituzionale divisione dei poteri).

Tuttavia … Tuttavia … riconosco volentieri che i discorsi di D’Alema (relazione e conclusioni) sono stati magistrali.

Un vero statista, imprigionato nel suo passato di esponente di rilievo del defunto Pci, che non ha potuto dispiegare appieno il suo ruolo politico. Il massimo della cultura politica proveniente dalla tradizione del partito comunista italiano.

Aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità ai dissidenti di sostenere il governo Prodi.

Ma i Bruti hanno insistito nell’accoltellare Cesare.  Il loro io smisurato non ha limite.  E’ l’io del pensero totalitario

Ho analizzato i “7 movimenti” del suo argomentare e me li voglio annotare qui.

Questi sono stati i fondamentali passaggi argomentativi del leader massimo.
 

  1. IL RISPETTO DEL PROGRAMMA POLITICO DELL’ULIVO

“la politica estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana; coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i nostri elettori e – mi permetto di aggiungere – coerente con gli interessi strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una fase internazionale difficile.” 

  1. LA CONTINUITA’ DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA

“la situazione ottimale per l’Italia è quella in cui la priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto, l’articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più incerta … 

quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a favore di un rafforzamento politico dell’Unione europea e di un rilancio delle Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali. Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme, riflette i valori che ispirano la nostra politica estera … 

rilancio di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto appannati negli ultimi anni. Direi che c’è una vasta percezione, nel mondo arabo, del fatto che l’Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico, naturalmente, sia d’Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace …

La politica estera italiana attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera dell’Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l’altro alla luce del dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all’inizio della mia esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità internazionale …

Ho ricordato le coordinate della continuità della politica estera italiana: l’articolo 11 della Costituzione, ovvero la scelta dell’impegno dell’Italia per costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, il rifiuto della guerra e la partecipazione attiva dell’Italia a quell’architettura di istituzioni e di alleanze (ONU, Unione Europea e NATO) entro la quale la nostra politica estera si è sviluppata in questi anni e continuerà a svilupparsi nel periodo prevedibilmente di fronte a noi ….

ciò non significa che in tutti i campi il Governo attuale segni una rottura con il passato. Se vogliamo parlare seriamente di continuità, ritengo che per certi aspetti il Governo attuale recuperi una continuità più lontana della politica estera italiana. Mi permetto di dubitare molto che i Governi democratici imperniati sull’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito socialista avrebbero approvato la teoria della guerra preventiva, se devo giudicare almeno dal modo in cui gran parte degli esponenti di quel mondo si sono collocati nel dibattito politico di questi anni ….

in nessuna delle sfide in cui siamo impegnati vi è certezza di successo, a cominciare da quella che ci vede in primissimo piano nel Libano con una responsabilità preminente per il numero dei militari e per il comando della missione delle Nazioni Unite. Ma in tutti questi diversi campi noi ci muoviamo sulla linea di un difficile equilibrio: lealtà alle alleanze, lealtà al quadro nell’ambito del quale noi ci troviamo (e se ne usciamo non contiamo più nulla) e sforzo, impegno, per far avanzare concretamente una nuova prospettiva di distensione e di pace …. 

  1. LA DISCONTINUITA’ CONLA  POLITICA ESTERA DEL GOVERNO BERLUSCONI

Sì tratta di quanto è accaduto negli anni successivi al drammatico attacco terroristico dell’11 settembre 2001 con le divisioni internazionali, in particolare, di fronte all’intervento in Iraq. Sono stati anni di lacerazione per l’Europa; un pilastro della nostra politica è stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il sistema delle Nazioni Unite , anni anche nei quali si sono coltivate vuote illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della politica estera italiana sono stati anch’essi stravolti, cosa che ha indebolito l’Italia in un’Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema delle Nazioni Unite già largamente emarginato …

Non c’è il minimo dubbio che di fronte alla politica neoconservatrice dell’Amministrazione americana, di fronte alla teorizzazione della guerra preventiva, dell’esportazione con la forza della democrazia e all’atto della guerra in Iraq si è diviso l’Occidente. Non l’Occidente da una parte e il pacifismo dall’altra parte; si è diviso il campo democratico occidentale; si sono divise le grandi democrazie occidentali. Si è aperta una ferita profonda che ha diviso anche il campo politico italiano rispetto ad un consenso sulla politica estera che aveva caratterizzato lunghi decenni della storia repubblicana  …

Questa è la verità. È lo scenario reale nel quale ci muoviamo. Io credo che sia del tutto legittimo rivendicare, da questo punto di vista, una novità nella politica del Governo Prodi rispetto alla politica del Governo Berlusconi: la novità del non aderire alla politica neoconservatrice. Non avremmo mandato i soldati in Iraq e non ce li avremmo mandati così come non ce li ha mandati la maggioranza dei Paesi europei  …. 

  1. RICOLLOCAZIONE DELL’ITALIA NEL QUADRO DELL’EUROPA

la politica estera italiana è stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che significa una politica favorevole all’integrazione europea …

Il Governo Prodi è un Governo europeista, anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l’Europa per deresponsabilizzare l’Italia; abbiamo responsabilizzato l’Italia per rafforzare l’Unione Europea. 

  1. LE BASI AMERICANE IN ITALIA

Si richiede di allargare tale base nel quadro di quello che gli americani definiscono, ed è senza alcun dubbio, un ridimensionamento della presenza americana in Europa, che, tra l’altro, ha già previsto la dismissione della base della Maddalena e prevedrà un’ulteriore riorganizzazione anche nel nostro territorio della presenza americana … 

Gli americani che alla fine della guerra fredda avevano in Italia quasi 20.000 militari oggi ne hanno circa 12.000 e vanno ridimensionando la loro presenza in Europa, come è ovvio che accada in un mutato scenario internazionale. In questo quadro ci è stato chiesto di poter potenziare Vicenza per concentrare le forze, chiudendo altri basi in Europa; un’iniziativa che è stata ritenuta ragionevole dal Governo italiano, il quale ha assunto un impegno …

abbiamo posto agli americani l’esigenza di una valutazione più approfondita sulle preoccupazioni espresse nello stesso consiglio comunale di Vicenza, dove, nel momento in cui è stato approvato il progetto, sono state, tuttavia, indicate talune limitazioni e sulle preoccupazioni che si sono successivamente manifestate anche nei movimenti e nei comitati dei cittadini di Vicenza … 

  1. DIFFERENZE FRALA SITUAZIONEDELL’ IRAK E QUELLA DELL’AFGHANISTAN

Guardiamo anzitutto all’Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente italiano perché schierato in Iraq dopo un’operazione militare che era stata decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni – il possesso di armi di distruzione di massa – che si sono dimostrate infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall’Iraq è stato, quindi, una scelta coerente con l’impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina …

le ragioni della presenza italiana in Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari impegnati all’estero per il loro straordinario impegno. Si tratta, come è noto, di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch’essa importante, è una missione in crescita, come dimostra anche l’aumento delle risorse che il Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere …

la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo l’abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere sottovalutati: la liberazione dell’Afghanistan da un regime oppressivo, oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche; la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un processo di ricostruzione economica …

La convinzione del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba rafforzare l’impegno civile, l’impegno politico, l’impegno economico. La convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATO si isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO. La missione afghana è innanzi tutto una sfida dell’intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dell’insieme dei Paesi del mondo  …

Ci sono delle differenze molto profonde, di carattere giuridico, di carattere politico e di fatto, che fanno sì che mentre il ritiro dall’Iraq è stato un atto politico che ha aperto all’Italia nuove possibilità di iniziativa politica, rimettendoci in sintonia con la maggioranza degli europei e anche con gran parte del mondo arabo, il ritiro dall’Afghanistan sarebbe un atto unilaterale che ci separerebbe da tutta l’Europa, compresi quegli spagnoli che sono lì a fianco a noi, non ci metterebbe in comunicazione con nessuno e non ci farebbe fare nessun passo avanti …

Vi è una profonda diversità tra un’azione militare in Afghanistan, che è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché lì c’erano le basi dei terroristi…

È diversa l’azione militare in Afghanistan, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla base dell’accertato fatto che lì vi erano le basi di Al Qaeda, dall’azione militare in Iraq, voluta in modo unilaterale sulla base della menzogna che lì ci sarebbero state le armi di distruzione di massa. Non sono la stessa cosa e non è giusto metterle sullo stesso piano nel modo in cui si affrontano i diversi problemi di queste diverse situazioni …

  1. LA RESPONSABILITA’ DI UNA COALIZIONE CHE GOVERNA

quello che noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione per sviluppare in modo autorevole quell’azione per la pace in cui l’Italia è impegnata con l’adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre forze internazionali …

Considero – ma voi direte: è naturale – il bilancio di questi mesi di lavoro come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle quali siamo impegnati. Tuttavia, l’Italia c’è in diversi scenari essenziali e c’è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un’azione politica efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti  …

Una cosa è certa: un Paese come l’Italia, che non è una grande potenza, non può ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno. Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la difficile sfida, ad esempio, dell’atteggiamento internazionale verso un nuovo governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in Afghanistan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi) senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità.

Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non lo potrebbe fare.

Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo cammino della pace … 

penso per ragioni politiche, costituzionali e – se mi permettete – anche etiche che l’idea di agire senza consenso, soprattutto quando sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie abitudini. Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona molto attenta a misurare il consenso democratico, persino al di là degli obblighi costituzionali, e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non sempre – lo dico – ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica …

Ho voluto parlare con chiarezza e spero che questo dibattito si concluda nella chiarezza. Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene dicendo che è un’altra da quella che è. È il momento dell’assunzione delle responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di quest’Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.

 

Come poi è andata a finire lo sappiamo. 

Link ai titoli dei principali quotidiani del 22 febbraio 2007:

Corriere della Sera

La Repubblica

La Stampa.

Il Sole 24 ore 

giovedì, 22 febbraio 2007

Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman …

Giorni tristi.
Esiste la depressione politica.
E’ quella in cui sto male per come vanno le cose fuori del mio Io. Nella storia, o più semplicemente nella contingenza quotidiana.
La depressione politica arriva quando ascolto certe frasi di Buttiglione, quando Sgarbi insulta qualcuno, quando Berlusconi fa credere ai suoi sudditi di essere un superuomo … quando due maramaldi, scelti da due partiti della coalizione che ha vinto le ultime elezioni, mandano a fondo un governo che aveva tolto lo scettro al su indicato personaggio brianzolo.
La depressione politica ieri era al suo culmine. Oggi è un po’ calata, grazie anche a qualche commento e letterine private.
Ma ora è arrivato un farmaco. Un farmaco scovato da Gri Gri … grazie Gri Gri

Al Pacino è una parte di me.
Amo Al Pacino … Adoro Al Pacino
Se madame Bovary c’est moi, io dico … Al Pacino c’est moi …
“Ma davvero non ha mai ballato il tango? … allora …. bisogna provvedere …”

21 febbraio 2007

Appunti di politica: per 2000 militari nelle retrovie

Orribile ritorno a casa.
L’umore è quello del 9 ottobre 1998, quando Rifondazione non votò la finanziaria e ritirò l’appoggio all’allora governo Prodi, che venne sfiduciato alla Camera.
Oggi gli stilisti del comunismo hanno ancora tagliato la gola al governo Prodi, che non ha una maggioranza in politica estera.
La relazione del ministro D’Alema, una astutissima e abilissima relazione sul filo del rasoio, è stata respinta: era necessaria una maggioranza di 160 senatori. La relazione ha avuto solo 158 voti.
I due voti mancanti sono uno di Rifondazione Comunista e uno del Partito dei comunisti italiani.
I due Bruti ora bivaccano, mentre Cesare è agonizzante.
Sicuramente Massimo D’Alema si dimetterà da ministro degli affari esteri.
E’ la prima e forse l’ultima crisi del governo Prodi. Ultima nel senso che si potrebbe anche ritornare al voto.
Con un esito scontato.
I comunisti, non paghi del passato mostruoso del periodo 1917-1989 per la seconda volta (promemoria: il dito verso il basso, come per i gladiatori del Colosseo, di Bertinotti)  mettono a terra l’unica possibilità per evitare il ritorno dell’immorale Berlusconi.
Cio è avvenuto per 2000 (duemila) militari collocati nelle retrovia dell’Afghanistan.
Più che una politica militare un impiccio agli americani che fanno il lavoro duro e necessario, su richiesta del governo legittimo di quel paese
Complimenti!
Ma non mi stupisce. Per la sinistra radicale, con gli eskimo tirati fuori della naftalina, il massimo godimento è fare del male.
Con le parole e con le pallottoleCronache
15.21 Prodi è a Palazzo Chigi. Probabilmente il presidente del Consiglio farà il punto della situazione dopo che il governo è stato sconfitto al Senato sulla politica estera. Prodi sta incontrando vari ministri e, in particolare, Parisi, titolare della Difesa. L’opposizione chiede le dimissioni del governo. Il centrodestra chiede che Prodi salga da Napolitano al Quirinale per illustrargli la sconfitta subita al Senato e rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica.

16.19 Il presidente della Repubblica Napolitano rientra a Roma. Lo si è appreso dalla prefettura di Bologna, dove il capo dello Stato si trovava per una visita ufficiale di due giorni. Sempre secondo indiscrezioni il presidente del Consiglio Prodi dovrebbe recarsi al Quirinale alle 19.

ridicoli: gli accoltellatori amano il potere 

PRC E PDCI: IL GOVERNO DEVE ANDARE AVANTI

Il Prc e il Pdci sono convinti che il governo deve andare avanti. Giordano,leader Prc,dice: “Deciderà Napolitano ma per noi il governo Prodi deve continuare a vivere. Ci sono tutte le condizioni per proseguire”. E assicura: “Il governo ha incondizionata fiducia e sostegno del Prc”.D’Accordo Diliberto,leader Pdci:”E’ necessario rinsaldare la coalizione. Criminale sarebbe riconsegnare il Paese alle destre o procedere verso larghe intese. Serve un dibattito parlamentare e un rinnovato voto di fiducia per andare avanti”

impressionante la faccia tosta di questi due


17.51 Il governo fa quadrato attorno a D’Alema, dopo la sconfitta subita al Senato sulla politica internazionale.
“D’Alema -dice Chiti- non fa una corsa isolata. Un governo che non ha una maggioranza coesa e autosufficiente, lascia. Non lascia solo il ministro degli Esteri”, osserva il ministro per i Rapporti con il Parlamento rivolgendosi ai cronisti.
“Ora -aggiunge- bisogna vedere se questa coalizione è unita oppure no. Certo in questi giorni si è manifestato di no”.

ora la colpa è di Andreotti e Pininfarina !?! M i sembrano i leghisti delle mie valli: “Vengono da fuori!” (detto di ladri e delinquenti)
18.00 “Io sarei stato anche disponibile a votare a favore… ma poi,questa posizione di dover esprimere comunque una discontinuità con il governo Berlusconi, di dover sempre ridurre tutto a un pro o contro Berlusconi, mi sembra davvero assurdo… Io non ho votato a favore di Berlusconi… quindi ho deciso alla fine di chiamarmi fuori”. Così il senatore a vita Andreotti, dopo la sua astensione al Senato. Molti senatori dell’Ulivo hanno dato la colpa di quanto accaduto alle astensioni di Pininfarina e dello stesso Andreotti.

19.20 Il ministro Di Pietro annuncia: “Prodi ha deciso di rimettere il mandato nelle mani del presidente Napolitano”. Di Pietro ha annunciato la decisione di Prodi di dimettersi al termine di un Consiglio dei ministri straordinario. Prodi è appena arrivato al Quirinale.

Appunti di politica: i tre avversari del Governo Prodi

 

Fra poche ore (sto scrivendo di mattina, prima di uscire di casa, verso il “grande freddo”)  ci sarà in Parlamento un’altra difficoltà, in materia di politica estera, del precario governo uscito dalle elezioni dell’anno scorso. L’ennesima prova. Sicuramente non l’ultima: quattro anni ancora sono tanti.
Il governo Prodi è – a mio avviso – in perfetta e virtuosa continuità con i governi Amato, Dini, Ciampi che negli anni ’90 hanno salvato l’Italia da una crisi politica ed economica grave. Prodi in persona ha poi salvato il paese dalla deriva morale, innanzitutto morale, incarnata dalla persona Berlusconi. L’imprenditore delle televisioni che ha trasformato la politica delle istituzioni politiche in politica personalistica.
Il peggio che l’Italia abbia avuto dopo il ventennio mussoliniano.
Il governo Prodi ha due avversari e un paese che non ha memoria e che non guarda al futuro.
Il primo avversario è più facile da trattare. E’ la coalizione di destra che è stata sconfitta per un pugno di voti. La coalizione che ha dilapidato i risparmi del 1994-2001 e che ora aspetta che questo governo riempia ancora il salvadanaio per dilapidare ancora quelli del 2006-?.
Il governo Prodi ha poi un avversario più difficile ed insidioso. Ha in famiglia i suoi Bruti che aspettano solo di accoltellare Cesare. Sono i tre partiti estremisti-fondamentalisti (RC, PDCI, Verdi) che lo mettono in difficoltà una volta alla settimana.
Questa mattina Massimo D’Alema sfodererà la sua grande abilità di politico di lunga navigazione per imbrigliare attraverso due paroline (“in Afghanistan occorre passare dalla fase militare a quella politica”) per evitare che la nave areni dopo un anno di vita.
Vai Massimo!  Sono anni che sono stato con te. Ora però dovresti riconoscere, come faccio io, che sei pre-vecchio. Fatti un blog: è utile per sostenere identità in uscita.
Infine, dicevo, il Governo Prodi ha, ancora al suo interno o meglio in parte del popolo che lo ha votato, una opinione pubblica che non ha memoria e non ha futuro.
Questo pezzo di paese si è data appuntamento, la settimana scorsa a Vicenza. Ancora una volta “contro”, mai “per”.
E’ stata una manifestazione di gioiosa irresponsabilità che merita di essere ricordata nel mio diario con questo testo di Cadavrexquis che riporto in modo integrale.
Avrei voluto scriverlo io. Lo avrei scritto più corto, eliminando qualche ripetizione. E qualche eccesso di domande.
Ma gli argomenti ci sono tutti, proprio tutti. E li condivido tutti e su tutti i piani: storico, politico, personale:

Va bene: avete detto no, avete gridato “Pace, pace, pace”, avete sfilato contro l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e di fatto avete, ancora una volta, urlato il vecchio motto Yankee, go home, ma io vorrei chiedervi: che cosa volete, che cosa proponete? Dalla manifestazione di oggi a Vicenza – che non mi vede per nulla d’accordo – è uscito il solito essere “anti-qualcosa” della sinistra fondamentalista. A me piacerebbe, una volta tanto, sapere invece qual è il suo programma in positivo riguardo alla politica estera e, soprattutto, riguardo alla difesa. Non dubito che molta gente che sfilava fosse pure in buona fede, ma credo che molti di loro non colgano molto chiaramente le implicazioni della loro protesta, a dire il vero un po’ velleitaria.
Chiedere da che parte state non è un artificio retorico, perché io sono preoccupato da gente che pensa che l’esercito di un paese democratico sia più pericoloso di quello di stati dittatoriali e di teocrazie o, persino, di milizie di gruppi fondamentalistici. E, soprattutto, dov’eravate quando agivano – e agiscono – i tagliagole del terrorismo di matrice islamica? Non è retorica pensare che, forse, questo esercito statunitense è qui non solo per difendere i “porci interessi dell’imperialismo amerikano”, ma forse anche i princìpi occidentali che – lo vogliate o no – accomunano noi europei a loro. O credete forse che, eliminata la presenza di questo esercito nel nostro paese, si ristabilirà la pace universale e chi odia a fondo le democrazie liberali – proprio perché sono democrazie – poserà le armi e instaurerà l’amore universale?
Eppure dovreste avere l’onestà di riconoscerlo: senza l’intervento dell’esercito statunitense sarebbe stato arduo liberare l’Italia dal giogo della dittatura fascista. La presenza dell’esercito americano in Europa occidentale è servita da potente deterrente all’espansionismo sovietico. Ah, ma forse voi negate che l’espansionismo sovietico fosse imperialista: loro erano buoni, loro volevano solo il bene degli stati che sottomettevano? Penso alla Germania – perché è un paese che conosco -, che durante la guerra fredda ebbe la presenza più consistente di truppe statunitensi sul suo territorio. Ebbene: gli Stati Uniti non hanno imposto, nella Repubblica Federale, il loro sistema economico “ultraliberista”, non hanno imposto il loro modello di sistema sanitario, non hanno imposto un modello di società, se non nel senso che hanno favorito la creazione di una democrazia, che è l’abc della convivenza civile. Si può dire la stessa cosa dei paesi “satelliti” dell’Europa dell’Est? Si può dire la stessa cosa della Repubblica Democratica Tedesca, che era una fotocopia dell’Unione Sovietica? E oggi si può dire la stessa cosa dei paesi vittime dell’imperialismo islamico?
Sì, lo so: direte forse che tutto questo non è vero, che è “propaganda americana” e, dunque, imperialista, perché per voi, che avete chiuso gli occhi a tutti i veri imperialismi – quello sovietico in passato, quello islamista oggi -, l’unico imperialismo è quello americano. Ma io vi domando: non c’è stato un undici settembre, non ci sono stati gli attentati terroristici a Madrid e a Londra, non ci sono state le bombe a Bali, non c’è il terrorismo palestinese in Israele, in Iraq non ci sono gli attentati terroristici di gruppi fondamentalisti islamici in combutta con gli avanzi del fascismo baathista? Ma forse tutto questo vi sembra irrilevante e lontano. Certo, se è lontano e ai vostri occhi non sembra una “guerra” vera e propria è soltanto perché questi gruppi non sono organizzati come un esercito tradizionale e non hanno armi tradizionali. Dunque secondo voi dovremmo aspettare che si dotino, che so, di armi nucleari o che acquistino definitivamente il potere in altri stati?
E davanti a tutto questo, voi da che parte state? Dalla parte dell’esercito di un paese democratico, in cui si danno regole e in cui le violazioni sono così rare da destare scandalo, o dalla parte dei tagliagole e dei terroristi suicidi che non hanno regole se non quella di ammazzare il maggior numero possibile di civili, proprio in quanto civili? Perché la vostra solidarietà non si estende a questi civili, vittime di regimi o di gruppi terroristici che praticano una politica bestiale che a voi – come a me – farebbe orrore se venisse praticata qui in Italia e in Europa? Perché non estendete la vostra solidarietà e il vostro appoggio ai gruppi d’opposizione democratica e alle donne che lottano per rovesciare quei regimi fascisti? Perché alla manifestazione davanti all’ambasciata iraniana di Roma in appoggio degli studenti che protestarono pubblicamente contro Ahmadinejad c’erano quattro gatti e i movimenti giovanili di Rifondazione comunista e del Pdci non avevano nemmeno aderito? Perché non fate mai sentire la vostra voce in favore di gente come Ayaan Hirsi Ali, Wafa Sultan, Irshad Manji, Ibn Warraq, posto che sappiate chi sono? Perché vi dichiarate “antifascisti” e poi fiancheggiate questi nuovi fascismi; perché – per esempio – tra i talebani che minacciano di riconquistare il territorio in Afghanistan per imporre il loro bestiale arbitrio e le loro vittime, voi alla fine scegliete i talebani quando suggerite di abbandonare il paese, malgrado sia stato lo stesso presidente afghano a pregare le forze occidentali di restare? Perché, voi che vi dichiarate di sinistra, alla fin fine tra fascismo e antifascismo oggi – e non in senso archeologico – scegliete il fascismo, se è fuori dai confini patri?
Perché a voi della pace e della giustizia non importa nulla, ecco perché. Perché più importante della pace, della giustizia e della democrazia è la possibilità di odiare un bersaglio, sempre quello: gli Stati Uniti. Io mi sono legato al dito – e non le dimenticherò – tutte le volte che il Manifesto ha denigrato i movimenti democratici e le ribellioni di piazza nei paesi autocratici o nelle dittature – a Minsk l’anno scorso, per esempio – e per screditarle ha insinuato che fossero burattini mossi dagli Stati Uniti. Perché secondo voi le proteste di piazza servono – e bisogna “tenerne conto” – solo se protestano contro gli Stati Uniti. Odiate di più lo status quo in cui vivete – che è lo status quo di un paese democratico – della ferocia delle dittature e dei terrorismi contro cui non muovete mai un dito. Casarini, a cui non darei in gestione nemmeno i dieci metri quadrati del mio cortile, docet.
Vi irrita che gli Stati Uniti siano rimasti l’unica superpotenza militare al mondo? Bene, allora fatevi avanti: proponete che l’Europa parli con una sola voce in politica estera – e che, possibilmente, non sia solo la voce disfattista di chi, a forza di cedere, porge il collo a chi vuole tagliarle la gola. Ma, badate bene, la difesa costa. O pensate forse che l’Europa possa vivere senza alcuna difesa? Siete disposti a sopportare i costi della costruzione di una forza di difesa unitaria europea? Sapete quanto tempo sarà necessario prima di colmare il divario con gli Stati Uniti? Altrimenti siate ben grati che c’è almeno una superpotenza democratica sulla faccia della terra.
Mille volte preferirò sostenere gli Stati Uniti, il Patto Atlantico e il loro esercito, se l’alternativa è rappresentata dai tagliagole islamisti. E a voi ricordo soltanto che un George W. Bush passa, perché oltreoceano ci sono elezioni democratiche. I Bin Laden e gli Al-Zarqawi, invece, non sono mai stati eletti da nessuno. 

Tratto da: http://www.vivereacomo.com/2007/02/17/no-a-vicenza-non-ci-sarei-andato-comunque/

17 febbraio 2007

Il sogno della accettazione delle parzialità

E perchè no?
Dò molta importanza agli eventi casuali che costellano la mia esistenza.
Dico sempre che niente avviene a caso. Nel caso c’è sempre un messaggio da trovare e comprendere.
Bene. Qualche giorno fa  Batsceba ha invitato sul suo blog a parlare di qualche proprio sogno. Un invito interessante, perchè talvolta propongono immagini potentissime.
I sogni sono una cosa seria, impegnativa. Sono anche qualcosa di un po’ sacro. Parlo di una sacralità interiore.
Proprio in quelle ore, riordinando la mia bibliotaca avevo trovato un pacco di miei sogni, risalenti ad un periodo in cui non solo alla mattina li ricordavo, ma addirittura li ricopiavo per conservarli. Appunto come qualcosa di sacro, in quanto proveniente da quella parte di me non controllata dalla coscienza.
E così ho tirato fuori il sogno della accettazione delle parzialità.
Quella notte mi svegliai di colpo con l’impellente bisogno di scriverlo. 
E’  fantastico svegliarsi in piena notte.  Spinto da una forza  irresistibile  di fare  i conti con me stesso.
Di questi tempi non mi capita più.
Per forza: sono sempre qui attaccato al blog … anche per la canzone di mezzanotte … si dorme poco … si ricorda poco dei sogni …

Notte del 29 dicembre 1992 ore 2 e 20
Ho partecipato ad alcuni gruppi di incontro psicologico con fini terapeutici. . Di quelli molto diffusi negli Stati Uniti, nei quali le persone si trovano per più giorni ed effettuano intense esperienze di comunicazione interpersonale e corporea.
In una di queste esperienze mi assumo io il compito di guidare un piccolo gruppo di attività creativa: mi pare di una cosa pittorica.
Il punto fondamentale è questo: non c’ è un momento di comunicazione complessiva al gruppo globale di questa singola esperienza che io conduco. Il piccolo gruppo non comunica a quello grande ciò che è successo.
Questo crea dei conflitti e qualcuno mi chiede il perché di questo.
Io lo liquido abbastanza velocemente ed una ragazza prende le mie difese e mi da ragione, dicendo che il desiderio invadente di sapere è un problema di quella persona, non mio.

In sé il sogno potrebbe fornire pochi messaggi significativi.
Sennonché quella notte feci una lunga Reverie, ossia una riflessione fra il conscio ed il dormiente di cui parla il filosofo francese Gastone Bachelard. Una esperienza davvero piena di anima.
E questo è il commento, registrato quella notte e poi da me trascritto dalla voce notturna e conservato come uno dei più potenti messaggi che il mio inconscio mi abbia suggerito:

“Mi sono chiesto se qui ci sia anche un messaggio di valutazione del punto in cui sono nel percorso della mia vita. Come se fossi ad un bivio.
In particolare mi viene in mente la mia attuale situazione esistenziale.
Mi trovo nella condizione di poter accettare una serie di mie parzialità psicologiche.
Un esempio di parzialità è quella per cui, pur non avendo capacità grafiche, ultimamente imposto quasi tutto il mio lavoro didattico utilizzando le immagini.
Certe immagini geometriche, che tuttavia hanno un effetto evocativo non basato sulla parola.
Una seconda mia parzialità è quella per cui, pur non avendo una cultura filosofica (neppure elementare), sento di aver bisogno di riferimenti filosofici che ricerco anche in modo confuso ed eclettico nelle mie ricerche bibliografiche. Ed alcuni concetti, magari avvicinati in modo semplificato e superficiale, entrano a far parte della mia attività culturale.
Io credo che questo abbia a che fare la mescolanza fra discorsi tecnici e spazio creativo. Mi rendo conto di avere due tipi di attività psichica: una collegata alla razionalità e un’altra – più laterale – in cui mi permetto di dare spazio alla creatività.
Dunque vivo esperienze parziali.
E allora forse questo sogno sta dicendomi qualcosa di molto significativo su come e dove orientare il tempo che resta della mia vita.

Ed ecco che , in questo momento , del sogno ricordo ancora qualcosa …. Qualcosa ancora sta affiorando … Era lì sopito …  Ma la Reverie lo estrae.
I fatto è che tutti ce ne andiamo da quel luogo terapeutico, ognuno va per conto suo.
Io però poi provo il desiderio di scrivere a ciascuno una lettera, pur rendendomi conto che è una cosa scorretta, in quanto per farlo devo andare ad indagare sugli indirizzi privati delle persone e questo non fa parte della situazione relazionale che avevamo impostato nel gruppo.
A ciascuno dico la mia e più o meno faccio un discorso sull’importanza del politeismo dei valori. Cioè dico che ciascuno prende dalla vita alcune occasioni, ed in queste occasioni l’importante è valorizzare la soggettività di ciascuno. Nel senso che le esperienze consentono di esprimere la soggettività di ciascuno. E nella lettera dico che sono contento per l’esistenza di ognuno di loro.
Ma l’esperienza si è conclusa lì.
Il cammino insieme si è concluso.
E se io non ho potuto dire a loro che cosa era avvenuto nell’ esperienza di gruppo che avevo gestito, questo non era un errore mio, ma semmai un problema di progettazione dell’’ attività terapeutica complessiva.
E che bisogna accettare che ci sono delle situazioni nelle quali non si riesce a fare tutto.
E che nonostante questo, io conservavo dentro di me un’immagine di ciascuno molto intensa.
E c’ è anche l’esigenza di provare a cambiare la vita.
Di essere più attivo nel mio progetto esistenziale.
Cioè devo attivamente prendere atto che sono ad un punto del percorso in cui posso accettare le parzialità della mia storia personale e che contemporaneamente devo fare uno sforzo attivo su di me.
E percorrere un’altra strada del bivio.

giovedì, 15 febbraio 2007

Appunti di storia politica

Primo appunto della giornata
Un Presidente della Camera dei Deputati dovrebbe mantenere una posizione di equilibrio e – nell’esercizio del suo ruolo, nell’arco di tempo in cui ricopre tale carica – mettere in ombra il suo “essere di parte” (tanto più che sapeva quali sarebbero stati i suoi compiti quando ha fatto i capricci per occupare quello scranno)
Inoltre un esponente di partito di una coalizione non dovrebbe lottare contro il suo governo o minimizzare la evidente presenza di terroristi armati, che stavano per sparare di spalle di qualche professore o giornalista
Tutto questo in un paese normale e con persone normali.
Ma Bertinotti non vuole stare in un paese normale (aspira ad un paese dal comunismo riformato) ed inoltre non è una persona normale. Infatti:

“Non andrò a Vicenza semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale. Altrimenti ci andrei, naturalmente”. Così il presidente della Camera, Bertinotti, in una intervista all’Espresso, sulla manifestazione di sabato contro l’allargamento della base americana.
Bertinotti ribadisce:”Credo che la base sia incompatibile con i problemi di assetto di quel territorio” e “vanno cercate altre soluzioni”.
E aggiunge: “Non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili”.
Sulle nuove Br dice: “Un fenomeno circoscritto” anche se “può essere pericoloso”. “Solidarietà” alla Cgil, “sa quello che deve fare”.

Secondo appunto della giornata
Gli anni ’70 hanno insegnato – o meglio avrebbero dovuto insegnare – che fra estremismo massimalista e e terrorismo armato i confini sono labili. Molto labili. E che le psicologie fragili di certi ragazzi, aizzati dai cattivi maestri, possono passare lentamente ma inesorabillmente alla P38, possibilimente usata di spalle, per non guardare in faccia la persona uccisa o gambizzata.
Questo in un paese normale. Con persone normali.
Ma il capo dei comunisti italiani Diliberto non vuole vivere in in paese normale. E non è una persona normale. Infatti:
“Partecipo ai talk show televisivi anche se non ho una particolare predilizione ad apparire perchè bisogna far vedere chiaramente che Berlusconi ci fa schifo”.
L’opposizione reagisce alle dure parole del leader Pdci, Diliberto, su Berlusconi.
Il leader di An, Fini, dice: “E’un comportamento vergognoso che Diliberto inciti ad andare in Tv per urlare Berlusconi fa schifo. E’ segretario di un partito della maggioranza, non l’ultimo attivista di periferia”.
La sua è “istigazione all’odio. La violenza verbale determina poi violenza fisica. Questo problema i politici se lo devono porre”.
Cesa(Udc): “Da Diliberto parole irresponsabili. Buttare benzina sul fuoco non aiuta la lotta comune contro rischi terrorismo”.

lunedì, 12 febbraio 2007

Br, criminali e cattivi maestri

Primo effetto del movimento “I padrini son tornati!”
Nonostante la smobilitazione dei servizi segreti, le prevenzione ha funzionato.

La notizia alle ore 13:

Vasta operazione antiterrorismo della Polizia, nell’Italia settentrionale.
Quindici arresti a Milano, Padova, Torino e Trieste: a quanto si apprende, riguardano una rivista intorno a cui si sarebbe ricompattata una fazione delle Brigate Rosse dell’ala “movimentista”, la cosiddetta seconda posizione.
Tra gli arresti -chiesti dal Pm milanese Boccassini e disposti dal Gip Salvini- ci sarebbe anche un sindacalista.
Ottanta perquisizioni in varie regioni.

“Probabilmente questa volta siamo riusciti a prevenire un attentato brigatista”.
Così il ministro dell’Interno Amato, esprimendo apprezzamento per il lavoro della Digos, che ha portato ai 15 arresti di presunti appartenenti all’ala movimentista delle Brigate Rosse.
Per mesi -ha detto Amato- i componenti di questa colonna sono stati sottoposti a controlli e intercettazioni. “Era un’ organizzazione strutturata e di forte pericolosità. L’azione di oggi testimonia la presenza nel Paese di focolai brigatisti non ancora rimossi”.

Bisogna andare avanti, non chinare la testa, continuare a scrivere, altrimenti vincono loro, vince l’intimidazione”. Così, al Tg1, il giuslavorista Pietro Ichino, finito nel mirino delle Br. Secondo Ichino ad aizzare le Br contro di lui potrebbe essere stata “l’idea che non è tutto oro quello che luccica, né nel diritto sindacale né in quello del lavoro.Molte norme possono trasformarsi in fonte di rendita e ostacolo al progresso. Questo implica una capacità di riflettere e di discutere che nel movimento operaio ha fatto difetto”.COMMENTI
 

RICCARDO BARENGHI
 
La cronaca, le notizie, i fatti, i personaggi arrestati e quelli che li hanno arrestati non lasciano dubbi: l’operazione contro le nuove Brigate rosse (nuove ma con radici antiche) è una cosa seria. Tanto seria e grave che non può non provocare preoccupazione e allarme, visto che ci troviamo di fronte a un fenomeno – quello appunto del terrorismo brigatista – che sembra non voler morire mai. Che scompare per anni, magari dieci, ma poi ricompare. Così fu con l’omicidio di Massimo D’Antona, così per quello di Marco Biagi, così è oggi.

E per fortuna che, a differenza di dieci anni fa, oggi i magistrati, la polizia e il Sisde sono arrivati prima. Prima cioè che questi personaggi mettessero in pratica ciò che stavano preparando. Un attentato contro Pietro Ichino, giuslavorista riformista e moderato come tanti suoi colleghi caduti sotto il fuoco dei terroristi (l’uccisione di Ezio Tarantelli risale ormai a 22 anni fa), una bomba contro la casa di Berlusconi, altri agguati in giro per l’Italia, omicidi, gambizzazioni, esplosioni nella sede di Libero, contro Mediaset, Sky, l’Eni. E chissà quali e quante altre cose avevano in mente i quindici brigatisti finiti ieri in carcere, loro e quelli che ancora sono liberi (speriamo per poco e speriamo siano pochi).

Aspettando nuovi particolari, certamente una cosa si può dire subito: non si tratta di un fenomeno spuntato dal nulla, improvvisamente, come un fungo d’autunno. C’è una storia dietro alcuni degli arrestati che comincia parecchi anni fa, quando nelle vecchie Brigate rosse, quelle di Curcio, Moretti, Gallinari, ci fu una scissione.

Nacquero le Ucc (Unità comuniste combattenti), l’ala cosiddetta movimentista. Che teorizzava e praticava una nuova strategia politica: in parte clandestini, in parte interni ai movimenti sociali e conflittuali dell’epoca. E almeno un paio dei terroristi di oggi erano già operativi allora. Dunque un filo rosso c’è, e anche robusto perché formato non solo da idee ma da persone fisiche, che lega le Br di oggi a quelle di ieri. Diversamente invece da quanto accadde con le Br che uccisero D’Antona e Biagi: lì il legame, se c’era, era solo ideologico.

E infatti c’è il metodo con cui questi ultimi terroristi operavano: nell’ombra studiavano a preparavano attentati, al sole lavoravano nelle fabbriche, si facevano eleggere delegati sindacali, erano iscritti alla Cgil (7 su 15). Oppure si mischiavano agli abitanti No Tav della Val Susa, oppure si infilavano nei movimenti più radicali, magari avrebbero pure partecipato alla manifestazione di sabato prossimo a Vicenza. Da un certo punto di vista, è ovvio che sia così: è ovvio cioè che gente che teorizza e pratica la lotta armata, avendo in testa un’ideologia «di sinistra», cerchi di nuotare nel mare in cui si trova più a suo agio. Dove si discute e si sollevano gli stessi loro problemi (ma non le soluzioni), e dove magari – chissà – qualche nuova leva si può sempre conquistare.

Da un altro punto di vista però dovrebbe essere altrettanto ovvio che le organizzazioni e i movimenti infiltrati alzassero il livello di guardia. In fondo, che gli inquirenti stessero indagando su questa organizzazione, a cominciare dalla rivista clandestina Aurora che ogni tanto spuntava qua e là, lo sapevano in molti e da diversi anni. È molto probabile, anzi è sicuro fino a prova contraria, che nessun dirigente locale e tantomeno nazionale della Cgil, e nessun leader dei movimenti, sapesse niente di questi personaggi, nemmeno l’ombra del sospetto. Altrimenti li avrebbero denunciati o quantomeno isolati, espulsi, cacciati. Resta però il problema della troppo facile infiltrazione di persone del genere in luoghi importanti e delicati, che devono essere assolutamente aperti e democratici (altrimenti cessano di essere) ma che dovrebbero anche azionare qualche forma di autodifesa supplementare. In altre parole, aprire due occhi invece di uno, o tre invece di due.

Il che non significa assolutamente che bisogna smettere di polemizzare con chi la pensa diversamente (Ichino non gradirebbe affatto una sorta di silenzio stampa causato dal terrore), non vuol dire che si deve smettere di protestare nelle piazze, opporsi alla Tav se lo si ritiene giusto, manifestare contro la base di Vicenza per paura di venire contaminati da qualche brigatista. Rinunciare significherebbe darla vinta a chi fa finta di fare politica ma in realtà fa un altro mestiere: il criminale.

Interessanti anche le biografie.
Parlano dell’acquario dove questi pesci nuotavano e dove, certamente, altri pesci ancora nuotano. 

Operai, impiegati insieme a esperti rapinatori. Tutto gestito da un “consiglio” di quattro capi
 
 
MARCO NEIROTTI
 
Incrocio di vite. Da una parte personaggi con lunghi trascorsi nell’eversione e dall’altra – nel terrorismo proprio come nel crimine comune – volti, passi, educazione del vicino di pianerottolo. Il latitante e l’operaio per bene. I terroristi nati da una costola delle Brigate Rosse sono frammenti della società e la rispecchiano quanto i delitti di camorra e il sangue di Erba. Qui convivevano in un disegno comune.

Una struttura gestita da un «consiglio» di quattro capi che si riuniva quasi sempre a Milano. Il personaggio con passato e presente più intensi è Alfredo Davanzo. Nasce a Treviso nel 1957. Nel 1982, venticinquenne, è condannato a dieci anni per rapina a mano armata. Il 20 gennaio ‘98 viene fermato a Parigi su richiesta della magistratura italiana, ma la Corte d’Appello parigina lo scarcera. Rimane lì finché scatta la prescrizione, passa in Svizzera e torna in Italia, dove prosegue nel redigere «L’Aurora», organo clandestino del movimento. Viso da duro, taglio degli occhi un po’ sfottente e enigmatico, dallo scorso ottobre viveva in un villaggio di montagna di 500 abitanti, Raveo (Udine), fra le montagne della Carnia, procuratogli da Davide Rotondi, 46 anni, di Padova, infermiere in una casa di cura ed ex sindacalista in un’azienda di Abano Terme. Niente auto, niente cellulare, soltanto un computer. «Viveva da latitante senza più esserlo», ha detto Ilda Boccassini. Per spostarasi, autobus e treno, spesso per raggiungere Milano e incontrare gli altri tre «dirigenti».

I tre sono Vincenzo Sisi, Claudio Latino, Davide Bortolato. Sisi ha 53 anni. Vive a Gassino, prima cintura di Torino, con la moglie. Non hanno figli. Volto un po’ scontroso, o pensieroso, lascia Fiat per Ergom, fabbrica dell’indotto. Sindacalista Cgil, «mai esagerato, mai capopolo», al lavoro «in modo regolare», grande viaggiatore in Italia e all’estero. Dirigente era Claudio Latino, 49 anni, residente a Padova, domiciliato a Vimodrone (Mi). Viso da impiegato modello e pignolo, si forma politicamente nei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo, fa parte della Direzione Nazionale, salvo poi essere espulso come «dissidente» nel 1999. Indagato dalla Procura di Bologna nel procedimento per l’omicidio di Marco Biagi, subisce una perquisizione domiciliare durante la quale, tra le pagine di un libro, si trova un elenco di materiale (timbri, cappelli, parrucca, 16 det. non meglio precisati).

E ancora al vertice stava Davide Bortolato, 36 anni, trevigiano residente a Padova, sguardo da dimesso lavoratore. Non più vertice ma con ruoli importanti, personaggi come l’altro torinese Salvatore Scivoli, 55 anni, anche lui prima cintura della città, storia di rapinatore, detenuto a Bad e Carros, poi a Novara dove si unisce alle Brigate Rosse. Tornato in libertà, è arrestato per un’altra rapina e gli trovano materiale ideologico della cellula di costituzione del Partito comunista combattente.

Storie politiche o sconosciute. Dal carcere e dall’attività nei Colp viene il milanese Bruno Ghirardi, esperto nell’uso delle armi, vent’anni di carcere alle spalle. Iscritta alla Filt (sindacato dei trasportatori) è l’unica donna del gruppo, la ventiseienne Amarilli Caprio. Esperto invece in elettronica e meccanica ma anche in «contraffazione di documenti e materiale per contrastare i controlli delle forze dell’ordine» è Massimiliano Gaeta, milanese. Altri due padovani: Alessandro Toschi partecipa a un attentato contro la sede di Forza Nuova, Andrea Scantamburlo segue corsi di Informatica in Svizzera e intanto aiuta Davanzo a rientrare con documenti falsi. Chi lavora in fabbrica, chi nel call center, chi si riscopre universitario, personaggi da rileggere passo dopo passo: Alfredo Mazzamauro, 22 anni, Valentino Rossin, Federico Salott, Massimiliano.

Che cos’è il loro gruppo? Quando le Br arrivano alla scissione nel 1984 nascono due filoni: militaristi e movimentisti, la Seconda Posizione, che loro rappresentano ora. Espressione armata di quest’area è l’Unione dei Comunisti Combattenti, che rivendicò l’attentato contro Antonio Da Empoli (1986) e l’omicidio del generale Licio Giorgieri (1987). Dall’Unione deriva il Nucleo per la Fondazione del Partito Comunista Combattente con un progetto politico che contempla clandestinità, politica e azione militare. Discosti dall’ala Lioce-Galesi mirano a una «guerra popolare rivoluzionaria» di stampo maoista, diffusa attraverso il foglio clandestino «L’Aurora» creato e redatto da Davanzo, l’uomo che li ha guidati nell’organizzazione e, adesso, nella sconfitta. 

 

13/02/2007 11:55

EPIFANI:”SITUAZIONE CI INQUIETA MA REAGIREMO”

“Il sindacato si deve interrogare, ma saprà rispondere.Lo faremo come abbiamo sempre fatto,esprimendo tutto il nostro appoggio e fiducia nell’operato delle forze dell’ordine”.Epifani,leader Cgil a spiegare in una lettera a “Il Messaggero” e poi in due interviste al “Corsera” e a “Repubblica” le inquietudini e le reazioni del fronte sindacale agli arresti di iscritti alla Cgil “E’ora di alzare la guardia nelle fabbriche del Nord”.”Mi viene da pensare a Lama,quando diceva che il nemico del terrorismo è il sindacato”.”Soprattutto ci colpisce la presenza di giovani.Questo deve indurci ad una seria riflessione e va analizzato con attenzione”.

7 febbraio 2007

Fugue No. 8 – The Invitation To A Slum

Un attimo ancora, amici di blog …
La sera non è ancora finita…
C’è la musica di mezzanotte.
Questa sera vorrei proporvi il mio musicista jazz più amato. Sì: il più amato.
Per la sua cultura a cavallo fra musica europea e musica americana. Ma anche per la sua bontà, la sua perseveranza, la sua modestia.

Si tratta di  John Lewis.
Pianista che ha vissuto la sua maturità artistica nella seconda metà del ‘900.
Fondatore, costruttore, manutentore dei Modern Jazz Quartet per quarant’anni. Il gruppo più longevo e duraturo del jazz: e tutto per merito suo. Lui era al servizio del gruppo. Mai visto un leader così.
Johnn Lewis è il “pianista della nota”. Quando lo ascolterete vi prego di stare attenti alle singole note: ognuna è scandita per suo conto. E lasciata lì, immobile ed armonica nell’aria. Se presterete a voi stessi questa attenzione le vedrete fluttuare. Una ad una.
E dovreste una volta guardarlo come suona il piano. Troveremo qualche video.
Lo troveremo concentrato e devoto al suo compito artistico.
Tendo alla vecchiaia, come dico spesso, e al Teatro Olimpico di Vicenza l’ho visto ed ascoltato a soli due metri di distanza. Il 29 maggio 1998.
Mi vergogno a dirlo, solo un po’, ma ho pianto. Essere lì, a due passi da un fondatore del jazz era una emozione cui non volevo proprio resistere.

Ecco la sua firma:

 

Come prima volta, però non vi faccio sentire il John Lewis del suo pezzo classico, che è Django.
Ma il John Lewis che assorbe nella struttura stilistica del jazz una fuga di Bach: 

Fugue No. 8 The Invitation To A Slum

In The Bridge Game, Based on J.S. Bach’s “The Well-Tempered Clavier” Book I

Fuga nel paradiso.
Attenzione al passaggio del 3°minuto: sentiremo un distillato di swing. Che al 5° minuto e mezzo ci porterà appunto in paradiso. O a quello che vorrei fosse il paradiso.

Buoni sonni con John Lewis. Gli farà piacere accorgersi che ha suonato ancora una volta per noi 

martedì, 06 febbraio 2007

L’amico di famiglia

L’amico di famiglia
di Paolo Sorrentino
2005

L’usuraio Geremia si insinua nella vita delle persone cui presta il denaro.
Entra nelle loro case, le consiglia, le blandisce, le minaccia, le punisce.
Lui vive nelle oscurità della casa, mangia pappette di patate alla luce fioca delle candele, lava la madre paralizzata e, sdraiato nel letto con lei, guarda alla televisione documentari sui rettili.
Geremia cammina come un ragno e, dentro di sè, si sente buono e giusto.
Però qualcosa accade anche dentro questa vita degenerata: la Besta incontra la Bella.
E Geremia, che non ha amici, non può accorgersi che c’è un Male peggiore dello stesso Male.

Il tema dominante del film è il Denaro che intride ogni piega dell’esistenza, senza renderla migliore.

Tracce lasciate: la luce degli esterni per far risaltare il buio malsano degli interni.
Più in generale un senso di mal-essere.
L’attore Giacomo Rizzo è memorabile.

lunedì, 05 febbraio 2007

Il perdente radicale di Rifondazione comunista

Francesco Caruso è un  perdente radicale  eletto deputato da Rifondazione comunista nella coalizione di sinistra-centro.

Oggi, per “onorare” il poliziotto ucciso nello stadio, ha pensato bene di dire, a corpo caldo:
«Polizia non addestrata, manganella e basta»

Il suo ex magnaccia-protettore Bertinotti ha detto:
“Non sono l’angelo custode di Caruso”

Questo è un post facile perchè ho già le parole adatte:

Caro piccolo sciacallo … come fai a non sapere che lo sbirro sei tu?  …
  … Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui …
Credi di essere di “sinistra”, magari “rivoluzionario”, ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme …
… Magari avrai vent’anni, ma sei vecchio.
Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle.
Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto …

 … Hai una faccia di figlio di papà.
Buona razza non mente.
Hai lo stesso occhio cattivo.
….  ma sai anche come essere
prepotente, ricattatorio e sicuro:
prerogative piccoloborghesi,
 amico…

 tratto e adattato da Michele Serra, La Repubblica, 4 febbraio 2007
e da Pierpaolo Pasolini

Perdenti radicali degli stadi e delle televisioni sportive

E’ un messaggio troppo forte per lasciarlo in un commento.
Me lo ha ricordato Surferosa. Grazie ancora

Caro piccolo sciacallo che, sopra un muro di Livorno, hai inneggiato alla morte dello “sbirro” Filippo Raciti: ma come fai a non sapere che lo sbirro sei tu?
Raciti era un lavoratore di 38 anni, che per uno stipendio da operaio andava a farsi sputare addosso da quelli come te.
Soldatacci, sbirragli da curva, branco armato che per provare il brivido di essere qualcuno trasforma la miserabile identità di “tifoso” in valor militare.
Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui, tu e tutte le cosche mafiose che, in tutti gli stadi italiani, presidiano il territorio della domenica (rubandolo agli altri) per dimenticare di essere uno zero tutti gli altri giorni.
Credi di essere di “sinistra”, magari “rivoluzionario”, ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme della sedicente “cultura ultrà”. Onore, gloria, vittoria, cascami di un linguaggio di guerra che ormai fa ridere anche nelle caserme dove i tuoi coetanei la pelle la rischiano davvero.
Magari avrai vent’anni, ma sei vecchio.
Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle.
Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto.

Vuoto quanto basta per diventare sbirro.

Michele Serra, La Repubblica, domenica 4 Febbraio 2007

sabato, 03 febbraio 2007

Perdenti radicali degli stadi

SPORT E NAZI-FASCISMO:  I PERDENTI RADICALI DEGLI STADI 

A LIVORNO SCRITTE CONTRO L’AGENTE UCCISO  PER UNA PARTITA DI CALCIO

Tre scritte contro il poliziotto ucciso ieri sera negli incidenti a Catania sono state trovate su un muro a Livorno:

“Un altro Filippo Raciti, ultras liberi”,

“Morte allo sbirro”

“2/2/2007 vendetta per Carlo Giuliani”, il giovane morto negli scontri del G8 a Genova (qui non è nazifascismo, ma centri sociali ben allevati e protetti da Diliberto e Bertinotti) .

Una scritta inneggiante alla morte del poliziotto è apparsa anche a Piacenza vicino lo stadio di rugby.

Il sindaco oggi chiede scusa.

Da domani nei programmi televisivi sportivi i club calcistici  ricominceranno a urlare e ad aizzare i loro perdenti radicali

Come è sempre avvenuto in questi anni.

3 febbraio 2007

Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali

Hans Magnus Enzensberger (1928) è un intellettuale tedesco che un tempo si sarebbe definito engagé, “impegnato”. Negli anni ’50 e ’60 questa era l’attribuzione che si dava ai filosofi e letterati che, sotto l’ombrello protettivo del comunismo sovietico, si impegnavano – per l’appunto – a favorire la rivoluzione socialista nei paesi a capitalismo avanzato, dove non si erano create le condizioni per la spallata eversiva, come era capitato in Russia nel 1917.
Enzensberger è stato un punto di riferimento per il movimento studentesco degli anni sessanta e le sue riflessioni si sono concentrate soprattutto sull’industria della comunicazione di massa.
Questo tanto per ricordarmi chi è questo autore. Un uomo “di sinistra”, tanto per capirci. Con una differenza sostanziale: un uomo di sinistra che sa prendere visione delle congiunture storiche, analizzarle e, senza curarsi delle conseguenze, dire cose sgradevolissime anche alla cultura da cui proviene e a cui ha tanto contribuito.
Bene. Enzensberger ha pubblicato Il perdente radicale, Einaudi 2007, p. 73, un libretto da mettere fra i fondamentali di questi anni, naturalmente assieme alla trilogia di Oriana Fallaci. La giornalista fiorentina è stata, quando è andata bene, tacciata di “isterica”, anche in quanto donna. Vedremo quali epiteti patologici saranno riversati sul maschio Enzensberger dopo questo scritto.

Enzensberger fa ruotare la sua analisi attorno alla figura del “perdente radicale”.
Chi è costui?

E’ la persona che ha perso le sfide della vita. Che non sapendo vivere nelle contraddizioni del mondo ha deciso di distruggere a casaccio tutti i viventi, quelli a lui contigui e gli odiati altri. Usando lo strumento semplice dell’assassinio individuale o di massa.
Il perdente radicale è il padre che stermina la sua famiglia, è il vicino di casa che con la moglie accoltella i vicini di casa assieme al bambino di tre anni che piange, è il tifoso che uccide il poliziotto o l’allenatore per una partita di calcio, è il nazista che si stringe attorno a Hitler nel bunker di Berlino negli ultimi giorni della sconfitta del Reich.
Ma, soprattutto, il perdente radicale è il kamikaze islamista che è impegnato (engagé), anche e soprattutto con il suo suicidio, a distruggere un’intera civiltà.
Quando il perdente radicale diventa un problema sociale di ampia portata e criticità?
Quando diventa azione di gruppo e di massa:

Ma che cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei per­denti, da cui si ripromette non solo com­prensione, ma riconoscimento, un colletti­vo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui ?

Allora l’energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all’impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.

  1. 23

E’ chiaro?
Per Enzensberger i fondamentalisti islamici che condannano a morte Salman Rushdie, che sgozzano Theo Van Gogh, che minacciano di morte la deputata Santanchè che difende i diritti delle donne arabe, che si avvicinano pericolosamente al tavolo dove sta parlando Magdi Allam, che vogliono impedire che nelle sale cinematografiche si proietti il film “Il mercante di pietre” di Renzo Martinelli  ecc.  sono dei perdenti radicali. Credo che questo debba essere chiaro, anche perché per Antonio Negri, per gli stilisti del comunismo della rivista Il Manifesto, per il senatore Diliberto, ecc.  questi stessi soggetti sono la massa che ha sempre ragione e che può preparare la nuova spallata rivoluzionaria per la “presa del potere”.
Enzensberger è un intellettuale che si documenta. Che studia. Che pensa. E quindi argomenta a fondo il tema. Ritenendolo cruciale. Forse solo un tedesco, che ha sulla propria coscienza storica l’hitlerismo, può essere ancora più avvertito del fetore nazista che emana la politica del fondamentalismo islamico.
Per riassumerne il pensiero parto dalle ragionevoli ma  preoccupanti conclusioni, che parlano di anni duri a venire (intendo per chi dovrà prendere treni alle stazioni, per chi farà satire con i disegni, per chi oserà criticarli sui giornali, per chi farà film o documentari) : 

 Il progetto dei perdenti radicali consiste – come attualmente in Iraq e in Afghani­stan – nell’organizzare il suicidio di una in­tera civiltà. Che riescano a universalizzare e perpetuare senza limiti il loro culto della morte non è probabile. I loro attentati rap­presentano un permanente rischio latente, come le quotidiane morti sulle strade, alle quali ci siamo abituati. Con essi una società globale che dipende dai carburanti fossili e che produce in continuazione nuovi per­denti dovrà convivere.

Pag. 73

I passaggi della sua argomentazione sono un capolavoro di analisi culturale e storica. 

Primo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida dello sviluppo tecnico e scientifico

A partire dal xv secolo i giuristi islamici hanno sabotato l’in­troduzione del torchio tipografico, richia­mandosi a un dogma fondamentale, secon­do il quale nessun altro libro è lecito oltre il Corano. Solo con tre secoli di ritardo potè essere fondata la prima tipografia in grado di produrre libri con i caratteri arabi. Le conseguenze per la scienza e la tecnica di quei paesi si avvertono ancora oggi. Negli ultimi quattro secoli gli arabi non hanno prodotto alcuna invenzione degna di rilie­vo …
… I deficit del sapere ebbero vistose con­seguenze per la civiltà araba. Già nel Cin­quecento gli europei, grazie alla loro supe­riorità tecnica, sbaragliarono le flotte ara­be, con pesanti conseguenze per il dominio sui mari e per i traffici di lungo corso. An­che l’infrastruttura dei paesi arabi rimase fino all’Ottocento a livello medievale. In­torno al 1800 nell’Oriente arabo pratica­mente non esistevano strade o veicoli con le ruote. Le vie di comunicazione, le navi a vapore, le ferrovie, le forniture d’acqua potabile, di corrente elettrica e di gas, i porti, i ponti, gli impianti telegrafici e te­lefonici e i mezzi pubblici di trasporto fu­rono realizzati da imprese europee, sfrut­tando la manodopera locale …

  1. 41-42

Secondo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida della modernizzazione (sviluppo economico integrato, diritti di cittadinanza, istruzione, , salute, qualità della vita): 

Og­getto dell’indagine i ventidue stati membri della Lega araba con duecentottanta milio­ni di abitanti …  lo Human Development Index che tiene conto di para­metri quali l’attesa di vita, l’istruzione sco­lastica, il reddito pro capite e il grado di al­fabetizzazione. In particolare si affrontano quattro questioni: lo stato della libertà po­litica, lo sviluppo economico, l’istruzione e il sapere, la situazione delle donne. In tut­ti questi settori si constatano pesanti defi­cit, e la diagnosi è suffragata da una serie di dati statistici.
Per quanto concerne la li­bertà politica gli stati arabi si situano al­l’ultimo posto nella classifica mondiale, al di sotto persino dell’Africa nera.
Lo stesso vale anche per l’economia. Pur benefician­do di enormi proventi derivanti dal petro­lio, i paesi arabi si piazzano soltanto al pe­nultimo posto; solo in Africa la situazione è peggiore.
Per la ricerca e lo sviluppo i pae­si arabi spendono appena lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, ossia un setti­mo della media mondiale. Impressionante è anche l’arretratezza nella trasmissione del sapere. La quota dei libri stampati nei pae­si arabi è pari allo 0,8 per cento della pro­duzione mondiale. La somma delle tradu­zioni da altre lingue pubblicate nel periodo che va dall’epoca del califfo Al-Mamun (813-33) ai giorni nostri, ossia nell’arco di mille e duecento anni, corrisponde a quan­to la Spagna di oggi produce in un solo an­no.
Analoghe chiusure il rapporto registra circa la posizione delle donne nella società. Anche qui il distacco dalle altre parti del mondo è notevole; solo l’Africa nera pre­senta marginalmente indicatori peggiori de­gli stati della Lega araba; così, per esempio, una donna araba su due non sa né leggere né scrivere.

P 37-38

Terzo argomento: la civiltà araba, ripiegata sul suo sacro testo,  se la prende innanzitutto con le donne: 

il Corano è esplicito. «Gli uomini sono superiori alle donne – si legge nella sura IV, 34 – perché Dio li ha prescelti… E se temete che si ri­bellino, ammonitele, evitatele nel talamo, chiudetele nelle loro stanze e picchiatele. Ma se vi obbediscono, non siate in colle­ra con loro». Queste regole risalgono in­dubbiamente a tradizioni preislamiche. Ma la loro persistenza attuale è rilevabile nel diritto familiare, ereditario e penale della sharia, la quale nella maggior par­te dei paesi arabi rappresenta tuttora il canone fondamentale della legislazione …. le donne sono con­siderate persone di serie b. Questo non ri­sulta soltanto dal diritto divorzistico, ma anche dal fatto che in tribunale la deposi­zione di una donna vale solo la metà di quella di un uomo. In caso di stupro, fino a prova del contrario, la colpa viene attri­buita alla donna; le si imputa di avere ec­citato il maschio con il suo comportamen­to. La violenza nel matrimonio non viene sanzionata. Tuttavia non sarebbe corret­to tacere che il diritto della sharia non vie­ne applicato in modo univoco in tutti i paesi musulmani. Per esempio, il re Mao­metto VI del Marocco negli ultimi anni ha avviato incisivi cambiamenti nel campo del diritto familiare e matrimoniale; in Iran nelle università studiano più donne che uomini; in Turchia la sharia è bandi­ta formalmente; in Palestina e ancor più nel Libano molte donne pretendono i loro diritti politici e professionali. Christine Schirrmacher cita però una sentenza del­la corte di cassazione tunisina, in cui si afferma: «Le percosse e lievi lesioni inflitte dal marito alla moglie fanno parte della na­tura di una normale vita matrimoniale».

  1. 47-48

Quarto argomento: la civiltà araba, avendo perso la sfida dello sviluppo tecnico-scientifico e quello dei diritti, se la prende con le civiltà che hanno percorso queste strade

È del tutto evidente che la totale dipendenza eco­nomica, tecnica e intellettuale dall’«Occi­dente» è difficilmente sopportabile da par­te degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Orien­te, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni pre­sa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione. accuratamente coltivata. Non aveva un po­tere superno assicurato ai musulmani arabi la supremazia su tutte le altre società ?
«Voi siete la migliore comunità mai sorta tra gli uomini», si legge nel Corano (III, III), il quale prescrive con parole inequivocabili come si debba imporre questa superiorità congenita: «Combattete i detentori della scrittura, quelli che non professano la reli­gione vera [ossia gli ebrei e i cristiani], fino a che non si siano umiliati e non abbiano pagato il loro tributo» (IX, 29).
Poiché que­sto comandamento sta scritto in un testo sacro, esso ha valore assoluto e non è scal­fito da esperienza alcuna.

  1. 49-50

Quinto argomento: la civiltà araba e quella di religione musulmana invece di provare a uscire dalle proprie coordinate culturali, rinnovandole ed adattandole ai cambiamenti, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l’urletto isterico, l’ira lamentosa, l’odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire

questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attri­buzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mon­do esterno ostile mira unicamente all’umi­liazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che na­scono da questa mentalità è l’elementare principio della reciprocità. Così, ad esem­pio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente al­tre religioni, diverse dall’islam, non credo­no a qualcos’altro, bensì a nulla). Offende­re chi la pensa diversamente fa parte del re­pertorio standard dei media islamici. Quan­do mostrano Ariel Sharon con un’ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per conver­so il mondo arabo si sente offeso, se qual­che caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la co­struzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fe­de musulmana è un dovere sacro, la missio­ne di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell’Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la pro­pria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell’uomo. Laddove l’incitamento ad am­mazzare un romanziere apostata è approva­to da molti musulmani.  Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai da­nesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tut­ti devono mostrare comprensione. Con l’a­ria dell’innocenza bistrattata predicatori dell’odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiara­to. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di rea­zioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si pro­spetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri.

  1. 53-54

Sesto argomento: i più invidiosi e pericolosi sono i gruppi sociali “colti”, quelli che hanno studiato nelle scuole occidentali, quelli con più reddito, quelli che hanno assaporato i benefici del benessere:

Tutte le spiegazioni che si rifanno preci­puamente alla situazione sociale degli ese­cutori sono monche. Non solo i mandanti e gli ideologi del terrore provengono quasi sempre da famiglie influenti e benestanti. Anche tra gli esecutori i poveri sono sotto­rappresentati. Il Foreign Policy Research Institute statunitense ha pubblicato una delle poche analisi specifiche sull’apparte­nenza di classe, naturalmente senza pro­nunciare una parola cosi sospetta. Su quat­trocento noti militanti di Al Qaeda il 63 per cento vantava un diploma di maturità, i tre quarti provenivano dalla classe superiore o media; altrettanti si situavano a livello uni­versitario, come professori, ingegneri, ar­chitetti ed esperti di vario genere

  1. 61

Settimo argomento: avendo perso tutte le sfide della modernità il perdente radicale ho solo la risorsa del suicidio espressivo e quello della morte di tutti gli altri: 

La forma più pura del terrorismo islami­co è l’attentato suicida. Sul perdente radi­cale essa esercita un’attrazione irresistibi­le, perché gli consente di sfogare le sue fan­tasie megalomaniache e insieme l’odio ver­so se stesso. Infatti la viltà è l’ultima cosa che gli si possa imputare. Il coraggio che lo contraddistingue è il coraggio della dispe­razione. Il suo trionfo sta nel fatto che il perdente radicale è inattaccabile e non può essere punito: a questo provvede da sé. L’e­stinzione non solo di altri, ma anche di se stesso, è la sua soddisfazione estrema, un desiderio espresso molto chiaramente nel videoproclama di Al Qaeda dopo l’attenta­to madrileno del marzo 2004: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte ed è per que­sto che vinceremo».

  1. 64-65

Questi, in rapida sequenza, le informazioni e gli argomenti di Enzensberger.

C’è qualche soluzione all’orizzonte?
Davanti all’attacco dei perdenti radicali il mio è un pessimismo radicale.
Spero solo di scampare a qualche coltellata, ai veleni introdotti nell’acquedotto (ah: come siamo fragili nelle nostre connessioni!), alla bomba della metropolitana.
La situazione è tanto più tragica in quanto la dislocazione delle forze in campo è questa:

Vedo, tuttavia, che alla faccia dei cattolici devoti e degli atei devoti sostenitori della sacra famiglia, qualcosa sta succedendo nei talami nuziali: non si fanno più figli o almeno diminuiscono i figli.
E’ una specie di sprazzo di responsabilità: quello di evitare alle generazioni dei prossimi 50 anni qualche problema, come gli effetti delle deglaciazioni e il medioevo prossimo venturo dei perdenti radicali.

giovedì, 01 febbraio 2007

Pietro Citati, La scomparsa dell’autorità

E’ vero o no che capita di incrociare l’occhio su uno scritto particolarmente spesso e di profilo forte?
Un testo che si imprime più di altri nella mente storica, quella che interpreta il presente alla luce del passato.
“Letture nutrienti” diventerà una cartelletta in cui conservare questi scritti duraturi.
Se anche tu, caro amico di blog, incontri una lettura nutriente mandami una traccia.
Nella velocità della comunicazione internettiana, ciascuno di noi ha la piccola responsabilità di dire: “fermiamoci un attimo qui”.


La scomparsa dell´autorità
PIETRO CITATI

La Repubblica  30-01-2007

Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: “Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità”. Credo che avesse ragione.
Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d´anni possiede la minima autorità
: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell´opposizione, né i senatori né i deputati. L´autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d´agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l´impressione che questo fenomeno si sia esteso all´intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell´autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero.Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini.
In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l´autorità e l´autorevolezza, che non sono affatto legati all´esercizio o tanto meno all´eccesso del potere. Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede veramente autorità obbedisce a un´ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati.
Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l´infimo sottosegretario, l´industriale, l´impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie; le migliaia di categorie sociali, corpi e istituzioni, nelle quali si suddivide il tessuto della società moderna. E tutto è diventato potere: l´immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo, la musica ripetuta fino all´ossessione, il disco o il vestito amati dai ragazzi di quindici anni.
Il potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, indifferenziato. E´ nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che non lo amano. Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha voluto seppellire i grandi della storia per liberarsi dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere. I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla, o quasi nulla, li divide dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali.
Se oggi in Italia godiamo ancora una parte di libertà, è soltanto perché tra l´uno e l´altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere quasi liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare. Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole: il senso di una libertà e leggerezza quasi assolute, senza più padri, leggi, prescrizioni, precetti, divieti, come in una specie di paradiso terrestre prima del peccato originale. Ma l´euforia non dura mai a lungo.

martedì, 30 gennaio 2007

ANDRÉ GLUCKSMANN, Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

Funziona ancora lo schema “destra – sinistra”?

Funziona ancora come nel ‘900?

Funziona ancora dopo l’11 settembre 2001?

Insegnamenti dalla Francia.

Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

 di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007 

In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando la Francia avrà freddo, anch’io potrò agire» (de Gaulle). Una Francia lucida ha di nuovo «freddo», e questo è un momento che ricorda l’epoca di de Gaulle: un momento in cui è bene osare pensare, fosse pure contro le proprie certezze, poi osare intraprendere.
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere la Francia e il mondo.

Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.

Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905 la Francia che contava decine di migliaia di campanili ignorava i minareti.
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d’onore. Curiosa evoluzione che ha fatto della «patria dei diritti dell’uomo» l’apostolo degli ordini costituiti.
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata “realpolitik”, che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro… Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 – quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen – non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campagna presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina – lotta ricominciata senza sosta – a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)

esercizi di traduzione dal francese:

La surprise de la présidentielle a eu lieu. Avant d’aller voter, les Français vivent une mutation mentale. Les sondages varient, le score reste imprévisible, mais partout perce le rejet d’une France figée en musée-hôpital et livrée aux infections nosocomiales : égoïsmes, discrimination, fureurs, dépression.
Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy ont peu de chose en commun, sinon l’âge, mais furent tous deux plébiscités par une base réfractaire aux encadrements traditionnels et aux doctrines surannées. On ne vote plus socialiste ou gaulliste, on veut élire un sursaut. A Paris, les SDF gèlent en hiver depuis un quart de siècle. Soudain ils apparaissent, les tentes crèvent les yeux, l’opinion s’en mêle et le gouvernement s’y met. Pourquoi pas avant ? Comme en février 1954, les Français sentent qu’il n’est plus temps de donner du temps au temps. “Il a suffi qu’un homme agisse en dehors des chemins officiels pour que les Français marchent, mais il a fallu aussi le froid. Sans le froid, pas d’abbé Pierre !… Quand la France aura froid, je pourrai agir, moi aussi.” (De Gaulle). Une France lucide a de nouveau “froid”, moment gaullien où il convient d’oser penser, fût-ce contre ses propres certitudes, puis d’oser entreprendre.
La bataille des idées est un fait accompli… A droite étrangement. Le débat Sarkozy-Villepin, plus qu’une querelle d’ego, illustre l’affrontement de deux visions de la France et du monde. Mouvement contre conservatisme. Sarkozy rompt clairement avec cette droite habituée à cacher son vide derrière de grands concepts pontifiants. Exemple : en prônant la discrimination positive, qui contrevient à l’égalité virtuelle pour éradiquer les réelles inégalités dues à la couleur de la peau, au domicile et au nom de famille. Ou encore : en théorisant l’aide publique à la construction de mosquées pour éviter aux fidèles de la deuxième religion de France de prier dans des caves ou des locaux offerts par de riches intégristes. Quitte à froisser une conception figée de la laïcité, rappelons qu’en 1905 la France aux dizaines de milliers de clochers ignorait les minarets. La demande a changé, l’offre est restée la même. La société évolue, les principes doivent évoluer avec elle.
La rupture à droite embrasse la politique internationale non moins que l’intérieure. Curieux avatar du “gaullisme”, le fétichisme conservateur cultive le primat des Etats, quoi qu’ils fassent. Cette Realpolitik sacrifie notre histoire et notre rayonnement aux intérêts à courte vue de ventes d’armes et de contrats pétroliers. A la chute du mur de Berlin, nos dirigeants firent la moue, puis soutinrent leurs alliés génocidaires du Rwanda et décorèrent Vladimir Poutine de la grand-croix de la Légion d’honneur. Curieuse évolution qui fit de la patrie des droits de l’homme l’apôtre des ordres établis.
Une France généreuse pourtant n’oubliait pas les opprimés : boat people vietnamiens fuyant le communisme, syndicalistes embastillés de Solidarnosc, “folles de Mai” sous le fascisme argentin, Algériennes en butte au terrorisme, torturés chiliens, dissidents russes, Bosniaques, Kosovars, Tchétchènes… Dans nul autre pays, on ne parla autant de ces monstruosités et de ces résistances. La possibilité de s’ouvrir fraternellement au monde est inscrite dans notre patrimoine culturel, voyez Montaigne, voyez Hugo, voyez les French doctors et leurs émules. Aucune fatalité ne condamne nos compatriotes à bouder tous azimuts, à vitupérer le “plombier polonais”, à se couper du monde.
Nicolas Sarkozy est le seul candidat aujourd’hui à s’être engagé dans le sillage de cette France du coeur. Il dénonce le martyre des infirmières bulgares condamnées à mort en Libye, les massacres au Darfour et l’assassinat des journalistes, puis énonce une règle de gouvernance fort éloignée de celle de Jacques Chirac. “Je ne crois pas à ce qu’on appelle la Realpolitik qui fait renoncer à ses valeurs sans gagner un seul contrat. Je n’accepte pas ce qui se passe en Tchétchénie, parce que 250 000 Tchétchènes morts ou persécutés ce n’est pas un détail de l’histoire du monde. Parce que le général de Gaulle a voulu la liberté pour tous les peuples et la liberté, ça vaut aussi pour eux… Le silence est complice et je ne veux être complice d’aucune dictature”, a déclaré le président de l’UMP le 14 janvier.
Que répond la gauche ? Peu de chose malheureusement. Où se niche le combat d’idées qui fut si longtemps son privilège ? Où s’est égaré l’étendard de la solidarité internationale, fierté autrefois du socialisme français ? Pas question d’incriminer une candidate que je respecte – même si je n’avale pas sa justice chinoise élevée en modèle de célérité. Elle se trouve aux prises avec un vide plus grand qu’elle, n’en déplaise aux commentateurs ou aux jaloux qui fustigent à bon compte sa démarche ou sa personne. La leçon d’avril 2002 n’a débouché sur aucun renouveau conceptuel au PS.
La gauche officielle se croit moralement infaillible et mentalement intouchable. Le Mouvement et la République, c’est elle. Voilà qui était relativement exact jusqu’en 1945. La gauche avait osé les remises en question et mené les combats d’où naquit notre démocratie laïque et sociale. Mais depuis 1945, Vichy ayant enterré la bien-pensance de droite, la gauche professionnelle s’est endormie sur ses lauriers. Elle méprisa les discussions allemandes (autour de Bad Godesberg) ou anglaises (à propos du New Labour), elle ignora l’explosion spirituelle de la dissidence à l’Est, elle se fiche des “révolutions de velours” de Prague à Kiev et Tbilissi.
Marinant dans son narcissisme, elle se trouve fort dépourvue, lorsque Nicolas Sarkozy, prenant à contre-pied son camp, se réclame des révoltés et des opprimés, du jeune résistant communiste Guy Môquet, des femmes musulmanes martyrisées, de Simone Veil abolissant la souffrance des avortements clandestins, de Frère Christian à Tibéhirine comme des républicains espagnols. Au lieu de crier à la captation d’héritage, permettez que je me réjouisse. En retrouvant dans le discours du candidat Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, je me sens un peu chez moi.
Dans une campagne présidentielle, il est utile d’aligner les confrontations impitoyables. Normal aussi de rappeler les candidats à leurs limites. A condition de ne pas éliminer celui que l’on combat en le rayant de la nation. Comme le fait ce député PS qui vitupère le “néoconservateur américain à passeport français”. L’ostracisme et la stigmatisation de l’anti-France furent longtemps l’apanage d’une droite qui n’avait guère d’arguments à opposer aux conquêtes de Blum ou de Salengro. La gauche mérite mieux que cela.
Jamais au cours d’une vie longue et pleine d’engagements, je n’ai pris publiquement parti pour quelque candidat, sauf au deuxième tour de mai 2002. Fils de juifs autrichiens qui combattirent les nazis en France, ce pays est mon choix et la gauche ma famille d’origine. C’est pour elle que, depuis quarante ans, je ferraille contre ses pétrifications idéologiques (soutien à Soljenitsyne, aux dissidents antitotalitaires de l’Est, critique des oeillères marxistes).
J’ai un temps rêvé d’une candidature de Bernard Kouchner, restituant à la gauche française une dimension internationale perdue. Veto d’un PS effrayé par l’audace de l’électron libre. J’aurais aimé un ticket Sarkozy-Kouchner. En prenant position pour le premier, je vais perdre des amis. Ma décision, faite de douleurs anciennes et de perspectives nouvelles, est réfléchie. Je ne partage pas toutes les options du candidat UMP. Exemple : les “sans-papiers”, je souhaite une régularisation plus ample, fondée sur des critères d’humanité mieux respectés. Voter n’est pas entrer en religion, c’est opter pour le projet le plus proche de ses convictions.
L’humanisme du XXIe siècle s’abstient d’imposer une idée parfaite de l’homme. Garde-fou contre l’inhumain, en nous et autour de nous, il ne peut se satisfaire de déplorer les victimes et de recenser morts ou laissés-pour-compte. Récusant l’indifférence coupable et la manie doctrinaire, l’humaniste s’obstine – lutte sans cesse recommencée – à “faire barrage à la folie des hommes en refusant de se laisser emporter par elle” (discours du 14 janvier). Le “murmure des âmes innocentes” que Sarkozy entendit à Yad Vashem lui dicte cette définition de la politique. Depuis toujours, c’est ce murmure qui porte ma philosophie.
(da “Le Monde” del 29 gennaio 2007)

sabato, 27 gennaio 2007

Carlo Rivolta legge di lui dopo Auschwitz

 

Di lui dopo Auschwitz

Due cose a volte
immagino di lui
che esista
e dorma
fuori dal tempo
mentre noi
lo invochiamo
da dentro 

Alberto Vigevani

Ma solo la voce straordinaria di Carlo Rivolta può rendere la potenza di questi versi (è la seconda poesia): 

 

“Noi sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera,

che può suonare Bach e Schubert,

e andare a fare la sua giornata di lavoro

ad Auschwitz la mattina“.
 

George Steiner

 

e un appunto di Giulia Parini Bruno:

Il giorno della memoria è importante per tutti e per qualcuno un pò di più.
Per chi ancora ricorda, per chi non riesce neanche più a sorvolare la Germania, per quei sopravvissuti che per anni avevano paura di non essere creduti per cui tacevano, tale era l’orrore che avevano vissuto, per chi ha dovuto negare le sue origini per paura.
Per tutte queste persone vi ringrazio di ricordare.
In tutta Israele il giorno della memoria a mezzogiorno risuona l’acuto di una sirena, tutti si fermano abbandonano qualsiasi cosa stiano facendo e per un minuto si stanno immobili, è lungo quel minuto ma è un rito in cui tutto il dolore viene a galla, si è bello far tornare la memoria così.
Se riuscite il 27 gennaio abbandonatevi ad un minuto di silenzio e sentirete le loro voci che recitano il Kaddish.

venerdì, 26 gennaio 2007

Stato di Israele: Napolitano e D’Alema

Quando i “padri” sono meglio dei “figli”.

Qualche giorno fa Massimo D’Alema è stato dichiarato persona non gradita dalla comunità ebraica romana per due suoi articoli di velenosa polemica contro lo stato israeliano ed ha preferito non partecipare alla presentazione del libro  di Luca Riccardi, “Il problema Israele – Diplomazia italiana e Pci di fronte allo stato ebraico (1948-1973)“, Guerini editore.
Ieri, in un discorso a mio avviso “storico”, ci ha pensato in modo definitivo Giorgio Napolitano a chiarire come deve essere impostata, nella politica italiana, la questione degli ebrei e dello stato di Israele:

“possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.”

Forte, chiaro, autorevole, definitivo.
A me il messaggio è arrivato. Ma ero già predisposto. E’ stata una conferma. Mi fa piacere che sia stato un “grande vecchio” a farlo.
Spero che D’Alema pigli un appunto dalla lezione di un suo “padre”. 

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 GIORGIO NAPOLITANO
ALLA CELEBRAZIONE DEL “GIORNO DELLA MEMORIA”
 

Palazzo del Quirinale, 25 gennaio 2007 

….

oggi qui, e poi in tutta Italia, si celebra per il settimo anno il “Giorno della Memoria”. E sappiamo che la data del 27 gennaio fu scelta come ricorrenza del giorno in cui vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz ; quell’immenso campo di sterminio al cui ingresso, per una sorta di macabra, blasfema irrisione, campeggiava la scritta: “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”.
L’istituzione del Giorno della Memoria, è giusto rammentarlo, fu approvata dal Parlamento della Repubblica con voto unanime. Le forze politiche espressero un comune sentire e un comune impegno. E anche grazie a ciò, è poi accaduto che, col trascorrere degli anni, le manifestazioni indette in questa giornata siano divenute non meno, ma via via più numerose. La memoria della Shoah non si attenua, nella coscienza degli Italiani e degli Europei. Sempre nuove ricerche continuano ad accrescere la conoscenza di quella che fu, forse, la più immane tragedia nella storia d’Europa.
Sì, è non solo doveroso ma importante ricordare, conoscere, cercare di capire. E’ importante per tutti, guardando al futuro e non solo al passato. E’ importante perché – come ha scritto Primo Levi – “ciò che è accaduto può ritornare”, per assurdo e impensabile che appaia. “Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”. Ecco, con quelle parole Primo Levi ha indicato tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah : e non abbiamo forse visto in anni recenti, e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in più parti del mondo e anche non lontano dal nostro paese?
Dobbiamo guardare con fiducia alla nuova Europa che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni, una comunità di Stati e popoli amanti della pace, animati – soprattutto nelle giovani generazioni – da spirito di amicizia e tolleranza, dal rispetto dei diversi da noi.
Ma non dobbiamo cessare di riflettere e interrogarci su come in Europa nello scorso secolo si siano intrecciate cultura e barbarie. A questo tema ha dedicato di recente un breve libro Edgar Morin, che così si conclude : “Alla coscienza delle barbarie” che nel Novecento si sono prodotte nel nostro secolo – e non è stata solo la Shoah – “deve integrarsi la coscienza che l’Europa produce, con l’umanesimo, l’universalismo, l’ascesa progressiva di una consapevole visione planetaria, gli antidoti” a ogni rischio di nuove barbarie.
E’ a questo spirito di verità e di responsabilità europea che sono ispirate la ricca gamma di attività (qui richiamate dal Ministro Fioroni) della scuola italiana e dei suoi docenti, e le manifestazioni di cui voi giovani siete protagonisti: come il concorso “I giovani ricordano la Shoah” e come le visite annuali ad Auschwitz di studenti di ogni parte d’Italia.
Vi rivolgo per questo impegno il più vivo e convinto apprezzamento. Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo : perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele.
Come italiani – pur nel succedersi delle generazioni – dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblica di Salò. Egualmente, nei giorni scorsi, a Parigi il Presidente Chirac ha ricordato in un nobile discorso “i momenti profondamente oscuri della storia della Francia”, quelli del governo di Vichy sotto l’occupazione tedesca.
E come lui ha fatto per la Francia, vogliamo anche noi ricordare per l’Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono – anche col rischio del sacrificio della vita – di solidarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio nei campi come Auschwitz.
Quei Giusti hanno salvato l’onore dell’Italia : e oggi dobbiamo noi render loro onore, con profonda e sempre viva riconoscenza.

A riprova che l’antisemitismo e antisionismo è molto radicato nella politica italiana:

Su EUROPA, quotidiano della Margherita la notizia della frase del Presidente della Repubblica Napolitano, sull’antisemitismo mascherato da antisionismo, è relegata nelle pagine della cultura, in un trafiletto intitolato “Napolitano: no ad ogni rigurgito di antisemitismo”.

Sull’UNITA‘ è relegata a un sottotitolo “Napolitano, combattere ogni rigurgito di antisemitismo, anche travestito da antisionismo” e a una breve citazione nella cronaca di Anna Tarquini e Massimo Franchi sulla proposta Mastella(“Carcere per le discriminazioni razziali  e sessuali”, a pagina 9).
Completa la censura sull’edizione on line del quotidiano.

Quello di Napolitano è definito “discorso-svolta” nell’articolo. Come mai gli si dà così poco rilievo? Anche in prima pagina non se ne fa menzione, mentre viene richiamato un altro discorso del Presidente della Repubblica: “Napolitano, il lavoro precario uccide” 

Nessun cenno al discorso di Napolitano nemmeno sul MANIFESTO e su LIBERAZIONE

giovedì, 25 gennaio 2007

La dimenticanza e le leggi

Il tarlo della dimenticanza e la funzione delle leggi

 

Negazionismo: in riferimento alla Shoa, è il temine con cui si indicano le teorie revisioniste secondo le quali l’Olocausto sarebbe stato assai più ridotto di quanto la storiografia dominante ritenga, o addirittura non sia mai avvenuto (da Wikipedia)
Fino a qualche mese fa era un problema storiografico. Il prof. Cilimandro, dopo avere affermato che lo ”Scopo principale dei ricercatori negazionisti è quello di dare l’impressione che si stia affrontando un serio dibattito storiografico tra storici “ufficiali” (“sterminazionisti”)e storici “revisionisti” “,  aveva già scritto un’aurea scheda di indicazioni per riconoscere un testo negazionista:

–          cercare di smontare le testimonianze ed i documenti che sono alla base dell’esistenza dello sterminio. Si tratta di una prima importante differenza rispetto al metodo storiografico comunemente utilizzato, che parte da una serie di materiali documentari per avanzare ipotesi interpretative ritenute abbastanza attendibili

–          riduzione drastica del materiale documentario e delle testimonianze utilizzate dalla storiografia scientifica, non prendendo in considerazione, ad esempio, le testimonianze dei Sonderkommandos e il contenuto dei discorsi pronunciati da Hitler (o da altri gerarchi nazisti)

–          trascurare del tutto le testimonianze di persone il cui nome ha scarsa risonanza per scegliere invece bersagli ben noti e che assicurano una vasta risonanza. Tale scelta deriva evidentemente da motivi di “marketing”

–          isolamento della testimonianza dal suo contesto immediato.

–          gettare dubbi sulla credibilità del testimone.

–          ricerca ossessiva di qualunque, anche minima, imprecisione

–          rottura del consenso: ciò si verifica quando nella mente del lettore “sprovveduto” viene insinuato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio

–          dopo aver confuso il lettore con la seconda fase si approfitta dunque di questo “stordimento” per proporre con tono perentorio una chiave di lettura che dissolve, con apparente facilità, tutti i dubbi e le incertezze.

Dicevo: fino a qualche tempo fa era un problema storiografico.

Da qualche tempo non è più un problema storiografico, ma geopolitico.

Un capo di stato iraniano, che programmaticamente dichiara di volere la distruzione dello stato di  Israele,  organizza un convegno internazionale per sostenere il negazionismo. E le televisioni di tutto il mondo fanno una grandissima pubblicità all’evento.

Il gioco è fatto: il negazionismo non è più una operazione di storiografi poco metodici, ma diventa una operazione che è messa in agenda politica. Si trasforma in un obiettivo culturale che sostiene le ragioni di una azione militare.

Veniamo a noi. All’Italia e al fatto che fra pochi giorni – in base ad una legge di stato (che per mesi fu ostacolata dalle destre, dopo che fu presentata e sostenuta con forza da Furio Colombo) – ci sarà, per legge e non per memoria introiettata dentro ciascuno di noi e nella nostra cultura, il Giorno della Memoria.

Bene. Il ministro della Giustizia (me ne frego che si chiami Mastella, visto che alcuni se la prendono con la sua persona e non con questa sua azione), ripeto il ministro della Giustizia dice che per mettere l’Italia alla pari con gli altri paesi  proporrà un disegno di legge per introdurre nel codice penale italiano un nuovo reato: quello di negazione dell’Olocausto.

In Germania la ministra degli interni ha proposto di istituire il delitto di negazionismo in tutta Europa come un passo necessario per rilanciare la normativa contro razzismo, xenofobia e antisemitismo , bloccata per anni per scelta del governo Berlusconi. Nella Unione Europea 9 paesi su 27 hanno già una legislazione antinegazionista, come Germania, Austria, Francia

Una iniziativa giusta, responsabile, presa nel momento giusto. Prima che sia troppo tardi.

E invece, apriti cielo:

–          “iniziativa aberrante dal punto di vista etico e controproducente dal punto di vista pratico” (Alessandro Piperno, scrittore)

–          “Proibire il negazionismo per legge è sbagliato … segnala una inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia” (Giovanni De Luna, storico)

–          “è inaccettabile che un’autorità – politica, giudiziaria, religiosa… – si possa ergere a custode e a garante della Verità della Storia. Esiste un solo Tribunale, ed è quello, ideale, rappresentato dalla comunità studiosi,” (Angelo d’Orsi, storico)

–          “mettere fuori della storia i negazionisti non significa metterli in galera” (Francesco Rutelli, ministro collega di Mastella)

–          “siamo contrari a introdurre i reati di opinione nella legislazione italiana (Renzo Gattegna, presidente della Unione delle comunità ebraiche

–          Convertire la falsità in delitto non basta a far trionfare la verità, anzi rischia di delegare al giudice il ruolo dell’educatore e dello storico” (il Manifesto, 20 gennaio 2007)

Per fortuna l’intelligenza ha illuminato qualcuno che ha argomentato all’opposto:

–          “non si tratta di sanzionare una posizione storiografica, che è evidentemente indifendibile, ma le sue motivazioni politiche” (Giorgio Bocca)

–          “esiste una differenza abissale tra libertà d’espressione e libertà di menzogna. La prima s’arresta laddove l’altra ha inizio. E la bugia pubblica deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità” (Gaetano Quagliarello, storico)

–          ”la legge sulla Shoah è necessaria, negare l’Olocausto deve essere un reato. Se io dichiaro che un tale ha sgozzato un bambino tre giorni fa, vengo denunciato per diffamazione e giustamente condannato. Ciò vuol dire che mi è stata limitata la libertà di espressione? Ovviamente no.” (Amos Luzzatto, ex presidente delle comunità ebraiche italiane)

–          il rifiuto dell’Olocausto oggi non è quasi mai invocato come elemento di disputa teorica, ma come concretissimo strumento di scontro con gli Ebrei (e dunque poi con lo Stato d’Israele) chiamati in causa in quanto razza.” (Lucia Annunziata, La Stampa 25 gennaio 2007

A cosa è dovuta questa ostilità ad una legge che avrebbe anche la funzione di preservare la memoria?

Credo che alla base siano due motivi: il primo è che il tarlo della dimenticanza comincia a dare i suoi frutti. In ciò contribuisce anche internet: una grande potenza nel comunicare molte informazioni, ma anche una fruizione veloce e frammentaria dei questi messaggi. E una impossibilità di assimilarli nella mente. La velocità non è una buona alleata per l’introiezione profonda.

E il secondo motivo è quello di non volere capire , nonostante le torri gemelle, Madrid, Londra, che cosa sta succedendo nel mondo e cosa sta producendo la  virulenza della azione politico militare del fondamentalismo islamico.

C’è una resistenza psicologico-culturale nell’accorgersi che Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica di uno Stato che potrebbe presto avere la bomba atomica, ha trasformato il più grande orrore della storia dell’ umanità in programma politico attuale.

C’è una colpevole sottovalutazione del fatto che in Europa c’è una ripresa d’antisemitismo come mai si era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale e che ha portato all’incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili.

C’è una situazione diciamo così “ambientale” (opinioni policatally correct, giornalisti che vogliono apparire aperti e “critici”,  storici che sono in realtà militanti di partito)  che tenta di impedire di vedere che quelle che erano farneticazioni di pochi isolati si sono trasformate in programma per convegni celebrati in pompa magna a Teheran.

Ecco perché sto con un ministro della giustizia che si chiama Mastella.

venerdì, 19 gennaio 2007

Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei

C’è una frase carpita da un film in linea con la riflessione sul Carpe diem:
” Vediamo di superare la prossima ora“, detto a proposito di conflitti coniugali o amicali.
Oggi la sincronicità mi faceva girare per la testa questa frase: “Abbiamo un problema”.
Certo: di problemi ne abbiamo più di uno. Per esempio oggi era una giornata molto primaverile. Solo che siamo al 19 gennaio. Credo che sia proprio un problema.
Questa premessa che vorrebbe essere ironica (non ho stile per l’ironia, lo so, scusa caro lettore!) è per introdurre una coda al saggio spesso e tosto di Lee Harris evocato ieri.
Abbiamo un problema non della prossima ora, ma dei prossimi trent’anni.
Il problema è che il nostro “quanto siamo buoni”, “quanto siamo razionali”, “quanto siamo etici”,  ha a che fare ed avrà a che fare a lungo e con qualche sofferenza fisica intermedia con lo spirito di conquista del fanatismo di cultura islamica. Ogni giorno, ogni settimana, ogni anno sempre di più. Non torno alle più durature e convincenti argomentazioni di Lee Harris
Il problema, all’osso, è questo: il nostro pensiero critico di matrice illuminista, colorato di solidarismo cattolico, ci fa credere che siamo noi a non volere l’integrazione dei migranti (non di tutti i migranti, ma di di questi migranti, soprattutto i più colti ed istruiti).
In realtà le cose stanno diversamente: sono questi altri a non volere l’integrazione.
Il pensiero di Lee Harris è spesso e tosto. Ma è uno yankee.
Allora vediamo Giovanni Sartori, che è di Firenze, è un liberale da anni ’50 e che, se non è spesso e tosto, è sicuramente colto e brillante:

“i nuovi venuti che oggi entrano in Europa entrano in un contesto diversissimo da quello degli immigrati che hanno creato la nazione americana.
Gli Stati Uniti non sono nati come una nazione che ha accolto e assorbito altre nazioni: sono costitutivamente una “nazione di nazionalità”.
Invece gli Stati europei sono oggi nazioni costituite (sia pure con qualche frangia non assimilata come i Fiamminghi, o anche vieppiù ribelle, come i Baschi) che si stanno imbattendo in contro-nazionalità, in immigrazioni sempre più massicce che ne negano l’identità nazionale.
E quindi il precedente americano non ci aiuta ad affrontare il problema.
Gli europei (dell’Ovest) sono preoccupati, si sentono invasi e stanno diventando reattivi.
Razzismo? È un’accusa sbrigativa, superficiale, che generalizza troppo, e che rischia di essere altamente controproducente. Chi viene denunziato come razzista senza esserlo si infuria, e magari finisce per diventarlo davvero. Non dobbiamo generalizzare, ma invece precisare. Lo spettro delle reazioni ai nuovi venuti è vario e complesso. molti casi la reazione è soprattutto difesa del posto di lavoro e del salario. È eminentemente il problema posto dagli immigrati dall’Est (europeo). Poi vengon casi di xeno-paura: un sentirsi insicuri e potenzialmente minacciati. Infine ci imbattiamo in reazioni di rigetto (xenofobia). Ed è solo a quel punto e da quel punto che ci imbattiamo in un vero e proprio razzismo.
In concreto, oggi in Europa la xenofobia si concentra sugli immigranti africani e islamici.
È tutta e soltanto da spiegare come un rigetto di tipo razziale? Sicuramente no.
In termini etnici gli asiatici (cinesi, giapponesi, coreani etc.) non sono meno diversi dai bianchi di quanto lo siano gli africani. E nemmeno gli indiani (che provengono dall’India) sono “come noi”: non lo sono per niente. Eppure né gli asiatici né gli indiani suscitano, di solito, reazioni di rigetto, nemmeno dove sono oramai numerosi (gli asiatici negli Stati Uniti, gli indiani in Inghilterra). Vale anche notare che gli asiatici non si lasciano assimilare più di quanto accada agli africani.
Dal che si deve ricavare che la xenofobia europea si concentra sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici. Cioè a dire, si tratta soprattutto di una reazione di rigetto culturale-religiosa. La cultura asiatica è anch’essa lontanissima da quella occidentale, ma è pur sempre laica nel senso che non e caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa.
Invece la cultura islamica lo è. E anche quando non c’è fanatismo, resta che la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione. Che è invece la separazione sulla quale si fonda oggi – in modo davvero costitutivo – la città occidentale. Del pari, la legge coranica non conosce i diritti dell’uomo (della persona) come diritti individuali universali e inviolabili; un altro cardine, soggiungo, della civiltà liberale.
E questi sono i veri nodi del problema. L’occidentale non vede l’islamico come un “infedele”. Ma per l’islamico l’occidentale lo è.
Excusez du peu, scusate se è poco.” 

Giovanni Sartori, Pluralismo multiculturalismo ed estranei, Rizzoli, 2000 (sic: 2000!), pagg. 48-49 

Sottoscrivo al quoto, come diceva mio padre.
Questo non vuol dire pregiudizio.
Ma invito a vedere come stanno le cose. In modo razionale e dando il giusto peso alle nostre emozioni

19 gennaio 2007

Famiglie e nuovi sentimenti

Interessante.
Interessante anche perchè mette una luce utile a vedere qualche sfumatura che l’articolo di Lee Harris (postato ieri) metteva in ombra.
Chiara Saraceno è una sociologa che da decenni si occupa di cambiamenti delle famiglie e delle relazioni familiari.
L’articolo starebbe molto bene – per pensare la questione – accanto a quello di una trasmissione di La 7-Otto e Mezzo in tema di nuovi sentimenti. Se riesco a trovarla la metterò qui. Altrimenti vi segnalo sito e data.

CHIARA SARACENO, Donne senza mariti, in La Stampa 17/1/2007 
 
Il matrimonio è sempre meno una condizione che caratterizza tutta la vita adulta. Vale sia per gli uomini che per le donne, ma soprattutto per queste ultime. Negli Stati Uniti nel 2005 per la prima volta le donne che non vivono con un marito hanno superato di numero le coniugate che vivono con il proprio marito. In Italia questo non è ancora avvenuto, ma ci siamo vicini. Nel 2005, le coniugate (che pure possono comprendere una percentuale di persone che non vivono regolarmente con il proprio marito) erano appena 334.690 in più delle non coniugate. Per gli uomini lo scarto era oltre quattro volte tanto: 1 milione 400 mila coniugati in più rispetto ai non coniugati.
Non vivere con il proprio marito non significa non essere mai state sposate, e neppure non avere un marito. Ci sono molte vedove tra le donne senza marito e ciò spiega in larga misura la differenza con gli uomini, data la più lunga sopravvivenza delle donne. Mentre la maggior parte degli uomini termina la propria vita accanto alla propria compagna, la maggior parte delle donne, negli Usa come in Italia, anche se si è sposata e non ha mai divorziato, la termina quando ormai da qualche anno non ha più il proprio compagno. In Italia nel 2005 i vedovi erano 697.226, a fronte di 3.826.586 vedove. Vivere da sole in età anziana è la conseguenza imprevista e non voluta della maggiore longevità femminile.
Tra le «senza marito» ci sono anche le separate e divorziate. C’è anche una piccola percentuale di donne coniugate, ma che vivono lontane dal marito: che hanno, si potrebbe dire, coabitazioni matrimoniali «pendolari», per motivi diversi – lavoro proprio o del marito, servizio nell’esercito, detenzione e così via. Un tempo il pendolarismo per lavoro era quasi esclusivamente dovuto ai mariti. Ma l’aumento dell’occupazione femminile ne incrementa le occasioni. Infine, vivere senza un marito non significa necessariamente non vivere con un partner. La diminuzione delle convivenze con un marito si accompagna infatti ad un aumento delle convivenze more uxorio, ma anche a quella forma di rapporto di coppia «a distanza», o «pendolare», che proprio gli americani anni fa hanno individuato come una delle forme di vita di coppia emergenti: living apart together, vivere separati insieme. Ciascuno a casa propria, decidendo di volta in volta i tempi, i modi, le circostanze della convivenza, ma salvaguardando i propri spazi, anche fisici, di autonomia.
Non vivere con un marito, perciò, può riflettere situazioni molto diverse, oltre che essere una situazione più o meno transitoria, più o meno ricorrente. Ma proprio questa diversità e flessibilità delle e tra le diverse situazioni segnala da un lato come la coabitazione matrimoniale sotto lo stesso tetto sia solo una delle forme delle relazioni di coppia e certamente non più l’istituzione unica della vita relazionale e affettiva delle persone, in particolare delle donne. Anzi, per molte donne, la fine di un matrimonio – per divorzio o per vedovanza – apre alla scoperta che un altro modo di vivere e stare in una relazione di coppia è possibile.
È vero che le divorziate e le vedove si risposano meno spesso dei vedovi e dei divorziati, perché uomini e donne hanno ancora una posizione asimmetrica sul mercato matrimoniale e per le donne l’età è un handicap più forte. Ma è anche vero che molte donne decidono consapevolmente di non risposarsi: visto che il matrimonio non le garantisce dall’abbandono e dalla solitudine, imparano a contare sulle proprie forze e a sviluppare rapporti più negoziali con gli uomini. È lo stesso motivo per cui molte decidono di convivere prima, o invece, di sposarsi: per negoziare meglio, da una posizione anche istituzionale di maggiore autonomia, i diritti e i doveri reciproci e gli spazi di autonomia.
Più che l’esaurimento della voglia di fare coppia e di fare famiglia, questa maggioranza di donne più o meno temporaneamente senza marito – al di là dell’inesorabilità della demografia – segnala complessi processi di ridefinizione dei rapporti e delle aspettative entro cui si costruiscono le coppie e le famiglie. Questi processi sono profondamente segnati dai mutamenti delle aspettative e delle risorse delle donne.

giovedì, 18 gennaio 2007

Lee Harris

Svantaggi del “Carpe Diem” 

Martedì scorso mi è capitato di leggere un articolo spesso e tosto. Spesso di pensiero e tosto di argomenti.
Si tratta delle recenti riflessioni del filosofo americano Lee Harris. Non mi risulta ci siano suoi libri già tradotti in italiano. Ma un prezioso articolo-intervista pubblicato sul Foglio del 16 gennaio colma il mio limite.
Se le cose andranno come Lee pensa è dura. Forse non ancora per la mia generazione, che gode ancora di qualche vantaggio biografico: quello di vivere in Europa, che non ama più le guerre, nemmeno quelle per la legittima difesa, e l’altro di essere ancora indirettamente protetto dagli sceriffi americani, che per mia fortuna fanno lo “sporco lavoro” di difendere la sicurezza internazionale. Sotto gli sputi della opinione politically correct della sinistra-centro. Ma per le prossime generazioni potrebbe essere piuttosto duretta.
Ricordo quando negli anni ’70 ero sulle barricate a polemizzare con i democristiani nel consiglio di quartiere (ah come mi sentivo fiero della mia identità “altra”!). Li vedevo come dei preti travestiti. Domani le generazioni future avranno a che fare con gli improvvisati “imam” invasati che vorranno imporre la religione alla politica (ce ne è uno che era amico e sodale dell’ieri citato Scalzone e che oggi dirige una forte associazione islamica). Il loro compito sarà molto più duro. Altroché i democristiani di allora.
Il tema di fondo di Lee Harris è quello che la nostra cultura è debolissima davanti ad un attacco politico, militare e demografico sostenuto da un’altra cultura compatta e ben aggressivamente aggrappata ai suoi valori religiosi.
Di più: non abbiamo neppure l’energia morale di riconoscere che questa cultura ci è nemica e ci odia. Per loro noi siamo il nemico, ma noi non i li riconosciamo come nemici. E non solo non reagiamo, ma neppure ci difendiamo. Tranne gli americani, che però noi europei odiamo, dimostrando avversità e bruciando simbolicamente la loro gloriosissima bandiera.

L’articolo di Harris è qui sotto. Le sottolineature sono mie, a futura memoria. 

Dal FOGLIO del 16 gennaio 2007, un’intervista di Giulio Meotti al filosofo americano Lee Harris:

E’ sulle Stone Mountain, la catena rocciosa nello stato della Georgia dove vive, che il filosofo americano Lee Harris ha imparato a lavorare sui fondamentali. Demografia e relativismo, significato del Corano e concetto di nemico, neosecolarismo e razionalismo, matrimonio e sionismo. Temi apparentemente distanti tra di loro, ma che Harris da molti anni descrive come basamenti della tensione alla sopravvivenza della civiltà occidentale. In “Civilization and its enemies” (Free press), un’opera salutata anche dai liberal come un indispensabile tour de force intellettuale sull’11 settembre, Harris si era spinto a denunciare la perdita dell’istinto di difesa in occidente. Quest’anno Harris torna in libreria con “The suicide of reason”, un pamphlet sul crollo del “fronte interno” e del neorazionalismo di fronte all’attacco del fanatismo islamico.

In questa lunga intervista al Foglio, Harris anticipa i contenuti di un’opera concepita come risposta alla domanda: “Quale nemico stiamo affrontando?”. Il “filosofo dell’11/9”, come è stato ribattezzato, democrat per formazione prestato ai repubblicani dopo che il terrore islamico ha svelato il suo volto, non edulcora lo scontro di civiltà, ritiene che sia in gioco qualcosa di più: il fallimento della nostra civiltà. “Decadenza oggi descrive un certo tipo di caffè. Una volta era un concetto importante, indicava il pericolo per il futuro della sopravvivenza. L’islam radicale è una rivolta contro la decadenza occidentale”.

Questo Carl Schmitt americano, pensatore laico cresciuto nel sud dei battisti evangelici, risale alle origini del progetto illuminista: “Con l’avvento del secolarismo si intendeva creare persone che si sarebbero comportate come ‘attori razionali’. Abbiamo dimenticato il fanatismo. Questa dimenticanza è approdata all’idea seduttiva secondo cui sarebbe naturale comportarsi in modo razionale: l’uomo razionale è libero di realizzare quelli che John Stuart Mill chiamava ‘esperimenti di vita’. Cerca di minimizzare il nemico, spiegarlo e negarlo. Vuole essere lo ‘spettatore disinteressato’ di Adam Smith.

Ci sono due grandi minacce alla sopravvivenza dell’occidente: una esagerata fiducia nel potere della ragione e una profonda sottovalutazione del potere del fanatismo”. Due secoli fa l’esploratore inglese E.W. Lane in Egitto scrisse che il contatto con la cultura occidentale non solo aveva fallito nella modernizzazione dei musulmani, li aveva resi ancora più fanatici. “Il fanatismo islamico è una formidabile arma nella guerra per la sopravvivenza e ha dato all’islam la capacità di espansione territoriale, attraverso la conquista di cuori e menti”, ci spiega Harris. “E’ difficile immaginare un Egitto o un Iran preislamico”. Il mutismo della ragione nasce dallo scacco relativista. “Sono un ammiratore di Joseph Ratzinger. In occidente giudichiamo il successo di una cultura attraverso standard materiali e utilitaristici. La posizione relativista collassa nell’oscurantismo reazionario che dice: tutte le culture sono incommensurabili, è impossibile giudicare. Lo scopo dell’educazione laicista diventa ‘liberare’ tutto, la fede sulla superiorità dell’occidente è sostituita dal multiculturalismo, dal sofisticato nonsense del relativismo. Per noi l’uomo razionale non è più il risultato di ciò che Norbert Elias chiamava ‘processo civilizzatore’: nasciamo razionali. I nostri figli vengono al mondo civilizzati. La società viene organizzata intorno alla massimizzazione del piacere individuale. E’ all’indifferenza per il futuro. Lo zenit delle società del ‘carpe diem’ è espresso dal ritornello ‘don’t worry, be happy’. Gli uomini hanno bisogno invece di una tradizione profonda che inizia dalla nascita. La cristianità è stata necessaria per raggiungere una genuina libertà [qui dissento, ma solo in parte: la cristianità ha introdotto il concetto di “persona nella cultura, ma poi no ne è stata sempre rispettosa. Amalteo] . Ma la libertà di un ethos del carpe diem ci invita a cogliere l’attimo senza pensare alle generazioni future. Se siamo liberi dalle tradizioni di chi ci ha preceduto, perché i nostri figli non dovrebbero avere il diritto di liberarsi di noi? Una civiltà persiste quando c’è un diffuso senso della necessità etica della presente generazione per la terza, i nipoti, i non nati. E’ questo il più alto contributo etico della famiglia: la promozione di un ideale etico nella forma del nostro destino. Il matrimonio non ha niente a che fare con la biologia: è un’elaborata costruzione sociale eretta contro l’anarchia dell’identità umana, allo scopo di trasformare la natura in alto ideale etico. E’ l’istituzione più liberale che l’uomo abbia mai conosciuto” [anche qui dissento, sempre solo in parte: accanto alla famiglia storico-biologica la nostra cultura ha elaborato altre forme di convivenza, forse più fragili, ma comunque capaci di elaborare nuovi sentimenti. Amalteo].

Quando confrontiamo il nostro ethos con il fanatismo islamico, dobbiamo rispondere alla domanda: “Il nostro strumento di giudizio deve essere il momento presente o quella che lo storico Fernand Braudel chiamava ‘la lunga durata’ nel tempo? Se l’occidente si fonda sull’ethos di John Maynard Keynes, teorico di un welfare deresponsabilizzante, quale possibilità di sopravvivenza abbiamo nel confronto con una cultura capace di morire e di uccidere? Come hanno detto i terroristi ceceni durante l’assedio del teatro di Mosca: ‘Alla fine vinceremo, siamo disposti a morire, voi no’”. La stessa frase che un giovane arabo disse ad André Gide.

Le élite occidentali hanno creato un mito autoprotettivo: la modernità. “Sarebbe per l’umanità ciò che la maturità è per l’individuo. Quando ci confrontiamo con il fanatismo ceceno, ci consoliamo pensando che sia una fase di passaggio di uno sviluppo inevitabile. La modernità diventa la cura dell’arretratezza islamica. La nostra profonda riluttanza ad affrontare una simile guerra sulla vita e sulla morte è comprensibile, quando assume la forma della negazione e del wishful thinking diventa una predisposizione al suicidio”. Abbiamo mistificato la ragione disconoscendo l’odio di chi ha portato la morte nelle nostre strade. “L’occidente è unico nel preservare la tradizione della razionalità critica. Ma è unico anche nel fare della ragione un feticcio virtuale. Il concetto illuministico di ragione è pericolosamente errato. Nella Francia del 1793 la ragione divenne un dio che tagliava teste. Il concetto di nemico sfida quest’insistenza illuministica sulla supremazia della ragion pura”. La ragione può salvarci? “No, ma una eccessiva fiducia nella ragione, il razionalismo, può distruggerci. Possiamo e dobbiamo accettare l’unicità dell’occidente e la sua superiorità etica, ma senza lasciare inevasa una domanda: rappresenta uno sviluppo irresistibile? O una configurazione culturale che avrà il suo giorno al sole per poi scomparire dalla storia? Se il mito della modernità è corretto, il peggio che possiamo aspettarci è una serie di guerre fra l’occidente e l’islam che tenta futilmente di resistere alla modernizzazione. Ma se non è corretta, affronteremo un tracollo della civiltà”.

Il decano del postmodernismo, Stanley Fish, in un articolo su Harper’s ha riconosciuto la profonda convinzione che ha motivato i terroristi dell’11 settembre. “La posizione di Fish è più realistica di coloro che non hanno dato credito al coraggio dei terroristi. Non riusciamo ad afferrare cosa abbia spinto diciannove uomini a suicidarsi con dei jumbo. Ci rifiutiamo di attribuire all’altro caratteristiche che troviamo deplorevoli e finiamo per costruire un altro illusorio che si veste e mangia come noi. Noi liberali d’occidente siamo stati abituati a guardare ai nuovi Tamerlani con orrore e repulsione, cerchiamo di spiegarci come i terroristi islamici possano uccidere i bambini di Beslan e gli iracheni che giocano a pallone. La sinistra cerca di spiegare l’islamismo come movimento di liberazione, altri lo hanno bollato come ‘fascismo islamico’. Sono interpretazioni etnocentriche che riducono l’islamismo a modello occidentale per renderlo meno alieno. Ma l’islamismo non è altro che il revival della brutale strategia di conquista originaria”. Come è stato possibile che l’Iraq, promessa della riforma democratica in medio oriente, si sia trasformato nel girone infernale in cui i jihadisti uccidono ragazzi in shorts, venditori di ghiaccio e barbieri che osano radere i figli di Allah? “L’intervento americano in Iraq, come quello in Vietnam, è avvenuto nello spirito della ‘giusta crociata’, non per sfruttare il popolo vietnamita e iracheno, ma per liberarli. In Iraq l’America sta spendendo miliardi di dollari e migliaia di vite americane per creare una società democratica indipendente. Bush avrebbe potuto imporre un governo fantoccio, ma ha lasciato gli iracheni liberi di scegliersi il leader. Ciò che cercava non era un impero, ma la ‘fine della storia’. Era uno scenario di ottimistico progresso derivato da Karl Marx. E’ stata una avventura di ingegneria sociale guidata dallo spirito che animava la Rivoluzione francese: tutto smantellato, esercito e polizia; libere elezioni e assemblea parlamentare; l’Iraq sarebbe prosperato nella libertà”. Il destino della missione in Iraq dipende allora da una domanda: chi è il nostro nemico? “Se sono i seguaci di Saddam, più una manciata di sciiti e di terroristi importati, per l’Amministrazione Bush sarà possibile eliminare questi elementi tossici dal corpo politico iracheno. Ma se il nostro nemico è virtualmente l’intera popolazione maschile sotto i 25 anni, lo scenario è meno ottimistico. ‘Conosci il tuo nemico’ è una ammirevole massima della prudenza. Il nemico è colui che è disposto a morire per ucciderti. Gli obiettivi di al Qaida non sono militari, ma simboli del potere americano riconoscibili dalla strada araba. Gli ingegneri anglosassoni i cui corpi sono stati smembrati non volevano ‘le stesse cose’ della folla che li ha linciati. Erano in Iraq per aiutare il popolo, come i coraggiosi soldati americani. Non immaginavano che la loro morte sarebbe stata occasione di balli per le strade. Il miglior modo per cogliere l’orrore di questo veleno è ascoltare una madre palestinese che offre il figlio di quattro anni come vittima della propria agghiacciante fantasia”.

Dobbiamo tornare alle origini dell’islam. “Fu attraverso una devozione fanatica alla religione di Allah che l’islam ha potuto combattere la tendenza naturale a convertirsi. La sfida al mito della modernità oggi viene dal fanatismo dell’islam. L’islam non parla il linguaggio dell’equilibrio dei poteri, ma della conquista. Se l’occidente fallirà, il destino dei razionalisti sarà oscuro. In nessun’altra parte del mondo i missionari cristiani hanno fallito nel fare conversioni quanto nell’islam. Perché i musulmani dovrebbero rinunciare a un’istituzione, il jihad, che è stato ed è ancora l’agente storico dell’espansione nel pianeta? Così come ci sono i negazionisti dell’Olocausto, esiste una tendenza a negare la realtà del jihad. L’11 settembre non è stato un atto di terrore clausewitziano, ma un grande rituale dimostrazione del potere di Allah. Una manciata di musulmani, uomini la cui volontà era assolutamente pura, come ha dimostrato il loro martirio, si abbatterono contro le torri erette dal Grande Satana. C’era un’altra dimostrazione che Allah stava dalla parte dell’islam radicale e che la fine del Grande Satana era vicina? L’islam radicale vuole che l’occidente cessi di esistere”.

Bush ha introdotto la parola “male” nel vocabolario politico. “Gli americani oggi sono angosciati benignamente dalla domanda: ‘Perché gli islamici ci odiano?’. E tendono a pensare perché abbiamo fatto qualcosa. Il vero obiettivo dell’attacco non era Bush, siamo noi. Bandire la parola ‘male’ è un atto di imperdonabile disonestà morale. Gli americani usavano questa parola contro schiavitù, nazismo, comunismo, segregazione, orrori di Auschwitz. L’intellighenzia, diventata nemica della civiltà rifiutandosi di accettare l’idea che la civiltà possa avere un nemico, non ha idea delle conseguenze che avrebbe la perdita nell’americano medio della sua semplice fede in Dio. Le loro virtù e pensieri fatti in casa sono il basamento della decenza e dell’integrità nella nostra nazione. Queste sono le persone che danno i propri figli per difendere il bene e sconfiggere il male. Se ai loro occhi questa chiara distinzione viene offuscata dalla disseminazione del relativismo morale e di una estetica della frivolezza etica, dove altro la decenza umana troverà simili difensori?”.

E’ la natura del Corano a differire radicalmente dagli altri libri sacri. “Il Corano è coeterno con Allah, è sempre esistito ed esisterà sempre. E’ in profondo contrasto con il concetto cristiano di Pentecoste. Il jihad riconosce un solo status quo, il Dar elislam, la terra della pace, al di fuori della quale c’è solo la terra della guerra. E’ l’obiettivo del jihad: espandere il dominio dell’islamL’islam ha una missione e non è quella di creare imperi: è la diffusione dell’islam. E lo scopo del jihad non è solo di conquista, ma di conversione. Un confronto con le guerre di conquista di Hitler illumina l’unicità del jihad. Un ebreo russo sotto il dominio tedesco non aveva possibilità di convertirsi all’arianesimo. Nel caso del jihad, c’è l’opzione della sottomissione. Al Zarkawi mandò a Bush una lettera in cui lo invitava a convertirsi e tutto sarebbe finito”. Il revival del jihad è l’essenza dell’islam radicale. “Il jihad ha dimostrato una grande capacità di adattamento nell’epoca del post 11 settembre, non c’è ragione per pensare che non possa adattarsi ai cambiamenti della modernità. I jihadisti non sono interessati a vincere, nel senso che noi diamo alla parola. Si ritengono vittoriosi anche solo rendendo invivibile il mondo. Non usano spade e scimitarre, ma il terrore: New York, Madrid, Londra, Amsterdam. Gli islamisti hanno un nemico, la democraziaE hanno la demografia: la fine del testosterone non culminerà nella fine della storia, ma dell’occidente così come noi lo conosciamo.

L’islam radicale è un ritorno allo spirito delle tribù originarie”. E’ fallita ogni strategia con l’islam. “Primo fallimento, il conversionismo. Dovremmo fare dei musulmani dei secolaristi laici e liberal. Ma i musulmani sono educati al rifiuto di tutto ciò che minaccia di sovvertire la supremazia dell’islam. Possiamo ricostruire oledotti, edifici e infrastrutture della società islamica, ma non possiamo farlo con il codice d’onore della mentalità. Il conversionismo si è rivelato una falsa promessa”.

Poi c’è l’assimilazionismo. “Si dà per scontato che i musulmani possano essere assimilati nell’ambiente secolarizzato. Ma è il contrario: chiedono alla cultura di adeguarsi a loro. Un codice etico intollerante trionferà sempre su un codice etico del carpe diem. I nuovi iconoclasti islamici hanno il potere di distruggere qualsiasi immagine in disaccordo con il loro malinconico fanatismo. Stiamo perdendo questa guerra. Dalle foto di chi si gettò dalle Twin Towers allo scannamento di Nick Berg, il nemico ci ha sommerso di immagini che ci tormenteranno fino alla fine dei nostri giorni. Anziché noi assimilare loro, siamo noi ad assimilarci a loro”.

Terzo fallimento, il seduzionismo. “I musulmani saranno sedotti a diventare moderni. Goebbels e Hitler pensavano che fosse stato un errore lasciare i soldati a Parigi troppo a lungo. Mohammed Atta e gli altri dell’11 settembre sembrava, per come vivevano, che fossero stati sedotti dalla cultura del carpe diem. E’ come il serial killer dello Yorkshire, confessò di aver ucciso le prostitute perché lo avevano tentato. In realtà erano educati a essere santi guerrieri, difficile sedurli con l’ethos edonista”.

Harris crede nella necessità dell’eccezione americana. “Gli Stati Uniti rappresentano la principale fonte di legittimazione dell’ordine nel mondo e se venisse sovvertita, entreremmo in quel genere di crisi della legittimità della Prima guerra mondiale, con il collasso di quattro imperi e l’Olocausto alla fine della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti devono essere primi fra eguali, riservarsi di intervenire unilateralmente, non per sovvertire le regole del liberalismo internazionale, ma per rinnovarle”.

Ma Harris resta pessimista. “L’occidente è completamente sulla difensiva. Possiamo avere una enorme capacità militare e un benessere diffuso, ma abbiamo perso il senso di fiducia nella superiorità della nostra civiltà. Il fanatico islamico è guidato dalla convinzione di avere una missione sacra. Gli stati moderni non possono rispondere come vorrebbero al terrore senza violare i principi umanitari che sono le conquiste della civiltà occidentale. Per questo il ‘contenimento’ non ha alcuna rilevanza al giorno d’oggi. L’Unione Sovietica era costretta a considerare le conseguenze. Oggi invece anche se una bomba nucleare venisse fatta esplodere a Chicago, gli Stati Uniti non potrebbero rispondere con un attacco nucleare su una grande città islamica”. Il benessere del welfare ha come reso l’occidente impermeabile alla minaccia. “Noi pensiamo in termini di pensione, loro di secoli e secoli. Quali figli domineranno la terra? Se c’è una ‘roadmap’ nella cacciata israeliana dei coloni dalle proprie case è quella che informa i terroristi che ciò che serve per sconfiggere l’occidente è un po’ di pazienza e il sangue dei martiri”.

Perché ci odiano? “Fu la rivelazione di Theodor Herzl quando in qualità di inviato fu mandato a seguire il processo Dreyfus. Da studente pensava che la soluzione alla ‘questione ebraica’ fosse la completa assimilazione. Ma la reazione delle folle francesi alla condanna del colonnello pose fine a questa illusione: ‘Morte agli ebrei’. Ma perché, si domandò Herzl, vogliono uccidere tutti gli ebrei? Herzl capì che persino in Francia, una delle nazioni più civilizzate al mondo, gli ebrei assimilati erano odiati in quanto ebrei. Una verità che faceva eco a Karl Lueger, il demagogo antisemita eletto sindaco di Vienna un anno dopo l’arresto di Dreyfus: ‘Decido io chi è ebreo e chi non lo è’. Herzl abbandonò il sogno illuminista e si volse al sionismo”. La democrazia senza spada non ha difeso gli ebrei dai nazisti e gli spagnoli dagli islamisti ad Atocha. “Il popolo spagnolo ha votato per abbandonare la dignità nazionale e compiacere il fanatismo. Hanno votato le forze dell’anticiviltà. La democrazia non ha salvato la Spagna e non salverà noi dal terrorismo, può essere usata dai nemici della civiltà per raggiungere i loro scopi”.

Harris chiude sull’esempio della resistenza olandese all’invasione francese, dimenticato dagli epigoni multiculturali dell’Aia. “Dobbiamo imparare dagli olandesi, pronti in caso di attacco a inondare il paese, come avvenne quando le armate di Luigi XIV cercarono di occuparlo. Sapevano che la loro indipendenza era un’anomalia senza quel potente sistema di dighe. Per loro la libertà era qualcosa per cui valeva la pena battersi. Sarebbero sopravvissuti se avessero pensato, come accade a noi, che ‘vogliamo tutti le stesse cose’?

L’occidente deve imparare a difendere la rara cultura della ragione, così come gli islamici ferocemente difendono la loro. Se il tuo nemico è composto da uomini che non si fermano di fronte a niente, disposti a morire e uccidere, devi trovare uomini dalla tua parte disposti a fare lo stesso. Una società senza nemici non ha bisogno di insegnare ai propri figli come combattere e come correre quando qualcuno vuole ucciderli. Ma una società che ne ha deve fare tutto questo e deve farlo bene, altrimenti perirà.

Non abbiamo alternativa dal combattere questa guerra. E’ stato il nemico, non tu, ad aver deciso cosa è questione di vita e di morte”. Da Socrate all’illuminismo, la ragione è stata concepita come una panacea cognitiva. “Questa fede nella ragione come soluzione universale ai conflitti umani è stata la pietra fondativa dell’ottimismo occidentale sul futuro dell’uomo. Oggi non accettiamo più questa visione della ragione. O è un pregiudizio etnocentrico oppure la ragione è meramente ciò che fa la scienza. Il neosecolarismo e il multiculturalismo non sono in grado di spiegarci perché dovremmo attaccare gli islamisti, anche quando loro attaccano i nostri figli”. Il culto del dubbio può condurre all’autodistruzione.

Nella guerra fra fanatici e dubitaristi non è difficile immaginare chi vinceràL’unica speranza è che la ragione umiliata riscopra la propria legittimità nel confronto con il fanatismo, riconoscendo se stessa come nemica dei fanatici. Uno dei più bizzarri paradossi del relativismo è che non possiamo dire che la nostra religione e cultura è meglio di altre. Una gloria dell’occidente è stato lo sradicamento del virus del fanatismo. Forse lo abbiamo raggiunto al prezzo della nostra sconfitta”.

Dobbiamo ricordare il modo in cui i greci esprimevano passato e futuro. “Noi diciamo che il passato è dietro di noi e il futuro davanti. Per i greci il passato era ‘prima’ di loro, era il territorio che avevano attraversato. Era il futuro a essere ‘dietro’ di loro, furtivo come un ladro nella notte. Niente può penetrare questa tenebra tranne i rari istanti di previdenza che chiamavano sophos, sapienza. Questi lampi dipendono dalla capacità di ricordare ciò che è eterno e non cambia, ciò che invece noi abbiamo dimenticato”. L’errore della ragione astratta è la dimenticanza. “Civiltà nascono e tramontano e in ciascun caso la caduta non era inevitabile, ma conseguenza di una decisione o della mancanza di decisione. Gli esseri umani avevano dimenticato il segreto di come preservarla per i propri figli. Ci stiamo pericolosamente avvicinando a questo punto. Il passato dice che non può esserci pace perpetua, chi è convinto di questa illusione mette in gioco la propria sopravvivenza, ci sarà sempre un nemico e il conflitto sarà fra due modi di vivere che non possono coesistere. Ma il passato non dice come finirà. Franklin D. Roosevelt sapeva di avere solo due scelte: resa o guerra. Se la ragione tollera coloro che si rifiutano di giocare secondo le regole della ragione, il risultato sarà il suicidio della ragione”.

17 gennaio 2007

Cattivi maestri

TERRORISMO, PRESCRIZIONE SCALZONE

La Corte d’Assise di Milano ha dichiarato estinti per intervenuta prescrizione i reati contestati a Oreste Scalzone, ex leader di  Potere Operaio e di Autonomia Operaia.
Negli anni ‘80, Scalzone era stato condannato a 16 anni di reclusione per partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapine. Dal 1981 Oreste Scalzone era rifugiato in Francia.
Ora potrà rientrare in Italia senza il rischio di essere arrestato.
da: http://www.televideo.rai.it

Commento:
Per la serie: “la storia può anche non insegnare niente”.
Ora sarà inevitabile trovarlo a Porta a porta e altri chiacchere – show televisive (non radiofoniche: media poco gradito dai narcisisti patologici), assieme al suo sodale Antonio Negri, il Padrino del terrorismo ideologico ed operativo. Quest’ultimo, domenica sera al programma “Nulla di personale” su La 7 ha vomitato i suoi proclami stralunati per la “conquista del potere” (potere per che cosa? conquista con chi?)

La vita, vista dal punto di vista della politica, può essere davvero insultante.

lunedì, 15 gennaio 2007

Buoni maestri

Giuliano Amato è un buon maestro. Fortunati i suoi allievi.
Questa conversazione, per me, è “seminale”: produttrice di senso, forse non per il “Sè”, ma certo per  la collocazione storica. Forse anche di un po’ di speranza per la politica futura.
In tempi di eterna transizione mi si presenta alla mente il tema del “pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà” (Antonio Gramsci, che lo riprendeva da Romain Rolland).
Non ho più le energie per partecipare anche a questo progetto che mi sembra impossibile. Ma vorrei sbagliarmi. 

Giuliano Amato sta rivedendo gli appunti per la sua lezione di stamattina. Il ministro degli Interni inaugura a Bologna la scuola del Partito democratico, su invito del direttore Filippo Andreatta. «Il fattore unificante del partito futuro— al di sopra delle parole d’ordine politiche come competitività, educazione, formazione — è l’utopia di un mondo pacifico, nel quale ciascun essere umano abbia la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita. E’ un po’ l’idea che oggi viene attribuita ad Amartya Sen, ma che va alle radici delle due maggiori componenti del Partito democratico. Quella socialista dell’800, che segnò il rifiuto dei destini precostituiti; penso alle riunioni in cui i presenti si davano tutti del tu, in quanto uguali tra loro. E quella popolare, ispirata da un messaggio religioso, siamo tutti figli dello stesso Dio, che esclude gerarchie naturali tra di noi. La sfida di oggi è come costruire un’utopia del genere. Eio la definirei così: vivere sull’ossimoro e far vivere l’ossimoro».

Quale ossimoro, ministro Amato?
«L’ossimoro è rappresentato da due accoppiate: libertà e uguaglianza, l’accoppiata di Bobbio; e l’altra, libertà come affermazione di sé, l’io senza frontiere, cuore dell’individuo liberale, e libertà in quanto responsabilità, in quanto scelta che ciascuno deve fare del bene e del male. La storia dimostra che queste coppie debbono stare insieme; eppure la tendenza è a separarle. Il XX secolo non è riuscito a far convivere libertà e uguaglianza. Si è fatta vivere l’uguaglianza attraverso ideologie che presentavano il corso della storia come segnato da regole scientifiche. La mia generazione ricorda le parole di Togliatti, che sempre quando le cose non andavano bene cercava l’errore. Si pensava: se noi non sbagliamo, le cose andranno nella giusta direzione. Il liberalsocialismo aveva già dimostrato che il corso della storia non è dettato da regole ma è il frutto di azioni e interazioni di esseri umani, e quindi, come ha scritto Bobbio, il metro dell’azione politica non è la sua scientificità ma è la sua eticità. Però la stessa esperienza socialdemocratica, l’esperienza del welfare, ha affidato più al pubblico che agli spazi di libertà la costruzione dell’uguaglianza, e quindi è stata apparati, spesa pubblica, entificazione di missioni, l’angelo custode terreno». 

Ed è venuta l’ondata liberista.
«Qui il pendolo passa tutto dall’altra parte, dall’uguaglianza alla libertà: investire dove conviene, rimuovere gli ostacoli, lasciare che chi è capace di svilupparsi si sviluppi, tanto poi la ricchezza che avrà prodotto gocciolerà sugli altri. Ciascuno si occupi di sé. Un’ondata che nel contesto in cui intervenne ebbe anche effetti benefici, ma provocò anche disastri sociali. “Grazie signora Thatcher” è un film da vedere: al posto dei poteri pubblici di troppo potevano tranquillamente crescere i poteri privati di troppo, l’esclusione sociale non era più un problema. Sulla base di questa lunga esperienza storica, l’analisi del sangue del Partito democratico dovrebbe riscontrare la convinzione che con gli ossimori si deve convivere, che i termini delle due accoppiate possono stare insieme. E’ un bisogno che si legge nel linguaggio nella politica del centrosinistra. Anche sui giornali dell’altro giorno».

A cosa si riferisce?
«Ricordo i titoli sull’accordo tra Fassino e Giordano alla vigilia di Caserta, sintetizzato in “equità e innovazione”. E ricordo gli articoli, di cui l’Economist è maestro, che sfottono i leader politici per l’uso frequente di parole che esprimono esigenze opposte. Scrivere articoli del genere è facilissimo. Tuttavia ci sono grandi disegni storici che si realizzano solo se si fanno convivere esigenze che si presentano come opposte. Il Partito democratico potrà servire non se giustappone gli opposti lasciandoli tali: io sostengo le ragioni di A, tu sostieni le ragioni di non A, e ci mettiamo insieme. Il risultato sarebbe un braccio di ferro permanente. Se le nostre tradizioni culturali hanno un senso, quella socialista e quella cattolico- riformista, è perché l’ossimoro alla fine deve risultare composto nelle sue contraddizioni. Guai a non prendere atto della grande lezione imparata a nostre spese: più dai poteri discrezionali al pubblico, più aumentano i rischi di corruzione e più mortifichi la possibilità per ciascuno di esprimere se stesso. E’ ancora insuperato il vecchio manifesto di Bad Godesberg: “Il mercato ovunque possibile, lo Stato dove è necessario”. Un grande studioso laburista, Ronald Coase, ci insegnava già negli anni 30 che quando i costi di transazione se li possono sbrogliare i privati, la cosa migliore è che se li sbroglino loro. Ma in Coase c’è anche l’altra faccia della medaglia: chi non se li può gestire da solo non può essere libero. Allora l’unilateralità liberista genera la libertà di pochi. Per questo il programma del Partito democratico non può essere fatto solo di liberalizzazioni, anche se le deve avere dentro di sé».

Quindi Bersani e Rutelli…
«Dire che non deve avere solo le liberalizzazioni non significa svalutarne l’importanza. Il programma deve avere ciò che è essenziale per promuovere la libertà dei tanti e non la libertà di pochi. Da mesi ripeto in materia di pensioni che dare a ciascuno la possibilità di investire i propri risparmi nella previdenza integrativa è essenziale, ma non meno essenziale è una previdenza pubblica che assicuri a chi ha redditi talmente bassi da non poter accantonare risparmi un trattamento che non sia di povertà. Ma gestire l’ossimoro non significa necessariamente fare cose che stanno nel catalogo tradizionale della sinistra; nel mondo del nostro tempo, significa che la sinistra si deve accorgere dei cambiamenti che le chiedono di cambiare».

A Caserta sulle pensioni si è svicolato. Non è un’ulteriore freno alla spinta riformista del centrosinistra?
«Mi pare proprio di no. Io a Caserta ho detto le cose che ho appena detto qui a lei, Fassino ha detto cose simili e Prodi, concludendo, ha ribadito che il calendario già fissato per avviare il discorso non muta». 

La necessità di cambiare vale anche in tema fiscale?
«Da anni, nella ripartizione tra capitale e lavoro, il mondo industrializzato premia in maniera crescente il capitale e riduce la parte che va al lavoro. E’ un effetto della mondializzazione dei mercati. Chi oltre alla libertà pensa anche all’uguaglianza, di questo si deve far carico; e forse la strada è più quella della partecipazione al capitale che quella dell’aumento del salario. La ricchezza sta diventando sempre più finanziaria, e chi ha a cuore il nutrimento della pecora da tosare, per dirla con Olof Palme, deve chiedersi come far tornare verso l’investimento industriale la ricchezza finanziaria. Forse il regime di doppia tassazione dei profitti di impresa, tassati prima come utili di impresa e poi come dividendi degli azionisti, è sbagliato. Gli utili di impresa non dovrebbero essere tassati».

Poi c’è l’ossimoro tra libertà come autoaffermazione e libertà come responsabilità. Qui ci avviciniamo a uno dei punti dolenti del Partito democratico: i temi etici, dalla fecondazione assistita ai Pacs.
«Sì, le fratture sui temi etici nascono tutte da qui. L’individualismo liberale, che in economia si esprime con il “ciascuno pensi per sé”, in etica si esprime con il “ciascuno sia libero di fare quello che crede”. Non ci sono frontiere, non ci sono limiti: tutto ciò che è fattibile, vi sia la libertà di farlo. Ma la libertà come responsabilità non ammette questo. La libertà della persona e non dell’individuo si preoccupa che attraverso la libertà di ciascuno non si producano sugli altri effetti che altri non hanno voluto. C’è un limite imposto non necessariamente dalla legge ma dalla coscienza: una cosa è fermare la conoscenza in nome del dogmatismo, una cosa diversa è fermare l’utilizzazione della conoscenza che possa recare danno alla comunità. Non si chiama oscurantismo il richiamo al limite, le colonne d’Ercole che — per quanto spostate molto al di là di Gibilterra—l’azione umana incontra ancora oggi. Vedo qui la difficoltà maggiore per il Partito democratico. Non accetto che il partito si costruisca dicendo “ognuno la pensi come crede, siamo un partito plurale”. Sarebbe un annuncio di Babele».

Sta dicendo che sui temi etici il Partito democratico non potrà nascondersi dietro la libertà di coscienza?
«Sto dicendo che tu religioso non devi oppormi come parola di Dio una parola terrena. Ma tu non credente non farti portatore di un individualismo che non è quello della tradizione culturale della sinistra laica. La nostra cultura ha dentro di sé il valore della comunità, della societas; quindi neanche in etica si può essere thatcheriani a sinistra».

Ma secondo lei il Partito democratico si farà davvero? Non c’è il pericolo che sia visto togliattianamente come una necessità storica destinata ad avverarsi comunque?
«Il Partito democratico non è destinato a nascere da solo, se non commettiamo errori. Anch’esso sarà il frutto di azioni e interazioni di esseri umani liberi. Dobbiamo essere noi a esprimere la volontà di farlo, a superare gli ostacoli, a essere persuasivi verso chi ha dubbi, a fondere culture politiche e non apparati o percentuali elettorali. Sono convinto che non c’è ragione per un socialista di sinistra di sottrarsi all’ossimoro. Penso tocchi a me convincerlo che non perde la parte che gli sta a cuore; ciò che perde è il XX secolo. E mantenendo simboli, nomi, parole, parla la lingua di un secolo che è finito ».

 

Ministro, la sua proposta di una convenzione per le riforme è stata elogiata a destra e criticata dalla sua parte politica.
«Io so benissimo che quell’idea oggi non è realizzabile, ma le sono affezionato per una ragione molto semplice: la legge elettorale fa parte di un’insiemistica in cui rientrano due Camere che fanno le stesse cose, una con il doppio dei componenti dell’altra. Tant’è vero che nel programma dell’Unione avevamo scritto che è meglio differenziare le funzioni delle due Camere e ridurre il numero dei parlamentari. Io mi auguro che modificare la legge elettorale da sola non ci precluda poi la possibilità di fare anche il resto. Di qui l’utilità di esaminare queste riforme tutte insieme, magari in una sede nella quale si discute con serenità».

Resta il fatto che il capo dell’opposizione si è detto favorevole, e il capo del governo ha risposto che bisogna lasciar lavorare il ministro Chiti…
«Ma è naturale che il capo del governo dica così: ha affidato a un ministro un mandato, deve in ogni caso verificare a quale risultato porterà. Prodi e io quel giorno ci siamo sentiti, dopo che lui aveva letto i giornali, e abbiamo convenuto insieme che dicesse questo. Se fossi stato Prodi, avrei detto la stessa cosa». 

Che cosa intende Eugenio Scalfari quando scrive che lei cammina sul filo con il rischio di cadere, e i suoi amici sono preoccupati?
«Ho parlato anche con Scalfari. La sua è la definizione del riformista, che quando passa all’azione cammina sul filo che oscilla. Il riformista che parla e non agisce, invece, non sta mai sul filo, non oscilla, non rischia di cadere».

Aldo Cazzullo,Corriere della Sera 13 gennaio 2007

venerdì, 12 gennaio 2007

La morte “necessaria” dei dittatori-sterminatori – 2

Non ho voluto stare fuori dalla discussione sulla pena di morte applicata ad un dittatore – sterminatore in questa recente transizione di fine ed inizio anno. Forse avrei dovuto preferire il silenzio. Preferisco avere amici, sia pure di rete, piuttosto che antipatizzanti. Ma ritengo che rivelarsi in occasione di eventi cruciali, sia un dovere intellettuale.
Ho argomentato su tre fili di pensiero: stiamo parlando di crimini verso l’umanità eseguiti da un capo di stato che perseguiva attivamente una terza guerra mondiale globalizzata; stiamo parlando di una procedura a suo modo giuridica (intendo all’interno di un contesto in cui la religione domina la politica) da inquadrare nelle cosiddette situazioni estreme.
La mia personale opinione è di favore alla applicazione della pena di morte in queste situazioni estreme, soprattutto quando si mette a rischio la sopravvivenza degli stati e dei popoli (mi riferisco, in particolare ad Israele). La guerra ingaggiata dagli arabi di Al-Qaida e dagli stati canaglia a partire dalle torri gemelle, a passare per Madrid e Londra e a finire con i progetti di testate atomiche del capo di stato iraniano è in atto. Cassandra – Fallaci ha avvertito. Io ho tentato di accorgermene. Chiamo questa situazione: legittima difesa.
Varie correnti della opinione pubblica italiana, di destra e di sinistra, vanno nella direzione opposta. Bella classe politica!
Non capisco come si possa applicare in astratto il codice morale e quello del diritto senza tenere conto della specifica situazione (situazione estrema di legittima difesa), ma il dato socio-culturale è questo. Ma non per questo cambio opinione. E tuttavia cerco qualche flebile conferma, soprattutto se alimentata da un pensiero spesso e solido.
Oggi ritorno sull’argomento perché è intervenuto il professor Emanuele Severino a Otto e Mezzo del 10 gennaio 2007.

Ubi maior minor cessat”.

Sono davvero molto minor in rapporto a questo maestro della  stragrande maggioranza dei filosofi italiani diventati maître à penser di quotidiani, riviste, televisioni.
E così sono rimasto molto colpito dalla sua analisi, espressa con formidabile metodo argomentativo.
Severino è personalmente contro la pena di morte (opinione) ma usa forti criteri interpretativi per confutare la contrarietà assoluta (e quindi non relativa al contesto storico entro cui si manifesta) all’utilizzo di questo strumento massimo ed estremo.
Ecco il suo ragionare, in una serata in cui ha detto cose storicamente vere Fiamma Nirestein, sotto un immenso carico di disprezzo della conduttrice di rifondazione comunista Ritanna Armeni:

 

Emanuele Severino, Patibolo: le tesi deboli, da Corriere della Sera del 5 gennaio 2007, pag. 1

Gli argomenti relativi alla pena di morte sono de­boli — e dei sostenitori e degli avversari. A suo tem­po avevo mostrato la de­bolezza degli argomenti con cui si sostiene il carat­tere già umano dell’em­brione.

Molti hanno creduto che affermassi la liceità della sua soppressione. Ma dire che un’automobi­le ha un motore poco funzionante non significa esse­re favorevoli alla soppres­sione della circolazione au­tomobilistica. Richiaman­do ora il difettoso funzio­namento delle tesi contra­rie alla pena di morte, mi auguro che non si equivo­chi ancora, considerando­mi sostenitore di essa.

Emotivamente mi ripugna. Ma, delle emozioni, non ci si deve fidare troppo.

Il mondo è in guerra. Non esiste un diritto internazio­nale capace di infliggere sanzioni efficaci. La fame pro­duce milioni di morti; l’incremento demografico ne au­menta il numero; si appresta ad aumentarlo in modo ancor più consistente la forma di produzione e di uso della ricchezza che sta distruggendo la terra. Gli Stati si sentono insicuri: o perché gravati dalla povertà, o per­ché timorosi di perdere i loro privilegi. Quando il mare è in tempesta il capitano della nave diventa intransigente con l’equipaggio. Più il mondo è pericoloso, più la sicu­rezza è ottenuta dall’aumento degli strumenti repressivi e dalla limitazione della democrazia.

Chiedendo l’abolizione della pena di morte si va dun­que contro corrente. Quando non ci si mette d’accordo, non rimane altro, per sopravvivere, che la guerra, l’omi­cidio di massa. Raro che chi perde non venga eliminato e che quindi non si usi la pena capitale. Questo, lo sfondo scontato — dell’esecuzione di Saddam Hussein. Da esso non si può prescindere, se si vuoi discutere la pena capitale. Che dunque non è e non è mai stata un fenome­no semplicemente giudiziario. Una moratoria universa­le contro la guerra occorrerebbe dunque innanzitutto? Un sogno. Non sarebbe un sogno solo se, anche nell’inte­resse dei ricchi, si incominciasse a ridurre l’enorme di­stanza che li divide dai poveri.

Nel 1791 Robespierre sostiene che a differenza dell’in­dividuo, che per legittima difesa può uccidere, lo Stato non ha questa necessità perché può difendersi in altri modi. (È l’argomento principale col quale la Chiesa ha preso recentemente le distanze dalla sua accettazione in linea di principio della pena capitale). Ma appena due anni dopo Robespierre sostiene che Luigi XVI meriti la morte. Si convince che lo Stato rivoluzionario sta corren­do pericoli troppo gravi: devono essere affrontati con tutti i mezzi, anche con la pena di morte — che anche lui, come già prima Beccaria, non aveva considerato come la più efficace. Anche qui, la comprensione giuridica del­la pena capitale è determinata dal contesto politico.

Sin dall’inizio della nostra civiltà si afferma il princi­pio che «il tutto è prima delle parti» e che quindi la totali­tà in cui consiste lo Stato vien prima degli individui che ne fan parte. Vien prima, lo Stato, anche nel senso che

tra la sua vita e quella dell’individuo è quest’ultima a dover esser soppressa quando metta in pericolo lo Stato. «Lodevole e salutare», dice san Tommaso, questa sop­pressione. In linea di principio questa è ancora oggi la posizione della Chiesa cattolica. Essa tien fermo il modo in cui la tradizione filosofica intende il rapporto tra il tutto e le parti e vede in Dio, e solo in Dio, il padrone di tutte le creature e della vita umana.

Nella seconda metà del 700 la lotta di Cesare Beccaria per l’abolizione della pena di morte ha risonanza mondiale. Ancor oggi è un fondamentale punto di riferi­mento degli «abolizionisti». Rispetto alla tradizione cri­stiana 1’«illuminismo» di Beccaria è ambiguo. Da un la­to, per lui come per ogni «contrattualista», lo Stato non vien più prima degli individui, ma sono gli individui a dar vita allo Stato mediante un «patto sociale». Per ga­rantire la propria sopravvivenza essi cedono allo Stato — con un «contratto», appunto — una parte dei loro diritti, tra cui quello di farsi giustizia da soli. Dall’altro lato, Beccaria mantiene il principio della tradizione cri­stiana che l’uomo non è padrone della propria vita, «non è padrone di uccidersi», e quindi non può cedere allo Stato o ad altri la facoltà di ucciderlo. Per Beccaria la pena di morte è quindi in contrasto col patto sociale.

Rousseau aveva già mostrato che tale contrasto non sussiste; ma, quel che più conta, l’argomento di Beccaria presuppone l’intera e gigantesca costruzione filosofico-teologica elaborata dalla tradizione occidentale, che già l’illuminismo, pur appartenendole, incomincia a mettere in crisi. Si può allora comprendere perché Beccaria abbia affiancato, a questa sua prima critica, una secon­da, in cui sostiene che la pena di morte è meno temibile, per il delinquente, della reclusione a vita. Gli «abolizioni­sti» considerano questo principio o vero o probabile.

Conduce però a un paradosso che provo a indicare così: se la morte non è la pena più temuta da chi compie il massimo dei delitti, cioè l’omicidio, ne viene che la morte è una delle pene che sono più adatte a punire i delitti minori. A questo punto, infatti, non si può replica­re che no, che la pena di morte non deve essere mai inflit-ta. Non si può replicare così, proprio perché, con quella sua seconda argomentazione, Beccaria intende dimostra­re che la pena capitale non deve essere mai inflitta, e quindi non si può presupporre come vero ciò che egli si propone appunto di dimostrare. Ossia non si può repli­care in quel modo, quando ci si trova di fronte al para­dosso che se la pena di morte non è la più temibile pei punire i delitti maggiori, allora essa resta a disposizione ed è tra le più adatte per punire quelli minori.

Già nella «Dichiarazione di Stoccolma» dell’I 1 di­cembre del 1977 Amnesty International dichiara: «Non è mai stato provato che la pena capitale svolga una parti­colare azione deterrente». È la tesi di Beccaria espressa con più cautela, perché egli considera invece provata proprio l’inesistenza di quella deterrenza particolare L’azione meritoria di Amnesty International è conforta­ta dal fatto che la gran mole di indagini statistiche da essa promosse non conferma la maggiore deterrenza del­la pena di morte.

Ma, osservo, in quasi tutte le indagini statistiche dove viene accertata un’opinione maggioritaria è accertata anche quella minoritaria e cioè, in questo caso, che esiste una minoranza per la quale la pena di morte è la più temibile. Il (o un) motivo per cui Amnesty e molti «aboli­zionisti» vogliono eliminare tale pena è che essa, per la maggioranza, non risulta la più deterrente, e quindi la sua esistenza è inutile. Ma, allora, perché non tener con­to della minoranza che invece afferma quella superiore deterrenza della pena capitale? Dunque, per esercitare tale deterrenza, sia pure in un numero minore di casi, la pena capitale dovrebbe rimanere.

L’orrore dell’uomo per la morte (che nessuna statisti­ca può portare alla luce nel suo autentico significato) e per il suo presentarsi come pena inflitta dallo Stato di diritto merita argomenti più forti.

giovedì, 11 gennaio 2007

Omicidio plurimo premeditato

Erba, Provincia di Como 

I fatti

Omicidio plurimo premeditato: è il reato contestato ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per la strage di Erba. Gli inquirenti ritengono che la famiglia di Raffaella Castagna sarebbe stata spiata nei giorni precedenti al quadruplice omicidio. Ad uccidere il piccolo Youssef sarebbe stata Rosa Bazzi, la prima a confessare. Le armi usate,un coltello, una mazza e un coltellino, sono state distrutte.
Il movente sarebbe stato la causa giudiziaria nata da una denuncia di Raffaella Castagna contro i Romano.
Avevano sempre negato, ma ieri notte i due coniugi hanno fatto le prime ammissioni. Dal carcere è arrivata la confessione, dopo 10 ore d’interrogato.
Così siamo arrivati alla verità su quello che accade l’undici dicembre 2006 nella cascina ristrutturata di via Diaz, nel pieno centro di Erba. Quel giorno Raffaela Castagna, sua madre Paola Galli, suo figlio di due anni Youssuf e la vicina di casa Valeria Cherubini, vennero massacrati. Poi gli assassini cercarono di nascondere quel pluriomicidio con un incendio. Ma i corpi senza vita dei quattro vennero ritrovati immediatamente dai vigili del fuoco.
All’inizio il sospettato numero uno per gli inquirenti era il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni, con alle spalle un passato recente legato al traffico dei stupefacenti. Ma lui quel giorno non era ad Erba, addirittura non era in Italia, ma in Tunisia, paese di cui è originario.
Si era ipotizzata una vendetta trasversale. Qualcuno che voleva far pagare al Marzouk uno sgarro. A fare luce sulle quattro morti ci hanno pensato i Ris- Reparti Investigazioni Scientifiche. Dalle loro analisi risultava che sul luogo del delitto c’erano tracce ematiche appartenenti ad una donna. In ventiquattr’ore ecco la svolta. Vengono da prima ascoltati e in un secondo tempo arrestati due vicini di casa della Castagna, i coniugi Romano.
Abitano al pian terreno della cascina. Avevano avuto dei problemi con la famiglia Marzouk. Erano arrivati alle mani e avevano picchiato Raffaela Castagna, al punto che la donna aveva denunciato i due tramite querela.
Romano e la moglie si sono sempre dichiarati innocenti e l’hanno urlato ai giornalisti il giorno in cui vennero caricati su una macchina dei carabinieri. Si era parlato anche di una foto, scattata il giorno della tragedia, che scagionava l’uomo. Ma poche ore dopo la smentita.
Ieri notte, pochi minuti prima della mezzanotte, le prime conferme. Oggi, dopo le complete confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che dicono agli inquirenti:”Siamo stati noi. Abbiamo usato spranga e coltello”.

I commenti

Ci saranno tante e diversamente motivate spiegazioni.
Dentro di me ne emergono tre.
Non ci sono più tabù nei confronti dei reati, anche quelli più estremi. E’ caduta la paura della sanzione e sono caduti i freni inibitori alla istintualità nascosta dentro ciascuno di noi. Non c’è un imperativo esterno neppure contro la uccisione di un bambino che non parla, ma che piange: a Cogne Samuele piangeva,  a Casalbaroncolo Tommaso piangeva, a Erba Youssuf piangeva. Qui poi c’è il calcolo: “bruciamo tutto, daranno la caccia agli immigrati” (e qui era facile per loro pensare di depistare: c’era un organizzatore del traffico di droga nella zona). Decenni di garantismo hanno dissolto le barriere contro il reato. In più la italica furbizia (i processi Previti e Berlusconi ne sono gli archetipi) ha prodotto apprendimento: si può farla franca.
Poi c’è la cultura della “roba”, del piccolo interesse privato:

Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logorava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello ch’ei avesse al mondo; perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

Giovanni Verga, La roba, da “Novelle rusticane”

Qui poi, nel profondo nord celtico, tanto contiguo al profondo sud arabo, c’è il localismo selvaggio alimentato con aggressività dalla Lega Nord, partito di fortissima base sociale in quelle zone. Si tratta di una società improntata all’apparire, incapace di elaborare i nuovi problemi, tendente solo a negare o nascondere. Una società che frequenta la chiesa senza alcun vero sentimento religioso, una società apparentemente pacifica, in realtà aggressiva (molto aggressiva) e, per giunta, vittimista. Una società che sembra fondarsi sulla famiglia entro cui, invece, domina il conflitto espresso o quello nascosto che genera sempre maggior odio. Una società inondata dal denaro dello sviluppo economico, dove per lungo tempo le banconote venivano nascoste sotto le mattonelle e solo dopo nelle banche. In questa società lo studio scolastico è considerato una perdita di tempo. In questa società tutto quanto “è nuovo” è pericoloso. L’unico posto dove ci si costruisce una opinione è l’osteria. Dove il linguaggio è violento e gridato.
Ora si indagheranno la personalità, la patologia, i legami familiari: ma occorrerà non ignorare la responsabilità di una società che ha contribuito a produrre quei colpevoli.
Infine c’è la caduta del senso di colpa. Il cui indizio è la tranquillità con cui gli assassini hanno affrontato i cronisti e la serenità di coppia che hanno continuato a trasmettere in questi giorni. Il senso di colpa non appare quando l’azione è deliberata e consapevole. E il nodo è proprio questo: venuto a cadere il principio della responsabilità morale il pentimento non può emergere alla coscienza.
Ancora una volta si vede che è nelle situazione estreme che l’intreccio inestricabile persona-cultura-società si mostra in tutta la sua evidenza.
L’aggressività individuale può essere contenuta solo se l’ambiente esterno la regola, incanala, punisce.
Una riflessione finale. Solo qualche giorno fa si è scoperto un paese apparentemente schierato tutto contro l’esecuzione di un capo di stato responsabile attivo della morte di migliaia di bambini e di adulti. L’opinionismo giornalistico e politico politically correct ha elogiato questa italianità.
Ora gli omicidi e l’infanticidio di Erba fanno riaffiorare quelle pulsioni punitive favorevoli alla pena di morte che sembravano assopite e dormienti.
Quanto è mutevole e quanto rapidamente cambia il giudizio delle persone!
E’ una cosa che mi appare strana, davvero molto strana: nel caso del dittatore-sterminatore, che è un “caso” estremo, le coscienze si acquietano e si fanno le processioni per fermare la sentenza.
Nel caso di Erba, che invece è “normale” e latente fra i nostri luoghi della quotidianità, la pena di morte – per queste persone di sensibilità mutabile a seconda della vicinanza – diventa di nuovo utilmente punitiva e giusta.
Strane le coscienze e le anime belle!

Commenti: 

Gabriele Romagnoli: Il nemico in condominio
Tratto da “la Repubblica”, 12 gennaio 2007
 
Ora che il giallo di Erba è risolto ci tocca uscire dal calduccio del nostro appartamento di convinzioni prefabbricate, spingerci quanto meno sul pianerottolo della realtà e guardare in faccia i massacratori della porta accanto. Scoprirli rubicondi, con i pullover infeltriti e le borse della spesa al gomito. Banali eppure ferali. Insospettabili a partire dai nomi: un’Angela che accoltella un bambino, un Olindo che va alla giugulare di tre donne. Con quell’apparenza paciosa da quadro di Botero. Possibile? Ma allora, che cosa ci era sfuggito? Tutto. I coniugi Romano, esponenti di quella specie apparentemente umana sottoposta a regressione evolutiva che chiamiamo “vicini”, ci costringono a ripensare affermazioni scontate.
La prima è che l’uomo sia un animale socievole. È vero: tende a riunirsi in gruppi, più o meno ampi. Dove scatena la propria violenza. Le coppie si fanno, dopo qualche bene, tanto male. Le famiglie sono campi minati. Tutte le forme di convivenza sono micce. Accostate le persone in quel reality game senza uscita di sicurezza che è la vita e otterrete, nella maggior parte dei casi, due reazioni: amore o odio. Spesso: prima uno, poi l’altro. Accade negli uffici, negli ospedali, nelle redazioni. Accade nelle case.
Nei Paesi confinanti. Viviamo tutti quanti su una “striscia di Gaza”, dove si invocano diritti, si attribuiscono doveri, si reclama una tolleranza che non si sa concedere. Un qualunque condominio è un piccolo Medio Oriente, fiacca la pazienza dei mediatori, distrugge la possibilità di ristrutturazione crogiolandosi nella fatiscenza del rancore. È un universo che si richiude, ottenebrato dal feticcio meschino della proprietà, dall’illusione di essere, per quanto insignificanti non dico su scala planetaria, ma fuori dal portone, re nei propri metri quadrati e nelle maledette parti comuni. Una parete divisoria, una porzione di pianerottolo o di terrazzo e quell’ambiguo spazio che alcuni chiamano pavimento e altri soffitto diventano altrettanti “casus belli”. I vicini sono esseri in competizione: confrontano quotidianamente bucati stesi, arredi colti nello spiraglio della porta, piante al davanzale, stili di vita. Concepiscono invidie, gelosie e malanimi. Si fanno dispetti ridicoli e/o tragici. Ognuno ha la propria esperienza. Nella mia ho collezionato: un vicino psicotico che infilava una lettera a settimana sotto la porta protestando per ogni rumore, incluso quello della doccia; un vicino ladro che corruppe la domestica per avere le chiavi e quando cambiai serratura dopo il furto mi aiutò a montarla; un vicino ambientalista che mi ha seccato le piante; una vicina perpetua che bestemmiava se ascoltavo musica a volume troppo alto; un vicino assassino che strangolò una ragazza durante un gioco erotico, ne depositò il cadavere sulle scale e l’indomani si lamentò con l’amministratore per l’indecenza a cui gli era toccato assistere. E non ho mai vissuto a Erba.
La seconda certezza prefabbricata che ci conviene smantellare è che la violenza venga da lontano, da un meandro oscuro o un ambiente deviante. Ci si trova di fronte a un evento che non si comprende (il massacro di quattro persone tra cui un bambino in una villetta della provincia che chiamiamo “sana”) e, per riflesso condizionato si vanno a cercare la colpa e il movente in cose che non si comprendono: un’altra cultura, una diversa religione, il sistema retributivo di quella società alternativa che è la criminalità organizzata. La violenza, anche la più efferata, può nascere vicino, maturare dove tutti siamo cresciuti, nutrirsi di quello che tutti conosciamo. I Romano e i Castagna reinterpretano un copione tragicamente ordinario. Due mondi sono costretti a vivere uno di fianco all’altro. Non si piacciono e non si rispettano. I Romano hanno origini più umili e fanno lavori più umili. Ai Castagna invidiano il successo economico. Che almeno se lo godessero lontano da loro, in una villetta singola e inaccessibile. Eccoli lì, invece, al piano di sopra. E la figlia Raffaella ha una colpa ulteriore: aver buttato via il proprio status di principessina del mobile, sprecato una dote che Angela Bazzi si sarebbe giocata ben diversamente, sposando un extracomunitario “poco di buono”. Facendoci un figlio, che gioca o piange disturbando la quiete di loro due che figli non ne hanno avuti e vivranno il resto della vita in coppia, loro due e amen, con i lavori di pulizia, i desideri senza più oggetto, la delusione da trasformare in rabbia per poterla dirigere all’esterno. O se la vedevano tra loro o, insieme, se la prendevano con qualcuno. L’ossessione tiene vivi quando il resto è morto: morti i sensi, la speranza e, va da sè, la pietà. Non è davvero difficile immaginarli, Angela e Olindo, sera dopo sera, nella loro cucina di Brianza, senza altro legame che l’irritazione, divenuta odio, verso i Castagna. A parlare dei Castagna. A prendersela con i Castagna.
A sognare, poi concepire, infine preparare lo sterminio dei Castagna. Non è difficile, è solo spaventoso. Nella cucina della storia si sono seduti popoli e razze a concepire lo sterminio di altre. Quasi sempre le divideva un confine, una rivalità, un risentimento dall’origine sepolta, quindi inestirpabile. Le conseguenze sono sempre spropositate, se confrontate con chi le ha determinate.
Qui bisogna fare piazza pulita della terza convinzione: che la violenza sia, se non esclusivamente, almeno in prevalenza appannaggio maschile. Gli inquirenti cercavano l’uomo (o gli uomini). Perfino il sopravvissuto, nella sua affaticata testimonianza, descriveva soltanto l’uomo, quasi avesse rimosso l’Angela sterminatrice come un’allucinazione. Eppure lei è quella che ha ammazzato a coltellate il piccolo Youssuf (perchè piangeva? O perché esisteva?). Lei quella il cui ruolo nella strage è andato crescendo, rivelazione dopo rivelazione e, facile scommessa, crescerà ancora. Se ha confessato per prima è perché il suo risentimento è incontenibile: non bastavano le pareti di casa, non è bastata la sua libertà. Lei e il marito hanno ucciso pur sapendo che, anche con tutta la presbiopia degli investigatori, non l’avrebbero fatta franca. Davvero, è spaventoso ma non è difficile comprendere che hanno voluto fare a pezzi non soltanto i Castagna, ma anche la vita che li ha sfiorati e quella che hanno invece avuto, la loro immutabile convivenza e se stessi.

8 gennaio 2007

Mnemosyne

Pensieri stimolati da un articolo da sottrarre all’usura del consumo veloce.
Il film del tempo può anche appoggiarsi a concreti strumenti della quotidianità, come l’agenda.
Ma la scansione, i significati attribuiti ai momenti specifici, i fatti selezionati …  acquistano una coloritura solo alla luce della nostra personale soggettività.
Credo che il tempo sia l’oggetto della nostra esperienza che più va tutelato, come un tesoro prezioso.
Merita rispetto ed attenzione. Per farsi del bene. E per proiettare fuori questo bene.

E’ l’agenda la macchina del tempo, di Marco Belpoliti, in La Stampa 8 gennaio 2007

Eccola qui, sul tavolo, la nuova agenda del 2007. Agenda: «cose da farsi», la parola circola dal 1535. La mia agenda non inizia dal 1° gennaio, bensì dal 4 dicembre, e termina il 5 gennaio invece del 31 dicembre: il periodo finale e iniziale dell’anno funzionano come soglie, appartengono all’anno che finisce e all’anno che debutta. L’agenda è organizzata per settimane; aprendola si vede il piano dei sette giorni: i cinque giorni lavorativi, più il sabato, in alto; la domenica, giorno del riposo, è in basso. Ogni giornata è divisa in ore: inizia alle 8 e termina alle 21; dunque, tredici ore di lavoro, o quasi. Secondo la mia agenda prima delle 8 non è tempo di lavoro, dopo le 21 termina ufficialmente il «tempo reale». In alto, accanto al giorno, ci sono la data e l’indicazione del mese. L’agenda è una macchina del tempo che uniforma e rettifica. Il giorno della settimana e la data sono infatti due modi differenti di datare eventi, indipendenti l’uno dall’altro, come spiega Eviatar Zerubavel in Ritmi nascosti; la loro omogeneizzazione è stato l’effetto di un lungo processo. A inventare questa macchina del tempo – non proprio l’oggetto che ho in mano (l’Agenda Planing della Quovadis, probabilmente la più venduta in Italia con lo slogan: «la vostra settimana in un colpo d’occhio»), ma la sua concezione – sono stati i monaci medievali. Con la Tavola delle ore, l’«horarium», i benedettini hanno modellato l’idea occidentale del tempo: il ritmo giornaliero dell’attività liturgica con l’istituzione degli otto Uffici divini che scandiscono la vita del monastero; e insieme la puntualità quale strumento per regolare la vita della complessa organizzazione umana e religiosa. Anche la ritmicità settimanale proviene dai chiostri: cadenzare l’attività liturgica attraverso variazioni definite.
Certo, mancando gli orologi, nel Medioevo era il ritmo del sorgere e del tramontare del sole a segnare l’agenda giornaliera e settimanale dei monaci con forti variazioni stagionali. Attraverso questo piccolo libretto posso progettare il mio tempo futuro che si presenta, rispetto a quello dei benedettini, libero e ricco di possibilità; in realtà, anche la mia vita si organizza secondo una ritmicità rigida, seguendo sequenze altamente convenzionali di durata fissa e uniforme disposta visivamente nel Planing.
Mentre nel passato era l’attività umana a regolare il calendario, oggi è il calendario a cadenzare l’attività umana. A inventare l’agenda-tavola sono stati loro, i monaci. Adesso anche io avrò il mio «ora et labora»: a colpo d’occhio, più lavoro che preghiere.

31 dicembre 2006

Sul piano personale il 2006 è andato bene: abbiamo attaccato ancora un anno agli anni della vita.

In questi tempi così incerti non è poco.

Sul piano politico il 2006 è andato bene: elettori, una volta tanto lungimiranti, hanno protetto e messo al sicuro la Costituzione della Repubblica italiana.

In questi tempi, in cui non agisce il principio di responsabilità, è stato quasi un miracolo.

A maggior ragione, ieri come oggi abbiamo bisogno di pensieri forti.

Allora, in mezzo a tanti “cattivi maestri”, si può provare a riconoscere qualche buon maestro, come l’autore di questo testo: 

“Negli anni della mia gioventù avevo praticato, sia pure con modestia, lo sport dell’alpinismo in roccia, e questo mio attuale lavoro di pensiero, in qualche modo, mi richiama alla mente l’esercizio dello scalare una parete, che sia in un certo punto così esposta nel vuoto da precludere la vista del cielo che ti sovrasta.

Per procedere non basta allora affidarsi ai soli mezzi del corpo, per quanto forte e addestrato esso sia, ma è necessario fare ricorso all’ingegno pratico e all’uso di strumenti che facciano presa nella solidità della pietra, per permettere di scostarsene, grazie alla scorrevole tensione della corda nella staffa agganciata al chiodo infìtto nella roccia saldamente, per elevarsi quanto basti per rag­giungere quell’appiglio più alto, dal quale muovere oltre, fino a quando, superato lo strapiombo nel punto della sua massima esposizione, si dischiuda nuovamente alla vista il cielo, assieme al tracciato di un nuovo possibile percorso.

E così nel procedere del pensiero, le tappe ne sono segnate dall’impiego di idee strumentali, sulla consistenza delle quali far conto, così come lo si fa con i chiodi nella parete, per uscire dai limiti del risaputo, ed elevarsi, muovendo da quei punti fermi, fino ad attingere una nuova prospettiva di conoscenza, che il vecchio e consolidato sapere ti precludeva, mentre al tempo stesso ti offriva i mezzi per superare i suoi limiti, se adeguatamente utilizzato”

Carlo Tullio-Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi editore, Milano 1992, p. 337

Carlo Tullio-Altan (1916-2005) è stato un antropologo culturale e uno dei maggiori intellettuali del ‘900 italiano. Oggi è più conosciuto suo figlio: il disegnatore Altan.

Peccato.

Ecco l’augurio per il 2007: ricordarsi dei buoni maestri e dei loro insegnamenti per scalare la parete e andare avanti nel ciclo della vita.

Mi ricordo alcuni Docenti di sociologia e Sociologi conosciuti personalmente negli anni ’70 – ’80 – ’90

Giuseppe Abbatecola

Franco Albertelli

Tullio Aymone

Lorenzo Bordogna

Buzzi Carlo

Giuliana Carabelli

Maria Cacioppo

Vittorio Capecchi

Alessandro Casiccia

Gian Primo Cella

Giuliana Chiaretti

Giuliano Della Pergola

Antonio De Lillo

Mariuccia Giacomini

Maria Pia May

Agopik Manoukian

Maria Mormino

Gianni Pellicciari

Giancarlo Provasi

Gian Enrico Rusconi

Chiara Saraceno

Il mio sessantotto, testimonianze, interviste, ricordi, a cura di Sergio Bernardi, Vincenzo Calì, Giancarlo Salmini, edizioni U.C.T., Trento, 2021

PRESENTAZIONE del libro “il mio sessantotto”
di Giuseppe Ferrandi
Direttore del Museo Storico del Trentino
 
Questa pubblicazione mette a disposizione del lettore un consistente e qualificato numero di memorie che si concentrano sul biennio ‘68-’69.
Testimonianze dirette di coloro che hanno partecipato al Movimento Studentesco e alle lotte operaie dell’autunno caldo, con una naturale centralità di Trento e del Trentino, e riflessioni, principalmente sotto forma di interviste, per trattare, a cinquant’anni di distanza, l’eredità di quel periodo e della portata di quel biennio. In più occasioni si è ripetuto che, vista la distanza che ci separa dal ‘68, il Cinquantenario avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per storicizzare quella stagione. Grazie anche all’interesse suscitato dalla stampa e dall’opinione pubblica, sono numerosi i volumi pubblicati anche recentemente, dalla saggistica storica alla memorialistica. Molti di questi hanno messo in evidenza punti di vista originali, hanno cercato di interpretare avvenimenti così complessi e sfaccettati attraverso prospettive nuove.
Non si tratta più di celebrare o denigrare il ‘68, di contrapporre ad una visione nostalgica una invece che lo demonizzi in tutti i suoi aspetti. L’operazione che siamo tenuti a fare è di iniziare ad analizzare criticamente quell’esperienza, non tanto per sottrarsi alle rappresentazioni, molto spesso autoreferenziali, ma per ricostruire un contesto socio-culturale il più ampio possibile all’interno del quale inserire le memorie, come quelle raccolte in questo volume. Non è certo un compito facile. Il peso di una memoria “divisiva” sul tema del ‘68 – in Italia come in Trentino – è ancora ben presente e talvolta ingombrante, ma compito della storiografia è la sua rielaborazione.
La novità storiografica sta proprio in questa volontà di storicizzare il ‘68, farlo diventare un soggetto di ricerca autonomo. Per mettere in luce la densità e la specificità di questo avvenimento è necessario utilizzare il ‘68 come un punto di arrivo di un percorso e di una serie di esperienze, ma anche vederlo come un punto di partenza per raccontare una storia che si snoda a partire dagli anni Settanta e Ottanta e arriva ai giorni nostri. Diventa fondamentale, quindi, da un lato ancorare il ‘68 all’interno del suo decennio di appartenenza – gli anni Sessanta – con lo scopo di evidenziare le radici culturali, sociali, politico-economiche che hanno contribuito a creare quella spinta al cambiamento; dall’altro interrogarsi in maniera critica sulle contraddizioni del Movimento, i limiti, le zone d’ombra, ma anche sull’eredità, quello che ha lasciato, le conquiste, come quella volontà di rinnovamento abbia fertilizzato i differenti ambiti della società.
Il ‘68 ha rappresentato uno dei principali eventi globali della seconda metà del Novecento. Ovunque c’è stato un ‘68: dagli Stati Uniti all’Europa dell’Est, dalla Cina all’America Latina, da Berlino a Parigi, passando per Roma, Milano, Pisa, Torino e Trento. Una geografia di avvenimenti anomala rispetto ai classici movimenti sociali che eravamo abituati ad affrontare. Non c’è stato un unico centro focale ma, al contrario, esplodono simultaneamente tanti piccoli e grandi eventi che sembrano “parlarsi” reciprocamente tra loro pur nella loro diversità. Il ricorso alla World History, alla dimensione internazionale, consente di sottolineare le connessioni, gli scambi, i contatti, le pratiche e i consumi che si muovevano e si influenzavano a vicenda tra i contesti nazionali. Il ‘68, quindi, diventa una data spartiacque della storia del Novecento.
Ma non solo, ciò che ha caratterizzato molte pubblicazioni su questo periodo è l’aver messo in luce il rapporto tra la dimensione internazionale e quella locale. Questo “doppio sguardo” diventa una prospettiva di ricerca utile per evidenziare le diversità e le specificità dei moltissimi ‘68: differenze tra i contesti, differenze tra i soggetti coinvolti (gli studenti, gli operai, i giovani, le donne…), differenze anche di esperienze e di vissuti personali (conflitti generazionali, rapporti con la sfera religiosa, con quella sessuale, con l’educazione). Questo comporta inevitabilmente anche un arricchimento delle metodologie e delle fonti che si devono prendere in considerazione. Oltre ai documenti d’archivio e quelli che tradizionalmente usa lo storico, diventa fondamentale il ricorso anche alle fonti orali: le campagne di interviste, le storie di vita, i racconti di chi ha vissuto quell’avvenimento.
“Il mio ‘68” è, a questo proposito, un’operazione culturale ed editoriale meritoria. Innanzitutto perché mette in condizione il lettore di cogliere la pluralità di esperienze e di percorsi biografici. Le memorie e le interviste qui raccolte ci permettono di conoscere chi erano coloro che hanno preso parte – ognuno a modo loro – a quell’avvenimento. Ci consentono di dare un nome e cognome a questi “soggetti” della storia, forse troppo generici: i sessantottini, i giovani, gli studenti, gli operai, le donne, i preti.
A parlare non sono i leader o i dirigenti, ma quella che una volta era definita la base, i militanti, quelli che nei cortei non occupavano le prime file. Emergono, di conseguenza, una varietà di soggettività e di vissuti: i contesti familiari di partenza, le differenze di età, di genere – importantissime –, di classe, di origini sociali e di culture. Diventa fondamentale sottolineare questi aspetti poiché ognuno di questi elementi ha comportato un modo diverso di vivere quell’esperienza.
Le memorie ci restituiscono una pluralità di itinerari individuali, una storia corale all’interno della quale mettere in luce i distinguo, le diverse prese di posizione.
Non si parla più di un ‘68 (e ciò vale anche per l’autunno caldo), ma di qualcosa di più sfaccettato e plurale: il mio ‘68, per l’appunto.
Elenco in ordine alfabetico di scritti e testimonianze su “IL MIO SESSANTOTTO” che negli anni sono state raccolte da Sergio Bernardi, Giancarlo Salmini, Vincenzo Calì e Gigi Faggiani:
Walter Alotti
Tarcisio Andreolli
Liliana Armocida
Gaetano Bannò
Sergio Bernardi
Marco Boato
Sandro Boato
Federico Biesuz
Giovanni Bonora
Giuliano Bortolamedi
Vincenzo Calì
Sandro Canestrini
Roberto Cavallaro
Lucia Coppola
Mario Cossali
Magda Delaini
Renata De Genua
Bruno Dorigatti
Don Cristelli
Don Grosselli
Gigi Faggiani
Giuseppe Ferrandi
Giacomo Filippi
Rolando Filippi
Elio Fox
Enzo Fronti
Enzo Gardumi
Aldo Giongo
Giorgio Grigolli
Franco Janeselli
Renzo Job
Sergio Job
Paolo Lazzaretto
Michele Nardelli
Antonio Marchi
Luciano Martinello
Paolo Padova pablo
Enrico Paissan
Gianni Palma
Mario Pelz
Piaunich Gianni
Lorenzo Pomini
Sandro Rampa
Giuseppe Raspadori
Graziano Riccadonna
Giancarlo Salmini Carlos
Franco Sandri
Claudio Scaffia
Roberto Scoz
Loris Taufer
Paolo Tonelli
Sergio Valer

le iscrizioni alla facoltà di sociologia di Trento, 1967/1968, da GIOVANNI AGOSTINI, ANDREA GIORGI, LEONARDO MINEO (a cura di), La memoria dell’Università. Le fonti orali per la storia dell’Università degli studi di Trento (1962-1972), Il Mulino editore, 2014 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a https://mappeser.com/2021/03/16/le-iscrizioni-alla-facolta-di-sociologia-di-trento-1967-968-da-giovanni-agostini-andrea-giorgi-leonardo-mineo-a-cura-di-la-memoria-delluniversita-le-fonti-orali-per-la-storia-dell/

Marco Boato ricorda alcune persone che hanno fatto parte del movimento del ’67, ’68, ’69, in particolare a Trento, in: Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a:

Marco Boato ricorda alcune persone che hanno fatto parte del movimento del ’67, ’68, ’69, in particolare a Trento, in: Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

“Francesco Alberoni venne chiamato a dirigere Sociologia dopo la lunga occupazione del febbraio-aprile 1968 …”, in Marco Boato, Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a: “

“Francesco Alberoni venne chiamato a dirigere Sociologia dopo la lunga occupazione del febbraio-aprile 1968 …”, in Marco Boato, Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

FRANCESCO ALBERONI e la facoltà di sociologia di Trento, 1968-1970, da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a:

FRANCESCO ALBERONI e la facoltà di sociologia di trento, 1968-1970, fonti informative da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

legge per la LAUREA IN SOCIOLOGIA a Trento, 1966. fonti informative da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a

legge per la LAUREA IN SOCIOLOGIA a Trento, i966. fonti informative da: fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

il ruolo di BRUNO KESSLER per la fondazione dell’ ISTITUTO UNIVERSITARIO DI SCIENZE SOCIALI a TRENTO, 1962, fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a:

il ruolo di BRUNO KESSLER per la fondazione dell’ ISTITUTO UNIVERSITARIO DI SCIENZE SOCIALI a TRENTO, 1962, fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo le fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

vai a:

fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo la LEGGE 8 giugno 1966, n. 432 Norme generali sull’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, in Normattiva – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

L’Istituto conferisce la laurea in sociologia. Il corso di studi ha durata quadriennale e si divide in due bienni. Il primo biennio, propedeutico, comprende insegnamenti di carattere generale, politici, storici, economici, matematici e giuridici; il secondo biennio comprende insegnamenti specifici all’indirizzo sociologico.

vai a:

LEGGE 8 giugno 1966, n. 432 Norme generali sull’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, in Normattiva – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo una rassegna delle pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

vai a

una rassegna delle pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo le fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

fasi istituzIonali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008

fasi istituzIonali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo …: SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – in MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

vai a

SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

vai a

Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Profilo biografico di PAOLO FERRARIO, facoltà di sociologia di TRENTO – in Alumni UniTN. Data della laurea: 25 gennaio 1974

vai al sito della Università di Trento:

https://projects.unitn.it/alumni/it/

Corsi di Studio
CORSI DI STUDIO
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO
Sociologia
Corso di Laurea
Data conseguimento titolo: 25/01/1974
2020-02-21_095656
Professione
PROFESSIONE
MAPPESER.COM
ricerca e documentazione in tema di politiche sociali e servizi
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO-BICOCCA
Docente a contratto
UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA
Docente a contratto
COMUNE DI MILANO
docente alla Scuola regionale operatori sociali del Comune di Milano
IN PENSIONE (CONTRIBUTI VERSATI DAL 1969 AL 2015)
Documentazione, ricerca e consulenza in tema di POLITICHE SOCIALI E SERVIZI (Carocci editore, 2014)
ENSISS
docente alla Scuola di Servizio sociale

mi ricordo CARLO TULLIO – ALTAN … , La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Gaspari editore, 1997

Enzo Rutigliano: addio a un protagonista della storia di Sociologia | UniTrento

La notizia della scomparsa del professor Enzo Rutigliano è stata accolta oggi con grande tristezza all’Università di Trento e soprattutto a Sociologia, dove il professore era molto stimato.

Dal 1976, anno in cui ha iniziato la sua carriera accademica fino al 2014 quando si è ufficialmente ritirato dall’insegnamento, il professor Rutigliano ha preparato con passione generazioni di studenti e studentesse, insegnando Storia del pensiero sociologico, uno dei corsi fondamentali che introducevano il percorso di studi

vai a:

Enzo Rutigliano: addio a un protagonista della storia di Sociologia | UniTrento

Sociologia a Trento negli Anni Sessanta, dal blog ilsemedellutopia.blogspot.it di Cataldo Marino

A cosa può essere utile l’elenco dei primi 346 laureati in Sociologia in Italia e delle tesi da essi presentate alla fine del corso degli studi? Dal punto di vista pratico, a nulla. Ma l’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento negli anni ’66 -’70 ha avuto una storia tutta sua e chi lo ha frequentato si ritrova, quasi mezzo secolo dopo, con uno ‘spirito di corpo’ che credo non trovi paragone in altre università ed altre facoltà, ed è forse assimilabile solo a quello dei bersaglieri e dei partigiani. L’elenco potrebbe allora servire per ‘ritrovarsi’ in questo vasto web e per ricordare tempi molto particolari.
Trento era una città piccola, la si attraversava da un capo all’altro facilmente anche senza autobus, e in quegli anni diventò la meta di studenti di tutte le regioni d’Italia. In un paese ancora frantumato dai dialetti e dalle diverse usanze, noi studenti, lì, trovammo subito un’identità comune. Non eravamo isolati, come avevo sperimentato a Roma personalmente in ottobre e novembre del ’66 prima del trasferimento, ma uniti dalla voglia di capire – con la presunzione di una maggiore scientificità – il mondo in cui vivevamo. La ricchezza di una diversa provenienza e il desiderio di mescolarsi per quel fine comune furono la specificità di quegli anni in quella città.

vai all’intero articolo

Il seme dell’utopia – Blog Socio…logico: Sociologia a Trento negli Anni Sessanta

Università di Trento | Presentazione dell’Ateneo – 29.1.2016

quanti RICORDI!
belli .
Tranne gli stronzi di Lotta Continua

e i  fondatori delle brigate rosse (in minuscolo) che passeggiavano per le vie del centro

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

SOSIOLOGIA TN

Università di Trento, un’università europea, in Italia.Tra le prime 200 università al mondo (THE – Times Higher Education Rankings 2015-2016), 10 Dipartimenti, 3 Centri di Ricerca, 586 docenti e ricercatori, 704 persone di staff, 16.000 studenti iscritti, 1.090 studenti stranieri.

View original post

una mostra per i 50 anni dell’Università di Trento

La mostra è aperta fino al 28 febbraio 2013, dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 20.00 e il sabato dalle 8.00 alle 12.30 al Dipartimento di Lettere e Filosofia (Trento – Via Tommaso Gar, 14). Ingresso libero e gratuito.

Sono programmate anche delle visite guidate alla mostra in compagnia del curatore che avranno la durata di 30 minuti e si terranno una volta in settimana alle ore 17.00. Queste le date:

Gennaio 2013: martedì 15; martedì 22; giovedì 31
Febbraio 2013: martedì 5; venerdì 15; martedì 19 febbraio; giovedì 28

Al termine di ogni visita guidata si terrà un incontro nell’ambito: “Dialoghi a margine della mostra”

La mostra

La mostra è dedicata all’Ateneo e ai suoi cinquant’anni, ma non perde mai di vista le due comunità, quella universitaria e quella dei cittadini di Trento, la loro relazione talvolta conflittuale, ma feconda, l’ambizione condivisa da entrambe di essere non grandi, ma importanti.

In esposizione foto, videoclip, alcuni oggetti (registri delle lezioni di qualche professore diventato famoso, libri, riviste e reperti d’archivio) in grado di catturare l’attenzione dei visitatori più giovani e di quelli meno giovani, di coloro che all’Università studiano e lavorano come dei cittadini meno coinvolti e “più lontani”, accompagnandoli in un percorso suggestivo e vivace, dove reperti e immagini d’archivio sposano la multimedialità. La mostra non vuole commemorare i primi 50 anni dell’Università, ma comunicare il carattere, lo sviluppo, il cambiamento dell’Ateneo e il suo legame profondo con la città, la gente, la società.

La mostra è articolata in cinque sezioni: “Università Città”; “Identità e Rappresentazione” (sui simboli e le forme che definiscono l’identità dell’Ateneo di Trento); “Lontano da Trento” (sulle relazioni dell’Ateneo con il resto del mondo); “Gli Studenti”; “Gli Edifici”.

L’ideazione e la realizzazione della mostra sono integralmente opera di persone che lavorano in Ateneo (nei settori: Gestione immobili, Comunicazione ed eventi, Centro tecnologie multimediali, Protocollo e Archivio storico, Biblioteca e nella Facoltà di Lettere e Filosofia, ora Dipartimento di Lettere e Filosofia).

Curatore della mostra è Vittorio Carrara. Michela Favero è la responsabile dell’allestimento.

da  http://events.unitn.it/50anni/universita-citta-mostra-il-cinquantenario

Introduzione alla mostra di Vittorio Carrara File (115 KB)

mi ricordo … in morte del professor Antonio De Lillo (1941-2012), 71 anni

cara Carla

essendo un marginale del mondo universitario, solo in questi giorni ho appreso (su internet, che è il mio secondo cervello) della morte del professor Antonio De Lillo.
Non l’ho mai conosciuto direttamente, ma ho di lui due nitidi ricordi.
Il primo risale agli anni dei miei primi studi alla Università di Trento.
Eravamo nel 1969, o forse nel 1970, e lui tentava di fare docenza in un ambiente impossibile: i docenti e gli studenti che “pretendevano” di fare e frequentare i corsi erano considerati “nemici di classe” nel  capitalismo aggettivato come “maturo”.
E così le lezioni venivano o del tutto sospese o interrotte, con la tipica arroganza dei manipolatori del potere.
In occasione di una ennesima interruzione vidi e sentii  il professor De Lillo, con occhi dolcissimi, un bel sorriso e tanta pazienza, dire:
questi leader studenteschi si battono contro l’autoritarismo. Ma poi sono infinitamente più autoritari di molti professori“.
Ma non c’era il mio malanimo (di allora e di adesso). Era una pura constatazione, poi confermata dal successo parlamentare e televisivo di molti di loro. E così uscimmo dall’aula.
In seguito, per imparare qualcosa dovetti diventare autodidatta.
Il secondo ricordo è collegato ad un altro professore, che invece ho avuto la fortuna di frequentare e dal quale ho appreso molto.
In occasione della morte di Tullio Aymone scrissi un pezzo su uno dei miei blog e lo mandai in giro fra i miei contatti per “fare memoria”.
Pochissimi accademici ebbero la gentilezza intersoggettiva di rispondermi. Uno era Antonio De Lillo.
Mi spiace di aver perso la traccia di quel messaggio, ma il tono era tipico del suo carattere, che a me pare gentile e sensibile. Parlava di Aymone come di una persona di valore e che aveva fatto fatica ad essere riconosciuto in ambito universitario.
Se dentro al flusso del tempo e per una persona con cui non ho mai parlato direttamente, filtrano questi due ricordi così forti e durevoli, vuol forse dire che è stata una personalità che teneva “alta la testa dall’acqua”, come dice il mio amatissimo Emanuele Severino.
Fortunata te che hai avuto modo di frequentarlo per tanti anni.
grazie per l’attenzione e un caro saluto per i tuoi futuri progetti

Paolo Ferrario

Iniziò a insegnare nel 1970 a Trento dopo la laurea in Bocconi. Studioso attento di questioni giovanili, ha coordinato le ricerche annuali dello IARD sul tema

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

De Lillo (Bicocca), scomparso a 71 anni

E’ scomparso all’età di 71 anni il professor Antonio De Lillo, preside in carica della facoltà di Sociologia della Bicocca. Si è spento venerdì 25 maggio dopo una malattia. Nato nel 1941 a Napoli, si era laureato all’Università Bocconi in economia e commercio. Iniziò a insegnare a Trento nel 1970/71.

Dopo una iniziale attenzione ai metodi statistici per le ricerche sociali, focalizzò i suoi studi soprattutto sui giovani e sul loro ruolo nella società post-moderna, richiamando l’attenzione più volte sulla “rottura” del patto intergenerazionale e ritenendo che spesso li si considera solo nel lato della repressione delle devianze, mentre occorrerebbero politiche attive nel campo dellacasa, del lavoro e della costruzione della famiglia.

Ha coordinato (con Alessandro Cavalli) le numerose indagini nazionali dello IARD sulla condizione giovanile nel nostro Paese.

Un lungo passato a Trento, come docente e poi preside di Sociologia. E nel 1990 l’approdo alla Statale di Milano e poi alla neonata Bicocca, dove oltre a tenere corsi di sociologia di base e (negli ultimi anni) a ricoprire l’incarico di preside di facoltà, coordinava il dottorato in Sociologia e ricerca sociale.

Potrebbe interessarti:http://www.milanotoday.it/cronaca/muore-antonio-delillo.html
Seguici su Facebook:http://www.facebook.com/MilanoToday

Non ci sono più ma li si può ricordare

 

Non ci sono più

ma li si può ricordare


Persone conosciute
Politica
Cinema
Musica
Letteratura
SociologiaFilosofia

Psicanalisi

Tullio Aymone: ricordi per varie voci

TULLIO AYMONE: 

ricordi per varie voci

In occasione del V° anniversario della morte di Tullio Aymone e nella circostanza della pubblicazione dei suoi scritti inediti nei Quaderni del dipartimento di economia politica, la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, organizza un incontro per approfondirne la figura di studioso e di docente

 

Giovedì 25 ottobre alle ore 15.00

presso l’Aula Magna della Facoltà di Economia “Marco Biagi” Via Berengario 51 si terrà una giornata di studi dal titolo

 

La crescita giusta

sviluppo umano, partecipazione e nuove forme della politica in un modo globalizzato

 

Svolgimento dei lavori

Ore 15.00: Saluto del Preside della Facoltà di Economia e Commercio

Prof. Sergio Paba

 

 

IL PENSIERO E GLI SCRITTI

 

Giovanni Mottura – Università di Modena e Reggio Emilia

 

Vittorio Capecchi – Università di Bologna

 

Gomercindo Clovis Rodrigues –primo collaboratore di Chico Mendes e fondatore del Comité Chico Mendes – Brasile

 

Giampietro Pizzo Ministero degli Esteri, già direttore A.C.R.A in Bolivia

 

 

Ore 17,30: coffee-break con Prodotti del Commercio Equo e Solidale

 

 

Ore 18.00 LE REALIZZAZIONI

 

Giorgio Prampolini, Presidente di Coop Chico Mendes Modena,

introduce un incontro fra gli allievi e i collaboratori di Tullio Aymone

 

 

Presentazione del video sulle attività delle Cooperative Agroestrattiviste della Foresta Amazzonica

Caro Ferrario, mi sembra meritevole l’idea di ricordare Tullio Aymone, un collega che non vedevo da molto tempo, ma con un ricordo “trentino” di persona saggia e mite, pieno di interessi e di sensiblità. Ringrazio lei per la triste notizia che mi ha dato e per le iniziative che promuoverà. Con cordialità g.b., 5 novembre 2003

La ringrazio molto di avermi informato della scomparsa di Tullio. E’ stato un caro collega ed un intellettuale di rilievo, anche se, forse per il suo stesso carattere, non ha avuto i riconoscimenti che meritava.

Talvolta la morte rende giustizia. Mi auguro che questo possa avvenire per Aymone. In questo senso è molto apprezzabile il lavoro che lei ha fatto per tramandarne il pensiero e l’impegno.

Un cordiale saluto.

A L

Caro Paolo,apprendo con grande dolore la notizia della scomparsa di Tullio, fu mio docente molto amato alla scuola di via Olmetto negli anni della mia formazione. Poi incontrato poche altre volte ma vivo nel mio ricordo.Ti sarei grato volessi scrivere su di lui per Adultità sul prossimo numero e curato da S.T.  dedicato al Tempo per sè. Tullio si occupò anche di questo…Un abbraccio molto caro D.

Caro Paolo Ferrario,

la ringrazio molto per il suo messaggio. Purtroppo non sapevo della morte di Tullio Aymone, che stimavo anch’io molto, pur non avendo avuto mai l’occasione di conoscerlo personalmente. Le notizie che lei fornisce su di lui mi sembrano del tutto coerente con l’immagine che ne avevo e quindi mi fanno sentire ancora più acutamente la perdita non solo sul piano scientifico.

Mi metto in contatto con il coordinatore della sezione P. F.i, che mi aveva occasionalmente parlato di Aymone lo scorso anno (quando aveva ricevuto una sua lettera), per informarlo della triste notizia (qualora non l’abbia saputo diversamente) e per concordare come darne notizia nel sito.

Spero anche che lei riesca a raccogliere altro materiale. Le lezioni stesse forse sarebbero inseribili come matriale sonoro, qualora lo ritenga opportuno. Pensa sia possibile, oltre il collegamento alla pagina da lei curata inserire eventualmente, anche la bibliografia (naturalmente citando la fonte) anche nel sito della nostra sezione?

Grazie per la sua gentile collaborazione, che naturalmente spero possa continuare anche in futuro.

Un saluto cordiale

P.T.

 

L’ho conosciuto e frequentato in un periodo della mia vita.
Era una persona intelligente e non conformista.
Appena ho un minuto vado a vedermi la tua pagina.
Ciao,
c.

 

Mi è a suo tempo dispiaciuto molto; anche io ho testi scritti con lui e lo
ricordo per sempre con tanta stima ed affetto
L.R.

 

caro paolo,

non l’ho conosciuto direttamente,ma concordo con il tuo giudizio. Provo a inviare a tutti la tua lettera

ciao a.

Blogged with the Flock Browser

Carlo Tullio – Altan, Modelli concettuali antropologici per un discorso interdisciplinare tra psichiatria e scienze sociali (1967 e 1975)

Introduzione
Carlo Tullio Altan (1916-2005) è stato uno dei fondatori della antropologia culturale in Italia.
Nella sua biografia intellettuale dice di sé:
Nel ripren­dere in mano i testi che scrissi e pubblicai a partire dal 1943, e nel leggervi le riflessioni che vi erano riportate, tratte an­che da quaderni di appunti andati perduti, constatai un fat­to che mi sorprese alquanto. Si tratta di scritti che da oltre quarant’anni non avevo più ripreso in esame, e di cui avevo quasi del tutto scordato il preciso contenuto. Riletti a tanta distanza di tempo, questi scritti mi rivelarono che molte del­le idee e degli argomenti che mi avrebbero impegnato, con l’apparenza della novità, alcuni decenni dopo, avevano già assunto una prima consapevolezza di se’ in quegli originari e spontanei tentativi di metterli a fuoco. E questo mi ha fat­to tornare alla mente un passo di Ortega y Gasset, che avevo letto allora e che mi era rimasto nella memoria, in cui il filosofo spagnolo sosteneva che le idee prendono possesso di un uomo fra i venticinque e i trentanni, e non lo lasciano più per il resto della sua vita. E penso proprio che, almeno per quanto mi riguarda, questo sia in buona parte accaduto.
In Carlo Tullio – Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi Editore, Milano 1992, p. 15

I suoi studi e riflessioni hanno avuto per oggetto le religioni ed i simboli ( Lo spirito religioso del mondo primitivo, Il Saggiatore, Milano, 1960, Soggetto, simbolo e valore, Feltrinelli, Milano, 1992, Le grandi religioni a confronto, l’età della globalizzazione, Feltrinelli, 2002, Ethnos e Civiltà, Feltrinelli, Milano, 1995), i fondamenti dell’approccio antropologico alla analisi sociale ( Antropologia funzionale, Bompiani, Milano, 1968; Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano, 1971; Antropologia, storia e problemi, Feltrinelli, Milano, 1983), Le classi sociali e i valori giovanili (con Alberto Marradi, Valori, classi sociali e scelte politiche, Bompiani, Milano, 1976; con Roberto Cartocci, Modi di produzione e lotta di classe in Italia, Mondadori-Isedi, 1979), la cultura civica degli italiani (La nostra Italia, Feltrinelli, Milano, 1986; Populismo e trasformismo, Feltrinelli, Milano, 1989).
Negli ultimi anni si dedicò all’elaborazione di un idealtipo dell’ethnos, analizzato nelle sue cinque componenti: epos, ethos, logos, genos e topos, allo scopo di trovare una soluzione scientifica sul piano dell’antropologia, al conflitto tra i vari etnocentrismi e l’esigenza di un nuovo ordine internazionale.
Dice di lui Umberto Galimberti: “ La grandezza di Carlo Tullio-Altan non sta tanto nel suo pionierismo, quanto nel fatto che le sue ricerche antropologiche erano guidate da profonde conoscenze filosofiche che facevano riferimento allo strumentalismo deweyano, al materialismo storico, alla fenomenologia, all´esistenzialismo, al neopositivismo, allo strutturalismo, al funzionalismo, perché Tullio-Altan aveva capito che l´uomo è una realtà troppo complessa per essere inquadrata e compresa in una sola idea… Se in occasione della sua morte riprendessimo tra le mani i suoi libri e riflettessimo sulle sue idee, spesso profetiche e anticipatrici, renderemmo a Carlo Tullio-Altan il migliore degli omaggi.”
Nel saggio poco conosciuto, perché diffuso soprattutto fra operatori sociali alla fine degli anni ’60, che presentiamo qui sotto Carlo Tullio – Altan elabora un magistrale modello di analisi dell’ “uomo in situazione” di grande forza analitica, sia per leggere ed interpretare i “segni dei tempi” che attraversiamo, sia per attraversarli come soggetti consapevoli dell’intreccio che contraddistingue la nostra esistenza nel tratto di vita che ci è assegnato.
Paolo Ferrario
——————————————————————————

Carlo Tullio – Altan, Modelli concettuali antropologici per un discorso interdisciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in Psicoterapia e scienze umane n. 1, 1967, ripubblicato nel n. 1, 1975
Il problema di una possibile collaborazione fra psichiatri e studiosi di scienze umane richiede innanzi tutto, per essere risolto, la messa a pun­to di un linguaggio comune, per cogliere certi aspetti della realtà umana che rientrano nella sfera di interesse degli uni e degli altri.
Il fat­to che questo linguaggio non esista ancora, non è casuale. E’ la posizione assai diversa che i due gruppi di studiosi assumono di fronte al feno­meno della malattia mentale che ne è la causa. Gli studiosi di scienze umane, se si esclude una certa parte degli psicologi, non guardano al singolo malato, ma al fenomeno malattia nella sua dimensione sociale e cioè statistica. Ma vi è di più, bisogna ammettere che numerosi stu­diosi di problemi sociali, subiscono, senza avvedersene, un processo di identificazione con il sistema in cui vivono e che studiano, che viene accettato da essi come paradigma, come norma cui assegnano inconsapevolmente un significato assoluto. Una volta assunta questa prospettiva, essi mostrano una sorta di « disattenzione seletti­va » per tutti quei fenomeni di disfunzione del sistema sociale in cui vivono, che in certa mi­sura contraddicono all’ipostasi inconscia che ne hanno fatta. Quando si parla di « società ma­lata », essi obbiettano che non vi è una misura scientifica per definire una distinzione univer­salmente accettabile fra una società sana e una malata. Questo è certamente vero, se questa mi­sura viene ricercata nella forma di una norma costante, di una struttura esemplare, ma allora anche lo psichiatra potrebbe rispondere allo stesso modo, e negare l’esistenza della malattia. E qualcuno di essi lo fa. Se si fa notare che il fenomeno delle malattie mentali ha assunto di­mensioni sociali e che l’influenza di certe varia­bili di classe, di cultura, di genere di vita è sta­tisticamente dimostrabile, in tal caso è il valore dell’analisi statistica ad essere revocato in dub­bio e con argomenti molto convincenti: la dif­formità delle diagnosi, la difficoltà della rac­colta dei dati, le differenze di trattamento dei casi, molti dei quali vengono così a sfuggire al controllo statistico, e via dicendo. Tutto questo, se non altro, dimostra una certa misura di disin­teresse per il fenomeno fastidioso della malattia mentale.
Gli psichiatri si trovano di fronte allo stesso fenomeno in una prospettiva radicalmente di­versa: si trovano di fronte a casi singoli, a individui malati con i quali entrano in un rap­porto diretto, più o meno autentico, in relazio­ne alla loro struttura concettuale, ma comunque sempre individuale, personale, privato. Essi so­no assorbiti dal compito di curare quel certo malato, e tendono in genere a mettere in pa­rentesi la dimensione sociale del caso partico­lare che hanno di fronte, soprattutto quando appartengono ad una rigida scuola organicistica.
Fra gruppi di studiosi così diversamente orien­tati è chiaro che un discorso interdisciplinare si instaura con molta difficoltà, per la mancanza di un comune terreno d’incontro fra la prospet­tiva collettiva scelta dai primi e la prospettiva individuale scelta dai secondi. Il formarsi e dis­solversi di gruppi di studio costituiti su queste basi o meglio su questa carenza di basi comu­ni, è perfettamente spiegabile: in quei gruppi non ci può essere processo di comunicazione, i codici sono troppo diversi. Molti psicoterapeuti tuttavia, trattando, soprat­tutto con il metodo analitico, il caso particolare, si rendono conto che i problemi del malato, quei problemi che, irresoluti, sono spesso la fon­te della malattia, si costituiscono in un contesto sociale e non solo privato, sia esso quello della famiglia, del lavoro o altro. Essi ottengono, at­traverso il discorso del malato, una rappresen­tazione della società ben diversa da quella irenica e paradigmatica che molti sociologi ci of­frono. Certo, l’immagine ottenuta attraverso il discorso del malato è viziata dalla sua stessa malattia, è deformata e non accettabile senza ampie riserve. Nonostante questo il terapeuta si chiede se non vi sia un germe di verità in questo quadro negativo, e per avere maggiori informazioni si rivolge ai suoi colleghi studiosi di scienze sociali. Ma il discorso con quest’ulti­mi è assai difficile, per i motivi che si sono detti: manca ancora una base concettuale adatta alla convergenza delle due tipiche prospettive sotto le quali il fenomeno della malattia viene guar­dato.
« Ciò che è necessario, per costituire lo schema adatto alla collaborazione interdisciplinare, sono due cose che sono estranee alle consuetudini dell’antropologia e della psichiatria… Una è la necessità per lo psichiatra di raccogliere siste­maticamente dati sull’ambiente sociale e cultu­rale e sui sistemi di motivazioni che si disegna­no sempre sullo sfondo dei casi reali. La se­conda è la necessità per l’antropologia di sen­sibilizzarsi non solamente in relazione allo sfon­do culturale dal quale i singoli casi emergono, ma anche alle tipiche modalità del funziona­mento mentale negli esseri umani. Il terreno comune, che possiamo semplicemente chiamare psicodinamica, richiede un’adeguata analisi me­dico-psichiatrica di persone concrete e di casi concreti, stagliati sullo sfondo di una prospet­tiva di comprensione di ordine culturale ». Per realizzare questo proposito, così bene enun­ciato da Opler, l’antropologia offre un modello, o meglio una serie coordinata di modelli con­cettuali operativi.
Il primo di questi modelli è quello ricordato dallo stesso Opler: la cultu­ra. A questo proposito è subito necessario pre­cisare il senso tecnico in cui questo termine vie­ne usato in antropologia, per sgomberare a prio­ri il terreno dalle possibili confusioni. In senso antropologico cultura non significa l’« esser col­to », o quel gruppo di persone che formano l’intellighentzia di un certo paese, i circoli che as­sumono la « cultura » come loro specializzazione professionale, le élites colte di una certa società. Col termine di cultura si intende qualcosa di as­sai più generale. « Mentre il modo di vivere di un popolo può raggiungere una sua coerenza interna e sviluppare in se stesso inconsci ca­noni di scelta, la cultura è sempre uno strumen­to per adattare l’uomo alla natura che gli da modo di metterla sotto controllo, risolvere i pro­blemi dell’attività sociale, dell’economia, della politica, della religione e della filosofia, e di regolare il comportamento » (Opler). In sostanza la cultura è, in senso antropologico, quel com­plesso di nozioni codificate in forma collettiva e sociale che permettono ad un certo gruppo umano di affrontare e risolvere quei problemi di vita che la società stessa, con questi modelli di comportamento ha previsto. Essa quindi com­prende nozioni tecniche elementari, modalità di istituire rapporti interpersonali di ogni ge­nere, oltre al complesso di conoscenze scientifi­che e al patrimonio artistico, filosofico e reli­gioso, cui si riserva in genere la definizione di cultura in senso stretto. Una volta che si assegni alla cultura questa spe­cifica funzione strumentale, che consiste nell’aiutare l’uomo a vivere da uomo, è chiaro che l’interpretazione freudiana ne è una deformazione. La cultura non è fonte di frustrazione, o non dovrebbe esserlo, ma è un sistema per evitare la frustrazione. Se non assolve al suo scopo, in tal caso è necessario ricercarne le cause concrete.
Il secondo modello offerto dall’antropologia cul­turale al discorso interdisciplinare è legato al primo. Esso è il sistema di personalità (o per­sonalità di base, come spesso viene chiamato). Questo si forma nell’uomo attraverso il proces­so dell’inculturazione e cioè dell’acquisizione da parte del singolo di quella porzione della cultu­ra che gli sarà necessaria per affrontare quel ge­nere di vita, che l’appartenenza ad un certo gruppo umano gli offre. Il risultato è quell’ap­parato che la tradizione ha variamente chiama­to coi termini di anima, mente, intelletto, ra­gione o cervello. Esso si costituisce partendo da una base ben istintuale ereditaria assai ridotta e si plasma in relazione alle esperienze gradatamente realizzate dal fanciullo nei rapporti con la madre, con la famiglia, con la scuola e poi, per l’uomo maturo, con la società. Attraverso que­sto processo, le informazioni necessarie alla vita del singolo vengono recepite e registrate in un complesso sistema di cellule che forma il tessu­to corticale del cervello, che è l’organo biolo­gico cui spetta la specifica funzione della me­morizzazione delle informazioni e dell’esecuzio­ne di quelle operazioni interpretative che la situazione di vita del singolo rende via via ne­cessarie. Quest’apparato, se funzionale, riesce a mettere in sintonia il singolo con la sua situa­zione di vita. Esso ha quindi una chiara natu­ra bio-psichica, e cioè una dimensione organica e una socio-culturale. Per intendere bene il modo in cui funziona il sistema di personalità così concepito, è neces­sario tenere sempre presente, come quadro di riferimento, la situazione in cui opera, intesa come un « campo » (Lewin) nel quale molteplici forze interagenti di ordine psichico, sociale, cul­turale e naturale sono anch’esse operanti. Il si­stema di personalità funzionale realizza l’omeostasi psicologica. « Le teorie dell’omeostasi e del­lo squilibrio possono valere pienamente solo se ci si rende conto che l’unico tipo di omeostasi, o della mancanza di essa, che può esistere, è in­cluso nell’ambito dell’intera struttura della per­sonalità, che viene costituita in base a certi con­testi esistenziali ed opera in essi » (Opler).
A questo punto l’antropologia culturale può offrire il suo terzo modello concettuale interdi­sciplinare. Il sistema della società. La cultura, come codice comune ai membri di un gruppo, rende possibile fra di loro la comunicazione, non solo, ma offre loro una comune prospettiva attraverso la quale guardare ai concreti proble­mi di vita, che si fanno così problemi comuni, da risolvere in comune, con comportamenti ade­guati e di conseguenza istituzionalizzati e codi­ficati a questo fine, per economia di sforzi ed efficienza di strutture. Il complesso tessuto socia­le si costituisce su questi presupposti funzionali e forma uno schema nel quale gli individui as­sumono una posizione specifica (uno status) in relazione al compito che essi vi assolvono (il ruolo). Questo tessuto si articola anche in strut­ture particolari, destinate alla formazione dei nuovi modelli culturali e alla loro trasmissione ai singoli. Essa è la matrice del sistema di cultu­ra e di quello di personalità.
Noi disponiamo quindi ora di tre modelli, il primo dei quali, la cultura, ha una dimensione collettiva e sociale, come patrimonio del sape­re di un certo gruppo, e una dimensione psi­cologica e individuale, in quanto si interioriz­za a formare il sistema di personalità di ogni singolo componente di un certo gruppo sociale. Noi abbiamo così modo di far convergere, gra­zie a questo modello concettuale, la prospettiva sociale del sociologo con quella individuale dello psicologo e dello psichiatra. A questo punto però il discorso non è finito. Infatti tutti e tre questi modelli, fra di loro coordinati, sono anche essi da situare in un «campo», onde verificarne la funzionalità, e cioè la rispondenza alle esigenze che essi debbono soddisfare. Questo campo, come quello cui si è accennato a proposito del sistema di persona­lità, è un campo dinamico di forze, o meglio una situazione in cui insorgono problemi, che il sistema di cultura deve prevedere, orientan­do il comportamento dei singoli in modo effi­cace, così da realizzare l’omeostasi degli indivi­dui, e l’armonia sociale che si manifesta nella collaborazione fattiva. Questo accade però solo se la cultura dispone di modelli adatti ad orien­tare il comportamento dei singoli in modo ef­ficace, con le conseguenze che si sono dette. In caso contrario le azioni, guidate da modelli ana­cronistici di comportamento, falliscono, l’equili­brio dei singoli, frustrati dalle esperienze di scacco, è compromesso e la collaborazione so­ciale è sostituita dal marasma e dal caos. In questo caso noi diciamo che il complesso arti­colato dei tre sistemi è disfunzionale in rela­zione alla situazione in cui opera.
Vi sono infatti due ordini di problemi, che ri­guardano i tre sistemi ricordati, quello della loro coerenza interna e quello della loro rispon­denza ai problemi di situazione. I due gruppi di problemi non coincidono in tutto e per tut­to. Se è vero che ogni sistema funzionale dev’es­sere in se stesso coerente così da poter funzio­nare, non ogni sistema in se stesso coerente e quindi funzionale è per ciò stesso funzionale, cioè rispondente alle esigenze del campo situa­zionale. Un esempio chiarissimo è offerto dal sistema di personalità malata, che assume la struttura difensiva del delirio sistematizzato: il sistema di personalità è in tal caso coerentissi­mo in se stesso, ma per nulla rispondente alle esigenze concrete della situazione di vita del malato; le sue operazioni mentali sono compiu­te nel rispetto di una logica ferrea, ma che nul­la ha a che fare con la concretezza dei proble­mi che tale logica dovrebbe affrontare. Gli esem­pi si possono moltiplicare a volontà in ogni campo della vita associata e a tutti i livelli. Questo conferma la necessità di ben distinguere i due gruppi di problemi ricordati, come pro­blemi di funzionamento dei sistemi e come pro­blemi di funzionalità degli stessi, interrelati, ma distinti.
La perdita di funzionalità dei sistemi dipende da due fattori, anche quando il funzionamento degli stessi è intatto. Il primo fattore è dato dalla dinamica del campo situazionale, nel qua­le operano le forze che si sono dette e in base alle quali insorgono sempre nuovi problemi non previsti dalla cultura codificata e tradizionale. Il secondo fattore è dato dalla rigidità dei si­stemi e cioè dalla loro scarsa plasticità, o inef­ficienza in essi delle strutture di autotrasfor­mazione, che ogni sistema deve avere per non perdere contatto con la concretezza della situa­zione in movimento costante. Mettiamo ora a fuoco il sistema di personalità che c’interessa per il nostro discorso interdisciplinare. Ne abbiamo descritto la funzione e il funzionamento. Quando si verifica in esso la condizione di perdita di funzionalità? Questa può andare perduta in relazione ai due gruppi di problemi, di funzionalità e di funzionamen­to, prima distinti. Esaminiamo il primo aspet­to della questione, e cioè il caso in cui la cultu­ra non offra modelli adatti alla situazione mu­tata. In tal caso l’uomo reagisce in due modi opposti: inventa modelli nuovi, in base ai qua­li i nuovi problemi sono individuati e avviati alla soluzione, si decondiziona dai modelli ana­cronistici e si ricondiziona con modelli adegua­ti, oppure rinuncia o si mostra incapace a far­lo. Nel primo caso egli realizza una forma di adattamento attivo, che trasforma lui stesso, la cultura, la società e l’intera situazione in cui vi­ve, nella quale la sua azione innovatrice agisce come potente elemento dinamico. Nel secondo caso egli subisce l’azione frustrante della realtà e si difende sul piano inconscio con la nevrosi. Nel primo caso la funzionalità del sistema di personalità viene costantemente restaurata, nel secondo viene perduta.
Ma la perdita di funzionalità del sistema di personalità può avere origini diverse, e dipen­dere cioè da problemi più ristretti di funziona­mento del sistema stesso di personalità. Questo sistema infatti è una « costruzione » che com­prende una fase di montaggio e necessita di materiale organico da organizzare in un certo modo. La fase di montaggio è realizzata nel de­licatissimo periodo dell’infanzia, e successivo, e può essere caratterizzata da eventi che compro­mettono la formazione del sistema di persona­lità, indipendentemente dal fatto che la cultu­ra disponga o meno di modelli collettivi di comportamento adatti alla situazione sociale. Il risultato, come tutti gli analisti sanno, è un sistema di personalità che funziona male, per­ché i modelli interiorizzati sono stati deformati nella fase di montaggio, e che va risistemato con adatte terapie. Ma il difetto può dipendere anche dal materiale biologico che deve formare la base portante organica del sistema bio-psi­chico della personalità. Questo materiale può recare in sé tare genetiche o venire, in conse­guenza di traumi fisici, processi di intossica­zione o altro, leso in modo irreversibile. Nella tendenza all’autoconservazione, che caratterizza ogni sistema sia esso organico o bio-psichico, o sociale ed economico, il sistema di personalità in crisi per questi motivi si difende con pro­cessi tipici, che sono appunto l’oggetto specifi­co di studio della psichiatria. Sono i sintomi delle diverse forme morbose. Come si vede gli squilibri dovuti al primo grup­po di problemi, quelli che nascono dalla man­canza di modelli sociali di comportamento ade­guato, sono difficilmente curabili dallo psichia­tra. In tali circostanze, quando egli si trova di fronte a fenomeni di vasta disfunzione psichi­ca dovuta a motivi di fondo, socio-culturali, egli deve necessariamente ridursi a fare quello che fa un medico militare, quando accoglie i feriti che gli vengono spediti dalle trincee, e li rimet­te in sesto alla meglio per rimandarli a farsi ac­coppare. E’ triste questo fatto, ma è un fatto. Se vuole intervenire attivamente, infatti, lo psi­chiatra non può più limitarsi a fare lo psichia­tra, ma denunciando la situazione a chiare let­tere, assume la veste del cittadino responsabile, del riformatore sociale e del politico. In questa veste egli può essere un preziosissimo collabora­tore di coloro a cui, nel tessuto sociale, spetta il ruolo specifico di realizzare quei riadattamen­ti culturali e sociali che la situazione dinamica comporta: gli studiosi di scienze umane, per la parte della ricerca, e i politici, per la realizza­zione pratica dei risultati della ricerca stessa. Per quanto riguarda gli squilibri dovuti al se­condo gruppo di problemi, squilibri nel proces­so di inculturazione e di origine organica, ben­ché mai si debba ignorare che si verificano in uomini che hanno necessariamente una dimen­sione socio-culturale, essi sono tuttavia l’ogget­to specifico delle cure psichiatriche in senso stretto. E se si tiene conto del fatto della na­tura bio-psichica del sistema di personalità, è possibile trovare anche un punto d’incontro fra il discorso degli analisti e degli psichiatri di origine organicistica che in realtà non si esclu­dono affatto fra di loro.
Per riassumere questi concetti, che si propon­gono di offrire modelli concettuali per un di­scorso interdisciplinare, mi sia permesso fare ricorso ad uno schema grafico che, con tutte le ovvie limitazioni di questi schemi, può es­sere un utile strumento per visualizzare e me­morizzare il discorso che si è fatto. (Vedi sche­ma 1).
In questo schema è rappresentato l’insieme dei tre sistemi della cultura, personalità e società, innestati nel terreno bio-fisico che ne è la base portante. Il sistema di personalità incorpora una certa porzione di sapere collettivo (cultura) che lo fornisce dei modelli operativi adatti ad inserirsi positivamente nella vita sociale. In condizione di omeostasi, quando i tre sistemi sono coordinati, integrati e funzionali, l’azione in cui si manifesta il comportamento dell’indivi­duo può essere rappresentata dal vettore A + : azione compiuta con successo e attraverso la quale l’individuo assolve al suo ruolo sociale. In questo secondo schema rappresentiamo invece la condizione dei sistemi in contrasto con la situazione dinamica, e cioè integrati, coordinati, ma non funzionali. (Vedi schema 2).
In questo caso l’azione dell’individuo, guidata da modelli anacronistici, va incontro alla con­dizione di scacco X e si riflette negativamente sul sistema di personalità con il vettore A – .
A questo punto la reazione dell’individuo può as­sumere una caratteristica opposta. L’individuo può reagire creando un nuovo modello, proces­so raffigurato dal vettore che muove da 0, si volge verso l’alto e ritorna nella sfera della cul­tura. Questo nuovo modello è in condizione di orientare un nuovo tipo d’azione, guidata da un nuovo tipo di esperienza, che non solo s’in­serisce nel contesto sociale, ma lo trasforma, por­tando più innanzi i confini del sistema (vettore A +).
L’altro genere di reazione, caratterizzata dal rifiuto della sfida posta dalla situazione, si manifesta in un comportamento regredito, di­fensivo a livello inconscio (vettore B). E’ la rea­zione nevrotica, in conseguenza di fattori socio­culturali e di situazione. Lo stesso schema può essere usato per la rappresentazione grafica dei fenomeni di disfunzione del sistema di personalità non dovuti a cause socio-culturali e collet­tive, e cioè alla carenza di modelli adatti alla vita in trasformazione, ma a un difetto di fun­zionamento del sistema di personalità dovuto al processo educativo, o a lesioni o insufficienze organiche. In tal caso non si può avere il vet­tore ascendente da O, che indica l’operazione di invenzione di nuovi modelli, ma solo il vet­tore discendente B, che consegue alla serie di frustrazioni rappresentate dal vettore A -, e che si manifesta nella fenomenologia morbosa. Que­sta fenomenologia ha la stessa apparenza di quella derivante da origini socio-culturali col­lettive. Ed infatti essa è una manifestazione di difesa contro un’unica condizione, che è quella dell’ansietà, che si crea sia in un caso come nel­l’altro. Ma mentre le prime forme non possono trovare soluzione se non attraverso operazioni di rinnovamento culturale (vettore A + ascen­dente), le seconde possono essere curate indivi­dualmente con diverse possibilità di successo. A questo proposito, sia detto per inciso, l’antropologia culturale può fornire talune conoscen­ze circa la funzione di pratiche e rituali propri di gruppi arcaici, che non sono senza valore nell’interpretare certi comportamenti tipici dei ma­lati.
I concetti espressi in forma assai sintetica e sche­matica nelle pagine che precedono ci permet­tono di impostare un discorso più concreto sulla distinzione fra individuo normale e ammalato di mente. L’uomo « sano » di mente è colui il quale si mo­stra capace di adattamento attivo alla situazio­ne in cui vive. Egli è cioè dotato di modelli ade­guati ai suoi problemi, attraverso i quali li rico­nosce, o è in grado di reagire attivamente di fronte all’ignoto creandone di nuovi attraverso i quali dargli un nome, e lo viene così a co­noscere. La sola frustrazione di cui soffre è quel­la normale a tutti, che deriva da due necessarie condizioni della vita umana: la prima è data dal carattere generale e medio dei modelli cul­turali, che non si adattano mai del tutto, come un vestito su misura, a chi li adotta, perché co­stui ha una sua base genetica e una sua storia particolare che lo fa essere un unicum, e l’al­tra è data dalla dinamica della situazione, che crea le sfasature di cui si è detto, fra modelli e problemi, frustrazione questa dalla quale ha vi­ta il pensiero nuovo. Se questa dose normale di frustrazione è una malattia, ebbene allora essa è una malattia veramente connessa con l’esser uomo. Ma è una malattia di cui si guarisce ad ogni istante. E il risultato di questa guarigione è ciò che chiamiamo l’« io », se consideriamo che esso non in altro consiste se non nel felice ri­sultato di un’operazione attraverso la quale con l’ausilio dei modelli cognitivi e operativi di cui è costituito, l’uomo pone sotto controllo la situazione in cui vive, se ne costituisce sog­getto, e ne fa l’oggetto della sua conoscenza e della sua azione efficace. Un sistema di perso­nalità di questo tipo apporta caratteristiche fe­lici all’uomo che ne è il portatore: questi ap­pare sereno, fiducioso, dotato di senso critico in modo costruttivo e di gusto per la vita, è di­sponibile, aperto e facile nello stabilire rappor­ti interpersonali fecondi, accessibile alla critica altrui, dotato di un profondo senso di solida­rietà umana.
II sistema di personalità che rende un uomo incapace di adattamento attivo è ciò che finisce col fare di quell’uomo un malato. In tal caso, e per i più diversi motivi, il sistema si mostra disfunzionale, e finisce, per autodifendersi, col farsi fine a se stesso ed ergersi come uno scher­mo contro la realtà, vietando all’io di manife­starsi nel modo che si è detto sopra. Invece di legare l’uomo al mondo, lo isola, usando tutte le possibili tecniche che sono i sintomi della malattia. L’uomo, anche quando non giunge al vero e proprio stadio morboso, si mo­stra insicuro, indisponibile, egocentrico, auto­ritario, intollerante e incapace di stabilire rap­porti umani fecondi. La vera e propria malat­tia appare con il manifestarsi aperto e chiaro dei sintomi dati dalle difese inconsce.
Si può fare lo stesso discorso per la società? Io non lo ritengo impossibile, ma inutile, perché sarebbe un discorso troppo generale e vago. Si può parlare di società « facili » o « difficili » o « dure » come dicono gli Arsenian in un loro la­voro, società che offrono all’uomo condizioni più o meno favorevoli per un adattamento attivo.
Un’analisi dei motivi di queste diverse condi­zioni è certamente utilissima, purché sia fatta su basi empiriche e su dati concreti, che riveli­no i motivi patogenici che esse contengono. Questo è proprio il compito che spetta agli stu­diosi di scienze sociali e agli antropologi culturali in particolare. Le conclusioni delle loro ricerche potranno anche venire sintetizzate sot­to generiche definizioni come quelle ricordate, ma ciò non porta avanti la ricerca. In genere le società che producono un maggior numero di disadattati sono quelle ad elevato ritmo di tra­sformazione, e ciò accade per lo sforzo* che esse impongono ai singoli per realizzare un adatta­mento attivo alla situazione dinamica. Ma non per questo tali società sono da dire malate, ben­sì rischiose, impegnative, o « dure », per ricor­dare il termine cui si è accennato, ma nelle qua­li vale tuttavia la pena di vivere.
Ha invece più senso forse l’uso del termine di società « malata » per indicare alcune società ri­gide, nelle quali i canali di autotrasformazione si sono bloccati, per la resistenza del sistema ai mutamenti imposti dalla situazione, che si pon­gono come fini a se stesse e sviluppano sul piano collettivo singolari forme di comportamento re­gredito, che riprendono temi propri di società molto arcaiche. I rituali nazisti, ad esempio, e il connesso culto del sangue tedesco, le opera­zioni di aggressività distruttiva proiettata su de­terminati gruppi etnici, sono fenomeni che danno da pensare e sembrano quasi giustificare l’uso del termine malattia. Per quanto riguarda il Terzo Reich, si è trattato di una forma di to­tale disfunzionalità (incoerenza con la situa­zione storica) di un intero sistema socio-cultu­rale, che non per questo ha cessato di essere funzionante, ma lo era in base ad una logica di tipo delirante collettivamente accettata come valida. Questi casi meriterebbero una maggiore attenzione da un punto di vista della ricerca di psicopatologia sociale.
Queste note hanno un taglio particolare, e met­tono in parentesi una gran quantità di elementi di specifico interesse psicologico e psichiatrico. Il quadro delineato del sistema di personalità non accenna ai fattori dell’istinto, tempera­mento, affettività e via dicendo, né alla dina­mica interna di questi elementi. Ma ciò è stato fatto di proposito per offrire ai colleghi stu­diosi uno schema di discussione estremamente semplificato, onde servire come base per possi­bili convergenze, dalle quali il quadro dei pro­blemi possa risultare più chiaro e completo at­traverso un organico lavoro di gruppo. Si è voluto cioè proporre solo un minimo denomi­natore comune concettuale per un discorso interdisciplinare ancora tutto da fare.

il "A sudden Excess of Desire" di Mark Strand, anche in ricordo di Tullio Aymone

Nello sguardo poetico di Mark Strand ricorre spesso il tema dell’  “ero stato” o quello, complementare, di “in un’altra vita”.

Prendo ad esempio Ero stato un esploratore polare:

Ero stato un esploratore polare in gioventù
e avevo trascorso innumerevoli giorni e notti a ghiacciare
di luogo deserto in luogo deserto. In seguito,
lasciai le spedizioni e rimasi a casa,
e lì crebbe in me un improvviso eccesso di desiderio,
come se un fulgido torrente di luce simile a quello che si vede
dentro un diamante mi attraversasse.
Riempivo pagine e pagine con le visioni di ciò che avevo osservato –
mari ruggenti di pack, ghiacciai immensi, e il bianco degli iceberg sferzato dal vento. Poi, senza altro da dire, smisi
e fissai lo sguardo su ciò che era vicino. Quasi immediatamente
un uomo in cappotto scuro e con un cappello a larghe tese
comparve sotto gli alberi davanti a casa.
Il modo in cui fissava davanti a sé e stava lì,
ben piantato sui piedi, con le braccia abbandonate lungo

i fianchi, mi fece pensare che lo conoscevo.

Ma quando alzai la mano a salutarlo
egli fece un passo indietro, si volse e cominciò a svanire

            come il desiderio intenso svanisce finché nulla ne rimane.in : Mark Strand, Uomo e cammello, nella traduzione di Damiano Abeni, Mondadori, 2007
In questi giorni, per quelle filiformi coincidenze propiziate dalla rete, mi è arrivato un messaggio che mi ha scaraventato dentro una fase della mia altra vita.
E vengo irrimediabilmente preso dal sudden excess of desire di costellarmi questo pezzo di passato.

Leggo con troppo  ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone (1931-2002, 71 anni). “Prematuramente scomparso”, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere  a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per  loro chi faceva lezione e chi ci andava era un “nemico asservito al capitalismo” (“maturo”, naturalmente). 

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile. Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro,  Eugenio Garin . Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro. In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo  cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale. Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti. Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee. Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario. Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica. 

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971,  dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile: 

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

 “Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa  e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche. Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica,  c’erano azioni di  mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca. Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho  tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza, ma centinaia fra articoli, relazioni a convegni, tracce per guppi di lavoro, progetti. Il suo ruolo di sociologo se lo è giocato giorno per giorno, intrecciando solide teorie e azione pratica. Intendo dire che lui organizzava la sua vita attorno all’agire nelle situazioni sociali, che fossero le periferie urbane, o le scuole dell”hinterland di Milano, o gli amministratori locali o, ancora, le culture dell’Amazzonia. E su questo costruiva i suoi saperi, talvolta concettualmente ardui.

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili le sue tracce frammentarie:

Forse qualcuno rintraccerà a sua volta queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

 

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque  volesse  inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

è morto Tullio Aymone (1931-2002), 22 maggio 2003

Como 21 maggio 2003

Leggo con troppo ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez – Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone.

Prematuramente scomparso, dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da “cattivi maestri” cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal “pensiero forte”.

L’ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l’attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente “occupavano” ogni spazio fisico e mentale dell’Università. Per loro chi faceva lezione e chi ci andava era un nemico.

In questa fotografia parlo con Tullio Aymone, presumibilmente nel 1970 (e quella lì davanti era la mia fiat cinquecento):

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile.

Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l’importanza della storia, cioè della necessità di “storicizzare” ogni evento (l’educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, …); il ruolo del sociologo come “operatore del sociale”; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro, Eugenio Garin .

Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L’ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro.

In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo cosa è l’ “immaginazione sociologica” e cosa può voler dire essere “impegnati” nella storia collettiva ed individuale.

Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti.

Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell’educazione nelle società europee.

Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario.

Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica.

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971, dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l’introduzione ?

Agli inizi degli anni ’70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l’Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ….) e io avrei voluto fare qualcosa di simile.

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell’argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

“Occupati delle Usl e di politiche sulla salute” mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l’ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche.

Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell’asprezza della vita politica, c’erano azioni di mutuo aiuto.

Poi l’ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca.

Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza. Il suo lavoro di sociologo è stato pratico-teorico. Cioè molto legato all’operare, anche se sostenuto da teorie e riferimenti solidi.

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili queste tracce frammentarie.

Forse qualcuno rintraccerà queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a “scolpire” ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque volesse inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

altri ricordi su Tullio Aymone sono qui:

Oggi sento che devo fissare alcuni momenti del film che è il mio percorso di vita.

Como, 27 giugno 2000

Oggi sento che devo fissare alcuni momenti del film che è il mio percorso di vita.

Ho la coscienza forte di avere conosciuto persone notevoli. Che hanno vissuto al loro meglio, ritagliandosi un piccolo spazio personale nel mondo e nella loro traiettoria esistenziale.

Devo ricordare, nella sua drammatica distruttività delle persone che le sono state intorno, la M. Z.. Mi ha fatto ricercare e conoscere la letteratura moderna. Come Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, che ho letto sulle dispense di Epoca, che mio padre collezionava

Il professor Visconti. Visconti Dante, ma per sempre “il professor Visconti”. La sua ironia, il suo disincanto, la sua simpatia, il suo scrupolo storico. Le sue lezioni: davvero magistrali, da registrare e tenere per tutta la vita. Ma perse, purtroppo. A sedici anni non ne apprezzavo il valore. Peccato: con quelle potrei capire il Cinquecento italiano ed europeo. I grandi passaggi d’epoca.

Tullio Aymone. Che mi ha reso comprensibile l’impegno universitario. Che nella strana confusione di Trento ha costituito un’isola di riflessione. Che indirettamente mi ha spinto sulla strada dello studio dei servizi, con cui mi sono guadagnato da vivere. Fra le cose che ricordo di lui è una passeggiata a Bologna, dove in una piazza mi ha additato il caracollante A., che camminava contornato dai suoi allievi.

Laura Conti. Intelligentissima e coltissima. Divertentissima. Studiosissima. Tutta issima. Un pezzo di storia del Partito comunista italiano, che ho avuto la fortuna e il privilegio di accostare. Che ho perso proprio negli ultimi anni della sua vita, quando lei non ha accettato che una parte fondamentale di sé dovesse cambiare orizzonte.

C.R. , che mi ha aiutato a rinascere. Fondamentale, senza di lui la mia strada sarebbe stata diversa. Mi ha accompagnato per un lungo pezzo di vita, fino a quando ho avuto la fortuna, con Luciana, di cambiarla. Un fratello generoso che ho potuto avere vicino. Nella giusta distanza che aiuta a crescere. Con lui ho potuto ri-scolpire i miei vent’anni e apprezzare il buono dell’infanzia. Questo camminare si è interrotto su un sogno che parlava della necessità di conciliare tutte le parzialità e di accettare queste isole. Magari facendo lo sforzo di costruire qualche ponte.

Ci sono anche altri che in questo momento non ricordo. Forse la F.O.M.: che invidio con piacere. Con lei sono solo contento di condividere le acque del lago di Como.

Lontano e inaccessibile c’è Massimo D’Alema. Forse conoscerlo di persona sarebbe stato deludente. Non so. Ma va bene così: mi piace seguire la sua biografia. La sua saldatura fra vita privata e vita pubblica.

Ma oggi ho incontrato P.S.. E’ da lui che arriva questo impellente bisogno di scrivere. Anche lui eccezionale. Stranamente eccezionale. Lo conosco poco. E’ abbastanza logorroico e definitivo con le sue idee. Ma sono contento di averlo incrociato sui rami della musica jazz. Mi colpiscono le sue svolte e come ha conciliato parti della sua personalità. Pittore fino al 1973, quando vedendo il quadro di Van Gogh con i corvi ha capito che stava morendo una parte di sé. Allora ha dipinto tutto quello che poteva, per concludere quella fase della sua vita. Trent’anni fa! Per vivere è diventato pittore di tessuti. Per lui era impossibile trasferire le tele di quadro in questo nuovo ambiente. E ha rinunciato ai quadri. Ha salutato una parte di sé. Poi è arrivata la musica. Ha fondato una casa editrice che ha lanciato i jazzisti italiani. Allora ha cominciato a fare copertine bellissime degli LP. Poi, quando sono arrivati i CD, c’era poco spazio per le sue immagini ampie. Ha continuato a fare copertine, col rimpianto di non potere più fare come prima. Ma ha fatto lo stesso cose belle. Ora è malato, forse capisce che prima o poi finisce il suo tempo. Non è contento, come tutti, credo. Ma è bello come ha detto: “Bisogna fare ciao a tante cose che si poteva fare prima”

Il sogno di Tullio Aymone, 26 novembre 1991

Da Milano in un paese diverso.

Sento la voce di Tullio Aymone. Chiedo di salire. La stanza è povera. Lui non c’è. Mi sento umiliato e preso in giro.

Scendo. Vedo sulla finestra una donna bionda. Più avanti una donna nera: “Sei al capolinea”

Rido felice.

Ritorno nella stanza di Aymone. Ora è arredata.

Sono più sereno.

Improvvisamante lui compare. Ma non è lui, ma un uomo che assomiglia a C.R. .

Mi suggerisce un libro su Gorbaciov e San Francesco, il cui titolo mi sembra: “Il settore come vita tecnologica”.