da un sogno: la cultura di un giardino

LUOGHI del LARIO e oltre ...

Radici

Tronco

Rami

Foglie e loro colori nel tempo

Parlano” e comunicano attraverso le trasformazioni

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https://coatesa.com/category/genius-loci/giardino-genius-loci/

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La ROSA di ottobre e PARMENIDE

l’essere è e non può non essere;

il non essere non è e non può in alcun modo essere

in Parmenide, Sulla natura, a cura di G. Reale, Bompiani

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https://coatesa.com/2021/10/16/la-commovente-voglia-di-vivere-il-suo-tempo-di-una-rosa-15-ottobre-2021/

https://coatesa.com/2021/10/22/un-bocciolo-di-rosa-che-vuole-vivere-il-suo-tempo-che-resta-17-ottobre-2021/

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri – pubblicato in TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri

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TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri – TartaRugosa

Il libro delle case, di Andrea Bajani, Feltrinelli, 2021

l’incipit de «Il libro delle case» di Andrea Bajani (Feltrinelli, pp. 256, euro 17): la storia di un uomo – chiamato Io e raccontato in terza persona– attraverso le abitazioni in cui ha vissuto.

vai alla scheda dll’editore

https://www.lafeltrinelli.it/libri/libro-case/9788807034336?productId=9788807034336

Casa del sottosuolo, 1976
La prima casa ha tre stanze da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno. La stanza da letto dove dorme il bambino, che per convenzione chiameremo Io, è in realtà uno sgabuzzino con una brandina. È un po’ umido, come del resto tutta la casa. Non ha finestre ma è confortevole ed è vicino alla cucina. L’acciottolio delle stoviglie, il toc toc regolare del coltello sul tagliere, il getto d’acqua prolungato nel lavello sono probabilmente tra i primi ricordi di Io, anche se non se ne ricorda. Così come non ricorda il tonfo ammorbidito dello sportello del frigorifero che si chiude, o la resistenza a strappo di quando viene aperto. È la piccola polifonia della cucina: percussioni di metalli con contrappunti di ceramica, getti idrici, ronzio del frigo, la ventola della cappa sopra i fuochi.

La casa è sotto il livello della strada. Per accedere all’appartamento bisogna scendere al primo piano sotterraneo prendendo per una scala a spirale, oppure utilizzando l’ascensore. L’odore che si respira nell’androne, da cui parte una striscia di tappeto rosso che si avvia verso le scale, è molto diverso da quello che si respira al piano sotto, dove l’umidità ha diffuso per l’ambiente un sentore di cantina. Le cantine, del resto, sono allo stesso livello dell’appartamento di Io, insieme a due porte in legno massiccio, oltre le quali vivono famiglie imprecisate.

La Casa del sottosuolo non è però tutta sotto il livello della strada. La sala da pranzo, la cucina, il bagno e le camere da letto affacciano infatti su due cortili interni. Sala, cucina e bagno su un lato, le camere sull’altro. I cortili interni, o giardini di cemento, sono incassati in mezzo a una serie di condomini a cinque o sei piani costruiti negli anni cinquanta e sessanta del Millenovecento.

Uscendo in cortile non si può che alzare il collo. La nonna di Io — d’ora in avanti Nonna — ogni mattina compie la medesima procedura: esce, distende il collo e guarda in verticale fino al cielo per vedere che tempo fa. Poi rientra.

Stando dentro la Casa del sottosuolo si ha l’impressione che fuori sia sempre nuvoloso. Le finestre che affacciano sui due giardini di cemento non sono sufficienti a far arrivare il giorno nelle stanze. Per questo nella casa si entra accendendo un abat-jour in corridoio.

In quell’oscurità Io compie i suoi primi movimenti. Gli oggetti e il mobilio spingono le loro ombre sul pavimento, sconfinano, allagano l’appartamento; salgono sui tavoli, sui davanzali, sulla cesta di frutta di ceramica sempre esposta al centro della tavola. Io impara a muoversi tra quelle ombre, a calpestarle, a esserne travolto. Gattonando per la casa, a volte scompare dentro un’ombra, o lascia fuori solo una mano, oppure un piede, che se ne stanno abbandonati nel chiarore: Io viene fatto a pezzi dall’oscurità, lascia pezzi di sé sopra il tappeto.

Nella Casa del sottosuolo le luci vengono spente soltanto per dormire o quando si va via: lo spazio viene riconsegnato al buio, suo elemento naturale. Quattro mandate, vociare per le scale e poi silenzio. Le ombre a quel punto si sfilano dagli oggetti per intero, si buttano sul pavimento, sottomettono ogni centimetro, conquistano la casa.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano. Prima edizione ne «I Narratori», febbraio 2021.

Concita De Gregorio su la Repubblica: «L’autore del Libro delle case (Feltrinelli), Andrea Bajani, ha lavorato molti anni a riscattare dalla memoria – chissà che pegno ha pagato – la geografia delle case che in due-tre pagine per una ci riporta. Foto di un momento, costate anni: […] Casa di materasso, coi nomi degli studenti scritti a penna sul citofono, e Casa dell’armadio, dove vivono Moglie con bambina, moglie che ancora non è moglie ma è già madre, e Casa di Parenti, e Casa della Radio. Casa di Poeta, dove qualcuno ha staccato le spine della tv perché la madre non veda la carneficina del figlio, e Casa di Prigioniero, dove ora vive una donna che dorme nella stanza che fu del Politico una cella, una nonna che lì dove resta sul parquet l’impronta di un muro accoglie i nipoti a giocare. Casa dell’adulterio è una stanza sola, e sono tornata cento e mille volte in questi giorni dentro quella stanza, la porta chiusa sul resto della casa coniugale inviolabile, abitata da Famiglia. C’è stato un tempo, molti anni fa, in cui frequentavo una Casa che nel silenzio delle sere interrogavo: cosa sai tu? cosa hai visto? Di quanti pensieri e lacrime e gemiti e risate sei custode? Di quanti segreti: dimmi. La casa – “i muri i battiscopa i letti i comodini, i pensili in cucina”, scrive Andrea, che oggi vive a Houston – è una testimone che ci guarda in silenzio. Ci entriamo, ci spogliamo della visione che vogliamo dare agli altri. Solo la casa ci conosce».

Paolo Ferrario presenta il libro: PIETRO BERRA, I laghi delle stelle. Itinerari cine turistici d’acqua dolce in Lombardia, New Press edizioni, 2019. A Nesso (Lago di Como), 24 agosto 2019

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per l’intero incontro vai a:

video della presentazione di : PIETRO BERRA, I laghi delle stelle. Itinerari cine turistici d’acqua dolce in Lombardia, New Press edizioni, 2019. A Nesso (Lago di Como), 24 agosto 2019

Paolo Ferrario, ATTIMI DI LUOGO, Amaltea di Coatesa, 1992-1995

qui Paolo Ferrario, ATTIMI DI LUOGO, Amaltea di Coatesa, 1992-1995 in formato pdf:

ATTIMI LUOGO MIEI HAIKU

 

 

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Passeggiata da brivido. A Nesso seguendo Hitchcock e Leonardo, percorso culturale con Pietro Berra, 25 giugno 2017 – dal blog COATESA SUL LARIO … e dintorni

percorso culturale con Pietro Berra
L’orrido, con il suo impetuoso intreccio di cascate e corsi d’acqua, il ponte della Civera, sospeso da secoli tra il lago e la cascata del torrente Nosée, le stradine di sasso ricche di “passaggi segreti”: il fascino di Nesso ha catturato due uomini con la passione per il mistero come Alfred Hitchcock, che qui ambientò alcune scene del suo primo film “Il labirinto della passione” (1925), e Leonardo da Vinci, la cui attenzione fu catturata dalle acque dell’orrido, così come, pochi chilometri prima, sulla stessa sponda del Lario, dalla singolare intermittenza della fonte Pliniana. Cammineremo sulle tracce di questi due grandi uomini per scoprire le caratteristiche di un paese tra i più affascinanti del Lago di Como e terminare con una lettura si poesie, che autori del passato e del presente hanno tributato al “massimo Lario”, come lo definì Virgilio.
Il programma della giornata:
– Partenza da Como con il battello alle ore 10 (ritrovo in piazza Cavour dalle 9.30)
– Visita al primo set hitchcockiano, il Ponte della Civera, e alla cascata che impressionò Leonardo, formata dalla confluenza dei torrenti Tüf e Nosè
– Pranzo a base di lasagne, ispirato al film “Il ladro” di Hitchcock (1956), presso l’Hotel/Ristorante Tre Rose con terrazza vista lago. Il menu include: lasagne vegetariane, bibita o acqua, meringata e caffè.
– Dopo pranzo visita alla chiesa di San Pietro e Paolo, consacrata nel 1095 da Papa Urbano II e sul cui sagrato girò una scena Hitchcock e alla frazione di Borgovecchio, terzo e ultimo set de “Il labirinto della passione”
– Visita alla frazione Coatesa con lettura di poesie dedicate al lago di Como e al cinema, a cura di Pietro Berra e Vito Trombetta, in uno spettacolare giardino privato a terrazze affacciate sul lago, aperto eccezionalmente al pubblico per l’occasione dai proprietari Paolo Ferrario e Luciana Quaia
– Ritorno con il battello delle 17.48 (arrivo a Como alle 18.33)
L’iniziativa è realizzata in collaborazione tra Passeggiate Creative, Comune di Nesso e Lake Como Film Festival
Guida il percorso Pietro Berra, giornalista e scrittore, con interventi di due esperti di storia locale, Gianfranco Garganigo e Paolo Ferrario
COSTI E ISCRIZIONI
La quota di partecipazione è di 30 euro (11 euro il battello con tariffa comitiva e 19 il pranzo, coperto incluso) per gli adulti e di 25 euro per i ragazzi fino a 12 anni (non compiuti), che verranno versati al momento del ritrovo il giorno 25 giugno. Iscrizione obbligatoria, dal 5 giugno al 20 giugno, attraverso il sito www.passegiatecreative.it. Cento i posti disponibili. Per informazioni: info@passeggiatecreative.it, 3298653730.

Sorgente: (6) Passeggiata da brivido. A Nesso seguendo Hitchcock e Leonardo

Sorgente: Passeggiata da brivido. A Nesso seguendo Hitchcock e Leonardo, percorso culturale con Pietro Berra, 25 giugno 2017 – COATESA SUL LARIO … e dintorni

GASTON BACHELARD, … La casa è il nostro angolo di mondo è il nostro primo universo …

La casa è il nostro angolo di mondo

è il nostro primo universo.

Essa è davvero un cosmo, nella piena accezione del termine. Non è forse bella la casa più modesta, se la guardiamo dal punto di vista dell’intimità?

Gaston Bachelard, La poetica dello spazio

 

 

da TartaRugosa ha letto e scritto di: GASTON BACHELARD (1975) La poetica dello spazio, Traduzione di Ettore Catalano, Edizione Dedalo Bari

GISELLA AZZI, Una casa ferita a morte, in Il bottegone, impressioni di vita comasca, Casa editrice Cairoli, Como, 1968



tratto da:

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La casa, di Roberto Deidier, da Poesia in Rete di Titti Deluca

Il sole scende dietro i piatti sporchi.
Il lavandino è un porto di liquami.
E nella penombra nuova
L’occhio inventa le sagome
Di chi un tempo è passato in queste stanze.

Sono stata spesso ostile ai miei inquilini.
Mi sono aperta di crepe
Come fossi la faccia della morte.
Ho lasciato che le luci si spegnessero
Senza riaccendersi. I letti erano freddi
E al mattino nascondevo tutta l’acqua.

L’agente illustra i pregi,
Ampiezza metratura posizione.
Prezzo accomodante, eppure avverto
Arrendevolezze inospitali,
La fatica che costa appartenere.

Questa casa, sono stato questa casa.
Un tempo, una volta, una vita.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

Sorgente: La casa – Roberto Deidier « Poesia in Rete

Heimat

La parola di oggi è: Heimat

Questa è una delle parole aggiunte nello Zingarelli 2016. ​Lo Zingarelli 2016 contiene le parole e le accezioni nuove più importanti della lingua italiana.

SILLABAZIONE: Hei–mat
Heimat / ˈaimat, ted. ˈhaemaːt/
[vc. ted., propr. ‘patria’, da Heim ‘casa’ 1985]
s. f. inv.
● nella cultura tedesca, patria, intesa come paese, terra, casa natale o come luogo delle proprie radici
La parola è tratta da:
lo Zingarelli 2016
Vocabolario della lingua italiana
di Nicola Zingarelli
Zanichelli editore

Régis Debray, Elogio delle frontiere

Régis Debray, Elogio delle frontiere.

“Che sia utile mettere in rete il mondo non significa che si possa abitare questa rete come un mondo. Impossibile, in mancanza di dirimpettai, fare di un luogo di passaggio un luogo di soggiorno. Nessuno di fronte – come porsi senza opporsi? Una comunità senza esterno che la riconosca o l’affronti non avrebbe più luogo d’essere, così come una nazione unica vedrebbe svanire il suo inno nazionale, la sua squadra di calcio o di cricket e perfino la sua lingua. Un individuo morale ha un perimetro, altrimenti non è”.

Paolo Ferrario, riflessione notturna dopo: IL LAGO MAESTRO, monologo di Giuseppe Guin, orchestra ensemble Marco Fusi, al Teatro Sociale, giovedì 16 gennaio 2014 fra le 20 e 30 e le 22 e 30

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Sono di ritorno da:
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E’ bello vedere e trovare qualcuno che ha ben compreso la “potenza” di luogo del Lago di Como.

Le due torrette della ex cava di Faggeto assomigliano tanto al meditabondo ponte della Civera:

In questi angoli di mondo, dove si arriva solo a piedi o in barca, si può essere presi dallo “spleen”, quella specie di malinconia che assomiglia ad un tango. Occorre lasciarsi andare però. Occorre provare a perdere il controllo sulla situazione di vita.

In  questi anfratti, dove conta lo sciabordio delle onde, o le notti di stelle, o gli occhi degli uccelli notturni, si trova, se lo si vuole trovare,  quello che gli antichi chiamavano Genius Loci.

Lo spazio ed il tempo sono le categorie essenziali per la stessa nozione di esistenza: ogni percezione di sé e del mondo si realizza nello spazio ed anche le rappresentazione mentali e culturali si realizzano in…

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Emanuele Severino: “si E’ a casa”

Un altro amico, e fraterno, se ne è andato.

Dove?

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davvero.

Si è «a casa».

Sin da prima dell’inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno; la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. 

Stando là fuori diciamo: «Ecco il mondo; questa è la vita che ci è toccata». Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti delle ombre e dal gelo della brughiera.

Una povera favola? Non direi; ma una metafora sì: dello Spettacolo che da gran tempo tento di indicare. (Il tentativo è delle parole, non di ciò che esse indicano).

da Emanuele Severino L’uomo in debito cerca la libertà, Corriere della sera 13 gennaio 2014

 

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La stanza che dà sul centro storico di Como, dicembre 2013

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davveroSi è «a casa»

Emanuele Severino

Musica e letture nella “confortevole tana” della stanza che dà sul centro storico di Como, 15 dicembre 2013

 

Opere citate nel video:

Anouar Brahem, C’est ailleur

Haruki  Murakami, Ritratti in Jazz

Basilio Luoni, El Natal

Davide Van de Sfroos, Perdonato dalle lucertole

Mauro Fogliaresi, Il cerchio di un addio

La domenica andavamo allo Zoo, di Carlo Pozzoni

Ascoltando Nat King Cole assieme ad HARUKI MURAKAMI nella “confortevole tana” che dà sul centro storico di Como, 8 dicembre 2013

South Of The Border (Down Mexico Way)

La canzone preferita nei pomeriggi da Shimamoto, che i due ragazzi ascoltano senza comprendere le parole, immaginandole più interessanti di quanto non siano. Si tratta del classico brano country reso celebre da Frank Sinatra e interpretato da moltissimi altri cantanti, e del quale esiste anche una nota versione italiana (Stella d’argento). Non risulta però una versione interpretata da Nat King Cole, si tratta infatti di un errato ricordo di Murakami, da lui stesso ammesso nel libro “Portrait of Jazz”

Murakami dice nel libro Portraits of Jazz:

“Someone pointed out to me that Nat Cole had never sung(at least recorded) the song. I couldn’t believe him and looked into Cole’s discography. To my surprise he never ever sang it. He made several albums of Latin songs, but it is not included in them. Then it follows that I wrote a book based on a recording that never existed. But (I’m not trying to defend myself) I feel it was not so bad after all, for you “breathe air in the world which does not exist anywhere” when you read novels.”

“Qualcuno mi ha fatto notare che Nat Cole non ha mai interpretato né inciso questa canzone. Non potevo crederci ed ho consultato la discografia di Cole. Con mia grande sorpresa (ho appurato) che non l’ha mai cantata. Ha fatto molti album di musica latina, ma non è inclusa in nessuno di essi. Quindi ne consegue che ho scritto un libro basato su una registrazione che non è mai esistita. Ma (e non sto tentando di difendermi) penso che non sia una cosa così negativa, dopo tutto, perché in fondo voi quando leggete un romanzo “respirate un’aria del mondo che non è mai esistita da nessuna parte”.

(tratto da http://www.musicaememoria.com/a_sud_del_confine.htm)

Ascoltando Nat King Cole assieme ad Haruki Murakami nella stanza sul centro storico di Como, 8 dicembre 2013

South Of The Border (Down Mexico Way)

La canzone preferita nei pomeriggi da Shimamoto, che i due ragazzi ascoltano senza comprendere le parole, immaginandole più interessanti di quanto non siano. Si tratta del classico brano country reso celebre da Frank Sinatra e interpretato da moltissimi altri cantanti, e del quale esiste anche una nota versione italiana (Stella d’argento). Non risulta però una versione interpretata da Nat King Cole, si tratta infatti di un errato ricordo di Murakami, da lui stesso ammesso nel libro “Portrait of Jazz”

Murakami dice nel libro Portraits of Jazz:

“Someone pointed out to me that Nat Cole had never sung(at least recorded) the song. I couldn’t believe him and looked into Cole’s discography. To my surprise he never ever sang it. He made several albums of Latin songs, but it is not included in them. Then it follows that I wrote a book based on a recording that never existed. But (I’m not trying to defend myself) I feel it was not so bad after all, for you “breathe air in the world which does not exist anywhere” when you read novels.”

“Qualcuno mi ha fatto notare che Nat Cole non ha mai interpretato né inciso questa canzone. Non potevo crederci ed ho consultato la discografia di Cole. Con mia grande sorpresa (ho appurato) che non l’ha mai cantata. Ha fatto molti album di musica latina, ma non è inclusa in nessuno di essi. Quindi ne consegue che ho scritto un libro basato su una registrazione che non è mai esistita. Ma (e non sto tentando di difendermi) penso che non sia una cosa così negativa, dopo tutto, perché in fondo voi quando leggete un romanzo “respirate un’aria del mondo che non è mai esistita da nessuna parte”.

(tratto da http://www.musicaememoria.com/a_sud_del_confine.htm)

dal primo pomeriggio alla sera da una stanza del centro storico di Como, 1 dicembre 2013

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davveroSi è «a casa»

Emanuele Severino

Il cielo in una stanza del centro storico di Como, al suono di Danilo Rea e al canto di Gino Paoli

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davveroSi è «a casa»

Emanuele Severino

LEGNA E CENERE: l’apparire dell’esser sè di Emanuele Severino nella tavernetta con il camino acceso | da COATESA SUL LARIO … e dintorni

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disegno di Nanà Dalla Porta in:

GALIMBERTI UMBERTO, MERLINI IRENE, PETRUCCELLI MARIA LUISA, PERCHÉ? 100

Fragranze

… correvamo a testa bassa senza perdere il controllo col terreno

aiutandoci con le mani e col naso a trovare la strada,

e tutto quello che dovevamo capire lo capivamo col naso prima che con gli occhi,

il mammuth il porcospino la cipolla la siccità la pioggia

sono per prima cosa odori che si staccano dagli altri odori,

il cibo il non cibo il nostro il nemico la caverna il pericolo,

tutto lo si sente prima col naso, tutto è nel naso,

il mondo è il naso …

 

Il nome, il naso in: Italo Calvino,1986, Sotto il sole giaguaro, Garzanti

 Lungo il margine del sentiero che conduce all’orto, quello stesso dove la primavera si annuncia col colore giallo , ora che i bulbi nel buio tepore della terra riposano in silenziosa attesa, tutto, ora, è nel naso, quasi prima che negli occhi.

L’umido della terra che evapora sotto i raggi del sole trascina con sé zefiri profumati, distillati di fragranze densi e robusti.

In quello stretto lembo di terra hanno infatti trovato collocazione, senza una precisa intenzionalità, gli unici tipi di arbusto che prediligono lo sviluppo ricadente, piuttosto che l’allargamento a cespuglio.

L’esposizione solare, inoltre, lo ha designato come luogo propizio per la crescita delle rose, quelle ad alberello, scelte affinchè l’ingombro non fosse d’intralcio al passante.

Nella stagione estiva, dunque, lì nei dintorni, le nari si impregnano di intensi aromi e gli occhi si riempiono dei variegati colori.

Salvie, rosmarini, lavande si affacciano al bordo del pietroso muretto, abbandonando i lunghi bracci verso il sentiero sottostante, mentre le rose si slanciano verso il cielo, schiudendo pigramente i carnosi petali.

Di nuovo torna il colore viola, cui si accompagnano il rosso, il giallo, il bianco, l’arancio, il rosa dell’omonimo fiore.

Il profumo è sospeso nell’aria, ma per esso l’etere ancora non ci aiuta …

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CAT HOSPITAL, di Luciana Quaia

Poco meno di trent’anni fa, al cospetto di quello che sarebbe diventato il nostro luogo di vita in comune, ci trovammo a prendere una decisione definitiva: il nostro appartamento avrebbe avuto il minor numero di porte possibili.

La scelta sicuramente era condizionate dalle dimensioni e dalla disposizione dei vani. Mancando infatti il “riscontro d’aria”, tutti i locali della casa sono localizzati sul lato est dell’abitazione e si affacciano su un lungo e spazioso corridoio.

Bibliofili entrambi, non ci fu bisogno a quei tempi di grandi negoziazioni: il corridoio della zona “notte” avrebbe accolto un armadio lungo tutta la parete, cosicchè lo spazio di quell’ingombro avrebbe ceduto il posto alla gigantesca biblioteca che Paolo aveva appositamente progettato nel suo appartamento da single.

la biblioteca di Via Venturino:

A questo punto la porta che divideva il corridoio “giorno” da quello sequenziale costituiva un deciso ostacolo, poiché la sua apertura avrebbe interferito con la porta dell’armadio che là doveva essere collocato. Per cui, su suggerimento di un solerte geometra che raccoglieva i nostri desideri per costruire su misura il guardaroba con determinate caratteristiche, optammo per una porta a due battenti scorrevole atta a separare i due corridoi:

Porte del soggiorno, dello studio e della cucina, invece, eliminate.

Salvate in extremis quella della camera da letto e, più che altro per eventuali ospiti, quella del bagno.

Che c’entra tutto questo con il cat hospital del titolo?

C’entra, c’entra, eccome se c’entra.

Esattamente a partire dal 1997, quando nella nostra vita di coppia è entrata stabilmente Miciù.

A onor della precisione, già dal 1996 la nostra casa si era prestata a temporaneo cat hospital, quando in occasione della prima cucciolata di gatti osservata in diretta ad Amaltea, si prese la drastica decisione di sterilizzarne tre, poiché fra i cinque micini ben quattro erano femmine, (la quarta se l’era portata via un viandante, chiedendo l’autorizzazione al nostro sprovveduto vicino).

Peccato che in quell’epoca non eravamo in possesso di videocamera e di blog: la memoria con gli anni fa sfumare i dettagli dei ricordi. Ci chiediamo spesso infatti come avevamo potuto portare in un viaggio di sedici chilometri tre gatti di sei mesi in un’unica gabbia.

L’unica indelebile reminiscenza è l’odore nel tragitto e Paolo che, entrando in casa,  sbraita: “Tu resta qui” e si chiude nel bagno (la porta in quel momento si rivelò una provvidenza). L’altro ricordo netto sono io che, finita l’operazione di pulizia (tutte e tre le signorine in vasca) entro e con il phon procedo alla loro asciugatura. Ancora non riusciamo entrambi bene a ricordare come sia stato il decorso post-sterilizzazione. Paolo sa molto bene quello che è successo in ambulatorio, e la fatica del veterinario nel capire con chi si doveva procedere per non confondere le tre vispe bestiole che continuavano a farsi il girotondo intorno. Io ho un vago ricordo di loro tre che, con la coscia rasata da tacchine, corrono sullo schienale del divano, ma per quanto tempo proprio non rimembro.

Bene, arriviamo al 1997 e all’arrivo della piccolissima Miciù, tre mesi, in novembre. Aveva un pessimo aspetto in giardino, per cui decidemmo di portarla a Como per la visita veterinaria. Diagnosi di seria tracheite e terapia antibiotica per una settimana. Era la prima volta che un esserino così piccolo conviveva con noi, stava male e la tosse aspra e violenta le causava vomito. All’ora di andare a letto, guardai Paolo e dissi: “la porta della camera stanotte resta chiusa, prima che venga dentro e ci vomiti addosso”.
Avevo sottovalutato, o meglio non conoscevo affatto, la determinazione dei gatti. A mezzanotte e rotti, un gran graffiare alla porta con lamentoso gnaulio. “Lasciamola stare, vedrai che fra un po’ smette”. E infatti di lì a poco, di nuovo silenzio. Ma dopo pochi minuti, Miciù aveva adottato una nuova strategia. La porta della camera (segata per via della nuova piastrellatura del pavimento) presentava uno spiraglio sotto cui la furbissima malaticcia poneva le unghie a mò di leva  e, causando rumori sinistri che nel cuore della notte producevano un suono ancor più inquietante, si dava un gran daffare per dichiarare la sua voglia entrare. Vinse lei. Vomito compreso.

Da quella sera la porta della camera rimase aperta e Miciù non tornò più ad Amaltea. Tuttavia una regola volevo vincerla anch’io. “Miciù resta, ma si deve accontentare solo della zona “notte”. La mia preoccupazione era per tende e divani.

Così si passò a tenere chiusa la porta a due battenti (scorrimento laterale e binario sulla parte alta della parete). Quella diavolessa però riusciva a infilare la zampa nella fessura e a spingere fino ad introfularsi. Fu allora la volta della sciarpa bordeaux che, passata tra le due maniglie e chiusa a nodo, impediva l’apertura del passaggio.

E’ vero che i gatti dormono gran parte del giorno, ma quando sono svegli si danno un gran daffare per esplorare il territorio.

Da quel periodo le due porte non scorrono più molto bene, perché le guide, a furia di colpi, si sono rovinate. E da quel periodo non c’è più stata ragione di tenerle chiuse. Miciù è diventata la padrona di casa nostra.

Siamo a tempi più recenti. Nel frattempo ci siamo molto affezionati a questi animali e la voce che ad Amaltea si sta bene si è diffusa. Ci sono stati periodi in cui al nostro balcone si davano appuntamento anche sette mici. Alcuni sono diventati dei frequentatori assidui, altri di passaggio, altri addirittura hanno scelto il nostro giardino per venire a morire.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto prendere nuove decisioni sulla nostra casa. La prima per Noelle, per la quale abbiamo creato nel bagno il reparto “Terapia intensiva”, la seconda per Chat Noir, anche lui destinato alla quarantena nel bagno che, come tutte le sale di rianimazione, deve tenere la porta rigorosamente chiusa e, fresco fresco di ieri, il nuovo assetto organizzativo.

E’ successo infatti che nel nostro giro domenicale abbiamo trovato Luna in pessime condizioni. L’occhio sinistro che nei giorni scorsi presentava una tumefazione simile a un trauma subito per cause ignote, ieri si era chiuso insieme a quello destro.

Paolo, non vedendola arrivare al nostro suono di campana, l’ha cercata in solaio, suo luogo elettivo, e lì l’ha trovata con gli occhi purulenti e rannicchiata dentro un sacco verde.

L’ha portata giù tenendola in braccio (lei di solito è molto reattiva a questo approccio forzato) e, postala di fronte alle sue crocchette preferite, ha dovuto assistere al suo totale digiuno. Io stessa la vedevo visibilmente dimagrita, barcollante nell’incedere e terribilmente astenica.

Il ricordo di due gatti che quest’estate abbiamo visto l’uno in fin di vita e l’altro morto in analoghe circostanze (astenici, magri e con occhi purulenti), ci ha fatto immediatamente pensare a qualche patologia letale oltre che virale.

E così, in quattro e quattr’otto l’abbiamo portata in città.

Ora la nostra casa ha riattivato tutte le porte disponibili e il cat hospital è così predisposto:

–          bagno alias terapia intensiva/rianimazione – accesso solo agli operatori (Paolo ed io) e ovviamente al paziente:

–          zona “notte” alias geriatria (con porta della camera da letto aperta) riservata a Miciù, che forse da ieri sera ha pensato che l’arrivo in studio della lettiera e delle mangiatoie fosse un piacere dedicato alla sua età (finora il bagno ha accolto tutta la sua fase digestiva, ma da ieri sera Luna è lì rinchiusa per cui abbiamo dovuto trasferire i beni della veneranda e ufficiale padrona):

–          zona “giorno” alias pediatria lasciata a Chat Noir che però deve litigare con la porta scorrevole a due battenti non solo perché ogni incontro con Miciù è un fuoco d’artificio, ma soprattutto perché il virgulto è di un famelico inverosimile, mentre la vegliarda mangia a piccoli tratti e molto lentamente, per cui se non vogliamo farla morire di fame dobbiamo tenerli separati:

In verità nella mia testa attribuivo un nuovo nome alla stanza da bagno che, vedendo le condizioni di Luna, pensavo più che ad una rianimazione ad un hospice. Paolo stamattina mi diceva che, a meno non fosse un obbligo sopprimerla per una seria malattia contagiosa, voleva farle fare l’agonia scortata dalle nostre coccole.

Cat hospice, appunto.

Ora che la visita veterinaria è finita, speranzosamente ritorno all’idea di terapia intensiva.

Luna ha infatti sostenuto tutti gli esami del caso che hanno scartato le ipotesi peggiori. Ha però un bel febbrone, una seria congiuntivite e una rino-tracheite che, impedendole di sentire gli odori, non la fa mangiare.

Passato l’intervento ospedaliero (prima flebo per idratarla e iniettarle antibiotici e vitamine nonché esami del sangue) ora è in trattamento da cat hospital, Per sette giorni e tre volte al giorno dovremo imparare a metterle le gocce di antibiotico anche negli occhi, mentre a ciclo alterno dovrà fare ancora trattamento iniettivo di antibiotico generale

Il nostro Cat Hospital è quindi al completo: ogni utente è rispettosamente lasciato alle sue peculiarità e i due umani hanno un gran daffare ad aprire e chiudere usci, a distribuire pasti differenziati e a gestire possibili colpi di scena.

E meno male che nel lontano 1985 non abbiamo deciso di eliminare completamente le porte.

il mio (difficile e forse impossibile) sogno estivo: una conversazione (non prevaricante e unilaterale) tra amici, lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago. Audio Lettura da: Pietro Citati, L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, in L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998, 12 agosto 2012

Questo è il mio sogno estivo: una conversazione tra amici lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago.

Ne ho tratto ispirazione da alcune pagine del saggio

L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, scritto da Pietro Citati

in: L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998, pagg. 44-46, 50


Audio Lettura


Acting Out per Noelle: dal buio alla luce passando attraverso tutti i gradi del chiarore