LUCIO DALLA, biografia musicale a cura di Mangiafuoco sono io, Rai Radio 1, 28 febbraio 2021

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Biografie ed eventi storici del 1 GENNAIO

Compleanni (nati il 1° gennaio)
Lo scienziato francese Pierre Laffitte (96), lo sceneggiatore e regista Moraldo Rossi (95), il giornalista e scrittore Furio Colombo (90), la mafiosa Rosetta Cutolo (84), l’attore americano Frank Langella (83), l’attrice francese Michèle Mercier (82), l’avvocato Giuliano Spazzali (82), il biologo Martin Evans (80), l’ex pugile Bruno Arcari (79), lo scrittore Renzo Paris (77), la conduttrice televisiva Roberta Petrelluzzi (77), il politico ed ex magistrato Pietro Grasso (76), l’ex pilota automobilistico Jackie Icks (76), l’ex calciatore brasiliano Rivelino (75), il giornalista Lanfranco Pace (74), lo storico Angelo D’Orsi (74), lo scrittore americano Arthur Bloch (73), il politico Famiano Crucianelli (73), il giornalista Corradino Mineo (71), l’ex cestista Dan Anderson (70), l’attore Mauro Avogadro (70), l’ex ciclista Simone Fraccaro (69), lo scrittore e traduttore René de Ceccatty (69), l’attore britannico Nicholas Farrell (68), l’ex pornoattrice Eva Orloswski (64), la presidente della Bce Christine Lagarde (64), lo scrittore Leonardo Gori (63), l’attrice Pamela Villoresi (63), il filosofo francese Michel Onfray (61), l’ex ciclista e dirigente sportivo Davide Cassini (60), la scrittrice Paola Capriolo (59), l’ex calciatore Alberico Evani (58), la cantante Francesca Alotta (53), l’ex calciatore francese Lilian Thuram (49), il cestista e allenatore di pallacanestro Miroslav Radošević (48), la scrittrice Nadia Terranova (43), il calciatore colombiano Fernando Uribe (33), il calciatore spagnolo Andreu Ramos (32), il nuotatore Luca Leonardi (30).



Dieci anni fa
Sabato 1° gennaio 2011. «I cristiani sono sotto attacco nel mondo islamico. Ieri, poco dopo mezzanotte, ad Alessandria d’Egitto un’autobomba è esplosa davanti alla chiesa dei Santi (al-Qidissine), nel quartiere di Sidi Bashir, affacciato sul Mediterraneo. Bilancio provvisorio: 21 morti e 79 feriti. In Nigeria è esplosa una bomba al mercato di Abuja, la capitale: quattro morti. È un attentato all’apparenza generico – per dir così – ma che può essere inquadrato all’interno della persecuzione a cui il fondamentalismo islamico sottopone le comunità cristiane: a Jos, intorno a Natale, si sono verificati scontri fra comunità cristiane e islamiche. I cadaveri recuperati fino a ieri erano ottanta» [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport, 2/1/2011].

Venti anni fa
Lunedì 1° gennaio 2001. «Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, il villaggio dove sono nato, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio, monti”. Ci svegliavamo all’alba, perché bisognava andare al bivio ad aspettare la corriera. Prima c’era il saluto al nonno Marco, nella stanza dell’ultimo piano: stava nel lettone, con gli angeli rosa e i fiori dipinti sulla spalliera, ed era sveglio: ci aspettava. Ho in mente la parete segnata dallo strisciare degli zolfanelli: il vecchio, quando l’insonnia o i ricordi lo tormentavano, accendeva la pipa e inseguiva i suoi pensieri. Regalava due lire a me, il primogenito, come diceva, e una a mio fratello più piccolo. Ci baciava e si asciugava gli occhi un po’ rossi: “Siate bravi e tornate presto”» [Enzo Biagi, Corriere della Sera, 2/1/2001].

Venticinque anni fa
Lunedì 1° gennaio 1996. «Capodanno di pace e di speranza a Sarajevo e nelle altre citta della Bosnia. Spari, raffiche di mitra in aria: ma non era lo stesso suono che per quattro tremendi anni ha scandito la vita degli abitanti. I “botti” hanno salutato il nuovo anno: un anno che, dice il presidente bosniaco Izetbegovic, sarà di ricostruzione» [l’Unità, 2/1/1996].

Trenta anni fa
Martedì 1° gennaio 1991. «Il dittatore somalo Siad Barre è asserragliato in un bunker dell’aeroporto militare da dove tenta di guidare la resistenza contro l’offensiva della guerriglia. Tutto sarebbe comunque pronto per una sua fuga dal Paese, forse verso la Libia. I ribelli controllano ampie zone della città e hanno bombardato e forse occupato Villa Somalia, il palazzo presidenziale. Mogadiscio è nel caos, le comunicazioni telefoniche e telex sono interrotte. Le strade sono cosparse di cadaveri» [l’Unità, 2/1/1991].

Quaranta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1981. «Terrorismo, corruzione, terremoto, problema giovanile, fame nel mondo: il messaggio del Presidente della Repubblica agli italiani per fine anno ha toccato i punti dolenti del decennio che si è appena chiuso. Sul terrorismo Pertini si è detto sicuro: “Un giorno sapremo chi è che manovra questi terroristi, chi è che vuole destabilizzare il regime democratico italiano. Guai — ha aggiunto a proposito della questione morale — se qualcuno per amicizia o solidarietà di partito dovesse sostenere questi corrotti e difenderli”» [Corriere della Sera, 2/1/1980].

La Grecia diventa il decimo Paese della comunità europea.

«Intervista a “Segretissimo” sui romanzi di spionaggio. “Ha mai vissuto situazioni da spy story?”. “Sì, quando ero alla Difesa: un pilota dell’Est stava fotografando e disegnando la collocazione dei missili, che erano allora a Gioia del Colle, quando fu costretto ad atterrare; il disegno incriminato costituiva la prova del reato, ma lui obiettò che si trattava della pianta della sua palestra di ginnastica in patria; il giudice chiese per rogatoria se fosse vero e l’autorità competente rispose naturalmente di sì: un romanzo di spionaggio finito in una scena comica”» [Giulio Andreotti, I diari segreti, Solferino, Milano 2020].

Cinquanta anni fa
Venerdì 1° gennaio 1971. Da oggi sulla televisione americana è vietato fare pubblicità alle sigarette.

Sessanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1961. «Gli abiti che Frank Sinatra si è fatto preparare per la cerimonia di investitura del Presidente John Kennedy farebbero schiattare d’invidia lord Brummel. Così dicono almeno gli amici del cantante, che hanno assistito alle prove cui Sinatra è stato sottoposto nella casa di mode di Don Loper. Il famoso sarto dal canto suo afferma con orgoglio che Frank “sarà l’uomo più elegante di Washington”» [Corriere d’Informazione, 2/1/1961].

Settanta anni fa
Lunedì 1° gennaio 1951. «Un ex-capitano della guardia personale di Stalin ha dichiarato che il Maresciallo sovietico usa, per i suoi viaggi, due automotrici o due treni, per ragioni di sicurezza. Tali rivelazioni, riportate stamane dall’A.P., sono contenute in un articolo apparso su un settimanale parigino. Secondo il capitano russo, l’attuale moglie di Stalin è la “compagna Raskova, ex-aviatrice, addetta al comitato delle ricerche aerodinamiche”. Si tratterebbe di una donna robusta e formosa, dalle spalle larghe, dai capelli castani, L’ufficiale ha detto che Stalin attua il seguente programma giornaliero: ore 10: sveglia; 10.45: colazione, quasi sempre insieme alla Raskova, al generale Poskrebychev e, talvolta, col presidente del consiglio, Molotov e con Beria, il capo della polizia segreta; 11.45-14: lavoro all’ufficio, dove Poskrebychev gli legge le notizie inviate dai Ministeri degli Interni e degli Esteri; 14-15: lettura dei giornali; 15: colazione e riposo sino alle 17; 17-20.30: lavoro d’ufficio, sino a cena. Spesso viene a trovarlo la figlia Svetlana, verso le 17, insieme ai suoi due figli. Dopo le 20.30, visite con amici, membri del Politburo e con i vice-presidenti. Secondo il capitano russo, Stalin si interessa molto di giardinaggio» [Corriere d’Informazione, 2/1/1951].

Ottanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1941. «Nel 1941 l’esercito, la marina e l’aviazione della Germania saranno talmente rafforzati e riceveranno tali miracolosi perfezionamenti che i loro colpi determineranno la fine dei guerrafondai, aprendo la strada all’attuazione di un nuovo stile, di un nuovo ordine nella convivenza tra i popoli…» [discorso di Capodanno di Adolf Hitler al popolo tedesco].

«L’anno è cominciato con una violenta emozione per la salute di mamma. Un attacco cardiaco ne ha messo in pericolo la sua vita. Poi è migliorata, ma tutto ciò lascia in me una grande ansia.
Il Duce ha ricevuto una lunga lettera di Hitler: un completo giro d’orizzonte. Il Führer è sereno sull’andamento futuro della guerra, ma ritiene necessario prendere ancora molte decisioni che enumera con la consueta precisione.
Scrivo ad Alfieri per ragguagliarlo e ragguagliare Ribbentrop dei negoziati con la Russia. Non si tratta più ormai di conversazioni generiche e superficiali: i russi vogliono andare al fondo di molte questioni di fondamentale importanza, per le quali riterrei imprudente da parte nostra prendere qualsiasi impegno senza essersi prima accordati con la Germania. Cavallero annunzia prossima la sua azione sul litorale» [Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1996].

Novanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1931. Cianca, Tarchiani e Sardelli, tre fuoriusciti italiani, sono stati arrestati a Parigi dalla polizia francese con l’accusa di duplice attentato contro il Duce.

Cento anni fa
Giovedì 1° gennaio 1921. «O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana» [Il Popolo d’Italia, 1/1/1921].

Centodieci anni fa
Domenica 1° gennaio 1911. «New York, 1 gennaio, notte – New York ha celebrato il nuovo anno con una prodigalità ancora maggiore dell’ordinario. Si calcola che almeno 100.000 persone abbiano salutata la mezzanotte in qualche hótel o restaurant. Secondo una statistica pubblicata stasera, nella scorsa notte a New York si bevve champagne per un importo di cinque milioni di franchi. E le spese per le cene ammontano almeno ad altrettanto» [Daily Telegraph, 2/1/1911]

Centoventi anni fa
Martedì 1° gennaio 1901. «Lanciamo al secolo che non ci vide nascere ma ci vedrà morire / il nostro core vivo. Pensando lavorando combattendo amando / dalla scienza illuminati / diamo oh! diamo a tutti i figli delli uomini / lavoro libertà giustizia pace» [testo di Andrea Costa, le Società popolari di Imola l’hanno fatto incidere nel marmo].

Nella caserma di Livermore, in California, hanno acceso una lampadina e hanno intenzione di non spegnerla più.

Centotrenta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1891. «Leggiamo nel New York Herald (edizione di Parigi) questo dispaccio in data di NewYork, 30 dicembre: A Wounded Creck è successo un gran combattimento con gli indiani, con grande perdita di uomini. Big Foot (uno dei capi indiani) avendo dichiarato di esser malato, si arrese con 150 dei suoi al maggiore Whiteside del settimo cavalleria. Vedendo che il rimanente degli indiani non erano disposti a deporre le armi, la cavalleria, forte di 500 uomini, li circondò strettamente a tiro di fucile. Repente gli indiani, cavando il fucile di sotto le coperte, cominciarono una salva sulle truppe, che furono preso alla sprovvista. Ne segui una mischia sanguinosa. Quelli Indiani che non erano armati di fucile fecero uso dei coltelli o dei tomahawk (specie di scure). Il capitano Wallace che comandava un distaccamento di cavalleria fu ucciso da un colpo di tomahawk. Quattro o cinque soldati degli Stati Uniti rimasero uccisi, e più di quaranta rimasero feriti. Parecchi di questi morranno. Tra i feriti è il padre Crafts, prete. Rimossisi dal subitaneo ed inaspettato attacco, le truppe aprirono il fuoco, e tanto micidiali erano le scariche che gli Indiani furono quasi sterminati. Taluni riuscirono a fuggire, ma furono inseguiti tutta la notte. Le mitragliatrici Hotehkiss furono messe in azione, e aprirono un terribile fuoco sulle montagne al nord dove i fuggiaschi si erano ricoverati. Si calcola a 200 il numero degli Indiani uccisi» [Corriere della Sera, 2/1/1891].

Centoquaranta anni fa
Sabato 1° gennaio 1881. A Roma il re, la regina, i grandi dignitari dello Stato e i presidenti di Camera e Senato assistono alla gran serata di gala del teatro Apollo.

Centocinquanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1871. Alle quattro del mattino, Vittorio Emanuele, recatosi ieri per la prima volta a Roma dalla presa di Porta Pia, è di ritorno a Firenze. Riesce a presenziare al solito ricevimento di Capodanno a palazzo Pitti alle undici e, in serata, allo spettacolo del teatro della Pergola.
«Oggi alle ore 11 Pio IX riceve il Corpo diplomatico per gli omaggi di Capodanno. In proposito circola per la città la voce che, durante il ricevimento, il Papa avrebbe rilevato ad uno dei consoli presenti che ieri, per la venuta in Roma di Vittorio Emanuele, sventolava dal suo balcone sul corso la bandiera della sua nazione, concludendo: “È economico il doppio uso che si fa di quella bandiera, che serve per due sovrani”» [Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Vallardi].

Centosessanta anni fa
Martedì 1° gennaio 1861. «A Milano, da Pontaccio al ponte di porta Romana, pei navigli, iniziato esperimento di illuminazione pubblica con lampade a canfino, in sostituzione degli antichi fanali ad olio, e più luminose delle fiamme a gas» [Comandini, cit.].

«Ecco in quali termini lo Staatsanzeiger annunzia la morte del re Federico Guglielmo IV e l’esaltazione del re Guglielmo: “Pel corso di 3 anni, S.M. il re ha resistito con una rara forza agli effetti di una malattia organica del cervello, complicata con accessi poco intensi, ma replicati d’apoplessia. Sintomi d’irritazione cerebrale si presentarono ad intervalli più o men lunghi, indicanti i progressi continui della malattia e seguiti ciascuna volta da una permanente perturbazione delle funzioni della sensibilità, del movimento e della memoria. Il 24 dello scorso mese, alle 8 di sera, dopo che S.M. aveva già da più settimane mostrato una indifferenza inquietante per le persone che lo assistevano e provato una prostrazione e debolezza, maggiori del solito, ebbe un accesso di vomito violento che si ripetè la notte e il giorno seguente per ben tre volte; poi S.M. cadde in uno stato letargico da cui non doveva più risvegliarsi. La sera del 31 sopravvennero sintomi della paralisi de’ polmoni, e precedettero l’agonia, che durò sino alla mattina del 1° gennaio, 12 ore e 40 minuti, senza dolore e senza cognizione […] Il Paese vede sorgere con isperanza e fiducia il regno di S.M. il re Guglielmo I che Dio ha chiamato eccetera”» [Gazzetta Ufficiale del Regno, 1/1/1861].

A Gaeta, il re e la regina di Napoli ricevono i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme. Cerimonia ricca e fastosa, nonostante l’assedio.

Marco De Salvo, Pensieri gettati, tracce analogiche di un tecnico ravveduto, WriteUp Books editore, 2021

Per una scheda e un video sul libro vai a:

Pensieri Gettati, il libro

Pensieri gettati, il video

Scrive l’autore:

Il libro che voglio presentarvi è uno strumento per ritrovare pensieri che normalmente sfuggono nella frenesia della vita quotidiana. Pensieri che ci aiutano a dare un senso alla vita, una chiave di lettura per apprezzare gli infiniti stimoli in cui siamo immersi, senza rendercene conto.
Il titolo del libro è “Pensieri gettati“. Il sottotitolo è “tracce analogiche di un tecnico ravveduto“.

Quel tecnico sono io, Marco de Salvo.
Vi voglio raccontare in breve la mia storia, per accorciare la distanza con voi, per farvi vivere le emozioni che mi hanno spinto alla scrittura di questo libro.
Ho sempre avuto bisogno di spiegarmi il senso delle mie giornate, fin da giovane. Sentivo che la vita è molto più del trascorrere tempo a fare cose. Quelle cose erano le materie di cui sono appassionato, la scienza e la tecnologia. Esperimenti e ricerche per dimostrare il perché dei fenomeni, in modo razionale.
Ma non bastava, e quasi per caso mi sono imbattutto nella filosofia, una materia molto lontana dalla mia formazione, ma allo stesso tempo molto vicina alla ricerca di un senso della vita. Il titolo del libro nasce proprio da uno dei filosofi che mi hanno affascinato e accompagnato nel mio cammino di ricerca spirituale.
Al resto ci ha pensato la vita stessa, con le sue prove e i momenti di gioia e dolore.
Perché “tecnico ravveduto” vi chiederete. C’è una buona dose di ironia in questa frase, ma la sostanza è che non si può vivere pensando di spiegare tutto in modo razionale. Non tutte le nostre esperienze hanno una spiegazione logica. Certe cose succedono perché fanno parte di un disegno più grande di noi.
Ecco lo spirito con cui ho raccolto i miei pensieri tra passato, presente e futuro. Mettere a disposizione di tutti voi, un percorso durato anni, per trovare punti di contatto e aprire serrature nelle vostre esistenze. I pensieri sono una forma di energia da condividere, perché riescono a stemperare molte situazioni di blocco, di malessere, di disagio. Leggere un pensiero è come guardare una fotografia per ricordarci la nostra vera natura.
Nel libro Pensieri Gettati troverete numerose tracce, trascritte per voi nel corso degli anni, con lo stile di un viaggiatore che descrive il viaggio affascinante della vita quotidiana.
Mi auguro che questo libro vi faccia apprezzare la grande fortuna di vivere qui e ora. Che possa aiutarvi a ripercorrere i vostri pensieri, per trovare lo slancio a vivere meglio, in modo più consapevole, più “analogico”.
Fatevi un regalo per ritrovare i vostri pensieri smarriti. Oppure regalate questo libro alle persone che cercano risposte, che desiderano nuovi stimoli per crescere. Frequentare i miei pensieri sarà in ogni caso un’esperienza positiva.

link dell’editore: https://www.writeupbooks.com/

Giuseppe FIORELLO, Penso che un sogno così, Rai 1, 11 gennaio 2021

dall’ Ufficio Stampa della Rai:

Un viaggio intenso, profondo, a tratti ameno, a tratti toccante, che parte dal profondo Sud e attraversa l’Italia intera, che vola sull’infanzia, le origini, le vicende buffe, quelle dolorose e altre incredibili e divertenti. A compierlo Giuseppe Fiorello, protagonista della serata evento “Penso che un Sogno Così”, in onda lunedì 11 gennaio alle 21.25 su Rai1.
Sarà un racconto basato su temi universali come la famiglia, il lavoro, il progresso e l’immigrazione dei nostri nonni. 
In un “volo immaginario” Giuseppe Fiorello invita i protagonisti della sua vita ad uscire dalla memoria, li porta in scena e rende il pubblico partecipe di un emozionante gioco di specchi tra lui e il padre.
In parallelo, verrà raccontata la crescita musicale di Domenico Modugno che, con le sue canzoni, ha accompagnato la vita della famiglia Fiorello: ogni scena avrà infatti il suo sottofondo musicale. 
Sul palco, oltre ad un corpo di ballo straordinario, anche due musicisti d’eccezione: Daniele Bonaviri, uno dei più bravi chitarristi italiani e Fabrizio Palma, musicista e arrangiatore. 
Eleonora Abbagnato, Pierfrancesco Favino, Paola Turci, Serena Rossi, Francesca Chillemi e Rosario Fiorello accompagneranno Giuseppe Fiorello in questo racconto diventando parte integrante della narrazione, che scorrendo fluida e ritmata crea una magia inaspettata e coinvolgente.

“Questo ‘sogno’ che porto in televisione è un tracciato di quello che sono, è un tributo alla timidezza attraverso la quale vi farò vivere il mio rapporto con la vita, regalo una parte della mia famiglia e alla mia famiglia regalo quei silenzi di bambino ora decifrati e risolti. 
Attraverso le musiche di Domenico Modugno creo un filo conduttore tra lui e mio padre che è il vero protagonista di questa storia.
Per una questione fisica, di una somiglianza che a tratti sembra molto fraterna, dai baffetti allo sguardo, alla voce, e per velleità artistiche dell’uno e dell’altro, è un incrocio di vite, di destini, di passato e di futuro. Il racconto parte da molto lontano con un fatto apparentemente surreale sulla prima volta che da bambino ascoltai un brano di Modugno per via di un personaggio bizzarro del mio paese che mi volle regalare un suo disco, fino ad arrivare al presente mettendo in scena il tema del destino che volle mettermi di fronte ad una scena che per me sarebbe stata più che un lavoro… interpretare Modugno. Svelerò ogni paura, ogni istante di quei mesi in cui mi trovai davanti ad uno specchio a decidere se assumermi o meno quella grande responsabilità, e poi la prima volta che entrai a casa di Mimmo…
In scena si esegue un repertorio di brani molto vasto tra cui canzoni meno note, cantate e suonate dal vivo, si raccontano incontri importanti come quello con Pier Paolo Pasolini e si attraversano temi anche forti senza mai mettersi su una cattedra a spiegarne il metamorfico significato ma lasciando liberi gli spettatori di crearsi il loro immaginario.
Un racconto dedicato esclusivamente a mia madre Sarina, l’unico grande amore di mio padre”.
Giuseppe Fiorello

“Penso che un Sogno Così”
Prodotto da Friends & Partners e Ibla Film per Rai1
Ideato da Giuseppe Fiorello 
Scritto con Vittorio Moroni 
Regia televisiva di Duccio Forzano

VAI A RAI PLAY:

https://www.raiplay.it/video/2021/01/Penso-che-un-sogno-cosi-eb5d89ca-6942-4551-ac94-c1cac58b9b9f.html

Il governo fanfarone ci infligge i parenti, articolo di Diego Minonzio, in La Provincia di Como, 20 dicembre 2020

letto in edizione cartacea

cerca in:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/Editoriali/il-governo-fanfarone-ci-infligge-i-parenti_1380565_11/

E così, speravamo di avercela fatta. Ci eravamo illusi che la tremenda emergenza sanitaria avrebbe avuto almeno un aspetto non solo positivo, ma addirittura straordinario, salvifico, esaltante e su quel piccolo sogno covato per anni e anni e anni, senza poterlo mai mettere in pratica, ci eravamo cullati in queste settimane di attesa snervante, ma anche carica di aspettative.

A un certo punto, sembrava sicuro. L’occhiuto governo dittatoriale, autoritario e poliziesco che scruta nelle vite degli altri e le controlla e le determina e ci spoglia di ogni privacy, di ogni segreto e di ogni affetto aveva deciso che per quest’anno, almeno per quest’anno, ma chissà, magari anche per i prossimi, sarebbe stato vietato ospitare i parenti a casa. Che notizia meravigliosa. Che festa della liberazione. Che epifania nel senso più profondo della parola. Che svolta culturale, psicologica e addirittura antropologica, essere finalmente liberati dal giogo più giogo che c’è, dall’obbligo sociale più obbligatorio che c’è, quello di rivedere la famiglia dopo così tanto tempo, costringendo alcuni poveracci particolarmente sfortunati – come chi scrive questo pezzo – a lunghissimi, estenuanti e fantozziani viaggi oltralpe per andare a trovare la nonna e la bisnonna e la zia e i suoi fratelli e lo zio e le sue sorelle, oltre a mazzi, sacchi e sporte di cognati e cognate e oltre a vagonate di nipoti e nipotini di ogni ordine e grado, di ogni genere e modello, e a deliziarsi in lunghe giornate attovagliati con curiosi personaggi che non perdono mai occasione per motteggiare su “certo che voi italiani baffo nero e mandolino siete proprio pittoreschi”, “certo che voi italiani mangiaspaghetti”, “certo che voi italiani il canto e il ballo ce l’avete nel sangue”, “ma come gesticolate sempre voi italiani”, “ma Berlusconi è davvero il capo della mafia?” e altre piacevolezze del genere. Tutto vero.

Bene, almeno per quest’anno, tutto questo sembrava cancellato dall’impagabile trovata del Natale intelligente e uno già iniziava a baloccarsi con un’idea delle feste da passare solo con le persone più care, senza intrusi, senza assembramenti, senza cene e cenoni lunghi e bislunghi e senza brindisi e controbrindisi, magari per dedicare più tempo, per chi possiede questo dono, alla dimensione interiore, alla fede e alla preghiera, solo tu con i tuoi cari, carissimi e, quindi, pochissimi affetti. E invece niente. Il governo in carica, che tutti dipingono come dittatoriale, autoritario e poliziesco, si è invece comportato anche in questo frangente come il solito governo all’italiana, fanfarone, pasticcione e coperchione che, come sempre, è partito facendo il viso feroce e minacciando questo e quello e ululando che adesso basta, è arrivata l’ora del rigore e del sacrifico e del rispetto calvinista delle norme e delle regole e invece poi, al primo scricchiolio, ha iniziato, tra le risate di noi popolo bue, a svaccare su eccezioni, deroghe e, insomma, mettiamoci d’accordo, proprio come accadeva ai tempi del liceo, quando il supplente di greco entrava in classe tutto gonfio e tronfio che con lui non si scherzava e che nessuno pensasse di prenderlo sottogamba che altrimenti schiaffava qualcuno dal preside, ma che poi era costretto a darsela a gambe inseguito da pernacchie, gessetti, cancellini e smozzichi di focaccia rancida.

E così, venerdì a tarda ora, l’occhiuto e vaiato governo di cui sopra ha partorito il solito compromesso all’italiana, la solita furbata democristiana, cioè ti vieto, ma non troppo, ti impedisco di invitare chiunque a casa tua, ma fino a un certo punto, e così alla fine – una vera vigliaccata – ha stabilito che due, almeno due parenti, ma non di più, è permesso invitarli, anche se, a pensarci bene, gli under 14 sono esclusi dal conto e quindi vagonate e frotte e squadriglie di bambini sono pronte a invadere e distruggere la tua casa e la tua pace natalizia. In quel momento, in quel momento preciso, il sogno è finito. Loro arriveranno. Loro arriveranno lo stesso, pure quest’anno. Perché loro non si fermano. Loro arrivano comunque, con o senza Covid, e si stravaccano sul divano e iniziano a magnificare il loro ragazzo che è un genietto, mentre il tuo è un somaro patentato che sta rifacendo per la terza volta la quinta superiore, che la loro macchina nuova è una bomba, mentre la tua è la barzelletta del quartiere, che non se ne può più di questo virus, anche se fanno gli impiegati di concetto al catasto di Aci Trezza ed è sei mesi che lavorano (?) in ciabatte da casa senza aver perso un euro di stipendio, mentre tu è da aprile che aspetti il ristoro dall’occhiuto governo di cui sopra. Anche questo, tutto vero. E non è finita qui, visto che con loro, con i parenti, non è mai finita. Perché saremo anche obbligati a scegliere quali parenti far entrare in casa, scatenando quindi una nuova guerra di religione con figli e consorte: se inviti il cognato Piero, si offende il cognato Pino, se inviti il suocero Gino, si offende lo zio Tino, e quindi questo porterà a una selezione darwiniana del parentame senza mai dimenticare i più soli, ovviamente, ma anche quelli che pare ti abbiano già inserito nell’eredità – e questo è un argomento molto più valido rispetto a quello del parente solo… – quindi, si dovrà procedere a una rotazione, anche questa fantozziana, per dare soddisfazione a tutti. Te ne becchi un paio alla Vigilia, un altro paio a Natale e poi via così a Santo Stefano, a San Silvestro, a Capodanno, per finire in gloria con l’Epifania, che tutti i parenti si porta via, senza dimenticare sabati e domeniche.

Morale. Anche quest’anno, benché diluiti e sparpagliati – e a questo punto era meglio farsi del male in un colpo solo – lungo due settimane che minacciano di passare alla storia tra le più devastanti del dopoguerra, i tuoi parenti te li papperai tutti, ma tutti davvero. E non ci sarà più verso di scamparla, perché loro sì che sono molesti, invasivi e contagiosi, altro che il Covid…


d.minonzio

Diego Minonzio

Neri Marcorè, ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia, porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”, 21/01/2017 – Video RaiPlay

Neri Marcorè ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”

Cavalli di battaglia – S2017 – Neri Marcorè – Sometimes I’m happy – 21/01/2017 – Video – RaiPlay

«Filastrocca della morte», di Mimmo Mòllica. Dedicata a Gigi Proietti nel giorno della morte

Chissà, io morirò forse domani,
triste e malato o sbranato dai cani?
Forse io me ne andrò senza parlare,
forse danzando, impegnato a ballare?
Magari morirò sotto Natale,
forse per Pasqua oppure a Carnevale?

Forse tra un anno tirerò le cuoia
ucciso dalla fame o dalla noia?

…..

Venga correndo, corra, salti, voli,
però non porti fiori né cannoli,
giacché non siamo antichi né moderni,
noi siamo il tempo, quindi siamo eterni.

vai alla intera poesia

https://parcodeinebrodi.blogspot.com/2020/11/filastrocca-della-morte-di-mimmo-mollica.html

per ricordare GIGI PROIETTI (2 novembre 1940- 2 novembre 2020), con un audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

Attore. Ha lavorato in teatro (A me gli occhi please), cinema (Febbre da cavallo, La Tosca), tv (Il maresciallo Rocca, L’ultimo papa re, Il signore della truffa e Una pallottola nel cuore.).

Da doppiatore ha prestato la voce a Robert De Niro, Dustin Hoffman, Charlton Heaston, Kirk Douglas, Paul Newman, Marlon Brando, Gregory Peck.

Nato a Roma, figlio di Romano (origini umbre, il maresciallo Rocca è ispirato a lui) e Giovanna Ceci, casalinga: «i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata» [Malcom Pagani e Marco Travaglio, Fat 4/8/2013].

«Facevo l’università, Legge, da fuori corso, e intanto guadagnavo lavorando la notte in un complessino. Alla fine del 1963 mi chiamò Cobelli che metteva in piedi con Maria Monti un cabaret alla tedesca e aveva bisogno di uno che suonasse e cantasse. Debuttai all’Arlecchino, l’attuale Teatro Flaiano, con testi di Flaiano, Arbasino e Vollaro, e rimanemmo tre mesi. Poi Cobelli mi chiamò per un’estiva, gli Uccelli di Aristofane. A fare l’Upupa eravamo candidati io e Piera Degli Esposti. La spuntai. Una botta di fortuna. Piovvero altre offerte.

Ci fu il periodo del teatro impegnato, Nella giungla della città di Brecht, Dio Kurt di Moravia». «Ho avuto inizi lunghissimi, ero antipatico per la mia pignoleria, studiavo i fiati sentendo Charlie Parker perché sono nato jazzofilo, avevo in odio il genere dialettale e popolaresco, facevo Gombrowicz, Moravia o la sperimentazione di Quartucci, poi mi chiamarono però a sostituire Modugno in Alleluja brava gente, m’accorsi che si poteva parlare a 1600 persone tutte assieme e allora mi misi in testa di fare un teatro d’autore e d’attore che arrivasse a molti: ci riuscii al Teatro Tenda con A me gli occhi, please, e lavorai anche con Carmelo Bene al Sistina.

Ma la televisione non funzionò: dicevano che ero bravo ma non “bucavo”, non passavo». Di una precisione quasi ossessiva, Vittorio Gassman lo definiva maniacale. «Per mettere a punto certe espressioni ci ho messo ore e anni di tempo. Dilato, asciugo, sfumo, rielaboro. La mia faccia è un grafico senza niente lasciato al caso. Calibro tutto perché mi veda bene anche lo spettatore dell’ultima fila. Devo parlare col corpo, col viso, con gli occhi.

Mi sento un artigiano». «Il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori» (Rodolfo Di Giammarco). «L’unica cosa che non sa o non vuole fare è scriversi i testi. I suoi mezzi sono sempre al servizio di altri autori: brandelli di classici, poesie, canzoni, barzellette» (Masolino D’Amico). «Non aspettava i compleanni per fare i bilanci. “Sono abituato a farli tutti i giorni, quando arrivano gli appuntamenti importanti li ho esauriti. Sa cosa rispondeva Anna Proclemer a chi le chiedeva: ‘Cosa serve per fare l’attore?’. ‘La salute’. È fondamentale, e deve funzionare la testa”» [Fumarola, Rep].

Da ultimo stava scrivendo un libro: «Titolo ’Ndo cojo cojo, fuori da ogni regola. Racconterò degli amici, della gente che ho incontrato» [ibid]. Era di sinistra: «Uno che è di sinistra, specialmente della mia età, rimane di sinistra. Una volta significava un’appartenenza e mi auguro che si ritorni a un rapporto più intelligente, più aperto, perché poi la sinistra si è chiusa. Sono di sinistra in maniera naturale, non potrei essere altrimenti anche se non sono d’accordo quasi mai con quello che fanno.

Quanto aveva ragione Nanni Moretti quando in Aprile diceva a D’Alema: “Dì qualcosa di sinistra”. Non la dicono mai» [ibid]. È morto alle 5.30 di questa mattina. Da 15 giorni era ricoverato a Villa Margherita, una clinica romana, per problemi cardiaci ma le sue condizioni si sarebbero aggravate nella serata di ieri. Al suo fianco le due figlie, Susanna e Carlotta, e la moglie Sagitta Alter.

vedi anche:

in https://teatroemusicanews.com/

vari VIDEO su youtube

https://www.youtube.com/results?search_query=gigi+proietti

SEAN CONNERY (1930 – 31 novembre 2020): Mi chiamo Bond … James Bond

Sean Connery (1930-2020). Attore scozzese. Il primo e più amato James Bond, personaggio che interpretato in sette film. Premio Oscar nel 1988 come migliore attore non protagonista per Gli intoccabili. «A 14 anni lasciò la scuola per fare il garzone del lattaio, a 18 si arruolò nella Royal Navy (poi lo rimandarono a casa per motivi di salute), a 19 era afflitto da precoce calvizie. Recuperò gli svantaggi molto rapidamente: facendo body building (che all’epoca si chiamava culturismo), partecipando ai concorsi per Mr. Universo, mettendosi il parrucchino in testa per dire “Mi chiamo Bond, James Bond”. Con risultati duraturi: nel 1999 fu eletto “uomo più sexy del secolo”. Nel mezzo, aveva fatto provini ed era stato scelto per il primo James Bond, Dr. No (per gli spettatori italiani Agente 007 – Licenza di uccidere). Contò più la prestanza fisica che la bravura d’attore. Lo dovettero rifinire un po’, era nato a Edimburgo in una famiglia modesta, anche l’accento lasciava a desiderare, e lo smoking bisogna saperlo portare. In cima alla lista dei rivali c’era Cary Grant, che non si voleva impegnare per un film avviato a diventare una saga, e si parlò perfino di Richard Burton» [Mancuso, Foglio]. Dopo Licenza di uccidere recitò in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. «Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio. Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore (1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). […] Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso e La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment)» [Nepoti, Rep]. Annunciò il ritiro da cinema nel 2003, dopo La leggenda degli uomini straordinari. «Era una self made star, impegnato anche nella battaglia per l’ambiente e per l’indipendenza scozzese e sul braccio aveva il tatuaggio “Scotland forever”. Nella vita privata sono prepotentemente entrate due donne, nel ’62 l’attrice australiana Diane Cilento da cui ha avuto il figlio Jason, anch’egli attore, e nel ’75 si è risposato con la pittrice Micheline Roquebrune» [Porro, CdS]. «Non si era più visto in giro da quando si era rifugiato con la seconda moglie in una isoletta delle Bahamas, scampando all’uragano Dorian e godendo il suo patrimonio che i ficcanaso hanno calcolato in 266 milioni di dollari. L’amico di sempre, Michael Caine, 88 anni, aveva allegramente comunicato tempo fa che quel mito Anni 60 e oltre era andato via di testa» [Aspesi, Rep]. Ieri la moglie ha confermato al The Mail on Sunday che soffriva di demenza senile. Morto nel sonno nella sua villa alle Bahamas.

Carlo Ferrario, Un comasco irregolare – a cura di Fabio Cani e Gerardo Monizza NodoLibri Editore, 2020

vai alla scheda dell’editore

Carlo Ferrario – autori-vari – NodoLibri – Libro NodoLibri Editore

[“Carlo Ferrario. Un comasco irregolare” (a cura di Gerardo Monizza e Fabio Cani), NodoLibri Como]

Carlo Ferrario (1931–2019) è stato uomo di cultura dalle molte sfaccettature: letterato, prosatore, oratore, polemista, artista (nel suo genere), conoscitore delle arti, musicista, critico musicale, compositore… È stato anche e soprattutto cittadino della sua città, Como. Per ricordare – e giammai celebrare – Carlo Ferrario si è voluto chiamare a raccolta un buon numero di amiche e amici, venti dei quali hanno accolto l’invito a scrivere un ricordo o a portare una testimonianza. Questo libro non racconta un solo Ferrario, ma i tanti Carlo che si sono offerti al pubblico o agli amici. Senza avere le pretese di un saggio critico, queste pagine sono un omaggio perché la figura e l’opera di Carlo Ferrario restino nella memoria della città.T

Testi e testimonianze di

Ivano Alogna, Maria Giovanna Arnaboldi, Giuseppe Battarino, Gisella Belgeri, Mario Bianchi, Mario Botta, Alessio Brunialti Griffani, Fabio Cani, Francesca Cattaneo, Enrico Cavadini, Giorgio Cavalleri, Giuliano Collina, Mario Di Salvo, Paolo Ferrario, Vincenzo Guarracino, Stefano Lamon, Gerardo Monizza, Lorenzo Morandotti, Luigi Picchi, Federico Roncoroni

Elenco delle opere musicali e letterarie [http://www.nodolibrieditore.it/…/carlo-ferrario…][

https://www.amazon.it/dp/8871853288]

4 novembre 2020

il ricordare è importante: è mancata Vittoria Baseggio Oddini. è stata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuola regionale per Operatori Sociali del Comune di Milano

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Messaggio di Milena Diomede Canevini:

Con profonda commozione comunico che il 18 ottobreèmancata Vittoria Baseggio Oddini, cara generosa amica e collega per tanti di noi.

Vittoriaèstata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuolaregionale perOperatoriSociali del Comune di Milano.

VittoriaBaseggioha accompagnato con intelligente e costante impegno lo sviluppo del serviziosociale e della professione in tutti i servizi sociali della Lombardia, ha curato lo sviluppo teorico e l’insegnamento della ricerca del e nel servizio sociale;ha curato la qualità e la valorizzazione dei tirocini nella formazione degli studenti.

RicordiamoVittoria sempre presente, sempre disponibile nel suo tratto riservato, discreto, signorile; sempre disposta a collaborare, a mediare, a conciliare difficoltà per tentare nuovi itinerari.

Le siamo grati per ciò che ha fatto e per quanto ci hadonato, ma la ricordiamo anche per la sua capacità di far tornare i conti…

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Eppure il vento soffia ancora. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer, di Piero Ruzzante, Antonio Martini, Utet editore, 2020. Indice del libro

Il sentimento che scaturisce dalla lettura è di commozione. La stessa commozione di quelle migliaia di militanti che in piazza, quel 7 giugno 1984, si rendono conto della tragedia che si sta consumando. Il libro affronta la vita di Berlinguer suggerendo tesi storiografiche innovative, come quando ipotizza che l’incidente automobilistico subito di Sofia nel 1973 giocò un ruolo determinante nell’elaborazione del compromesso storico.  Oltre Berlinguer il campo progressista si è un po’ perso. Si sente il bisogno di tornare su quei passi, per studiarli e trarne insegnamenti.  Il libro che Piero Ruzzante ha scritto insieme ad Antonio Martini e ha da poco pubblicato per Utet (Eppure il vento soffia ancora) non è un saggio su Enrico Berlinguer. È un diario, un album di memorie, individuali e collettive, che ripercorre con grande rigore, ora dopo ora, gli ultimi giorni della vita del segretario comunista.

Berlinguer incarnava la diversità comunista

su UNA PEZZA DI LUNDINI, RAI 2; articolo di Raffaele Alberto Ventura, in Domani, 2 ottobre 2020; intervista in TeleSette; articolo di Andrea Minuz

guarda su RayPlay

https://www.raiplay.it/programmi/unapezzadilundini

Lundini
di Andrea MinuzIl FoglioUna pezza di Lundini è il programma del momento, il programma che piace anche ai social, il programma che guardano persino i miei studenti che hanno vent’anni e non sanno cosa sia la tv (lo vedono su Instagram, su Twitch, su YouTube, al massimo su RaiPlay, che hanno scoperto grazie a “Lundini”). Una pezza di Lundini ha un titolo formidabile, misterioso come un incantesimo, un insegnamento esoterico, un richiamo per pochi adepti. «Un titolo che all’inizio non capiva nessuno», dice Giovanni Benincasa, principe degli autori televisivi, ultimo erede della nostra golden age, ideatore, creatore e lanciatore di Lundini, inteso come programma e personaggio tv. Chi è questo Lundini che finisce addirittura nel titolo della trasmissione, come Fiorello, Maria De Filippi, Barbara D’Urso?
Oppure capivano “Landini”. Pensavano a una docufiction sulla Fiom, una miniserie sulla Cgil, un talent sulle vertenze sindacali. Invece Lundini con la “u” è ormai diventato un modo di dire. Esiste la situazione kafkiana, esiste la situazione fantozziana, ora c’è la “situazione alla Lundini”. Chiunque abbia visto anche solo pochi minuti di una puntata qualsiasi sa bene cosa sia. Benedetta Rossi, nuova star dei cooking-show e versione amatorial-marchigiana di Benedetta Parodi, entra in studio magnificata da Lundini per i suoi «tre miliardi e mezzo di follower, quasi la metà della popolazione del Nepal» (ne ha comunque undici milioni, poco meno della metà di quella vera), si accomoda nella poltrona, quindi la presentano con una scheda che ripercorre la carriera di Andrea Roncato.
Alessandro Borghi chiede e ottiene una versione di La ragazza di Ipanema con Bobo Craxi alla chitarra. Sebastiano Somma si autodefinisce ripetutamente «un attore cane come pochi», ma il narcisismo prende il sopravvento e inizia a ricordare una serie di suoi ruoli “immortali”. La band deve rendere omaggio all’ospite della puntata, Piergiorgio Odifreddi, ma ha capito che veniva Otis Redding e attacca, Dock of the bay. La “situazione alla Lundini” è un momento di disagio, uno spaesamento. Può essere anche un tempo morto che precede il disastro, un malinteso che si piazza lì e paralizza la scena. «Un momento di grande imbarazzo che non viene risolto», spiega Benincasa, «un imbarazzo non coperto, ma che resta sotto gli occhi di tutti anche solo per pochi secondi».
Anche Giuseppe Conte che tossisce in faccia a Lilli Gruber mentre legge le risposte sul cellulare come gli studenti all’esame su Zoom è per esempio e senza volerlo un grande “momento Lundini”. Però, certo, ci vuole anche la faccia attonita e impassibile di Valerio Lundini. Ci vuole la comicità lunare e borgatara di Emanuela Fanelli. I due talenti su cui Benincasa ha costruito questo programma che si regge su un’idea semplice quanto folle. Nel suo artificio narrativo, Una pezza di Lundini è un riempitivo messo su in fretta per tappare il buco di una trasmissione immaginaria saltata all’improvviso, tipo Detto Fatto dopo il tragico tutorial sulla spesa sexy in tacco dodici.
Emanuela Fanelli annuncia che il programma previsto (con un titolo sempre diverso che è anche un piccolo, formidabile monologo dell’attrice) non potrà andare in onda. Al suo posto ci sarà Una pezza di Lundini. Con la sua completa impreparazione, Lundini dovrà intrattenere e intervistare ospiti, lanciare servizi, tenere in piedi venti minuti di trasmissione senza sapere bene che fare o che dire. Venti minuti di nonsense risucchiati dentro errori, sbagli, tragici tempi morti, applausi desolati dei quattro anziani presenti in studio. Come quando l’attrice Pilar Fogliati fissa la telecamera, non capisce se l’intervista è finita, non lo capiamo neanche noi e intanto arrivano messaggi incomprensibili dalla regia.
«Un amico una sera mi ha chiamato per dirmi che guardando il programma aveva la netta sensazione che da un momento all’altro potesse crollare il soffitto dello studio», racconta Benincasa. È così. Succede, peraltro, in Beetwen two ferns, il pazzo talk-show di Zach Galifianakis, poi film Netflix, che si apre con un’intervista sgangherata a Matthew McConaughey: l’attore si spazientisce, vorrebbe andare via, ma è sommerso da una cascata d’acqua che viene giù dal soffitto e finisce a nuotare in un acquario tipo quello dei dipendenti di “Fantozzi”.
Una “pezza di Lundini” richiama un po’ questa “nightmare television” americana dove al culmine della catarsi può succedere che lo studio venga sfasciato, cioè letteralmente fatto a pezzi, come Kurt Cobain sfasciava la chitarra o Mario Giordano le zucche di Halloween con una mazza da baseball. Una tv così da noi non esiste. Tanto meno sulla Rai. Per lo studio fatto a pezzi però è ancora un po’ presto. «Siamo in effetti nel genere crime-comedy», dice Benincasa, «mi piacerebbe che lo spettatore pensasse che il programma è in mano a un pazzo, un dirottatore di programmi; solo che, a differenza degli americani, noi in Rai non possiamo sfasciare lo studio, una puntata dura solo venti minuti, non si ammortizzerebbero i costi. Se ci allunghiamo intorno a un’ora, un’ora e mezzo, allora sì, forse sì».
E qui voglio credere con tutto me stesso che Benincasa non stia scherzando. Mi cullo all’idea di una futura puntata di “Una pezza di Lundini extended version”, in cui Lundini e Emanuela Fanelli sfasciano lo studio sotto gli occhi esterrefatti dei rappresentati dell’Usigrai. Benincasa mi racconta le difficoltà, ma anche la fortunata congiuntura astrale che c’è dietro l’arrivo in Rai di un programma del genere. Forse non hanno ancora capito cosa sta andando in onda. La Pezza è nata come striscia settimanale, com’era Battute? lo scorso anno: «All’inizio andavamo in onda quattro volte a settimana in orari cangurellanti, man mano che siamo andati avanti ci hanno trattato davvero come una pezza, finirò che dovremo spiegare che la pezza è un’invenzione narrativa». Ormai bisogna mettere le didascalie a tutto. Se c’è di mezzo la Rai, anche i sottotitoli per non udenti.
«Ho faticato anche a convincere il regista a riprendere male alcune scene». Ma ne è valsa la pena. In Una pezza di Lundini non ci sono quelle inquadrature aeree che ci catapultano nello studio, niente effettacci e balletti, ma inquadrature quasi sempre fisse. «In tv bisogna inquadrare chi parla». E qui con Benincasa si sodalizza parecchio. Si condivide tutto il fastidio. L’irritazione per quelle regie che “si fanno vedere”, si dimenticano i personaggi, se ne vanno a spasso per lo studio, come un qualsiasi dolly di Sorrentino. Anche spiegare a un ospite cosa deve venire a fare da Lundini non è facile. Ludovica Martino, attrice di Skam Italia, è stata la prima.
È stata bravissima a entrare nella “situazione Lundini”. «Non aveva idea di cosa la aspettasse, ma si è subito sintonizzata». Non è scontato trovarsi a proprio agio in un contesto del genere, ma, come dice Benincasa, «adesso c’è la fila di gente che vuole venire da noi». Sono tutti pazzi di Una pezza di Lundini. Ognuno ha il suo momento preferito. Il mio è la standing ovation per Dio. Aizzato da Lundini, in barba all’ateo Odifreddi, tutto lo studio si alza in piedi e applaude le meraviglie del Creato che risplendono in uno di quei filmati alla Quark con orrenda musica new-age in sottofondo. La critica, i social, le riviste di tendenza sono tutti d’accordo: Lundini è «una suprema forma di boicottaggio della televisione»; il «surrealismo in seconda serata»; una «grandiosa satira televisiva».
Anche lui in trasmissione ci gioca su: «Questo è un programma che ha solo recensioni positive». Le recensioni tirano già l’album di famiglia, tutta la genealogia culturale di Una pezza di Lundini: Arbore, Frassica, Guzzanti, i Monty Python, Cochi & Renato, il Fantastico di Celentano, la serie Boris, i The Pills; Fulvio Abbate cita addirittura le Tesi su Feuerbach di Marx, anche se non ricordo bene a che proposito. Ma Una pezza di Lundini è “satira televisiva”? No. Quella era roba di Arbore, era roba di Boncompagni. Quelli della notteIndietro tutta erano costruiti sopra i cliché delle tv di allora, coi salotti, la gente che si parlava addosso, gli sponsor improbabili, il dilagare di quiz assurdi nelle reti private, e tutti quei nuovi fenomeni che Umberto Eco avrebbe immortalato con il termine “neotelevisione”.
Lundini con questa roba non c’entra molto. Mi conforta sapere che anche Benincasa la pensi così: «La nostra non è satira sulla tv, e se c’è satira è involontaria. Lundini è satira della vita. Lundini sbaglia le domande, non sa nulla dell’ospite che deve intervistare. È un uomo impreparato chiamato a fare qualcosa che non sa fare, e questa è una coda che ha a che fare con la vita, non solo con la televisione». Altro che satira televisiva, qui siamo nel più puro degli zeitgeist. Siamo circondati da tantissimi Lundini costretti a esprimersi, rilasciare pareri, prendere decisioni, gestire cose di cui non sanno granché. A differenza di Lundini, la loro è un’impreparazione spesso molto euforica, assai tracotante, un’impreparazione che non conosce imbarazzo o vergogna (sentimenti scomparsi dalla sfera pubblica). Al massimo, ci sono le gaffe seguite dalla “rettifica”. E la rettifica è quasi sempre peggio.
«Quelle di Lundini, invece, non sono gaffe», spiega Benincasa, «i suoi sbagli restano lì, avvolti in un superbo silenzio antitelevisivo». Ecco perché l’idea di scrittura che sta dietro questo programma non è archiviabile alla voce “satira televisiva”. Tutta la tv è ormai satira più o meno involontaria della televisione. «E poi che senso avrebbe oggi fare satira televisiva avendo puntato su un pubblico giovane?», sottolinea giustamente Benincasa, «un pubblico che la tv generalista non l’ha vista mai e che forse si domanda cosa sia quel logo ‘Rai2’ sull’inquadratura mentre vede Lundini su Instagram?». Come fanno a ridere di una cosa che non conoscono? Casomai, Lundini è vero servizio pubblico: «Stiamo facendo l’alfabetizzazione umoristica agli ultrasessantenni e allo stesso tempo stiamo portando i ventenni sulla Rai».
I ventenni scopriranno magari su RaiPlay gli sceneggiati con Alberto Lupo. Gli ultrasessantenni saranno iniziati alla “meta-post ironia”, anche se non hanno mai letto David Foster Wallace. Prenderanno a dire “weird” e “cringe”, quel termine internettaro che indica “una situazione scomoda, il sentirsi estremamente in imbarazzo per il comportamento di qualcuno, per il suo aspetto o il suo carattere”, insomma un “momento Lundini”. Per ora l’esperimento pare soprattutto riuscito coi ventenni. Sono i social che stanno trascinando RaiDue. Come mi ha detto un mio studente, «ho provato a far vedere Lundini ai miei genitori, ma non capivano dove dovevano ridere e perché».
Sta qui anche la differenza fondamentale con Propaganda Live, un programma che si muove ancora nell’orbita del dandinismo. Uno dei tanti meriti di Lundini è la dimostrazione che è possibile fare una tv divertente ma laica, cioè senza passare dalla “satira-politica-de-sinistra”, ma esplorando casomai le sconfinate possibilità creative della noia. «Noi annoiamo in modo creativo, annoiamo divertendo». Certo ci vogliono Lundini e Fanelli. Un nerd geniale e un puro talento attoriale, la migliore performer femminile in circolazione. Ci vuole una squadra di giovani autori, quelli che Benincasa ha chiamato con sé a lavorare a una “Pezza”, che diventa quindi anche un programma-factory, una formidabile palestra per chi vuole scrivere televisione, per i nuovi che negli anni potranno crescere.
Lo scarto con la banda di Propaganda Live è poi tutto in quel completo blu con cravatta che indossa sempre Lundini, un completo “blu Lundini”, come il “blu di Prussia”. Con una t-shirt dei “Ramones”, Lundini sarebbe finito in quota “tv giovane e irriverente”. Non ce lo saremmo filati. Così invece buca lo schermo. «Lundini è un uomo impreparato ma elegantissimo. Io curo personalmente il suo nodo della cravatta. Non si va in onda finché non è perfetto. Supervisiono anche il trucco di Emanuela Fanelli e la curvatura degli anziani seduti in studio». È così che si fa la televisione.
Con una grande voglia di farla bene. Senza quello sprezzo annoiato, senza il malcelato fastidio o la vergogna che hanno molti colleghi di Benincasa che pensavano di diventare Borges o Orson Welles e allora si vendicano su di noi scrivendo brutta televisione. Invece, come dice Benincasa, «l’Abc della televisione è facile. Sono queste tre lettere: A di Arbore, B di Baudo, C di Costanzo. Hanno creato tutto ciò che ancora oggi va in onda. Idee, format, personaggi. Tutto. Tranne Una pezza di Lundini e poco altro». Andrea Minuz

LORETTA GOGGI PIANGE PER LA DEDICA DEI 60 ANNI DI CARRIERA DA PARTE DI CARLO CONTI, A TALE E QUALE – 25 settembre 2020

vai a RayPlay https://www.raiplay.it/video/2020/09/Tale-e-Quale-Show-seconda-puntata-25-settembre-2020-5378ab9a-6908-4e38-958d-c3bb18cf95ef.html

vai a Corriere della sera

https://video.corriere.it/spettacoli/loretta-goggi-lacrime-tv-tale-quale-show-si-commuove-quando-vede-immagini-marito-gianni-brezza/222fc7a2-ffd0-11ea-a637-26d219cb3ec9

“problemologi” e “soluzionologi”, storica vignetta di QUINO (Joaquin Salvador Lavado Tejon, 1932-2020)

Quino (1932-2020) (Joaquín Salvador Lavado Tejón). Fumettista. «Particolare che un autore con più di mezzo secolo di gloriosa attività venga ricordato grazie a un personaggio che lo ha impegnato per nove anni. Eppure, aggiungendo al nome Quino quello di Mafalda, la ragazzina arrabbiata (giustamente) con il mondo, tutto si fa più chiaro. E così è stata annunciata la sua morte, avvenuta ieri a 88 anni a Buenos Aires, sui siti web di mezzo mondo. Eppure Joaquín Salvador Lavado Tejón, fin da piccolo chiamato in famiglia Quino (per non confonderlo con uno zio disegnatore per la pubblicità), ha davvero creato migliaia di personaggi, quasi tutti anonimi, spesso capaci di comunicare la filosofia del proprio autore senza usare la parola. Era nato a Mendoza nel 1932, figlio di spagnoli in una provincia piena di immigrati. La sua infanzia era stata funestata dalla morte della madre quando aveva 13 anni e del padre tre anni dopo. Ma fin da piccolo aveva subito chiaro il suo destino: avrebbe raccontato la vita attraverso i disegni. Se a quattordici anni aveva avuto la sua prima soddisfazione vendendo un suo fumetto pubblicitario, la svolta l’ebbe a Buenos Aires a ventitré anni quando cominciò a pubblicare regolarmente le sue vignette. Nel 1962 viene organizzata la sua prima mostra e l’anno successivo è quello della consacrazione: esce il primo libro, dal titolo Mondo Quino, e nasce Mafalda. Mondo Quino è il prototipo di tutto quello che il grande maestro argentino avrebbe fatto nella sua vita, riuscendo a descrivere il potere in mille maniere diverse, ma sempre sorridendo e mettendosi dalla parte di chi lo subisce. Nella copertina dell’edizione argentina c’è un re che sul trono (guardandosi intorno per non essere scoperto da nessuno) rammenda il calzino che ha al piede. Nelle pagine interne la meraviglia di un autore che ti spiazza sempre mostrando, oltre alle assurdità del potere, quelle delle abitudini quotidiane, dell’assuefazione al consumismo e alla povertà altrui. Meravigliosa la vignetta in cui il solito signore qualunque trova per la strada non un mendicante con il violino, ma un’intera orchestra che chiede le offerte con decine di cappelli sul marciapiede. E poi arriva Mafalda, la cui storia è ben nota.
Creata per la pubblicità della Mansfield, una marca di elettrodomestici, avrebbe dovuto essere la bambina con tante idee per migliorare il mondo (proprio attraverso l’uso di aspirapolveri e lavatrici). Ma la proposta non andò a buon fine. Quino rimase con alcune strisce nel cassetto fino alla loro pubblicazione su un supplemento umoristico argentino. Fu un successo immediato e la ragazzina venne richiesta da periodici sempre più importanti fino alla prima trionfale raccolta del 1966: esaurite cinquemila copie in due giorni. Da allora la popolarità di Mafalda ha raggiunto mezzo mondo. Nel ‘69 Bompiani la fa esordire da noi con il titolo Mafalda la contestataria e la prefazione di Umberto Eco, che scrive: “In Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta, che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi, di un’asma intellettuale da fungo atomico”. E Quino era d’accordo con lei, a favore della contestazione, tanto che arrivò per la prima volta a Parigi nel maggio del Sessantotto per stare dalla parte dei manifestanti. E c’è tornato due anni dopo per rivivere quei giorni. Venuto a Milano conosce l’argentino Marcelo Ravoni della Quipos che diventa il suo agente, come lo era di Mordillo e di Altan. E anche grazie a lui Mafalda diventa un personaggio simbolo, nei libri Bompiani e sul Mago di Fruttero e Lucentini. Spesso paragonata ai Peanuts , la striscia di Quino era però totalmente diversa. I bambini facevano da contraltare ad un mondo adulto indifferente e qualunquista, con Mafalda che davvero si indignava per tutte le ingiustizie che scovava anche nella sua semplice vita quotidiana. Eppure, nove anni dopo il suo esordio, Quino decise di chiudere con lei. Proprio quello che tanti autori avrebbero desiderato, cioè il successo mondiale, l’aveva stancato. Preferiva riprendere le sue strisce senza personaggi fissi, pubblicate con successo in libri come Lei non sa chi sono io!Peccati di gola e Uomini si nasce.
Nel 2008 avrebbe dovuto venire a Romics a ritirare il premio alla carriera ma il suo dottore gli vietò l’ennesimo lungo volo. Partecipò comunque con una lunga telefonata in cui gli venne chiesto quale fosse la sua striscia che amava di più. Dopo un po’ di silenzio raccontò quella in cui la padrona di casa raccomanda alla domestica di pulire tutto il suo salotto dopo una festicciola. Ci sono posaceneri, bicchieri dovunque e, appesa alla parete, la riproduzione di Guernica di Picasso. La domestica chiede: tutto tutto? La padrona risponde di sì, e alla fine è tutto a posto davvero: anche il caos di Guernica e di Picasso» [Luca Raffaelli, Rep].

Paolo Conte, Via con Me (2020), di Giorgio Verdelli – CinemaItaliano.info

… Verdelli ha attinto all’immenso patrimonio dell’archivio personale di Conte, dalle riprese dei tour internazionali alle tante occasioni di una carriera assolutamente unica. Il film si inoltra nel labirinto delle sue canzoni, anche quelle scritte per gli interpreti più diversi (da Adriano Celentano a Enzo Jannacci, passando per Jane Birkin, Caterina Caselli e Bruno Lauzi …

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Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni)

Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni). Fumettista. Vignettista. Autore satirico • «Il papà della Pimpa, il personaggio a fumetti più amato d’Italia, dai bambini tra i 2 e i 5 anni» (Marco Belpoliti, La Stampa, 16/3/2010) • «Dal 1974 collaboratore di Linus, L’Espresso, Panorama, La Repubblica, si è dedicato soprattutto al fumetto (Trino, 1974; Pimpa, 1975; Ada, 1978; Colombo, 1979; Macao, 1984), raggiungendo i migliori risultati con le vignette satiriche di Cipputi (1979), nelle quali l’omonimo operaio metalmeccanico commenta con spirito caustico i temi dell’attualità politica e sindacale del paese» (Treccani) • «Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”» (Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, 3/6/2014) • «Altan non va in televisione, Altan non appare quasi mai e questo ha creato intorno ad Altan un alone di leggenda. Ma Altan detesta gli aloni» (Stefano Benni) • «Un poeta solitario» (Enzo Biagi) • «Una sagacia appartenente all’altro mondo» (Oreste del Buono) • «Il grande sovrintendente all’anagrafe delle avventure» (Paolo Conte) • «Un genio. Ogni volta mi stupisco delle sue trovate, mentre altri disegnatori spesso mi colpiscono per la modestia e la banalità… È un artista popolare, pur essendo raffinatissimo» (Giorgio Bocca) • «Il disegnatore Altan, l’eccelso battutista Altan, il politologo Altan, il critico del costume Altan (eccetera eccetera: bisognerebbe aggiungere il filosofo, lo psicologo, l’editorialista, il sociologo e ancora altro), insomma, Altan e ci siamo capiti, è uno della vecchia guardia. Come direbbero oggi i pensatori politici più attrezzati, un oltranzista, un massimalista. Oppure, semplicemente, un comunista. Un tipo misteriosamente fuori moda» (Edmondo Berselli) • Campionario di sue battute: «“Quest’anno facciamo la partenza intelligente?” “Perché, tu non vieni?”», «“Lei è un coglione?” ”Maledizione, c’è una fuga di notizie”», «“Papà, mi suicido”. “Non fare il moralista, spara agli altri”», «“Ancora violenza su donne e bambini” “E con chi dovrebbero sfogarsi, con i panda e le foche monache?”», «Mi vengono in mente solo idee che non condivido», «Nel campo del virtuale noi della old religion abbiamo un know-how che la new economy se lo sogna» • «Non c’è giorno che io apra Twitter e non trovi una sua vecchia vignetta pubblicata da qualcuno per dire qualcosa sul presente. Ogni suo lavoro s’attaglia perfettamente all’attuale. “Questo la dice lunga sull’attuale”» (Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 27/7/2020).
Titoli di testa «Altan detesta parlare di Altan? “Una delle più grandi sofferenze della mia vita l’ho provata l’anno scorso, quando mi sono ritrovato a dover parlare di me davanti a una telecamera, per un film che è stato fatto sulla mia storia”» (ibidem).
Vita Figlio di Carlo Tullio-Altan, insigne antropologo, grande intellettuale liberale, impegnato nella Resistenza, e di sua moglie Nora • «Mia madre era dolce e mio padre severo. Con me giocava poco e aveva idee precise su quel che si dovesse o non si dovesse fare» (a Pagani) • «Com’era il suo rapporto con suo padre? “Abbiamo vissuto insieme solo nella primissima infanzia, anche se era molto preso dal suo lavoro”» (Simonetta Fiori, Robinson, 12/10/2019) • «Mio padre era tecnicamente incapace di leggere i fumetti, non riusciva a spostare l’occhio dal fumetto alla figura. E da bambino me ne aveva proibito la lettura durante l’anno scolastico: allora era considerato un genere diseducativo» (ibidem) • «E lei rispettava il divieto? “Non proprio. Una volta, in una grande casa a San Vito, ci fu un incendio. I miei corsero a svegliarmi alle sei del mattino, preoccupati che le fiamme si propagassero, per portarmi via. Aprirono la porta e mi trovarono con la testa ficcata nelle pagine di un fumetto”. Quale? “Non ricordo precisamente, ma io leggevo Piccolo sceriffoPecos BillGim Toro, quegli album a strisce piccoline di cui ora mi sfugge il nome. Avevo amici più grandi che li compravano per me in paese. E io, per non farmeli beccare, li nascondevo in giardino”» (Nicola Mirenzi, Huffington Post, 12/11/2019) • Francesco è pigro fin da giovane. «Pensi che una volta, da piccolo, volevo imparare a suonare. Mia madre me lo sconsigliò fortemente, mi disse ma no, ché il giorno dopo ti stufi» • «A 7 anni sognavo di essere ingegnere navale: mi ero innamorato di un’illustrazione. La prua di una gigantesca nave di ferro. Stava sulla Treccani» • «“E poi quando ero giovanissimo mi ero messo in testa che sarei morto a 28 anni in una pescheria di Rotterdam […]”. Scusi, perché una pescheria? Poi a Rotterdam! “Non ne ho la più pallida idea”» (Fiori) • Nel 1950 i suoi genitori si separano: lui rimane con la mamma. «“Un giorno facemmo le valigie e partimmo per Bologna. Avevo annusato l’atmosfera, ma nessuno mi disse né mi spiegò niente. All’epoca l’addio tra moglie e marito si gestiva male”. Fu traumatico? “Abbastanza. Arrivammo a fine novembre. La nebbia era nebbia e il freddo, un freddo porco. Dalle finestre si vedevano ancora i palazzi distrutti dai bombardamenti. Sembrava Guernica. Tubi, appartamenti sventrati, tetti crollati. Bologna, con il tempo, si è fatta amare molto. Ci ho vissuto fino ai 19 adorando le sue piazze, tifando per la sua squadra di calcio e sentendola sempre una seconda patria. Il ricordo casalingo di mio padre invece è fermo agli 8 anni, a una visita sporadica e a qualche vacanza estiva”. Il disegno è un riflesso della solitudine? “A 14 anni volevo fare il pittore. Mio padre mi dissuase: ‘Fai il liceo, poi deciderai’. In verità non ho mai scelto una mia strada. Mi sono fatto guidare dalle correnti. All’inizio degli anni ‘50 la tv non c’era e le alternative erano poche. Si disegnava e si leggeva creandosi la propria mappa un libro dopo l’altro”. Ha letto molto? “Esisteva il dovere di leggere ed era una fatica. Il punto di rottura fu L’uomo senza qualità di Musil. Era estenuante e mi fermai al primo volume. Cominciando a scegliere da solo, senza imposizioni, conobbi finalmente anche il piacere. Il meccanismo perfetto dei gialli di Dürrenmatt o Le Carré. L’umorismo un po’ amorale degli inglesi. Una goduria”» (Pagani) • «Ha avuto grandi maestri? “No, ma un paio di professori del liceo li ricordo ancora”» (Sciandivasci) • «Iniziò alla fine dei’60 su Playmen e già all’epoca, con piglio da Wodehouse, ritraeva mostri, satrapi, cialtroni e disgraziati. Donne travestite da sirene, impegnate a cantare con il timbro del cinismo: “Io son disposta a tutto, basta che sia alto, bianco, serio, biondo, innamorato e ariano”. Farfalle in volo allusivo: “Sul serio credevate che gli entomologi ci rincorressero per le bellezza delle nostri ali?”. Affreschi di naufraghi che ballano porcini all’immorale ritmo della perdita di sé: “Babbo, vado in tv”. “Allora non ho vissuto invano”» (Pagani) • I primi passi li muove in Brasile. «Arrivai a Rio la prima volta nel 1967, insieme a un amico che doveva realizzare per conto della Rai un film sulla musica popolare brasiliana. Avevo 25 anni, studiavo ancora Architettura a Venezia. Ci tornai poco dopo con Gianni Amico per girare un altro film, Tropici, storie di migranti dal Nordest verso San Paolo. Insieme all’attore Joel Barcellos, scrissi una favola che non aveva riferimenti alla realtà. Ne scaturì un film, Tatu Bola. Facevo di tutto: l’autore, lo scenografo, il tecnico dei suoni. Rimasi in Brasile da clandestino. Non avevo il permesso di soggiorno ed ero costretto a lavorare in nero. Disegnavo per un foglio satirico, ma senza figurare. Il giornale si chiamava Pasquim, era l’unico libero in tempi di dittatura: l’informazione passava nella forma indiretta della satira. Ogni tanto i censori se ne accorgevano e qualche redattore finiva in galera. A quel punto mi chiamavano a dargli una mano. Disegnavo vignette surreali, affidate solo all’immagine. Vivevo là come se ci fossi nato. Dopo un paio d’anni, sognavo in portoghese. Stavo bene, perché mi sentivo a casa. O forse perché non ero a casa» • «Ho vissuto a lungo in Brasile, lì ho cominciato a lavorare, ho conosciuto e sposato mia moglie, è nata mia figlia» (alla Sciandivasci) • Nel 1975 torna in Italia e, per il Corriere dei Piccoli, crea la Pimpa. «“Abitavo a Milano, in una casa in periferia. Ho fatto vedere all’agenzia con cui lavoravo, e ancora lavoro, Quipos, i disegni, un paio di prove su carta millimetrata. All’inizio non piacevano, poi il Corrierino le ha prese, e ho iniziato a disegnarle con cadenza settimanale. Nei primi sette anni il mio personaggio è cambiato parecchio: era un disegno selvatico” Ma Armando, chiedo, è un padrone o anche un padre per la Pimpa? Loro due sono una famiglia senza esserlo, non è vero? “Il rapporto tra Armando e Pimpa è il rapporto ideale tra padre e figlia”, mi risponde. Certo, è così. Nel fumetto iniziale Altan ha trasposto il rapporto con sua figlia, Chicca, di due anni e mezzo. “Armando, mi spiega, viene dal Walter Chiari dei fratelli De Rege”. Ma ricorda anche il Signor Bonaventura, un personaggio positivo: buono, accomodante, disponibile, padre ideale, un padre-nonno» (Belpoliti) • «All’inizio i veri lettori della Pimpa sono gli adulti; loro fungono da mediatori con i bambini, che non sanno leggere, quando questi cominciano a prendere in mano le storie e le guardano. C’è una generazione-Pimpa: dura tre o quattro anni, poi passano ad altro, ma non la dimenticano certo. L’età dei miei lettori varia dai due anni ai cinque-sei. Quando vanno a scuola cominciano a leggere altre cose. E quando disdicono l’abbonamento scrivono per scusarsi» • «Il disegno della politica è stata una passione o un dovere? “Non è stata né una passione, né un dovere: ci arrivai perché il mio agente, dopo che avevo già cominciato a pubblicare per Linus, quando ancora vivevo in Brasile, mi presentò al direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, il quale mi domando: ‘Le andrebbe di occuparsi di politica e attualità?’. Risposi: ‘Perché no?’”» (Mirenzi) • «Cipputi è nato da solo, tra gli altri personaggi delle mie vignette. Tra le madri e i figli a un certo punto è spuntato lui, e si è preso un certo spazio» • «Lei li ha conosciuti bene gli operai? “In fabbrica, li ho incontrati una volta sola: a Roma, alla fine degli anni Sessanta. C’era uno stabilimento occupato, che era diventato la meta di pellegrinaggio di tutte le forze extraparlamentari d’Italia. Ciascuna portava il proprio messaggio rivoluzionario, mentre quelle persone avevano ben altri problemi per la testa. Mi sentii in imbarazzo, perché non avevo nessun titolo per fare quel tipo di discorsi”» (Mirenzi) • «Il talento rende liberi? “Non so, io sono stato fortunato. Ho cominciato a fare questo mestiere per caso, ai giornali chiesi subito se avrei potuto disegnare quello che volevo, e non su commissione: mi dissero di sì. Diversamente non credo che ce l’avrei fatta. So di miei colleghi che devono aspettare le sei della sera per sapere cosa disegnare. A me non capita, sono libero dal ‘tema del giorno’”» (Sciandivasci) • «Ha mai pensato di trasformare un classico in un fumetto? “No, non è il mio mestiere. Dovrei restare fedele alla storia scritta da qualcun altro e io ho sempre lavorato per rovesciare gli schemi. Prima di tutto i miei”. Viene prima il disegno o il testo della vignetta? “All’inizio mi capitava di fare un disegno e domandarmi cosa potesse dire quel soggetto specifico. Adesso no, viene prima il testo. Ho comunque imparato che su una storia non c’è modo di esercitare alcun controllo”. Lo dicono tutti gli scrittori: le mie storie hanno vita propria, vanno da sole. Ho sempre pensato che lei fosse prima di ogni cosa uno scrittore. “Non lo so. Quando lavoravo a storie lunghe, o scrivevo una sceneggiatura, dopo i primi due capitoli abbozzavo sempre un finale: mi serviva a esser sicuro di andare da qualche parte” E come andava a finire? “Mi ritrovavo altrove. Sempre”. È molto romantico. “È il piacere di fare questo lavoro”» (ibidem) • «Qual è la sua vignetta più famosa? “Forse, quella che feci quando vinse Silvio Berlusconi nel 1994. Uno dice: ‘Poteva andare peggio’. E l’altro risponde secco: ‘No’”» (Mirenzi).
Vita privata «Stanno insieme da quasi cinquant’anni, Mara Chaves e Francesco Tullio Altan. Estroversa, morbida, ridanciana Mara, con la sua fluente parlata brasileira; riservato ed essenziale Checco, amante della sintesi nella vita come nelle vignette» (Fiori) • Racconta lui: «La prima volta che provai a conquistarla con un mio disegno, sfiorammo la rottura. Ritrassi un omino piccolo e brutto, in mano aveva un uovo. Mara non capì e si arrabbiò moltissimo». Racconta lei: «Eppure adoravo il tuo umorismo nero» • Vivono ad Aquileia, in una casa in campagna lasciatagli in eredità dal padre. La figlia si chiama Francesca, detta Chicca.
Politica Si considera ancora di sinistra, va sempre a votare, ma non è mai stato iscritto a nessun partito: nemmeno al Pci. «Con una sola eccezione. Avevo 16 anni e il circolo monarchico organizzava festine niente male» • «Adoro i referendum: si vota ma non si elegge nessuno».