Raffaella Carrà (1943-2021)

  1. Raffaella Carrà (1943-2021). Debuttò in televisione nel 1961 in Tempo di danza, al fianco di Lelio Luttazzi. Nel 1970 partecipò a Canzonissima e divenne famosissima • Ha vinto 12 Telegatti • Ha recitato per il cinema, il teatro e in numerosi sceneggiati televisivi • Prima donna a mostrare l’ombelico in tivù in Italia • Il nome all’anagrafe è Raffaella Maria Roberta Pelloni • Cresciuta con la nonna romagnola e il nonno, poliziotto siciliano. «I miei genitori si sono separati subito dopo il matrimonio. Per l’epoca era una rarità e mio padre mi minacciava che, se non mi fossi comportata bene, mi avrebbe tolto a mia madre» • «Dicono che sono nata a Bellaria. E non è vero. Mia madre era di Bellaria. Aveva un bar. La mia famiglia era molto benestante. È inutile che io racconti la favola della piccola Cenerentola che poi ha avuto successo. No, no, non era così. Per me Bellaria era il luogo della libertà, del profumo delle piadine, della gente per cui sono sempre stata la “fiola della Iris”. Mentre Bologna è il luogo dove ho vissuto, il luogo delle fatiche, del dovere, di queste cose qua insomma. Io in televisione ci sono arrivata dopo un sacco di tempo. E prima ero passata dal cinema. E dalla danza. A otto anni sono andata via da Bologna. Per frequentare l’Accademia nazionale di Danza, quella di Jia Ruskaia a Roma, all’Aventino. Sacrifici a non finire, esercizi interminabili, ossessioni. Io che stavo sulle punte da quando avevo tre anni. Da rovinarsi i piedi. Poi a quattordici anni la Ruskaia mi dice che avevo le caviglie troppo piccole. E che avrei dovuto studiare fino a 28 anni. Sono scappata via. Mia nonna amava l’arte, il violino, la musica. Il teatro. Così feci l’esame per entrare al Centro sperimentale di cinematografia. E il corso per diventare attrice. Ero diventata un’attrice. Ebbi una piccola parte ne La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini» • «Nel 1963 feci I compagni e poi girai Celestina con Carlo Lizzani: doveva essere il 1964. Di lì a poco sarei partita per l’America. Dopo un film che avevo girato con Frank Sinatra. Il film si intitolava Il colonnello Von Ryan. Lo giravamo a Cortina. Venni scelta tra un sacco di attrici famose che avrebbero voluto recitare accanto a Frank. Ma fui presa io. Lui era un gran signore. Molto elegante. Io non conoscevo le sue canzoni. Andavo al juke-box e mettevo i Beatles. Era perplesso. Un giorno mi regalò una collana. Io andai da uno del suo staff e dissi: “E no, se mi regala la collana non va bene”» • «Il cinema non mi convinceva. Andai a Hollywood e me ne tornai presto. Fui presa per un programma che si chiamava Io, Agata e tu. Con Nino Ferrer. Io dissi una sola cosa: “Datemi tre minuti solo per me. Anche padre Virginio Rotondi ha tre minuti solo per lui. Perché a me no?”. Io volevo ballare soltanto tre minuti da sola. Punto e basta. Che danni avrei potuto fare? Quella era una Rai di uomini straordinari. Un giorno chiesi di conoscere Ettore Bernabei. Me lo fecero incontrare e lui mi disse: “Lei è come la Ferrari. La esporteremo in tutto il mondo”. Da quel momento cominciarono i successi» • Dopo aver ballato quei tre minuti in Io, Agata e tu la madre la chiamò da Bologna in via Teulada: «Mi dice “Ma ieri sera non eri mica tu…”. E io: “Ma mamma, non mi hai riconosciuta!” E mia madre: “No, ieri sera eri un’altra”» • Dopo Io, Agata e tu, Canzonissima (1970, scandalo per la sigla di testa Ma che musica maestro: il costumista Enrico Rufini la barda con lacci e laccetti ma le lascia scoperto l’ombelico); Canzonissima (1971, lancia due balli: il Tuca Tuca e il Borriquito, vende milioni di copie della sigla Chissà se va e diventa la beniamina dei bambini nei panni di Maga Maghella, streghetta pasticciona che legge oroscopi strampalati); Milleluci (1974, a fianco di Mina con la regia di Antonello Falqui, è una lotta a colpi di zatteroni, talento e trovate registiche) • Gigi Vesigna: «Tra lei e Mina ufficialmente non ci fu mai rivalità. Però quando fecero insieme Milleluci, io feci una copertina di Tv Sorrisi e Canzoni con loro due, e metterle d’accordo fu una via crucis. Raffaella soffriva il complesso dell’altezza, e così per avvicinarsi a Mina mise degli zatteroni con una zeppa pazzesca. Mina, che non voleva dargliela vinta, si infilò delle scarpe altissime, e si innescò una corsa al rialzo; in più il fotografo usò degli obiettivi che allungavano. Alla fine le foto erano assolutamente sproporzionate» • In Milleluci alla capigliatura tutta riccioli di Mina fu opposto il caschetto biondo della Carrà, studiato e preparato da Cele Vergottini, parrucchiere di Mike Bongiorno che ne aveva studiato uno non dissimile per Caterina Caselli. Nel 2005 fu chiesto alla Carrà se non fosse il caso ormai, dopo trent’anni, di pensare a qualcosa di diverso, magari i ricci o l’abbandono del corto: «Ma io credo nella pulizia di una linea, così come in quella di un programma televisivo, di un comportamento. Pulizia! Se ti trovi bene pettinata così, allora non devi cambiare. E a me non sono mai piaciuti il rococò e il barocco, i troppi gioielli, l’eccesso» • Canzonissima (1974, è l’anno dei balletti più scatenati, della canzone hit Rumore e dei duetti con Topo Gigio che cercava sempre di saltare dentro la sua scollatura più generosa che mai); Ma che sera! (1978, Come è bello far l’amore da Trieste in giù è l’indimenticabile sigla che segna il ritorno di Raffa in tv dopo 4 anni di assenza. Accanto a lei: Alighiero Noschese, Paolo Panelli e Bice Valori); Fantastico 3 (1982, la sigla Ballo, ballo sono un guerriero… era quasi uno slogan per l’ennesimo ritorno in tv dopo l’ennesima trionfale tournée oltre Oceano); Pronto Raffaella (1983-1985, stava con Gianni Boncompagni che inventò il gioco dei fagioli: il pubblico doveva indovinare quanti ne conteneva il barattolo di vetro che appariva in primo piano sullo schermo. Aldo Grasso: «Raffaella compie anche qualche miracolo: una madre confessa in diretta che sua figlia, affetta da disturbi della parola, riesce a pronunciare “Raffaella, ti amo”». Successo enorme con punte di share del 40 per cento).
• «Al tempo di Pronto? Raffaella, hanno scritto che facevo i miracoli, che ero diventata come una madonna, che aspiravo a essere considerata la santa della televisione. Quando mai! Faccio ciò che posso. E poi, gutta cavat lapidem, come direbbe Paolo Bonolis che ama le citazioni colte» • Domenica In (1986, un ruolo sempre più da intrattenitrice) • Per passare alla Fininvest si fece dare sette miliardi di lire (contratto di due anni): «Quando Silvio Berlusconi giocava duro per imporre le sue televisioni, le mandò a casa un bracciale di Bulgari per convincerla a lasciare la Rai. Lei non cedette, rimase ancora tre anni nella tv di Stato, ma si sfiorò la crisi di governo sul rinnovo del suo contratto. “Me la ricordo eccome quella sera. Stavo mangiando davanti al telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio Bettino Craxi che gridava: ‘Il contratto della Carrà è una vergogna per gli italiani!’. I socialisti, loro sì, mi hanno fatto la guerra”. Correva l’anno 1984 e Raffaella Pelloni in arte Carrà (un nome datole da Davide Guardamagna, autore tv stufo di sentirla chiamare Belloni o Palloni dai tecnici con cui girava i primi sceneggiati, negli anni Sessanta) stendeva al tappeto due pesi massimi come Silvio e Bettino. Il primo dovette aspettare il 1987 per conquistarla sul serio alle insegne della Fininvest e il secondo, allora vincitore di tante battaglie, fu battuto dal partito Rai» (Barbara Palombelli).
• Terminata l’esperienza in Fininvest e dopo un Fantastico (1991) entrato negli annali perché per la prima volta Roberto Benigni si esibì in uno dei suoi famosi corpo a corpo («avevo un vestito fatto di bottoni e i collant senza slip sotto. Se mi slaccia sono morta, penso. Arriva a modo suo, mi tocca il sedere, mi sbilancio e cado, lui addosso. Vedo quelle due manine piccole che si agitano sopra di me, scoppio a ridere»). In seguito andò in Spagna, dove il suo Hola Raffaella spopolò • Al rientro in Italia annunciò una trasmissione di nuovo tipo, si rifiutò di anticipare alcunché a qualunque giornalista, obbligo di top secret per tutti, prove blindate ecc. E in effetti, la sera di giovedì 21 dicembre 1995, il pubblico italiano vide nascere non solo un programma mai visto prima, ma un genere, per l’Italia, del tutto nuovo: era Carràmba, che sorpresa, programma basato sulle lacrime provocate dai riconoscimenti, dalle ricongiunzioni e dai sogni realizzati in diretta, format poi largamente ripreso in decine di altri modi sia in Rai che in Fininvest (in Rai, per esempio, Il treno dei desideri con Antonella Clerici e in Fininvest C’è posta per te con Maria De Filippi). Il format veniva dall’inglese Surprise!. Il termine “carrambata” è entrato nel Devoto Oli del 2008 • Nel 2001 arrivò la conduzione del Festival di Sanremo, con Gianfranco D’Angelo. Anche se aveva lasciato Japino da quattro anni (la notizia era stata data ai giornali con un comunicato nello stesso giorno in cui entravano in vigore le nuove norme che tutelano la privacy), se lo portò al Festival e gli fece guadagnare più di un miliardo di lire (lei ne prese uno e 250 milioni). Gai Mattiolo le preparò 14 abiti di scena e 50 per il dopo Festival, il prezzo era di 150 milioni, ci lavorarono quattro sarte e tre vestieriste, Mattiolo fu impegnato a realizzare pezzi unici, che cioè non avrebbero potuto mai più essere replicati. La critica arricciò il naso: «Sembra una mini Barbie» (Elsa Martinelli), «Abiti sempre fuori luogo, inadatti alla situazione del momento» ecc. Mattiolo: «Ha dei tabù incomprensibili: non vuole scoprire il collo, le spalle e le braccia» • Nel 2006, su Raiuno, condusse Amore, dieci puntate che si proponevano, attraverso servizi, ospitate ecc., di spingere gli italiani ad adottare, a distanza, bambini del Terzo mondo. La trasmissione non andò bene, la Carrà incolpò il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, che, a suo dire, «non ama i bambini» • È stata giudice di The voice of Italy (Rai 2, 2013-14, 2016). Da ultimo A raccontare comincia tu (Rai 3, 2019-21) • Non si è mai sposata: «La bellezza dell’amore è che è imprevedibile, guardi una persona negli occhi e la tua vita cambia all’improvviso. Io mi sono innamorata di un uomo meraviglioso come Gianni Boncompagni da giovane ed è stato bellissimo perché, dopo il difficile rapporto con mio padre, mi ha ridato la fiducia negli uomini. La nostra è stata una coppia paritaria e mi ha fatto un gran bene: stando vicino all’aretino si è sviluppata la mia ironia» • Boncompagni: «Sono stato con lei dieci anni, tre di più che con mia moglie. Lei era una stakanovista. Io lavoravo molto poco. Lei si arrabbiava perché io guadagnavo il doppio di lei» • Dopo aver lasciato Boncompagni, si mise col coreografo Sergio Japino: «Un giorno, durante una prova… Le stavo indicando un movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo continuato a guardarci a lungo, in silenzio» • Dodici adozioni a distanza (dato aggiornato a gennaio 2011): «All’inizio della mia carriera non volevo bambini: non mi andava di fare la star che gira il mondo con il panierino. Ho provato a quarant’anni, la natura mi ha detto no». Era molto legata ai nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Renzo morto qualche anno fa: «Purtroppo però uno vive a Parigi e l’altra in Belgio» • «Ho un unico vizio e sono le sigarette, che facciano male me ne frego. Del resto mio fratello non aveva mai fumato e in quattro mesi è morto di cancro ai polmoni» • Dieta: mangiare una volta al giorno e libertà nel weekend (compresa la pasta). Ginnastica: piccoli movimenti “giusti” per tenere il corpo sempre in stretch. Rilassamento: giocare a tressette ad ogni pausa di lavoro • «Ho sempre avuto il complesso della bocca molto carnosa» (aveva il dentista a Madrid) • È morta ieri a Roma alle 16.20, stroncata da un cancro ai polmoni. A darne l’annuncio è stato Sergio Japino, a lungo suo compagno nella vita e nell’arte: «Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». «Erano talmente pochi a sapere della sua malattia che solo la scorsa settimana, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai per la prossima stagione, un giornalista aveva chiesto al direttore di Rai1 Stefano Coletta se ci fosse in programma un ritorno in tv della Carrà. E lui aveva risposto, come sempre, che per Raffaella bisognava trovare il progetto adatto e che comunque le porte per lei erano sempre aperte» [Lupi, Mess]. Ieri sera, la Rai ha rivoluzionato il suo palinsesto per renderle omaggio. Il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il ministro della Cultura hanno espresso parole di cordoglio. Non ci sono notizie sui funerali, si sa però che ha chiesto una bara di legno grezzo e un’urna per le ceneri.

Morire – prende solo poco tempo, in The Complete Poems of (Tutte le poesie di) Emily Dickinson – J251-300

Morire – richiede appena un breve momento –

Dicono che non faccia male –

È solo un perdere i sensi – per gradi – E poi – si è fuori di vista –

Un Nastro più scuro – per un Giorno –

Un Crespo sul Cappello –

E poi arriva la piacevole luce del sole –

E ci aiuta a dimenticare –

L’assente – mistica – creatura –

Che senza l’amore per noi –

Si sarebbe addormentata – nell’attimo estremo –

Senza fatica –

The Complete Poems of (Tutte le poesie di) Emily Dickinson – J251-300

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca … HERMAN HESSE

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in sé stessi la loro legge e il loro cammino.

Una passeggiata nell’Italia dell’anima, di Eliana Di Caro, Il Sole 24 ore domenica 6 giugno 2021. Recensione di: Nanni Delbecchi, Quattro passeggiate. Lucca, Milano, Roma, Venezia, Alberti editore, 2021

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«La cura», di Franco Battiato (1945-2021)

Ti proteggerò
dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Franco Battiato (1945-2021). Cantante. Autore. Regista. «Il successo non mi convince». Inizi commerciali (con Bella ragazza partecipò a Un disco per l’estate 1969), passò poi alla sperimentazione (Fetus, 1971; Sulle corde di Aries, 1973). Nel 1979 l’album L’era del cinghiale bianco gli valse una larga popolarità, ampliata dai successivi Patriots (1980, con Prospettiva Nevski), La voce del padrone (1981, un milione di copie vendute, con Bandiera bianca, Centro di gravità permanenteCuccurucucu), L’Arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi 1985) ecc. Nel novembre 2015 l’«antologia definitiva» Le nostre anime (uscita in due versioni: una minore da tre cd e una maggiore da sei cd, quattro dvd, due libri e due poster), ideata per celebrare i primi 50 anni di carriera musicale. Ultimo album nel 2019, Torneremo ancora. «Ho scritto canzonette dai buoni testi e cose più serie. A volte scrivi per divertirti, altre ti interroghi sulla spiritualità. La verità è che certe canzoni, penso a Sentimiento nuevo che cantavo con Alice, erano un po’ delle cazzate. Cazzate divertenti e tendenti all’alto, ma pur sempre cazzate» (a Malcom Pagani) • Famiglia di pescatori. Dopo la morte del padre Turi – camionista e scaricatore di porto a New York – finì a Milano. Aveva 19 anni: «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Nel pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare». A quei tempi risale la prima, infausta canzone, L’amore è partito (1965), pubblicata con il nome di Francesco Battiato. «All’epoca facevo il chitarrista di Ombretta Colli in tour. Ma quella canzone non era mia, era una cover: mi disgustò» (a Leonardo Iannacci) • «Mi ricordo di un meraviglioso pianoforte che mi regalarono le suore all’età di 16 anni. Una mia amica mi disse che, dovendo liberare un convento, lo vendevano a basso prezzo. Mi presentai e la madre superiora me lo sbolognò senza pretendere una lira. Pensava fosse rotto e invece era solo scordato. Mi sentii felice» (a Pagani) • «È sempre stato inclassificabile, nei ’70 entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava. Il pubblico lo rincorreva inferocito» (Riccardo Bertoncelli) • «Dopo l’uscita di L’era del cinghiale bianco, a 35 anni, realizzai che qualcosa era definitivamente cambiato. A un concerto a San Giovanni Valdarno vennero in 20 mila. Sentii uno strano boato. Con il successo vennero i fan: una notte in albergo mi svegliai e trovai che avevano fatto entrare gente nella mia stanza per vedermi dormire. Volevo smettere» • «Lo so cosa dicono: “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”. Ho chiesto molto in questi anni a quelli che mi seguono. Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova. Non mi interessano le conferme, essere rassicurante per chi ti viene a vedere, dargli quello che vuole» • «Nel 1980, alla fine di un’esibizione delirante con 5.000 persone, Dario Fo mi aspettò all’uscita del concerto: “I tuoi testi non mi piacciono”. E io risposi: “E a me che cazzo me ne frega?”. Eravamo sullo stesso piano, a quel punto. Ma non mi ritengo intoccabile, anzi. Se mi avesse criticato in un’altra maniera avrei anche apprezzato. È sempre il modo. Si può essere critici senza essere brutali» (a Pagani) • Nel 1989 suonò in Vaticano per Giovanni Paolo II: «Mi chiamò un dirigente della Emi, Di Lernia: “A Battia’, te vole er Papa”. Era Giovanni Paolo II, andai volentieri» • Del 17 settembre 2017 il suo ultimo concerto, al Teatro romano di Catania: le ultime quattro date del tour vengono annullate per motivi di salute • A ottobre 2019 il manager Francesco Cattini, in occasione della promozione dell’ultimo album, ne annuncia il ritiro dalle scene. In un’intervista a Giammarco Aimi il suo storico collaboratore rivela: «Franco non lo sento più da un anno, perché purtroppo non riesce a capire quello che gli si dice» • Ha esordito nella regia cinematografica con Perduto amor, poi Musikanten (omaggio a Beethoven) e Niente è come sembra (stesso titolo di una canzone de Il vuoto), sceneggiato dal filosofo Manlio Sgalambro. Per qualche anno ha lavorato a un progetto cinematografico sul musicista Georg Friedrich Händel, per il cui ruolo aveva scelto l’attore tedesco Johannes Brandrup. Film che poi non ha girato • Altra passione di Battiato, la pittura: «Nella pittura vedo tutti i miei difetti, e mi interessa migliorare. Ne sono ingordo e non vedo l’ora di mettermi a lavorare» • Alla vigilia delle politiche 2006 fece sapere che avrebbe votato per la Rosa nel Pugno e ha poi aderito alla manifestazione dell’Orgoglio laico del 12 maggio 2007 • Assessore al Turismo della regione Sicilia da novembre 2012 a marzo 2013. Ha dovuto lasciare (sostituito nel giro di un giorno da Michela Stancheris, segretaria particolare del governatore Rosario Crocetta) per la frase pronunciata a Bruxelles a marzo e ritagliata a margine di un lungo ragionamento sui percorsi culturali: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa, dovrebbero aprire un casino» • Siccome da venticinque anni non si avevano notizie di sue storie d’amore, molti hanno sospettato che fosse omosessuale: «Ne dicono di tutti i colori. Possono dire quello che vogliono. Il rapporto più lungo che ho avuto è stato con una donna sposata, quindi era molto comodo per me mantenere la segretezza. Omosessuale? Io sono al di là di questi schemi, di queste categorie. Ho superato certe definizioni». «Una volta con una ragazza pensai anche: “Questa è quella giusta”. E poi cosa accadde? Uscii presto, comprai tre yoghurt, li misi in cucina e poi andai a fare una doccia. Una volta lavato, gli yoghurt non c’erano più. Li aveva mangiati tutti lei? Tutti e tre. Ora dico, se ne avesse lasciato almeno uno, avremmo parlato di altro. Ma li aveva fatti fuori tutti. Un saggio di egoismo, non solo simbolico. Tra noi la storia non poteva funzionare e infatti si arenò» (a Pagani) • È morto nella sua casa, Villa Grazia, a Milo, ai piedi dell’Etna. Lunedì aveva ricevuto l’estrema unzione dall’amico Orazio Barbarino, arciprete di Lingualossa • L’annuncio della morte è arrivato dalla famiglia. I funerali si terranno oggi in forma privata nella cappella della villa. Il corpo sarà cremato.

Battiato
di Stefano Bartezzaghi
la Repubblica
I cantautori erano o professori o agitatori di popolo o le due cose. Al loro tempo lui sperimentava, già sciamanico e follemente originale. Venne fuori quando il vento era già cambiato e seppe far, contestualmente, ballare discoteche e alzare stupiti sopraccigli in zona Adelphi. Cinghiali bianchi e “patriots” chiamati alle armi, Gurdjieff e la cassa in 4, sincretismi e sintetizzatori. E, certo!, parole: versetti tagliati in un’ironia sapiente se non sapienziale, che non sgorgava da alcuna fonte già nota. In fretta e quasi a caso se ne raccoglie un piccolo breviario, procedendo a frammenti come del resto usava lui, Franco Battiato, specialmente nella sua fase culminante e più pop.
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, / potete stare a galla”. Crociata a doppia valenza: fustigava gli ascoltatori come massa ma li lusingava come singoli. Se cogli l’idiozia contemporanea ne sei già un po’ meno partecipe.
Il mondo è grigio, il mondo è blu”: che venga colta o no, la citazione del pop del passato (qui: Nicola di Bari) incastona tasselli di luccicante e insensata attrattiva. Moretti ha poi adottato lo stesso metodo con le canzoni proprio di Battiato impiegate in suoi film.
Un giorno sulla Prospettiva Nevski / per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Il teorico del trash (e di ogni altra piega della cultura pop) Tommaso Labranca amava Battiato, ma non Prospettiva Nevski, che ritenne degna di una severa diagnosi di cialtronismo per la banalità dei riferimenti e degli abbinamenti. Cialtronismo, forse: ma fosse stato consapevole, volontario?
Mare, mare, mare, voglio annegare, / portami lontano a naufragare, / via, via, via da queste sponde, / portami lontano sulle onde”. Certi intermezzi, a rime baciate e sottofondi di archi (e persino in sospetto di criptocitazioni da Loredana Berté), paiono, all’indirizzo della banalità della canzonetta e dei suoi ascoltatori, strizzate di un occhio chissà poi quanto complice, o cinico, o clinico.
C’è chi si mette degli occhiali da sole, …”. Dal gioco di specchi, del resto, non si sottraeva neppure lui. Cantava quella canzone e intanto portava gli occhiali da sole: così ci ha saldato in testa un binomio da allora divenuto standard: “carisma e sintomatico mistero”. Ma il “free-jazz-punk inglese” sarà poi mai esistito davvero?
Over and over again / You are a woman in love”. Fosse un’attenta posologia zen o un istinto geniale, la fraseologia inglese da canzonetta senza senso qui segue immediatamente le frasi pesanti e pesanti: “Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”. Né l’universitaria maturata a pieni voti né il suo ex compagno di banco ritirato e avviato all’elettrauto si sentivano a disagio nel ballarla, assieme.
I desideri mitici di prostitute libiche, / il senso del possesso che fu pre-alessandrino”. Battiato offre spesso la gola ai parodisti, che hanno sempre morso invano. Per quanto assertive, le sue frasi, quelle da dileggio o quelle da scrivere sull’agenda (“ne abbiamo avute di occasioni, perdendole, / non rimpiangerle, non rimpiangerle mai”), non erano “messaggi”. Non lo fu neppure Povera Patria, dove sfiorò un suo ieratico engagement. Ma Battiato ha sempre detto altro, rispetto alle parole che cantava.
E ti vengo a cercare …” . Non ci sarà più nessuno capace di parlare della “mia essenza” , e non per sbadataggine ma con intenzione. Nessuno più prometterà e progetterà “supererò le correnti gravitazionali”. Come tutti i suoi colleghi Battiato al suo “tu” diceva “sei speciale”. Lui però in mezzo ci sapeva ficcare “un Essere”. Credo che la parola andasse in maiuscolo.
Stefano Bartezzaghi
Battiato
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
Franco Battiato era un pazzo: era convinto che il cane di casa fosse la reincarnazione di suo padre, e il gatto di sua madre.
Franco Battiato era un genio. Un giorno raccontò, sorridendo: «Ho passato gli anni 70 a fare vocalizzi ed esperimenti. Poi ho deciso di avere successo. Mi sono chiuso un mese in un garage a Milano, e ne sono uscito con La voce del padrone». Forse il disco più bello, certo quello di maggior successo mai inciso da un cantautore.
Franco Battiato era uomo di una rettitudine assoluta. Molto severo con i potenti e con la politica. Provò anche a farla, da assessore; ma capì presto che non era per lui. Disse che se a Catania avessero rieletto un sindaco che non stimava, avrebbe lasciato la città; e così fece. «Però il nostro giornale ti tratta sempre bene» gli obiettò uno scrittore. Lui rispose: «E tu credi che io sia così miserabile da giudicare le persone non per come sono, ma per come si comportano nei miei confronti?».
È stato il più colto e il più profondo tra i musicisti italiani. Pensava che i grandi artisti si parlassero tra loro, in varie forme. Ti faceva ascoltare l’Adagio di Telemann e La canzone dell’amore perduto di De André e diceva: «Senti? Sono uguali. Ma Fabrizio non ha copiato; ha ripreso un discorso interrotto. De André è stato anche un bravo astrologo». Astrologo? «Dilettante. Ma di grande acume».
Viveva a Milo, un posto bellissimo quindi adatto a lui, castagni e nuvole basse, a dieci minuti dal mare e a dieci minuti dall’Etna. Era molto diverso dalla sua immagine pubblica, un po’ distanziante: ad esempio era molto alto, disponibile, allegro e ricordava fisicamente il suo conterraneo Pippo Baudo.
Lo divertiva l’idea di essere nato in una città che non esiste più, Jonia, tornata dopo il fascismo a dividersi tra Giarre e Riposto. Famiglia di pescatori. Il padre, camionista e scaricatore di porto a New York, morì quando lui aveva 19 anni. Franco partì per Milano. «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Jannacci, Toffolo, Cochi e Renato, Andreasi, Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Tra il pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare, un giorno. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare».
Poi si mise in viaggio verso Oriente. Visitò il monte Athos e Konya, la città dei dervisci rotanti, lesse Aurobindo e Gurdjieff, studiò il misticismo sufi e il buddismo tibetano, arrivò vicino ai segreti della vita e della morte. Raccontava divertito che Finardi una volta gli aveva detto: «Ho cercato sull’atlante città dai nomi suggestivi per una canzone, ma le avevi già esaurite tu». Però l’ascetico Battiato è anche l’autore di Povera patria, un durissimo testo di denuncia civile datato 1991, ultimo anno della Prima Repubblica. Diceva: «La canto sempre. E quando cito i “perfetti e inutili buffoni” che abbiamo tra i governanti, si alza un applauso, più forte e lungo di quelli di allora».
Non era di destra, e si seccava quando lo scrivevano; ma era un anticomunista convinto. «I servizi d’ordine degli anni 70 erano uguali, non distinguevi gli estremisti neri da quelli rossi». E lei? «Io sono un proletario dello spirito. Non mi piace comandare, e non mi piace essere comandato».
L’autore di Prospettiva Nevski — canzone di commovente bellezza ispirata alla «grazia innaturale di Nižinskij», il più grande ballerino di ogni tempo finito in manicomio con l’ossessione di cadere danzando nella botola del palcoscenico, di cui si era innamorato «perdutamente» l’impresario dei balletti russi Diaghilev; una canzone che stamattina non si può ascoltare senza piangere — fece anche film e trasmissioni tv da titoli non esattamente pop, come Musikanten — dedicato a Beethoven, finisce con un incubo, un golpe planetario voluto da «una cordata di nazioni guidata dagli Stati Uniti, con al fianco l’Italia, che fondano il partito democratico mondiale» — e Bitte keine réclame, serie di interviste a mistici e maestri, tra cui Michelle Thomasson, moglie di Henri, l’uomo della sua iniziazione.
Volle imparare a dipingere: ritratti di amici, tra cui Roberto Calasso, su fondo oro. «Il pittore inglese Spencer Hodge mi insegnò a raffigurare le nuvole. Quando ho imparato, ho smesso».
Suonò per gli iracheni nel 1992, dopo la prima guerra del Golfo, cantando L’ombra della luce in arabo («Alla fine sollevai lo sguardo sulle prime file. Lacrimavano tutti»). Era convinto che le bombe nei mercati di Baghdad le mettessero gli americani. Però esecrava Saddam: «Non è un vero musulmano. L’ho capito dal modo sbagliato con cui si inginocchiava».
Suonò anche per Papa Wojtyla. Ratzinger gli stava simpatico: «Mille volte meglio la messa in latino di certe schitarrate in chiesa».
La sua religiosità non era riducibile a una religione. Credeva nella reincarnazione, anzi, ne aveva certezza «per via sperimentale. Ma non sono cose che si spiegano. Diciamo che attraverso i sogni si possono ritrovare atmosfere, luci; una stanza, una scrivania…». Pensava si potesse cadere nel regno animale, o innalzarsi al di sopra del ciclo delle rinascite. «Il cattolicesimo nega la reincarnazione, ma è un’impostura posteriore. Origene ci credeva, come i primi cristiani. E sono convinto che non solo gli hindu e i tibetani ma anche i mistici occidentali, san Francesco, san Filippo Neri, san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila, ne fossero consapevoli. Come Pitagora, Empedocle, Archimede…».
La magia invece non lo interessava. Meditava due volte al giorno ed era vegetariano: «Fin da quando avevo due anni non potevo accostarmi alla carne. Qualche volta ho mangiato pesce, ma poi la notte ho sognato di essere divenuto un pesce anch’io». A volte scherzava delle sue ricerche: «Secondo i saggi armeni l’essenza di ogni uomo è impressa nella sua carne, nel suo volto. Come dimostra l’onorevole La Russa».
Credeva negli angeli e in altri «dei intermedi», al di sotto del Dio comune alle varie religioni. Credeva anche al diavolo, che «è mancino, subdolo, e suona il violino». Anche Franco era mancino da piccolo: «In Sicilia lo consideravano un segno diabolico. Così mi legarono la mano sinistra per costringermi a usare la destra. Con una sciarpa di seta, però».
Non credeva in Darwin: «Ha scritto sciocchezze. Ha mai visto una scimmia diventare uomo? Penso che la materia sia nata per manifestazione della mente. La coscienza come primo principio dell’essere umano. Quando un uomo comincia a prendere coscienza della propria esistenza, si ribalta tutto. Allora hai la visione perfetta di quel che sei».
Scrisse una canzone molto amata, La cura, e un giorno chiarì che non si riferiva né al proprio corpo, né alla propria anima, ma all’anima della persona amata. Non chiariva però chi lui amasse: «I miei amici sono gli alberi, le piante, le rose, le nuvole…».
Una volta in una tv locale per metterlo in imbarazzo gli chiesero di cantare una canzone popolare siciliana, Vitti una crozza; lui ne intonò una versione stupenda e straziante, la storia di un vecchio giunto ai confini con la morte, sulla soglia dello spavento assoluto.
Della morte lui però non aveva paura. «Tornerò nella mia casa d’origine, dov’ero prima di venire sulla terra». E non era neppure pessimista sul nostro futuro: «Sono convinto che anche l’Italia rinascerà. Lo capisco dai miei concerti, dal silenzio assoluto con cui la gente ascolta le canzoni mistiche. Sono convinto che sapremo andare oltre la corruzione, gli scandali, la dittatura del denaro, l’egemonia delle cose materiali. Lo Spirito avrà la sua rivincita. Comincerà presto un’epoca in cui saranno più importanti lo spirito, la bellezza, la cultura. Che sono poi le grandi ricchezze del nostro Paese».
Franco Battiato era forse davvero un pazzo, ma un pazzo di Dio. Di sicuro, Franco Battiato era un genio.
Aldo Cazzullo

La porta aperta, ritratto di EZIO BOSSO a I dieci comandamenti, a cura di Domenico Iannacone, Rai3, 14 maggio 2021, ore 23

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LUCIO DALLA, biografia musicale a cura di Mangiafuoco sono io, Rai Radio 1, 28 febbraio 2021

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Biografie ed eventi storici del 1 GENNAIO

Compleanni (nati il 1° gennaio)
Lo scienziato francese Pierre Laffitte (96), lo sceneggiatore e regista Moraldo Rossi (95), il giornalista e scrittore Furio Colombo (90), la mafiosa Rosetta Cutolo (84), l’attore americano Frank Langella (83), l’attrice francese Michèle Mercier (82), l’avvocato Giuliano Spazzali (82), il biologo Martin Evans (80), l’ex pugile Bruno Arcari (79), lo scrittore Renzo Paris (77), la conduttrice televisiva Roberta Petrelluzzi (77), il politico ed ex magistrato Pietro Grasso (76), l’ex pilota automobilistico Jackie Icks (76), l’ex calciatore brasiliano Rivelino (75), il giornalista Lanfranco Pace (74), lo storico Angelo D’Orsi (74), lo scrittore americano Arthur Bloch (73), il politico Famiano Crucianelli (73), il giornalista Corradino Mineo (71), l’ex cestista Dan Anderson (70), l’attore Mauro Avogadro (70), l’ex ciclista Simone Fraccaro (69), lo scrittore e traduttore René de Ceccatty (69), l’attore britannico Nicholas Farrell (68), l’ex pornoattrice Eva Orloswski (64), la presidente della Bce Christine Lagarde (64), lo scrittore Leonardo Gori (63), l’attrice Pamela Villoresi (63), il filosofo francese Michel Onfray (61), l’ex ciclista e dirigente sportivo Davide Cassini (60), la scrittrice Paola Capriolo (59), l’ex calciatore Alberico Evani (58), la cantante Francesca Alotta (53), l’ex calciatore francese Lilian Thuram (49), il cestista e allenatore di pallacanestro Miroslav Radošević (48), la scrittrice Nadia Terranova (43), il calciatore colombiano Fernando Uribe (33), il calciatore spagnolo Andreu Ramos (32), il nuotatore Luca Leonardi (30).



Dieci anni fa
Sabato 1° gennaio 2011. «I cristiani sono sotto attacco nel mondo islamico. Ieri, poco dopo mezzanotte, ad Alessandria d’Egitto un’autobomba è esplosa davanti alla chiesa dei Santi (al-Qidissine), nel quartiere di Sidi Bashir, affacciato sul Mediterraneo. Bilancio provvisorio: 21 morti e 79 feriti. In Nigeria è esplosa una bomba al mercato di Abuja, la capitale: quattro morti. È un attentato all’apparenza generico – per dir così – ma che può essere inquadrato all’interno della persecuzione a cui il fondamentalismo islamico sottopone le comunità cristiane: a Jos, intorno a Natale, si sono verificati scontri fra comunità cristiane e islamiche. I cadaveri recuperati fino a ieri erano ottanta» [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport, 2/1/2011].

Venti anni fa
Lunedì 1° gennaio 2001. «Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, il villaggio dove sono nato, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio, monti”. Ci svegliavamo all’alba, perché bisognava andare al bivio ad aspettare la corriera. Prima c’era il saluto al nonno Marco, nella stanza dell’ultimo piano: stava nel lettone, con gli angeli rosa e i fiori dipinti sulla spalliera, ed era sveglio: ci aspettava. Ho in mente la parete segnata dallo strisciare degli zolfanelli: il vecchio, quando l’insonnia o i ricordi lo tormentavano, accendeva la pipa e inseguiva i suoi pensieri. Regalava due lire a me, il primogenito, come diceva, e una a mio fratello più piccolo. Ci baciava e si asciugava gli occhi un po’ rossi: “Siate bravi e tornate presto”» [Enzo Biagi, Corriere della Sera, 2/1/2001].

Venticinque anni fa
Lunedì 1° gennaio 1996. «Capodanno di pace e di speranza a Sarajevo e nelle altre citta della Bosnia. Spari, raffiche di mitra in aria: ma non era lo stesso suono che per quattro tremendi anni ha scandito la vita degli abitanti. I “botti” hanno salutato il nuovo anno: un anno che, dice il presidente bosniaco Izetbegovic, sarà di ricostruzione» [l’Unità, 2/1/1996].

Trenta anni fa
Martedì 1° gennaio 1991. «Il dittatore somalo Siad Barre è asserragliato in un bunker dell’aeroporto militare da dove tenta di guidare la resistenza contro l’offensiva della guerriglia. Tutto sarebbe comunque pronto per una sua fuga dal Paese, forse verso la Libia. I ribelli controllano ampie zone della città e hanno bombardato e forse occupato Villa Somalia, il palazzo presidenziale. Mogadiscio è nel caos, le comunicazioni telefoniche e telex sono interrotte. Le strade sono cosparse di cadaveri» [l’Unità, 2/1/1991].

Quaranta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1981. «Terrorismo, corruzione, terremoto, problema giovanile, fame nel mondo: il messaggio del Presidente della Repubblica agli italiani per fine anno ha toccato i punti dolenti del decennio che si è appena chiuso. Sul terrorismo Pertini si è detto sicuro: “Un giorno sapremo chi è che manovra questi terroristi, chi è che vuole destabilizzare il regime democratico italiano. Guai — ha aggiunto a proposito della questione morale — se qualcuno per amicizia o solidarietà di partito dovesse sostenere questi corrotti e difenderli”» [Corriere della Sera, 2/1/1980].

La Grecia diventa il decimo Paese della comunità europea.

«Intervista a “Segretissimo” sui romanzi di spionaggio. “Ha mai vissuto situazioni da spy story?”. “Sì, quando ero alla Difesa: un pilota dell’Est stava fotografando e disegnando la collocazione dei missili, che erano allora a Gioia del Colle, quando fu costretto ad atterrare; il disegno incriminato costituiva la prova del reato, ma lui obiettò che si trattava della pianta della sua palestra di ginnastica in patria; il giudice chiese per rogatoria se fosse vero e l’autorità competente rispose naturalmente di sì: un romanzo di spionaggio finito in una scena comica”» [Giulio Andreotti, I diari segreti, Solferino, Milano 2020].

Cinquanta anni fa
Venerdì 1° gennaio 1971. Da oggi sulla televisione americana è vietato fare pubblicità alle sigarette.

Sessanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1961. «Gli abiti che Frank Sinatra si è fatto preparare per la cerimonia di investitura del Presidente John Kennedy farebbero schiattare d’invidia lord Brummel. Così dicono almeno gli amici del cantante, che hanno assistito alle prove cui Sinatra è stato sottoposto nella casa di mode di Don Loper. Il famoso sarto dal canto suo afferma con orgoglio che Frank “sarà l’uomo più elegante di Washington”» [Corriere d’Informazione, 2/1/1961].

Settanta anni fa
Lunedì 1° gennaio 1951. «Un ex-capitano della guardia personale di Stalin ha dichiarato che il Maresciallo sovietico usa, per i suoi viaggi, due automotrici o due treni, per ragioni di sicurezza. Tali rivelazioni, riportate stamane dall’A.P., sono contenute in un articolo apparso su un settimanale parigino. Secondo il capitano russo, l’attuale moglie di Stalin è la “compagna Raskova, ex-aviatrice, addetta al comitato delle ricerche aerodinamiche”. Si tratterebbe di una donna robusta e formosa, dalle spalle larghe, dai capelli castani, L’ufficiale ha detto che Stalin attua il seguente programma giornaliero: ore 10: sveglia; 10.45: colazione, quasi sempre insieme alla Raskova, al generale Poskrebychev e, talvolta, col presidente del consiglio, Molotov e con Beria, il capo della polizia segreta; 11.45-14: lavoro all’ufficio, dove Poskrebychev gli legge le notizie inviate dai Ministeri degli Interni e degli Esteri; 14-15: lettura dei giornali; 15: colazione e riposo sino alle 17; 17-20.30: lavoro d’ufficio, sino a cena. Spesso viene a trovarlo la figlia Svetlana, verso le 17, insieme ai suoi due figli. Dopo le 20.30, visite con amici, membri del Politburo e con i vice-presidenti. Secondo il capitano russo, Stalin si interessa molto di giardinaggio» [Corriere d’Informazione, 2/1/1951].

Ottanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1941. «Nel 1941 l’esercito, la marina e l’aviazione della Germania saranno talmente rafforzati e riceveranno tali miracolosi perfezionamenti che i loro colpi determineranno la fine dei guerrafondai, aprendo la strada all’attuazione di un nuovo stile, di un nuovo ordine nella convivenza tra i popoli…» [discorso di Capodanno di Adolf Hitler al popolo tedesco].

«L’anno è cominciato con una violenta emozione per la salute di mamma. Un attacco cardiaco ne ha messo in pericolo la sua vita. Poi è migliorata, ma tutto ciò lascia in me una grande ansia.
Il Duce ha ricevuto una lunga lettera di Hitler: un completo giro d’orizzonte. Il Führer è sereno sull’andamento futuro della guerra, ma ritiene necessario prendere ancora molte decisioni che enumera con la consueta precisione.
Scrivo ad Alfieri per ragguagliarlo e ragguagliare Ribbentrop dei negoziati con la Russia. Non si tratta più ormai di conversazioni generiche e superficiali: i russi vogliono andare al fondo di molte questioni di fondamentale importanza, per le quali riterrei imprudente da parte nostra prendere qualsiasi impegno senza essersi prima accordati con la Germania. Cavallero annunzia prossima la sua azione sul litorale» [Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1996].

Novanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1931. Cianca, Tarchiani e Sardelli, tre fuoriusciti italiani, sono stati arrestati a Parigi dalla polizia francese con l’accusa di duplice attentato contro il Duce.

Cento anni fa
Giovedì 1° gennaio 1921. «O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana» [Il Popolo d’Italia, 1/1/1921].

Centodieci anni fa
Domenica 1° gennaio 1911. «New York, 1 gennaio, notte – New York ha celebrato il nuovo anno con una prodigalità ancora maggiore dell’ordinario. Si calcola che almeno 100.000 persone abbiano salutata la mezzanotte in qualche hótel o restaurant. Secondo una statistica pubblicata stasera, nella scorsa notte a New York si bevve champagne per un importo di cinque milioni di franchi. E le spese per le cene ammontano almeno ad altrettanto» [Daily Telegraph, 2/1/1911]

Centoventi anni fa
Martedì 1° gennaio 1901. «Lanciamo al secolo che non ci vide nascere ma ci vedrà morire / il nostro core vivo. Pensando lavorando combattendo amando / dalla scienza illuminati / diamo oh! diamo a tutti i figli delli uomini / lavoro libertà giustizia pace» [testo di Andrea Costa, le Società popolari di Imola l’hanno fatto incidere nel marmo].

Nella caserma di Livermore, in California, hanno acceso una lampadina e hanno intenzione di non spegnerla più.

Centotrenta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1891. «Leggiamo nel New York Herald (edizione di Parigi) questo dispaccio in data di NewYork, 30 dicembre: A Wounded Creck è successo un gran combattimento con gli indiani, con grande perdita di uomini. Big Foot (uno dei capi indiani) avendo dichiarato di esser malato, si arrese con 150 dei suoi al maggiore Whiteside del settimo cavalleria. Vedendo che il rimanente degli indiani non erano disposti a deporre le armi, la cavalleria, forte di 500 uomini, li circondò strettamente a tiro di fucile. Repente gli indiani, cavando il fucile di sotto le coperte, cominciarono una salva sulle truppe, che furono preso alla sprovvista. Ne segui una mischia sanguinosa. Quelli Indiani che non erano armati di fucile fecero uso dei coltelli o dei tomahawk (specie di scure). Il capitano Wallace che comandava un distaccamento di cavalleria fu ucciso da un colpo di tomahawk. Quattro o cinque soldati degli Stati Uniti rimasero uccisi, e più di quaranta rimasero feriti. Parecchi di questi morranno. Tra i feriti è il padre Crafts, prete. Rimossisi dal subitaneo ed inaspettato attacco, le truppe aprirono il fuoco, e tanto micidiali erano le scariche che gli Indiani furono quasi sterminati. Taluni riuscirono a fuggire, ma furono inseguiti tutta la notte. Le mitragliatrici Hotehkiss furono messe in azione, e aprirono un terribile fuoco sulle montagne al nord dove i fuggiaschi si erano ricoverati. Si calcola a 200 il numero degli Indiani uccisi» [Corriere della Sera, 2/1/1891].

Centoquaranta anni fa
Sabato 1° gennaio 1881. A Roma il re, la regina, i grandi dignitari dello Stato e i presidenti di Camera e Senato assistono alla gran serata di gala del teatro Apollo.

Centocinquanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1871. Alle quattro del mattino, Vittorio Emanuele, recatosi ieri per la prima volta a Roma dalla presa di Porta Pia, è di ritorno a Firenze. Riesce a presenziare al solito ricevimento di Capodanno a palazzo Pitti alle undici e, in serata, allo spettacolo del teatro della Pergola.
«Oggi alle ore 11 Pio IX riceve il Corpo diplomatico per gli omaggi di Capodanno. In proposito circola per la città la voce che, durante il ricevimento, il Papa avrebbe rilevato ad uno dei consoli presenti che ieri, per la venuta in Roma di Vittorio Emanuele, sventolava dal suo balcone sul corso la bandiera della sua nazione, concludendo: “È economico il doppio uso che si fa di quella bandiera, che serve per due sovrani”» [Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Vallardi].

Centosessanta anni fa
Martedì 1° gennaio 1861. «A Milano, da Pontaccio al ponte di porta Romana, pei navigli, iniziato esperimento di illuminazione pubblica con lampade a canfino, in sostituzione degli antichi fanali ad olio, e più luminose delle fiamme a gas» [Comandini, cit.].

«Ecco in quali termini lo Staatsanzeiger annunzia la morte del re Federico Guglielmo IV e l’esaltazione del re Guglielmo: “Pel corso di 3 anni, S.M. il re ha resistito con una rara forza agli effetti di una malattia organica del cervello, complicata con accessi poco intensi, ma replicati d’apoplessia. Sintomi d’irritazione cerebrale si presentarono ad intervalli più o men lunghi, indicanti i progressi continui della malattia e seguiti ciascuna volta da una permanente perturbazione delle funzioni della sensibilità, del movimento e della memoria. Il 24 dello scorso mese, alle 8 di sera, dopo che S.M. aveva già da più settimane mostrato una indifferenza inquietante per le persone che lo assistevano e provato una prostrazione e debolezza, maggiori del solito, ebbe un accesso di vomito violento che si ripetè la notte e il giorno seguente per ben tre volte; poi S.M. cadde in uno stato letargico da cui non doveva più risvegliarsi. La sera del 31 sopravvennero sintomi della paralisi de’ polmoni, e precedettero l’agonia, che durò sino alla mattina del 1° gennaio, 12 ore e 40 minuti, senza dolore e senza cognizione […] Il Paese vede sorgere con isperanza e fiducia il regno di S.M. il re Guglielmo I che Dio ha chiamato eccetera”» [Gazzetta Ufficiale del Regno, 1/1/1861].

A Gaeta, il re e la regina di Napoli ricevono i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme. Cerimonia ricca e fastosa, nonostante l’assedio.

Marco De Salvo, Pensieri gettati, tracce analogiche di un tecnico ravveduto, WriteUp Books editore, 2021

Per una scheda e un video sul libro vai a:

Pensieri Gettati, il libro

Pensieri gettati, il video

Scrive l’autore:

Il libro che voglio presentarvi è uno strumento per ritrovare pensieri che normalmente sfuggono nella frenesia della vita quotidiana. Pensieri che ci aiutano a dare un senso alla vita, una chiave di lettura per apprezzare gli infiniti stimoli in cui siamo immersi, senza rendercene conto.
Il titolo del libro è “Pensieri gettati“. Il sottotitolo è “tracce analogiche di un tecnico ravveduto“.

Quel tecnico sono io, Marco de Salvo.
Vi voglio raccontare in breve la mia storia, per accorciare la distanza con voi, per farvi vivere le emozioni che mi hanno spinto alla scrittura di questo libro.
Ho sempre avuto bisogno di spiegarmi il senso delle mie giornate, fin da giovane. Sentivo che la vita è molto più del trascorrere tempo a fare cose. Quelle cose erano le materie di cui sono appassionato, la scienza e la tecnologia. Esperimenti e ricerche per dimostrare il perché dei fenomeni, in modo razionale.
Ma non bastava, e quasi per caso mi sono imbattutto nella filosofia, una materia molto lontana dalla mia formazione, ma allo stesso tempo molto vicina alla ricerca di un senso della vita. Il titolo del libro nasce proprio da uno dei filosofi che mi hanno affascinato e accompagnato nel mio cammino di ricerca spirituale.
Al resto ci ha pensato la vita stessa, con le sue prove e i momenti di gioia e dolore.
Perché “tecnico ravveduto” vi chiederete. C’è una buona dose di ironia in questa frase, ma la sostanza è che non si può vivere pensando di spiegare tutto in modo razionale. Non tutte le nostre esperienze hanno una spiegazione logica. Certe cose succedono perché fanno parte di un disegno più grande di noi.
Ecco lo spirito con cui ho raccolto i miei pensieri tra passato, presente e futuro. Mettere a disposizione di tutti voi, un percorso durato anni, per trovare punti di contatto e aprire serrature nelle vostre esistenze. I pensieri sono una forma di energia da condividere, perché riescono a stemperare molte situazioni di blocco, di malessere, di disagio. Leggere un pensiero è come guardare una fotografia per ricordarci la nostra vera natura.
Nel libro Pensieri Gettati troverete numerose tracce, trascritte per voi nel corso degli anni, con lo stile di un viaggiatore che descrive il viaggio affascinante della vita quotidiana.
Mi auguro che questo libro vi faccia apprezzare la grande fortuna di vivere qui e ora. Che possa aiutarvi a ripercorrere i vostri pensieri, per trovare lo slancio a vivere meglio, in modo più consapevole, più “analogico”.
Fatevi un regalo per ritrovare i vostri pensieri smarriti. Oppure regalate questo libro alle persone che cercano risposte, che desiderano nuovi stimoli per crescere. Frequentare i miei pensieri sarà in ogni caso un’esperienza positiva.

link dell’editore: https://www.writeupbooks.com/

Giuseppe FIORELLO, Penso che un sogno così, Rai 1, 11 gennaio 2021

dall’ Ufficio Stampa della Rai:

Un viaggio intenso, profondo, a tratti ameno, a tratti toccante, che parte dal profondo Sud e attraversa l’Italia intera, che vola sull’infanzia, le origini, le vicende buffe, quelle dolorose e altre incredibili e divertenti. A compierlo Giuseppe Fiorello, protagonista della serata evento “Penso che un Sogno Così”, in onda lunedì 11 gennaio alle 21.25 su Rai1.
Sarà un racconto basato su temi universali come la famiglia, il lavoro, il progresso e l’immigrazione dei nostri nonni. 
In un “volo immaginario” Giuseppe Fiorello invita i protagonisti della sua vita ad uscire dalla memoria, li porta in scena e rende il pubblico partecipe di un emozionante gioco di specchi tra lui e il padre.
In parallelo, verrà raccontata la crescita musicale di Domenico Modugno che, con le sue canzoni, ha accompagnato la vita della famiglia Fiorello: ogni scena avrà infatti il suo sottofondo musicale. 
Sul palco, oltre ad un corpo di ballo straordinario, anche due musicisti d’eccezione: Daniele Bonaviri, uno dei più bravi chitarristi italiani e Fabrizio Palma, musicista e arrangiatore. 
Eleonora Abbagnato, Pierfrancesco Favino, Paola Turci, Serena Rossi, Francesca Chillemi e Rosario Fiorello accompagneranno Giuseppe Fiorello in questo racconto diventando parte integrante della narrazione, che scorrendo fluida e ritmata crea una magia inaspettata e coinvolgente.

“Questo ‘sogno’ che porto in televisione è un tracciato di quello che sono, è un tributo alla timidezza attraverso la quale vi farò vivere il mio rapporto con la vita, regalo una parte della mia famiglia e alla mia famiglia regalo quei silenzi di bambino ora decifrati e risolti. 
Attraverso le musiche di Domenico Modugno creo un filo conduttore tra lui e mio padre che è il vero protagonista di questa storia.
Per una questione fisica, di una somiglianza che a tratti sembra molto fraterna, dai baffetti allo sguardo, alla voce, e per velleità artistiche dell’uno e dell’altro, è un incrocio di vite, di destini, di passato e di futuro. Il racconto parte da molto lontano con un fatto apparentemente surreale sulla prima volta che da bambino ascoltai un brano di Modugno per via di un personaggio bizzarro del mio paese che mi volle regalare un suo disco, fino ad arrivare al presente mettendo in scena il tema del destino che volle mettermi di fronte ad una scena che per me sarebbe stata più che un lavoro… interpretare Modugno. Svelerò ogni paura, ogni istante di quei mesi in cui mi trovai davanti ad uno specchio a decidere se assumermi o meno quella grande responsabilità, e poi la prima volta che entrai a casa di Mimmo…
In scena si esegue un repertorio di brani molto vasto tra cui canzoni meno note, cantate e suonate dal vivo, si raccontano incontri importanti come quello con Pier Paolo Pasolini e si attraversano temi anche forti senza mai mettersi su una cattedra a spiegarne il metamorfico significato ma lasciando liberi gli spettatori di crearsi il loro immaginario.
Un racconto dedicato esclusivamente a mia madre Sarina, l’unico grande amore di mio padre”.
Giuseppe Fiorello

“Penso che un Sogno Così”
Prodotto da Friends & Partners e Ibla Film per Rai1
Ideato da Giuseppe Fiorello 
Scritto con Vittorio Moroni 
Regia televisiva di Duccio Forzano

VAI A RAI PLAY:

https://www.raiplay.it/video/2021/01/Penso-che-un-sogno-cosi-eb5d89ca-6942-4551-ac94-c1cac58b9b9f.html

Il governo fanfarone ci infligge i parenti, articolo di Diego Minonzio, in La Provincia di Como, 20 dicembre 2020

letto in edizione cartacea

cerca in:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/Editoriali/il-governo-fanfarone-ci-infligge-i-parenti_1380565_11/

E così, speravamo di avercela fatta. Ci eravamo illusi che la tremenda emergenza sanitaria avrebbe avuto almeno un aspetto non solo positivo, ma addirittura straordinario, salvifico, esaltante e su quel piccolo sogno covato per anni e anni e anni, senza poterlo mai mettere in pratica, ci eravamo cullati in queste settimane di attesa snervante, ma anche carica di aspettative.

A un certo punto, sembrava sicuro. L’occhiuto governo dittatoriale, autoritario e poliziesco che scruta nelle vite degli altri e le controlla e le determina e ci spoglia di ogni privacy, di ogni segreto e di ogni affetto aveva deciso che per quest’anno, almeno per quest’anno, ma chissà, magari anche per i prossimi, sarebbe stato vietato ospitare i parenti a casa. Che notizia meravigliosa. Che festa della liberazione. Che epifania nel senso più profondo della parola. Che svolta culturale, psicologica e addirittura antropologica, essere finalmente liberati dal giogo più giogo che c’è, dall’obbligo sociale più obbligatorio che c’è, quello di rivedere la famiglia dopo così tanto tempo, costringendo alcuni poveracci particolarmente sfortunati – come chi scrive questo pezzo – a lunghissimi, estenuanti e fantozziani viaggi oltralpe per andare a trovare la nonna e la bisnonna e la zia e i suoi fratelli e lo zio e le sue sorelle, oltre a mazzi, sacchi e sporte di cognati e cognate e oltre a vagonate di nipoti e nipotini di ogni ordine e grado, di ogni genere e modello, e a deliziarsi in lunghe giornate attovagliati con curiosi personaggi che non perdono mai occasione per motteggiare su “certo che voi italiani baffo nero e mandolino siete proprio pittoreschi”, “certo che voi italiani mangiaspaghetti”, “certo che voi italiani il canto e il ballo ce l’avete nel sangue”, “ma come gesticolate sempre voi italiani”, “ma Berlusconi è davvero il capo della mafia?” e altre piacevolezze del genere. Tutto vero.

Bene, almeno per quest’anno, tutto questo sembrava cancellato dall’impagabile trovata del Natale intelligente e uno già iniziava a baloccarsi con un’idea delle feste da passare solo con le persone più care, senza intrusi, senza assembramenti, senza cene e cenoni lunghi e bislunghi e senza brindisi e controbrindisi, magari per dedicare più tempo, per chi possiede questo dono, alla dimensione interiore, alla fede e alla preghiera, solo tu con i tuoi cari, carissimi e, quindi, pochissimi affetti. E invece niente. Il governo in carica, che tutti dipingono come dittatoriale, autoritario e poliziesco, si è invece comportato anche in questo frangente come il solito governo all’italiana, fanfarone, pasticcione e coperchione che, come sempre, è partito facendo il viso feroce e minacciando questo e quello e ululando che adesso basta, è arrivata l’ora del rigore e del sacrifico e del rispetto calvinista delle norme e delle regole e invece poi, al primo scricchiolio, ha iniziato, tra le risate di noi popolo bue, a svaccare su eccezioni, deroghe e, insomma, mettiamoci d’accordo, proprio come accadeva ai tempi del liceo, quando il supplente di greco entrava in classe tutto gonfio e tronfio che con lui non si scherzava e che nessuno pensasse di prenderlo sottogamba che altrimenti schiaffava qualcuno dal preside, ma che poi era costretto a darsela a gambe inseguito da pernacchie, gessetti, cancellini e smozzichi di focaccia rancida.

E così, venerdì a tarda ora, l’occhiuto e vaiato governo di cui sopra ha partorito il solito compromesso all’italiana, la solita furbata democristiana, cioè ti vieto, ma non troppo, ti impedisco di invitare chiunque a casa tua, ma fino a un certo punto, e così alla fine – una vera vigliaccata – ha stabilito che due, almeno due parenti, ma non di più, è permesso invitarli, anche se, a pensarci bene, gli under 14 sono esclusi dal conto e quindi vagonate e frotte e squadriglie di bambini sono pronte a invadere e distruggere la tua casa e la tua pace natalizia. In quel momento, in quel momento preciso, il sogno è finito. Loro arriveranno. Loro arriveranno lo stesso, pure quest’anno. Perché loro non si fermano. Loro arrivano comunque, con o senza Covid, e si stravaccano sul divano e iniziano a magnificare il loro ragazzo che è un genietto, mentre il tuo è un somaro patentato che sta rifacendo per la terza volta la quinta superiore, che la loro macchina nuova è una bomba, mentre la tua è la barzelletta del quartiere, che non se ne può più di questo virus, anche se fanno gli impiegati di concetto al catasto di Aci Trezza ed è sei mesi che lavorano (?) in ciabatte da casa senza aver perso un euro di stipendio, mentre tu è da aprile che aspetti il ristoro dall’occhiuto governo di cui sopra. Anche questo, tutto vero. E non è finita qui, visto che con loro, con i parenti, non è mai finita. Perché saremo anche obbligati a scegliere quali parenti far entrare in casa, scatenando quindi una nuova guerra di religione con figli e consorte: se inviti il cognato Piero, si offende il cognato Pino, se inviti il suocero Gino, si offende lo zio Tino, e quindi questo porterà a una selezione darwiniana del parentame senza mai dimenticare i più soli, ovviamente, ma anche quelli che pare ti abbiano già inserito nell’eredità – e questo è un argomento molto più valido rispetto a quello del parente solo… – quindi, si dovrà procedere a una rotazione, anche questa fantozziana, per dare soddisfazione a tutti. Te ne becchi un paio alla Vigilia, un altro paio a Natale e poi via così a Santo Stefano, a San Silvestro, a Capodanno, per finire in gloria con l’Epifania, che tutti i parenti si porta via, senza dimenticare sabati e domeniche.

Morale. Anche quest’anno, benché diluiti e sparpagliati – e a questo punto era meglio farsi del male in un colpo solo – lungo due settimane che minacciano di passare alla storia tra le più devastanti del dopoguerra, i tuoi parenti te li papperai tutti, ma tutti davvero. E non ci sarà più verso di scamparla, perché loro sì che sono molesti, invasivi e contagiosi, altro che il Covid…


d.minonzio

Diego Minonzio

Neri Marcorè, ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia, porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”, 21/01/2017 – Video RaiPlay

Neri Marcorè ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”

Cavalli di battaglia – S2017 – Neri Marcorè – Sometimes I’m happy – 21/01/2017 – Video – RaiPlay

«Filastrocca della morte», di Mimmo Mòllica. Dedicata a Gigi Proietti nel giorno della morte

Chissà, io morirò forse domani,
triste e malato o sbranato dai cani?
Forse io me ne andrò senza parlare,
forse danzando, impegnato a ballare?
Magari morirò sotto Natale,
forse per Pasqua oppure a Carnevale?

Forse tra un anno tirerò le cuoia
ucciso dalla fame o dalla noia?

…..

Venga correndo, corra, salti, voli,
però non porti fiori né cannoli,
giacché non siamo antichi né moderni,
noi siamo il tempo, quindi siamo eterni.

vai alla intera poesia

https://parcodeinebrodi.blogspot.com/2020/11/filastrocca-della-morte-di-mimmo-mollica.html

per ricordare GIGI PROIETTI (2 novembre 1940- 2 novembre 2020), con un audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

Attore. Ha lavorato in teatro (A me gli occhi please), cinema (Febbre da cavallo, La Tosca), tv (Il maresciallo Rocca, L’ultimo papa re, Il signore della truffa e Una pallottola nel cuore.).

Da doppiatore ha prestato la voce a Robert De Niro, Dustin Hoffman, Charlton Heaston, Kirk Douglas, Paul Newman, Marlon Brando, Gregory Peck.

Nato a Roma, figlio di Romano (origini umbre, il maresciallo Rocca è ispirato a lui) e Giovanna Ceci, casalinga: «i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata» [Malcom Pagani e Marco Travaglio, Fat 4/8/2013].

«Facevo l’università, Legge, da fuori corso, e intanto guadagnavo lavorando la notte in un complessino. Alla fine del 1963 mi chiamò Cobelli che metteva in piedi con Maria Monti un cabaret alla tedesca e aveva bisogno di uno che suonasse e cantasse. Debuttai all’Arlecchino, l’attuale Teatro Flaiano, con testi di Flaiano, Arbasino e Vollaro, e rimanemmo tre mesi. Poi Cobelli mi chiamò per un’estiva, gli Uccelli di Aristofane. A fare l’Upupa eravamo candidati io e Piera Degli Esposti. La spuntai. Una botta di fortuna. Piovvero altre offerte.

Ci fu il periodo del teatro impegnato, Nella giungla della città di Brecht, Dio Kurt di Moravia». «Ho avuto inizi lunghissimi, ero antipatico per la mia pignoleria, studiavo i fiati sentendo Charlie Parker perché sono nato jazzofilo, avevo in odio il genere dialettale e popolaresco, facevo Gombrowicz, Moravia o la sperimentazione di Quartucci, poi mi chiamarono però a sostituire Modugno in Alleluja brava gente, m’accorsi che si poteva parlare a 1600 persone tutte assieme e allora mi misi in testa di fare un teatro d’autore e d’attore che arrivasse a molti: ci riuscii al Teatro Tenda con A me gli occhi, please, e lavorai anche con Carmelo Bene al Sistina.

Ma la televisione non funzionò: dicevano che ero bravo ma non “bucavo”, non passavo». Di una precisione quasi ossessiva, Vittorio Gassman lo definiva maniacale. «Per mettere a punto certe espressioni ci ho messo ore e anni di tempo. Dilato, asciugo, sfumo, rielaboro. La mia faccia è un grafico senza niente lasciato al caso. Calibro tutto perché mi veda bene anche lo spettatore dell’ultima fila. Devo parlare col corpo, col viso, con gli occhi.

Mi sento un artigiano». «Il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori» (Rodolfo Di Giammarco). «L’unica cosa che non sa o non vuole fare è scriversi i testi. I suoi mezzi sono sempre al servizio di altri autori: brandelli di classici, poesie, canzoni, barzellette» (Masolino D’Amico). «Non aspettava i compleanni per fare i bilanci. “Sono abituato a farli tutti i giorni, quando arrivano gli appuntamenti importanti li ho esauriti. Sa cosa rispondeva Anna Proclemer a chi le chiedeva: ‘Cosa serve per fare l’attore?’. ‘La salute’. È fondamentale, e deve funzionare la testa”» [Fumarola, Rep].

Da ultimo stava scrivendo un libro: «Titolo ’Ndo cojo cojo, fuori da ogni regola. Racconterò degli amici, della gente che ho incontrato» [ibid]. Era di sinistra: «Uno che è di sinistra, specialmente della mia età, rimane di sinistra. Una volta significava un’appartenenza e mi auguro che si ritorni a un rapporto più intelligente, più aperto, perché poi la sinistra si è chiusa. Sono di sinistra in maniera naturale, non potrei essere altrimenti anche se non sono d’accordo quasi mai con quello che fanno.

Quanto aveva ragione Nanni Moretti quando in Aprile diceva a D’Alema: “Dì qualcosa di sinistra”. Non la dicono mai» [ibid]. È morto alle 5.30 di questa mattina. Da 15 giorni era ricoverato a Villa Margherita, una clinica romana, per problemi cardiaci ma le sue condizioni si sarebbero aggravate nella serata di ieri. Al suo fianco le due figlie, Susanna e Carlotta, e la moglie Sagitta Alter.

vedi anche:

in https://teatroemusicanews.com/

vari VIDEO su youtube

https://www.youtube.com/results?search_query=gigi+proietti

SEAN CONNERY (1930 – 31 novembre 2020): Mi chiamo Bond … James Bond

Sean Connery (1930-2020). Attore scozzese. Il primo e più amato James Bond, personaggio che interpretato in sette film. Premio Oscar nel 1988 come migliore attore non protagonista per Gli intoccabili. «A 14 anni lasciò la scuola per fare il garzone del lattaio, a 18 si arruolò nella Royal Navy (poi lo rimandarono a casa per motivi di salute), a 19 era afflitto da precoce calvizie. Recuperò gli svantaggi molto rapidamente: facendo body building (che all’epoca si chiamava culturismo), partecipando ai concorsi per Mr. Universo, mettendosi il parrucchino in testa per dire “Mi chiamo Bond, James Bond”. Con risultati duraturi: nel 1999 fu eletto “uomo più sexy del secolo”. Nel mezzo, aveva fatto provini ed era stato scelto per il primo James Bond, Dr. No (per gli spettatori italiani Agente 007 – Licenza di uccidere). Contò più la prestanza fisica che la bravura d’attore. Lo dovettero rifinire un po’, era nato a Edimburgo in una famiglia modesta, anche l’accento lasciava a desiderare, e lo smoking bisogna saperlo portare. In cima alla lista dei rivali c’era Cary Grant, che non si voleva impegnare per un film avviato a diventare una saga, e si parlò perfino di Richard Burton» [Mancuso, Foglio]. Dopo Licenza di uccidere recitò in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. «Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio. Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore (1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). […] Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso e La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment)» [Nepoti, Rep]. Annunciò il ritiro da cinema nel 2003, dopo La leggenda degli uomini straordinari. «Era una self made star, impegnato anche nella battaglia per l’ambiente e per l’indipendenza scozzese e sul braccio aveva il tatuaggio “Scotland forever”. Nella vita privata sono prepotentemente entrate due donne, nel ’62 l’attrice australiana Diane Cilento da cui ha avuto il figlio Jason, anch’egli attore, e nel ’75 si è risposato con la pittrice Micheline Roquebrune» [Porro, CdS]. «Non si era più visto in giro da quando si era rifugiato con la seconda moglie in una isoletta delle Bahamas, scampando all’uragano Dorian e godendo il suo patrimonio che i ficcanaso hanno calcolato in 266 milioni di dollari. L’amico di sempre, Michael Caine, 88 anni, aveva allegramente comunicato tempo fa che quel mito Anni 60 e oltre era andato via di testa» [Aspesi, Rep]. Ieri la moglie ha confermato al The Mail on Sunday che soffriva di demenza senile. Morto nel sonno nella sua villa alle Bahamas.

Carlo Ferrario, Un comasco irregolare – a cura di Fabio Cani e Gerardo Monizza NodoLibri Editore, 2020

vai alla scheda dell’editore

Carlo Ferrario – autori-vari – NodoLibri – Libro NodoLibri Editore

[“Carlo Ferrario. Un comasco irregolare” (a cura di Gerardo Monizza e Fabio Cani), NodoLibri Como]

Carlo Ferrario (1931–2019) è stato uomo di cultura dalle molte sfaccettature: letterato, prosatore, oratore, polemista, artista (nel suo genere), conoscitore delle arti, musicista, critico musicale, compositore… È stato anche e soprattutto cittadino della sua città, Como. Per ricordare – e giammai celebrare – Carlo Ferrario si è voluto chiamare a raccolta un buon numero di amiche e amici, venti dei quali hanno accolto l’invito a scrivere un ricordo o a portare una testimonianza. Questo libro non racconta un solo Ferrario, ma i tanti Carlo che si sono offerti al pubblico o agli amici. Senza avere le pretese di un saggio critico, queste pagine sono un omaggio perché la figura e l’opera di Carlo Ferrario restino nella memoria della città.T

Testi e testimonianze di

Ivano Alogna, Maria Giovanna Arnaboldi, Giuseppe Battarino, Gisella Belgeri, Mario Bianchi, Mario Botta, Alessio Brunialti Griffani, Fabio Cani, Francesca Cattaneo, Enrico Cavadini, Giorgio Cavalleri, Giuliano Collina, Mario Di Salvo, Paolo Ferrario, Vincenzo Guarracino, Stefano Lamon, Gerardo Monizza, Lorenzo Morandotti, Luigi Picchi, Federico Roncoroni

Elenco delle opere musicali e letterarie [http://www.nodolibrieditore.it/…/carlo-ferrario…][

https://www.amazon.it/dp/8871853288]

4 novembre 2020

il ricordare è importante: è mancata Vittoria Baseggio Oddini. è stata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuola regionale per Operatori Sociali del Comune di Milano

Messaggio di Milena Diomede Canevini:

Con profonda commozione comunico che il 18 ottobreèmancata Vittoria Baseggio Oddini, cara generosa amica e collega per tanti di noi.

Vittoriaèstata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuolaregionale perOperatoriSociali del Comune di Milano.

VittoriaBaseggioha accompagnato con intelligente e costante impegno lo sviluppo del serviziosociale e della professione in tutti i servizi sociali della Lombardia, ha curato lo sviluppo teorico e l’insegnamento della ricerca del e nel servizio sociale;ha curato la qualità e la valorizzazione dei tirocini nella formazione degli studenti.

RicordiamoVittoria sempre presente, sempre disponibile nel suo tratto riservato, discreto, signorile; sempre disposta a collaborare, a mediare, a conciliare difficoltà per tentare nuovi itinerari.

Le siamo grati per ciò che ha fatto e per quanto ci hadonato, ma la ricordiamo anche per la sua capacità di far tornare i conti…

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Eppure il vento soffia ancora. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer, di Piero Ruzzante, Antonio Martini, Utet editore, 2020. Indice del libro

Il sentimento che scaturisce dalla lettura è di commozione. La stessa commozione di quelle migliaia di militanti che in piazza, quel 7 giugno 1984, si rendono conto della tragedia che si sta consumando. Il libro affronta la vita di Berlinguer suggerendo tesi storiografiche innovative, come quando ipotizza che l’incidente automobilistico subito di Sofia nel 1973 giocò un ruolo determinante nell’elaborazione del compromesso storico.  Oltre Berlinguer il campo progressista si è un po’ perso. Si sente il bisogno di tornare su quei passi, per studiarli e trarne insegnamenti.  Il libro che Piero Ruzzante ha scritto insieme ad Antonio Martini e ha da poco pubblicato per Utet (Eppure il vento soffia ancora) non è un saggio su Enrico Berlinguer. È un diario, un album di memorie, individuali e collettive, che ripercorre con grande rigore, ora dopo ora, gli ultimi giorni della vita del segretario comunista.

Berlinguer incarnava la diversità comunista

su UNA PEZZA DI LUNDINI, RAI 2; articolo di Raffaele Alberto Ventura, in Domani, 2 ottobre 2020; intervista in TeleSette; articolo di Andrea Minuz

guarda su RayPlay

https://www.raiplay.it/programmi/unapezzadilundini

Lundini
di Andrea MinuzIl FoglioUna pezza di Lundini è il programma del momento, il programma che piace anche ai social, il programma che guardano persino i miei studenti che hanno vent’anni e non sanno cosa sia la tv (lo vedono su Instagram, su Twitch, su YouTube, al massimo su RaiPlay, che hanno scoperto grazie a “Lundini”). Una pezza di Lundini ha un titolo formidabile, misterioso come un incantesimo, un insegnamento esoterico, un richiamo per pochi adepti. «Un titolo che all’inizio non capiva nessuno», dice Giovanni Benincasa, principe degli autori televisivi, ultimo erede della nostra golden age, ideatore, creatore e lanciatore di Lundini, inteso come programma e personaggio tv. Chi è questo Lundini che finisce addirittura nel titolo della trasmissione, come Fiorello, Maria De Filippi, Barbara D’Urso?
Oppure capivano “Landini”. Pensavano a una docufiction sulla Fiom, una miniserie sulla Cgil, un talent sulle vertenze sindacali. Invece Lundini con la “u” è ormai diventato un modo di dire. Esiste la situazione kafkiana, esiste la situazione fantozziana, ora c’è la “situazione alla Lundini”. Chiunque abbia visto anche solo pochi minuti di una puntata qualsiasi sa bene cosa sia. Benedetta Rossi, nuova star dei cooking-show e versione amatorial-marchigiana di Benedetta Parodi, entra in studio magnificata da Lundini per i suoi «tre miliardi e mezzo di follower, quasi la metà della popolazione del Nepal» (ne ha comunque undici milioni, poco meno della metà di quella vera), si accomoda nella poltrona, quindi la presentano con una scheda che ripercorre la carriera di Andrea Roncato.
Alessandro Borghi chiede e ottiene una versione di La ragazza di Ipanema con Bobo Craxi alla chitarra. Sebastiano Somma si autodefinisce ripetutamente «un attore cane come pochi», ma il narcisismo prende il sopravvento e inizia a ricordare una serie di suoi ruoli “immortali”. La band deve rendere omaggio all’ospite della puntata, Piergiorgio Odifreddi, ma ha capito che veniva Otis Redding e attacca, Dock of the bay. La “situazione alla Lundini” è un momento di disagio, uno spaesamento. Può essere anche un tempo morto che precede il disastro, un malinteso che si piazza lì e paralizza la scena. «Un momento di grande imbarazzo che non viene risolto», spiega Benincasa, «un imbarazzo non coperto, ma che resta sotto gli occhi di tutti anche solo per pochi secondi».
Anche Giuseppe Conte che tossisce in faccia a Lilli Gruber mentre legge le risposte sul cellulare come gli studenti all’esame su Zoom è per esempio e senza volerlo un grande “momento Lundini”. Però, certo, ci vuole anche la faccia attonita e impassibile di Valerio Lundini. Ci vuole la comicità lunare e borgatara di Emanuela Fanelli. I due talenti su cui Benincasa ha costruito questo programma che si regge su un’idea semplice quanto folle. Nel suo artificio narrativo, Una pezza di Lundini è un riempitivo messo su in fretta per tappare il buco di una trasmissione immaginaria saltata all’improvviso, tipo Detto Fatto dopo il tragico tutorial sulla spesa sexy in tacco dodici.
Emanuela Fanelli annuncia che il programma previsto (con un titolo sempre diverso che è anche un piccolo, formidabile monologo dell’attrice) non potrà andare in onda. Al suo posto ci sarà Una pezza di Lundini. Con la sua completa impreparazione, Lundini dovrà intrattenere e intervistare ospiti, lanciare servizi, tenere in piedi venti minuti di trasmissione senza sapere bene che fare o che dire. Venti minuti di nonsense risucchiati dentro errori, sbagli, tragici tempi morti, applausi desolati dei quattro anziani presenti in studio. Come quando l’attrice Pilar Fogliati fissa la telecamera, non capisce se l’intervista è finita, non lo capiamo neanche noi e intanto arrivano messaggi incomprensibili dalla regia.
«Un amico una sera mi ha chiamato per dirmi che guardando il programma aveva la netta sensazione che da un momento all’altro potesse crollare il soffitto dello studio», racconta Benincasa. È così. Succede, peraltro, in Beetwen two ferns, il pazzo talk-show di Zach Galifianakis, poi film Netflix, che si apre con un’intervista sgangherata a Matthew McConaughey: l’attore si spazientisce, vorrebbe andare via, ma è sommerso da una cascata d’acqua che viene giù dal soffitto e finisce a nuotare in un acquario tipo quello dei dipendenti di “Fantozzi”.
Una “pezza di Lundini” richiama un po’ questa “nightmare television” americana dove al culmine della catarsi può succedere che lo studio venga sfasciato, cioè letteralmente fatto a pezzi, come Kurt Cobain sfasciava la chitarra o Mario Giordano le zucche di Halloween con una mazza da baseball. Una tv così da noi non esiste. Tanto meno sulla Rai. Per lo studio fatto a pezzi però è ancora un po’ presto. «Siamo in effetti nel genere crime-comedy», dice Benincasa, «mi piacerebbe che lo spettatore pensasse che il programma è in mano a un pazzo, un dirottatore di programmi; solo che, a differenza degli americani, noi in Rai non possiamo sfasciare lo studio, una puntata dura solo venti minuti, non si ammortizzerebbero i costi. Se ci allunghiamo intorno a un’ora, un’ora e mezzo, allora sì, forse sì».
E qui voglio credere con tutto me stesso che Benincasa non stia scherzando. Mi cullo all’idea di una futura puntata di “Una pezza di Lundini extended version”, in cui Lundini e Emanuela Fanelli sfasciano lo studio sotto gli occhi esterrefatti dei rappresentati dell’Usigrai. Benincasa mi racconta le difficoltà, ma anche la fortunata congiuntura astrale che c’è dietro l’arrivo in Rai di un programma del genere. Forse non hanno ancora capito cosa sta andando in onda. La Pezza è nata come striscia settimanale, com’era Battute? lo scorso anno: «All’inizio andavamo in onda quattro volte a settimana in orari cangurellanti, man mano che siamo andati avanti ci hanno trattato davvero come una pezza, finirò che dovremo spiegare che la pezza è un’invenzione narrativa». Ormai bisogna mettere le didascalie a tutto. Se c’è di mezzo la Rai, anche i sottotitoli per non udenti.
«Ho faticato anche a convincere il regista a riprendere male alcune scene». Ma ne è valsa la pena. In Una pezza di Lundini non ci sono quelle inquadrature aeree che ci catapultano nello studio, niente effettacci e balletti, ma inquadrature quasi sempre fisse. «In tv bisogna inquadrare chi parla». E qui con Benincasa si sodalizza parecchio. Si condivide tutto il fastidio. L’irritazione per quelle regie che “si fanno vedere”, si dimenticano i personaggi, se ne vanno a spasso per lo studio, come un qualsiasi dolly di Sorrentino. Anche spiegare a un ospite cosa deve venire a fare da Lundini non è facile. Ludovica Martino, attrice di Skam Italia, è stata la prima.
È stata bravissima a entrare nella “situazione Lundini”. «Non aveva idea di cosa la aspettasse, ma si è subito sintonizzata». Non è scontato trovarsi a proprio agio in un contesto del genere, ma, come dice Benincasa, «adesso c’è la fila di gente che vuole venire da noi». Sono tutti pazzi di Una pezza di Lundini. Ognuno ha il suo momento preferito. Il mio è la standing ovation per Dio. Aizzato da Lundini, in barba all’ateo Odifreddi, tutto lo studio si alza in piedi e applaude le meraviglie del Creato che risplendono in uno di quei filmati alla Quark con orrenda musica new-age in sottofondo. La critica, i social, le riviste di tendenza sono tutti d’accordo: Lundini è «una suprema forma di boicottaggio della televisione»; il «surrealismo in seconda serata»; una «grandiosa satira televisiva».
Anche lui in trasmissione ci gioca su: «Questo è un programma che ha solo recensioni positive». Le recensioni tirano già l’album di famiglia, tutta la genealogia culturale di Una pezza di Lundini: Arbore, Frassica, Guzzanti, i Monty Python, Cochi & Renato, il Fantastico di Celentano, la serie Boris, i The Pills; Fulvio Abbate cita addirittura le Tesi su Feuerbach di Marx, anche se non ricordo bene a che proposito. Ma Una pezza di Lundini è “satira televisiva”? No. Quella era roba di Arbore, era roba di Boncompagni. Quelli della notteIndietro tutta erano costruiti sopra i cliché delle tv di allora, coi salotti, la gente che si parlava addosso, gli sponsor improbabili, il dilagare di quiz assurdi nelle reti private, e tutti quei nuovi fenomeni che Umberto Eco avrebbe immortalato con il termine “neotelevisione”.
Lundini con questa roba non c’entra molto. Mi conforta sapere che anche Benincasa la pensi così: «La nostra non è satira sulla tv, e se c’è satira è involontaria. Lundini è satira della vita. Lundini sbaglia le domande, non sa nulla dell’ospite che deve intervistare. È un uomo impreparato chiamato a fare qualcosa che non sa fare, e questa è una coda che ha a che fare con la vita, non solo con la televisione». Altro che satira televisiva, qui siamo nel più puro degli zeitgeist. Siamo circondati da tantissimi Lundini costretti a esprimersi, rilasciare pareri, prendere decisioni, gestire cose di cui non sanno granché. A differenza di Lundini, la loro è un’impreparazione spesso molto euforica, assai tracotante, un’impreparazione che non conosce imbarazzo o vergogna (sentimenti scomparsi dalla sfera pubblica). Al massimo, ci sono le gaffe seguite dalla “rettifica”. E la rettifica è quasi sempre peggio.
«Quelle di Lundini, invece, non sono gaffe», spiega Benincasa, «i suoi sbagli restano lì, avvolti in un superbo silenzio antitelevisivo». Ecco perché l’idea di scrittura che sta dietro questo programma non è archiviabile alla voce “satira televisiva”. Tutta la tv è ormai satira più o meno involontaria della televisione. «E poi che senso avrebbe oggi fare satira televisiva avendo puntato su un pubblico giovane?», sottolinea giustamente Benincasa, «un pubblico che la tv generalista non l’ha vista mai e che forse si domanda cosa sia quel logo ‘Rai2’ sull’inquadratura mentre vede Lundini su Instagram?». Come fanno a ridere di una cosa che non conoscono? Casomai, Lundini è vero servizio pubblico: «Stiamo facendo l’alfabetizzazione umoristica agli ultrasessantenni e allo stesso tempo stiamo portando i ventenni sulla Rai».
I ventenni scopriranno magari su RaiPlay gli sceneggiati con Alberto Lupo. Gli ultrasessantenni saranno iniziati alla “meta-post ironia”, anche se non hanno mai letto David Foster Wallace. Prenderanno a dire “weird” e “cringe”, quel termine internettaro che indica “una situazione scomoda, il sentirsi estremamente in imbarazzo per il comportamento di qualcuno, per il suo aspetto o il suo carattere”, insomma un “momento Lundini”. Per ora l’esperimento pare soprattutto riuscito coi ventenni. Sono i social che stanno trascinando RaiDue. Come mi ha detto un mio studente, «ho provato a far vedere Lundini ai miei genitori, ma non capivano dove dovevano ridere e perché».
Sta qui anche la differenza fondamentale con Propaganda Live, un programma che si muove ancora nell’orbita del dandinismo. Uno dei tanti meriti di Lundini è la dimostrazione che è possibile fare una tv divertente ma laica, cioè senza passare dalla “satira-politica-de-sinistra”, ma esplorando casomai le sconfinate possibilità creative della noia. «Noi annoiamo in modo creativo, annoiamo divertendo». Certo ci vogliono Lundini e Fanelli. Un nerd geniale e un puro talento attoriale, la migliore performer femminile in circolazione. Ci vuole una squadra di giovani autori, quelli che Benincasa ha chiamato con sé a lavorare a una “Pezza”, che diventa quindi anche un programma-factory, una formidabile palestra per chi vuole scrivere televisione, per i nuovi che negli anni potranno crescere.
Lo scarto con la banda di Propaganda Live è poi tutto in quel completo blu con cravatta che indossa sempre Lundini, un completo “blu Lundini”, come il “blu di Prussia”. Con una t-shirt dei “Ramones”, Lundini sarebbe finito in quota “tv giovane e irriverente”. Non ce lo saremmo filati. Così invece buca lo schermo. «Lundini è un uomo impreparato ma elegantissimo. Io curo personalmente il suo nodo della cravatta. Non si va in onda finché non è perfetto. Supervisiono anche il trucco di Emanuela Fanelli e la curvatura degli anziani seduti in studio». È così che si fa la televisione.
Con una grande voglia di farla bene. Senza quello sprezzo annoiato, senza il malcelato fastidio o la vergogna che hanno molti colleghi di Benincasa che pensavano di diventare Borges o Orson Welles e allora si vendicano su di noi scrivendo brutta televisione. Invece, come dice Benincasa, «l’Abc della televisione è facile. Sono queste tre lettere: A di Arbore, B di Baudo, C di Costanzo. Hanno creato tutto ciò che ancora oggi va in onda. Idee, format, personaggi. Tutto. Tranne Una pezza di Lundini e poco altro». Andrea Minuz