mi ricordo …. : Addio PEPPO SPAGNOLI, paladino del Jazz, fondatore della casa discografica Splasc (h), articolo di Alessio Brunialti, in La Provincia 6 marzo 2020

Peppo Spagnoli (2020). Fondatore nel 1982 della Splasc(h), la più importante etichetta discografica di jazz in Italia. Nato ad Arcisate, provincia di Varese, è stato a lungo consigliere comunale per il Pci e lavorò come disegnatore tessile prima di dedicarsi alla musica. Il primo album pubblicato da Splasch(h) fu Lunet, dell’European Quartet del sassofonista Gianni Basso.

Tra le sue scoperte, Paolo Fresu e Luca Flores.

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https://www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/addio-peppo-spagnoli-paladino-del-jazz_1343800_11/?fbclid=IwAR3ZRQL6WItw_lXT6l1m_Zox3P7s-yKzOHx8a8dIt_XSnmfJC21gdgm4V5Y

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Emanuele Severino (1929-2020)

è vero che, come argomentano i filosofi , esiste l’ETERNO.
Ma in questi momenti quello che viene meno è la SOGGETTIVITA’ di cui ci parla la psicanalisi.
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ma di certo il PENSIERO continua INTATTO.
E che PENSIERO  !!!!   …
capace di interpretare ogni anfratto della esistenza individuale, sociale, culturale
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ROBERTO BOLLE, incontro con Chiara Maffioletti, in Corriere della Sera 7, 27.12.2019

«Sono più forte di prima, non ho paura di sbagliare.
Se mi fanno un torto però subisco»

Il ballerino più famoso del mondo racconta la sua crescita, il rapporto con il corpo e l’esperienza in tv con Danza con me, di nuovo su Rai 1 il 1°gennaio 2020

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https://www.corriere.it/sette/incontri/19_dicembre_26/su-7-roberto-bolle-sono-piu-forte-prima-non-ho-paura-sbagliare-se-mi-fanno-torto-pero-subisco-793eda38-24ca-11ea-9531-c9ac2e82635a.shtml

Su: RACCONTARSI di Duccio Demetrio, Raffaello Cortina edizioni, in Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

Raccontarsi,

Il sottotitolo è L’autobiografia come cura di sé. Il volume Raccontarsi di Duccio Demetrio è stato pubblicato dall’editore Raffaello Cortina nel 1996; la Libera Università dell’Autobiografia è stata fondata da lui ad Anghiari assieme a Saverio Tutino nel 1999.

«Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po’ d’ordine dentro di sé e capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, il racconto di quello che abbiamo fatto, amato sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto. Sperimentiamo così il “pensiero autobiografico”, che richiede metodo, coraggio, ma procura, al contempo, non poco benessere».

SEGUE

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Raccontarsi : Ai confini dello sguardo

BACKMAN Fredrik, L’uomo che metteva in ordine il mondo (2012), Mondadori, 2018. Incipit e prima pagina. Da questo romanzo è stato tratto il film: MR. OVE, di Hannes Holm, con Rolf Lassgard, Bahar Pars, I. Engvoli, 2015

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Da questo romanzo è stato tratto il film:

MR. OVE, di Hannes Holm, con Rolf Lassgard, Bahar Pars, I. Engvoli, 2015

intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019

intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019
«Fuma?».
Sì, anche lei fuma ancora?
«Meno», dice tirando fuori un pacchetto di Marlboro quasi vuoto. La prendo, così posso raccontare di aver scroccato una sigaretta a Paolo Conte. «Se la gusti prima, però». E così gli elementi ci sono tutti: fuori dalla porta di Corso Dante 60, Asti, si vede la targa con la scritta “Avvocato Conte”. Dalle finestre del piano terra si sente cadere la pioggia. Tutto intorno è pioggia, pioggia e Piemonte, la stanza si riempie del fumo che sale dalla scrivania verso la lampada da tavolo da studio legale. Siamo evidentemente piombati in una canzone di Paolo Conte. Tutto vestito di nero, con un maglione da poeta francese, le rughe che chiunque vorrebbe avere alla sua età disegnano i tratti di un viso che non si riesce a smettere di guardare. E la voce migliorata negli anni (ne ha 82), forse perché poco usata in occasioni che non riguardino il canto. Come parlare con i giornalisti, per esempio.
Ride poco e soprattutto con gli occhi perché, come dice riferendosi alla «risata omerica di Louis Armstrong», «per riderci sopra, in generale, ci vuole saggezza». E parla ancora meno perché è vero che da queste parti si ha sempre paura di dire troppo, ma d’altra parte che cosa dovrebbe avere da dire Paolo Conte che non sia consegnato in quasi sessant’anni di carriera, 32 album, centinaia di disegni, migliaia di concerti e, ultima arrivata, questa riedizione lussuosa di Razmataz, un libro- mondo, un po’ sceneggiatura, un po’ musica e spartiti, un po’ bozzetti e disegni, un atto d’amore e di devozione pagana alla musica, all’arte e alla ricerca di una vita? La sigaretta intanto è finita.
Ci sono due tipi di artisti. Quelli del primo sono la maggioranza: nascono in provincia, se ne vanno e per il resto della vita non fanno che descrivere, raccontare, trasfigurare il posto che hanno lasciato, dall’Algeria di Albert Camus alla Macondo di García Márquez. Quelli del secondo tipo sono più rari: nascono in provincia e non se ne vanno. Eppure anche questi trasfigurano il loro mondo con un racconto universale: da Flaubert a Paolo Conte. Esagero?
«Molti cosiddetti cantori della provincia l’hanno fatto. Io alla provincia non chiedo niente. La conosco perché abito qui, non mi sono mai mosso da qui. Non la voglio criticare né la voglio osannare. Diciamo che i personaggi da queste parti sono più visibili che nelle grandi città. Certe tipologie di persone le ho centrate di più perché qui sono più separate le une dalle altre. Per il resto ho scritto di paesaggio, cosa che pochi fanno. Genova per noi o anche Diavolo rosso possono essere considerate anche canzoni di paesaggio. Paesaggio che forse già mentre scrivevo trasfiguravo. E anche un po’ lo leggendarizzavo. Insomma, me lo facevo piacere».
Non si discute la bellezza della provincia, si discute quanto sia difficile per chi ha una vocazione cosmopolita o una certa inquietudine, rimanerci, farci i conti, fare pace, farne poesia.
«Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure».
Forse è stata la scoperta del jazz ad aiutarla. Una musica che lei ha definito “sacra nelle campagne divenuta profana nelle città”. È così?
«Non mi sono mai fatto influenzare troppo dalla maniera leggendaria e romantica con cui ci hanno venduto il jazz nei vecchi libri gli americani. Io il jazz l’ho visto come una cosa reale. Dalle origini molto ondulate, certo: una linfa nera che viene dall’Africa, tecniche mutuate dalla musica classica europea. Però la storia del vecchio nero senza denti che suona un piano scordato o di Jelly Roll Morton nei casini… Mica vero: era un tipo un po’ particolare ma aveva una sua etichetta e faceva il suo mestiere di musicista».
Come è arrivato il jazz nella sua vita?
«Durante la guerra. I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco».
E come ha attecchito in queste terre piuttosto inclini a una certa diffidenza?
«Asti è la città che ha dato più jazzisti italiani. Bassi, Dino Piana… Forse è il residuo di quello che dicevo prima sui tragediografi: scegliamo la cosa più difficile, non facciamo le canzonette, facciamo il jazz».
Tipico di queste parti: vergognarsi della comodità.
«Bravo. C’è questa gena (che per chi non è piemontese sarebbe imbarazzo, soggezione, senso di inadeguatezza di fronte al giudizio, reale o presunto, degli altri, ndr)».
Chi è la Regina nera al centro del suo libro-vaudeville Razmataz?
«La bellezza nera proveniente dall’America che agli inizi del secolo è stata intuita dall’Europa. Dietro c’è il fantasma di Josephine Baker, anche lei americana, americanissima. Ma che i francesi, che quando gli piace un artista tendono subito a cambiargli i connotati, hanno chiamato Bakér invece di Baker, facendone un personaggio tutto loro».
A lei i francesi cosa hanno cambiato?
«Anche a me hanno messo l’accento sulla “e” più volte».
Diceva della bellezza nera…
«La bellezza nera è quella che ho visto nei musicisti, nella loro camminata, nel loro modo di muoversi. In qualche canzone li ho anche accomunati ai boxeur…».
“…Duke Ellington grande boxeur…”
«…tutto ventagli e silenzi».
La conosce?
«Me la ricordo».
Una regina nera bellissima…
«Può darsi che cercassi, senza dirla troppo in grande, una divinità. Femmina, donna: cercavo una sorpresa. C’è una mia canzone, passata un po’ inosservata, che si chiama La negra… Ci ho messo dentro l’idea di questo tale che riceve una telefonata e capisce che è una negra che gli sta parlando. E però la rifiuta per pigrizia, un po’ alla Massimo Troisi, ha presente?».
Che cosa in particolare?
«Quei suoi personaggi incerti, esitanti. Ecco, con quel tipo di pigrizia ho rifiutato il contatto di questa donna al telefono. Sentivo che era la vita a chiamarmi, che era il sole, che era un’energia meravigliosa, adorabile, da adorare. Ma nella canzone non riuscivo a mantenere il contatto con lei».
So che lei detesta l’attualità…
«Non sarei capace di parlarne».
… ma non le sembra che quello che ha appena detto, la curiosità per qualcosa che viene da lontano e la pigrizia di non volerlo conoscere somigli all’atteggiamento che abbiamo in Occidente nei confronti di chi viene qui portando, insieme alla disperazione, anche musiche, storie, conoscenze, saggezza, bellezza?
(Stavolta la pausa prima della risposta è particolarmente lunga) «Avremmo bisogno di sangue nuovo. Avremmo bisogno di imparentarci di più. Facciamo molta fatica a farlo però».
Le posso chiedere una cortesia?
«Dica».
Una lista di cinque brani che dovremmo ascoltare in questi tempi per aprire l’orecchio e la mente all’ascolto di una cosa diversa. Per aiutarci a trovare una bellezza che non sappiamo di conoscere.
«Ah, bisogna andare con calma. Scremare i pregiudizi, le ignoranze. Molti sono presi dalle mode in maniera terribile ed è difficile scalfirli. È un altro dramma dei tempi attuali. Io ascolto dischi registrati nel 1925, il suono è molto diverso da quello a cui si è abituati oggi. Oppure se dico che il più grande pianista mi è sempre sembrato Arturo Benedetti Michelangeli potrebbero considerare quel tipo di esecuzione diciamo vecchiotto. La gente vuole un suono più… vogliono il tamburo a tutti i costi, vogliono il tamburo elettronico, neanche quello vero.
Bisogna scremare tanto».
Fidiamoci dei lettori.
«Cinque sono pochi».
Cinquanta?
«No no, va bene cinque. Mettiamoci Carnevale di Vienna di Schumann. Va bene?».
Ma sì.
«Poi César Franck, Preludio, aria e finale. Poi ci mettiamo, aspetta un po’… Potato Head Blues di Armstrong. Poi, così gli rendiamo la vita difficile, Egyptian Ella suonato da Milt Herth, organista. E Some of These Days cantato da Sophie Tucker, la più grande cantante per me superiore anche a Bessie Smith».
Lei ha parlato di moda. Ed è un uomo elegante.
«Lo sono stato, da giovane ero un po’ dandy».
Che differenza c’è tra eleganza e moda?
«Eleganza è un risultato che puoi valutare benissimo da solo. Moda invece è ciò che vuole essere osservato dagli altri. Si può dire una cosa del genere?».
Certo. La provincia è cosa dicono gli altri. Insisto: come ha fatto un uomo di mondo come lei a non andarsene? A Torino almeno…
«Torino mi piace, devo dire. La più brutta città, ma non lo scriva, ce lo diciamo solo tra noi, è…».
Ma l’ha messa in una canzone!
«Ma perché avevo in mente un punto esatto nel buio, vicino all’autostrada… Comunque sono restato qui per pigrizia. Pigrizia, timidezza, gena. Non volermi mischiare tanto con gli altri, restare un po’… così».
La provincia in questi anni ha avuto un’involuzione: colpita dalla crisi economica, con i giovani che però non se ne vogliono andare sperando che tornino i tempi d’oro dei loro padri. Nel frattempo perdono ricchezza e lavoro e si incattiviscono con chi pensano venga a prendere il loro posto. Non trova?
«La provincia qui non l’ho vista cambiare tanto. Siamo ancora legati alla campagna. Ma è vero, ci sentiamo purosangue. E in effetti se guardiamo l’America, dove ce n’è tanta di campagna, tanta di provincia, è lì che continua a covare il Ku Klux Klan. E ora abbiamo fenomeni analoghi nel Nordeuropa. Quindi, lei vorrebbe dire, bisogna essere più metropolitani? È così?».
Non so se basta.
«Però sarebbe una buona partenza».
Il jazz è musica pop o musica colta?
«È più pop. Si è discusso troppo, soprattutto tra i critici degli anni ‘50, intorno al jazz. Che ha invece uno spirito libero: prima le ritualità legate all’Africa, poi il legame con il ballo, il periodo del charleston e dello swing negli anni ‘30. Dopodiché si è intellettualizzato col bebop e i movimenti successivi. Io da appassionato l’ho seguito fino a oggi, ma per me il vero periodo d’oro sono gli anni ‘20, quando viene attraversato il crinale tra il folklore consapevole e la musica propriamente detta. Mi piace quando si sente questo passaggio da un mistero drammatico a qualche cosa di più costruito. Diciamo che coincide con Johnny Dodds e Louis Armstrong».
Quale influsso ha avuto il jazz nei musicisti colti? È stato incorporato o ignorato?
«Entrambe le cose: hanno subìto una folgorazione che non li ha più lasciati. Ravel per esempio ha scopiazzato Gershwin nel Concerto in sol mentre Stravinskij ha privilegiato l’aspetto ritmico, anche se non era di estrazione jazzistica, era un ritmo che si era portato dalla Russia. Rachmaninoff andava a sentire Art Tatum e rimaneva estasiato. Ansermet aveva scritto su Jimmy Noon un articolo entusiasta. Insomma, sentivano che in America stava succedendo qualche cosa ma non l’hanno fatta propria: il jazz è rimasto pop».
E la sua musica è pop o colta?
«Mah, per rispondere bisogna partire da come tutto è cominciato. Mi sono messo a scrivere canzoni perché ero appassionato di musica, mio padre era un ottimo pianista e anche mia madre, appassionata di classica. Mi sono innamorato del jazz perdutamente, era la musica che mi piaceva insieme a qualche grande tema di compositori americani o francesi. Non mi piaceva quello che si faceva in Italia».
Che cosa intende?
«Tutte le canzoni che mi sono beccato tra fascismo e Dopoguerra. Erano anche delle belle musiche (adesso le sto rivalutando molto) ma i testi erano tremendi».
Per esempio?
«Bombolo per dirne una. Una cosa inverosimile nella sua bruttezza assoluta. Però i parolieri erano abili, trovavano lo slogan, il titolo. Parlavano di fiori, fiorin fiorello, il prato, c’erano fiori e prati dappertutto. Soprattutto, a rendere le canzoni enfatiche e noiose, erano quelle voci ancora di stampo semilirico, tenorile, baritonale».
E poi?
«Ho cominciato ad ascoltare qualche italiano che faceva cose più interessanti: Celentano, Caterina Caselli, Jannacci. Gente che non cantava più con quell’enfasi distaccata. La Caselli cantava proprio un po’ da lavandaia. Celentano come una persona che parla. E così la prima Patty Pravo. Allora mi sono detto: provo a scrivere qualcosa. Al pianoforte in casa ho scoperto che mi venivano temi musicali che avevano la forma della canzone. E ho cominciato come autore per gli altri».
Con suo fratello.
«Sì, andavamo su a Milano una volta alla settimana per magari sentirci dire “sono in riunione, torna tra una settimana”. Mio fratello, più intraprendente di me, ha preso contatti, e piano piano sono venute fuori delle canzoni…».
…sciocchezze come “Azzurro”…
«Sì, cose così. Finché poi mi legai alla Rca, che a Roma era la casa discografica d’avanguardia, quella che sperimentava di più e aiutava i giovani. Il grande produttore Willy Greco mi ha fatto pubblicare dei provini voce e pianoforte per far sentire le mie canzoni ai cantanti. Non pensavo proprio di cantare io. Ma lui mi diceva dai dammi ascolto che qui c’è verità… verità… mah. E così abbiamo cominciato».
Non deve essere stato facile mettersi a cantare da queste parti. Aveva “gena”?
«Mi vergognavo prima di tutto davanti a me stesso. Poi mi dicevo chissà la gente che cosa dice. Io facevo anche un altro mestiere, una professione, sa… Scantonavo gli angoli per non farmi vedere dai miei clienti… Speriamo che non mi abbiano sentito ieri sera in trasmissione, mi dicevo».
La sua professione numero uno, cioè la musica, ha influito sulla numero due? Ha avuto più clienti?
«No. All’epoca non ero così conosciuto. E non credo che sarebbero andati da un avvocato che faceva il cantautore».
E la due sulla uno? Voglio dire, nei suoi testi c’è una innegabile visione da avvocato del popolo, diciamo così, o dell’umanità, la ricerca di una giustificazione per come la gente si comporta, quasi una certa pietas nei confronti di chi sbaglia.
«Bisogna essere un avvocato molto garantista, come sono sempre stato io: saper vedere le cose anche un po’ con l’anima e non soltanto con la tecnica. Però io, venendo da una famiglia di notai, mi sono occupato soprattutto di diritto civile. Dal penale non ho tratto molto. Dalla curatela fallimentare direi di sì».
Il Mocambo, certo.
«Li ho visti e li ho tenuti sotto controllo, i falliti».
Lei sostiene che la sua canzone più bella, dal punto di vista della musica, è “Gli impermeabili”. La causa civile più bella invece?
«Una causa durata nove anni. La sera prima di andare a sentenza, a mezzanotte, vengo in ufficio e scrivo l’ultima memoria di replica, una paginetta, come ultimo atto. Sono partito con una filippica tipo: “Adesso il povero mio cliente deve vedere tramontare il sole sulla sua proprietà…”, praticamente un piccolo componimento poetico. Poi metto dentro una mia ideuzza giuridica che non era mai stata trattata prima in quel tipo di causa e la aggiungo alla fine. E concludo sempre col tramonto. Due giorni dopo al palazzo di giustizia salgo le scale insieme al presidente del tribunale, che mi fa: avvocato, è sempre un piacere leggerla. Finalmente esce la sentenza. Tutta la storia del tramonto sulle terre, niente, invece avevo centrato quella piccola ideuzza giuridica… Mi sono trovato a galleggiare tra i due aspetti della mia vita».
La professione numero tre è quella di pittore. Segue anche in questo caso la sua idea che bisogna ricercare un altrove, un ailleurs, per contrastare l’eccesso di realtà?
«Ho disegnato un po’ di tutto. Il vizio del disegno e della pittura sono più antichi ancora di quello della musica.
Da bambino disegnavo trattori con tutti i particolari del motore, perché mi hanno sempre attratto. Mi divertivo a girare il foglio al contrario per vedere se li avevo disegnati giusti. Poi c’è stato il periodo dei cavalli, delle donne nude, dei suonatori. Non ho mai scelto un modello, a me interessava la linea. Io sono un modernista, non un postmodernista, io sono attratto dalla linea del Novecento. Ho disegnato per il piacere di tracciare le linee in un certo modo».
Lo fa tuttora?
«Sono stato forse dieci anni senza prendere una matita in mano. Però adesso lo sto facendo. Cose astratte. Uso pastelli su cartoncino nero. Ti danno delle strane sorprese».
Un’ultima domanda.
«Ma no, continui. Oggi parlo, eh?».
Ha raccontato di un sogno in cui lei rotola da un pendio abbracciato a una tigre. Come lo interpreta?
«Era un sogno piacevole che aveva allo stesso tempo qualcosa di terribile, perché una tigre è sempre una tigre. Era un po’ come abbracciare una donna che ti piace, e rotolare abbracciati per quel pendio morbido, all’infinito. Ma la tigre non era solo la donna, o l’amore, era anche la natura, la bellezza. Un sogno felice».
Altro sogno: il podere di suo nonno.
«Lì c’è la storia del trattore. Da bambino nella tenuta di mio nonno passavo ore, su un poggio, guardando e ascoltando nel campo di sotto il trattore con cui il vicino arava. Ero enormemente attratto dal rumore che faceva questo trattore. Quando veniva più vicino aveva un suono più nitido, si sentiva la ferraglia del motore. Quando si allontanava emetteva una specie di muggito. Era una cosa molto primitiva, arcaica».
Azzarderei che entrambi i sogni hanno a che fare con un’entità sfuggente, bellissima e pericolosa. La musica forse?
«Mi sono accorto che ho sempre cercato il mistero arcaico e arcano nella musica. In Egyptian Ella, che le ho indicato, c’è un organista che suona insieme agli altri e lì nelle sue note c’è qualcosa di quel trattore. Qualcosa di quel muggito in lontananza, che via via si faceva più forte».
Lei ha un’età da nonno…
«Anche bis».
…che cosa gli direbbe se lo potesse incontrare ora?
«Mi farebbe un piacere enorme. Ma non saprei tanto perché».
Probabilmente è perché siete entrambi due piemontesi riservati.
«Credo che manterrei il rapporto sportivo che avevo con lui. Cercherei di ridere con lui».
E se incontrasse suo padre?
«Lo prenderei, lo porterei nel bar qui davanti a prendere un caffè e lo guarderei mentre mette cento lire sul bancone aspettando ancora il resto. Poi lo abbraccerei e comincerei a dirgli qualcosa dei tempi di oggi».
Sua madre?
«Con lei avevo il rapporto più stretto di tutti. L’ho sempre sentita moderna e così continuerei a sentirla, non avrei cose da spiegarle. Ammesso che io sia capace di spiegare qualcosa dei tempi di oggi. Manterrei un rapporto spirituale, sempre lo stesso».
Musica, pittura, immagini. Veniamo ai suoi testi. Parlava prima di Diavolo rosso, “… la morte contadina / che risale le risaie e fa il verso delle rane / e arriva sulle aie bianche / come le falciatrici a cottimo” è un esempio di poesia in senso tecnico, con le sue rime interne, le sue allitterazioni, le sue onomatopee. Questa tecnica da dove viene?
«Prima di tutto dalla tecnica di composizione della canzone. Io l’ho sempre detto, ma gli intervistatori non mi hanno mai capito perché quei giovani giornalisti…».
Giovani…
«Lei è giovane ma è comunque anche vecchio. Ho sempre cercato di far capire che io lavoro prima scrivendo la musica e cioè melodia, armonia, bassi e un’idea del ritmo. Tutto quello che poi sarà arredamento di suoni lo faccio dopo, arrangiando. Ma la pagina la faccio fare dalla musica».
Credo lo facciano tutti i poeti…
«Ma vede la musica è implacabile, ha le sue onde, è lei che apre e chiude il discorso, mentre la poesia può andare avanti all’infinito se non la chiudi. Quindi scrivendo prima la musica in qualche modo faccio i conti con l’orologio. Per la mia vecchia estetica tre minuti, tre minuti e mezzo, quattro minuti sono la misura e quindi anche la concisione, che lei chiama poetica, deriva da questa tecnica. In quel breve spazio devo dire molto. Per esempio Via con me è una canzone che dice molto in uno spazio molto breve, due minuti e 20».
Un principio di economia. E poi?
«E poi il principio del detto-non detto. Nasce, intimamente, dalla paura di dire troppo».
Sempre la “gena”, eh?
«Già. E poi anche da un’urgenza di lasciare libertà a chi ascolta. A differenza di tanti miei colleghi cantautori non mi sono mai posto l’obiettivo di mandare un messaggio. Io racconto qualcosa, voi prendete. Ve lo dico in poche parole, ve ne lascio indovinare altre, fatevi l’idea che volete. C’entra anche un pochino la passione per l’enigmistica. Sono un vecchio enigmista, creo anche i rebus».
Si intitola “Rebus” anche una sua canzone.
«Anche lì c’è il tentativo di dare doppi sensi alle parole, cercare di bilanciare detto e non detto».
Sembra pura tecnica detta così.
«No, c’è anche una questione di colore. Perché la musica quando nasce, ed è il momento in cui ti eccita di più, è astratta, in bianco e nero. Quando le metti il testo, le parole significano, hanno colori, creano fotografie, immagini. E qui scatta un altro meccanismo passionale. Perché la musica ti vorrebbe portare in un gorgo e le parole invece ti costringono a dire. E io tengo a che si capisca quello che ho voluto dire e che si intuisca quello che invece non ho voluto dire. Il significato primo di una pagina si deve capire».
Che cosa ha letto?
«Ho letto poco, forse più poesia che prosa. I grandi poeti italiani del Novecento mi piacciono tanto: Campana, Sbarbaro…».
E Seferis mi sembra.
«Certo, certo, Seferis… Il re di Asine… Grande classico. L’ho scoperto per caso in una rivista da donna che aveva mia madre. C’erano la notizia che aveva ricevuto il premio Nobel e due o tre sue poesie. Mi sono procurato i suoi testi, mi è piaciuto molto. Grande eleganza. Anche Kavafis. Però meno attraente di Seferis, che è più carnale».
Non piove quasi più. È ora di uscire, con in testa come colonna sonora Gli impermeabili: «Ma come piove bene sugli impermeabili — da du da dada — e non sull’anima».
«L’ho tolta».
 Che cosa? 
«Quella frase sull’anima».
 L’ha tolta? E perché?
«Diceva troppo».
Dario Olivero

Maledetti Amici Miei, con Giovanni Veronesi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo e Sergio Rubini – in RaiPlay, 2019

Giovanni Veronesi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo e Sergio Rubini danno vita a un insolito e irriverente happening televisivo dove l’anima è il racconto. Uno show che non prevede copioni, poiché ad ognuno di loro quattro basta una sola parola per capire esattamente cosa sta per raccontare l’altro. Uno spettacolo ogni sera diverso, capace di ricreare quella magica atmosfera della commedia all’italiana, fatta di storie, aneddoti e confessioni raccolte in 35 anni di un lavoro extra ordinario che li ha portati a vedere e vivere le cose più assurde e insieme di richiamare come ospiti grandi nomi dello spettacolo

vai a

Maledetti Amici Miei – RaiPlay

Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi di Enzo Gentile , Hoepli, 2019

Al Centro artistico Alik Cavaliere di Milano presentazione di Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi di Enzo Gentile (Hoepli) (19 ottobre ore 19.30), seguita da apericena musicale e concerto-tributo a De André.

Il Secolo XIX: «Fabrizio De André intimo come, forse, non è mai stato raccontato. È quello che ha cercato di fare Enzo Gentile, giornalista e conduttore radiofonico. […] A vent’anni dalla morte, il ruolo del cantautore genovese resta quello di un testimone capace, come pochi altri, di raccontare un’epoca, di leggere le realtà anche più scomode e inquietanti.

Il libro indaga oltre all’artista anche la persona, grazie alla testimonianza di decine di figure, più o meno note, che lo hanno frequentato, conosciuto, ne hanno condiviso la dimensione privata e professionale»

(leggi qui alcune delle testimonianze riportate).

biografie : le interviste di Gigi Marzullo a SOTTOVOCE (Rai 1), link dal 2016

vai a:

https://www.raiplay.it/programmi/sottovoce/

2019/2020: https://www.raiplay.it/programmi/sottovoce/stagione2019-2020

2018/2019: https://www.raiplay.it/programmi/sottovoce/stagione2018-2019

2017/2018: https://www.raiplay.it/programmi/sottovoce/stagione2017-2018

2016/2017: https://www.raiplay.it/programmi/sottovoce/stagione2016-2017

 


vedi anche

https://it.wikipedia.org/wiki/Sottovoce

anni ’60 e ’70 a COMO: ricordare il disegno tessile di FIORIO (e il “lucidista” Guido Ferrario) attraverso una conversazione. Fotografie di un gruppo di FOULARD e un grafico di Giovanna Baglio sul ciclo della stampa tessile

Coatesa sul Lario e dintorni

“A quei tempi FIORIO

faceva storia per la QUALITA’ DEL DISEGNO TESSILE

e per la produzione dei FOULARD”

frase presa da una conversazione con Anna Bignami, a Como, il 3 aprile 2019

Questo ricordo è associato alla STAMPERIA ANGELO MAESANI , che stampava solo la SETA

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da una dispensa di Giovanna Baglio (in https://coatesa.com/2019/04/03/il-prodotto-tessile-fibre-e-filati-slides-di-giovanna-baglio-ccia-como-2007/):

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vai al sito della AZIENDA FIORIO

http://www.fioriomilano.it/it/category/azienda

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Esce mercoledì 6 marzo per Chinaski Edizioni il libro di Alessandro Balossino Keith Jarrett- improvvisazioni dell’anima: un omaggio ad uno dei pianisti più geniali della recente storia della musica, Keith Jarrett, raccontato attraverso la sua opera, ma anche attraverso quegli aspetti, decisamente più umani, che hanno travagliato la sua vita materiale e spirituale

Tracce di Jazz

Umano troppo umano: l’altro volto di Keith Jarrett per Alessandro Balossino

Esce mercoledì 6 marzo per Chinaski Edizioni il libro di Alessandro BalossinoKeith Jarrett- improvvisazioni dell’anima: un omaggio ad  uno dei pianisti più geniali della recente storia della musica, Keith Jarrett, raccontato attraverso la sua opera, ma anche attraverso quegli aspetti, decisamente più umani, che hanno travagliato la sua vita materiale e spirituale: dai momenti terribili della malattia all’interesse per le illuminanti teorie filosofiche di Georges Ivanovic Gurdjieff, dalle intuizioni sul palco alla turbolenza nei rapporti con gli altri.  E poi la musica e la sua ricerca dell’improvvisazione pura.
Keith sale sul palco non sapendo ancora cosa suonare. Si concentra mentre in sala non vola una mosca, rendendo a volte l’attesa persino imbarazzante. Poi, come per miracolo, si china sulla tastiera, le mani si avvicinano ai tasti, li sfiorano e finalmente arriva la prima nota. A…

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L’ epilogo della nostra vita è già da sempre tracciato, segnato, scolpito. È la nostra destinazione necessaria a cui nessuno può sfuggire. Non si sfugge al destino … Marco Pellegrino, 23 febbraio 2019

L’ epilogo della nostra vita è gia da sempre tracciato, segnato, scolpito. È la nostra destinazione necessaria a cui nessuno puo sfuggire. Non si sfugge al destino. Sarebbe uno sfuggire a se stessi. Ci si puo soltanto illudere di poter voltare le spalle al destino e quindi a quell epilogo. È gia scritto da sempre come e quando si dovrà giungere a compimento o destinazione, il nostro vero fine di questa nostra vita individuale. Eppure, l uomo vive per lo piu volendo, illudendosi, voltare le spalle a cio a cui non puo voltare le spalle. Questo significa che l uomo finge, nasconde, crede di poter mettere in un cassetto il segreto profondo della sua vita. Vive volendo allontanare cio a cui si sta necessariamente avvicinando. Ma l illudersi non è mai ignoranza assoluta, bensì relativa, parziale. Quindi l uomo in qualche modo conosce la sua vera destinazione, ma vive come se potesse per davvero, nell illusione, non guardare in faccia la vera realtà della sua vita. Volendo allungare la propria vita, anche all infinito, tuttavia sa nel suo abisso di coscienza che tutta la sua vita è gia da sempre allungata e vissuta fino a un certo punto gia da sempre segnato, quello della vera realizzazione della sua vita ovvero la conclusione finale del suo percorso. Quindi se un uomo vive la sua vita per lo piu volendo allungare cio che non puo allungare ossia ciò da cui non si puo allontanare poiché, invece, si avvicina sempre di piu a cio ( l’epilogo della sia vita) a cui nel profondo non si puo non affrontare e guardare in faccia, significa che giungerà a destinazione in modo meno sereno e piu spaesato, turbato, con forti attacchi di panico, rispetto invece a un uomo che, non nascondendosi dietro cortine o infingimenti di vario genere, vive la sua vita ponendo al centro dell attenzione non gia la volonta illudentesi di allungare l inallungabile, bensi lo scopo ultimo del suo percorso di vita e cioè affrontando e guardando il volto del compimento dal quale non si puo scappare, fuggire via.. E quindi arriverà piu preparato e meno timoroso-titubante di fronte al suo inevitabile epilogo. L invito, da parte mia, è quello allora di fermarvi non un attimo o qualche ora, bensi come minimo per qualche giorno riflettendo intorno a questa destinazione autentica a cui nessuno puo voltare per davvero le spalle ( neppure coloro che parlano improriamente di “immortalita cellulare” e quindi di “inmmortalita umana”). L epiologo effettivo della nostra vita individuale sopraggiunge al termine di un percorso che conduce da quell evento che vien detto “cadavere”, passando poi per un certo periodo di tempo, appunto, tra quell evento e la morte effettiva. Quando la conclusione effettiva si fa innanzi appare subito un unico evento in cui, in modo istantaneo-sincronico, appare l intero arco della vita appena morta. Dopo questo istante, prevale nella Luce (che tutti siamo sempre e in cui consiste l intero Organismo universale incarnato in tutte le sue possibili vite individual) un altro istante in cui viene anticipata l intera vita che si andrà a vivere dopo il ” passaggio” della morte.

LIGHT Alan, What happened, Miss Simone ?, Il Saggiatore, 2016. Indice dei nomi e delle opere. Recensione di Davide Fent

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Rassegna stampa

La vita della Grande Sacerdotessa del Soul[ Outsiders – 19 giugno 2019 ]
I demoni oscuri di Nina Simone[ il Manifesto – 24 giugno 2017 ]
Nina Simone, la donna e l’artista[ Gazzetta di Parma – 14 marzo 2017 ]
Nina profetica più degli uomini[ Corriere della Sera – la Lettura – 26 febbraio 2017 ]
What happened, Miss Simone, di Alan Light[ Magazzino Jazz – 17 febbraio 2017 ]
What happened, Miss Simone? Biografia della regina del jazz[ Gli Stati Generali – 6 febbraio 2017 ]
La voce che sussurrava amore e grandi rivoluzioni[ il manifesto – 23 dicembre 2016 ]
What happened, miss Simone?[ Leggere tutti – 15 dicembre 2016 ]
What happened, miss Simone?[ Mucchio selvaggio – 3 dicembre 2016 ]
What happened, miss Simone?[ Rolling Stone Italia – 1 dicembre 2016 ]
Biografia di Nina Simone, la donna che le incarna tutte[ la Provincia – 24 novembre 2016 ]
Io sono i diritti civili![ Linus – 24 novembre 2016 ]
Le contraddizioni di Nina[ Internazionale – 11 novembre 2016 ]
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Paolo Ferrario, ATTIMI DI LUOGO, Amaltea di Coatesa, 1992-1995

qui Paolo Ferrario, ATTIMI DI LUOGO, Amaltea di Coatesa, 1992-1995 in formato pdf:

ATTIMI LUOGO MIEI HAIKU

 

 

Coatesa sul Lario e dintorni

0 copertina1 foto posto2 Questo posto3 foto Legno abete bianco4 Legno abete bianco5 luce sera acqua6 guscio acqua7 foto ronzio api8 ronzio d'api9 esistenze svelano10 tuffano acqua11 cipresso12 cipresso freccia cieloOLYMPUS DIGITAL CAMERA14 cancello verde15 foto tchou16 tchou gatto selvaggio17 campane lontane18 triangolo case tempo sera19 foto acqua quasi fiume20 acqua di lago quasi fiume21 A Louis22 Haiku barthes23 foto gatti insegnano24 Grisu25 ampelopsis26 Filo che cede27 aria mai usata28 azzurro indugia29 chiamala estate30 Gatti insegnano31 Merla32 quietamante respiro33 ticchettio agosto34 vita lieve

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CARTE COMUNISTE – Storie di donne e uomini di Como e del suo territorio, VENERDI’ 16 NOVEMBRE 2018, ore 18.00  presso la Pinacoteca Civica di via Diaz, 84 a Como

CARTE COMUNISTE – Storie di donne e uomini di Como e del suo territorio
presentazione pubblica conclusiva del progetto di riordino e inventariazione informatizzata dell’archivio del Partito Comunista – Federazione di Como (poi PDS e DS)
finanziato da Fondazione Avvenire tramite un bando di Regione Lombardia, con la partecipazione DI
Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta di Como
Camera del Lavoro di Como
Partito Democratico comasco.
Un importante lavoro di recupero di una parte della memoria storico-politica del nostro territorio, un patrimonio archivistico che verrà condiviso e messo a disposizione di studiosi e di tutti i cittadini.
L’evento di presentazione è fissato per
 VENERDI’ 16 NOVEMBRE 2018 alle ore 18.00
presso la Pinacoteca Civica di via Diaz, 84 a Como.
Carte Comuniste
Il progetto “Carte comuniste”  di riordino e inventariazione informatizzata dell’archivio del Partito Comunista – Federazione di Como (poi PDS e DS) finanziato da Fondazione Avvenire con la partecipazione  di Istituto Storico di Como, Camera del Lavoro di Como e PD di Como, nel quadro di un bando di Regione Lombardia, è stato completato nei termini previsti dal bando  e tutti i documenti sono ora depositati presso la sede di Fondazione Avvenire in Via Anzani, 14 – Como.
Il repertorio informatizzato sarà prossimamente disponibile sul sito http://www.fondazioneavvenire.it/ .
La realizzazione del progetto è stata affidata alla società Scripta di Como

FABRIZIO DE ANDRE’, Principe Libero, Regia di Luca Facchini, con Luca Marinelli, Ennio Fantastichini, Valentina Bellè, Elena Radonicich, Matteo Martari, Rai – febbraio 2018

Regia di Luca Facchini. Un film Da vedere 2018 con Luca MarinelliEnnio FantastichiniValentina BellèElena RadonicichMatteo Martari

LA PUNTATA INTEGRALE SU RAIPLAY https://goo.gl/MDwdok TUTTI I VIDEO E LE PUNTATE http://www.raiplay.it/programmi/fabri… – Fin dall’adolescenza Fabrizio dimostra la sua curiosità speciale, il suo ardore per la vita. La sua costante irrequietezza

VINCENZO GUARRACINO: attimi di riflessione su Carlo Ferrario e Antonia Pozzi. “In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…”

CARLO FERRARIO E ANTONIA POZZI

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“In un giorno di giugno / (io avevo sei anni)…”

Paganus

Una precisazione cronologica, questa, che mi aveva incuriosito non poco, posto proprio all’inizio dell’ultima fatica poetica di Carlo Ferrario, ossia il “romanzo in versi” intitolato Paganus, in cui si racconta la storia di un’iniziazione alla vita sul teatro di un’età aurea che si avvia ad un tempo grigio di rovine e di violenza.

Posta come dicevo all’inizio della seconda delle 34 strofe di cui il poemetto si compone, mi ha indotto a interrogarmi sulla sua consistenza, sulle ragioni della sua perentoria verità, per darmi conto che si tratta di un atto in un certo modo fondativo. Come tutte le date che si rispettino assume infatti un carattere per così dire sacrale, da momento su cui si costituisce una piccola e privata storia sacra, come di un qualcosa da cui la vita dell’individuo acquista senso e significato: un momento di ordine ieratico che nel tempo agisce con forza ipnotica sulla coscienza e che anche inconsapevolmente insiste su parole, gesti e manifestazioni.

La risposta, come un’illuminazione, mi è venuta scorrendo i versi di un  bambino, che con fiabesca lievità parlano di cascine in mezzo a monti e a prati, di animaletti amati ancorché “birichini”, di lontani sogni marini, di sensazioni delicate: versi contrassegnati da una data, 1937, di un tal Ferrario, familiarmente denominato “Carluccio” e residente in una sorta di Valle dell’Eden in quel di Introbio, un luogo dove può intervenire a turbare i giorni anche la guerra e la morte, fermo restando che è ancora la fine di una giornata di giochi a diventare il principale motivo “di malinconia”.

Un lontano giorno di giugno di una fanciullezza incantata è, dunque, accaduto qualcosa che ha segnato la vita del poeta seienne, un evento che, stando al poemetto, si è scritto come una rottura, una lacerazione, l’interruzione di un ordine che nel tessuto della mitica trasposizione della storia operata in Paganus (il titolo è quanto mai significativo di una volontà di resistenza nella fede nella sacralità dei propri miti) e  si configura come traumatica, come fonte di disorientamento e di angoscia (così come conferma nella conclusione della terza strofa, “Ero piccolo allora / frastornato e pieno di paura”): passaggio da un sistema della familiarità e dell’inginocchiamento alla molteplice e meravigliosa naturalità delle cose e della vita ad un altro sistema gravato e condizionato da una ferrea Legge, da un’inflessibile “sudditanza” ad una auctoritas senza cuore.

Momento iniziatico, dunque, evento di un passaggio e di una trasformazione, capace di incidersi con il puntiglio della sua reiterazione nell’esperienza e di propagare i suoi influssi nell’avvenire, quali che siano.

Non diversamente dal sogno fondante di Orazio (Odi, III, 4) o del Rimbaud di un singolare poemetto in latino (“Tu vates eris”), in cui sulle ali di bianche colombe si inscrive la profezia di un destino di poesia, ma anche evento paragonabile a quello inscenato dal Leopardi dell’idillio Odi, Melisso, altrimenti noto come Lo spavento notturno, in cui la visione angosciosa della caduta della luna si configura come premonizione di tutte le perdite e cadute della vita.

vai alla scheda del libro

http://www.nodolibrieditore.it/scheda-libro/carlo-ferrario/paganus-9788871851471-156152.html

Paganus
titolo Paganus
sottotitolo L’ottavo dormiente. Con CD Audio
autore Carlo Ferrario
editore NodoLibri
formato Libro
collana I suoni
pagine 40
pubblicazione 2008

Polvere siete, polvere ritornerete

Tracce biografiche di un Abitatore del Tempo che stimo molto per la sua intelligenza e doti di scrittura

Cadavrexquis

pixlr_20160719205235154Il Cimitero Monumentale è uno spazio di pace e silenzio nel centro di Milano: i morti non fanno rumore e, a parte rari turisti, non ci si incontra quasi nessuno nel pomeriggio di un’afosa giornata di luglio. Sorvolo sul suo essere un museo a cielo aperto – si consulti una guida per quello -, ma mi limito a constatare che, da qualche tempo a questa parte, ci vado quando ho bisogno di ritirarmi in me stesso. Scherzando, dico che vado a “fare le prove generali”. Anche oggi, poiché il giorno ha preso una piega diversa da quella programmata, ci faccio un salto e ci rimango quasi tre ore. Prima sedendomi su una panchina all’ombra, a meditare e ad ascoltare i pochi rumori tutt’attorno a me – cicale, uccelli, qualche passo sulla ghiaia, l’acqua che gorgoglia dalle fontanelle, i motori distanti e, purtroppo, un operaio che con la sega elettrica taglia…

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IL MIO CANE SKIP, diretto da Jay Russell, con protagonista Frankie Muniz. Il film è tratto dal libro autobiografico My Dog Skip di Willie Morris

Willie Morris è un ragazzino molto solo che vive con il padre Jack, autoritario che ha perso una gamba nella Guerra civile, e la madre Helen; il suo amico è Dink Jenkins, suo vicino di casa che lo abbandona per andare a fare il servizio militare. Al giorno del suo nono compleanno, Willie riceve tanti regali ma l’ultimo è quello più gradito, un cagnolino che lui chiama Skip. Il padre Jack, autoritario che ha perso una gamba nella guerra civile, però pensa che sia ancora troppo presto e porta via l’animale. Willie cade in una profonda tristezza, dalla quale si risolleva solo quando la madre Helen riesce ad imporsi e a restituirglielo.

Willie e Skip crescono da quel momento insieme, e la presenza del cane va di pari passo con i momenti importanti dell’adolescenza del ragazzo. Willie attribuisce a Skip il merito di riuscire ad avvicinare la ragazzina più carina del quartiere e riesce anche a stringere amicizia con i bulli che fino a qualche tempo prima lo prendevano di mira.

Poi va a giocare nella squadra di baseball, ma qui le cose vanno peggio. Durante una partita in cui non riesce a giocare al meglio, innervositosi, Willie colpisce Skip, che scappa e va a rifugiarsi in un cimitero dove, malauguratamente, rimane chiuso in una tomba usata da due malviventi del posto come deposito illegale di alcolici. Uno di loro colpisce Skip con una pala e Willie lo porta immediatamente in una clinica veterinaria. Le sue condizioni sono molto gravi ma mentre Willie gli parla, Skip si risveglia.

Gli anni passano e Willie va a studiare adOxford, in Inghilterra e così la stanza di Willie diventa la stanza di Skip, che invecchia nella casa del Mississippi, aspettando il ritorno del padroncino. Un giorno un telegramma arriva ad Oxford annunciando la morte di Skip. Il suo corpo riposa sotto l’olmo davanti alla loro casa, il suo ricordo vive per sempre nei loro cuori.

da: https://www.wikiwand.com/it/Il_mio_cane_Skip

 

crono biografia di GIULIANO FERRARA, fino al 2003

Dal Foglio del 13 maggio 2003

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

Vive a Mosca dal ’58 al ’61, dove il padre è corrispondente dell’Unità. Tornerà a Mosca nel 1990, a regime in dissoluzione (lui ama i regime change) e otto anni dopo essere uscito dall’apparato comunista, al seguito di una moglie americana che lavora nel cinema (una settimana di turismo). Mai stato in un paese socialista dopo il ’61 nonostante dieci anni di carriera come funzionario del Pci. Le vacanze a Capri o a Parigi, invece che da Ceausescu, sono una specie di blasone.

Ritorno da Mosca, 1961. Scuola pubblica. Primi amori. Educazione sentimentale piuttosto occidentale. Ma dalla storia di Garibaldi che gli raccontava il papà, versione allegramente frontista (Fronte vince, vota Garibaldi: cose del 1948), il fanciullo trae forte spinta ideologica comunista-nazionale. Maturità classica. Primo viaggio a New York al seguito del fratello, aiuto regista di Luca Ronconi nell’Orlando Furioso in trasferta (è il novembre del 1970, “quando morì Charles de Gaulle” è il ricordo dell’adolescente che conosce tutto Dylan a memoria e ama i politici forti).

Iscrizione all’Università di Roma, facoltà di Filosofia, una bolgia ideologica. Polemiche da destra con il compianto maestro Lucio Colletti, ancora un po’ trotzkista e sostenitore della democrazia dei Soviet. Il bamboccio impertinente ripete in polemica col maestro la lezione casalinga di Togliatti sulla “via italiana al socialismo” (la madre era una collaboratrice del tremendo ma intelligente capo del Pci e poi redattore capo della rivista ideologica del partito, Rinascita). Ne nascerà lunga e onorata amicizia con il maestro Colletti, che presto si convertirà con coraggio alla teoria della crisi del marxismo e diventerà un ex comunista liberale anticomunista un po’ pazzo, come l’allievo, ma tosto.

Primi lavori di militante alla Stampa e propaganda con Gian Carlo Pajetta, che poi lo invia a Torino, dove arriva il 5 novembre del 1973, per “andare alla scuola della classe operaia e sottrarsi alle insidie della curia romana” (parole di Pajetta). Resterà a Torino fino al settembre del 1982, gli esami di Filosofia sono fermi a undici su venti. Ricoprirà a Torino questi incarichi. Giornalista senza bollini dell’ordine e senza praticantato presso la rivista Nuovasocietà, ideata da Diego Novelli e poi a lungo diretta e rimessa all’onor del mondo da Saverio Vertone (nel ’75 Novelli diventa sindaco della città). Amicizia con Novelli, Vertone (vera amicizia, che continua nonostante le sue follie politiche oneste e deliranti), e Adalberto Minucci, supercapofunzionario. Altri incarichi.

Capo dell’organizzazione politica del Pci alla Fiat Mirafiori (che porterà a duemila iscritti, perché è un buon attivista), poi responsabile della sezione problemi dello Stato (lotta al terrorismo), della sezione culturale e del comitato cittadino (organizzazione del partito in città). Il soggetto si caratterizza, tra l’altro, per una spiccata attitudine a parlare senza eufemismi, a criticare l’inviolabile tradizione operaista torinese e la politica della Camera del lavoro che porterà gli operai torinesi a essere bastonati spietatamente da Cesare Romiti e dalla famiglia Agnelli nel novembre del 1980. Coordina riunioni politiche (ha imparato il torinese, che parla fluentemente) nella saletta del comitato federale di Torino, sotto una grande riproduzione di Guernica, con Luciano Violante e Gian Carlo Caselli: il tema è la lotta al terrorismo, Ferrara ci crede sul serio, è esperto di estremismi contigui al terrorismo, si muove in una logica emergenzialista e non garantista, assume con molti altri seri rischi personali per via della sua visibilità (pesa già centotrenta chili). Un suo articolo su Repubblica dell’epoca, dopo il varo del questionario anti terrorismo, si intitola “Diritto di delazione”. Sempre eccessivo, ma è con la delazione che le Br vengono sconfitte.

Un anno prima della sconfitta alla Fiat, nel 1979, i sindacati Fiom torinesi combattono duramente la decisione di licenziare 61 dipendenti collegati al terrorismo, che miete vittime quotidianamente in città, incendia le fabbriche e si collega con gli estremisti nel vivaio di Mirafiori, dove cortei sbandati di operai pestano i capi e li costringono a marciare alla testa della folla con la bandiera rossa. La linea di Ferrara contro un sindacato che già allora segue Dario Fo e altri pazzerelloni girotondini antemarcia è: “Siete matti, queste cose fanno vergogna e sono anche la premessa di una sconfitta del comunismo che piace a me” (si chiamava all’epoca eurocomunismo, si estrinsecava nella rivolta berlingueriana contro il partito comunista sovietico che lavorava con Cossutta per farlo fuori, e precipitava nell’assunto secondo cui i comunisti dovevano andare al governo, sacrificando ogni forma di estremismo e avviandosi verso una socialdemocrazia europea con altre forze politiche popolari, in primis la Dc, nel famoso “compromesso storico”, diciamo così bipartisan). Per affermare questa linea nel bastione operaista torinese Ferrara fa volentieri compromessi politici: appoggia per qualche tempo la parola d’ordine dell’autoriduzione delle bollette elettriche, e quando alla Fiat tutto precipita con i licenziamenti, si dà da fare ai picchetti della fabbrica e fa la sua parte lanciando uova (vecchio vizio beffardo ed estremista) agli impiegati che vogliono entrare.
Nel 1980, ma dopo aver consumato la sconfitta con i suoi compagni e aver salvato “con le mani” Pierre Carniti da un linciaggio (vecchio vizio), Ferrara si dimette spontaneamente dalla segreteria della federazione e da capo del comitato cittadino, dopo aver partecipato a due vittorie elettorali del Pci ed essere stato eletto (tredicesimo arrivato, secondo i piani, consigliere comunale). Il comunismo non gli piace più tanto. Quello di Breznev gli fa un po’ schifo (avendo egli dato del “fascista” a Breznev in un editoriale di Nuovasocietà, un incazzatissimo Pajetta gli dice, in una stanza del mitico Hotel Ligure: “Queste cose per favore le scrivi alla morosa, non su un giornale del partito”). La sua intenzione dichiarata è tornare a Roma e finire gli studi universitari interrotti. Novelli lo recupera abbisciandolo per il posto di capogruppo in Comune, perché F. può sempre servire (non è un servo?), e l’accordo (scandaloso per l’epoca) è che il funzionario, come chiede, si mette a metà tempo e metà stipendio, fa il capogruppo e riprende gli studi. Cosa che avviene sotto il magistero di Gennaro Sasso, un liberale e un grande storico delle idee e filosofo teoretico.

Si arriva al dunque nel settembre dell’82. Il Ferrara a mezzo tempo e mezzo stipendio, che ha ripreso gli studi, si arrabbia contro il maestro Luciano Berio e l’assessore alla cultura Giorgio Balmas. I due avevano organizzato un ridicolo “concerto per la pace” in Piazza San Carlo a Torino, con ridicole poesie di Edoardo Sanguineti che piovevano dal cielo. Solo che quella sera si seppe che qualche migliaio di palestinesi, nei campi profughi di Sabra e Chatila, erano stati ammazzati dai cristiani sotto i riflettori di Tsahal o comunque con la sua connivenza. A Ferrara, che non ha mai avuto posizioni filopalestinesi alla Mario Capanna e soci (perché è un cacciatore professionale di eresie estremiste) sembra tuttavia normale dedicare il concerto per la pace “ai martiri di Sabra e Chatila”. Di fronte al rifiuto del grande musicista e dell’assessore gnomo, s’incazza. Arringa in francese l’orchestra francese saltando sul palco a pochi minuti dall’inizio del concerto (vecchi amori, vecchi odi). Un impiegatuccio insolente dell’assessorato spettegola su di lui e lo insulta, la cosa gli viene riferita, Ferrara scende dal palco e lo prende a schiaffi. Crisi politica. Tutta la Torino perbene è contro Ferrara, con il Maestro Berio e con Balmas (anche il compianto Massimo Mila, che però è per la pena di morte). Ferrara disprezza moralmente Diego Novelli per il modo in cui si è comportato nell’occasione, cioè facendo lo gnorri, e lo critica sui giornali mentre fa le valigie (abitava in una casa di ex ferrovieri a Borgo San Paolo, di proprietà di un gagliardo redattore sportivo dell’Unità, Nello Pacifico) per tornarsene a Roma e lasciare quello strano Pci dove ormai era sempre in estrema minoranza: battaglia per il voto segreto e per le correnti, critiche dure all’Unione Sovietica, animosità verso gli azionisti torinesi bobbieschi che si stavano impadronendo dell’anima del partito e del sindacato mentre i loro figli un po’ violentucci e contigui al terrorismo scorrazzavano per la città, sola battaglia vinta quella per la cittadinanza onoraria di Torino all’odiato Lech Walesa.

Se ne va dapprincipio in silenzio e nel dolore, poiché sa che sta consumando un “tradimento” si appresta a farlo con onestà senza strepito. Ma un amico, Mario Missiroli, gli dice: “Ma scusa, non sei mica un ladro, perché te ne devi andare zitto zitto?”. Ferrara gli dà retta e da allora ascolta (quasi) sempre i consigli degli amici. Manda a quel paese il Pci di Torino, con una dichiarazione pubblicata sull’Espresso di Livio Zanetti, e se ne va con le sue quattro carabattole da una città che ha amato. Colletti gli dirà: “La tua uscita è indecifrabile”. Mughini gli dirà: “Ma perché sei uscito da sinistra, tu che sei di destra?”. Ferrara non pensa che la vera moralità sia di destra o di sinistra, e si scandalizza della domanda (spiega il suo scandalo indecifrabile in un articolo un po’ letterario su Nuovi Argomenti, la rivista di Moravia).

F. prende sette milioni di liquidazione per dieci anni di lavoro (niente male, ci sono funzionari del Pci che non hanno preso niente), si installa a Roma prima a casa dei suoi, che gli vogliono bene (il papà, in un libro confessione scritto con Mughini, dirà del bamboccio: “Se ha tradito, ha tradito qualcosa che doveva essere tradito”) ma giustamente lo trovano ingombrante, poi in un piccolo appartamento di trentacinque metri quadrati con balcone in Trastevere, che ha comprato sua madre e che si può vedere dalle finestre della odierna redazione romana del Foglio. Va all’istituto di Filosofia quando può, passa lunghi periodi in campagna, studia Machiavelli e Spinoza, e scopre un maestro di filosofia che si chiama Leo Strauss, che ora è detto anticipatore dei neoconservatori (ma è una lectio giornalistica piuttosto abbreviata). Lasciata la tessera del Pci, prende quella del Goethe Institut, impara il tedesco per leggere i testi giovanili di Strauss (soggiorni a Friburgo, in casa di Frau Weeck come pensionante, e a Berlino-Schoenberg in una casa di sessantottini la cui ospite si chiamava Morlind Tuemler). Ferrara è sempre accompagnato dal suo fedele cane trovatello, di nome Lupo. Mangia come un lupo. Si innamora intellettualmente della questione ebraica, che è lo sfondo del pensiero di Strauss.

Erano anni in cui fioriva il mercato del “dissenso comunista”. Ferrara non partecipa a questo mercato, e quando Novelli manda in galera i socialisti e anche i suoi più cari amici e compagni per le stecche ai partiti (e non solo ai partiti) nel Comune di Torino (1983), non accetta di fare il delatore e si sottrae alle richieste giornalistiche che gli vengono rivolte nella casa di campagna dei suoi (nonostante il vecchio “diritto alla delazione”). Chissà perché, preferisce Spinoza e l’etica della banda. C’è Scalfari nel suo destino. Il giustizialismo, e gli sgarri da capobanda del sindaco che aveva paura della competizione politica da parte dei socialisti modernizzatori, non gli piacciono. Ferrara guarda la tv e quando Berlinguer dice: “Tengo Novelli in palmo di mano, perché ha denunciato tutto alla magistratura”, trasecola. La mutazione genetica del Pci è cominciata. Sta diventando un partito ridicolo: mezzo leninista (“Vivente e valida la lezione di Lenin”, disse il secondo Berlinguer, quello che aveva abbandonato per paura riformismo e governo tutti e due in una volta) e mezzo giustizialista (la “questione morale”, la “diversità antropologica dei comunisti”). Poi Berlinguer negherà a Novelli il posto in direzione, altro che “palmo di mano”, e la Iotti gli dirà che avrebbe dovuto saper “portare la croce” invece di fare il bullo sui finanziamenti illegali ai partiti (compreso il suo) di cui ovviamente sapeva tutto, preferendogli il pragmatico “uomo Fiat” Piero Fassino. Novelli si arrabbierà molto e diventerà “retino” al seguito di Leoluca Orlando e F. non sa quante altre cazzate ha fatto nel frattempo, perché le persone che disprezza non le segue. Ferrara gioisce, come sempre quando i giustizieri vengono per così dire giustiziati (caso Di Pietro, molti anni dopo).

Come vive Ferrara in questi due anni (’83-’84)? Studia, traduce per campare la vita (un bel librone ordinato da Vittorio Sereni sulla storia della misurazione del tempo, di David Landes, tradotto in coppia con Vertone), e un giorno incontra a una fila per il “passi” per il centro storico Pietro Favari, amico di Rita Cirio, che era diventata caposervizio culturale dell’Espresso. Aveva, come tutti i nuovi capi, bisogno di nuovi collaboratori per reinventare il servizio. Pietro chiede: “Che fai?”. Risposta: “Mi arrangio”. “Ti faccio chiamare da Rita?”, dice. “Grazie”, dice Ferrara. Ecco come entra nel giornalismo “professionale” il Ferrara: con una raccomandazione di Pietro Favari, che è un insigne semiologo e un critico teatrale, autore della nostra rubrica “Attori”. Insomma, F. si era messo in coda. Poi all’Espresso Ferrara ritrova Paolo Mieli e, con l’amico comune Pigi Battista e sotto la supervisione del “primario” (chiamavamo così il vecchio espressista Mieli), cura i libretti per i trent’anni dell’Espresso, lavorando nell’archivio del giornale e facendo una sterminata quantità di fotocopie. Impara a conoscere bene l’avversario lavorando nei suoi archivi. Una spia? Sì, una spia.

Lavoretti. Poi arriva Alberto Ronchey. Sono gli anni in cui l’establishment è interessato al destino politico di Bettino Craxi, che nel frattempo è diventato a calci e spintoni presidente del Consiglio. Alberto, persona a F. carissima, è un vecchio amico di famiglia, e lo onora di attenzioni per il suo lavoro, pur non essendo un tipo che dà troppa confidenza. Al Corriere della Sera è arrivato come direttore Piero Ostellino, un liberale ma molto, molto diverso da Piero Ottone, che appoggia Craxi e sarà poi congedato per questo (e perché il Corriere perse il primato di vendite nella battaglia con Scalfari e Repubblica). Ronchey manda Saverio Vertone e F. da Ostellino. Lettera contratto per qualche articolo, pagamento a cottimo. F. diventa ufficialmente un “convertito”. E’ risentito verso il Pci e la sua linea politica. Si vuole vendicare. Non nasconde il suo risentimento. Ma è una vendetta politico-intellettuale che dura ormai da vent’anni e più, non una faida da ex. Claudio Magris lo attacca e gli dà di “Maddalena pentita” sul Corriere. Lui risponde per le rime. C’è un’aria di ostracismo intorno agli ex comunisti. Il Pci è diventato il primo partito italiano alle elezioni europee, dopo la morte tragica di Enrico Berlinguer in un comizio anticraxiano che emoziona il popolo. E l’italiano è attento a chi vince e a chi perde. Craxi sembra già bollito. F. scrive di Amendola, suo maestro nella destra comunista, e delle sue battaglie contro il terrorismo e contro la scala mobile e la demagogia sindacale (Craxi ha appena infilzato la Cgil e salvato l’economia tagliando la scala mobile). I comunisti odiano F. quasi come Craxi (si parva licet), nessuno pensa che sia un venduto per ché tutti sanno come stanno le cose, ma molti lo odiano a tal punto da suggerirlo o da dirlo (e molti però lo rispettano, ciò che basta a F.). Scalfari e i filocomunisti sono felici di trattare a pesci in faccia gli ex, e lo fanno ogni volta che possono. Ma F. non porge mai l’altra guancia.

Arriviamo al 1985. Gli ex di Lotta continua fanno un giornale con i soldi di Martelli (chiedo scusa per la citazione). F. li ama e li odia, li ha combattuti aspramente quando facevano le loro cattive campagne contro Calabresi insieme con Scalfari, con Eco e con Vattimo (scusate la citazione), ma riconosce che il gesto di sciogliere Lc senza infamie (1976) e di appartarsi è stato magnifico, utile nella battaglia contro la violenza e per la verità su quel gran troiaio liberatorio ma anche pericoloso che fu il ’68. Giampaolo Pansa va da F. e lo intervista: l’ostracizzato gli risponde, gli dice che Craxi è in grado di guidare una sinistra socialdemocratica seria, che il Pci sbaglia tutto, e che Fassino “dà ordini come un caporale e obbedisce come un soldato semplice” (battuta cattiva, ma che ripeterebbe anche ora). Scandalo. Repubblica stampa il tutto a piena pagina con il titolo (malizioso?): “Giuliano il Convertito sulla via di Bettino”. Craxi chiama F. a Palazzo Chigi il giorno stesso, telefonata dell’indimenticabile Serenella Carloni. Lo aveva incontrato di striscio nel camerino di un teatro anni prima, perché amico di famiglia, per comuni radici milanesi, di sua cognata Adriana Asti. Niente più. F., come la sventurata, rispose. Va a Palazzo e Craxi gli dice: “Sono qui a battermi contro i serpenti con un esercito di Franceschiello, mi dai una mano? Vorresti fare il capolista a Torino dei socialisti?”.

Novelli era caduto perché il diavolo fa le pentole
ma non i coperchi, nuove elezioni a Torino tre anni dopo la sua uscita dal partito. F. risponde a Craxi: “Caro Bettino, una sfida è una sfida, ma che io torni a Torino alla testa dei socialisti non è una sfida, è una provocazione. Meglio di no”. “D’accordo, dice Bettino, e che altro possiamo fare?”. F. gli dice che sta nascendo il giornale degli ex Lc, Reporter (i simpatici colleghi di Repubblica lo chiamavano Revolver, sempre raffinati), e che gli piacerebbe avere un praticantato e lavorare per un giornale, perché a forza di collaborazioni qui si rimediava poco cibo e niente pensione (aveva trentatré anni, ed era previdente). Dice Craxi che va bene e che ne parlasse con Martelli (scuse per la…). Il giorno dopo il serpente senza sonagli lo chiama: “Dobbiamo avere un banco di lavoro comune, tu stai con me e con Craxi…”, dice, e già a F. gli girano le palle. Poi aggiunge: “E se tu facessi il presidente del club dei club?”. F. subodora la bufala e insiste: “Veramente con Craxi si era parlato di Reporter”. “Ah, va bene”, sibila il piccolo cobra de’ noantri. Così l’Editore lo assume a Reporter, Carlo Panella vicedirettore lo chiama e gli fissa lo stipendio (buono, due milioni al mese). Il giornale stava per uscire, Deaglio gli diede l’incarico di fare il cronista politico del giornale, Ostellino gli impose lo pseudonimo generico di Piero Dall’Ora perché sennò gli avrebbero impedito di continuare a collaborare al Corriere. Lavorò lì per un anno (perché Reporter costava troppo e durò solo un annetto). Ma che anno. Era l’85, l’anno del referendum sulla scala mobile e di Sigonella. Si occupò molto di Craxi e dei suoi nemici, il nostro F., e poco dell’Editore. Di qui il risentimento, ma sporco, che ha portato l’Editore a mentire per la gola e per ignobile frustrazione in una recente lettera al Foglio. Ma che ci può fare F. se gli piace più il caviale del succedaneo?

Nell’85 dunque a Ferrara succedono un paio di cose: diventa un leale craxiano e un praticante giornalista (insomma un venduto alla tenera età di trentatré anni), argomenta in pubblico scrivendo le sue tesi alle quali è tanto affezionato che lì è rimasto vent’anni dopo, ed è preso da passione divorante per gli ex Lc e per Adriano Sofri. E’ il sogno di una comunità che ha molto sbagliato ma si mantiene unita senza omertà e senza complicità per buone ragioni e intorno a una linea di intervento nella realtà italiana su cui, salvo grosse differenze, il grassone col cane e gli ex Lc a quel punto degli anni Ottanta concordano (con Sofri all’ingrosso gli capita di concordare ancora sull’essenza dei problemi, per comune sventura di quelli che detestano l’uno e l’altro). Nessuno come i traditori è alla ricerca di un Ersatz, di un sostituto della lealtà e della comunità perduta.

Poi Lanfranco Vaccari, tutt’altro che craxiano e direttore dell’Europeo della Rizzoli, gli offre di fare l’editorialista, ciò che farà finché Alberto Statera, anche lui credo un non craxiano, lo soffierà al concorrente per Epoca (questione di soldi). Pare che il ciccione se la cavasse, come cronista e opinionista. Succede. E il fatto di avere la connection con Craxi, certo, lo aiutava. Aiutava lui solo, per carità. E nessuno è mai stato aiutato come lui nella politica italiana. Ma un poco F. si aiutava anche da solo. O almeno, è comprensibile che lui la pensi così.
E questa è la prima puntata di un curriculum abbastanza dettagliato scritto per il piacere dei lettori più giovani. Infatti, a forza di dire la verità ai mozzorecchi giustizialisti, e di sputtanarli, loro tentano di sputtanare l’elefante che il ciccione è diventato, e inventano balle. Le precisazioni continueranno, sempre che non annoino. Segnatevelo. Siamo al 1985. C’è ancora tanto tempo da spiegare. Come dice Paolo Franchi, il passato ce lo dobbiamo raccontare tutto.

Per un anno circa, tra la fine del 1985 e la fine del 1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c’è anche quello di informatore prezzolato della Cia. F. ha già spiegato ieri che nella sua bulimia passionale aveva bisogno di una nuova comunità, e che l’aveva trovata in una relazione professionale, civile e politica con gli ex di Lotta continua che facevano Reporter. Ma una comunità e un leader (Craxi era ormai entrato stabilmente nella sua vita, dopo l’outing) non gli bastavano, al bulimico, e l’ex comunista si procurò un altro Stato guida. Da eretico divenne, come nel rendiconto sublime di Isaac Deutscher, un rinnegato. O un piccolo “lupo mannaro”, così la Pravda definiva i sessantottardi come Marcuse e Cohn Bendit a cui dava di agenti della Cia venti anni prima. F. ricorda ancora gli incontri, nella stamberga di Trastevere con il giovane sveglio e simpaticissimo agente americano, una cara persona che non vede da quasi vent’anni e di cui serba un magnifico ricordo (il cui nome, naturalmente, F. non farebbe non si dica a richiesta ma nemmeno, come si dice quando si è spavaldi, sotto tortura). Qualcuno aveva corrotto F. e F. si lasciò corrompere senza troppi problemi. E che faceva questo hijo de puta? Ammazzava la gente con l’ombrello avvelenato? Trafugava documenti sulla sicurezza dello Stato approfittando della sua amicizia con Craxi? Bè, purtroppo F. non era così importante. Non era the quiet italian, non viveva in un romanzo di Greene. Si limitava a “spiegare”, cosa che ha fatto tutta la vita, dagli operai torinesi ai riveriti telespettatori. Era l’anno di Sigonella, gli americani erano avidi di sapere chi cavolo fosse questo omaccione che gli aveva mandato i carabinieri contro in una base Usa, erano interessati a capire la sua logica politica. E F. si profondeva in dettagli, analisi, interpretazioni: dalla parte di Craxi, dicendogli quanto era fico e quanto era occidentale.

Dettagli molto apprezzati. Una specie di Radio Londra dall’interno del paese più complicato del mondo. Il frisson, il brivido, c’era già a far quattro chiacchiere con l’amico americano, ma tutto cambiò, in meglio, quando cominciarono a offrire qualche dollaro, poca cosa perché mi spiegò, l’amiko, che la legge Gramm-Rundmann aveva tagliato i fondi della Cia. I dollari erano avvolti in una busta giallina, fantastica, del peso giusto. E perdere l’innocenza era meraviglioso. Qualche conversazione avveniva al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo, vicino all’orologio ad acqua, e il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico, alludeva alla colpa come nell’adulterio perfetto. Nella politica italiana, buste mai: viste tante, prese nessuna. Non piaceva a F. quell’onesto lavoro dei funzionari di partito. Era un suo difetto (detto senza l’ombra dell’ironia). E non essendo ricattabile, era amato dai compagni che sapevano il fatto loro ma trattato come un alieno, perché in politica non è la capacità di ricatto che fa le carriere ma la disponibilità ad essere ricattati. L’innocenza, si diceva. In fondo poi, per tutta la vita, F. non ha fatto che cercare di capire che cosa sia l’innocenza e quanta vita ci voglia per perderla senza rinnegare un elemento spurio di onestà che negli uomini, per il fatto di essere uomini, deve starsene appartato, riservato, sennò si diventa sciaguratamente persone perbene.

La faccenda spionistica finì alla fine del 1986, complice la televisione. F. teneva su invito di Antonio Ghirelli, che era direttore del Tg2 e gli dava di Falstaff, a F., una rubrichina notturna di politica in cui spiegava Craxi, dalla sua parte, e Andreotti e De Mita e la solita Repubblica, che combatteva apertamente, nella disperazione di Biagione Agnes, rimestando con grazia, sì con molta grazia, nei labirinti avvelenati della prima Repubblica al suo apogeo. Ma se la scrittura è compatibile con la loscaggine, diverso è per la tv. F. la tv la capiva, per così dire, nel profondo della sua coscienza intima. E l’amava come strumento di lotta politica aperta, un altro Ersatz, non era possibile stringere mani di fan e avere quel tipo di riscontro personale, che la parola scritta non conosce, e contemporaneamente continuare con gli incontri al Pincio. Non era possibile per lui. Così disse: basta. L’amico americano era molto dispiaciuto, tra l’altro cambiava l’interlocutore perché lui se ne rientrava a Langley per altre destinazioni, e tutto venne più facile. Insistettero un po’, molto garbatamente, e poi tutto tacque. Molti anni dopo, ai tempi dell’Usa Day dopo la tragedia, ma anche prima in ogni contatto con loro, gli amerikani, F. si domandava: ma lo sanno o non lo sanno che dieci anni fa ero io a confezionargli le schede della politica italiana? E da qualche sguardo birichino, così, nelle more di un cocktail, gli sembrava che sapessero quel che ufficialmente si saprà solo dopo l’apertura degli archivi. Chissà quando.

A proposito di televisione. Dopo la rubrichina, che era già un successone ma per quattro, cinquecentomila spettatori notturni, venne il botto. F. fu chiamato da Angelo Guglielmi, che era un intellettuale dell’avanguardia letteraria (gruppo ’63) e il capo della terza rete, sì, quella “dei comunisti”. Il serpente a sonagli scriveva ieri con il veleno della sua lingua biforcuta, su un giornale anch’esso ogni tanto privo di sonagli, che ha raccomandato F. anche per la Rai, bestiale bugiardo per la gola e per la frustrazione che non è altro. Invece le cose andarono così, furono “i comunisti” a fare riccastro e reuccio dello schermo il panzone. Guglielmi era un eterodosso, infatti l’Ulivo così liberal la prima cosa che fece quando prese il potere fu di ammazzarlo, televisivamente parlando, e metterlo in pensione. L’eterodosso, poi caro amico sempre rispettato, per una trasmissione azzeccata, con una faccia e un ventre riconoscibili, avrebbe fatto carte false, tale la sua passione per il linguaggio televisivo che per un esperimento ben riuscito avrebbe venduto madre, padre e tutti i parenti. Figuriamoci se si sarebbe fermato davanti al problema di dare un’occasione a un ex comunista. E così nacque Linea rovente, un programma in cui F. indossava la toga (eh, eh: la toga, avete letto bene) e “processava” Verdiglione, l’amato Pannella, un ministro socialdemocratico colpito dalle solite accuse, e tanti altri. Da Tonino e dai suoi cari F. non aveva niente da imparare. Naturalmente quello era un gioco giustizialista, molto barocco e ben gestito dal suo inventore, il vecchio e caro a F. Lio Beghin, un supercattolico veneto che la tv ce l’aveva nel sangue. E da Anna Amendola, una generosa e geniale capostruttura della Rai, calabrese permalosa e comunista, che poi l’azienda non seppe più usare come avrebbe dovuto, deludendola a buon pro di qualche smaniosa o smanioso dei soliti. Era un gioco, ma a Craxi, dicevano a F. i suoi cortigiani, gli rodeva il fegato. Aveva la vista lunga, l’amato amico di F., ormai semplicemente Bettino, e quella toga in tv gli sembrava un cattivo presagio. “Sembra una cosa alla Pecchioli”, disse una volta a F. (il compianto Ugo Pecchioli era il ministro dell’Interno del vecchio Pci, un torinese di ferro che avrebbe fatto qualsiasi cosa per sbattere in galera i nemici del partito).

Dopo un sedici, diciassette puntate,
F. fu assediato dagli Intini, dai Manca eccetera, che erano la pattuglia in battaglia televisiva nel duello tra Craxi e il vecchio regime che poi seppellirà il Psi con le sue malìe giustizialiste e le sue bugie e le sue monetine. F. doveva passare alla seconda rete, lì c’era ancora più pubblico, dicevano, tutti a sua disposizione. F., che aveva lavorato pagato un tanto a puntata, le prime assai poco ma le seconde il doppio (nel frattempo F. si era sposato con un’americana meravigliosa e pazza esattamente come lui, che sapeva come si trattano i contratti quando si diventa star o vitelli grassi), accettò di andare su Raidue per il resto della stagione, in cambio di una bella cifra tonda (un miliardo l’anno di allora) e inventò con Lino Jannuzzi, nel frattempo arrivato nel suo inimitabile stile come consigliori del consigliori, un fantastico programma, il Testimone, che faceva ascolti ultramilionari sbattendo in faccia al pubblico qualche esagerazione dietrologica sul caso Moro, tutta la verità sul caso di Tortora e dei suoi aguzzini (vecchio vizio, ma Tortora ne morì proprio in quei giorni, del vizio antigiustizialista). In giro c’era Agostino Saccà, capostruttura socialista, grande mediatore e ruffiano settecentesco, maschera indimenticabile di un certo modo di essere, insieme puttanesco e militante e competente, della vecchia Rai. Svenne quando F. e la sua banda di paese fecero sei milioni e mezzo di spettatori a metà giugno, un tempo in cui la gente la tv la trascura, del 1987.

Svenne anche qualche uomo di marketing del Cav., allora il Dottore. Fine stagione, F. doveva chiudere il contratto per l’anno successivo (siamo a giugno 1987). Il dolce Biagione Agnes, che lo stimava nonostante l’avversione politica (“Caro Ggiuliano, ce lo diche sembre a Ngiriaco: se giavesse un Verrara de’ nosctri, ce facesse nu condratte. E’ che nun g’è”), gli propose un altro miliardo. Invece il Cav. chiamò F. e lo ricevette con il vecchio Fedele Confalonieri in via dell’Anima. All’epoca ricevevano sempre in due: uno seduceva e offriva, il Cav., l’altro giudicava non visto, standosene un po’ di lato con l’occhio furbo: “Sarà affidabile?”. F. sparò due miliardi, la metà esatta di quanto estorse simpaticamente molti anni dopo al suo nuovo editore, il canale indipendente La7, per il prossimo biennio 2003-2005 (ma guarda un po’ il mercato, uno se la cava anche senza i serpenti privi di sonagli). Detto, fatto. Il contratto fu discusso con un avvocato dalla parte di F., persona competente, e dall’avvocato Dotti per la Fininvest. Non so se è vero, ma dissero in seguito a F. che lo avevano corretto e rivisto nello studio Previti, perché a Dotti gli era stata portata via tutta l’azienda, con quelle cifre e quelle norme.
F. firmò con molta allegria, e comunicò a Repubblica in un’intervista, ciò che non usava tra i giornalisti di allora e non usa tuttora, il suo stipendiuccio da calciatore. Repubblica, sempre raffinata, titolò in prima: “Berlusconi acquista Ferrara”. Non male. Però alt! F. la vuole dire tutta. Una malacosa e una buonacosa. Malacosa: il Cav. lo pregò di telefonare all’amico Bettino prima della firma, si usava così allora. Quegli stronzacci erano diffidenti e non sapevano valutare le persone: per loro i portaborse che li hanno traditi, compreso il serpente senza sonagli, e i militanti che poi si batterono, erano sullo stesso piano (almeno per certi versi).

E l’effetto di dominio di una telefonata preventiva era per loro, anche per un gigante come Craxi che adorava gli ex comunisti proprio perché avevano qualcosa di indomabile, un balsamo indispensabile. F. fece il patto col diavoletto. Telefonò, e disse a Bettino, mentre i suoi uomini Rai strepitavano per tenersi il vitello grasso: “Non rompere i coglioni, vado con Berlusconi perché mi paga il doppio di quello che mi ha offerto la Rai e da un privato, tra gli spot, mi diverto di più”. Craxi ridacchiò, disse che due miliardi erano troppo (ricordate? il favoloso Bettino faceva il populista con gli stipendi della Carrà, insomma voleva salvare la faccia, con ironia). Poi la firma, dopo questo piegamento di ginocchi di F., avido giornalista di regime. Buonacosa: F. disse chiaramente a Berlusconi, “guardi che il patto non scritto, quello che conta, è il seguente, lei mi può mandare in video anche 24 ore al giorno, ma se non c’è accordo tra noi su quel che si fa e si dice in video, insomma sui modi, io ho diritto di non andarci nemmeno per un secondo”. Il Dott. disse sì, e poi mantenne la parola. Di qui una bella amicizia. Il primo anno di F. fu infatti un fiasco e un trionfo. Trionfò Radio Londra, cinque, sette minuti prima di “Tra moglie e marito” su Canale5 alle 8 e mezzo di sera (destini), cinque milioni di spettatori dell’informazione politica in una rete abituata al quiz e senza telegiornali, e uno spazio televisivo inventato, di cui si approprierà un giornalista non di regime, e che non si fa mai pagare per il suo lavoro, di nome Enzo Biagi, che qualche anno dopo debuttò libero e indipendente nello stesso orario e con la stessa formula (bè, gli piacerebbe) su Raiuno, libera repubblica in era Moratti. Invece il Gatto, trasmissione pugnace di prima serata su Canale5, andava maluccio, il talk show in prime time non ha mai funzionato sulle commerciali (ne sa qualcosa l’eroe degli ascolti, Santoro, che fallì clamorosamente a Mediaset nonostante gli avessero dimezzato gli spot, perché lui nelle trasmissioni imbalsamate con Previti e Dell’Utri faceva servizio pubblico, lui). Ma il disastro fu politico: era il tempo in cui Confalonieri dichiarava apertamente, tra virgolette, che Fininvest avrebbe fatto un telegiornale per Craxi Andreotti e Forlani, e la tv spazzatura del maiale, tra scandali e bisbocce, travestiti e magistrati, non era il paludamento giusto per lo stile di un giornalismo ecumenico e pentapartitico. Sicché si litigò. Un corrucciato F. andò a Milano dal Cav., che stavolta era con Gianni Letta, e gli disse paro paro, sotto una tenda (chissà che manifestazione era): “Ricorda il patto? Ora lei ha dichiarato ai giornali che mi sposta su una rete minore, Italia1, senza nemmeno consultarmi. Eccole il contratto indietro, non c’è problema”. E il Cav., impressionato per tanto ardire (F. crede: impressionato favorevolmente, nonostante tutto), mantenne la parola e si tenne il servo sciocco per un anno, come voleva lui fuori dal video, a lavorare a un progetto di storia televisiva che non si fece mai (il Professore era il titolo). Accettò una punizione costosa, il Cav., un po’ perché non sa dire di no, nel bene e nel male, un po’ perché è di parola e quel patto lo ricordava.

Che ci faceva al Corrierone, intanto, l’ex comunista nel cui corpo ci sono “tonnellate di comunismo” come scriveva giusto ieri una compunta Unità, giornale liberal? Che ci faceva l’ex agente prezzolato degli americani, il convertito sulla via di Bettino, insomma un campione riciclato di questi “avanzi del totalitarismo” (come F. si definisce ogni giorno con il fascistissimo Buttafuoco e il comunista sentimentale Stefano Di Michele in redazione)? Ci faceva la nota politica, ci faceva, seduto nella vecchia sede di piazza del Parlamento a fianco di Paolo Franchi , che vuole raccontato tutto il passato, ma proprio tutto, e con il cane Lupo tra le gambe. Ostellino odiava la “nota politica” e volle un “taccuino”: la politica in pillole, blocchetto per blocchetto. Buona idea, apprezzata anche a sinistra (il politologo Gianfranco Pasquino era un ammiratore). Informazioni da Craxi poche, perché era un diffidente. Ma F. lo aveva sgamato, come si dice a Roma, sapeva le sue mosse nelle crisi arabescate della prima Repubblica perché invece si fidava del Cinghialone, pensava che avrebbe fatto quel che avrebbe fatto lui, il povero F. ovvero un réfoulé della politica, uno che per schifoso buonismo e perbenismo era capace solo di immaginare la politica degli altri. Così un bel po’ di buchi alla concorrenza, senza esagerare perché in giro c’erano altri lupi della notizia bene addestrati, il Corrierone li diede. Poi arrivò Ugo Stille dall’America, al posto di Ostellino, e De Mita nel frattempo cacciò Craxi in malomodo dal governo, non che Bettino ci stesse a modino, anche lui voleva la morte di De Mita e lo insidiava con certe pesantezze mica male. Ma la linea del Corriere cambiò, lo scontro con Repubblica finì, Misha (il vero nome di Stille) era politicamente e personalmente un uomo di mondo.

A Milano agivano Giorgio Fattori e Enzo Biagi, un clubbino che si ritrovava con Lamberto Sechi (quello dei fatti separati dalle opinioni, l’inglese): erano loro, e lo sono restati per anni, il vero potere mediatico dell’intolleranza. E volevano la pelle del ciccione, e forse anche le sue trippe. Approfittando della televisione, e spingendo sul tema dell’esclusiva professionale, volevano cacciarlo dal Corriere. Stille, con il quale F. parlava amabilmente di Leo Strauss, perché era anche una sua vecchia lettura, e che amava e stimava avendolo conosciuto anni prima con suo padre nell’appartamento di Pietro Ingrao a Monte Citorio, allora Ingrao era presidente della Camera (anni Settanta), pensò di trovare la soluzione mandando un F. craxiano che a Roma non si portava più direttamente a Mosca, come corrispondente. Decise, F., che il Corriere era meglio della tv, e si mise a ristudiare il russo con Elke Ibba, una bella donna bulgara moglie di Fausto Ibba, vecchio e stimabile comunista dell’Unità. Ma sul più bello, mentre il russo gli riveniva su e cominciava a parlottarlo e a scriverlo “con la calligrafia di un bambino moscovita di cinque anni” (precisò la Elke), tutto fallì, con grande sollievo della nuova meravigliosa moglie americana, che non diceva niente ma all’idea di essere deportata a Mosca, sia pure in tempi di perestroika, soffriva e parecchio. I soliti fienghi del cdr dissero che un praticante non poteva andare a Mosca, e salvarono Selmuschka dalla coda riformatrice del totalitarismo sovietico. Niet. Veto. “Vabbè”, disse allora Stille al suo pupillo, “dimettiti e ti riassumiamo con l’articolo 2, e fammi una bella rubrica dal titolo Bretelle Rosse, visto che le tue bretelle sono popolari”, e così cominciò quella rubrica, i cui titoli venivano messi tra virgolette dal burbero Giulio Anselmi (non bastava la fotina e la firma per far capire che quelle opinioni contropelo non erano del giornale), quando il testo non era prefato da un distico “questa non è l’opinione del Corriere” per salvare proprietà, baracca e burattini dai magistrati che nel fatale ’93 il ciccione caricava di brutto; quella rubrica che sempre nel fatale ’93, a sei anni dal suo inizio, direttore e scudo Paolo Mieli, fece qualcosa, non si dica per salvare l’onore del giornalismo italiano o del Corriere, non-lo-si-dica, ma almeno per salvare dalla galera certi serpenti senza sonagli ma col conto protezione, che sognano di aver raccomandato un bandito e spia che può sempre fargli uno scaracchio in faccia senza problemi morali.

A proposito. F. non dimentica niente. Il serpente senza sonagli attacca F. con la menzogna, epperò il suo veleno ha l’effetto squisito di convincere F. a un ragguaglio curricolare (bella l’espressione, vero?). E i ragguagli devono essere precisi, sennò il computer si annoia. Per spiegare (“spiegare”, brutto vizio) le ragioni per questa porcata inqualificabile del serpente senza sonagliera, attaccare con la menzogna uno che ti ha difeso dalla galera per anni, sapendo che in fondo proprio tu te la meritavi, deve citare, F., un dettaglio decisivo. Diceva ieri che Reporter nacque con i soldi di Martelli, aggiunge oggi che morì con i soldi di Craxi, che poi erano sempre soldi nostri, imprese che amano fare cartello e flirtare con la politica (tutte o quasi) e contribuenti che pagano le tasse (pochi, tra cui F.), perché insomma, sì, era contante che veniva dal finanziamento illegale dei partiti. F. ha alcuni ricordi. Deaglio e Panella che lo pregano di andare da Craxi e porgli il problema degli stipendi e della salvezza del giornale, perché gli amici del serpente avevano cessato di versare in un’impresa in perdita. Altro ricordo. Craxi, interpellato, che mette in imbarazzo F. dicendogli che il serpente voleva mettere su una sua “cricca” e che il giornale doveva uscire dal suo raggio di influenza, se voleva la grana (“non sono noccioline del Brasile”, aggiunse con bella rozzezza). Ecco una delle scaturigini dell’odiosa frustrazione che ha spinto il serp. s. sonagli a cercare di infangare, citando il proprio nome reso fangoso dalla brutta storia di questi anni, il nome suo.

Poi gli amici di Reporter, che fu un giornale assolutamente onesto, ve lo dice un bandito, nella cui cucina erano in pochi a guardare (F., al contrario di Giuliano Amato, ha sempre guardato nelle cucine delle case che ha frequentato) e che tutti sapevamo essere finanziato dalla politica socialista dell’epoca (Sofri si faceva il suo Finesecolo, smagliante supplemento culturale, ma a Firenze), mi informarono del fatto, gli amici di Reporter, che Cornelio Brandini, simpatico e matto mozzo di Bettino, era arrivato a chiudere qualche conto con quella che la raffinata Ilda la Rossa definirebbe “una paccata di milioni”. Ma neanche i forzieri di Craxi sarebbero bastati a salvare quell’impresa, troppi giornalisti, troppo costosa la diffusione, troppo cara la piccola officina di fotocomposizione del Testaccio, costava troppo il sistema Atex, troppo le foto, troppo il settore grafico (informazioni venute utili quando fu fondato il Foglio, undici anni dopo).

Che cosa è più scandaloso? La consulenza alla Cia?
Essere stati comunisti? Essere usciti dal comunismo ed essere diventati anticomunisti? La raccomandazione di Ronchey per il Corriere? Scrivere per il Corriere liberamente contro i disegni non condivisi di De Mita e a favore di Craxi, contro i mozzorecchi e per gli inquisiti del ’93, senza mai insultare o leccare il culo? Avere imposto uno stile non falsamente paludato al giornalismo finto dei Biagi&Fattori, una roba in cui si sa cosa pensa chi scrive o parla, si sa da che parte sta? O è più scandaloso aver fatto come Ugo La Malfa il Grande, usare soldi neri per stampare un giornale, non proprio una prima volta nella storia della libertà di stampa, e raccontarlo adesso per la verità, e con una punta di orgoglio? Che cosa conta davvero, il retrobottega o la vetrina, i mezzi o i fini? F. non lo sa, e fa questo tuffo nel passato perché sa che non lo saprà mai.

(forse continua)

Sorgente: Giuliano Ferrara

MARCO CALABRESI, A occhi aperti, ContrastoBooks, 2013

Negli ultimi cinque anni Mario Calabresi ha raccolto una serie di interviste ai più grandi fotografi della  scena internazionale. Il risultato dei suoi incontri è questo libro: un appassionante tuffo nella storia attraverso le immagini e le parole di grandi testimoni che hanno immortalato e vissuto alcuni dei momenti più intensi e drammatici del nostro passato. Con una prosa coinvolgente in grado di restituire la forza e le emozioni dei protagonisti Calabresi porta il lettore in un viaggio affascinante nel tempo, offrendogli contemporaneamente una prospettiva incredibilmente privilegiata: gli occhi di fotoreporter che hanno creato la comune memoria storica. Ecco allora Paul Fusco che racconta i funerali di Bob Kennedy o Josef Koudelka che descrive i primi istanti dell’ingresso dei carri armati a Praga. E poi ancora Steve McCurry, Don McCullin, Elliott Erwitt, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado.

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Sorgente: A occhi aperti, ContrastoBooks

miei CONTEMPORANEI: i nati fra il 1947 e il 1949

1947

Paul Auster;  Bennato Edoardo; Benni Stefano; Bertolucci Giuseppe;  Borgna Gianni; Bosetti Giancarlo; David Bowie (1947-2016), Flavio Bucci (1947-2020). Attore; Carlo Buzzi; Calzati Giuseppe; Castagna Maurizio; Ermanno Cavazzoni; Mimmo Cervellino ; Riccardo Chiaberge; Cinquetti Gigliola; Ry Cooder; Cordero di Montezemolo Luca; Alessandro Dalai; Alessandro Dal Lago; Dalla Chiesa Rita; D’Alimonte Roberto; Deaglio Enrico; Draghi Mario;  Elton John;   Franzoni Flavia;    Carlo Freccero;  Francesco Giavazzi; Alessandro Haber;  Vittorio Nessi; Guido Crainz; Mario Luzzatto Fegiz; Mia Martini; Renato Mannheimer; Ivo Milazzo; Rob Reiner;   Kitano Takeshi;  Pastoureau Michel; Roberto Piumini; Roberto Radice;  Silvio Raffo; Salman Rushdie; Stephen King; Umberto Ranieri; Salman Rushdie; Walter Siti; Walter Tobagi (assassinato dalle Brigate rosse,  i nipoti della sinistra politica);  Luigi Vero Tarca; Zerboni Santino

1948

Albonico Renzo; Bates Kathy; Stefano Benni; Bianchi Mario; Bonino Emma; Gianni Borgna (1948-2014); Bortolussi Giuseppe (1948-2015); Giancarlo Bosetti; Pascal Bruckner; Aldo Busi; Capuozzo Toni; Carifi Roberto;   Chiamparino Sergio; Cesare Damiano ; Massimo D’Antona (1948-1999, assassinato dalla “nuove” brigate rosse); Enrico Deaglio; Gianni Del Rio; Gerard Depardieu; Gabriele De Ritis; Donzelli Carmine; Nick Drake; James Ellroy; Brian Eno; Alberto Garuti; Franco Gentile; Remo Girone; Giudici Alessandro; Al Gore; Aldo Grasso;  Vincenzo Guarracino; Tony Judt (1948 – 2010); Haber Alessandro; Lawrence Ray (regista australiano: ricordare il film Lantana);  Romano Madera;   Alberto Manguel; Renzo Martinelli; Ezio Mauro; Ian McEwan; Fabio Mussi; Maurizio Nichetti; Nicolai Vittorio (scuole elementari via XX  settembre); Angelo Panebianco;  Carlo Panella; Jean Reno; Riva Luigino; Rosling Hans (1948-2017) ; Giulio Sapelli;   Marco Tronchetti Provera;   Sergio Chiamparino;   Stephen King; Toni Capuozzo; Tullio Solenghi;   Cat Stevens; Tex Willer; Valter (di Teresa); Tagliavini Alberto ; Villa Celestino; Trabella Emilio

1949

Akeng, Almodovar; Martin Amis; Lorenzo Arduini; Doriam Battaglia BATT; Giancarlo Berardi; Bonanni Raffaele; Chicco Bordogna; Bridges Jeff; Campana Giovanni; Arrigo Cappelletti; Cetti Claudio;  Dominique (Lione); Nando Dalla Chiesa;  Odetta Piscitelli Mendes; Philippe Daverio;  Dominioni Lorenzo; Piero Fassino; Alain Finkielkraut; Ken Follett; Stefano Folli; Franchi Paolo;   Mino Fuccillo; Richard Gere; Paolo Giomo; Christopher Eric Hitchens (1949-2011); Kasdan Lawrence; Livio Beppe; Mark Knopfler; Pietro Ichino; Giorgio Legrenzi; Orazio Lietti; Marco Lombardo Radice; Paolo Mereghetti; Paolo Mieli; Gerardo Monizza; Haruki Murakami; Negro Claudio; Luigi Piotti; maestro Pinuccio Pirazzoli ; Pivetta Oreste; Recalcati Bruno; Roda Augusto; Rossi Gigio; Stefano Rulli; Meryl Streep; Springsteen Bruce;  Sturaro Mirella (contatto facebook); Patrick Suskind; Antonello Venditti; Vidale Giordano; Tom Waits


vedi anche cosa è successo il 26 novembre:

da: https://anteprima.news/?archivio

Compleanni (nati il 26 novembre)
Il comandante partigiano Germano Nicolini (100), il vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi (96), la prima donna della storia a pronunciare il giuramento olimpico Giuliana Minuzo (88), il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel (88), l’ex direttore della Cia Porter Goss (81), la medaglia Fields Enrico Bombieri (79), l’arcivescovo Carmelo Vigna (79), il politico e giornalista Manuele Palermi (77), la pornoattrice Karin Schubert (75), il matematico Enrico Arbarello (74), il membro dei Fleetwood John McVie (74), il premio Nobel per la medicina Elizabeth Blackburn (71), il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro (71), l’ex presidente della Rai, ex ministro e ex sindaco di Milano Letizia Moratti (70), la pornoattrice Ilona Staller detta «Cicciolina» (68), il vescovo di Forlì-Bertinoro Livio Corazza (66), il matematico e maestro di origami Toshikazu Kawasaki (64), il giornalista Paolo Trombin (62), la soubrette Pamela Prati (61), la giornalista Laura Berti (60), il figlio dell’ex presidente egiziano Mubarak Ala Mubarak (59), il sindaco di Brescia Emilio Del Bono (54), il capo della Repubblica di Crimea Sergej Valer’evič Aksёnov (47), il compositore Stefano Lentini (45), il ciclista Ivan Basso (42), l’attore e presentatore televisivo Paolo Ruffini (41), il giornalista Tommaso Labate (40), il cofondatore di Facebook Chris Hughes (36).

Altro compleanno
Tina Turner, nome d’arte di Anna Mae Bullock, nata a Nutbush, negli Stati Uniti, il 26 novembre 1939 (80 anni). Cantante afroamericana • «La regina del rock and roll» • «La tigre del rock» • È al diciassettesimo posto della lista dei cento migliori cantanti di sempre secondo la rivista Rolling Stones (2008) • Dodici premi Grammy. Più di 200 milioni di dischi venduti nel mondo. Dieci album in studio (e due dal vivo) pubblicati tra il 1974 e il 2014. Sei raccolte di canzoni. Quasi un milione e 500 mila seguaci su Spotify (a novembre 2019) • «Ha costruito la sua prorompente forza espressiva sulla sensualità e l’energia […] una delle più straordinarie storie della musica pop americana. Una storia segnata da illuminazioni fragorose, momenti bui, rilanci inaspettati. Incredibile a dirsi, da piccola Tina raccoglieva il cotone nelle piantagioni del Tennessee. Difficile immaginare allora un esito così brillante. Sembra un romanzo, la quintessenza del sogno americano, anche se nel suo caso il successo l’ha pagato a caro prezzo» (Gino Castaldo, la Repubblica, 24/10/2004) • «Una delle vite più esaltanti e sofferte della musica leggera» (Paolo Giordano, il Giornale, 28/12/2017) • Arrivò al successo grazie al primo marito, il cantante Ike Turner (1931-2007): lui «la prese come corista e poi, cambiandole nome in Tina Turner, la sposò e diede vita a un duo famosissimo di soul e rock con successi come River DeepMountain HighA Fool in Love e una cover di Proud Mary che vinse il Grammy. Nel 1976 Tina chiese il divorzio, esasperata dalle continue violenze fisiche di Ike: lasciò a lui tutti i proventi dell’attività artistica, in cambio si tenne soltanto il nome d’arte» (Corriere della Sera, 13/12/2007) • «È diventata la cantante più popolare del rock afroamericano degli anni Ottanta, grazie a una voce e a una presenza tra le più aggressive, sexy e ispirate. Ha cantato in coppia con artisti come Mick Jagger (in Live Aid) ed Elton John, Eric Clapton, David Bowie» (Treccani) • «La mia vita è la dimostrazione che è possibile trasformare il veleno in medicina».
Vita «A Nutbush, Tennessee, la ragazzina che sarebbe diventata Tina Turner “si divertiva a saltare i fossi di slancio”. Odiava lavorare nei campi di cotone ma, a parte quello, della “minuscola cittadina sulla Strada statale 19 che passava quasi inosservata sulle mappe”, oggi – scrive – non cambierebbe niente» (Paola Piacenza, iO Donna, 20/10/2018) • È la più piccola di tre sorelle, suo padre è un bracciante nella zona, i suoi nonni sono diaconi di una congregazione battista e lei canta nel coro della chiesa • Ha un’infanzia difficile, i suoi cambiano città moltissime volte. Poi, quando lei ha undici anni, sua madre li abbandona; quando ne ha tredici il padre sposa un’altra donna e si traferisce a Detroit • Anna vive per un po’ con la nonna, a Brownsville, Tennessee, poi con la madre a Saint Louis, in Missouri • «Ho passato la vita a farmi strada in una tempesta di karma negativo. Come ci si sentiva a essere una figlia indesiderata?» • Dopo la scuola, lavora come assistente al Barnes-Jewish Hospital di Saint Louis • «Imbevuta della cultura musicale del sud, nei dintorni di Memphis, perfetto crocevia tra gospel, blues e rhythm and blues, iniziò a cantare da adolescente nei locali della zona» (Castaldo) • «Deve il successo a Ike Turner, l’uomo che la scopre, le insegna a perfezionare il canto, le sceglie il nome d’arte, la sposa e la fa diventare solista della sua band, i Kings of Rhythm» (Simona Siri, La Stampa, 26/10/2017) • «Sarei stata persa senza di lui a quel punto della mia vita. Voglio dire, avrei potuto fare due cose: lavorare in un ospedale o rimanere nella band di Ike. Non sapevo cosa altro fare. Non conoscevo nessun altro. E volevo cantare» (lei nel 1984) • «Si conobbero in un Club di St. Louis in Missouri sul finire degli anni ‘50. […] “Pensai fosse molto brutto, ma ero in minoranza, tante donne bianche o nere impazzivano per lui, perché aveva quell’aura pericolosa”. Ma non era solo un’aura, un look. Si rincorrevano già all’epoca voci sul suo caratteraccio, il suo essere violento e manesco. Una sera Tina prese un microfono e salì sul palco. Il duo iniziò così. Prima amici, poi compagni. Nel frattempo lei restò incinta del suo ragazzo, aveva 18 anni, era il ‘58, e il padre scappò via. Rimase single a crescere il piccolo. Dava una mano in ospedale e avrebbe voluto fare l’infermiera. “Ma chi prendevo in giro. Mi piaceva girare nei vestiti alla moda che Ike mi comprava”» (Massimiliano Mattiello, Huffington Post, 9/10/2018) • Lui, in realtà, ha già una moglie, ma si porta comunque Anna in Messico e, senza aspettare il divorzio, le chiede di sposarlo • «“Decise che il nostro matrimonio sarebbe stato a Tijuana e, se mi fossi opposta, avrebbe dato di matto. Non volevo un occhio nero al mio matrimonio”. [Quel giorno] Ike cercava un modo per divertirsi. “Divertirsi alla sua maniera e mi portò in una casa chiusa”. L’evento fu traumatico e lei inventò una versione distorta, diversa e romantica da dare in pasto ai curiosi […] Nel 1960 Tina rimase incinta di Ike. Lui decise di sfruttare il momento e cambiò il nome alla band. Nacquero così Ike and Tina Turner. Lei […] non voleva cambiare il suo nome. “Glielo dissi. Fu la prima volta che mi picchiò. Mi colpì in testa con un pezzo di legno, cominciai a piangere”. L’incubo era appena iniziato. “Mi disse di salire sul letto, l’ultima cosa che volevo era fare l’amore, se così possiamo chiamarlo”. Ike si comportava da star, lei si sentiva “una schiava che non era più pagata per le sue esibizioni”. L’unico conforto era ballare con le Letters, coriste e ballerine che seguivano il duo. Ike controllava tutta la parte musicale, quando Tina provò ad obiettare qualcosa ricevette come risposta uno sputo. Due giorni dopo la nascita del secondo figlio era di nuovo su un palco perché lui aveva deciso così. “Ike era il peggior nemico di se stesso. Da ragazzo aveva visto il padre morire di una morte lenta e dolorosa. Picchiato da alcuni bianchi perché si era messo a fare il cretino con una donna bianca”» (Mattiello) • «Nel giro di pochi anni arrivò il successo, culminato con River deep mountain high (prodotta dal genio del suono Phil Spector) e soprattutto Proud Mary, ma anche l’incubo privato del rapporto con Ike, sempre più violento e disfattista. A quei tempi in scena Tina era un autentico ciclone. I filmati ci restituiscono un corpo scosso da sussulti elettrici, una sensualità incontenibile e una voce che illuminava il buio. Ma la sua vita personale era un inferno. Del suo pigmalione era in qualche modo succube» (Castaldo) • «Oltre ai Grammy vinti, ai tour e al successo sono gli anni degli abusi, delle botte che Ike, strafatto di cocaina, le dà prima di salire sul palco, degli spettacoli portati avanti nonostante la faccia gonfia e il gusto di sangue che le riempie la gola» (Siri) • «La prima cosa che mi chiesero fu di trovare un modo per procurargli la droga» (il produttore musicale David Zard) • «In un modo perverso i lividi, il naso gonfio, l’occhio nero, il labbro rotto erano i segni della sua proprietà. Un modo per dire: È mia e posso fare quello che voglio» • Lui le versa il caffè addosso, torna a casa ubriaco in compagnia di altre donne. Le rompe la mascella • «Allora la violenza domestica non era un problema sentito come oggi. Avevo scoperto che un po’ di trucco, un bel sorriso e qualche passo di danza provocante potevano distrarre il pubblico dalle mie ferite. Se anche i medici ritenevano che mi presentassi in pronto soccorso troppo spesso, che i miei incidenti fossero troppi, non chiesero mai nulla. Probabilmente pensavano che fosse normale per i neri, soprattutto per le coppie sposate, litigare in quel modo» • «Ike una volta mi mandò addirittura da uno psicologo. Oh, sì, era proprio un bel tipo. […] Io raccontai tutto. Alla fine della seduta lo psicologo mi disse: “Credo che la persona che devo vedere sia suo marito”» • «Ike aveva sempre una strategia. Arrivò a registrare il marchio Tina Turner, in modo che appartenesse a lui e non a me» • «La personale ribellione di Tina iniziò un giorno del ’68. Ike stava facendo sesso con tre donne, tutte di nome Ann, una era incinta di lui. Prese la decisione di inghiottire 50 sonniferi. Secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto fare effetto dopo il numero di apertura portandola al suicidio, dice Tina: “Così avrei superato il numero di apertura e Ike sarebbe stato pagato. Ero così ben addestrata che anche il mio suicidio doveva essere conveniente per lui”. Invece le pillole fanno effetto prima e viene portata d’urgenza all’ospedale. Davanti ai medici Ike fece la perfetta scena del marito premuroso. Il giorno dopo, quando Tina si era ormai ripresa, la insultò. “Dovresti morire figlia di pu***na”» • «Acquistò sicurezza solo quando Ken Russell la chiamò a interpretare la “acid queen” nel film tratto dall’opera rock Tommy. Era un tributo alla sua forza devastante, e quel numero risplende ancora oggi in un film assai discutibile» (Castaldo) • «Una volta soltanto lei lo insultò. In una macchina a Dallas. Lo mandò a quel paese […] Ike disse: “Non si era mai rivolta così a me”. “Poi mi gonfiò di botte e disse che avevamo avuto un incidente”. Quella notte Tina scoppiò. Dopo anni di abusi e violenze aspettò che Ike si addormentasse prese una borsa e una sciarpa e fuggì via. Attraversò una statale trafficata, per poco non fu colpita da un camion. Entrò in una locanda con “36 centesimi in tasca, la faccia malconcia e i vestiti sporchi e macchiati di sangue”. Il razzismo a Dallas si fermò quel giorno e il gestore si commosse e la portò in una suite, così si salvò» (Mattiello) • Due amici le comprarono un biglietto aereo per Los Angeles • «Ho passato due mesi a spostarmi dalla casa di un amico a un’altra. Mentre i padroni di casa erano fuori, lavavo i loro appartamenti da cima a fondo. Era il mio modo di creare ordine dal caos e di guadagnarmi il posto in cui stavo. Ike pensava che mi sarei uccisa senza di lui, che sarei tornata da lui gattonando, ma io avevo solo un obiettivo: dimostrare che ce l’avrei fatta senza di lui. Quando non mi sono presentata da lui è stato Ike a venire da me: si è presentato con un gruppo di tirapiedi e io ho chiamato la polizia. A quel punto mi ha spedito i nostri quattro figli e i soldi per il primo mese di affitto. Era come se fosse una sfida. Era come se mi dicesse: “Ci vediamo presto, implorerai la tua vecchia vita”» • «Da quella storia uscì destabilizzata e smarrita» (Castaldo) • Nella causa di divorzio, lei riesce a ottenere il diritto a usare il suo nome d’arte, ma non l’assegno di mantenimento. Ormai ha 45 anni, sembra che nessuno voglia sentir cantare Tina senza Ike • «Piena di debiti, suona nei bar, fa spettacoli a Las Vegas, registra album di scarso successo Fino all’incontro, grazie a Olivia Newton-John, con il manager Roger Davies» • Lui la riporta a cantare e inizia la sua seconda vita • «Il mio incontro con David Bowie…, beh, sono sicura che ogni ragazza avrebbe voluto incontrarlo, e lui fece qualcosa per me di molto speciale. In quel tempo era uscito il pezzo Let’s dance, e i dirigenti della Capitol avevano appena firmato il suo nuovo contratto e volevano festeggiare a cena, ma lui disse: ‘no, mi dispiace, ma questa sera andrò a vedere la mia cantante preferita’. E chi è, chiesero loro? ‘Tina Turner rispose Bowie. La Capitol era la mia stessa casa discografica ma loro non erano certi di voler firmare il contratto con me. C’erano dei problemi. […] videro tutto e pensarono: è molto amata, è molto popolare, e tutti questi grandi artisti sono qui per vederla. E così il contratto fu firmato”» (Castaldo) • «Negli Anni 80 Tina Turner diventa quello che è ancora oggi: una performer straordinaria e una regina rock, genere che le apre le porte a un pubblico più giovane. Private Dancer vince quattro Grammy Awards e il singolo What’s Love Got To Do With It diventa il suo più grande successo, seguito, nel 1985, da We Don’t Need Another Hero che fa parte della colonna sonora del film Mad Max con Mel Gibson e da altri singoli di strepitoso successo come Typical Male e I Don’t Wanna Fight» (Siri) • «David Bowie mi chiamava la fenice che sorge dalle ceneri» • Nel 1985 è sul palco del Live Aid con Mick Jagger, che l’aveva conosciuta nel 1969 quando lei e Ike avevano cantato nella sua tournée americana: «Insieme misero in scena una performance indimenticabile, un duetto vertiginoso e sfrontato culminato in una sorta di spogliarello in cui Jagger [le] strappava la gonna di dosso» (Castaldo) • Nel 1995 canta Goldeneye, scritta da Bono e The Edge, la colonna sonora di un film di 007 • «Dopo la registrazione Bono si complimentò per come avevo cantato e mi disse: avrei dovuto saperlo, la tua voce equivale a uno strumento» • «Decise di concedersi una seconda possibilità: un nuovo amore, Erwin, tedesco, dirigente della Emi, più giovane di lei di 16 anni. Non che la cosa le abbia mai provocato inibizioni… “Una sera in cui eravamo seduti vicini, a un’ennesima cena di lavoro, mi dissi: ‘Non me ne importa niente. Ora glielo chiedo’. Lo guardai – era così bello con la camicia Lacoste, i jeans e i mocassini senza calze – e sussurrai: “Erwin, quando verrai in America voglio che tu faccia l’amore con me”. Lui voltò la testa lentamente e mi guardò come se non credesse alle sue orecchie. Neanch’io potevo credere di aver pronunciato sul serio quelle parole! Il suo primo pensiero fu: ‘Però, queste ragazze californiane sono proprio disinibite’. Ma io non ero così. Stentavo a riconoscermi”. Nel 1989, quando la relazione durava già da tre anni, Erwin Bach la chiese in moglie. Lei prese tempo, 24 anni… Quando lui glielo chiese di nuovo, accettò, e nel 2013 si sono sposati. “Avevo 73 anni e stavo per diventare una sposa, per la prima volta. Esatto, per la prima volta. Mi chiamo Tina Turner, e sono stata sposata con Ike Turner, ma non sono mai stata una sposa vera e propria”» (Piacenza) • Nel 2009 si ritira dalle scene: «Sono una pensionata» • Si converte «definitivamente» al buddhismo e va a vivere in Svizzera (prende anche la cittadinanza) • «Ho faticato per tutta la vita. Nessuno mi ha mai regalato niente. Dopo tanti anni di duro lavoro, e dopo tante sofferenze, francamente non vedevo l’ora di vivere nel momento, con mio marito Erwin (Bach), di potermi svegliare ogni mattina con tranquillità, senza pensieri, bisogni o progetti. Ho raggiunto il mio nirvana, pensai. Quello stato di felicità assoluta, senza più desideri, è un luogo meraviglioso. Tre mesi dopo, all’improvviso mi svegliai terrorizzata. […] Un fulmine mi aveva colpito la testa e la gamba destra – o almeno così mi sembrava – e avevo una strana sensazione alla bocca, che mi impediva di chiedere aiuto a Erwin» • Ha un ictus e deve fare mesi di riabilitazione per imparare a camminare di nuovo • Nel 2016 le scoprono un cancro all’intestino, lei vuole curarsi con metodi omeopatici che le causano un’insufficienza renale • Dice di aver pensato al suicidio assistito, poi il nuovo marito si offre di donarle un rene • Come se non bastasse, nel 2018 suo figlio Craig si suicida, sparandosi un colpo di arma da fuoco nella propria casa in California • «Craig era uno spirito tormentato. Lo rivedo ancora da piccolo, a due o tre anni, quando desiderava tanto sedersi in braccio a me al mio ritorno dai tour, ma Ike lo mandava in camera sua. Sono certa che nella sua testolina non trovava le parole per spiegare quanto voleva la sua mamma, o la solitudine che provava» • «Dopo la morte di Craig […] per la cantante è stato un momento molto difficile […], “mi sono convinta che la morte fosse la mia unica via d’uscita” ma oggi che vive in una casa sul lago di Zurigo ammette “sono così serena. Ho avuto una vita molto dura. Ma non ho messo la colpa su niente e nessuno”» (Paolo Travisi, Il Messaggero, 2/7/2019) • «Sarò onesta con voi. Sicuramente sto cercando di essere onesta con me stessa».
Figli Craig Raymond Turner (1958-2018), avuto dal sassofonista Raymond Hill, poi adottato da Ike Turner; Ronald Turner (n. 1960), avuto da Ike; ha poi adottato due figli del primo marito, Ike Turner Junior (n. 1958) e Michael Turner (n. 1960), crescendoli come propri.
Giudizi «Quando balli con Tina, ti guarda negli occhi» (David Bowie) • «Le voglio ancora bene e sicuramente anche lei me ne vuole ancora, visto che continua a parlare tanto di me. E poi ha tenuto il mio nome, Turner, non l’ha cambiato, se per lei ero davvero così cattivo avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Tina ‘qualcos’altro’. Ma ho altro in mente, io, grande musica, concerti, dischi. Magari anche un film, che racconti la mia vita dal mio punto di vista. Spero di riuscire a farlo, un giorno o l’altro» (Ike Turner nel 1993).
Buddismo «La meditazione mi ha aiutato a diventare più forte e più sei forte, più eviti di prendere decisioni sbagliate. In ogni caso, non ci crede nessuno ma ho impiegato solo tre giorni a rispondere a tutte le domande sulla mia vita».
Curiosità È alta 1 metro e 63 e pesa 58 chili • Il suo idolo è Jacqueline Kennedy • Ha insegnato lei a ballare a Mick Jagger • Per ottenere la cittadinanza elvetica ha dovuto studiare l’Hochdeutsch, l’alto tedesco che si parla in Svizzera • «Non mi piace separare la mia vita da cantante rock dalla mia vita spirituale. La preghiera è sempre stata con me. Rossetto rosso e minigonna mi sono stati utili per costruirmi un personaggio. Credo di aver fatto un buon lavoro come “cantante rock”. Ma questo non sarebbe stato possibile senza il mio lato spirituale» (Laura Berlinghieri, Amica, 17/4/2018) • Tutti le mattine recita il Nam-myoho-renge-kyo, una litania buddista: lo faceva anche quando era in tournée. «Di questi tempi svolgo la mia pratica mattutina per iniziare bene la giornata e poi, visto che sono felicemente in pensione, a volte posso concedermi il lusso di ritornare a dormire!» • Nel 2008, in Svizzera ha incontrato il Dalai Lama, ma dice ancora il Padre Nostro • «Cosa pensa degli scandali a sfondo sessuale che stanno riempiendo le cronache internazionali? Darebbe un consiglio alle giovani per non piegarsi agli abusi maschilisti? “Preferirei non rispondere a queste domande”» (Cristiano Sanna, Tiscali) • «Ricevo lettere e cartoline, persone che mi scrivono dicendomi che gli dò forza: è un’eredità che sento di dover trasmettere» • «A chiunque abbia una relazione violenta dico questo: Se ti alzi e parti, se ti alzi dalle ceneri, la vita si aprirà di nuovo per te»

Dieci anni fa
Giovedì 26 novembre 2009. La Commissione sanità del Senato rimanda di due mesi l’arrivo in Italia della pillola abortiva RU486. Bisogna prima capire se metterla in vendita sia in contrasto con la legge sull’aborto.

La polizia arresta Giuseppe Piccolomo detto Pippo, 58 anni, ex ristoratore finito in disgrazia, con l’accusa di aver ucciso a coltellate Carla Molinari, 82 anni, tipografa in pensione, nella casa di lei a Cocquio Trevisago. È il marito di una donna marocchina, che faceva le pulizie in casa della vittima. Sarebbe stato lui, dice l’accusa, a tranciarle le mani di netto e a staccarle quasi la testa dal collo. Non si capisce perché l’abbia fatto, ma le telecamere del centro commerciale del paese lo hanno ripreso mentre raccoglieva dei mozziconi da un posacenere di un bar e sembra proprio siano gli stessi ritrovati sul luogo del delitto. Li avrebbe fatti cadere lì per depistare le indagini.
Il Piccolomo era già noto alle forze dell’ordine perché nel 2003 un incendio aveva divorato la Volvo Polar su cui viaggiava con la moglie di allora. Secondo lui, la signora si era accesa una sigaretta, una scintilla era finita su una tanica di benzina e non era riuscito a salvarla.

Venti anni fa
Venerdì 26 novembre 1999. Silvio Berlusconi e Cesare Previti vengono rinviati a giudizio, con l’accusa di aver corrotto i magistrati romani per la sentenza sulla vendita dello Sme. Il Cavaliere è accusato anche di falso in bilancio.

Venticinque anni fa
Sabato 26 novembre 1994. Alberto Savi, del commissariato di Rimini, sta andando verso la stazione. Deve partire per Roma, parlare con gli uomini del ministero. Dopo che hanno arrestato suo fratello Roberto, della volante di Bologna, e il suo fratellastro Fabio con l’accusa di essere gli assassini della banda della Uno bianca, non si capisce se può ancora restare nella polizia. Ma la questione non si pone, perché, prima che prenda il treno, arrestano anche lui.
Eva Mikula, giovane romena, compagna di Fabio, li accusa di rapine e eccidi.

A Milano, salta l’incontro tra Berlusconi e Di Pietro. Il presidente del Consiglio vuole garanzie che quel che dirà rimarrà riservato. Intanto, i sostenitori di Forza Italia, sfilano in corteo davanti al tribunale.

Gli americani mandano in Bosnia tre navi da sbarco con duemila marines.

Trenta anni fa
Domenica 26 novembre 1989. A Praga, l’ex prigioniero politico Vaclav Havel incontra per la prima volta – e in diretta televisiva – il capo del governo, Ladislav Adamec.
Verso sera, il plenum del partito comunista slovacco chiede la riabilitazione dei 500mila membri del partito espulsi dopo i moti del ‘68.

Dopo lo scontro al comitato centrale del partito, Achille Occhetto si riposa a Capalbio.

Quaranta anni fa
Lunedì 26 novembre 1979. «Dal nostro inviato speciale a Madrid. Ci mancavano soltanto gli armeni a complicare la vita del mondo. Quattro bombe sono esplose a Madrid: erano collocate in modo da far saltare in aria le sedi di alcune compagnie aeree (Alitalia, Pan American, TWA, British Airways e Sabena), accusate di appartenere al “mondo imperialista”. Le esplosioni sono state rivendicate da un’organizzazione chiamata “Esercito segreto di liberazione armeno” e la rivendicazione è accompagnata da un monito: “Che il Papa non vada in Turchia”» [Paolo Bugialli, Corriere della Sera, 27/11/1979].

Sul Corriere c’è la pubblicità di Telemilano, la nuova tivù privata di Berlusconi. C’è Mike Bongiorno con le braccia alzate che grida: «Allegria!».
«Allegria! Ogni giorno il favoloso appuntamento con il grande Mazinger a Telemilano canali 31 e 58 – ore 13 e 18.45 un appuntamento per i ragazzi, da non perdere: “IL GRANDE MAZINGER”, il fantastico eroe d’acciaio dalle mille, eccezionali avventure – ore 13.30 e 20, dopo il successo straordinario riscosso in America, in esclusiva a Telemilano “L’UOMO DI ATLANTIDE”, una serie di telefilm che ha come argomento la fantascienza marina –  ore 20.30 appuntamento con MIKE BONGIORNO e GIANNI RIVERA per “milaninterclub” – ore 21.30 un grande film: “A CAVALLO DELLA TIGRE” con Nino Manfredi e Gianmaria Volonté. Regia di Luigi Comencini – ore 23.20 sintesi dell’incontro di calcio AVELLINO-INTER – ore 24.20 sintesi dell’incontro di calcio MILAN-NAPOLI».

Cinquanta anni fa
Mercoledì 26 novembre 1969. Alla Camera, i democristiani chiedono che la legge sul divorzio venga bocciata ancor prima di esaminare i singoli articoli. Si vota a scrutinio segreto, ci sono 290 «sì» e 322 «no». La mozione è bocciata. Il divorzio ora sembra fattibile.

Aldo Natoli, Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Lucio Magri, fondatori della rivista il Manifesto, vengono accusati di «frazionismo» dal comitato centrale del Pci e radiati dal partito.

Il portavoce di Nixon dice che l’aver massacrato la popolazione civile del villaggio di Song My, nel Vietnam del Sud, «costituisce una violazione aperta di tutte le direttive della politica militare degli Stati Uniti e fa inorridire la coscienza dell’intero popolo americano».

Ottanta anni fa
Domenica 26 novembre 1939. Alla frontiera tra Russia e Finlandia tre soldati e un graduato sovietico vengono uccisi, sette soldati e due comandanti feriti. Secondo Mosca  sono stati colpiti da colpi di cannone finlandesi. Secondo Helsinki, i russi, in quel momento, «stavano facendo esercitazioni di lancio di granate».
«A Dresda, lo Statthalter ha detto, alla fine di un banchetto al quale era presente il nostro console, che la Germania, più ancora dei nemici, deve temere gli amici che la tradiscono. Ho chiamato Mackensen e gli ho detto che questa volta se vi è un tradito non è la Germania. Ha cercato di scusare lo Statthalter dicendo che alla fine del banchetto probabilmente non era più completamente lucido. Il Duce si è indignato per questa frase pronunciata a Dresda. La stella germanica comincia a impallidire anche nel suo animo, e questo è quello che più conta» [G. Ciano, Diari 1937-1941].

Novanta anni fa
Martedì 26 novembre 1929. «I telegrammi dalla Cina confermano che l’Esercito russo sta abbattendo ogni resistenza in Manciuria, “Hailar – dice un messaggio da Shangai – è caduta e le truppe sovietiche hanno massacrato diecimila persone, tra soldati e pacifici cittadini. Le popolazioni fuggono terrorizzate davanti alla cavalleria e ai carri d’assalto sovietici, mentre le artiglierie e gli aeroplani bombardano città e villaggi. Tutto porta a concludere come fossero ben fondate le previsioni che il comandante sovietico generale Blücher avrebbe atteso i primi geli per lanciare la sua offensiva, e che i Soviet erano decisi a impossessarsi delle ferrovie orientali cinesi”» [Corriere della Sera, 27/11/1929].

Cento anni fa
Mercoledì 26 novembre 1919. Il Consiglio dei ministri decide che la data di apertura dei lavori della nuova Camera non sarà rimandata. La legislatura inizierà il 1˚ dicembre.

Centodieci anni fa
Venerdì 26 novembre 1909. «Qualche deputato di Estrema apostrofa la Destra; i deputati di Destra replicano. Si accendono vivaci battibecchi e i rumori si fanno altissimi […] Treves si volge specialmente al Albasini. Questi è in piedi, rosso in viso e per qualche minuto grida rivolto a Treves e all’Estrema. Non si sente a destra che qualche frase come questa: “Canagliate! Buffoni! Imbroglioni!” Ad Albasini si grida dall’Estrema: “Falso puritano!”. Le scampanellate del presidente non contano niente”» [Corriere della Sera, 27/11/1909].

Centoventi anni fa
Domenica 26 novembre 1899. «A Frosinone ebbe luogo una feroce rissa fra i fratelli Angelo e Biagio De Angelis. Si intromisero, spaventati, i figlioletti di Angelo, ed uno di questi, appena tredicenne, s’ebbe una coltellata e morì. I rissanti, gravemente feriti, furono arrestati» [Corriere della Sera, 27/11/1899].

Centocinquanta anni fa
Martedì 26 novembre 1869. «Secondo l’Opinione, l’on. Lanza ha finalmente accettato di comporre il ministero» [Comandini].

«Con decreto in data d’oggi la Sacra Congregazione dell’Indice proibisce le seguenti opere: 1. Luigi Stefanoni. Storia critica della superstizione. Milano, 1869. 2. Janus. Der Papst und das Concil. Lipsia, 1869» [Comandini].

La sezione Domani è curata da Jacopo Strapparava.

BLOG: Insomma nonno, scrivo io, scrive un altro e un altro ancora e ci conosciamo per caso on-line

Quindi, scrivo un diario on-line e in qualche modo mi racconto a persone che non mi conoscono. Lo facevo anche prima, ma scrivevo in quaderni che ora ho abbandonato anche perché è più facile scrivere direttamente sulla tastiera del pc.

No che non ti posso spiegar tutta la tecnologia, ma conto sulla tua intelligenza e la tua capacità di

comprendere, di là dalle mie righe.

Insomma nonno, scrivo io, scrive un altro e un altro ancora e ci conosciamo per caso on-line.

In queste situazioni ognuno fa come si sente, personalmente scrivo alle persone che mi sembrano simpatiche e che non si dimostrano troppo diffidenti. Sono due presupposti importanti per un’amicizia.

No che non la capisco la diffidenza in rete, sto attenta anch’io, ma non troppo, come in tutte le cose che voglio sperimentare nella vita.

Giovanni Tesio, Parole essenziali. Un sillabario, Interlinea edizioni, pp. 232


il libro è stato presentato ieri a Como:

Laura Garavaglia e Elisabetta Broli presentano: Giovanni Tesio, PAROLE ESSENZIALI. Un sillabario, Interlinea edizioni, La Casa della Poesia, 28 novembre 2014


 

Giovanni Tesio
Parole essenziali
Un sillabario
Interlinea, pp. 232, euro 14
Collana “Alia”
isbn 978-88-8212-814-2

«L’uomo dotato è colui che mira all’essenziale e lascia da parte tutto il superfluo» è una delle prime citazioni in questo ricco repertorio («il mio piccolo vocabolario portatile») in cui Giovanni Tesio ci dimostra che una parola è un punto di partenza per un viaggio tra i sentimenti, i ricordi, gli scrittori che amiamo e nei quali (attraverso le parole) ritroviamo noi stessi e il nostro mondo. Come leggiamo in se non ora, quando? di Primo Levi, «un uomo deve pesare bene le sue scelte… e anche le sue parole».

Giovanni Tesio, ordinario di letteratura italiana presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale e critico letterario di “La Stampa”-“Tuttolibri”, è nato a Piossasco (Torino) nel 1946. Tra i maggiori esperti di poesia in dialetto, è presente in alcune riviste scientifiche come il “Giornale Storico della Letteratura Italiana”, “Lettere Italiane”, “Belfagor”, “Critica Letteraria”, “Paragone” e “Studi Piemontesi”. Attento, sulla linea segnata da Carlo Dionisotti, alla geografia e alla storia della letteratura italiana, muove la propria attività di ricerca prevalentemente lungo i versanti del rapporto tra scrittura e territorio. Per Interlinea ha pubblicato il saggio I più amati. Perché leggerli? Come leggerli?, curando inoltre l’autobiografia-intervista di Sebastiano Vassalli Un nulla pieno di storie, l’antologia L’ombra della stella e la raccolta di racconti di Mario Soldati Un sorso di Gattinara.

Presentazione dell’autore su YouTube:

UN BRANO DELL’INTRODUZIONE

Ci sarà pure almeno un po’ di quanto Etty Illesum dice nel suo Diario di sé: «Tutto quel divorare libri, sin dalla giovinezza, non è stato altro che una forma di pigrizia da parte mia. Lascio che siano gli altri a esprimersi al posto mio. Cerco ovunque la conferma di tutto ciò che si nasconde nel profondo del mio essere, eppure so che posso giungere alla chiarezza usando le mie parole».Ma non tralascerei la gioia di convocare maestri, compagni, intelligenti e sensibili portavoce, interpreti e sapienti di cose e di parole, lungimiranti e anche disparati amici (quale che sia il loro grado di identità tra maschera e volto) che mi hanno dato la mano e a cui l’ho stretta. Non intellettuali aridi e sterili ma personalità capaci di accendere in me un fuoco di passione, o più semplicemente di cogliere una coincidenza e di incontrare – anche nella disparità – una qualche affinità (proprio per questo, con un poco di ironia e di spirito giocoso, avevo pensato ad un certo punto a un titolo come Vocabondario o Vocabondaggio).

Mi pare ancora di dover ammettere un debito nei confronti dei due “sillabari” di Goffredo Parise, che quando pubblicò il primo, scrisse: «Sentivo una grande necessità di parole semplici. Un giorno, nella piazza sotto casa, su una panchina, vedo un bambino con un sillabario. Sbircio e leggo: l’erba è verde, l’essenzialità della vita e anche della poesia. Pensai a Tolstoj che aveva scritto un libro di lettura non soltanto per bambini e poiché vedevo intorno a me molti adulti ridotti a bambini, pensai che essi avevano scordato che l’erba è verde, che i sentimenti dell’uomo sono eterni e che le ideologie passano». Non è necessario pensare che l’episodio del bambino sia vero. Più che la circostanza conta il senso. Da un lato il titolo rimanda propriamente al libro, in cui si apprendono i segni dell’alfabeto e la loro unione in sillabe e parole; dall’altro esso indica più allusivamente un percorso di lettura che mira al semplice e all’essenziale, alla condizione di un’elementare infanzia dei sentimenti compromessi, come nel crematorio (Il crematorio di Vienna), dallo strapotere consumistico degli oggetti e dall’anonima angoscia esistenziale del quotidiano.

L’accenno a Tolstoj non va forzato al di là del semplice rinvio, perché mentre lo scrittore russo mirava a costruire un vero strumento di lettura per l’infanzia, fatto di apologhi, di favole e di parafrasi di favole, i “sillabari” di Parise sono dei racconti che guardano all’infanzia solo come a una forma di riferimento ideale: aspirazione a una castità quasi primitiva di sentimenti e di parola, a una sorta di scuola primaria che renda capaci di scandire (sillabare) le cose della vita nella maniera più immediata.

Giovanni Tesio (Parole essenziali, Interlinea)

RECENSIONI
Parole essenziali su “Il Venerdì di Repubblica”
Parole essenziali su “La Repubblica – Torino”
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, euro 14
Collana “Alia”
isbn 978-88-8212-814-2

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI (El secreto de sus ojos ), di Juan Josè Campanella, 2009

segreto030 José Campanella, maestro sconosciuto in Italia, ha il talento e il coraggio di chi affronta il cinema nella sua essenza, immergendosi nei suoi generi senza timore di sovvertirli e di giocare anche con se stesso, con i suoi film sentimentali che s’ammantano d’impegno. Qui due ore e dieci passano in un soffio perché ci sciogliamo nel suo melodramma, ci esaltiamo in quelle indagini naïf, ci indignamo per una Storia che si sta compiendo, inesorabile.

Nasce come un noir: 1975, il cadavere della splendida Liliana Coloto (Carla Quevedo) chiede giustizia, 30 anni dopo si chiuderà il caso, riscritto (e riletto) in un libro. Lì c’è la comicità eroica e il genio vizioso di Sandoval (Guillermo Francella), la malinconia (in)dolente e idealista di Benjamin Esposito (Darín), la bellezza fiera di Irene Menéndez Hastings (Villamil), l’ossessione di Morales, il vedovo. E c’è l’Argentina che sta diventando l’inferno dei desaparecidos ben prima dei militari.  da http://www.filmtv.it/film/41342/il-segreto-dei-suoi-occhi/ Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe un’operazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche un’opera sentimentale sull’amore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’anima. Scritto dal regista con Eduardo Sacheri da un suo romanzo (2005). In questo Oscar 2010 (miglior film straniero) il crimine è solo “il vassoio sul quale è servita la pietanza principale” (J.J. Campanella). La pietanza è l’amore da http://www.mymovies.it/film/2009/ilsegretodeisuoiocchi/

Campanella costruisce un’opera in controtendenza, non solo perché racconta una storia d’amore senza scorciatoie né ammiccamenti (la sensualità deriva dallo sguardo e non dall’esposizione delle carni), ma soprattutto per la forza di una sceneggiatura capace di stare in piedi da sola, senza bisogno di distrarre il suo pubblico con i giochi di prestigio della macchina da presa.
Un cinema che riesce ad alludere senza dare la sensazione di farlo – il primo piano degli occhi per fissare una risposta mancata o una prospettiva sfalsata per acuire il senso di angoscia dei protagonisti – supportato da una presenza attoriale, quella sì strepitosa, a cominciare da Ricardo Darin, una specie di Mastroianni argentino, perfetto nel raccontare l’umanità di un personaggio alle prese con una vicenda più grande di lui, e poi con Soledad Villamil, cantante e attrice di teatro prestata al cinema, e qui perfetta nella duplice veste di oggetto del desiderio e di soggetto desiderante, per non dire di Guillermo Francella, a cui va il premio per la simpatia in un film poco propenso al sorriso. Oscar 2010 per il miglior film straniero. da http://www.ondacinema.it/film/recensione/segreto_dei_suoi_occhi

Laura Conti (1921-1993), Intitolazione del giardino a lei dedicato in Via Michelino da Besozzo, Milano, 25 maggio 2013

lauraconti

Caro Paolo,
                    finalmente il Comune si è mosso!
Sabato prossimo, 25 maggio -ventennale della scomparsa di Laura Conti- alle ore 11, si svolgerà la cerimonia per l’intitolazione a Laura Conti del giardino pubblico di via Michelino da Besozzo. E’ proprio vicino alla casa in cui abitò negli ultimi anni.
Non è molto grande, ma è pieno di alberi e di tanti bambini: a Laura piacerà! (e anche a me, perché potrò andarci la mattina a leggere il giornale).
Ti invio in allegato l’invito. Spero tu possa venire e di poterci salutare. Cari saluti,
Loredana
cara loredana

un giardino intitolato a laura conti?
è vero che tendo spesso alla lacrima, ma sono molto commosso
 
purtroppo non potrò esserci
ma ci andrò in silenziosi pensieri, ricordando tutte le volte che le chiedevo un appuntamento e lei mi riceveva al piano alto. E ogni volta uscivo dalla sua casa pieno di analisi storiche, di aneddoti, di riflessioni, di metodo.
 
grazie a te per l’avviso , ma anche ne sono certo, per il grande impegno che hai profuso per questo risultato
 
faccio memoria della tua mail nei miei diari
e rivolgo un ricordo (alla emanuele severino) a laura conti
ecco cosa dice severino sul ricordare
affettuosi saluti

Mi sento fuori posto. Ho bisogno di un po’ di solitudine per difendermi dalla invadenza giudicante degli altri

Mi son sempre sentita fuori posto.

Nel tempo la solitudine mi è diventata necessaria, il solo modo per sfuggire a tutto quello che è stupido, falso, volgare, brutto.

Le cose dentro di me, quelle mie cercavano riparo.

Oriana Fallaci

Faccio mie queste parole, con qualche variazione:

MI SENTO FUORI POSTO.

COL PASSARE DEL TEMPO HO BISOGNO DI UN PO’ DI SOLITUDINE. 

E’ IL SOLO MODO CHE HO PER SFUGGIRE A TUTTO QUELLO CHE E’  BRUTTO, VIOLENTO , GIUDICANTE E SUPERFICIALE 

HO COSE DENTRO DI ME CHE CERCANO RIPARO DALLA INVADENZA DEGLI ALTRI

tratto da:

Guerritore, Fallaci, “mi chiedete di parlare”

Festival di Spoleto/fondazione Rizzoli – Corriere della Sera/Compagnia Mauri Sturno

tratto da:

Guerritore, Fallaci, “mi chiedete di parlare”

Festival di Spoleto/fondazione Rizzoli – Corriere della Sera/Compagnia Mauri Sturno