per ricordare Raffaella Carrà (1943-2021): Tuca Tuca con Alberto Sordi (1971); Prisencolinensinainciusol con Adriano Celentano (1974) ; A far l’amore comincia tu (1976); con Alberto Benigni (1991)

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Raffaella Carrà (1943-2021)

  1. Raffaella Carrà (1943-2021). Debuttò in televisione nel 1961 in Tempo di danza, al fianco di Lelio Luttazzi. Nel 1970 partecipò a Canzonissima e divenne famosissima • Ha vinto 12 Telegatti • Ha recitato per il cinema, il teatro e in numerosi sceneggiati televisivi • Prima donna a mostrare l’ombelico in tivù in Italia • Il nome all’anagrafe è Raffaella Maria Roberta Pelloni • Cresciuta con la nonna romagnola e il nonno, poliziotto siciliano. «I miei genitori si sono separati subito dopo il matrimonio. Per l’epoca era una rarità e mio padre mi minacciava che, se non mi fossi comportata bene, mi avrebbe tolto a mia madre» • «Dicono che sono nata a Bellaria. E non è vero. Mia madre era di Bellaria. Aveva un bar. La mia famiglia era molto benestante. È inutile che io racconti la favola della piccola Cenerentola che poi ha avuto successo. No, no, non era così. Per me Bellaria era il luogo della libertà, del profumo delle piadine, della gente per cui sono sempre stata la “fiola della Iris”. Mentre Bologna è il luogo dove ho vissuto, il luogo delle fatiche, del dovere, di queste cose qua insomma. Io in televisione ci sono arrivata dopo un sacco di tempo. E prima ero passata dal cinema. E dalla danza. A otto anni sono andata via da Bologna. Per frequentare l’Accademia nazionale di Danza, quella di Jia Ruskaia a Roma, all’Aventino. Sacrifici a non finire, esercizi interminabili, ossessioni. Io che stavo sulle punte da quando avevo tre anni. Da rovinarsi i piedi. Poi a quattordici anni la Ruskaia mi dice che avevo le caviglie troppo piccole. E che avrei dovuto studiare fino a 28 anni. Sono scappata via. Mia nonna amava l’arte, il violino, la musica. Il teatro. Così feci l’esame per entrare al Centro sperimentale di cinematografia. E il corso per diventare attrice. Ero diventata un’attrice. Ebbi una piccola parte ne La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini» • «Nel 1963 feci I compagni e poi girai Celestina con Carlo Lizzani: doveva essere il 1964. Di lì a poco sarei partita per l’America. Dopo un film che avevo girato con Frank Sinatra. Il film si intitolava Il colonnello Von Ryan. Lo giravamo a Cortina. Venni scelta tra un sacco di attrici famose che avrebbero voluto recitare accanto a Frank. Ma fui presa io. Lui era un gran signore. Molto elegante. Io non conoscevo le sue canzoni. Andavo al juke-box e mettevo i Beatles. Era perplesso. Un giorno mi regalò una collana. Io andai da uno del suo staff e dissi: “E no, se mi regala la collana non va bene”» • «Il cinema non mi convinceva. Andai a Hollywood e me ne tornai presto. Fui presa per un programma che si chiamava Io, Agata e tu. Con Nino Ferrer. Io dissi una sola cosa: “Datemi tre minuti solo per me. Anche padre Virginio Rotondi ha tre minuti solo per lui. Perché a me no?”. Io volevo ballare soltanto tre minuti da sola. Punto e basta. Che danni avrei potuto fare? Quella era una Rai di uomini straordinari. Un giorno chiesi di conoscere Ettore Bernabei. Me lo fecero incontrare e lui mi disse: “Lei è come la Ferrari. La esporteremo in tutto il mondo”. Da quel momento cominciarono i successi» • Dopo aver ballato quei tre minuti in Io, Agata e tu la madre la chiamò da Bologna in via Teulada: «Mi dice “Ma ieri sera non eri mica tu…”. E io: “Ma mamma, non mi hai riconosciuta!” E mia madre: “No, ieri sera eri un’altra”» • Dopo Io, Agata e tu, Canzonissima (1970, scandalo per la sigla di testa Ma che musica maestro: il costumista Enrico Rufini la barda con lacci e laccetti ma le lascia scoperto l’ombelico); Canzonissima (1971, lancia due balli: il Tuca Tuca e il Borriquito, vende milioni di copie della sigla Chissà se va e diventa la beniamina dei bambini nei panni di Maga Maghella, streghetta pasticciona che legge oroscopi strampalati); Milleluci (1974, a fianco di Mina con la regia di Antonello Falqui, è una lotta a colpi di zatteroni, talento e trovate registiche) • Gigi Vesigna: «Tra lei e Mina ufficialmente non ci fu mai rivalità. Però quando fecero insieme Milleluci, io feci una copertina di Tv Sorrisi e Canzoni con loro due, e metterle d’accordo fu una via crucis. Raffaella soffriva il complesso dell’altezza, e così per avvicinarsi a Mina mise degli zatteroni con una zeppa pazzesca. Mina, che non voleva dargliela vinta, si infilò delle scarpe altissime, e si innescò una corsa al rialzo; in più il fotografo usò degli obiettivi che allungavano. Alla fine le foto erano assolutamente sproporzionate» • In Milleluci alla capigliatura tutta riccioli di Mina fu opposto il caschetto biondo della Carrà, studiato e preparato da Cele Vergottini, parrucchiere di Mike Bongiorno che ne aveva studiato uno non dissimile per Caterina Caselli. Nel 2005 fu chiesto alla Carrà se non fosse il caso ormai, dopo trent’anni, di pensare a qualcosa di diverso, magari i ricci o l’abbandono del corto: «Ma io credo nella pulizia di una linea, così come in quella di un programma televisivo, di un comportamento. Pulizia! Se ti trovi bene pettinata così, allora non devi cambiare. E a me non sono mai piaciuti il rococò e il barocco, i troppi gioielli, l’eccesso» • Canzonissima (1974, è l’anno dei balletti più scatenati, della canzone hit Rumore e dei duetti con Topo Gigio che cercava sempre di saltare dentro la sua scollatura più generosa che mai); Ma che sera! (1978, Come è bello far l’amore da Trieste in giù è l’indimenticabile sigla che segna il ritorno di Raffa in tv dopo 4 anni di assenza. Accanto a lei: Alighiero Noschese, Paolo Panelli e Bice Valori); Fantastico 3 (1982, la sigla Ballo, ballo sono un guerriero… era quasi uno slogan per l’ennesimo ritorno in tv dopo l’ennesima trionfale tournée oltre Oceano); Pronto Raffaella (1983-1985, stava con Gianni Boncompagni che inventò il gioco dei fagioli: il pubblico doveva indovinare quanti ne conteneva il barattolo di vetro che appariva in primo piano sullo schermo. Aldo Grasso: «Raffaella compie anche qualche miracolo: una madre confessa in diretta che sua figlia, affetta da disturbi della parola, riesce a pronunciare “Raffaella, ti amo”». Successo enorme con punte di share del 40 per cento).
• «Al tempo di Pronto? Raffaella, hanno scritto che facevo i miracoli, che ero diventata come una madonna, che aspiravo a essere considerata la santa della televisione. Quando mai! Faccio ciò che posso. E poi, gutta cavat lapidem, come direbbe Paolo Bonolis che ama le citazioni colte» • Domenica In (1986, un ruolo sempre più da intrattenitrice) • Per passare alla Fininvest si fece dare sette miliardi di lire (contratto di due anni): «Quando Silvio Berlusconi giocava duro per imporre le sue televisioni, le mandò a casa un bracciale di Bulgari per convincerla a lasciare la Rai. Lei non cedette, rimase ancora tre anni nella tv di Stato, ma si sfiorò la crisi di governo sul rinnovo del suo contratto. “Me la ricordo eccome quella sera. Stavo mangiando davanti al telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio Bettino Craxi che gridava: ‘Il contratto della Carrà è una vergogna per gli italiani!’. I socialisti, loro sì, mi hanno fatto la guerra”. Correva l’anno 1984 e Raffaella Pelloni in arte Carrà (un nome datole da Davide Guardamagna, autore tv stufo di sentirla chiamare Belloni o Palloni dai tecnici con cui girava i primi sceneggiati, negli anni Sessanta) stendeva al tappeto due pesi massimi come Silvio e Bettino. Il primo dovette aspettare il 1987 per conquistarla sul serio alle insegne della Fininvest e il secondo, allora vincitore di tante battaglie, fu battuto dal partito Rai» (Barbara Palombelli).
• Terminata l’esperienza in Fininvest e dopo un Fantastico (1991) entrato negli annali perché per la prima volta Roberto Benigni si esibì in uno dei suoi famosi corpo a corpo («avevo un vestito fatto di bottoni e i collant senza slip sotto. Se mi slaccia sono morta, penso. Arriva a modo suo, mi tocca il sedere, mi sbilancio e cado, lui addosso. Vedo quelle due manine piccole che si agitano sopra di me, scoppio a ridere»). In seguito andò in Spagna, dove il suo Hola Raffaella spopolò • Al rientro in Italia annunciò una trasmissione di nuovo tipo, si rifiutò di anticipare alcunché a qualunque giornalista, obbligo di top secret per tutti, prove blindate ecc. E in effetti, la sera di giovedì 21 dicembre 1995, il pubblico italiano vide nascere non solo un programma mai visto prima, ma un genere, per l’Italia, del tutto nuovo: era Carràmba, che sorpresa, programma basato sulle lacrime provocate dai riconoscimenti, dalle ricongiunzioni e dai sogni realizzati in diretta, format poi largamente ripreso in decine di altri modi sia in Rai che in Fininvest (in Rai, per esempio, Il treno dei desideri con Antonella Clerici e in Fininvest C’è posta per te con Maria De Filippi). Il format veniva dall’inglese Surprise!. Il termine “carrambata” è entrato nel Devoto Oli del 2008 • Nel 2001 arrivò la conduzione del Festival di Sanremo, con Gianfranco D’Angelo. Anche se aveva lasciato Japino da quattro anni (la notizia era stata data ai giornali con un comunicato nello stesso giorno in cui entravano in vigore le nuove norme che tutelano la privacy), se lo portò al Festival e gli fece guadagnare più di un miliardo di lire (lei ne prese uno e 250 milioni). Gai Mattiolo le preparò 14 abiti di scena e 50 per il dopo Festival, il prezzo era di 150 milioni, ci lavorarono quattro sarte e tre vestieriste, Mattiolo fu impegnato a realizzare pezzi unici, che cioè non avrebbero potuto mai più essere replicati. La critica arricciò il naso: «Sembra una mini Barbie» (Elsa Martinelli), «Abiti sempre fuori luogo, inadatti alla situazione del momento» ecc. Mattiolo: «Ha dei tabù incomprensibili: non vuole scoprire il collo, le spalle e le braccia» • Nel 2006, su Raiuno, condusse Amore, dieci puntate che si proponevano, attraverso servizi, ospitate ecc., di spingere gli italiani ad adottare, a distanza, bambini del Terzo mondo. La trasmissione non andò bene, la Carrà incolpò il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, che, a suo dire, «non ama i bambini» • È stata giudice di The voice of Italy (Rai 2, 2013-14, 2016). Da ultimo A raccontare comincia tu (Rai 3, 2019-21) • Non si è mai sposata: «La bellezza dell’amore è che è imprevedibile, guardi una persona negli occhi e la tua vita cambia all’improvviso. Io mi sono innamorata di un uomo meraviglioso come Gianni Boncompagni da giovane ed è stato bellissimo perché, dopo il difficile rapporto con mio padre, mi ha ridato la fiducia negli uomini. La nostra è stata una coppia paritaria e mi ha fatto un gran bene: stando vicino all’aretino si è sviluppata la mia ironia» • Boncompagni: «Sono stato con lei dieci anni, tre di più che con mia moglie. Lei era una stakanovista. Io lavoravo molto poco. Lei si arrabbiava perché io guadagnavo il doppio di lei» • Dopo aver lasciato Boncompagni, si mise col coreografo Sergio Japino: «Un giorno, durante una prova… Le stavo indicando un movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo continuato a guardarci a lungo, in silenzio» • Dodici adozioni a distanza (dato aggiornato a gennaio 2011): «All’inizio della mia carriera non volevo bambini: non mi andava di fare la star che gira il mondo con il panierino. Ho provato a quarant’anni, la natura mi ha detto no». Era molto legata ai nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Renzo morto qualche anno fa: «Purtroppo però uno vive a Parigi e l’altra in Belgio» • «Ho un unico vizio e sono le sigarette, che facciano male me ne frego. Del resto mio fratello non aveva mai fumato e in quattro mesi è morto di cancro ai polmoni» • Dieta: mangiare una volta al giorno e libertà nel weekend (compresa la pasta). Ginnastica: piccoli movimenti “giusti” per tenere il corpo sempre in stretch. Rilassamento: giocare a tressette ad ogni pausa di lavoro • «Ho sempre avuto il complesso della bocca molto carnosa» (aveva il dentista a Madrid) • È morta ieri a Roma alle 16.20, stroncata da un cancro ai polmoni. A darne l’annuncio è stato Sergio Japino, a lungo suo compagno nella vita e nell’arte: «Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». «Erano talmente pochi a sapere della sua malattia che solo la scorsa settimana, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai per la prossima stagione, un giornalista aveva chiesto al direttore di Rai1 Stefano Coletta se ci fosse in programma un ritorno in tv della Carrà. E lui aveva risposto, come sempre, che per Raffaella bisognava trovare il progetto adatto e che comunque le porte per lei erano sempre aperte» [Lupi, Mess]. Ieri sera, la Rai ha rivoluzionato il suo palinsesto per renderle omaggio. Il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il ministro della Cultura hanno espresso parole di cordoglio. Non ci sono notizie sui funerali, si sa però che ha chiesto una bara di legno grezzo e un’urna per le ceneri.

Una passeggiata nell’Italia dell’anima, di Eliana Di Caro, Il Sole 24 ore domenica 6 giugno 2021. Recensione di: Nanni Delbecchi, Quattro passeggiate. Lucca, Milano, Roma, Venezia, Alberti editore, 2021

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«La cura», di Franco Battiato (1945-2021)

Ti proteggerò
dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Franco Battiato (1945-2021). Cantante. Autore. Regista. «Il successo non mi convince». Inizi commerciali (con Bella ragazza partecipò a Un disco per l’estate 1969), passò poi alla sperimentazione (Fetus, 1971; Sulle corde di Aries, 1973). Nel 1979 l’album L’era del cinghiale bianco gli valse una larga popolarità, ampliata dai successivi Patriots (1980, con Prospettiva Nevski), La voce del padrone (1981, un milione di copie vendute, con Bandiera bianca, Centro di gravità permanenteCuccurucucu), L’Arca di Noè (1982), Orizzonti perduti (1983), Mondi lontanissimi 1985) ecc. Nel novembre 2015 l’«antologia definitiva» Le nostre anime (uscita in due versioni: una minore da tre cd e una maggiore da sei cd, quattro dvd, due libri e due poster), ideata per celebrare i primi 50 anni di carriera musicale. Ultimo album nel 2019, Torneremo ancora. «Ho scritto canzonette dai buoni testi e cose più serie. A volte scrivi per divertirti, altre ti interroghi sulla spiritualità. La verità è che certe canzoni, penso a Sentimiento nuevo che cantavo con Alice, erano un po’ delle cazzate. Cazzate divertenti e tendenti all’alto, ma pur sempre cazzate» (a Malcom Pagani) • Famiglia di pescatori. Dopo la morte del padre Turi – camionista e scaricatore di porto a New York – finì a Milano. Aveva 19 anni: «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Nel pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare». A quei tempi risale la prima, infausta canzone, L’amore è partito (1965), pubblicata con il nome di Francesco Battiato. «All’epoca facevo il chitarrista di Ombretta Colli in tour. Ma quella canzone non era mia, era una cover: mi disgustò» (a Leonardo Iannacci) • «Mi ricordo di un meraviglioso pianoforte che mi regalarono le suore all’età di 16 anni. Una mia amica mi disse che, dovendo liberare un convento, lo vendevano a basso prezzo. Mi presentai e la madre superiora me lo sbolognò senza pretendere una lira. Pensava fosse rotto e invece era solo scordato. Mi sentii felice» (a Pagani) • «È sempre stato inclassificabile, nei ’70 entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava. Il pubblico lo rincorreva inferocito» (Riccardo Bertoncelli) • «Dopo l’uscita di L’era del cinghiale bianco, a 35 anni, realizzai che qualcosa era definitivamente cambiato. A un concerto a San Giovanni Valdarno vennero in 20 mila. Sentii uno strano boato. Con il successo vennero i fan: una notte in albergo mi svegliai e trovai che avevano fatto entrare gente nella mia stanza per vedermi dormire. Volevo smettere» • «Lo so cosa dicono: “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”. Ho chiesto molto in questi anni a quelli che mi seguono. Per me l’unica cosa che conta nella vita è la parte esistenziale, quella che ti mette alla prova. Non mi interessano le conferme, essere rassicurante per chi ti viene a vedere, dargli quello che vuole» • «Nel 1980, alla fine di un’esibizione delirante con 5.000 persone, Dario Fo mi aspettò all’uscita del concerto: “I tuoi testi non mi piacciono”. E io risposi: “E a me che cazzo me ne frega?”. Eravamo sullo stesso piano, a quel punto. Ma non mi ritengo intoccabile, anzi. Se mi avesse criticato in un’altra maniera avrei anche apprezzato. È sempre il modo. Si può essere critici senza essere brutali» (a Pagani) • Nel 1989 suonò in Vaticano per Giovanni Paolo II: «Mi chiamò un dirigente della Emi, Di Lernia: “A Battia’, te vole er Papa”. Era Giovanni Paolo II, andai volentieri» • Del 17 settembre 2017 il suo ultimo concerto, al Teatro romano di Catania: le ultime quattro date del tour vengono annullate per motivi di salute • A ottobre 2019 il manager Francesco Cattini, in occasione della promozione dell’ultimo album, ne annuncia il ritiro dalle scene. In un’intervista a Giammarco Aimi il suo storico collaboratore rivela: «Franco non lo sento più da un anno, perché purtroppo non riesce a capire quello che gli si dice» • Ha esordito nella regia cinematografica con Perduto amor, poi Musikanten (omaggio a Beethoven) e Niente è come sembra (stesso titolo di una canzone de Il vuoto), sceneggiato dal filosofo Manlio Sgalambro. Per qualche anno ha lavorato a un progetto cinematografico sul musicista Georg Friedrich Händel, per il cui ruolo aveva scelto l’attore tedesco Johannes Brandrup. Film che poi non ha girato • Altra passione di Battiato, la pittura: «Nella pittura vedo tutti i miei difetti, e mi interessa migliorare. Ne sono ingordo e non vedo l’ora di mettermi a lavorare» • Alla vigilia delle politiche 2006 fece sapere che avrebbe votato per la Rosa nel Pugno e ha poi aderito alla manifestazione dell’Orgoglio laico del 12 maggio 2007 • Assessore al Turismo della regione Sicilia da novembre 2012 a marzo 2013. Ha dovuto lasciare (sostituito nel giro di un giorno da Michela Stancheris, segretaria particolare del governatore Rosario Crocetta) per la frase pronunciata a Bruxelles a marzo e ritagliata a margine di un lungo ragionamento sui percorsi culturali: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa, dovrebbero aprire un casino» • Siccome da venticinque anni non si avevano notizie di sue storie d’amore, molti hanno sospettato che fosse omosessuale: «Ne dicono di tutti i colori. Possono dire quello che vogliono. Il rapporto più lungo che ho avuto è stato con una donna sposata, quindi era molto comodo per me mantenere la segretezza. Omosessuale? Io sono al di là di questi schemi, di queste categorie. Ho superato certe definizioni». «Una volta con una ragazza pensai anche: “Questa è quella giusta”. E poi cosa accadde? Uscii presto, comprai tre yoghurt, li misi in cucina e poi andai a fare una doccia. Una volta lavato, gli yoghurt non c’erano più. Li aveva mangiati tutti lei? Tutti e tre. Ora dico, se ne avesse lasciato almeno uno, avremmo parlato di altro. Ma li aveva fatti fuori tutti. Un saggio di egoismo, non solo simbolico. Tra noi la storia non poteva funzionare e infatti si arenò» (a Pagani) • È morto nella sua casa, Villa Grazia, a Milo, ai piedi dell’Etna. Lunedì aveva ricevuto l’estrema unzione dall’amico Orazio Barbarino, arciprete di Lingualossa • L’annuncio della morte è arrivato dalla famiglia. I funerali si terranno oggi in forma privata nella cappella della villa. Il corpo sarà cremato.

Battiato
di Stefano Bartezzaghi
la Repubblica
I cantautori erano o professori o agitatori di popolo o le due cose. Al loro tempo lui sperimentava, già sciamanico e follemente originale. Venne fuori quando il vento era già cambiato e seppe far, contestualmente, ballare discoteche e alzare stupiti sopraccigli in zona Adelphi. Cinghiali bianchi e “patriots” chiamati alle armi, Gurdjieff e la cassa in 4, sincretismi e sintetizzatori. E, certo!, parole: versetti tagliati in un’ironia sapiente se non sapienziale, che non sgorgava da alcuna fonte già nota. In fretta e quasi a caso se ne raccoglie un piccolo breviario, procedendo a frammenti come del resto usava lui, Franco Battiato, specialmente nella sua fase culminante e più pop.
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, / potete stare a galla”. Crociata a doppia valenza: fustigava gli ascoltatori come massa ma li lusingava come singoli. Se cogli l’idiozia contemporanea ne sei già un po’ meno partecipe.
Il mondo è grigio, il mondo è blu”: che venga colta o no, la citazione del pop del passato (qui: Nicola di Bari) incastona tasselli di luccicante e insensata attrattiva. Moretti ha poi adottato lo stesso metodo con le canzoni proprio di Battiato impiegate in suoi film.
Un giorno sulla Prospettiva Nevski / per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Il teorico del trash (e di ogni altra piega della cultura pop) Tommaso Labranca amava Battiato, ma non Prospettiva Nevski, che ritenne degna di una severa diagnosi di cialtronismo per la banalità dei riferimenti e degli abbinamenti. Cialtronismo, forse: ma fosse stato consapevole, volontario?
Mare, mare, mare, voglio annegare, / portami lontano a naufragare, / via, via, via da queste sponde, / portami lontano sulle onde”. Certi intermezzi, a rime baciate e sottofondi di archi (e persino in sospetto di criptocitazioni da Loredana Berté), paiono, all’indirizzo della banalità della canzonetta e dei suoi ascoltatori, strizzate di un occhio chissà poi quanto complice, o cinico, o clinico.
C’è chi si mette degli occhiali da sole, …”. Dal gioco di specchi, del resto, non si sottraeva neppure lui. Cantava quella canzone e intanto portava gli occhiali da sole: così ci ha saldato in testa un binomio da allora divenuto standard: “carisma e sintomatico mistero”. Ma il “free-jazz-punk inglese” sarà poi mai esistito davvero?
Over and over again / You are a woman in love”. Fosse un’attenta posologia zen o un istinto geniale, la fraseologia inglese da canzonetta senza senso qui segue immediatamente le frasi pesanti e pesanti: “Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”. Né l’universitaria maturata a pieni voti né il suo ex compagno di banco ritirato e avviato all’elettrauto si sentivano a disagio nel ballarla, assieme.
I desideri mitici di prostitute libiche, / il senso del possesso che fu pre-alessandrino”. Battiato offre spesso la gola ai parodisti, che hanno sempre morso invano. Per quanto assertive, le sue frasi, quelle da dileggio o quelle da scrivere sull’agenda (“ne abbiamo avute di occasioni, perdendole, / non rimpiangerle, non rimpiangerle mai”), non erano “messaggi”. Non lo fu neppure Povera Patria, dove sfiorò un suo ieratico engagement. Ma Battiato ha sempre detto altro, rispetto alle parole che cantava.
E ti vengo a cercare …” . Non ci sarà più nessuno capace di parlare della “mia essenza” , e non per sbadataggine ma con intenzione. Nessuno più prometterà e progetterà “supererò le correnti gravitazionali”. Come tutti i suoi colleghi Battiato al suo “tu” diceva “sei speciale”. Lui però in mezzo ci sapeva ficcare “un Essere”. Credo che la parola andasse in maiuscolo.
Stefano Bartezzaghi
Battiato
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
Franco Battiato era un pazzo: era convinto che il cane di casa fosse la reincarnazione di suo padre, e il gatto di sua madre.
Franco Battiato era un genio. Un giorno raccontò, sorridendo: «Ho passato gli anni 70 a fare vocalizzi ed esperimenti. Poi ho deciso di avere successo. Mi sono chiuso un mese in un garage a Milano, e ne sono uscito con La voce del padrone». Forse il disco più bello, certo quello di maggior successo mai inciso da un cantautore.
Franco Battiato era uomo di una rettitudine assoluta. Molto severo con i potenti e con la politica. Provò anche a farla, da assessore; ma capì presto che non era per lui. Disse che se a Catania avessero rieletto un sindaco che non stimava, avrebbe lasciato la città; e così fece. «Però il nostro giornale ti tratta sempre bene» gli obiettò uno scrittore. Lui rispose: «E tu credi che io sia così miserabile da giudicare le persone non per come sono, ma per come si comportano nei miei confronti?».
È stato il più colto e il più profondo tra i musicisti italiani. Pensava che i grandi artisti si parlassero tra loro, in varie forme. Ti faceva ascoltare l’Adagio di Telemann e La canzone dell’amore perduto di De André e diceva: «Senti? Sono uguali. Ma Fabrizio non ha copiato; ha ripreso un discorso interrotto. De André è stato anche un bravo astrologo». Astrologo? «Dilettante. Ma di grande acume».
Viveva a Milo, un posto bellissimo quindi adatto a lui, castagni e nuvole basse, a dieci minuti dal mare e a dieci minuti dall’Etna. Era molto diverso dalla sua immagine pubblica, un po’ distanziante: ad esempio era molto alto, disponibile, allegro e ricordava fisicamente il suo conterraneo Pippo Baudo.
Lo divertiva l’idea di essere nato in una città che non esiste più, Jonia, tornata dopo il fascismo a dividersi tra Giarre e Riposto. Famiglia di pescatori. Il padre, camionista e scaricatore di porto a New York, morì quando lui aveva 19 anni. Franco partì per Milano. «Allora era una città di nebbia, e mi sono trovato benissimo. Mettevo a frutto la mia poca conoscenza della chitarra in un cabaret, il Club 64, dove c’erano Paolo Poli, Jannacci, Toffolo, Cochi e Renato, Andreasi, Lauzi. Io aprivo lo spettacolo con due o tre canzoni siciliane: musica pseudobarocca, fintoetnica. Tra il pubblico c’era Giorgio Gaber che mi disse: vienimi a trovare, un giorno. Andai il giorno dopo. Diventammo amici anche con Ombretta Colli, fui io a convincerla a cantare».
Poi si mise in viaggio verso Oriente. Visitò il monte Athos e Konya, la città dei dervisci rotanti, lesse Aurobindo e Gurdjieff, studiò il misticismo sufi e il buddismo tibetano, arrivò vicino ai segreti della vita e della morte. Raccontava divertito che Finardi una volta gli aveva detto: «Ho cercato sull’atlante città dai nomi suggestivi per una canzone, ma le avevi già esaurite tu». Però l’ascetico Battiato è anche l’autore di Povera patria, un durissimo testo di denuncia civile datato 1991, ultimo anno della Prima Repubblica. Diceva: «La canto sempre. E quando cito i “perfetti e inutili buffoni” che abbiamo tra i governanti, si alza un applauso, più forte e lungo di quelli di allora».
Non era di destra, e si seccava quando lo scrivevano; ma era un anticomunista convinto. «I servizi d’ordine degli anni 70 erano uguali, non distinguevi gli estremisti neri da quelli rossi». E lei? «Io sono un proletario dello spirito. Non mi piace comandare, e non mi piace essere comandato».
L’autore di Prospettiva Nevski — canzone di commovente bellezza ispirata alla «grazia innaturale di Nižinskij», il più grande ballerino di ogni tempo finito in manicomio con l’ossessione di cadere danzando nella botola del palcoscenico, di cui si era innamorato «perdutamente» l’impresario dei balletti russi Diaghilev; una canzone che stamattina non si può ascoltare senza piangere — fece anche film e trasmissioni tv da titoli non esattamente pop, come Musikanten — dedicato a Beethoven, finisce con un incubo, un golpe planetario voluto da «una cordata di nazioni guidata dagli Stati Uniti, con al fianco l’Italia, che fondano il partito democratico mondiale» — e Bitte keine réclame, serie di interviste a mistici e maestri, tra cui Michelle Thomasson, moglie di Henri, l’uomo della sua iniziazione.
Volle imparare a dipingere: ritratti di amici, tra cui Roberto Calasso, su fondo oro. «Il pittore inglese Spencer Hodge mi insegnò a raffigurare le nuvole. Quando ho imparato, ho smesso».
Suonò per gli iracheni nel 1992, dopo la prima guerra del Golfo, cantando L’ombra della luce in arabo («Alla fine sollevai lo sguardo sulle prime file. Lacrimavano tutti»). Era convinto che le bombe nei mercati di Baghdad le mettessero gli americani. Però esecrava Saddam: «Non è un vero musulmano. L’ho capito dal modo sbagliato con cui si inginocchiava».
Suonò anche per Papa Wojtyla. Ratzinger gli stava simpatico: «Mille volte meglio la messa in latino di certe schitarrate in chiesa».
La sua religiosità non era riducibile a una religione. Credeva nella reincarnazione, anzi, ne aveva certezza «per via sperimentale. Ma non sono cose che si spiegano. Diciamo che attraverso i sogni si possono ritrovare atmosfere, luci; una stanza, una scrivania…». Pensava si potesse cadere nel regno animale, o innalzarsi al di sopra del ciclo delle rinascite. «Il cattolicesimo nega la reincarnazione, ma è un’impostura posteriore. Origene ci credeva, come i primi cristiani. E sono convinto che non solo gli hindu e i tibetani ma anche i mistici occidentali, san Francesco, san Filippo Neri, san Giovanni della Croce, santa Teresa d’Avila, ne fossero consapevoli. Come Pitagora, Empedocle, Archimede…».
La magia invece non lo interessava. Meditava due volte al giorno ed era vegetariano: «Fin da quando avevo due anni non potevo accostarmi alla carne. Qualche volta ho mangiato pesce, ma poi la notte ho sognato di essere divenuto un pesce anch’io». A volte scherzava delle sue ricerche: «Secondo i saggi armeni l’essenza di ogni uomo è impressa nella sua carne, nel suo volto. Come dimostra l’onorevole La Russa».
Credeva negli angeli e in altri «dei intermedi», al di sotto del Dio comune alle varie religioni. Credeva anche al diavolo, che «è mancino, subdolo, e suona il violino». Anche Franco era mancino da piccolo: «In Sicilia lo consideravano un segno diabolico. Così mi legarono la mano sinistra per costringermi a usare la destra. Con una sciarpa di seta, però».
Non credeva in Darwin: «Ha scritto sciocchezze. Ha mai visto una scimmia diventare uomo? Penso che la materia sia nata per manifestazione della mente. La coscienza come primo principio dell’essere umano. Quando un uomo comincia a prendere coscienza della propria esistenza, si ribalta tutto. Allora hai la visione perfetta di quel che sei».
Scrisse una canzone molto amata, La cura, e un giorno chiarì che non si riferiva né al proprio corpo, né alla propria anima, ma all’anima della persona amata. Non chiariva però chi lui amasse: «I miei amici sono gli alberi, le piante, le rose, le nuvole…».
Una volta in una tv locale per metterlo in imbarazzo gli chiesero di cantare una canzone popolare siciliana, Vitti una crozza; lui ne intonò una versione stupenda e straziante, la storia di un vecchio giunto ai confini con la morte, sulla soglia dello spavento assoluto.
Della morte lui però non aveva paura. «Tornerò nella mia casa d’origine, dov’ero prima di venire sulla terra». E non era neppure pessimista sul nostro futuro: «Sono convinto che anche l’Italia rinascerà. Lo capisco dai miei concerti, dal silenzio assoluto con cui la gente ascolta le canzoni mistiche. Sono convinto che sapremo andare oltre la corruzione, gli scandali, la dittatura del denaro, l’egemonia delle cose materiali. Lo Spirito avrà la sua rivincita. Comincerà presto un’epoca in cui saranno più importanti lo spirito, la bellezza, la cultura. Che sono poi le grandi ricchezze del nostro Paese».
Franco Battiato era forse davvero un pazzo, ma un pazzo di Dio. Di sicuro, Franco Battiato era un genio.
Aldo Cazzullo

La porta aperta, ritratto di EZIO BOSSO a I dieci comandamenti, a cura di Domenico Iannacone, Rai3, 14 maggio 2021, ore 23

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LUCIO DALLA, biografia musicale a cura di Mangiafuoco sono io, Rai Radio 1, 28 febbraio 2021

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Biografie ed eventi storici del 1 GENNAIO

Compleanni (nati il 1° gennaio)
Lo scienziato francese Pierre Laffitte (96), lo sceneggiatore e regista Moraldo Rossi (95), il giornalista e scrittore Furio Colombo (90), la mafiosa Rosetta Cutolo (84), l’attore americano Frank Langella (83), l’attrice francese Michèle Mercier (82), l’avvocato Giuliano Spazzali (82), il biologo Martin Evans (80), l’ex pugile Bruno Arcari (79), lo scrittore Renzo Paris (77), la conduttrice televisiva Roberta Petrelluzzi (77), il politico ed ex magistrato Pietro Grasso (76), l’ex pilota automobilistico Jackie Icks (76), l’ex calciatore brasiliano Rivelino (75), il giornalista Lanfranco Pace (74), lo storico Angelo D’Orsi (74), lo scrittore americano Arthur Bloch (73), il politico Famiano Crucianelli (73), il giornalista Corradino Mineo (71), l’ex cestista Dan Anderson (70), l’attore Mauro Avogadro (70), l’ex ciclista Simone Fraccaro (69), lo scrittore e traduttore René de Ceccatty (69), l’attore britannico Nicholas Farrell (68), l’ex pornoattrice Eva Orloswski (64), la presidente della Bce Christine Lagarde (64), lo scrittore Leonardo Gori (63), l’attrice Pamela Villoresi (63), il filosofo francese Michel Onfray (61), l’ex ciclista e dirigente sportivo Davide Cassini (60), la scrittrice Paola Capriolo (59), l’ex calciatore Alberico Evani (58), la cantante Francesca Alotta (53), l’ex calciatore francese Lilian Thuram (49), il cestista e allenatore di pallacanestro Miroslav Radošević (48), la scrittrice Nadia Terranova (43), il calciatore colombiano Fernando Uribe (33), il calciatore spagnolo Andreu Ramos (32), il nuotatore Luca Leonardi (30).



Dieci anni fa
Sabato 1° gennaio 2011. «I cristiani sono sotto attacco nel mondo islamico. Ieri, poco dopo mezzanotte, ad Alessandria d’Egitto un’autobomba è esplosa davanti alla chiesa dei Santi (al-Qidissine), nel quartiere di Sidi Bashir, affacciato sul Mediterraneo. Bilancio provvisorio: 21 morti e 79 feriti. In Nigeria è esplosa una bomba al mercato di Abuja, la capitale: quattro morti. È un attentato all’apparenza generico – per dir così – ma che può essere inquadrato all’interno della persecuzione a cui il fondamentalismo islamico sottopone le comunità cristiane: a Jos, intorno a Natale, si sono verificati scontri fra comunità cristiane e islamiche. I cadaveri recuperati fino a ieri erano ottanta» [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport, 2/1/2011].

Venti anni fa
Lunedì 1° gennaio 2001. «Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, il villaggio dove sono nato, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio, monti”. Ci svegliavamo all’alba, perché bisognava andare al bivio ad aspettare la corriera. Prima c’era il saluto al nonno Marco, nella stanza dell’ultimo piano: stava nel lettone, con gli angeli rosa e i fiori dipinti sulla spalliera, ed era sveglio: ci aspettava. Ho in mente la parete segnata dallo strisciare degli zolfanelli: il vecchio, quando l’insonnia o i ricordi lo tormentavano, accendeva la pipa e inseguiva i suoi pensieri. Regalava due lire a me, il primogenito, come diceva, e una a mio fratello più piccolo. Ci baciava e si asciugava gli occhi un po’ rossi: “Siate bravi e tornate presto”» [Enzo Biagi, Corriere della Sera, 2/1/2001].

Venticinque anni fa
Lunedì 1° gennaio 1996. «Capodanno di pace e di speranza a Sarajevo e nelle altre citta della Bosnia. Spari, raffiche di mitra in aria: ma non era lo stesso suono che per quattro tremendi anni ha scandito la vita degli abitanti. I “botti” hanno salutato il nuovo anno: un anno che, dice il presidente bosniaco Izetbegovic, sarà di ricostruzione» [l’Unità, 2/1/1996].

Trenta anni fa
Martedì 1° gennaio 1991. «Il dittatore somalo Siad Barre è asserragliato in un bunker dell’aeroporto militare da dove tenta di guidare la resistenza contro l’offensiva della guerriglia. Tutto sarebbe comunque pronto per una sua fuga dal Paese, forse verso la Libia. I ribelli controllano ampie zone della città e hanno bombardato e forse occupato Villa Somalia, il palazzo presidenziale. Mogadiscio è nel caos, le comunicazioni telefoniche e telex sono interrotte. Le strade sono cosparse di cadaveri» [l’Unità, 2/1/1991].

Quaranta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1981. «Terrorismo, corruzione, terremoto, problema giovanile, fame nel mondo: il messaggio del Presidente della Repubblica agli italiani per fine anno ha toccato i punti dolenti del decennio che si è appena chiuso. Sul terrorismo Pertini si è detto sicuro: “Un giorno sapremo chi è che manovra questi terroristi, chi è che vuole destabilizzare il regime democratico italiano. Guai — ha aggiunto a proposito della questione morale — se qualcuno per amicizia o solidarietà di partito dovesse sostenere questi corrotti e difenderli”» [Corriere della Sera, 2/1/1980].

La Grecia diventa il decimo Paese della comunità europea.

«Intervista a “Segretissimo” sui romanzi di spionaggio. “Ha mai vissuto situazioni da spy story?”. “Sì, quando ero alla Difesa: un pilota dell’Est stava fotografando e disegnando la collocazione dei missili, che erano allora a Gioia del Colle, quando fu costretto ad atterrare; il disegno incriminato costituiva la prova del reato, ma lui obiettò che si trattava della pianta della sua palestra di ginnastica in patria; il giudice chiese per rogatoria se fosse vero e l’autorità competente rispose naturalmente di sì: un romanzo di spionaggio finito in una scena comica”» [Giulio Andreotti, I diari segreti, Solferino, Milano 2020].

Cinquanta anni fa
Venerdì 1° gennaio 1971. Da oggi sulla televisione americana è vietato fare pubblicità alle sigarette.

Sessanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1961. «Gli abiti che Frank Sinatra si è fatto preparare per la cerimonia di investitura del Presidente John Kennedy farebbero schiattare d’invidia lord Brummel. Così dicono almeno gli amici del cantante, che hanno assistito alle prove cui Sinatra è stato sottoposto nella casa di mode di Don Loper. Il famoso sarto dal canto suo afferma con orgoglio che Frank “sarà l’uomo più elegante di Washington”» [Corriere d’Informazione, 2/1/1961].

Settanta anni fa
Lunedì 1° gennaio 1951. «Un ex-capitano della guardia personale di Stalin ha dichiarato che il Maresciallo sovietico usa, per i suoi viaggi, due automotrici o due treni, per ragioni di sicurezza. Tali rivelazioni, riportate stamane dall’A.P., sono contenute in un articolo apparso su un settimanale parigino. Secondo il capitano russo, l’attuale moglie di Stalin è la “compagna Raskova, ex-aviatrice, addetta al comitato delle ricerche aerodinamiche”. Si tratterebbe di una donna robusta e formosa, dalle spalle larghe, dai capelli castani, L’ufficiale ha detto che Stalin attua il seguente programma giornaliero: ore 10: sveglia; 10.45: colazione, quasi sempre insieme alla Raskova, al generale Poskrebychev e, talvolta, col presidente del consiglio, Molotov e con Beria, il capo della polizia segreta; 11.45-14: lavoro all’ufficio, dove Poskrebychev gli legge le notizie inviate dai Ministeri degli Interni e degli Esteri; 14-15: lettura dei giornali; 15: colazione e riposo sino alle 17; 17-20.30: lavoro d’ufficio, sino a cena. Spesso viene a trovarlo la figlia Svetlana, verso le 17, insieme ai suoi due figli. Dopo le 20.30, visite con amici, membri del Politburo e con i vice-presidenti. Secondo il capitano russo, Stalin si interessa molto di giardinaggio» [Corriere d’Informazione, 2/1/1951].

Ottanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1941. «Nel 1941 l’esercito, la marina e l’aviazione della Germania saranno talmente rafforzati e riceveranno tali miracolosi perfezionamenti che i loro colpi determineranno la fine dei guerrafondai, aprendo la strada all’attuazione di un nuovo stile, di un nuovo ordine nella convivenza tra i popoli…» [discorso di Capodanno di Adolf Hitler al popolo tedesco].

«L’anno è cominciato con una violenta emozione per la salute di mamma. Un attacco cardiaco ne ha messo in pericolo la sua vita. Poi è migliorata, ma tutto ciò lascia in me una grande ansia.
Il Duce ha ricevuto una lunga lettera di Hitler: un completo giro d’orizzonte. Il Führer è sereno sull’andamento futuro della guerra, ma ritiene necessario prendere ancora molte decisioni che enumera con la consueta precisione.
Scrivo ad Alfieri per ragguagliarlo e ragguagliare Ribbentrop dei negoziati con la Russia. Non si tratta più ormai di conversazioni generiche e superficiali: i russi vogliono andare al fondo di molte questioni di fondamentale importanza, per le quali riterrei imprudente da parte nostra prendere qualsiasi impegno senza essersi prima accordati con la Germania. Cavallero annunzia prossima la sua azione sul litorale» [Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1996].

Novanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1931. Cianca, Tarchiani e Sardelli, tre fuoriusciti italiani, sono stati arrestati a Parigi dalla polizia francese con l’accusa di duplice attentato contro il Duce.

Cento anni fa
Giovedì 1° gennaio 1921. «O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana» [Il Popolo d’Italia, 1/1/1921].

Centodieci anni fa
Domenica 1° gennaio 1911. «New York, 1 gennaio, notte – New York ha celebrato il nuovo anno con una prodigalità ancora maggiore dell’ordinario. Si calcola che almeno 100.000 persone abbiano salutata la mezzanotte in qualche hótel o restaurant. Secondo una statistica pubblicata stasera, nella scorsa notte a New York si bevve champagne per un importo di cinque milioni di franchi. E le spese per le cene ammontano almeno ad altrettanto» [Daily Telegraph, 2/1/1911]

Centoventi anni fa
Martedì 1° gennaio 1901. «Lanciamo al secolo che non ci vide nascere ma ci vedrà morire / il nostro core vivo. Pensando lavorando combattendo amando / dalla scienza illuminati / diamo oh! diamo a tutti i figli delli uomini / lavoro libertà giustizia pace» [testo di Andrea Costa, le Società popolari di Imola l’hanno fatto incidere nel marmo].

Nella caserma di Livermore, in California, hanno acceso una lampadina e hanno intenzione di non spegnerla più.

Centotrenta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1891. «Leggiamo nel New York Herald (edizione di Parigi) questo dispaccio in data di NewYork, 30 dicembre: A Wounded Creck è successo un gran combattimento con gli indiani, con grande perdita di uomini. Big Foot (uno dei capi indiani) avendo dichiarato di esser malato, si arrese con 150 dei suoi al maggiore Whiteside del settimo cavalleria. Vedendo che il rimanente degli indiani non erano disposti a deporre le armi, la cavalleria, forte di 500 uomini, li circondò strettamente a tiro di fucile. Repente gli indiani, cavando il fucile di sotto le coperte, cominciarono una salva sulle truppe, che furono preso alla sprovvista. Ne segui una mischia sanguinosa. Quelli Indiani che non erano armati di fucile fecero uso dei coltelli o dei tomahawk (specie di scure). Il capitano Wallace che comandava un distaccamento di cavalleria fu ucciso da un colpo di tomahawk. Quattro o cinque soldati degli Stati Uniti rimasero uccisi, e più di quaranta rimasero feriti. Parecchi di questi morranno. Tra i feriti è il padre Crafts, prete. Rimossisi dal subitaneo ed inaspettato attacco, le truppe aprirono il fuoco, e tanto micidiali erano le scariche che gli Indiani furono quasi sterminati. Taluni riuscirono a fuggire, ma furono inseguiti tutta la notte. Le mitragliatrici Hotehkiss furono messe in azione, e aprirono un terribile fuoco sulle montagne al nord dove i fuggiaschi si erano ricoverati. Si calcola a 200 il numero degli Indiani uccisi» [Corriere della Sera, 2/1/1891].

Centoquaranta anni fa
Sabato 1° gennaio 1881. A Roma il re, la regina, i grandi dignitari dello Stato e i presidenti di Camera e Senato assistono alla gran serata di gala del teatro Apollo.

Centocinquanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1871. Alle quattro del mattino, Vittorio Emanuele, recatosi ieri per la prima volta a Roma dalla presa di Porta Pia, è di ritorno a Firenze. Riesce a presenziare al solito ricevimento di Capodanno a palazzo Pitti alle undici e, in serata, allo spettacolo del teatro della Pergola.
«Oggi alle ore 11 Pio IX riceve il Corpo diplomatico per gli omaggi di Capodanno. In proposito circola per la città la voce che, durante il ricevimento, il Papa avrebbe rilevato ad uno dei consoli presenti che ieri, per la venuta in Roma di Vittorio Emanuele, sventolava dal suo balcone sul corso la bandiera della sua nazione, concludendo: “È economico il doppio uso che si fa di quella bandiera, che serve per due sovrani”» [Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Vallardi].

Centosessanta anni fa
Martedì 1° gennaio 1861. «A Milano, da Pontaccio al ponte di porta Romana, pei navigli, iniziato esperimento di illuminazione pubblica con lampade a canfino, in sostituzione degli antichi fanali ad olio, e più luminose delle fiamme a gas» [Comandini, cit.].

«Ecco in quali termini lo Staatsanzeiger annunzia la morte del re Federico Guglielmo IV e l’esaltazione del re Guglielmo: “Pel corso di 3 anni, S.M. il re ha resistito con una rara forza agli effetti di una malattia organica del cervello, complicata con accessi poco intensi, ma replicati d’apoplessia. Sintomi d’irritazione cerebrale si presentarono ad intervalli più o men lunghi, indicanti i progressi continui della malattia e seguiti ciascuna volta da una permanente perturbazione delle funzioni della sensibilità, del movimento e della memoria. Il 24 dello scorso mese, alle 8 di sera, dopo che S.M. aveva già da più settimane mostrato una indifferenza inquietante per le persone che lo assistevano e provato una prostrazione e debolezza, maggiori del solito, ebbe un accesso di vomito violento che si ripetè la notte e il giorno seguente per ben tre volte; poi S.M. cadde in uno stato letargico da cui non doveva più risvegliarsi. La sera del 31 sopravvennero sintomi della paralisi de’ polmoni, e precedettero l’agonia, che durò sino alla mattina del 1° gennaio, 12 ore e 40 minuti, senza dolore e senza cognizione […] Il Paese vede sorgere con isperanza e fiducia il regno di S.M. il re Guglielmo I che Dio ha chiamato eccetera”» [Gazzetta Ufficiale del Regno, 1/1/1861].

A Gaeta, il re e la regina di Napoli ricevono i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme. Cerimonia ricca e fastosa, nonostante l’assedio.

Marco De Salvo, Pensieri gettati, tracce analogiche di un tecnico ravveduto, WriteUp Books editore, 2021

Per una scheda e un video sul libro vai a:

Pensieri Gettati, il libro

Pensieri gettati, il video

Scrive l’autore:

Il libro che voglio presentarvi è uno strumento per ritrovare pensieri che normalmente sfuggono nella frenesia della vita quotidiana. Pensieri che ci aiutano a dare un senso alla vita, una chiave di lettura per apprezzare gli infiniti stimoli in cui siamo immersi, senza rendercene conto.
Il titolo del libro è “Pensieri gettati“. Il sottotitolo è “tracce analogiche di un tecnico ravveduto“.

Quel tecnico sono io, Marco de Salvo.
Vi voglio raccontare in breve la mia storia, per accorciare la distanza con voi, per farvi vivere le emozioni che mi hanno spinto alla scrittura di questo libro.
Ho sempre avuto bisogno di spiegarmi il senso delle mie giornate, fin da giovane. Sentivo che la vita è molto più del trascorrere tempo a fare cose. Quelle cose erano le materie di cui sono appassionato, la scienza e la tecnologia. Esperimenti e ricerche per dimostrare il perché dei fenomeni, in modo razionale.
Ma non bastava, e quasi per caso mi sono imbattutto nella filosofia, una materia molto lontana dalla mia formazione, ma allo stesso tempo molto vicina alla ricerca di un senso della vita. Il titolo del libro nasce proprio da uno dei filosofi che mi hanno affascinato e accompagnato nel mio cammino di ricerca spirituale.
Al resto ci ha pensato la vita stessa, con le sue prove e i momenti di gioia e dolore.
Perché “tecnico ravveduto” vi chiederete. C’è una buona dose di ironia in questa frase, ma la sostanza è che non si può vivere pensando di spiegare tutto in modo razionale. Non tutte le nostre esperienze hanno una spiegazione logica. Certe cose succedono perché fanno parte di un disegno più grande di noi.
Ecco lo spirito con cui ho raccolto i miei pensieri tra passato, presente e futuro. Mettere a disposizione di tutti voi, un percorso durato anni, per trovare punti di contatto e aprire serrature nelle vostre esistenze. I pensieri sono una forma di energia da condividere, perché riescono a stemperare molte situazioni di blocco, di malessere, di disagio. Leggere un pensiero è come guardare una fotografia per ricordarci la nostra vera natura.
Nel libro Pensieri Gettati troverete numerose tracce, trascritte per voi nel corso degli anni, con lo stile di un viaggiatore che descrive il viaggio affascinante della vita quotidiana.
Mi auguro che questo libro vi faccia apprezzare la grande fortuna di vivere qui e ora. Che possa aiutarvi a ripercorrere i vostri pensieri, per trovare lo slancio a vivere meglio, in modo più consapevole, più “analogico”.
Fatevi un regalo per ritrovare i vostri pensieri smarriti. Oppure regalate questo libro alle persone che cercano risposte, che desiderano nuovi stimoli per crescere. Frequentare i miei pensieri sarà in ogni caso un’esperienza positiva.

link dell’editore: https://www.writeupbooks.com/

Giuseppe FIORELLO, Penso che un sogno così, Rai 1, 11 gennaio 2021

dall’ Ufficio Stampa della Rai:

Un viaggio intenso, profondo, a tratti ameno, a tratti toccante, che parte dal profondo Sud e attraversa l’Italia intera, che vola sull’infanzia, le origini, le vicende buffe, quelle dolorose e altre incredibili e divertenti. A compierlo Giuseppe Fiorello, protagonista della serata evento “Penso che un Sogno Così”, in onda lunedì 11 gennaio alle 21.25 su Rai1.
Sarà un racconto basato su temi universali come la famiglia, il lavoro, il progresso e l’immigrazione dei nostri nonni. 
In un “volo immaginario” Giuseppe Fiorello invita i protagonisti della sua vita ad uscire dalla memoria, li porta in scena e rende il pubblico partecipe di un emozionante gioco di specchi tra lui e il padre.
In parallelo, verrà raccontata la crescita musicale di Domenico Modugno che, con le sue canzoni, ha accompagnato la vita della famiglia Fiorello: ogni scena avrà infatti il suo sottofondo musicale. 
Sul palco, oltre ad un corpo di ballo straordinario, anche due musicisti d’eccezione: Daniele Bonaviri, uno dei più bravi chitarristi italiani e Fabrizio Palma, musicista e arrangiatore. 
Eleonora Abbagnato, Pierfrancesco Favino, Paola Turci, Serena Rossi, Francesca Chillemi e Rosario Fiorello accompagneranno Giuseppe Fiorello in questo racconto diventando parte integrante della narrazione, che scorrendo fluida e ritmata crea una magia inaspettata e coinvolgente.

“Questo ‘sogno’ che porto in televisione è un tracciato di quello che sono, è un tributo alla timidezza attraverso la quale vi farò vivere il mio rapporto con la vita, regalo una parte della mia famiglia e alla mia famiglia regalo quei silenzi di bambino ora decifrati e risolti. 
Attraverso le musiche di Domenico Modugno creo un filo conduttore tra lui e mio padre che è il vero protagonista di questa storia.
Per una questione fisica, di una somiglianza che a tratti sembra molto fraterna, dai baffetti allo sguardo, alla voce, e per velleità artistiche dell’uno e dell’altro, è un incrocio di vite, di destini, di passato e di futuro. Il racconto parte da molto lontano con un fatto apparentemente surreale sulla prima volta che da bambino ascoltai un brano di Modugno per via di un personaggio bizzarro del mio paese che mi volle regalare un suo disco, fino ad arrivare al presente mettendo in scena il tema del destino che volle mettermi di fronte ad una scena che per me sarebbe stata più che un lavoro… interpretare Modugno. Svelerò ogni paura, ogni istante di quei mesi in cui mi trovai davanti ad uno specchio a decidere se assumermi o meno quella grande responsabilità, e poi la prima volta che entrai a casa di Mimmo…
In scena si esegue un repertorio di brani molto vasto tra cui canzoni meno note, cantate e suonate dal vivo, si raccontano incontri importanti come quello con Pier Paolo Pasolini e si attraversano temi anche forti senza mai mettersi su una cattedra a spiegarne il metamorfico significato ma lasciando liberi gli spettatori di crearsi il loro immaginario.
Un racconto dedicato esclusivamente a mia madre Sarina, l’unico grande amore di mio padre”.
Giuseppe Fiorello

“Penso che un Sogno Così”
Prodotto da Friends & Partners e Ibla Film per Rai1
Ideato da Giuseppe Fiorello 
Scritto con Vittorio Moroni 
Regia televisiva di Duccio Forzano

VAI A RAI PLAY:

https://www.raiplay.it/video/2021/01/Penso-che-un-sogno-cosi-eb5d89ca-6942-4551-ac94-c1cac58b9b9f.html

Il governo fanfarone ci infligge i parenti, articolo di Diego Minonzio, in La Provincia di Como, 20 dicembre 2020

letto in edizione cartacea

cerca in:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/Editoriali/il-governo-fanfarone-ci-infligge-i-parenti_1380565_11/

E così, speravamo di avercela fatta. Ci eravamo illusi che la tremenda emergenza sanitaria avrebbe avuto almeno un aspetto non solo positivo, ma addirittura straordinario, salvifico, esaltante e su quel piccolo sogno covato per anni e anni e anni, senza poterlo mai mettere in pratica, ci eravamo cullati in queste settimane di attesa snervante, ma anche carica di aspettative.

A un certo punto, sembrava sicuro. L’occhiuto governo dittatoriale, autoritario e poliziesco che scruta nelle vite degli altri e le controlla e le determina e ci spoglia di ogni privacy, di ogni segreto e di ogni affetto aveva deciso che per quest’anno, almeno per quest’anno, ma chissà, magari anche per i prossimi, sarebbe stato vietato ospitare i parenti a casa. Che notizia meravigliosa. Che festa della liberazione. Che epifania nel senso più profondo della parola. Che svolta culturale, psicologica e addirittura antropologica, essere finalmente liberati dal giogo più giogo che c’è, dall’obbligo sociale più obbligatorio che c’è, quello di rivedere la famiglia dopo così tanto tempo, costringendo alcuni poveracci particolarmente sfortunati – come chi scrive questo pezzo – a lunghissimi, estenuanti e fantozziani viaggi oltralpe per andare a trovare la nonna e la bisnonna e la zia e i suoi fratelli e lo zio e le sue sorelle, oltre a mazzi, sacchi e sporte di cognati e cognate e oltre a vagonate di nipoti e nipotini di ogni ordine e grado, di ogni genere e modello, e a deliziarsi in lunghe giornate attovagliati con curiosi personaggi che non perdono mai occasione per motteggiare su “certo che voi italiani baffo nero e mandolino siete proprio pittoreschi”, “certo che voi italiani mangiaspaghetti”, “certo che voi italiani il canto e il ballo ce l’avete nel sangue”, “ma come gesticolate sempre voi italiani”, “ma Berlusconi è davvero il capo della mafia?” e altre piacevolezze del genere. Tutto vero.

Bene, almeno per quest’anno, tutto questo sembrava cancellato dall’impagabile trovata del Natale intelligente e uno già iniziava a baloccarsi con un’idea delle feste da passare solo con le persone più care, senza intrusi, senza assembramenti, senza cene e cenoni lunghi e bislunghi e senza brindisi e controbrindisi, magari per dedicare più tempo, per chi possiede questo dono, alla dimensione interiore, alla fede e alla preghiera, solo tu con i tuoi cari, carissimi e, quindi, pochissimi affetti. E invece niente. Il governo in carica, che tutti dipingono come dittatoriale, autoritario e poliziesco, si è invece comportato anche in questo frangente come il solito governo all’italiana, fanfarone, pasticcione e coperchione che, come sempre, è partito facendo il viso feroce e minacciando questo e quello e ululando che adesso basta, è arrivata l’ora del rigore e del sacrifico e del rispetto calvinista delle norme e delle regole e invece poi, al primo scricchiolio, ha iniziato, tra le risate di noi popolo bue, a svaccare su eccezioni, deroghe e, insomma, mettiamoci d’accordo, proprio come accadeva ai tempi del liceo, quando il supplente di greco entrava in classe tutto gonfio e tronfio che con lui non si scherzava e che nessuno pensasse di prenderlo sottogamba che altrimenti schiaffava qualcuno dal preside, ma che poi era costretto a darsela a gambe inseguito da pernacchie, gessetti, cancellini e smozzichi di focaccia rancida.

E così, venerdì a tarda ora, l’occhiuto e vaiato governo di cui sopra ha partorito il solito compromesso all’italiana, la solita furbata democristiana, cioè ti vieto, ma non troppo, ti impedisco di invitare chiunque a casa tua, ma fino a un certo punto, e così alla fine – una vera vigliaccata – ha stabilito che due, almeno due parenti, ma non di più, è permesso invitarli, anche se, a pensarci bene, gli under 14 sono esclusi dal conto e quindi vagonate e frotte e squadriglie di bambini sono pronte a invadere e distruggere la tua casa e la tua pace natalizia. In quel momento, in quel momento preciso, il sogno è finito. Loro arriveranno. Loro arriveranno lo stesso, pure quest’anno. Perché loro non si fermano. Loro arrivano comunque, con o senza Covid, e si stravaccano sul divano e iniziano a magnificare il loro ragazzo che è un genietto, mentre il tuo è un somaro patentato che sta rifacendo per la terza volta la quinta superiore, che la loro macchina nuova è una bomba, mentre la tua è la barzelletta del quartiere, che non se ne può più di questo virus, anche se fanno gli impiegati di concetto al catasto di Aci Trezza ed è sei mesi che lavorano (?) in ciabatte da casa senza aver perso un euro di stipendio, mentre tu è da aprile che aspetti il ristoro dall’occhiuto governo di cui sopra. Anche questo, tutto vero. E non è finita qui, visto che con loro, con i parenti, non è mai finita. Perché saremo anche obbligati a scegliere quali parenti far entrare in casa, scatenando quindi una nuova guerra di religione con figli e consorte: se inviti il cognato Piero, si offende il cognato Pino, se inviti il suocero Gino, si offende lo zio Tino, e quindi questo porterà a una selezione darwiniana del parentame senza mai dimenticare i più soli, ovviamente, ma anche quelli che pare ti abbiano già inserito nell’eredità – e questo è un argomento molto più valido rispetto a quello del parente solo… – quindi, si dovrà procedere a una rotazione, anche questa fantozziana, per dare soddisfazione a tutti. Te ne becchi un paio alla Vigilia, un altro paio a Natale e poi via così a Santo Stefano, a San Silvestro, a Capodanno, per finire in gloria con l’Epifania, che tutti i parenti si porta via, senza dimenticare sabati e domeniche.

Morale. Anche quest’anno, benché diluiti e sparpagliati – e a questo punto era meglio farsi del male in un colpo solo – lungo due settimane che minacciano di passare alla storia tra le più devastanti del dopoguerra, i tuoi parenti te li papperai tutti, ma tutti davvero. E non ci sarà più verso di scamparla, perché loro sì che sono molesti, invasivi e contagiosi, altro che il Covid…


d.minonzio

Diego Minonzio

per ricordare GIGI PROIETTI (2 novembre 1940- 2 novembre 2020), con un audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

Attore. Ha lavorato in teatro (A me gli occhi please), cinema (Febbre da cavallo, La Tosca), tv (Il maresciallo Rocca, L’ultimo papa re, Il signore della truffa e Una pallottola nel cuore.).

Da doppiatore ha prestato la voce a Robert De Niro, Dustin Hoffman, Charlton Heaston, Kirk Douglas, Paul Newman, Marlon Brando, Gregory Peck.

Nato a Roma, figlio di Romano (origini umbre, il maresciallo Rocca è ispirato a lui) e Giovanna Ceci, casalinga: «i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata» [Malcom Pagani e Marco Travaglio, Fat 4/8/2013].

«Facevo l’università, Legge, da fuori corso, e intanto guadagnavo lavorando la notte in un complessino. Alla fine del 1963 mi chiamò Cobelli che metteva in piedi con Maria Monti un cabaret alla tedesca e aveva bisogno di uno che suonasse e cantasse. Debuttai all’Arlecchino, l’attuale Teatro Flaiano, con testi di Flaiano, Arbasino e Vollaro, e rimanemmo tre mesi. Poi Cobelli mi chiamò per un’estiva, gli Uccelli di Aristofane. A fare l’Upupa eravamo candidati io e Piera Degli Esposti. La spuntai. Una botta di fortuna. Piovvero altre offerte.

Ci fu il periodo del teatro impegnato, Nella giungla della città di Brecht, Dio Kurt di Moravia». «Ho avuto inizi lunghissimi, ero antipatico per la mia pignoleria, studiavo i fiati sentendo Charlie Parker perché sono nato jazzofilo, avevo in odio il genere dialettale e popolaresco, facevo Gombrowicz, Moravia o la sperimentazione di Quartucci, poi mi chiamarono però a sostituire Modugno in Alleluja brava gente, m’accorsi che si poteva parlare a 1600 persone tutte assieme e allora mi misi in testa di fare un teatro d’autore e d’attore che arrivasse a molti: ci riuscii al Teatro Tenda con A me gli occhi, please, e lavorai anche con Carmelo Bene al Sistina.

Ma la televisione non funzionò: dicevano che ero bravo ma non “bucavo”, non passavo». Di una precisione quasi ossessiva, Vittorio Gassman lo definiva maniacale. «Per mettere a punto certe espressioni ci ho messo ore e anni di tempo. Dilato, asciugo, sfumo, rielaboro. La mia faccia è un grafico senza niente lasciato al caso. Calibro tutto perché mi veda bene anche lo spettatore dell’ultima fila. Devo parlare col corpo, col viso, con gli occhi.

Mi sento un artigiano». «Il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori» (Rodolfo Di Giammarco). «L’unica cosa che non sa o non vuole fare è scriversi i testi. I suoi mezzi sono sempre al servizio di altri autori: brandelli di classici, poesie, canzoni, barzellette» (Masolino D’Amico). «Non aspettava i compleanni per fare i bilanci. “Sono abituato a farli tutti i giorni, quando arrivano gli appuntamenti importanti li ho esauriti. Sa cosa rispondeva Anna Proclemer a chi le chiedeva: ‘Cosa serve per fare l’attore?’. ‘La salute’. È fondamentale, e deve funzionare la testa”» [Fumarola, Rep].

Da ultimo stava scrivendo un libro: «Titolo ’Ndo cojo cojo, fuori da ogni regola. Racconterò degli amici, della gente che ho incontrato» [ibid]. Era di sinistra: «Uno che è di sinistra, specialmente della mia età, rimane di sinistra. Una volta significava un’appartenenza e mi auguro che si ritorni a un rapporto più intelligente, più aperto, perché poi la sinistra si è chiusa. Sono di sinistra in maniera naturale, non potrei essere altrimenti anche se non sono d’accordo quasi mai con quello che fanno.

Quanto aveva ragione Nanni Moretti quando in Aprile diceva a D’Alema: “Dì qualcosa di sinistra”. Non la dicono mai» [ibid]. È morto alle 5.30 di questa mattina. Da 15 giorni era ricoverato a Villa Margherita, una clinica romana, per problemi cardiaci ma le sue condizioni si sarebbero aggravate nella serata di ieri. Al suo fianco le due figlie, Susanna e Carlotta, e la moglie Sagitta Alter.

vedi anche:

in https://teatroemusicanews.com/

vari VIDEO su youtube

https://www.youtube.com/results?search_query=gigi+proietti

SEAN CONNERY (1930 – 31 novembre 2020): Mi chiamo Bond … James Bond

Sean Connery (1930-2020). Attore scozzese. Il primo e più amato James Bond, personaggio che interpretato in sette film. Premio Oscar nel 1988 come migliore attore non protagonista per Gli intoccabili. «A 14 anni lasciò la scuola per fare il garzone del lattaio, a 18 si arruolò nella Royal Navy (poi lo rimandarono a casa per motivi di salute), a 19 era afflitto da precoce calvizie. Recuperò gli svantaggi molto rapidamente: facendo body building (che all’epoca si chiamava culturismo), partecipando ai concorsi per Mr. Universo, mettendosi il parrucchino in testa per dire “Mi chiamo Bond, James Bond”. Con risultati duraturi: nel 1999 fu eletto “uomo più sexy del secolo”. Nel mezzo, aveva fatto provini ed era stato scelto per il primo James Bond, Dr. No (per gli spettatori italiani Agente 007 – Licenza di uccidere). Contò più la prestanza fisica che la bravura d’attore. Lo dovettero rifinire un po’, era nato a Edimburgo in una famiglia modesta, anche l’accento lasciava a desiderare, e lo smoking bisogna saperlo portare. In cima alla lista dei rivali c’era Cary Grant, che non si voleva impegnare per un film avviato a diventare una saga, e si parlò perfino di Richard Burton» [Mancuso, Foglio]. Dopo Licenza di uccidere recitò in Dalla Russia con amoreMissione GoldfingerThunderballSi vive solo due volte. «Oltre che bello e fascinoso, però, Connery voleva essere bravo ed era deciso a non restare per sempre legato a un personaggio. Del resto si era già messo al sicuro lavorando, tra un Bond e l’altro, per registi come Alfred Hitchcock nel suspenser Marnie (1964) o Sidney Lumet, nel dramma militare La collina del disonore (1965). Dopo Si vive solo due volte decise di separarsi dal character con cui era ormai identificato: salvo riprenderlo, dopo il flop del suo sbiadito successore George Lazenby, in Una cascata di diamanti. Troverà miglior erede in Roger Moore (ma tornerà una volta ancora, ormai ultracinquantenne, a fare un ultimo Bond in Mai dire mai). […] Gli ultimi anni 80 sono un’altra età dell’oro per l’attore: nel 1986 è Guglielmo di Baskerville nella riduzione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco, parte che gli frutta il premio Bafta come miglior protagonista; l’anno seguente vince Golden Globe e Oscar all’attore non protagonista col ruolo dell’agente Jimmy Malone in The Untouchables – Gli intoccabili di Brian De Palma. Nel 1989 si diverte a interpretare il papà di Harrison Ford in Indiana Jones e l’ultima crociata di Spielberg. Il 1990 lo vede protagonista di due intrighi internazionali di grande successo: Caccia a Ottobre Rosso e La casa Russia (dove l’età non gli impedisce di flirtare con Michelle Pfeiffer; come, più tardi, con l’ancora più giovane Catherine Zeta Jones in Entrapment)» [Nepoti, Rep]. Annunciò il ritiro da cinema nel 2003, dopo La leggenda degli uomini straordinari. «Era una self made star, impegnato anche nella battaglia per l’ambiente e per l’indipendenza scozzese e sul braccio aveva il tatuaggio “Scotland forever”. Nella vita privata sono prepotentemente entrate due donne, nel ’62 l’attrice australiana Diane Cilento da cui ha avuto il figlio Jason, anch’egli attore, e nel ’75 si è risposato con la pittrice Micheline Roquebrune» [Porro, CdS]. «Non si era più visto in giro da quando si era rifugiato con la seconda moglie in una isoletta delle Bahamas, scampando all’uragano Dorian e godendo il suo patrimonio che i ficcanaso hanno calcolato in 266 milioni di dollari. L’amico di sempre, Michael Caine, 88 anni, aveva allegramente comunicato tempo fa che quel mito Anni 60 e oltre era andato via di testa» [Aspesi, Rep]. Ieri la moglie ha confermato al The Mail on Sunday che soffriva di demenza senile. Morto nel sonno nella sua villa alle Bahamas.

Carlo Ferrario, Un comasco irregolare – a cura di Fabio Cani e Gerardo Monizza NodoLibri Editore, 2020

vai alla scheda dell’editore

Carlo Ferrario – autori-vari – NodoLibri – Libro NodoLibri Editore

[“Carlo Ferrario. Un comasco irregolare” (a cura di Gerardo Monizza e Fabio Cani), NodoLibri Como]

Carlo Ferrario (1931–2019) è stato uomo di cultura dalle molte sfaccettature: letterato, prosatore, oratore, polemista, artista (nel suo genere), conoscitore delle arti, musicista, critico musicale, compositore… È stato anche e soprattutto cittadino della sua città, Como. Per ricordare – e giammai celebrare – Carlo Ferrario si è voluto chiamare a raccolta un buon numero di amiche e amici, venti dei quali hanno accolto l’invito a scrivere un ricordo o a portare una testimonianza. Questo libro non racconta un solo Ferrario, ma i tanti Carlo che si sono offerti al pubblico o agli amici. Senza avere le pretese di un saggio critico, queste pagine sono un omaggio perché la figura e l’opera di Carlo Ferrario restino nella memoria della città.T

Testi e testimonianze di

Ivano Alogna, Maria Giovanna Arnaboldi, Giuseppe Battarino, Gisella Belgeri, Mario Bianchi, Mario Botta, Alessio Brunialti Griffani, Fabio Cani, Francesca Cattaneo, Enrico Cavadini, Giorgio Cavalleri, Giuliano Collina, Mario Di Salvo, Paolo Ferrario, Vincenzo Guarracino, Stefano Lamon, Gerardo Monizza, Lorenzo Morandotti, Luigi Picchi, Federico Roncoroni

Elenco delle opere musicali e letterarie [http://www.nodolibrieditore.it/…/carlo-ferrario…][

https://www.amazon.it/dp/8871853288]

4 novembre 2020

il ricordare è importante: è mancata Vittoria Baseggio Oddini. è stata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuola regionale per Operatori Sociali del Comune di Milano

Messaggio di Milena Diomede Canevini:

Con profonda commozione comunico che il 18 ottobreèmancata Vittoria Baseggio Oddini, cara generosa amica e collega per tanti di noi.

Vittoriaèstata fra le prime docenti di servizio sociale, monitrice per anni nella Scuola ENSISS di Milano, vice direttrice e poi direttrice nella Scuolaregionale perOperatoriSociali del Comune di Milano.

VittoriaBaseggioha accompagnato con intelligente e costante impegno lo sviluppo del serviziosociale e della professione in tutti i servizi sociali della Lombardia, ha curato lo sviluppo teorico e l’insegnamento della ricerca del e nel servizio sociale;ha curato la qualità e la valorizzazione dei tirocini nella formazione degli studenti.

RicordiamoVittoria sempre presente, sempre disponibile nel suo tratto riservato, discreto, signorile; sempre disposta a collaborare, a mediare, a conciliare difficoltà per tentare nuovi itinerari.

Le siamo grati per ciò che ha fatto e per quanto ci hadonato, ma la ricordiamo anche per la sua capacità di far tornare i conti…

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Eppure il vento soffia ancora. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer, di Piero Ruzzante, Antonio Martini, Utet editore, 2020. Indice del libro

Il sentimento che scaturisce dalla lettura è di commozione. La stessa commozione di quelle migliaia di militanti che in piazza, quel 7 giugno 1984, si rendono conto della tragedia che si sta consumando. Il libro affronta la vita di Berlinguer suggerendo tesi storiografiche innovative, come quando ipotizza che l’incidente automobilistico subito di Sofia nel 1973 giocò un ruolo determinante nell’elaborazione del compromesso storico.  Oltre Berlinguer il campo progressista si è un po’ perso. Si sente il bisogno di tornare su quei passi, per studiarli e trarne insegnamenti.  Il libro che Piero Ruzzante ha scritto insieme ad Antonio Martini e ha da poco pubblicato per Utet (Eppure il vento soffia ancora) non è un saggio su Enrico Berlinguer. È un diario, un album di memorie, individuali e collettive, che ripercorre con grande rigore, ora dopo ora, gli ultimi giorni della vita del segretario comunista.

Berlinguer incarnava la diversità comunista

LORETTA GOGGI PIANGE PER LA DEDICA DEI 60 ANNI DI CARRIERA DA PARTE DI CARLO CONTI, A TALE E QUALE – 25 settembre 2020

vai a RayPlay https://www.raiplay.it/video/2020/09/Tale-e-Quale-Show-seconda-puntata-25-settembre-2020-5378ab9a-6908-4e38-958d-c3bb18cf95ef.html

vai a Corriere della sera

https://video.corriere.it/spettacoli/loretta-goggi-lacrime-tv-tale-quale-show-si-commuove-quando-vede-immagini-marito-gianni-brezza/222fc7a2-ffd0-11ea-a637-26d219cb3ec9

“problemologi” e “soluzionologi”, storica vignetta di QUINO (Joaquin Salvador Lavado Tejon, 1932-2020)

Quino (1932-2020) (Joaquín Salvador Lavado Tejón). Fumettista. «Particolare che un autore con più di mezzo secolo di gloriosa attività venga ricordato grazie a un personaggio che lo ha impegnato per nove anni. Eppure, aggiungendo al nome Quino quello di Mafalda, la ragazzina arrabbiata (giustamente) con il mondo, tutto si fa più chiaro. E così è stata annunciata la sua morte, avvenuta ieri a 88 anni a Buenos Aires, sui siti web di mezzo mondo. Eppure Joaquín Salvador Lavado Tejón, fin da piccolo chiamato in famiglia Quino (per non confonderlo con uno zio disegnatore per la pubblicità), ha davvero creato migliaia di personaggi, quasi tutti anonimi, spesso capaci di comunicare la filosofia del proprio autore senza usare la parola. Era nato a Mendoza nel 1932, figlio di spagnoli in una provincia piena di immigrati. La sua infanzia era stata funestata dalla morte della madre quando aveva 13 anni e del padre tre anni dopo. Ma fin da piccolo aveva subito chiaro il suo destino: avrebbe raccontato la vita attraverso i disegni. Se a quattordici anni aveva avuto la sua prima soddisfazione vendendo un suo fumetto pubblicitario, la svolta l’ebbe a Buenos Aires a ventitré anni quando cominciò a pubblicare regolarmente le sue vignette. Nel 1962 viene organizzata la sua prima mostra e l’anno successivo è quello della consacrazione: esce il primo libro, dal titolo Mondo Quino, e nasce Mafalda. Mondo Quino è il prototipo di tutto quello che il grande maestro argentino avrebbe fatto nella sua vita, riuscendo a descrivere il potere in mille maniere diverse, ma sempre sorridendo e mettendosi dalla parte di chi lo subisce. Nella copertina dell’edizione argentina c’è un re che sul trono (guardandosi intorno per non essere scoperto da nessuno) rammenda il calzino che ha al piede. Nelle pagine interne la meraviglia di un autore che ti spiazza sempre mostrando, oltre alle assurdità del potere, quelle delle abitudini quotidiane, dell’assuefazione al consumismo e alla povertà altrui. Meravigliosa la vignetta in cui il solito signore qualunque trova per la strada non un mendicante con il violino, ma un’intera orchestra che chiede le offerte con decine di cappelli sul marciapiede. E poi arriva Mafalda, la cui storia è ben nota.
Creata per la pubblicità della Mansfield, una marca di elettrodomestici, avrebbe dovuto essere la bambina con tante idee per migliorare il mondo (proprio attraverso l’uso di aspirapolveri e lavatrici). Ma la proposta non andò a buon fine. Quino rimase con alcune strisce nel cassetto fino alla loro pubblicazione su un supplemento umoristico argentino. Fu un successo immediato e la ragazzina venne richiesta da periodici sempre più importanti fino alla prima trionfale raccolta del 1966: esaurite cinquemila copie in due giorni. Da allora la popolarità di Mafalda ha raggiunto mezzo mondo. Nel ‘69 Bompiani la fa esordire da noi con il titolo Mafalda la contestataria e la prefazione di Umberto Eco, che scrive: “In Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta, che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi, di un’asma intellettuale da fungo atomico”. E Quino era d’accordo con lei, a favore della contestazione, tanto che arrivò per la prima volta a Parigi nel maggio del Sessantotto per stare dalla parte dei manifestanti. E c’è tornato due anni dopo per rivivere quei giorni. Venuto a Milano conosce l’argentino Marcelo Ravoni della Quipos che diventa il suo agente, come lo era di Mordillo e di Altan. E anche grazie a lui Mafalda diventa un personaggio simbolo, nei libri Bompiani e sul Mago di Fruttero e Lucentini. Spesso paragonata ai Peanuts , la striscia di Quino era però totalmente diversa. I bambini facevano da contraltare ad un mondo adulto indifferente e qualunquista, con Mafalda che davvero si indignava per tutte le ingiustizie che scovava anche nella sua semplice vita quotidiana. Eppure, nove anni dopo il suo esordio, Quino decise di chiudere con lei. Proprio quello che tanti autori avrebbero desiderato, cioè il successo mondiale, l’aveva stancato. Preferiva riprendere le sue strisce senza personaggi fissi, pubblicate con successo in libri come Lei non sa chi sono io!Peccati di gola e Uomini si nasce.
Nel 2008 avrebbe dovuto venire a Romics a ritirare il premio alla carriera ma il suo dottore gli vietò l’ennesimo lungo volo. Partecipò comunque con una lunga telefonata in cui gli venne chiesto quale fosse la sua striscia che amava di più. Dopo un po’ di silenzio raccontò quella in cui la padrona di casa raccomanda alla domestica di pulire tutto il suo salotto dopo una festicciola. Ci sono posaceneri, bicchieri dovunque e, appesa alla parete, la riproduzione di Guernica di Picasso. La domestica chiede: tutto tutto? La padrona risponde di sì, e alla fine è tutto a posto davvero: anche il caos di Guernica e di Picasso» [Luca Raffaelli, Rep].

Paolo Conte, Via con Me (2020), di Giorgio Verdelli – CinemaItaliano.info

… Verdelli ha attinto all’immenso patrimonio dell’archivio personale di Conte, dalle riprese dei tour internazionali alle tante occasioni di una carriera assolutamente unica. Il film si inoltra nel labirinto delle sue canzoni, anche quelle scritte per gli interpreti più diversi (da Adriano Celentano a Enzo Jannacci, passando per Jane Birkin, Caterina Caselli e Bruno Lauzi …

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https://tinyurl.com/y4wm9v6w

Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni)

Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni). Fumettista. Vignettista. Autore satirico • «Il papà della Pimpa, il personaggio a fumetti più amato d’Italia, dai bambini tra i 2 e i 5 anni» (Marco Belpoliti, La Stampa, 16/3/2010) • «Dal 1974 collaboratore di Linus, L’Espresso, Panorama, La Repubblica, si è dedicato soprattutto al fumetto (Trino, 1974; Pimpa, 1975; Ada, 1978; Colombo, 1979; Macao, 1984), raggiungendo i migliori risultati con le vignette satiriche di Cipputi (1979), nelle quali l’omonimo operaio metalmeccanico commenta con spirito caustico i temi dell’attualità politica e sindacale del paese» (Treccani) • «Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”» (Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, 3/6/2014) • «Altan non va in televisione, Altan non appare quasi mai e questo ha creato intorno ad Altan un alone di leggenda. Ma Altan detesta gli aloni» (Stefano Benni) • «Un poeta solitario» (Enzo Biagi) • «Una sagacia appartenente all’altro mondo» (Oreste del Buono) • «Il grande sovrintendente all’anagrafe delle avventure» (Paolo Conte) • «Un genio. Ogni volta mi stupisco delle sue trovate, mentre altri disegnatori spesso mi colpiscono per la modestia e la banalità… È un artista popolare, pur essendo raffinatissimo» (Giorgio Bocca) • «Il disegnatore Altan, l’eccelso battutista Altan, il politologo Altan, il critico del costume Altan (eccetera eccetera: bisognerebbe aggiungere il filosofo, lo psicologo, l’editorialista, il sociologo e ancora altro), insomma, Altan e ci siamo capiti, è uno della vecchia guardia. Come direbbero oggi i pensatori politici più attrezzati, un oltranzista, un massimalista. Oppure, semplicemente, un comunista. Un tipo misteriosamente fuori moda» (Edmondo Berselli) • Campionario di sue battute: «“Quest’anno facciamo la partenza intelligente?” “Perché, tu non vieni?”», «“Lei è un coglione?” ”Maledizione, c’è una fuga di notizie”», «“Papà, mi suicido”. “Non fare il moralista, spara agli altri”», «“Ancora violenza su donne e bambini” “E con chi dovrebbero sfogarsi, con i panda e le foche monache?”», «Mi vengono in mente solo idee che non condivido», «Nel campo del virtuale noi della old religion abbiamo un know-how che la new economy se lo sogna» • «Non c’è giorno che io apra Twitter e non trovi una sua vecchia vignetta pubblicata da qualcuno per dire qualcosa sul presente. Ogni suo lavoro s’attaglia perfettamente all’attuale. “Questo la dice lunga sull’attuale”» (Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 27/7/2020).
Titoli di testa «Altan detesta parlare di Altan? “Una delle più grandi sofferenze della mia vita l’ho provata l’anno scorso, quando mi sono ritrovato a dover parlare di me davanti a una telecamera, per un film che è stato fatto sulla mia storia”» (ibidem).
Vita Figlio di Carlo Tullio-Altan, insigne antropologo, grande intellettuale liberale, impegnato nella Resistenza, e di sua moglie Nora • «Mia madre era dolce e mio padre severo. Con me giocava poco e aveva idee precise su quel che si dovesse o non si dovesse fare» (a Pagani) • «Com’era il suo rapporto con suo padre? “Abbiamo vissuto insieme solo nella primissima infanzia, anche se era molto preso dal suo lavoro”» (Simonetta Fiori, Robinson, 12/10/2019) • «Mio padre era tecnicamente incapace di leggere i fumetti, non riusciva a spostare l’occhio dal fumetto alla figura. E da bambino me ne aveva proibito la lettura durante l’anno scolastico: allora era considerato un genere diseducativo» (ibidem) • «E lei rispettava il divieto? “Non proprio. Una volta, in una grande casa a San Vito, ci fu un incendio. I miei corsero a svegliarmi alle sei del mattino, preoccupati che le fiamme si propagassero, per portarmi via. Aprirono la porta e mi trovarono con la testa ficcata nelle pagine di un fumetto”. Quale? “Non ricordo precisamente, ma io leggevo Piccolo sceriffoPecos BillGim Toro, quegli album a strisce piccoline di cui ora mi sfugge il nome. Avevo amici più grandi che li compravano per me in paese. E io, per non farmeli beccare, li nascondevo in giardino”» (Nicola Mirenzi, Huffington Post, 12/11/2019) • Francesco è pigro fin da giovane. «Pensi che una volta, da piccolo, volevo imparare a suonare. Mia madre me lo sconsigliò fortemente, mi disse ma no, ché il giorno dopo ti stufi» • «A 7 anni sognavo di essere ingegnere navale: mi ero innamorato di un’illustrazione. La prua di una gigantesca nave di ferro. Stava sulla Treccani» • «“E poi quando ero giovanissimo mi ero messo in testa che sarei morto a 28 anni in una pescheria di Rotterdam […]”. Scusi, perché una pescheria? Poi a Rotterdam! “Non ne ho la più pallida idea”» (Fiori) • Nel 1950 i suoi genitori si separano: lui rimane con la mamma. «“Un giorno facemmo le valigie e partimmo per Bologna. Avevo annusato l’atmosfera, ma nessuno mi disse né mi spiegò niente. All’epoca l’addio tra moglie e marito si gestiva male”. Fu traumatico? “Abbastanza. Arrivammo a fine novembre. La nebbia era nebbia e il freddo, un freddo porco. Dalle finestre si vedevano ancora i palazzi distrutti dai bombardamenti. Sembrava Guernica. Tubi, appartamenti sventrati, tetti crollati. Bologna, con il tempo, si è fatta amare molto. Ci ho vissuto fino ai 19 adorando le sue piazze, tifando per la sua squadra di calcio e sentendola sempre una seconda patria. Il ricordo casalingo di mio padre invece è fermo agli 8 anni, a una visita sporadica e a qualche vacanza estiva”. Il disegno è un riflesso della solitudine? “A 14 anni volevo fare il pittore. Mio padre mi dissuase: ‘Fai il liceo, poi deciderai’. In verità non ho mai scelto una mia strada. Mi sono fatto guidare dalle correnti. All’inizio degli anni ‘50 la tv non c’era e le alternative erano poche. Si disegnava e si leggeva creandosi la propria mappa un libro dopo l’altro”. Ha letto molto? “Esisteva il dovere di leggere ed era una fatica. Il punto di rottura fu L’uomo senza qualità di Musil. Era estenuante e mi fermai al primo volume. Cominciando a scegliere da solo, senza imposizioni, conobbi finalmente anche il piacere. Il meccanismo perfetto dei gialli di Dürrenmatt o Le Carré. L’umorismo un po’ amorale degli inglesi. Una goduria”» (Pagani) • «Ha avuto grandi maestri? “No, ma un paio di professori del liceo li ricordo ancora”» (Sciandivasci) • «Iniziò alla fine dei’60 su Playmen e già all’epoca, con piglio da Wodehouse, ritraeva mostri, satrapi, cialtroni e disgraziati. Donne travestite da sirene, impegnate a cantare con il timbro del cinismo: “Io son disposta a tutto, basta che sia alto, bianco, serio, biondo, innamorato e ariano”. Farfalle in volo allusivo: “Sul serio credevate che gli entomologi ci rincorressero per le bellezza delle nostri ali?”. Affreschi di naufraghi che ballano porcini all’immorale ritmo della perdita di sé: “Babbo, vado in tv”. “Allora non ho vissuto invano”» (Pagani) • I primi passi li muove in Brasile. «Arrivai a Rio la prima volta nel 1967, insieme a un amico che doveva realizzare per conto della Rai un film sulla musica popolare brasiliana. Avevo 25 anni, studiavo ancora Architettura a Venezia. Ci tornai poco dopo con Gianni Amico per girare un altro film, Tropici, storie di migranti dal Nordest verso San Paolo. Insieme all’attore Joel Barcellos, scrissi una favola che non aveva riferimenti alla realtà. Ne scaturì un film, Tatu Bola. Facevo di tutto: l’autore, lo scenografo, il tecnico dei suoni. Rimasi in Brasile da clandestino. Non avevo il permesso di soggiorno ed ero costretto a lavorare in nero. Disegnavo per un foglio satirico, ma senza figurare. Il giornale si chiamava Pasquim, era l’unico libero in tempi di dittatura: l’informazione passava nella forma indiretta della satira. Ogni tanto i censori se ne accorgevano e qualche redattore finiva in galera. A quel punto mi chiamavano a dargli una mano. Disegnavo vignette surreali, affidate solo all’immagine. Vivevo là come se ci fossi nato. Dopo un paio d’anni, sognavo in portoghese. Stavo bene, perché mi sentivo a casa. O forse perché non ero a casa» • «Ho vissuto a lungo in Brasile, lì ho cominciato a lavorare, ho conosciuto e sposato mia moglie, è nata mia figlia» (alla Sciandivasci) • Nel 1975 torna in Italia e, per il Corriere dei Piccoli, crea la Pimpa. «“Abitavo a Milano, in una casa in periferia. Ho fatto vedere all’agenzia con cui lavoravo, e ancora lavoro, Quipos, i disegni, un paio di prove su carta millimetrata. All’inizio non piacevano, poi il Corrierino le ha prese, e ho iniziato a disegnarle con cadenza settimanale. Nei primi sette anni il mio personaggio è cambiato parecchio: era un disegno selvatico” Ma Armando, chiedo, è un padrone o anche un padre per la Pimpa? Loro due sono una famiglia senza esserlo, non è vero? “Il rapporto tra Armando e Pimpa è il rapporto ideale tra padre e figlia”, mi risponde. Certo, è così. Nel fumetto iniziale Altan ha trasposto il rapporto con sua figlia, Chicca, di due anni e mezzo. “Armando, mi spiega, viene dal Walter Chiari dei fratelli De Rege”. Ma ricorda anche il Signor Bonaventura, un personaggio positivo: buono, accomodante, disponibile, padre ideale, un padre-nonno» (Belpoliti) • «All’inizio i veri lettori della Pimpa sono gli adulti; loro fungono da mediatori con i bambini, che non sanno leggere, quando questi cominciano a prendere in mano le storie e le guardano. C’è una generazione-Pimpa: dura tre o quattro anni, poi passano ad altro, ma non la dimenticano certo. L’età dei miei lettori varia dai due anni ai cinque-sei. Quando vanno a scuola cominciano a leggere altre cose. E quando disdicono l’abbonamento scrivono per scusarsi» • «Il disegno della politica è stata una passione o un dovere? “Non è stata né una passione, né un dovere: ci arrivai perché il mio agente, dopo che avevo già cominciato a pubblicare per Linus, quando ancora vivevo in Brasile, mi presentò al direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, il quale mi domando: ‘Le andrebbe di occuparsi di politica e attualità?’. Risposi: ‘Perché no?’”» (Mirenzi) • «Cipputi è nato da solo, tra gli altri personaggi delle mie vignette. Tra le madri e i figli a un certo punto è spuntato lui, e si è preso un certo spazio» • «Lei li ha conosciuti bene gli operai? “In fabbrica, li ho incontrati una volta sola: a Roma, alla fine degli anni Sessanta. C’era uno stabilimento occupato, che era diventato la meta di pellegrinaggio di tutte le forze extraparlamentari d’Italia. Ciascuna portava il proprio messaggio rivoluzionario, mentre quelle persone avevano ben altri problemi per la testa. Mi sentii in imbarazzo, perché non avevo nessun titolo per fare quel tipo di discorsi”» (Mirenzi) • «Il talento rende liberi? “Non so, io sono stato fortunato. Ho cominciato a fare questo mestiere per caso, ai giornali chiesi subito se avrei potuto disegnare quello che volevo, e non su commissione: mi dissero di sì. Diversamente non credo che ce l’avrei fatta. So di miei colleghi che devono aspettare le sei della sera per sapere cosa disegnare. A me non capita, sono libero dal ‘tema del giorno’”» (Sciandivasci) • «Ha mai pensato di trasformare un classico in un fumetto? “No, non è il mio mestiere. Dovrei restare fedele alla storia scritta da qualcun altro e io ho sempre lavorato per rovesciare gli schemi. Prima di tutto i miei”. Viene prima il disegno o il testo della vignetta? “All’inizio mi capitava di fare un disegno e domandarmi cosa potesse dire quel soggetto specifico. Adesso no, viene prima il testo. Ho comunque imparato che su una storia non c’è modo di esercitare alcun controllo”. Lo dicono tutti gli scrittori: le mie storie hanno vita propria, vanno da sole. Ho sempre pensato che lei fosse prima di ogni cosa uno scrittore. “Non lo so. Quando lavoravo a storie lunghe, o scrivevo una sceneggiatura, dopo i primi due capitoli abbozzavo sempre un finale: mi serviva a esser sicuro di andare da qualche parte” E come andava a finire? “Mi ritrovavo altrove. Sempre”. È molto romantico. “È il piacere di fare questo lavoro”» (ibidem) • «Qual è la sua vignetta più famosa? “Forse, quella che feci quando vinse Silvio Berlusconi nel 1994. Uno dice: ‘Poteva andare peggio’. E l’altro risponde secco: ‘No’”» (Mirenzi).
Vita privata «Stanno insieme da quasi cinquant’anni, Mara Chaves e Francesco Tullio Altan. Estroversa, morbida, ridanciana Mara, con la sua fluente parlata brasileira; riservato ed essenziale Checco, amante della sintesi nella vita come nelle vignette» (Fiori) • Racconta lui: «La prima volta che provai a conquistarla con un mio disegno, sfiorammo la rottura. Ritrassi un omino piccolo e brutto, in mano aveva un uovo. Mara non capì e si arrabbiò moltissimo». Racconta lei: «Eppure adoravo il tuo umorismo nero» • Vivono ad Aquileia, in una casa in campagna lasciatagli in eredità dal padre. La figlia si chiama Francesca, detta Chicca.
Politica Si considera ancora di sinistra, va sempre a votare, ma non è mai stato iscritto a nessun partito: nemmeno al Pci. «Con una sola eccezione. Avevo 16 anni e il circolo monarchico organizzava festine niente male» • «Adoro i referendum: si vota ma non si elegge nessuno».

“Io ENNIO MORRICONE sono morto … “, 6 lug 2020

“Io ENNIO MORRICONE sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino ed anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti.
Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita.
C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare.
Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e con la mia famiglia gran parte della mia vita.
Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene.
Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, alla mia nuora Monica, e ai miei nipoti, Francesca, Valentina, Francesco e Luca.
Spero che comprendano quanto li ho amati.
Per ultima Maria (ma non ultima). A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare.
A Lei il più doloroso addio”.

 

da Morricone si era già scritto il necrologio: a mia moglie l’addio più doloroso

Paolo Ferrario: schede per la presentazione del libro: DUCCIO DEMETRIO, INGRATITUDINE, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016. Libreria UBIK, Como, 28.3.2017

intervista di Paolo Sorrentino a PAOLO CONTE, in Vanity Fair, 26 mag 2020

Paolo e Paolo
Vanity Fair
Mio padre lavorava in banca e amava sedersi al piano e suonare a orecchio. Solo allora, diventava leggero. Paolo Conte, ai miei occhi, incarna il padre che non ho più da molti anni. Bellissimo e appartato, sornione e ironico, tenero e scettico, lo spettacolo è una forma della riservatezza, le parole una forma del funambolismo. Ho accettato incautamente di occuparmi di un numero di questo giornale solo perché avevo un obiettivo chiaro: arrivare a conoscere Paolo Conte. Per poter ricordare ancora, dopo tanti anni, in modo più limpido, mio padre.
Da qui, nasce questa intervista. Spero che Paolo Conte possa perdonare le mie domande sciocche e pedanti. Lo sono, perché le mie sono domande da fan. E i fan, a volte, pongono domande sciocche, insistenti, inutili, fastidiose, banali. I fan pongono domande irrilevanti perché, spesso, sono obnubilati dall’idolatria. Io sono un fan di Paolo Conte. Dunque, cominciamo.Mi piacerebbe chiederle qual è stato il suo primo amore. E, se non lo ricorda, qual è il primo che ricorda?
«Lascio alla sua meditazione di artista e di uomo sensibile e vissuto questa piccola cabala! “Non è forse vero che tutti gli amori di una vita sono dei primi amori?”. Mi interesserebbe una sua risposta. Comunque la mia canzone L’ultima donna dice, alla fine “un giardino ci sembrerà, sì, proprio l’ultimo approdo di terra l’ultima donna sarà, l’ultima donna sarà”».
Se anche trovassi un’acrobatica risposta, essa non sarebbe mai in grado di competere con il verso di una sua canzone. Sfuggo ponendo un’altra domanda: cosa sarebbe stata la sua vita se non avesse avuto un lungo matrimonio? Cosa sarebbe stata la sua vita immaginando mille, fugaci avventure amorose, tra solitudini, concerti, gocce di pioggia a rigare i finestrini dei taxi e passeggiate notturne di ritorno in alberghi destinati a essere dimenticati?
«Non saprei cosa rispondere. Del resto, sa, ci sono stati anche quelli che a un certo punto della vita si sono fatti preti…».
La vita non vissuta, dunque immaginata, i complessi che ci hanno abitato, gli status che non ci hanno mai riconosciuto o che non ci erano consentiti, tutto questo può essere il motivo o il motore dell’atto creativo? L’atto creativo non le appare, alle volte, una volontà di rivalsa? Una rimonta verso ciò che non siamo stati? Oppure lo sfogo creativo è solo l’opportunità giocosa, disincantata, di vivere vite che non abbiamo avuto il tempo di vivere?
«Per me vale la sua seconda opzione».
Io penso che il complesso della produzione artistica di un autore sia il risultato del suo universo poetico. A volte, quell’universo poetico è striminzito, o forse è il risultato di un’unica intuizione, allora si hanno autori di un solo film, una sola canzone, un solo libro. Ma il suo universo poetico, alla luce di tutto quello che ha creato, è vastissimo. Lei, a volte, ha elencato nelle interviste alcune delle stelle di quel suo universo: il jazz, suo zio, i fallimenti che curava quando era avvocato, il dopoguerra, l’America, l’amicizia, il mistero del femminile. Secondo me, però, non ha detto tutto. Sono sicuro che c’è dell’altro, per giustificare la lunghissima sequenza di capolavori che lei ha inanellato. Quali sono le altre costellazioni del suo universo poetico che ancora non ci ha detto? Perdoni questa mia domanda disinvolta, non voglio forzare gli angoli più lontani, quelli del pudore, o del dolore.
«Mi prende in un momento in cui non ho più voglia di scrivere (mi è già successo in passato) e mi rifugio nell’alibi del tutto quel che mi passava per la testa ormai l’ho scritto. Ho sempre evitato l’autobiografia in sé, che non mi piace neanche negli altri artisti. Qui si sarebbero annidate sensazioni più estreme, che forse in qualche canzone ho appena sfiorato».
Ricorda una faccia, tra le migliaia in mezzo al suo pubblico, che non ha più dimenticato? E, se sì, che gioia che sarebbe per me se me la descrivesse.
«Magari vado un po’ fuori tema, ma le racconto questo aneddoto. Per diversi anni, in Francia, mi sono esibito al prestigioso Festival di Ramatuelle. Una sera tra gli spettatori, c’era la grande attrice e cantante Juliette Gréco. L’avevano piazzata in platea in prima fila, per cui io seduto al piano le ero completamente invisibile, al massimo poteva vedere i miei piedi e qualche volta le mani quando le lasciavo pendere al di sotto della tastiera e “fingevo di dirigere la mia orchestra”. Quando, finito il concerto, ci siamo salutati, mi ha voluto esprimere le sue impressioni. Mi dice “Quel geste! Énergique et tendre!”. E poi, con un’esitazione molto francese, quasi un sospiro, aggiunge “…un homme…”».
«Non tutti i giorni ci si può svegliare ridendo, come diceva quel tale in coma». Questo è il mio incipit preferito di un romanzo, Il fratello italiano, di Arpino. Per me potrebbe essere stato anche l’incipit di una sua canzone. Proprio come in un suo testo, questa frase contiene tutta la forza dell’ironia e la potenza dell’ineluttabile. Quando concepisco un film, mi arrovello sugli incipit fino a non prendere sonno. Essi determinano, per me, l’esito del resto. Devono sbalordire. Forse sono infantile, ma allora lo era anche Flaubert, che diceva più o meno: «Il lettore deve chiedersi, in relazione allo scrittore: ma come ha fatto?». Ascoltando gli incipit di testi di sue canzoni come Diavolo RossoSparring PartnerDancing («C’è stato un attimo che tu mi sei sembrata niente», che inarrivabile meraviglia!) mi sembra che anche lei, con l’attacco dei testi, voglia sbalordire. E noi lì a chiederci: ma come ha fatto?È d’accordo o sto farneticando?
«Sì, l’incipit è un pezzo di bravura. Gliene aggiungo altri due miei, modestamente: uno è “Aeronautico è il cielo” (da L’ultima donna) e “Farà piacere un bel mazzo di rose e anche il rumore che fa il cellophane” (da Bartali)».
Ci sono incipit di romanzi che l’hanno attratta per sempre? Fino a ricordarli a memoria?
«Di romanzi non ho memoria, qualche verso di poesia (La pioggia nel pineto – D’Annunzio; La cavalla storna – Pascoli)».
Chi o cosa le manca? Voglio dire, cosa è svanito del passato che vorrebbe ancora con sé?
«Mio padre che mi paga un caffè al bar e vederlo che lascia sul bancone cento lire».
In questo periodo letargico sento diverse persone che mettono ordine nei cassetti. Molto di quello che esce era stato dimenticato. E spesso non vale la pena ricordarlo. Vale anche per lei? E cosa trova in fondo ai suoi cassetti?
«Sono un po’ animista, conservo di tutto, un cordino, un mozzicone di matita… Niente di sentimentale, ma qualcosa di sacrale».
Lei ha detto una frase per me luminosa. Ha detto: «Di solito, si ha paura di essere incompresi. Io ho paura di essere compreso». La irrita quando provano a spiegare la sua arte? Lo trova riduttivo? Preferisce solamente che, chi ascolta le sue canzoni, si abbandoni?
«Fra tanti applausi, colti e intellettuali (che certamente mi fanno piacere), quando finisco un brano in un concerto, l’applauso che preferisco è quello circense che si riserva all’equilibrista arrivato alla fine del filo. O almeno, così lo voglio immaginare».
Mio padre comprava prevalentemente dischi di Gershwin, Sinatra, Paolo Conte e Fausto Papetti. Di quest’ultimo, penso che li comprasse soprattutto per le donne nude sulle copertine. Se così fosse, non posso biasimarlo, quelle donne erano irresistibili. So cosa pensa di Gershwin, non le chiederò cosa pensa di Papetti, né di Paolo Conte, ma sarei così curioso di sapere cosa pensa Paolo Conte di Frank Sinatra.
«Viva l’eclettismo di suo padre! Sinatra non mi è mai piaciuto molto. Attenzione: grande cantante, molto apprezzato dai suoi estimatori per la dizione perfetta, ma non “di pancia”, con un repertorio, per di più, tendente al “sofisticato” parvenu. Mi piacciono i neri. Tra i bianchi e le bianche le indico Jimmy Durante e Sophie Tucker».
Lei ha detto di essere debitore, a volte, nella creazione delle canzoni, verso le tecniche di narrazione cinematografica. Qual è, per lei, l’essenza del cinema?
«Ci sono somiglianze, tra le due arti, nel maneggiare la sintesi. Una canzone perfetta non deve durare più di tre minuti. Si devono usare le luci del cinema, gli sguardi del cinema».
Io, invece, per una coincidenza del tutto speculare, nella creazione di un film, sono debitore nei confronti della musica. Della sua in particolare. Aguaplano (album di Conte del 1987, ndr) ha alimentato la fantasia delle mie prime, balbettanti immagini. La versione da concerto di Diavolo rosso, 10-12 minuti, dove lei canta poco e poi solo il fluire della musica, il chitarrista che sembra morire per lo sforzo, la fisarmonica che s’impenna fino allo stremo, il violino in un dispiegamento virtuoso. C’è, in quella versione di Diavolo rosso un sentimento che ho imparato: la bellezza dell’estenuante. Lo sforzo di quell’esecuzione, con la sua lunghezza atipica per una canzone, sembra riassumere tutta la commozione della fatica di vivere. Ecco un’altra cosa che lei mi ha insegnato. Per non parlare di Max, poche parole all’inizio, poi un lunghissimo finale. Una strada maestra lirica e epica. Almeno io così leggo quel brano e dunque le ho saccheggiato l’avvicinamento al finale dei film ricorrendo a un altrettanto, lunghissimo finale. Come nascono quelle esecuzioni? Lo so che è una domanda fastidiosa, la risposta non riassumibile in poche parole, ma, ancora una volta, le parole di Flaubert: ma come ha fatto? Anche quelle esecuzioni mirabili, in concerto, di Diavolo rossoMaxHemingway, sono frutto della sua passione per il cinema? Oppure ha cavalcato un istinto? Un sentimento?
«Diavolo rosso. Da un po’ di anni nei miei concerti a metà del brano apro un lungo spazio sopra un accordo fisso in re minore, dove alcuni miei musicisti hanno libertà di improvvisazione. Sono momenti di libertà che io regalo a loro e che loro mi restituiscono con un grande virtuosismo e partecipazione. Sono momenti “colti” in cui la musica assume diversi connotati “etnici”: il clarinetto si presenta con un accenno di Brahms, poi passa a un linguaggio ebraico Klezmer e conclude con la citazione di una vecchia canzone americana che si intitola Palesteena. La fisarmonica transita da uno spunto gregoriano a un jamboree di stampo rumeno. E poi il violino svetta in prodezza di “arte povera”. Sì, la parola giusta è “sentimento” mio verso di loro. Max. È una canzone, sì epica, ma anche enigma. Ho voluto scrivere poche parole, il resto è solo musica, a lungo».
Con Jimmy Villotti, al ristorante, dopo il teatro, finivate a parlare della donna ideale. Qual è la donna ideale? Com’è fatta? A chi assomiglia? Dove sta?
«Una sera in un night club Jimmy mi fa “guardale una per una, questa è la maga Circe, quella è Cleopatra, l’altra è la Sfinge, l’altra ancora ecc. ecc.”. Che cosa significherà mai la parola “ideale”? Del resto, i vecchi viveurs d’antan, per scusare la propria poligamia, ripetevano: l’amore è universale».
Cosa pensa della contemporaneità? Voglio dire, lei è un dandy, un concentrato di «classe», la sua musica è sempre stata un unicum, refrattaria alle mode, lei stesso è refrattario a molti cardini del mondo d’oggi: l’esserci, le lusinghe sciocche, la volgarità, la fretta, le provocazioni, le urla, l’esibizionismo, i duetti musicali. Lei è al di fuori! Più in là di tutto questo. Lei sta al mondo restante della musica come De Chirico lo era al mondo della pittura. Entrambi impermeabili! Dunque, come si relaziona al mondo d’oggi? Le provoca irritazione? Compassione? Disprezzo? Alla lunga, il mondo così com’è adesso non rischia di fiaccare il suo entusiasmo? O è una compagnia di giro che le scorre accanto in una pacata indifferenza? Mi sembra che sia un mondo, quello di oggi, che non la riguarda. Forse perché, alla fin fine, tutto quel che ci riguarda ha a che fare solo con la nostra infanzia e la nostra gioventù?
«La nostra infanzia e la nostra gioventù. Sì, guardi, esteticamente parlando, io sono un antistoricista. Gli storicisti pretendono che con l’avanzare del tempo l’arte migliori. La tecnologia, sì, ma l’arte no».
Stravinskij disse: «Io non so perché sono vecchio». Lei lo sa? Cos’è la vecchiaia? Ammesso che lei l’abbia mai vissuta, la vecchiaia. Io non credo, in verità.
«Almeno fino a oggi sono d’accordo con quanto lei mi dice».

Paolo Sorrentino

Ezio Bosso (1971-2020)

Ezio Bosso (1971-2020). Pianista. Compositore. Direttore d’orchestra. Dal 2011 era affetto da una malattia neurodegenerativa. Divenne noto al grande pubblico grazie all’esibizione a Sanremo nel 2016. Ha continuato a suonare il pianoforte fino al 2019, quando la malattia aveva compromesso l’uso delle mani. «Cresce a San Donato, zona popolare di Torino, a quattro anni già solfeggia e ha esperienze a volte dolorose di sinestesia, i suoni si manifestano in lui come immagini e colore, e viceversa. Si iscrive al Conservatorio, ma dopo qualche anno sceglie di lasciare un mondo che giudica classista: “Sognavo di dirigere, mi facevano studiare contrabbasso, almeno trovi lavoro, mi dicevano”. Studia a Vienna, suona con molte orchestre in tutto il mondo, compone per il cinema (Io non ho paura, 2003), per il balletto, sinfonie. Vive a Londra perché “in Italia mi considerano un autore di colonne sonore e basta”, è segnato da Philip Glass e dal minimalismo, “che è ricerca dell’essenza, non scarsità di mezzi espressivi”. Poi c’è il secondo Bosso, quello che ha riconquistato la musica, che nel 2015 pubblica The 12th Room, un cd doppio che mette insieme composizioni di Chopin, Bach, Cage con altre sue (tra queste, quella di Sanremo, Following a Bird) per raccontare le dodici stanze della vita: giunti all’ultima, si ricomincia dalla prima» [Negri, Sta]. Ha diretto numerose orchestre, tra cui la London Symphony, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli. Dal 2017 al 2018 è stato direttore stabile del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste. È morto a Bologna, nella sua casa al piano terra, perfetta per la carrozzina, in pieno centro storico. La causa, ha comunicato la famiglia, è «il degenerare delle patologie che lo affliggevano da anni».

I 75 anni di Jarrett (08/5/1945)

Tracce di Jazz

Capriccioso, irascibile, insopportabile, ma appena mette le mani sulla tastiera ecco che la magia si sprigiona. Una carriera lunga, forse oggi minata da problemi alle mani (che speriamo siano risolvibili), costellata da una lunghissima discografia, forse eccessiva considerando la ripetitività delle due formule esclusive ormai da quasi quarant’anni: piano solo e Standard Trio. Volendo fare l’avvocato del diavolo alcuni album, sopratutto nel penultimo periodo, sembrano un pò di routine, ma, una routine di gran classe senza mai cadute di gusto. La qualità è sempre garantita, certo la freschezza e la novità non abitano più da quelle parti, ma la classe e il tocco sono rimasti immutati.

jar“Jarrett possiede l’abilità di far “cantare” il pianoforte, al punto che quando lo suona lo strumento acquisisce caratteristiche innografiche quasi sacre. Il primo ad introdurre elementi di questo tipo nel Jazz è stato Coltrane , ma Jarrett non ha rivali nel coltivare e trasporre…

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