Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del Coronavirus, a cura di Giampaolo Nuvolati, Nomos edizioni, 2020 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del Coronavirus, a cura di Giampaolo Nuvolati, Nomos edizioni, 2020 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Torneranno le sere …, di Alfonso Gatto. Da Il Narratore Audiolibri

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.
O finestrelle, pozzi, logge, vetri
affacciati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.  
Alfonso Gatto 
Voce del poeta


– clicca qui per scaricare gratuitamente alcune sue poesie – 
 

GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021

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GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri – pubblicato in TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri

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TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri – TartaRugosa

Rigenerare il PAESAGGIO, attrarre l’economia, a cura della Commissione paesaggio, Consiglio dell’Ordine degli architetti di Como, 2018 – in Coatesa sul Lario e dintorni

Rigenerare il PAESAGGIO, attrarre l’economia, a cura della Commissione paesaggio, Consiglio dell’Ordine degli architetti di Como, 2018

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Rigenerare il PAESAGGIO, attrarre l’economia, a cura della Commissione paesaggio, Consiglio dell’Ordine degli architetti di Como, 2018 – Coatesa sul Lario e dintorni

Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000) – da Coatesa sul Lario e dintorni

Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000)

Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000) – Coatesa sul Lario e dintorni

Il libro delle case, di Andrea Bajani, Feltrinelli, 2021

l’incipit de «Il libro delle case» di Andrea Bajani (Feltrinelli, pp. 256, euro 17): la storia di un uomo – chiamato Io e raccontato in terza persona– attraverso le abitazioni in cui ha vissuto.

vai alla scheda dll’editore

https://www.lafeltrinelli.it/libri/libro-case/9788807034336?productId=9788807034336

Casa del sottosuolo, 1976
La prima casa ha tre stanze da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno. La stanza da letto dove dorme il bambino, che per convenzione chiameremo Io, è in realtà uno sgabuzzino con una brandina. È un po’ umido, come del resto tutta la casa. Non ha finestre ma è confortevole ed è vicino alla cucina. L’acciottolio delle stoviglie, il toc toc regolare del coltello sul tagliere, il getto d’acqua prolungato nel lavello sono probabilmente tra i primi ricordi di Io, anche se non se ne ricorda. Così come non ricorda il tonfo ammorbidito dello sportello del frigorifero che si chiude, o la resistenza a strappo di quando viene aperto. È la piccola polifonia della cucina: percussioni di metalli con contrappunti di ceramica, getti idrici, ronzio del frigo, la ventola della cappa sopra i fuochi.

La casa è sotto il livello della strada. Per accedere all’appartamento bisogna scendere al primo piano sotterraneo prendendo per una scala a spirale, oppure utilizzando l’ascensore. L’odore che si respira nell’androne, da cui parte una striscia di tappeto rosso che si avvia verso le scale, è molto diverso da quello che si respira al piano sotto, dove l’umidità ha diffuso per l’ambiente un sentore di cantina. Le cantine, del resto, sono allo stesso livello dell’appartamento di Io, insieme a due porte in legno massiccio, oltre le quali vivono famiglie imprecisate.

La Casa del sottosuolo non è però tutta sotto il livello della strada. La sala da pranzo, la cucina, il bagno e le camere da letto affacciano infatti su due cortili interni. Sala, cucina e bagno su un lato, le camere sull’altro. I cortili interni, o giardini di cemento, sono incassati in mezzo a una serie di condomini a cinque o sei piani costruiti negli anni cinquanta e sessanta del Millenovecento.

Uscendo in cortile non si può che alzare il collo. La nonna di Io — d’ora in avanti Nonna — ogni mattina compie la medesima procedura: esce, distende il collo e guarda in verticale fino al cielo per vedere che tempo fa. Poi rientra.

Stando dentro la Casa del sottosuolo si ha l’impressione che fuori sia sempre nuvoloso. Le finestre che affacciano sui due giardini di cemento non sono sufficienti a far arrivare il giorno nelle stanze. Per questo nella casa si entra accendendo un abat-jour in corridoio.

In quell’oscurità Io compie i suoi primi movimenti. Gli oggetti e il mobilio spingono le loro ombre sul pavimento, sconfinano, allagano l’appartamento; salgono sui tavoli, sui davanzali, sulla cesta di frutta di ceramica sempre esposta al centro della tavola. Io impara a muoversi tra quelle ombre, a calpestarle, a esserne travolto. Gattonando per la casa, a volte scompare dentro un’ombra, o lascia fuori solo una mano, oppure un piede, che se ne stanno abbandonati nel chiarore: Io viene fatto a pezzi dall’oscurità, lascia pezzi di sé sopra il tappeto.

Nella Casa del sottosuolo le luci vengono spente soltanto per dormire o quando si va via: lo spazio viene riconsegnato al buio, suo elemento naturale. Quattro mandate, vociare per le scale e poi silenzio. Le ombre a quel punto si sfilano dagli oggetti per intero, si buttano sul pavimento, sottomettono ogni centimetro, conquistano la casa.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano. Prima edizione ne «I Narratori», febbraio 2021.

Concita De Gregorio su la Repubblica: «L’autore del Libro delle case (Feltrinelli), Andrea Bajani, ha lavorato molti anni a riscattare dalla memoria – chissà che pegno ha pagato – la geografia delle case che in due-tre pagine per una ci riporta. Foto di un momento, costate anni: […] Casa di materasso, coi nomi degli studenti scritti a penna sul citofono, e Casa dell’armadio, dove vivono Moglie con bambina, moglie che ancora non è moglie ma è già madre, e Casa di Parenti, e Casa della Radio. Casa di Poeta, dove qualcuno ha staccato le spine della tv perché la madre non veda la carneficina del figlio, e Casa di Prigioniero, dove ora vive una donna che dorme nella stanza che fu del Politico una cella, una nonna che lì dove resta sul parquet l’impronta di un muro accoglie i nipoti a giocare. Casa dell’adulterio è una stanza sola, e sono tornata cento e mille volte in questi giorni dentro quella stanza, la porta chiusa sul resto della casa coniugale inviolabile, abitata da Famiglia. C’è stato un tempo, molti anni fa, in cui frequentavo una Casa che nel silenzio delle sere interrogavo: cosa sai tu? cosa hai visto? Di quanti pensieri e lacrime e gemiti e risate sei custode? Di quanti segreti: dimmi. La casa – “i muri i battiscopa i letti i comodini, i pensili in cucina”, scrive Andrea, che oggi vive a Houston – è una testimone che ci guarda in silenzio. Ci entriamo, ci spogliamo della visione che vogliamo dare agli altri. Solo la casa ci conosce».

Pescara e Chieti: Una grossa fregatura e Borgo Sud: due libri imperdibili dalla mia terra, dal blog di Madamatap

Che cos’hanno in comune Borgo Sud (Einaudi) di Donatella Di Pietrantonio e Una grossa fregatura (Chiaredizioni) di Marcello Nicodemo?  Tanto per cominciare, la città in cui si svolgono le due storie: Pescara, vera e immaginaria. Nel libro di Marcello, c’è anche qualche altro pezzo di costa adriatica e vari passaggi in Campania, regione di origine dei suoi genitori, ai quali il libro, dolente e sincero, è dedicato. Nel libro di Donatella, c’è anche un po’ di entroterra, lo stesso che aveva fatto da scenario a L’Arminuta il bellissimo romanzo di cui il nuovo è per così dire il “sequel”. In tutti e due, poi, appare qui e là anche Chieti, la mia città natale.

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Madamatap: Una grossa fregatura e Borgo Sud: due libri imperdibili dalla mia terra

Percorso del viaggio in Italia di Michel DE MONTAIGNE (1580-1581). Libro: Viaggio in Italia passando per la Svizzera e la Germania, a cura di Irene Riboni, introduzione di Armando Torno, edizioni La Vita Felice, 2020

MICHEL DE MONTAIGNE

(Pèrigord 1533 – Saint-Michel-de-Montaigne 1592) scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò nel Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux (1557-1568). Il solo avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. La prematura morte dell’amico, quattro anni dopo, lasciò un vuoto incolmabile nel pensatore. Nel 1568 gli morì il padre. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Nel 1580 effettuò viaggi in Francia, Svizzera, Germania e Italia, nella speranza di trovare beneficio nelle acque termali per combattere la calcolosi renale di cui soffriva. Nel 1581 ebbe notizia della sua nomina a sindaco di Bordeaux e prese la via del ritorno. In patria il filosofo svolse con competenza il suo biennio di sindaco e venne rieletto per altri due anni. Nel 1585 nella regione di Bordeaux scoppiò un’epidemia di peste e Montaigne dovette allontanarsi dalle sue terre ma, passata l’epidemia, si ritirò nel suo castello. Nel 1587 fu assalito e derubato in viaggio verso Parigi e arrivato nella città venne imprigionato per qualche ora, in seguito a tumulti scoppiati. La morte lo sorprese nel 1592.

la nostra TERRA vista da miliardi di chilometri: una fotografia per riflettere e meditare

SOLO OGGI PER CASO DA UN RECENTISSIMO LIBRO DI UNA SCIENZIATA ITALIANA HO VISTO LA PRIMA FOTO DELLA TERRA  DA MILIARDI DI KM. DALLA SONDA CASSINI VOYAGER  MI PARE NEL 1990:  A PALE BLUE DOT !!!!! 

SONO ANDATA SU GOOGLE PER SAPERNE DI PIU’…..E VI GIRO QUESTA FOTO INCREDIBILE….E’ IL NOSTRO MONDO NELL’UNIVERSO SOLO UN PUNTINO AZZURRO PALLIDO NELL’UNIVERSO         ( NASA)

e’ UNA FOTO CHE DOVREBBE FARCI MOLTO PENSARE……UN PICCOLO PUNTINO AZZURRO PALLIDO …..

C.

Paolo FERRARIO presenta il libro: SUL FILO DELLA STORIA. TORNO: VICENDE ECONOMICHE E SOCIALI DAL 1400 AD OGGI, a cura della Associazione Culturale Via De Benzi 17. Testo di Agop Manoukian. Gruppo di lavoro: Silvana Beccarelli; Vincenzo Marrano, Jacopo Pigoni, Giorgio Ratto, Luigi Rigamonti, grafica a cura di Ottavio Sosio, New Press Edizioni, 2020. Torno, AUDIO del 5 settembre 2020

Sul filo della storia. TORNO: vicende economiche e sociali dal 1400 ad oggi, a cura della associazione culturale Via De Benzi 17. Testo di Agop Manoukian. Gruppo di lavoro: Silvana Beccarelli; Vincenzo Marrano, Jacopo Pigoni, Giorgio Ratto, Luigi Rigamonti, New Press Edizioni, 2020 – dal blog Coatesa sul Lario e dintorni

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https://tinyurl.com/y3dfbhxl

Apre alla Kasa dei Libri di Milano la mostra «Milano. Storie di Città», giu 2020

Apre alla Kasa dei Libri di Milano la mostra «Milano. Storie di Città» (fino al 3 luglio). Lucia Landoni su la Repubblica: «Le persone, i luoghi e la storia di Milano raccontati attraverso gli scatti pubblicati sulla rivista Città tra il 1997 e il 2002. […] L’obiettivo degli organizzatori è quello di riproporre “una Milano viva e in fermento che ci auguriamo possa essere di buon auspicio per il prossimo futuro”. Le immagini esposte spaziano da episodi di vita quotidiana ai volti dei personaggi che in vari ambiti hanno reso grande la città, da Dino Buzzati a Umberto Veronesi, da Riccardo Muti a Dario Fo. “C’è stato un momento in cui Milano, come oggi, doveva ripartire. Eravamo nel ’97, la bufera di Tangentopoli si era quietata e tutto il tessuto cittadino sentiva la voglia e il desiderio di scrollarsela di dosso – spiegano dalla Kasa dei Libri –. È così che per iniziativa di tre grandi milanesi di allora, Guido Vergani (direttore), Emilio Tadini e Carlo Orsi, nasce Città: dieci numeri più uno speciale, usciti dal ’97 al 2002, per raccontare Milano grazie al contributo di maestri dell’obiettivo come Gabriele Basilico, Mario De Biasi, Fabrizio Ferri e Andrea Micheli e a grandi firme”»

Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi), giu 2020

Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi). Alex Saragosa su il Venerdì (la Repubblica): «Qual è stata l’arma segreta che ha permesso alla specie umana di conquistare il mondo? Il cervello? La mano? La socialità? Un po’ tutte, ma per il neuroscienziato irlandese Shane O’Mara ce n’è un’altra altrettanto importante e non abbastanza considerata: il nostro modo di camminare. “Ci sono specie molto intelligenti, molto sociali, con mani agili o in grado di costruire attrezzi. Ma nessuna cammina come l’essere umano, e nessun’altra infatti è mai riuscita a raggiungere ogni angolo del mondo, spostandosi sul terreno”, dice. Sull’eccezionalità del nostro modo di muoverci e sul perché dovremmo riscoprirlo, combattendo l’attuale epidemia di sedentarietà, O’Mara, che è docente al Trinity College di Dublino, ha scritto un libro, Camminare può cambiarci la vita (Einaudi, pp. 192, euro 13), con un titolo che assume un significato particolare dopo le settimane che abbiamo passato chiusi in casa. La storia che racconta O’Mara comincia circa 4,5 milioni di anni fa, quando nostri antenati africani, forse privati delle foreste da un cambiamento climatico, si avventurarono nella savana, regno di predatori quadrupedi molto più forti di loro. “È probabile che inizialmente camminassero come gli scimpanzé, piegati in avanti, appoggiando le nocche delle mani a terra, ma essendo anche in grado, per un po’, di camminare eretti: una sorta di compromesso fra due e quattro gambe, utile per chi deve fare una vita divisa fra l’arrampicarsi sugli alberi e il muoversi sul terreno”. Nella savana però quel tipo di locomozione era suicida, lenta e faticosa sulle lunghe distanze. “I nostri antenati avrebbero potuto tornare pienamente quadrupedi, come i mandrilli, ma invece imboccarono una strada unica e difficilissima: la loro colonna vertebrale si adattò a funzionare verticalmente, assumendo una forma a S, il suo punto di ingresso nel cranio si abbassò, così che potessimo guardare in avanti stando eretti, il bacino si allargò e incurvò, per ospitare i grandi  muscoli dei glutei, gli arti inferiori si allungarono e il piede smise di essere prensile, diventando una sorta di molla arcuata per assorbire il peso del corpo e fare da perno”.  Risultato: noi oggi ci muoviamo in un modo unico, chiamato a “pendolo inverso”, lasciandoci cioè cadere in avanti, fermando la caduta con una gamba, e usando il movimento dell’altra per raddrizzarci e poi sbilanciarci di nuovo in avanti» (leggi qui).

LETTERA, quasi cartacea, ad un vecchio amico che conosco dal 1966, 15 aprile 2020

carissimo  ***

sono di ritorno dal mio secondo giretto quotidiano.

Alla mattina vado a prendere i giornali (pur essendo molto internettiano, i quotidiani li leggo solo in formato cartaceo, così posso sottolineare e fare le mie mappe cognitive),

Al pomeriggio faccio le scale a piedi e giro per il cortile della casa.

scusa se non ti telefono. Sono allergico al telefono:  lo trovo una forma di “comunicazione violenta”.

Preferisco di gran lunga la scrittura, che stimola la riflessione, costringe a pensare quello che si scrive, consente di tenere i testi. Un po’ come si faceva ai meravigliosi tempi delle lettere che si imbucavano. E che si potevano conservare nel tempo. Ne ho intere casse che arrivano fino agli anni ’60.

Sto vivendo molto male questo tempo da tragedia.

Da sociologo so che le strutture socioculturali ne usciranno distrutte.

Da persona ho un atteggiamento che tenta di indirizzare la mia psiche alla RASSEGNAZIONE.

Certo la politica, l’economia, i gruppi sociali compiranno molte azioni di riassestamento. Ma sarà durissima perchè sono state sconvolte le relazioni sociali e il modo in cui la socializzazione ha costruito i nostri IO SOGGETTIVI.

Da tempo sui miei blog continuo a diffondere una fondante MAPPA COGNITIVA che uso dal 1967 (amo le mappe, qualsiasi esse siano: stradali, urbane, basate sulle letture di libri. Tutta la mia attività didattica è basate sulle mappe. Ne ho disegnate migliaia) :

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Tutti i miei studi, i miei libri, si basano su questa mappa che fa vedere le interazioni fra CULTURA, INDIVIDUI, SISTEMI SOCIALI, ma anche le relazioni con l’INCONSCIO e la BIOLOGIA.
Siamo fatti di relazioni ?
sì.
e questa mappa le fa vedere tutte
Oggi questa mappa mi illumina anche sul tempo tragico che stiamo vivendo.
In questo successivo disegno lo vedi, seguendo il percorso segnato in  rosso:
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uno stronzo di virus (che parte dalla nostra struttura biologica) ha sconvolto i modelli culturali, le nostre psicologie e produce effetti terribili su tutto quanto la specie umana ha costruito nel corso delle evoluzione.
Parte dalla base biofisica, altera la cultura, modifica le psicologie e produce effetti imprevedibili nella società .
é certo che tutto cambierà: è la freccia della “situazione dinamica”.
Ma nessuno sa come.
Sappiamo il “dove”, sappiamo il “chi” e il  “che cosa”, sappiamo (parzialmente)  il “perchè”.
Ma nessuno sa il “come”.
Le categorie analitiche e pratiche che abbiamo costruito sono alterate.
Nessuno sapeva prevedere quanto è successo (perlomeno nella entità capillare che sta assumendo) e nessuno ha ricette sicure sul futuro. Giro fra gli scaffali della mia biblioteca (26 mila libri) e li vedo tutti invecchiati e incapaci di aiutare nella interpretazione
Mi informo con l’attenzione di un sociologo ogni ora e ogni giorno
Ma quando vedo i “soloni” che blaterano ognuno con la loro ricetta chiudo la comunicazione e torno alla mia mappa e alla riflessione argomentativa
Certamente c’è poi l’aspetto biografico.
Mi manca tantissimo quell’angolo di LUOGO che è la casa/orto/giardino di Coatesa. Esso è parte integrante della mia costituzione psichica. e, invece devo stare lontano e non posso lavorarci, piantare gli ortaggi, curare i 10 piani che conosco minuziosamente e che ora sono solo nella memoria e nelle fotografie del periodo 1989-2019
è per questo che prima ti dicevo RASSEGNAZIONE.
Mi consola solo ricordare alcuni alberi che sono lassù (ce ne sono decine) e li penso impegnati nel loro ciclo vitale. Attenti solo a fare quello che il loro apprendimento biologico gli ha insegnato nel corso della storia delle terra. E questo mi aiuta a “fare meditazione” e a prendere (nei limiti del possibile) le distanze psichiche dalla quotidianità  concreta delle ore e dei giorni.
scusa per la lunghezza di questa lettera.
Considerala come una lettera di carta che un tempo imbustavamo e mettevamo nella buca postale, dopo aver scelto i francobolli giusti
ti saluto molto caramente sperando (con rassegnazione) di poter fare un giretto a piedi nel centro storico della nostra Como che mantiene sì la sua struttura urbana ma che è alterata da un virus che ha indebolito i legami sociali

Paolo Ferrario

Biografia professionale, vai a: Paolo Ferrario (Como, 1948 – )
Vive a Como
Cura questi  Blog

“Al mondo senza cellulare siamo rimasti solo io e te , credo” … “Per questo siamo amici” … “Abbiamo mantenuto una reperibilità selettiva”.   In Julia, di Giancarlo Berardi, Agosto 2019

Meraviglie. Un VIAGGIO in ITALIA, con Alberto Angela, Rai 1/Rai Com, La Repubblica/L’Espresso, 2020

1 dalla reggia di Caserta a Matera. Le meraviglie del Meridione d’Italia

2 Il Sud Italia e lo spirito della Magna Grecia. Lì dove le civiltà si incontrano

3 Da Siena ai grandi di Firenze. La Toscana e il suo ideale

4 Da Assisi a Pisa.  Il grande Medioevo italiano

5 Dalle Langhe alle Ville Palladiane, attraverso le Alpi

6 L’Etruria e l’Italia delle antiche culture

7 Dalle Grotte di Frasassi al Monte Bianco. Quando la natura è arte

8 Campania. La cultura che viene dal mare

9 Il Meridione barocco. Lo scrigno delle perle rare

10 Da Roma a Urbino a Ravenna. Dove c’era una volta lo Stato della Chiesa

11 Mantova, la perla della Lombardia

12 La Sardegna. l’isola arcana

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Meraviglie

LIBRI e LIBRERIE, testi raccolti da Anteprima, la spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti, 16 gennaio 2020

Librerie
Il Foglio
Questa è una difesa impossibile: chiudere una libreria è uno di quegli atti intollerabili come picchiare dei bambini o bere latte di vera mucca. E il lamento della libreria è un genere ben definito – e scoppia non appena una qualche libreria chiude, come in questi giorni due Feltrinelli a Roma: vengono subito tirati in ballo valori come libertà, cultura, antifascismo. Nessuno è contento se chiude una libreria. Eppure, certe librerie fanno veramente schifo.

Basta entrare in una qualunque Libreria Di Catena. La Libreria di Catena è una versione estesa dell’edicola romana, dove trovi la quintessenza del kitsch (calendari di sacerdoti, gladiatori, angeli; portachiavi col Papa, con “carpe diem”, bicchieri e bicchierini micidiali con altri detti latini). In Libreria però la maggior superficie commerciale consente anche variazioni sul tema cartoleria: agende (Moleskine e derivati), “l’Agenda del Mare”, “l’agenda del Cielo”, “l’agenda della Luna”; calendari (di cavalli, “Horses 2020”; di Parigi, “Paris 2020”, di Marta Losito youtuber e instagrammer (come te sbagli); “Mamma mia cucina italiana”. Poi penne, matite, carte e biglietti da regalo; i micidiali Smartbox – quelli tipo “un weekend romantico sulle strade del vino delle Marche a 99 euro e 99”. La regina Elisabetta che saluta, a pila. Le bolle di sapone. Tazze e mug con frasi motivazionali (“I love you”, “Have a great day!”). Salvadanaio a forma di panda. Abat jour a forma di banana. Astucci a forma di banana.
Sulla parete delle casse, poi, un’intera esposizione di cavi, cavetti e batterie per cellulare, manca solo il caricabatteria da auto e il giubbotto catarifrangente. Poi, ma solo in alcune librerie sceltissime, ecco gli animaletti di plastica. Quasi tutte le specie viventi, anche le più rare, di animaletti di plastica: giraffe, coccodrilli, alci, orsi (koala e grizzly e panda), di gomma durissima, avvolti in un codice a barre. Non si è mai visto acquistarne uno, certo ognuno regalerà nella vita un orso a qualcuno di speciale che chiamerà “orsetto mio”, ma quante volte nella vita? Nessuno cambia partner così frequentemente, e comunque dopo un po’ cambierà nomignolo (forse in realtà il business model funziona per questo).

Superata la barriera di plastica, affascinati da tutto questo ben di Dio, uno normalmente si è scordato quale libro voleva comprare, e, frastornato dalle possibilità del commercio, si scontra con i totem delle carte regalo. E lì, altre domande esistenziali. Chi acquisterà una carta regalo Amazon dal valore di dieci euro? Cioè, uno viene in libreria, compiendo un atto antifascista per non comprare su Amazon, e poi compra una carta Amazon? Curioso. Oppure una carta Netflix, dal valore di 9,90 euro. Cioè la metà dell’abbonamento mensile. «Tieni amore, ecco il mio regalo, gli altri 9,90 ce li metti tu». Romantico. Una volta le librerie erano il luogo del romanticismo – immortalate in tanti Woody Allen, o in C’è posta per te, il film, non lo show della De Filippi; adesso sono il luogo del regalo di merda.

Se si persevera nel voler ancora penetrare nelle retrovie del grande magazzino, dove si mormora che siano custoditi veri libri, ecco ulteriori barriere: ci sono dei veri libri. Ma sono: Federico Moccia, La ragazza di Roma nord; Walter Veltroni, Assassinio a Villa Borghese, sbattuti lì, in faccia. Poi dice che non si legge.

Se infine uno è dotato di grande carattere, e persevera, supererà la barriera psicologica delle pile di Moccia, e chiederà a un commesso se ha un determinato libro, assisterà a tragici momenti di smarrimento. Esclusa l’aristocrazia libraria, tra cui le mitologiche creature Feltrinelli, che hanno frequentato la “scuola librai”, la Harvard dei librai, si capisce subito che l’algoritmo di Amazon è più intelligente del libraio medio. Quest’ultimo infatti non ti dirà, come fa Amazon, «se ti è piaciuto questo, ti piacerà quest’altro». Qualcuno di noi, i più anziani, si ricorda ancora il libraio che ti diceva così svolgendo la complessa operazione: ti è piaciuto Philip Roth? Perché non leggi anche Bellow? Oggi sembrerebbe fantascienza.

Il giovane libraio, probabilmente precario e infelice, è invece oggi incerto e facile da mettere in crisi. Se volete tormentarlo, basterà chiedergli qualcosa che non sia in classifica nelle ultime tre settimane. Se vi sentite particolarmente sadici, ci sono alcune sottocategorie come il romanzo-saggio in grado di gettarlo nello sconforto. Provate a chiedere Musil, o Mann. Se la libreria ha adottato un criterio “per argomento”, vi spedirà probabilmente al piano di sotto, cioè nel limbo in cui tutto ciò che non è tazze e calendari e romanzi di instagrammer è collocato, e dopo aver compulsato un impolverato computer anni Ottanta, esalerà la famosa frase: «Nel reparto critica letteraria», che di solito è vicina alle più turpi categorie, astrologia, kundalini yoga, mormoni, sottoli. Ma è un romanzo, direte voi! Il commesso sarà già lontano.

Per le librerie che adottano invece il criterio alfabetico, altri cortocircuiti. Con l’ordine alfabetico, non solo crolla l’estetica libraria, perché il libro colorato Sperling va con quello esangue Einaudi, il tortora Adelphi va col blu Sellerio. Si creano anche molte confusioni nel lettore, con Baricco che va a trovarsi proprio accanto a Barthes, e Benjamin. Benjamin, a partire dalla pronuncia, è un altro autore che mette in crisi i librai. «Bengiamin Bengiamin», comincia a dire a sé stesso il libraio, ‘ndo sta, digitando sul computer impolverato con scritto “non toccare!”. “Critica letteraria”, e ti spedisce giù nello sprofondo. Dove presto verrà forse istituito un reparto apposito per il lamento della libreria, genere in grande fermento; in questi giorni, appunto, molti canti al cielo per la chiusura di due Feltrinelli romane, e soprattutto della International, quella con i libri “in lingua”, che affascinava molto le prime volte nella Capitale – era prerogativa solo di Roma e Milano, e ci si sentiva subito al posto giusto. Era ovviamente prima dell’avvento di internet, quando ordinare i libri online era impossibile. Si corre allora a via Vittorio Emanuele Orlando, di fronte al glorioso Grand Hotel, ed effettivamente la serranda è a mezz’asta, e però un cartello avverte «ci stiamo trasferendo nell’altra Feltrinelli, a dieci metri di distanza»; e si va, allora, e lì tutta un’aria di fervidi lavori, stanno infatti mettendo “gli stranieri” al piano terra, e montano scaffali, e «non chiude proprio niente», dice una libraia gajarda (sarà della Scuola Librai). Avranno pensato di risparmiare un affitto, non è male come idea: del resto gli unici acquirenti che si vedevano ultimamente alla International erano turisti analogici in cerca di guide turistiche, oppure cinefili nel vasto reparto dvd.

Però tutti a lamentarsi: se ne va un pezzo di Roma (certo, è vero); muore la cultura! (vabbè, non esageriamo); tutta colpa di Amazon. Ma poi si capisce che è soprattutto il rimpianto di un luogo. Ognuno ha la sua preferita, di libreria, qui si rimpiange ancora la Arion di via Veneto aperta la notte, ognuno ha la libreria dove ha scoperto lo scrittore preferito: di solito è legata a momenti di giovinezza, è il rimpianto di un tempo perduto (oggi sarà difficile avere un ricordo, mentre si pigia “acquista”, da soli, magari in un tragico black friday, per acquisti compulsivi). Ognuno di noi ha ricordi lancinanti di librerie: una presentazione di Seminario sulla Gioventù, con Busi negli anni Ottanta a Brescia, libreria Rinascita; presentazione di un Arbasino nella Feltrinelli di via del Tritone, anni Novanta, a Roma, e lì, col Maestro attorniato dalle solite principesse, si venne presi da un raptus autolesionista giovanile, lo si avvicinò: «Ho letto tutti i suoi libri»! E lui; «bravo caro, continui così!» (poi si divenne amici).

La libreria è luogo di sogni ma anche di incubi, come quello della libreria del Male Oscuro di Giuseppe Berto dove il protagonista, molto simile al vero Berto, scrittore schifato dal mondo letterario, faceva un sogno ossessivo di entrare in una libreria di via Veneto e lì essere maltrattato da Moravia e i suoi accoliti, che non lo salutano. Il sogno della libreria di via Veneto ricorre nelle sedute psicanalitiche che compongono il romanzo; e dev’essere poi la stessa libreria che negli anni Novanta teneva aperta la notte – e lì, scoperte, amori, tremori, John Fante, i Fazi, che momenti (adesso al suo posto c’è una profumeria e “nail institute”). Certo quando le librerie chiudono non è buon segno; a Roma i Novanta furono anni rombanti, anche per le librerie, le Arion con i fratelli Ciccaglioni ganzissimi, con quella notturna e quella architettonica di palazzo delle Esposizioni, oggi un po’ spettrale. Il Mel Bookstore a via Nazionale, non lontano, ha cambiato nome e oggi si chiama Ibs-Libraccio.

Ma non perdiamoci d’animo. La Feltrinelli International intanto non trasloca; dentro, grandi manovre, e fiducia nell’avvenire. «Vedrà che ci saranno altre aperture!», dice la libraia. Entra un signore e la libraia alza gli occhi al cielo: «Oh, no, ancora!», e il signore inizia a fare geniali discorsi sconnessi, tra sé e sé, ma anche a me: «A occhio e croce lei è stressato!»; beh, un po’ sì. «Ma si vede benissimo che lei non metterà giudizio mai, né ora né nei prossimi cinque anni!». Annamo bene. «Stia lontano dalle donne!», continua lui. «Le donne prima ti cercano, poi ti fregano i gratta e vinci, e poi si guardano Sanremo!». E se ne va. «Minaccia di bruciarci il locale, ma poi non fa niente di male», dice la libraia umana. «Ogni giorno fa così!, però porello, non fa nessun danno». È un lettore che effettivamente su Amazon non troverebbe usbergo.

Fuori dalla Feltrinelli, anche il consueto assalto del libraio freelance africano, che ti vuol vendere libretti ruvidi di narrativa subsahariana. Approfitta del senso di colpa di noi lettori forti di sinistra (hey mai friend!), si apposta infatti esclusivamente fuori dalle Feltrinelli, mai, che so, davanti a una Mondadori. Scaltramente alligna anche in occasione di fiere di piccola e media editoria, come “Più libri più liberi”, dove miete le sue vittime soprattutto sui visitatori di fuori, eccitati dal viaggio all’ombra della Nuvola di Fuksas. Se sei venuto fino a Roma, non puoi non leggere Brevi carezze d’Africa (è anche questo un algoritmo, mai friend).

Tutti del resto sono alla ricerca di un business model per vendere questi libri che si pubblicano a milioni e poi qualcuno deve pure comprare. È chiaro che bisogna inventarsi qualcosa. Piacciono moltissimo per esempio le librerie delle stazioni, perché offrono un servizio utile, entri al piano meno tre e sbuchi fuori al piano terra, in bocca al binario. Ti vedi tre piani di libri, eviti le vetrine di Liu Jo e i trolley che ti stritolano i piedi, passi per reparti dove mai ti saresti avventurato (il jazz, il kundalini joga, la critica letteraria), superi le casse e il muro di mucche di plastica e prendi il treno. A Termini c’è la libreria ferroviaria migliore d’Italia, la Borri, anche questa su diversi piani, al piano terra un assortimento enorme di narrativa italiana esposta – pazzesco – per casa editrice. Non ci sono né animali di gomma né gli smartbox – insomma una scelta radicale, una vera provocazione. Un libraio mi sussurra che è «un vezzo del vecchio commendator Borri», una specie di filantropo del libro ferroviario, che ha librerie solo nelle stazioni romane, a Termini e a Tiburtina. I commessi-librai sono gentili, e sanno perfino dove sono i libri.

Alla Feltrinelli di Napoli Centrale invece c’è la più grande concentrazione di scrittori local del mondo; manco in Irlanda ci sono tanti autori per metroquadro. Tra i Parrella e i De Crescenzo e gli Erri De Luca e i Saviano e i De Giovanni e i Piccolo principe tradotti in napoletano e le Smorfie e le storie dei Borboni in tutte le lingue, una densità mai vista. Questa pure è un’attrazione: e si capisce che bisogna andare avanti, trovare nuove formule, del resto in America le librerie di catena sono defunte da tempo, le enormi Barnes & Noble immortalate nelle scene romantiche dei film sono ormai deserte, mentre spopolano le indipendenti, che fanno reading, e caffè. A Milano c’è Verso Libri, epicentro di qualità “in” Porta Ticinese. Altre sorgono e si moltiplicano, talvolta radicalizzandosi. Si fa a gara a chi ospita le collane più misteriche. Naturalmente la tentazione del manicheismo è dietro l’angolo: un amico ha chiesto un Adelphi in una di queste librerie milanesi molto estreme e si è sentito rispondere sprezzante: «Non teniamo queste case editrici mainstream». «Io non litigo mai, però quella volta non ho potuto fare a meno: io qui non metterò mai più piede», ha detto. In questi casi la tentazione è fortissima: chiudersi a casa, soli con l’algoritmo, in un momento che forse un giorno ricorderemo perfino con nostalgia.

Michele Masneri
Da ultimo a Torino Paravia, la seconda libreria più antica d’Italia, ha abbassato la saracinesca il 28 dicembre 2019 per le ferie senza più però riaprirla. I titolari puntano i dito contro Amazon e contro la mancata entrata in vigore della norma – ancora sospesa alla Camera – che prevede il ridimensionamento dal 15 al 5 per cento dello sconto massimo che si può praticare sui libri nuovi venduti attraverso piattaforme online. Una norma contestata però dall’Associazione italiana editori. Secondo un documento «fra il 2018 e il 2019, pur senza considerare l’impatto delle ultime vendite natalizie, con la riduzione per legge dello sconto “i lettori italiani avrebbero dovuto spendere 137 milioni di euro in più per comprare la stessa quantità di libri”» [Rizzo, Rep].