presentazione del libro “Rogolone, storia di un grande albero”, AUDIO di Marco Ballerini, 18 dicembre 2011, a Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti

Coatesa sul Lario e dintorni

presentazione del libro “Rogolone, storia di un grande albero”
Un libro dedicato al grande e colossale monumento naturale di Grandola ed Uniti: il rovere secolare per eccellenza!!!
Con l’attore MARCO BALLERINI che ha recitato:

L’evento si è tenuto domenica 18 dicembre alle ore 16 presso Villa Camozzi, la sede del comune di Grandola ed Uniti

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DEMETRIO DUCCIO, Foliage. Vagabondare in autunno, Raffaello Cortina editore, 2018. Indice del libro

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caro Duccio
ieri ci è arrivato il tuo ultimo libro:

Foliage. Vagabondare in autunno, Raffaello Cortina editore

 
ti ringrazio (e con me anche Luciana) per il tuo gentilissimo pensiero e ricordo
 
lo sto leggendo con passione e attivando tutte le mie parti di personalità
 
devi sapere che vado tutti i giorni (in battello) fra como e coatesa e – ti assicuro – che questa lettura intensifica il paesaggio che guardo da ormai quasi 70 anni (pensa che mi ricordo di me  quando attorno forse ai 3 anni guardavo il lago dal giardino che i miei genitori abitavano a Torno, sempre sul lago di Como)
 
mi colpisce sempre la tua scrittura densa, il linguaggio ricco e le connessioni letterarie e culturali che utilizzi per far percorrere con te il lettore. il tuo “ciliegio di via Giotto” è commovente. Dovrò fare una conversazione anch’io con il fico di 60 anni che “sta” nel giardino orto di Coatesa
 
non siamo ancora riusciti a farti vagabondare in quel luogo  e allora ieri ho fatto “foliage” proprio lassù
te le dedico 
 
il tuo libro è talmente bello che illuminerà la “quinta stagione” su tutti i blog che costruisco (uno anche per Luciana)  nel tempo (traccesent.comtartarugosa.comantemp.com)
 
GRAZIE ancora
sempre con la speranza di passeggiare con te lungo le 10 terrazze di Coatesa

gli alberi sanno STARE. Meditazione durante una camminata verso Montepiatto (Torno, sul lago di Como), 23 giugno 2018

nella parola “de-stino” risuona quella radice “sta” indo-europea che indica lo stare, inamovibile, che non si lascia scuotere da alcunche

da Emanuele Severino e La Gloria al festival filosofia 2014 | Ritiri Filosofici


La parola de-stino indica lo stare: lo stareassolutamente incondizionato.

Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia l’apparire della verità incontrovertibile.

… Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.

in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli, 2011, p.46/47


ISTANTE:

diventato poi: frazione minima di tempo, attimo

ma la sapienza in sè della parola rimanda ad un significato più profondo (e più decisivo per l’esistenza):

questa (minima) unità di tempo è ciò che “sta”, dunque è ciò che sovrasta il divenire

ricerca basata su: VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA TRECCANI, DIZIONARIO ETIMOLOGICO DELLA LINGUA ITALIANA ZANICHELLI


Epistéme. Dal greco epi- (su) e stéme (stare), ovvero stare sopra. L’epistéme è il termine greco che designa la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire, ovvero quel sapere che intende porsi al di sopra di ogni possibilità di dubbio attorno alle ragioni degli accadimenti. In epoca moderna, con il termine epistemologia, viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue correnti.

da: Piccolo dizionario filosofico.

l’ADDIO DEL GLORIOSO ALBICOCCO, visto da Luciana, 11 marzo 2013

E’ sempre stato così: quando l’aria ancora profuma di calicanto e i primi temerari narcisi sbirciano dalla bordura il risveglio dell’incipiente paesaggio primaverile, lui è là, con le braccia protese verso il lago già addolcite dal bianco-rosa dei delicati fiori.

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Era.

Non farò mai abbattere quest’albero finché non sarà totalmente morto”, è stato per anni il commento di Paolo di fronte agli inevitabili tagli compiuti dal giardiniere durante la potatura invernale.

Addolorati, di anno in anno assistevamo alle amputazioni necessarie per consentire al grande albero di non affaticarsi ulteriormente nel suo lento processo di decadimento.

Cicatrizzante, concimazioni, lozioni ecologiche per riparare le ferite delle malattie … lui gradiva le cure e attraversava ancora una volta la stagione, esortando i sempre più fragili nuovi rametti a vivere gioiosamente l’avventura del tempo che resta.

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Tra i cinquanta e i sessant’anni l’età stimata. Quando siamo arrivati noi, lui era già là, grande albero storico insieme al fico, al caco e a un melo selvatico (quest’ultimo deceduto una quindicina di anni fa) a segnare quei corridoi che in seguito avrebbero accolto le nostre sperimentazioni frutticole, tutt’ora in corso.

Nel nostro giardino abbiamo assistito a tante morti, ma i tre “capostipiti” in qualche modo garantivano una rassicurante continuità.

Non siamo così sprovveduti da confidare nell’immortalità: in particolare l’albicocco dava segnali inequivocabili da almeno dodici anni. I frutti infatti, trascorsa la primavera, nel momento in cui ingrossavano e cambiavano colore, mostravano la malattia che ne impediva la conservazione. Metà arancione e metà marrone. Metà salvata per macedonie e marmellate e metà a consumarsi nel terreno.

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Ma poco importava. Lui ogni anno si svegliava, primo fra tutti, a volte anche seguendo il bizzarro clima più caldo e fiorendo pure in pieno febbraio, rischiando poi le gelate tardive.

Ogni anno le braccia sempre più deboli e malate, ma comunque vive e orgogliose di esserci.

Quest’anno non si è svegliato più. L’aria ancora profuma di calicanto e i primi narcisi ancora sono lì a sbirciare chi si deciderà a seguirli.

Ma lui è già stato rimosso. Residui di tronco sono ad attendere l’incenerimento e trovare pertanto una nuova dimora.

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Di lui ci accompagnerà un vasetto di marmellata gelosamente custodito come cimelio nella dispensa e la scelta di abitare quella buca esposta con lo stesso colore arancione.

Questa volta però non di un albicocco ma di un nuovo virgulto di caco, probabile successore della speriamo lontana fine del  fratello capostipite che impera nel corridoio più in alto.

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Grazie, caro albicocco. Grazie per avere accompagnato le nostre stagioni, per avere risvegliato i giorni invernali con la tua dolcezza, per avere colorato insalate di frutti, per avere rinforzato tartarughe e uccelli, per averci ricordato la caducità della vita.

Cosa insegna un albero di nespole, 4 giugno 2007. Purtroppo lo hanno tagliato. Peccato: voleva solo vivere. E non dava fastidio a nessuno. “L’uomo è violenza”, Emanuele Severino

Quasi sotto casa c’è un albero di nespole che in queste utime settimane ha anche fruttificato.
E’ cresciuto in un luogo che sembrava impossibile.
Quasi in centro città, a pochi metri da una delle più trafficate strade di scorrimento.
Del tutto a ridosso di un  muro.
In mezzo ai preziosi ed ambiti posti di parcheggio.
Eppure anche in questo ambiente così ostile e pieno di ostacoli insormontabili, è riuscito a mettere radici, a cercare terra là sotto, ad attivare ogni anno il suo ciclo vitale.
Fino alle belle nespole color arancione di questi giorni.

C’è molto da apprendere da lui.
Volere vivere ovunque sei.
Assecondare la ghianda che è in te.
Farsi aiutare. In questo caso dai geometri che non hanno osato tagliarlo, dagli amministratori di condominio che lo hanno tollerato, dagli automobilisti che si tengono a quei 30 cm di distanza che gli danno un minimo di spazio.
Esprimere la “bellezza in sè”. Con quella chioma che vorrebbe essere rotonda e che si inchina un poco in avanti tanto per aspirare a quello che vorrebbe essere.
Infine attirare l’attenzione su di sè.
Facendo fermare per un attimo, anche un attimo solo, chi passa veloce.

Caro nespolo: ti ringrazio di esistere.