LAURA CONTI, UNA LEPRE CON LA FACCIA DA BAMBINA, ristampato da Fandango, articolo in blog La Lettrice Assorta

LAURA CONTI, UNA LEPRE CON LA FACCIA DA BAMBINA, ristampato da Fandango, articolo in blog La Lettrice Assorta

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LAURA CONTI, UNA LEPRE CON LA FACCIA DA BAMBINA, ristampato da Fandango, articolo in blog La Lettrice Assorta – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

sul “ripescare RICORDI dalla memoria”, in GIOVANNI AGOSTINI, ANDREA GIORGI, LEONARDO MINEO (a cura di), La memoria dell’Università. Le fonti orali per la storia dell’Università degli studi di Trento (1962-1972), Il Mulino editore, 2014

in https://mappeser.com/2021/02/26/giovanni-agostini-andrea-giorgi-leonardo-mineo-a-cura-di-la-memoria-delluniversita-le-fonti-orali-per-la-storia-delluniversita-degli-studi-di-trento-1962-1972-il-mulino-editore-2014/

Marco Boato ricorda alcune persone che hanno fatto parte del movimento del ’67, ’68, ’69, in particolare a Trento, in: Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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Marco Boato ricorda alcune persone che hanno fatto parte del movimento del ’67, ’68, ’69, in particolare a Trento, in: Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

“Francesco Alberoni venne chiamato a dirigere Sociologia dopo la lunga occupazione del febbraio-aprile 1968 …”, in Marco Boato, Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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“Francesco Alberoni venne chiamato a dirigere Sociologia dopo la lunga occupazione del febbraio-aprile 1968 …”, in Marco Boato, Il lungo ’68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato , cosa resta, La Scuola editrice, 2018 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

FRANCESCO ALBERONI e la facoltà di sociologia di Trento, 1968-1970, da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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FRANCESCO ALBERONI e la facoltà di sociologia di trento, 1968-1970, fonti informative da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

legge per la LAUREA IN SOCIOLOGIA a Trento, 1966. fonti informative da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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legge per la LAUREA IN SOCIOLOGIA a Trento, i966. fonti informative da: fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

il ruolo di BRUNO KESSLER per la fondazione dell’ ISTITUTO UNIVERSITARIO DI SCIENZE SOCIALI a TRENTO, 1962, fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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il ruolo di BRUNO KESSLER per la fondazione dell’ ISTITUTO UNIVERSITARIO DI SCIENZE SOCIALI a TRENTO, 1962, fonti da: Concetto VECCHIO, Vietato obbedire. Il momento storico irripetibile della facoltà di Sociologia a Trento, nel racconto dei suoi protagonisti , Rizzoli/Bur, 2005 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021

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GARZONIO Marco, Prefazione di Giuliano Pisapia, La città che sale. MILANO da tangentopoli al post Expo, passando per il Covid, in attesa delle Olimpiadi, nel ricordo di Carlo Maria Martini, San Paolo edizioni, 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo le fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

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fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1962-1966), in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo la LEGGE 8 giugno 1966, n. 432 Norme generali sull’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, in Normattiva – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

L’Istituto conferisce la laurea in sociologia. Il corso di studi ha durata quadriennale e si divide in due bienni. Il primo biennio, propedeutico, comprende insegnamenti di carattere generale, politici, storici, economici, matematici e giuridici; il secondo biennio comprende insegnamenti specifici all’indirizzo sociologico.

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LEGGE 8 giugno 1966, n. 432 Norme generali sull’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, in Normattiva – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo una rassegna delle pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

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una rassegna delle pubblicazioni dei docenti della facoltà di Sociologia della Università di Trento nel periodo 1962/1972, in Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo le fasi istituzionali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – da MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

fasi istituzIonali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008

fasi istituzIonali per la creazione della Facoltà di Sociologia di Trento (1961-1966): il ruolo decisivo di BRUNO KESSLER. in SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

mi ricordo …: SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – in MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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SOCIOLOGIA A TRENTO, 1961-1967: una “scienza nuova” per modernizzare l’arretratezza italiana, di Giovanni Agostini, Il Mulino, 2008 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Sui BLOG, un testo di Paolo Ferrario del 2007 (ai tempi di Splinder!)

Provo ad osservarmi.
E a scrivere mentre mi osservo.
E, in particolare, a mettere a fuoco i miei processi di pensiero.

Osservo i due poli opposti.
Da una parte c’è il continuo fluire del pensiero interno. E’ l’incessante ”stream of consciousness” che James Joyce ha osato sfidare sul piano letterario nel suo Ulisse. E’ un pensiero mobile, variabile, disordinato, confinante fra conscio ed inconscio. Talvolta si ferma. Più spesso scappa via e si dimentica del passo precedente.
E’ un gran compagno questo pensiero.
Si presentifica davanti allo specchio e mi fa dire: “ma chi sono io?  .. chi è quello lì? … ma sono davvero io?”.  O si manifesta con qualità psichica prima di dormire.
E’ il pensiero che  lentamente si assopisce prima di dormire. Per fare posto al sogno.
E’ il pensiero che può essere  messo al servizio della psiche con la reverie

All’altro polo c’è il pensiero applicativo. Quello dello studio analitico che si lega al lavoro ed alla professione. Qualsiasi lavoro attiva il pensiero applicativo. E’ pensiero pratico: “si fa così … no, si potrebbe anche fare così … questo adesso, questo dopo… occorre confrontare … ci vuole un parere …”
La coscienza occidentale è andata molto avanti nei pensieri applicativi.
Lo psicologo Howard Gardner nel suo Formae mentis, ha addirittura elaborato una tipologia delle intelligenze:

l’intelligenza linguistica;

l’intelligenza musicale,

l’intelligenza logico-matematica,

l’intelligenza spaziale,

l’intelligenza corporea;

l’intelligenza intrapersonale;

l’intelligenza interpersonale.

Libro fantastico il Formae mentis (Feltrinelli, 1987).

In mezzo a questi due poli si agitano, agiscono, prendono il sopravvento e lo perdono tantissimi altri stili di pensiero.
Il pensiero poetico. Quello dello sguardo intenso, unico e profondo sull’attimo. E’ un pensiero molto, molto legato allo sguardo. Sguardo diretto o obliquo. Ma comunque sguardo che vede oltre e dentro. Solo in quell’attimo. Lo sguardo che crea una realtà altra da quella percepita dalla coscienza.

Ancora il pensiero del gesto quotidiano. Accudirsi (oh , quanto sfuma sul pensiero interno, talvolta!), nutrirsi, fare ordine. Ricreare le condizioni per la propria sopravvivenza. E’ un pensiero apparentemente semplice che si affida alla memoria procedurale. Mia moglie mi dice che questo pensiero sarà molto, molto utile in vecchiaia.

C’è il pensiero della scelta. Cosa faccio? Cosa decido? Questa via o quest’altra? Decidere: tagliare. Ogni decisione è un taglio. Sanguina, poco o tanto

Insomma: ci sono tante varianti nei processi del pensare.
Anche perchè c’è sempre l’emozione di pensare. E’ lì che il pensare si umanizza perchè si impasta fra pensiero e sentimento ed ancora fra senzazione ed intuizione (quanto era saggio Jung. Il vecchio saggio Carl Gustav Jung)

Ma era ai blog dove volevo arrivare.

Quale tipo di pensiero attiva il fare direttamente un blog o ancora visitarli e commentare?
A me sembra che attivi un pensiero relazionale.
Ossia un pensare che si struttura facendo rimbalzare dentro di sè e poi fuori di sè e poi ancora dentro di sè pezzetti del pensare di altri. Come dice anche Fully in un suo post.
E’ per questo che le tecnologie che sostengono i blog sono una rivoluzione della modernità.
Ed è proprio che da qui nascono i problemi. I nuovi problemi legati all’uso di queste straordinarie tecnologie. In una prospettiva negativa ne ha già parlato Sherry Turkle.

Oggi vorrei soffermarmi su tre aspetti: la scelta dei blog, il tempo per esplorarli, il pensiero applicativo emergente, la rottura della solitudine nella moltitudine.

La scelta dei Blog. Per me è avvenuta prima per amicizia, poi per casualità, poi per affinità, poi ancora per amicizie acquisite. La Z-List combina affinità e casualità. Ma costringe anche alla scelta. Ed è stato molto divertente leggere del tormento decisionale di Dodo (sanguinava un pochetto). L’interesse della Z-List (e forse anche qualla della “classifica per generi”): conoscere blogger eccentrici rispetto alle mie centrature. Il suo svantaggio è la mancanza di un aggregatore. Non è una catena. E’ un albero con rami e rametti. Come gi alberi genealogici

E qui nasce il problema del tempo per esplorarli
Il tempo è breve, il tempo stringe, il tempo che resta è sempre limitato.
Osservo che il mio rapporto Uno a Molti con i blog funziona su tre sfere.

C’è la sfera intima. Gli amici, quelli che si visitano proprio sempre, con cui si colloquia, in cui si commenta e si leggono gli altri commenti. Con cui si intessono rapporti ancora più intimi con le letterine interne. Qui i rimbalzi sono molto frequenti. E talvolta si mettono a tema questioni piuttosto interessanti.

Poi c’è la sfera dei frequenti. Li vado a vedere, ma non in modo metodico. Ogni tanto qualcuno sfugge. I loro amici non diventano miei amici (ma talvolta sì). Insomma è un’area più esplorativa, basata sul criterio prova ed errore. Certo talvolta alcuni finiscono inesorabilmente nelle spire pitoniche della sfera intima.

Infine c’è la sfera dei blog per ricerche. Si tratta di case tematiche. Di blogger che inseguono un tema che mi sta a cuore. Questi blog sfumano nei siti. Non ci vedo molta differenza fra un blog specialistico-tematico ed un sito.
Non dico che tradiscono la missione originaria del blog, che è quella di essere un diario pubblico. Però quasi.

Per me la vocazione interessante del blog è la sua introspezione esposta al pubblico.
E’ per questo che i commenti offensivi e giudicanti sono così fuori tono nella cultura dei blog. Eppure prevalgono: ma è l’effetto imitativo della “discussione da bar sport”. Ti devo distruggere per le tue opinioni. Non posso distruggerti fisicamente, lo faccio con le parole. Tanto è facile battere i tasti, salvare ed inviare.
Così succede che i blogger delle sfere frequenti e per ricerche sono estremamente mobili nel mio rapporto uno a molti. Entrano ed escono con grande facilità.

Quanti blog della sfera intima e frequente si possono “curare”?
Vediamo: 20 interlocutori fra gli amici scelti e che mi hanno scelto; 36 fra i preferiti (ossia i blog monitorati da splinder).
Tenuto conto delle frequenze di lettura, credo che la soglia di 20 si quella più realistica.
Compatibilmente con le altre cose da fare posso “curare” con la dovuta attenzione ed solo 20 relazioni.
Nell’universo delle relazioni internettiane è una molecola nello spazio.
Nelle relazioni fra persone è molto. Tanto più che la rete abbatte la geografia. Sono relazioni extra-territoriali.

Ma quale pensiero interno e pensiero applicativo attiva il pensiero relazionale emergente dei blog?
Qui c’è il problema. Un problema che è solo all’inizio, direbbe Emanuele Severino.
Si tratta di un pensiero frammentato.
Un pensiero erratico.
Un pensiero che si applica a troppi oggetti per esplorarne a fondo ciascuno.

Penso al libro che più mi è caro, all’unico libro che Montaigne ha scritto nella sua vita e l’unico che mi porterei dovunque:

“Questo, lettore, è un libro sincero.
Ti avverto fin dall’inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine,
se non domestico e privato.
Non ho tenuto in alcuna considerazione nè il tuo vantaggio nè la mia gloria.
Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito.
L’ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti ed amici:
affinchè dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto)
possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori,
e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me”
Montaigne, Saggi

Come non intra-vedere in queste parole del 1592 lo spirito, l’atteggiamento, la direzione biografica che oggi spinge un qualsiasi scrittore di blog?
Come sto ora facendo io.
Eppure quali differenze insormontabili!
Lì una applicazione quotidiana, senza interruzioni, senza interventi esterni a elaborare il proprio sè.
Qui, per l’appunto, una erranza fra temi, parole chiave, musiche, proposte, oggetti di riflessione diversissimi. Tutti spesso solo toccati velocemente senza una forte e profonda ricerca indaginante.
Là l’interiorità che si fa universalità.
Qui l’esteriorità dei frammenti che solo a condizione di riprendersi da se stessi in mano potrebbe diventare esperienza unitaria.
E’ il grande problema: tanti messaggi, tante informazioni, tanti stimoli. Ma poco o nulla come socializzazione e educazione a mettere assieme.
E, ripeto, siamo solo agli inizi del problema. Perchè siamo dentro la rivoluzione

Per ultimo mi resta ancora un filo di ragionamento.
E’ abbastanza chiaro che la modernità, alimentata dal mercato e dalle burocrazie,  è innanzitutto rottura delle solidarietà primarie tradizionali. Famiglia in primo luogo, ma poi anche comunità locali.
Questo fa sì che tutti noi (chi più, chi meno) siamo persone sole nella moltitudine.La moltitudine dei singoli ha sostituito le relazioni primarie.
Il blog integra, quando va bene, le relazioni faccia a faccia.
Più rischioso è quando le sostituisce.
Non c’è un rapporto causa effetto del tipo: la cultura dei blog provoca un impoverimento dei rapporti faccia a faccia.
No
Piuttosto l’estensione ed i radicamento, e le Z-List e le classifiche, insomma tutto questo avvitamento su se stessi dei blog, sono un sintomo della solitudine della moltitudine
Tuttavia essi talvolta alimentano anche forme nuove di solitudine scelta.
E qui il salto esistenziale si fa duro e terribile.
Fin quando si chiacchiera più o meno amabilmente sui post e nei commenti: “Caro di qui” … “Caro di là” … “condivido” … “non sono d’accordo” … e via discorrendo (“zio caro”: e qui capisce solo chi ha letto altro) …
Dicevo fin quando si parla con i tasti nasce, cresce,  l’illusione di essere in relazione. Di avere amicizie solide che rompono la solitudine.

Ma appena arriverà la caduta, la malattia, il colpo inaspettato che mette fuori gioco il corpo e la sua stessa possibilità di relazione … ecco, in quel momento, tutte queste relazioni virtuali si disfarranno nel vento.

Cesseranno immediatamente di esistere. Nè più nè meno come quando si spegne un computer.
Non ci sarà più alcuna relazione virtuale importante e necessaria ad avvicinare l’impatto di quel problema.
Ed allora saranno ancora una volta  solo le relazioni primarie, quelle faccia a faccia, quelle delle famiglie sia pure disgraziate, invadenti e terrificanti, dei preti odiati e sbeffeggiati, degli insegnanti colpevolizzati, dei vicini di casa invadenti, ma forse allora rivalutati, dei volontari onnipotenti ed ingrugniti nella loro vocazione salvifica a dimostrare la loro essenzialità per tenerci assieme, male e  ancora per un poco. Ma a tenerci assieme
E se anche queste relazioni franeranno (e franeranno, perchè non tengono sul medio e lungo periodo) ci saranno solo le istituzioni del welfare a darci una gruccia, un lenzuolo pulito alla mattina, dopo, la merda della notte.
Le tanto disprezzare istituzioni del welfare, delle quali ci si accorge per criticarne l’insufficienza, secondo la solita logica della “caccia al colpevole”, solo quando ne abbiamo bisogno.
Ed è qui che la politica, non la politica – spettacolo, ma la politica – azione eticamente sostenuta, riacquista il suo ruolo, peso, vocazione.

Dunque, mi dico: fai il tuo blog, cura le tue relazioni, costruisci pure questi legami sottili che passano per la comunicazione dei fili. Sappi, però, che sono rapporti effimeri, labili, leggeri. E allora tieni sempre d’occhio anche  le persone fisiche, concrete, visibili.
Ringrazia il caso e la natura che ti ha messo vicino una moglie che illumina e scalda i giorni.
Tuttavia, se scarseggiano i rapporti interpersonali, perchè hai un pessimo carattere, punta ancora sulle politiche di welfare e sul loro funzionamento.
Magari qualcuno, quando sarai nel letto assistito o sul deambulatore, si ricorderà che Nina Simone sa farti piangere e contemporaneamente renderti sempre felice.
E si ricorderà di infilarti una cuffia sulle orecchie e far andare in loop le sue 500 canzoni.

Jerry LEWIS: “Quel clown di mio padre” raccontato da Chris Lewis. Articolo di Marco Consoli, in Il Venerdì di Repubblica, 24 luglio 2020

letto in edizione cartacea

cerca in :

https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2020/07/24/news/jerry_lewis_the_day_the_clown_cried_olocausto_figlio_chris_lewis_intervista_berlino_deutsche_kinemathek_la_vita_e_bella_il_v-262467390/

mi scrive Gianfranco Gentile, detto “Tato”, 21 maggio 2020

Caro Paolo, felice di averti rivisto,

come ti dissi ti leggo spesso sulle mail che mi mandi.

Questa mattina, scorrendo il tuo sito (Coatesa.com),  ho aperto l’indice del blog e poi (Gentile Gianfranco “Tato” (2)) rileggendo appunto 2 delle poesie che ti diedi a suo tempo.

Mi piacerebbe che, se lo ritieni, ne pubblicassi altre; mi farebbe molto piacere (orgoglio?) e allora mi permetto di inviarti quelle che reputo più carine- spiritose- serie- allegre……

Se lo farai ti prego anche di volermelo far sapere in modo che io possa, IMMEDIATAMENTE (super orgoglio) andarle a vedere.

Ciao, un abbraccio.

P.s.: mi ricordo ancora la tua stanza con i materassini neri di gomma e la tua scatola del “Piccolo chimico”. Bei tempi……….


Sei stato più veloce della luce, ti ringrazio molto.

Sapevo del tuo infarto, ma non sapevo avessi dovuto sottoporti anche agli stent ed al pacemaker. Sappi comunque, ma lo sai sicuramente, che ora sei sotto protezione forse più di una persona, come si suol dire, sana come un pesce.

Le medicine ed i controlli ai quali ti sottoporrai monitorano di continuo il tuo stato di salute. Per farti un esempio, mia mamma con un infarto avuto nel 1975 è campata fino al 2003 e non è morta per quello.

Anch’io mi ricordo i bei tempi andati, il ritrovo in via Cadorna con Alberto, se non sbaglio, e la sorella (autotrasporti) e quella grande quercia che ancora vive e i poveri passerotti ai quali sparavamo con un fucile a canna esagonale, il gioco con la pelota basca che poi ti ha portato al pronto soccorso con la lingua tagliata, la tua casa in via Volta, poi in via Cigalini dove abbiamo pernottato nella roulotte prima della partenza per Marina di Pisa, quelle in via Manzoni e in via Dante; la gita a Bergamo Alta con la mia Fiat 850 beige, la gita a Pognana, mi pare, dai tuoi parenti, il ritrovo nella Ditta del Fasola a Rebbio, spero di non sbagliare il cognome, dove io, per fare lo spiritoso con i figli e la sua nipote (carina) facevo sparire il mozzicone della sigaretta sotto la lingua e mi sono scottato come un pirla.

Bei ricordi indelebili……Ciao Paolo e grazie ancora per la pubblicazione.

mi ricordo l’esperienza editoriale del libro LA SALUTE, scritto da Laura Conti, nella enciclopedia I MONDI DELL’UOMO, attraverso la biografia di: Franco SALGHETTI-DRIOLI, I miei 400 anni e altri viaggi, InfilaIndiana edizioni, 2019

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Quest’opera è una libera e integrale rielaborazione della Rathbone-Aldus Encyclopaedia (1960), originariamente pubblicata in lingua inglese e pubblicata in lingua italiana con il titolo “I Mondi dell’Uomo” dalla Arnoldo Mondadori editore (1961)

mi ricordo il senatore LUCIANO FORNI (1935-2020)

con il senatore LUCIANO FORNI (1985-2020), nel 1987

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qui nel 1987 alla presentazione del libro:

https://mappeser.com/2020/05/10/paolo-ferrario-politica-dei-servizi-sociali-strutture-trasformazioni-legislazione-carocci-faber-prima-edizione-1987-poi-ripubblicato-in-una-completa-riscrittura-nel-2001-indice-del-libro/


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scrive franco gerosa
caro Paolo ho dei ricordi cari e importanti legati alla tua persona e al lavoro intellettuale e politico che abbiamo fatto insieme. E’stato sempre uno scambio libero di saperi e di opinioni non limitato dalla appartenenza politica nel senso di Partito. Resta a me una grande amicizia e stima. Grazie Paolo.
​rispondo
GRAZIE

Franco Gerosa

, come sai la mia stima ed affetto è molto ricambiata. se penso a quegli anni … gli incontri sulla psichiatria con gianni Masè, le commissioni sanità dell’allora Pci (con l’analisi dell’ospedale sant’Anna) e poi l’associazione Dino Campana … tutto inciso nella memoria e nei miei appunti . Qualcosa è salvato anche nei miei blog. esempio la Dino Campana: https://traccesent.com/2016/07/11/mi-ricordo-degli-anni-in-cui-facevamo-lassociazione-dino-campana-per-il-superamanto-dellospedale-psichiatrico-di-como-erano-gli-anni-80/. Insomma : amicizia e collaborazione erano gli ingredienti fondanti​

“Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù … mi piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra incredibile gatta…” – da TARTARUGOSA

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“Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù … mi piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra incredibile gatta…” – TARTARUGOSA

mi ricordo …. : Addio PEPPO SPAGNOLI, paladino del Jazz, fondatore della casa discografica Splasc (h), articolo di Alessio Brunialti, in La Provincia 6 marzo 2020

Peppo Spagnoli (2020). Fondatore nel 1982 della Splasc(h), la più importante etichetta discografica di jazz in Italia. Nato ad Arcisate, provincia di Varese, è stato a lungo consigliere comunale per il Pci e lavorò come disegnatore tessile prima di dedicarsi alla musica. Il primo album pubblicato da Splasch(h) fu Lunet, dell’European Quartet del sassofonista Gianni Basso.

Tra le sue scoperte, Paolo Fresu e Luca Flores.

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https://www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/addio-peppo-spagnoli-paladino-del-jazz_1343800_11/?fbclid=IwAR3ZRQL6WItw_lXT6l1m_Zox3P7s-yKzOHx8a8dIt_XSnmfJC21gdgm4V5Y

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mi ricordo … LAURA CONTI, “occuparsi” e non “preoccuparsi” , un foglio di diario del 12 novembre 2007

lunedì, 12 novembre 2007

Salute e malattia: “occuparsi” e non “preoccuparsi”

Siamo psicologicamente fragili davanti alle malattie. Ma forse è meglio parlare solo per me e dire: sono psicologicamente fragile davanti alle malattie.
Il vissuto della “salute” è quello della perfetta aderenza fra l’immagine con cui mi si presenta realmente il mio corpo e l’immagine ideale che ho interiormente del mio corpo. Se leggo o sto al computer è la vista e l’uso delle dita che mi mettono tranquillo. Se vado alla casa sul lago ho bisogno di gambe per camminare e un po’ di muscolatura per vangare.
Sto bene quando non sento alcun conflitto fra il corpo ideale (quello che mi consente la mie presenza nel mondo) e quello reale.

Ma cosa succede quando qualcosa si incrina?
Cosa succede dal punto soggettivo, intendo dire.

Accade di percepire una frattura fra il mio stato corporeo e quello standard di comportamento e di capacità di azione che prima mi sembravano ovvi.
Lo stare bene coincide quasi con la situazione di non percepire il mio corpo, perché – per l’appunto –  funziona.
L’incrinatura comincia quando il corpo parla.
Mi ha parlato l’estate del 2006 per un giorno intero, dopo i 270 scalini (bassi) che vanno dalla casa alla strada. E poi ancora nei mesi successivi. Con segni evidenti o di semplice allentamento della normale funzionalità o di alterata funzione.
In particolare mi ha parlato il cuore. Questo organo fisico ha lanciato qualche segnale che ho – in una alternanza fra ipocondria e fatalismo diagnostico – ascoltato ed accolto. Grazie anche al Servizio sanitario nazionale che con grave irresponsabilità viene criticato e che – invece – è un grande valore del welfare italiano.

Mi viene spontaneo confrontare la dimensione simbolica con quella medico-scientifica.
Il cuore, è innanzitutto un simbolo di “centro”, come insegna il linguaggio: “il cuore del problema”, il “cuore della città”.

Ma è anche considerato la sede di quella conoscenza che passa attraverso le emozioni:

“ il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce[…]. Io dico che il cuore ama l’Essere universale naturalmente, e ama sé stesso naturalmente, […] e s’indurisce contro l’uno o l’altro, a sua scelta. […]”, Blaise Pascal

Tuttavia, quando si percepisce una incrinatura, il cuore simbolico assume l’altro suo significato, diventando un potente e perennemente in azione muscolo chiamato “miocardio”.

Alla soggettività conviene  prudentemente affiancare l’oggettività.
Alla forza del simbolo occorre aggiungere quella complementare della indagine obiettiva.
Fra oggi e domani il mio miocardio è sotto esame di un servizio pubblico di medicina nucleare.

Sarò anche blandamente radioattivo per 48 ore.
La mia grande amica ed insegnante Laura Conti mi diceva con la sua garrula voce:

Non bisogna preoccuparsi, ma occuparsi della propria salute”.
Saggia Laura che aveva – in poche ed efficaci parole – indicato la strada.

Maroon 5 – Memories


Memories
Here’s to the ones that we got
Cheers to the wish you were here, but you’re not
‘Cause the drinks bring back all the memories
Of everything we’ve been through
Toast to the ones here today
Toast to the ones that we lost on the way
‘Cause the drinks bring back all the memories
And the memories bring back, memories bring back you
There’s a time that I remember, when I did not know no pain
When I believed in forever, and everything would stay the same
Now my heart feel like December when somebody say your name
‘Cause I can’t reach out to call you, but I know I will one day, yeah
Everybody hurts sometimes
Everybody hurts someday, aye aye
But everything gon’ be alright
Go and raise a glass and say, aye
Here’s to the ones that we got
Cheers to the wish you were

And the memories bring back, memories bring back you

E i ricordi fanno riaffiorare, i ricordi fanno riaffiorare te

http://testicanzoni.mtv.it/testi-Maroon-5_27840/traduzione-Memories-100364992


biografia del gruppo

https://it.wikipedia.org/wiki/Maroon_5

Claudio Risè compie 80 anni , fine novembre 2019

Claudio Risè compie 80 anni !!!
buon futuro, Claudio
sei stato fondamentale nel mio ciclo di vita

Cari amici, sono davvero commosso, e anche un po’ preoccupato.
Come farò ad essere all’altezza di tutto questo affetto, fiducia, calore? Beh, io ci provo, come ho sempre fatto.
Vi sono molto riconoscente: la vostra presenza e i vostri auguri sono stati un regalo bellissimo.
Grazie di cuore ad ognuno di voi!
Claudio

 


Claudio Rise
23 novembre alle ore 17:26
Grazie Paolo ! Buon tutto! 

mi ricordo LA NOTTE, il quotidiano che leggeva mio padre, 8 novembre 2019

Il 6 dicembre 1952 nacque la Notte, quotidiano del pomeriggio fondato e diretto da Nino Nutrizio, cronista sportivo poi diventato tuttologo, cui va subito dato il merito di aver inventato il giornalismo popolare, come dovrebbe essere sempre il giornalismo che non si rivolge alla Accademia della Crusca bensì alla gente comune o, meglio, a tutti, belli e brutti. Nelle intenzioni dell’editore, Carlo Pesenti, grande industriale bergamasco, doveva essere un foglio elettorale, cioè destinato a sostenere un partito (quello liberale ostile al comunismo in crescita). Insomma, una pubblicazione poco più che stagionale, quella dei comizi che all’epoca erano decisivi circa la sorte delle elezioni, vista l’assenza della televisione e di altri mezzi di comunicazione attualmente in voga. Uscirono vari numeri e non suscitarono clamore. Ma, un paio di mesi dopo, il pubblico, specialmente milanese, venne scosso dalla curiosità di leggere quelle strane pagine. Perché? Era attratto dai titoli, totalmente innovativi, efficaci, disinvolti e composti con un linguaggio colloquiale e invogliante. Segnalavano gli ultimi fatti di cronaca anche sportiva, i delitti, i fenomeni di costume. Alcuni fogli disinvolti e disinibiti che incontrarono in fretta il gradimento delle masse. Col trascorrere del tempo La Notte raggiunse una tiratura ragguardevole, pertanto sopravvisse alle consultazioni politiche e si radicò nel mercato come una presenza fissa, altro che vita breve e finalizzata a indirizzare il voto. Passano gli anni e il capolavoro dell’immenso direttore, inizialmente sottovalutato, domina non solo nel capoluogo lombardo bensì in ogni angolo del Nord, grazie a redazioni sparpagliate nel Settentrione. Trascuro i particolari, però ricordo che le vendite si aggiravano intorno alle 150 mila copie, parecchie per una edizione pomeridiana. Ogni dì Nino scriveva un fondo che si distingueva per efficacia e semplicità, era bevibile in cinque minuti e costituiva un momento imperdibile di lettura.

Negli anni Novanta, con l’avvento dei computer e delle diavolerie tecnologiche, i quotidiani della sera chiusero i battenti e pure la Notte venne uccisa con mio forte dolore, dato che ci avevo lavorato con somma soddisfazione dal 1969 al 1974. Nutrizio era morto prima della sua creatura meravigliosa e si risparmiò la tragedia della serrata. Oggi, a distanza di lustri dal luttuoso evento, tre signori in gamba hanno dato alle stampe un volume rievocativo degli antichi fasti della Notte, intitolato Ultima edizione e sono loro grato. Si tratta di Salvatore Garzillo, Alan Maglio e Luca Matarazzo, i quali, terrorizzati dalla retorica che avrebbe infastidito il mitico direttore, hanno raccolto in 350 pagine una miriade di fotografie che segnano la storia di un paio di generazioni e quella del miracolo cartaceo. L’iconografia la dice più lunga delle parole e il libro è un documento a tratti agghiacciante e a tratti commovente, che le persone di una certa età gradiranno, giacché evoca ricordi toccanti nonostante siano un po’ ingialliti in quanto abbastanza antichi. Al compito certosino degli autori vorrei soltanto aggiungere qualche parola di gratitudine dedicata a Nutrizio. Fu lui ad assumermi e a darmi la possibilità di diventarne allievo. Quando mi presentai nel suo enorme ufficio in piazza Cavour, egli era seduto alla scrivania indossando una giacchetta di lavoro blu chiaro. Mi fece accomodare su una sedia e mi scrutò come fosse un medico davanti a un paziente psichiatrico. Si informò a proposito del mio scarso curriculum e concluse: «Se non siete (dava del voi) stato inglobato nell’organico de L’Eco di Bergamo, dove avete collaborato, mi viene il sospetto che siate stupido. Poiché però non mi fido dei giudizi altrui voglio mettervi alla prova, tre mesi. Se supererete l’ostacolo, entrerete qui in pianta stabile, altrimenti vi converrà cambiare mestiere nel vostro interesse e anche nel nostro, che di cretini ne abbiamo già abbastanza».
Ero incerto se piangere o esultare. Comunque iniziai la fase sperimentale e dopo aver scritto un articolo su un fatto di sangue accaduto a Bergamo, l’indomani il direttore mi telefonò. La sua voce alla cornetta mi raggelò, temetti il licenziamento e attesi tremando la sentenza. Egli invece mi disse che avevo in anticipo superato l’esame per cui mi potevo considerare degno di entrare fisso alla Notte. E aggiunse: «Non montatevi comunque la testa perché siete e sarete sempre soltanto un cronista». Aveva ragione e lo ringraziai.GLI IMPROPERI
Un lustro più tardi fui convocato al Corriere d’informazione che era stato saccheggiato dal nascente Giornale di Montanelli. Il capo, Gino Palumbo, mi offrì un posto e lo accettai, poiché il Corriere aveva un fascino irresistibile, almeno per me provinciale. Allorché comunicai a Nino la mia intenzione di cambiare occupazione, questi mi coprì di improperi, tra cui “traditore”. Rimasi male e uscii dal suo studio a capo chino, forse mi sfuggì una lacrima. Quando Nutrizio scomparve ero direttore del Giornale, successore di Montanelli. Mi fu recapitato un pacchetto che conteneva una penna, quella con la quale il direttore della Notte vergava ogni mattina il suo pezzo. La conservo come una reliquia. Un bel dì incontro Angelo Rizzoli, già proprietario del Corriere, e facciamo quattro chiacchiere. Gli dico che Nutrizio non appena gli notificai che me ne andavo, mi insolentì. Angelo rise e mi informò che il mio nome alla sua famiglia era stato dato proprio da Nino. Rimasi di stucco. Da questo episodio credo emergano la personalità e bontà d’animo di uno che ha insegnato a tanti colleghi il mestiere. Mi piacerebbe riabbracciarlo.

Vittorio Feltri

VENEZIA, il futuro tra globalizzazione e fragilità, Speciale Tg1, 3 novembre 2019

Speciale Tg1
Venezia, il futuro tra globalizzazione e fragilità

in questa puntata, la città di Venezia, un laboratorio di questi tempi incerti. Fragile come i suoi edifici corrosi dal sale. Immersa in un ambiente precario, sottoposta ad una pressione turistica senza pari, con 30 milioni di visitatori ed una perdita continua di residenti, anno dopo anno. Insieme ai veneziani scompaiono le botteghe degli artigiani, i negozi di prossimità. Il tessuto sociale si dissolve, mentre spuntano nuove rivendite di souvenir. A chi appartiene la città storica, allora? Alle poche decine di migliaia di persone che ancora la vivono o ai milioni di turisti che ci passano qualche ora, si fanno un selfie a San Marco e poi ripartono? A Speciale Tg1, il reportage di Andrea Luchetta si interroga sul futuro di una città unica e universale, tanto fragile quanto globalizzata. Gentrificazione, uso privatistico degli spazi pubblici, esclusione sociale, impatto della new economy, innalzamento dei mari. La “Serenissima” è un simbolo universale del limite, in un’epoca che il limite sembra rifiutarlo. Un conflitto che si rispecchia nel moto ondoso dei canali, dove i vaporetti convivono con motoscafi privati, barchini, lancioni per turisti, carovane di taxi, vogatori, gondolieri e navi da crociera. C’è un futuro, in questo caos? La speranza viene dalla resilienza innata della città: storicamente, quanto più si è avvicinata al caos, tanto più ha saputo trovare un nuovo equilibrio. Sarà possibile anche questa volta, o ci siamo spinti troppo in là?


VAI A

RaiPlay – GuidaTV / Replay

M. M. mi ricorda gli anni di Venezia: Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (1996-2003): docente a contratto del corso Politica sociale e Legislazione

Buongiorno Prof Ferrario

sono un’ex alunna di Ca’ Foscari Servizio Sociale. Sono certa non si possa ricordare di me …vista la quantità di studenti che avrà visto nell’arco della sua carriera.

Ma io ricordo con piacere il suo corso e l’innovazione che lei apportava già a quei tempi con il sito Segnalo.it.

Noi studenti non eravamo ancora abituati a comunicare con i docenti via web, quindi Segnalo fu uno strumento molto gradito!

cara M!
sono commosso per il suo ricordo. i miei anni veneziani sono stati fra i più belli della mia vita professionale.
ho intatta nella memoria l’immagine dei luoghi e anche delle persone. mi sono fatto dei veneti (attraverso di voi) l’idea di persone molto concrete ma anche molto proiettate sull’avere una “visione” della vita, dei problemi e dei modi in cui diventare professionisti dei servizi.
grazie anche per la fotografia del libretto che “salverò” nei miei ricordi. diciamo che il nostro contatto continua con altri mezzi. allora era il sito, poi sono arrivati i blog e poi facebook e poi twitter. ma l’intento è sempre quello: offrire un servizio (nel mio caso un servizio formativo).
buoni giorni e grazie ancora per il suo messaggio che mi ha fatto tantissimo piacere
Paolo
un ricordo degli “anni veneziani” (Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università Ca’…
ricevo (commosso) questo messaggio:
Buongiorno Prof Ferrario sono un’ex alunna di Ca’ Foscari Servizio Sociale. Sono certa non si possa ricordare di me …vista la quantità di studenti che avrà vis…
aulevirt.com
Paolo
e qui l’ultimo mio video della palazzina briati https://youtu.be/m01UnnGMbhY

FAVOLE AL TELEFONO, favola musicale tratta dai racconti di GIANNI RODARI, al Teatro Giuditta Pasta, Saronno (VA), 13 ottobre 2019

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Al Teatro Sociale di Omegna (Verbano-Cusio-Ossola) Favole al telefono, adattamento teatrale dell’omonimo libro di Gianni Rodari (1920-1980), nato proprio a Omegna il 23 ottobre di 99 anni fa (ore 21). Magda Poli sul Corriere della Sera: «Cosa è successo alle favole che ogni sera un padre raccontava al telefono alla figlia? E se fossero rimaste impigliate nel telefono che Giovannino ha trovato in cantina? È di sua mamma, era lei che ascoltava le fiabe del nonno ogni sera. La mamma non ha mai avuto il tempo di raccontargliele, e poi non se le ricorda più. Giovannino è il protagonista di un colorato e delizioso spettacolo per ragazzi con musiche, Favole al telefono, dedicato a uno dei più importanti autori per l’infanzia, Gianni Rodari, con la regia e adattamento di Raffaele Latagliata e le musiche del maestro Valentino Corvino. Un omaggio a un autore dal grande genio compositivo, espresso in forme stralunate e ludiche, con spaccati di realtà che coniugano mirabilmente poesia, razionalità, verità e immaginazione. Certo ci vuole molta fantasia per far rinascere le favole già ascoltate. Unendo Filastrocche a Favole al telefono, gli attori, eleganti e giocosi, in uno strano negozio di telefonia tra apparecchi giganti, ben riescono a guidare lungo un viaggio rodariano tra palazzi di gelato da leccare e tabelline da imparare, per scoprire che “in principio la terra era tutta sbagliata, renderla più abitabile fu una bella faticata”».

The Moody Blues, Melancholy Man, in: A Question of Balance, 1970

Sono un uomo malinconico, ecco cosa sono,
I’m a melancholy man, that’s what I am,
Tutto il mondo mi circonda e i miei piedi sono a terra.
All the world surrounds me, and my feet are on the ground.
Sono un uomo molto solo, facendo quello che posso,
I’m a very lonely man, doing what I can,
Tutto il mondo mi stupisce e penso di capire
All the world astounds me and I think I understandChe continueremo a crescere, aspettare e vedere.
That we’re going to keep growing, wait and see.

Quando tutte le stelle stanno cadendo
When all the stars are falling down
Nel mare e sulla terra,
Into the sea and on the ground,
E voci arrabbiate portano avanti il ​​vento,
And angry voices carry on the wind,
Un raggio di luce ti riempirà la testa
A beam of light will fill your headE ricorderai cosa è stato detto
And you’ll remember what’s been said

Da tutti i bravi uomini che questo mondo abbia mai conosciuto.
By all the good men this world’s ever known.

Un altro uomo è ciò che vedrai,
Another man is what you’ll see,

Chi ti assomiglia e assomiglia a me,

Who looks like you and looks like me,

Eppure in qualche modo non si sentirà lo stesso,
And yet somehow he will not feel the same,

La sua vita è presa dalla miseria, non pensa come te e me,
His life caught up in misery, he doesn’t think like you and me,

Perché non riesce a vedere quello che io e te possiamo vedere.
Cause he can’t see what you and I can see.

Fonte: LyricFind
Compositori: Mike Pinder
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la biografia dei MOODY BLUES

https://traccesent.com/2020/01/08/biografia-dei-moody-blues-in-enciclopedia-del-rock-gruppo-editoriale-l-espresso-2005/

Sui BLOG, un testo di Paolo Ferrario del 2007 (ai tempi di Splinder!)

Provo ad osservarmi.
E a scrivere mentre mi osservo.
E, in particolare, a mettere a fuoco i miei processi di pensiero.

Osservo i due poli opposti.
Da una parte c’è il continuo fluire del pensiero interno. E’ l’incessante ”stream of consciousness” che James Joyce ha osato sfidare sul piano letterario nel suo Ulisse. E’ un pensiero mobile, variabile, disordinato, confinante fra conscio ed inconscio. Talvolta si ferma. Più spesso scappa via e si dimentica del passo precedente.
E’ un gran compagno questo pensiero.
Si presentifica davanti allo specchio e mi fa dire: “ma chi sono io?  .. chi è quello lì? … ma sono davvero io?”.  O si manifesta con qualità psichica prima di dormire.
E’ il pensiero che  lentamente si assopisce prima di dormire. Per fare posto al sogno.
E’ il pensiero che può essere  messo al servizio della psiche con la reverie

All’altro polo c’è il pensiero applicativo. Quello dello studio analitico che si lega al lavoro ed alla professione. Qualsiasi lavoro attiva il pensiero applicativo. E’ pensiero pratico: “si fa così … no, si potrebbe anche fare così … questo adesso, questo dopo… occorre confrontare … ci vuole un parere …”
La coscienza occidentale è andata molto avanti nei pensieri applicativi.
Lo psicologo Howard Gardner nel suo Formae mentis, ha addirittura elaborato una tipologia delle intelligenze:

l’intelligenza linguistica;

l’intelligenza musicale,

l’intelligenza logico-matematica,

l’intelligenza spaziale,

l’intelligenza corporea;

l’intelligenza intrapersonale;

l’intelligenza interpersonale.

Libro fantastico il Formae mentis (Feltrinelli, 1987).

In mezzo a questi due poli si agitano, agiscono, prendono il sopravvento e lo perdono tantissimi altri stili di pensiero.
Il pensiero poetico. Quello dello sguardo intenso, unico e profondo sull’attimo. E’ un pensiero molto, molto legato allo sguardo. Sguardo diretto o obliquo. Ma comunque sguardo che vede oltre e dentro. Solo in quell’attimo. Lo sguardo che crea una realtà altra da quella percepita dalla coscienza.

Ancora il pensiero del gesto quotidiano. Accudirsi (oh , quanto sfuma sul pensiero interno, talvolta!), nutrirsi, fare ordine. Ricreare le condizioni per la propria sopravvivenza. E’ un pensiero apparentemente semplice che si affida alla memoria procedurale. Mia moglie mi dice che questo pensiero sarà molto, molto utile in vecchiaia.

C’è il pensiero della scelta. Cosa faccio? Cosa decido? Questa via o quest’altra? Decidere: tagliare. Ogni decisione è un taglio. Sanguina, poco o tanto

Insomma: ci sono tante varianti nei processi del pensare.
Anche perchè c’è sempre l’emozione di pensare. E’ lì che il pensare si umanizza perchè si impasta fra pensiero e sentimento ed ancora fra senzazione ed intuizione (quanto era saggio Jung. Il vecchio saggio Carl Gustav Jung)

Ma era ai blog dove volevo arrivare.

Quale tipo di pensiero attiva il fare direttamente un blog o ancora visitarli e commentare?
A me sembra che attivi un pensiero relazionale.
Ossia un pensare che si struttura facendo rimbalzare dentro di sè e poi fuori di sè e poi ancora dentro di sè pezzetti del pensare di altri. Come dice anche Fully in un suo post.
E’ per questo che le tecnologie che sostengono i blog sono una rivoluzione della modernità.
Ed è proprio che da qui nascono i problemi. I nuovi problemi legati all’uso di queste straordinarie tecnologie. In una prospettiva negativa ne ha già parlato Sherry Turkle.

Oggi vorrei soffermarmi su tre aspetti: la scelta dei blog, il tempo per esplorarli, il pensiero applicativo emergente, la rottura della solitudine nella moltitudine.

La scelta dei Blog. Per me è avvenuta prima per amicizia, poi per casualità, poi per affinità, poi ancora per amicizie acquisite. La Z-List combina affinità e casualità. Ma costringe anche alla scelta. Ed è stato molto divertente leggere del tormento decisionale di Dodo (sanguinava un pochetto). L’interesse della Z-List (e forse anche qualla della “classifica per generi”): conoscere blogger eccentrici rispetto alle mie centrature. Il suo svantaggio è la mancanza di un aggregatore. Non è una catena. E’ un albero con rami e rametti. Come gi alberi genealogici

E qui nasce il problema del tempo per esplorarli
Il tempo è breve, il tempo stringe, il tempo che resta è sempre limitato.
Osservo che il mio rapporto Uno a Molti con i blog funziona su tre sfere.

C’è la sfera intima. Gli amici, quelli che si visitano proprio sempre, con cui si colloquia, in cui si commenta e si leggono gli altri commenti. Con cui si intessono rapporti ancora più intimi con le letterine interne. Qui i rimbalzi sono molto frequenti. E talvolta si mettono a tema questioni piuttosto interessanti.

Poi c’è la sfera dei frequenti. Li vado a vedere, ma non in modo metodico. Ogni tanto qualcuno sfugge. I loro amici non diventano miei amici (ma talvolta sì). Insomma è un’area più esplorativa, basata sul criterio prova ed errore. Certo talvolta alcuni finiscono inesorabilmente nelle spire pitoniche della sfera intima.

Infine c’è la sfera dei blog per ricerche. Si tratta di case tematiche. Di blogger che inseguono un tema che mi sta a cuore. Questi blog sfumano nei siti. Non ci vedo molta differenza fra un blog specialistico-tematico ed un sito.
Non dico che tradiscono la missione originaria del blog, che è quella di essere un diario pubblico. Però quasi.

Per me la vocazione interessante del blog è la sua introspezione esposta al pubblico.
E’ per questo che i commenti offensivi e giudicanti sono così fuori tono nella cultura dei blog. Eppure prevalgono: ma è l’effetto imitativo della “discussione da bar sport”. Ti devo distruggere per le tue opinioni. Non posso distruggerti fisicamente, lo faccio con le parole. Tanto è facile battere i tasti, salvare ed inviare.
Così succede che i blogger delle sfere frequenti e per ricerche sono estremamente mobili nel mio rapporto uno a molti. Entrano ed escono con grande facilità.

Quanti blog della sfera intima e frequente si possono “curare”?
Vediamo: 20 interlocutori fra gli amici scelti e che mi hanno scelto; 36 fra i preferiti (ossia i blog monitorati da splinder).
Tenuto conto delle frequenze di lettura, credo che la soglia di 20 si quella più realistica.
Compatibilmente con le altre cose da fare posso “curare” con la dovuta attenzione ed solo 20 relazioni.
Nell’universo delle relazioni internettiane è una molecola nello spazio.
Nelle relazioni fra persone è molto. Tanto più che la rete abbatte la geografia. Sono relazioni extra-territoriali.

Ma quale pensiero interno e pensiero applicativo attiva il pensiero relazionale emergente dei blog?
Qui c’è il problema. Un problema che è solo all’inizio, direbbe Emanuele Severino.
Si tratta di un pensiero frammentato.
Un pensiero erratico.
Un pensiero che si applica a troppi oggetti per esplorarne a fondo ciascuno.

Penso al libro che più mi è caro, all’unico libro che Montaigne ha scritto nella sua vita e l’unico che mi porterei dovunque:

“Questo, lettore, è un libro sincero.
Ti avverto fin dall’inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine,
se non domestico e privato.
Non ho tenuto in alcuna considerazione nè il tuo vantaggio nè la mia gloria.
Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito.
L’ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti ed amici:
affinchè dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto)
possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori,
e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me”
Montaigne, Saggi

Come non intra-vedere in queste parole del 1592 lo spirito, l’atteggiamento, la direzione biografica che oggi spinge un qualsiasi scrittore di blog?
Come sto ora facendo io.
Eppure quali differenze insormontabili!
Lì una applicazione quotidiana, senza interruzioni, senza interventi esterni a elaborare il proprio sè.
Qui, per l’appunto, una erranza fra temi, parole chiave, musiche, proposte, oggetti di riflessione diversissimi. Tutti spesso solo toccati velocemente senza una forte e profonda ricerca indaginante.
Là l’interiorità che si fa universalità.
Qui l’esteriorità dei frammenti che solo a condizione di riprendersi da se stessi in mano potrebbe diventare esperienza unitaria.
E’ il grande problema: tanti messaggi, tante informazioni, tanti stimoli. Ma poco o nulla come socializzazione e educazione a mettere assieme.
E, ripeto, siamo solo agli inizi del problema. Perchè siamo dentro la rivoluzione

Per ultimo mi resta ancora un filo di ragionamento.
E’ abbastanza chiaro che la modernità, alimentata dal mercato e dalle burocrazie,  è innanzitutto rottura delle solidarietà primarie tradizionali. Famiglia in primo luogo, ma poi anche comunità locali.
Questo fa sì che tutti noi (chi più, chi meno) siamo persone sole nella moltitudine.La moltitudine dei singoli ha sostituito le relazioni primarie.
Il blog integra, quando va bene, le relazioni faccia a faccia.
Più rischioso è quando le sostituisce.
Non c’è un rapporto causa effetto del tipo: la cultura dei blog provoca un impoverimento dei rapporti faccia a faccia.
No
Piuttosto l’estensione ed i radicamento, e le Z-List e le classifiche, insomma tutto questo avvitamento su se stessi dei blog, sono un sintomo della solitudine della moltitudine
Tuttavia essi talvolta alimentano anche forme nuove di solitudine scelta.
E qui il salto esistenziale si fa duro e terribile.
Fin quando si chiacchiera più o meno amabilmente sui post e nei commenti: “Caro di qui” … “Caro di là” … “condivido” … “non sono d’accordo” … e via discorrendo (“zio caro”: e qui capisce solo chi ha letto altro) …
Dicevo fin quando si parla con i tasti nasce, cresce,  l’illusione di essere in relazione. Di avere amicizie solide che rompono la solitudine.

Ma appena arriverà la caduta, la malattia, il colpo inaspettato che mette fuori gioco il corpo e la sua stessa possibilità di relazione … ecco, in quel momento, tutte queste relazioni virtuali si disfarranno nel vento.

Cesseranno immediatamente di esistere. Nè più nè meno come quando si spegne un computer.
Non ci sarà più alcuna relazione virtuale importante e necessaria ad avvicinare l’impatto di quel problema.
Ed allora saranno ancora una volta  solo le relazioni primarie, quelle faccia a faccia, quelle delle famiglie sia pure disgraziate, invadenti e terrificanti, dei preti odiati e sbeffeggiati, degli insegnanti colpevolizzati, dei vicini di casa invadenti, ma forse allora rivalutati, dei volontari onnipotenti ed ingrugniti nella loro vocazione salvifica a dimostrare la loro essenzialità per tenerci assieme, male e  ancora per un poco. Ma a tenerci assieme
E se anche queste relazioni franeranno (e franeranno, perchè non tengono sul medio e lungo periodo) ci saranno solo le istituzioni del welfare a darci una gruccia, un lenzuolo pulito alla mattina, dopo, la merda della notte.
Le tanto disprezzare istituzioni del welfare, delle quali ci si accorge per criticarne l’insufficienza, secondo la solita logica della “caccia al colpevole”, solo quando ne abbiamo bisogno.
Ed è qui che la politica, non la politica – spettacolo, ma la politica – azione eticamente sostenuta, riacquista il suo ruolo, peso, vocazione.

Dunque, mi dico: fai il tuo blog, cura le tue relazioni, costruisci pure questi legami sottili che passano per la comunicazione dei fili. Sappi, però, che sono rapporti effimeri, labili, leggeri. E allora tieni sempre d’occhio anche  le persone fisiche, concrete, visibili.
Ringrazia il caso e la natura che ti ha messo vicino una moglie che illumina e scalda i giorni.
Tuttavia, se scarseggiano i rapporti interpersonali, perchè hai un pessimo carattere, punta ancora sulle politiche di welfare e sul loro funzionamento.
Magari qualcuno, quando sarai nel letto assistito o sul deambulatore, si ricorderà che Nina Simone sa farti piangere e contemporaneamente renderti sempre felice.
E si ricorderà di infilarti una cuffia sulle orecchie e far andare in loop le sue 500 canzoni.

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Provo ad osservarmi.
E a scrivere mentre mi osservo.
E, in particolare, a mettere a fuoco i miei processi di pensiero.

Osservo i due poli opposti.
Da una parte c’è il continuo fluire del pensiero interno. E’ l’incessante ”stream of consciousness” che James Joyce ha osato sfidare sul piano letterario nel suo Ulisse. E’ un pensiero mobile, variabile, disordinato, confinante fra conscio ed inconscio. Talvolta si ferma. Più spesso scappa via e si dimentica del passo precedente.
E’ un gran compagno questo pensiero.
Si presentifica davanti allo specchio e mi fa dire: “ma chi sono io?  .. chi è quello lì? … ma sono davvero io?”.  O si manifesta con qualità psichica prima di dormire.
E’ il pensiero che  lentamente si assopisce prima di dormire. Per fare posto al sogno.
E’ il pensiero che può essere  messo al servizio della psiche con la reverie

All’altro polo c’è il pensiero…

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