sul libro INTIME ERRANZE di Luciana Quaia. Internet consente quello che noi sociologi chiamiamo DISINTERMEDIAZIONE

cara carla e cara luciana
internet consente quello che noi sociologi chiamiamo DISINTERMEDIAZIONE
dette in nodo semplice ci si può fottersene (uso apposta un linguaggio forte) delle varie organizzazioni che filtrano la presenza degli individui sulla scena pubblica: i criticoni ignoranti dei giornali​ e dei settimanali, le associazioni, i sindacati, le università, i professoroni isterici e narcisisti ecc ecc
internet consente di arrivare direttamente al potenziale LETTORE informandolo con il metodo Rudyard Kipling (chi, cosa, quando, dove, come, perchè)
ma c’è di più: un libro del 2012 può essere rilanciato anche a distanza di anni
non c’è più il supplizio della recensione (che è una, solo quella e solo quella volta)
con internet ci si può liberare dei recensori aguzzini che (non avendo mai scritto un libro in vita loro) dispensano il loro “pensiero critico”
ed ecco perchè ho rinnovato il post di presentazione del libro (aggiungendo, in particolare l’utile indice)  e lo faccio girare come se fosse nuovo nelle mie reti web

https://mappeser.com/2012/08/26/per-l-acquisto-di-centro-donatori-del-tempo-luciana-quaia-intime-erranze-il-familiare-curante-lalzheimer-la-resilienza-autobiografica-nodolibri-como-2012-pp-212/

saluti cari
e buon futuro​

Avendo conosciuto i “sinistri estremi” alla Università di Trento (1969-1972) e nei vari anni di militanza nel Pci/Pds/PD devo, per onestà intellettuale, dire che condivido (quasi) parola per parola l’articolo di Diego Minonzio, direttore della Provincia, pubblicato il 3 dicembre 2017: DUCETTI DA STRAPAZZO E LA SINISTRA SUPERIORE

I ducetti da strapazzo
e la sinistra superiore
Alla fine degli anni Ottanta, lo storico Renzo De Felice concesse un’intervista a Giuliano Ferrara per il Corriere della Sera. In sintesi, l’autore della monumentale biografia di Mussolini destinata a cambiare per sempre la storiografia sugli anni della dittatura, sosteneva l’abrogazione della legge Scelba, ritenendo ormai cessato il pericolo di ricostituzione del partito fascista.

Apriti cielo. La Sapienza di Roma divenne una bolgia, con una contestazione studentesca che andò avanti per mesi. Nulla di nuovo, in verità, visto che già negli anni Settanta De Felice aveva subito le angherie degli studenti, anche se ai suoi colleghi “revisionisti” andò molto peggio. Rosario Romeo, autore della fondamentale biografia su Cavour, fu aggredito, con pistola alla tempia, e rinchiuso nel suo studio nella facoltà di Lettere, mentre il filosofo Lucio Colletti fu minacciato di morte e dovette trasferirsi all’ateneo di Losanna. Formidabili quegli anni.

Naturalmente, nessuno – tranne rare e coraggiose eccezioni – dei grandi pensatori dei grandi media che grandeggiano sulle sorti della nostra grande nazione spese una parola su queste intimidazioni – in perfetto stile fascista – e nessuno degli studenti organici della rivoluzione permanente si interrogò nemmeno un secondo sulla costrizione del libero pensiero e della libertà personale – in perfetto stile fascista – di autorevoli studiosi che condividevano il difetto di non accucciarsi sulla vulgata comunista-conformista-resistenziale. E chi scrive questo pezzo ricorda ancora un allucinante servizio televisivo nel quale si vedeva un ragazzotto con le stigmate del perfetto trozkista con villa in Sardegna – verboso, pulcioso, forforoso – sbraitare in faccia all’attonito professore le contraddizioni del sistema capitalistico, il complotto demo-pluto-giudaico-massonico, le angherie del padronato e la rivolta del popolo in armi. Ed eravamo alla vigilia della caduta del Muro. Grottesco.

Bene. Togliete la kefiah unta e bisunta e le espadrillas scalcagnate e infilate un bomber e gli anfibi e poi trovate la differenza. Non c’è alcuna differenza. È la stessa fuffa. La stessa sbobba. La stessa fogna. Solo che i docenti – e gli altri – che non la pensavano in sinistrese potevano essere insultati, contestati, zittiti e minacciati, perché era – ed è – intollerabile che qualcuno esprimesse idee contrarie al mainstream, al pensiero unico boldriniano che dà la linea in questa repubblica delle banane. Se invece le stesse istanze arrivano da una banda di poveracci analfabeti con la crapa rasata scatta l’allarme neonazista e la mobilitazione delle masse, dei reduci, dei combattenti, dei sindacalisti, dei fuori corso in scienze politichem dei contadini, dei kolchoz e pure dei sovkhoz.

Ora, che sia chiaro. Il blitz dei naziskin a Como è una roba che fa schifo. Una evidente violenza psicologica, un’irruzione grezza, gretta e inaccettabile dentro un consesso di persone miti e perbene, un’ingerenza autoritaria con tanto di lettura di un documento talmente straboccante di panzane, strafalcioni e cialtronate da poter essere sommerso da una risata o da un ricovero coatto in fiaschetteria. E comunque, nel caso il codice penale lo accerti, si proceda con processi, sentenze e condanne. Punto. Ma da qui a scatenare il Circo Barnum è una cosa da matti. Innanzitutto perché Como non è l’Alabama degli anni Cinquanta né tantomeno la Berlino degli anni Trenta, come è stata invece dipinta da qualche giornalone e da qualche tg à la page. E poi, soprattutto, perché si può accettare tutto in questo mondo di ciarlatani, ma davvero tutto, soprattutto in campagna elettorale, ma la doppia morale, per favore, no.

Se il codice etico condiviso prevede che non si censuri il pensiero di nessuno e non si imponga con la forza, fisica o psicologica, la propria idea a nessuno, allora lo si fa rispettare in tutti i casi. Tutti. E se è così, allora qualche cervellone benpensante dovrebbe spiegare perché non è lecito fare un’irruzione nella sede dell’associazione pro migranti ed invece è lecito farla durante le lezioni del politologo liberale Angelo Panebianco, perché non è lecito picchiare un giornalista a Ostia e invece è lecito che i centri sociali pestino i poliziotti e distruggano auto, vetrine, negozi, perché non è lecito contestare un politico di sinistra e invece è lecito prendere a sassate uno di destra, perché non è lecito che un bagnino ubriaco di Chioggia declami frasi del duce in spiaggia e invece è lecito vezzeggiare Castro, il Che, Moretti (Mario) e la Faranda, con tanto di pugni chiusi e stracci rossi al seguito.

La doppia morale è un frutto marcio che sottende il più grave dei peccati, il peccato originale della sinistra: la presunzione di superiorità antropologica dalla quale discende il potere assoluto di distinguere la verità dall’errore, il santo dall’empio, il lecito dall’illecito. E secondo il quale ciò che è vietato agli altri è permesso a lei. Un vero razzismo etico che alberga nel mondo di sopra e che non tiene in alcun conto le pulsioni del mondo reale. È questo il nodo della vicenda. Anche perché il gioco politico è evidente. In questo momento storico c’è bisogno per l’ennesima volta di impalcare il fronte popolare contro l’Uomo Nero e quindi, invece di combatterlo con la buona politica e gli atti di governo, l’imperativo è screditare lui e i suoi supposti alleati da un punto di vista morale, antropologico, appunto. La strategia perfetta per farlo rivincere. Statisti.

Ecco, la sinistra invece di perdersi in macchiettistici allarmi democratici, dovrebbe chiedersi come mai in questi anni di rivoluzione tecnologica e sociale non abbia mai elaborato un’idea alternativa credibile ai modelli dominanti facendo così germinare negli esclusi, negli umiliati, negli offesi, negli ultimi – che dovrebbero costituire il suo popolo, o no? – la sensazione che solo fuori dal sistema, di cui la sinistra fa parte a pieno titolo, si trovino le armi della contestazione. Questo è il punto. Altro che i ducetti da strapazzo.

d.minonzio@laprovincia.it
Diego Minonzio

Post su Politica e biografia di Paolo scritti da Paolo Ferrario
TRACCESENT.COM

su i THE NECKS – Toni Buck, Batteria;     Lloyd Swanton, Contrabbasso;     Chris Abrahams, Piano. Album dei ricordi a cura di Paolo Ferrario

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The Necks: Official Homepage

La musica che ho sempre cercato e che, nel gennaio 2006 ho finalmente trovato. Come i tesori delle terre sconosciute.

Nella storia del Jazz spesso si legge che, nei momenti di svolta, gli appassionati ascoltatori dicevano “c’è uno che suona in modo nuovo” e correvano a sentirlo. E’ avvenuto per Louis Armstrong, che con West End Blues (1929) innovava nel Jazz di New Orleans. E ancora con le orchestre di Duke Ellington. Poi con il Bebop di Charlie Parker. Con The Birth of Cool di Miles Davis. E ancora con Olè di Coltrane. E ancora con il Jazz nordico di Garbarek. Ma sono molte le svolte.

Ci sono vari modi, non incompatibili, per suonare il Jazz: quello degli Standard (e si può farlo in modo mirabile come il Trio di Keith Jarrett), quello della tradizione (come continua a fare con encomiabile coerenza Winton Marsalis), quello della rielaborazione del Pop (in Italia ricordo Danilo Rea e i Doctor 3). E ancora altri.

Ma oggi la nuova frontiera la stanno percorrendo i Necks, un gruppo australiano che lavora da 15 anni e che persegue con ammirevole coerenza un progetto musicale unico. Di loro si dice:

Entirely new and entirely now. They produce a post-jazz, post-rock, post-everything sonic experience that has few parallels or rivals” (da The Guardian)

I Necks hanno qualche precursore, ma pochi imitatori. Il loro è Jazz minimale, è Post-Jazz, è Post-Tutto, come di loro dice Geoff Dyer.

Certo sembra stupefacente che è dall’Australia che arrivino questi esploratori psichici della musica Jazz. Ma pensando A Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir non è poi così strano.

Forse gli australiani sanno mettere bene assieme modernità, ambiente incontaminato e sogno.

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Il meraviglioso equivoco di The Necks | da Il giornale della musica, 28 novembre 2017

…..

le liquide meditazioni del trio, impegnato in due set di tre quarti d’ora intervallati da una breve pausa e calorosamente applaudito da poco meno di cinquecento persone (coerenza e dedizione, grazie a dio, ancora pagano). Applausi meritatissimi dopo l’ennesima, strabiliante dimostrazione di unicità.

Nel rispetto di una visione ormai perfettamente centrata e di un approccio ritualistico (quasi sciamanico) alla narrazione (e all’estraniazione) che è il marchio di fabbrica di Chris Abrahams(pianoforte), Lloyd Swanton (contrabbasso) e Tony Buck (batteria e percussioni). Note cristalline e palpiti, rintocchi metallici e pulsazioni esitanti, sfasamenti millimetrici e reiterazioni ipnotiche che si addensano e si autorigenerano con implacabile coerenza, dando forma e vita a lentissimi crescendo. Vertigini per chi ascolta, accompagnate dalla sensazione di fluttuare in una dimensione in cui tutto cambia senza cambiare, in cui tutto si muove senza muoversi, in cui il tempo passa senza passare. Un eterno e instabile presente. Fatto di arpeggi dolcissimi e scheletrici distillati dalle dita di Abrahams, con il contrabbasso di Swanton libero di muoversi intorno al flusso, assecondandolo o complicandolo, mentre dalla batteria e dalle percussioni di Buck si leva un fitto e incessante pulviscolo di scampanellii, accenni, figure metriche spettrali, battiti irregolari e imprevedibili contrappunti.

via Il meraviglioso equivoco di The Necks | Il giornale della musica

uno dei capolavori dei THE NECKS

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