per ricordare Raffaella Carrà (1943-2021): Tuca Tuca con Alberto Sordi (1971); Prisencolinensinainciusol con Adriano Celentano (1974) ; A far l’amore comincia tu (1976); con Alberto Benigni (1991)

vai a:

https://gds.it/video/cultura/2021/07/05/raffaella-carra-quel-tuca-tuca-con-alberto-sordi-che-prima-fece-scalpore-e-poi-cambio-la-tv-italiana-d875b4f3-ea8e-4d06-891c-88ed618b93f9/

Neri Marcorè, ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia, porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”, 21/01/2017 – Video RaiPlay

Neri Marcorè ospite di Gigi Proietti a Cavalli di battaglia porta sul palco lo sketch “Sometimes I’m happy”

Cavalli di battaglia – S2017 – Neri Marcorè – Sometimes I’m happy – 21/01/2017 – Video – RaiPlay

per ricordare GIGI PROIETTI (2 novembre 1940- 2 novembre 2020), con un audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

audio del ricordo di Vincenzo Mollica a Radio1, 3/11/2020

Attore. Ha lavorato in teatro (A me gli occhi please), cinema (Febbre da cavallo, La Tosca), tv (Il maresciallo Rocca, L’ultimo papa re, Il signore della truffa e Una pallottola nel cuore.).

Da doppiatore ha prestato la voce a Robert De Niro, Dustin Hoffman, Charlton Heaston, Kirk Douglas, Paul Newman, Marlon Brando, Gregory Peck.

Nato a Roma, figlio di Romano (origini umbre, il maresciallo Rocca è ispirato a lui) e Giovanna Ceci, casalinga: «i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata» [Malcom Pagani e Marco Travaglio, Fat 4/8/2013].

«Facevo l’università, Legge, da fuori corso, e intanto guadagnavo lavorando la notte in un complessino. Alla fine del 1963 mi chiamò Cobelli che metteva in piedi con Maria Monti un cabaret alla tedesca e aveva bisogno di uno che suonasse e cantasse. Debuttai all’Arlecchino, l’attuale Teatro Flaiano, con testi di Flaiano, Arbasino e Vollaro, e rimanemmo tre mesi. Poi Cobelli mi chiamò per un’estiva, gli Uccelli di Aristofane. A fare l’Upupa eravamo candidati io e Piera Degli Esposti. La spuntai. Una botta di fortuna. Piovvero altre offerte.

Ci fu il periodo del teatro impegnato, Nella giungla della città di Brecht, Dio Kurt di Moravia». «Ho avuto inizi lunghissimi, ero antipatico per la mia pignoleria, studiavo i fiati sentendo Charlie Parker perché sono nato jazzofilo, avevo in odio il genere dialettale e popolaresco, facevo Gombrowicz, Moravia o la sperimentazione di Quartucci, poi mi chiamarono però a sostituire Modugno in Alleluja brava gente, m’accorsi che si poteva parlare a 1600 persone tutte assieme e allora mi misi in testa di fare un teatro d’autore e d’attore che arrivasse a molti: ci riuscii al Teatro Tenda con A me gli occhi, please, e lavorai anche con Carmelo Bene al Sistina.

Ma la televisione non funzionò: dicevano che ero bravo ma non “bucavo”, non passavo». Di una precisione quasi ossessiva, Vittorio Gassman lo definiva maniacale. «Per mettere a punto certe espressioni ci ho messo ore e anni di tempo. Dilato, asciugo, sfumo, rielaboro. La mia faccia è un grafico senza niente lasciato al caso. Calibro tutto perché mi veda bene anche lo spettatore dell’ultima fila. Devo parlare col corpo, col viso, con gli occhi.

Mi sento un artigiano». «Il più shakespeariano dei nostri grandi giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori» (Rodolfo Di Giammarco). «L’unica cosa che non sa o non vuole fare è scriversi i testi. I suoi mezzi sono sempre al servizio di altri autori: brandelli di classici, poesie, canzoni, barzellette» (Masolino D’Amico). «Non aspettava i compleanni per fare i bilanci. “Sono abituato a farli tutti i giorni, quando arrivano gli appuntamenti importanti li ho esauriti. Sa cosa rispondeva Anna Proclemer a chi le chiedeva: ‘Cosa serve per fare l’attore?’. ‘La salute’. È fondamentale, e deve funzionare la testa”» [Fumarola, Rep].

Da ultimo stava scrivendo un libro: «Titolo ’Ndo cojo cojo, fuori da ogni regola. Racconterò degli amici, della gente che ho incontrato» [ibid]. Era di sinistra: «Uno che è di sinistra, specialmente della mia età, rimane di sinistra. Una volta significava un’appartenenza e mi auguro che si ritorni a un rapporto più intelligente, più aperto, perché poi la sinistra si è chiusa. Sono di sinistra in maniera naturale, non potrei essere altrimenti anche se non sono d’accordo quasi mai con quello che fanno.

Quanto aveva ragione Nanni Moretti quando in Aprile diceva a D’Alema: “Dì qualcosa di sinistra”. Non la dicono mai» [ibid]. È morto alle 5.30 di questa mattina. Da 15 giorni era ricoverato a Villa Margherita, una clinica romana, per problemi cardiaci ma le sue condizioni si sarebbero aggravate nella serata di ieri. Al suo fianco le due figlie, Susanna e Carlotta, e la moglie Sagitta Alter.

vedi anche:

in https://teatroemusicanews.com/

vari VIDEO su youtube

https://www.youtube.com/results?search_query=gigi+proietti

su UNA PEZZA DI LUNDINI, RAI 2; articolo di Raffaele Alberto Ventura, in Domani, 2 ottobre 2020; intervista in TeleSette; articolo di Andrea Minuz

guarda su RayPlay

https://www.raiplay.it/programmi/unapezzadilundini

Lundini
di Andrea MinuzIl FoglioUna pezza di Lundini è il programma del momento, il programma che piace anche ai social, il programma che guardano persino i miei studenti che hanno vent’anni e non sanno cosa sia la tv (lo vedono su Instagram, su Twitch, su YouTube, al massimo su RaiPlay, che hanno scoperto grazie a “Lundini”). Una pezza di Lundini ha un titolo formidabile, misterioso come un incantesimo, un insegnamento esoterico, un richiamo per pochi adepti. «Un titolo che all’inizio non capiva nessuno», dice Giovanni Benincasa, principe degli autori televisivi, ultimo erede della nostra golden age, ideatore, creatore e lanciatore di Lundini, inteso come programma e personaggio tv. Chi è questo Lundini che finisce addirittura nel titolo della trasmissione, come Fiorello, Maria De Filippi, Barbara D’Urso?
Oppure capivano “Landini”. Pensavano a una docufiction sulla Fiom, una miniserie sulla Cgil, un talent sulle vertenze sindacali. Invece Lundini con la “u” è ormai diventato un modo di dire. Esiste la situazione kafkiana, esiste la situazione fantozziana, ora c’è la “situazione alla Lundini”. Chiunque abbia visto anche solo pochi minuti di una puntata qualsiasi sa bene cosa sia. Benedetta Rossi, nuova star dei cooking-show e versione amatorial-marchigiana di Benedetta Parodi, entra in studio magnificata da Lundini per i suoi «tre miliardi e mezzo di follower, quasi la metà della popolazione del Nepal» (ne ha comunque undici milioni, poco meno della metà di quella vera), si accomoda nella poltrona, quindi la presentano con una scheda che ripercorre la carriera di Andrea Roncato.
Alessandro Borghi chiede e ottiene una versione di La ragazza di Ipanema con Bobo Craxi alla chitarra. Sebastiano Somma si autodefinisce ripetutamente «un attore cane come pochi», ma il narcisismo prende il sopravvento e inizia a ricordare una serie di suoi ruoli “immortali”. La band deve rendere omaggio all’ospite della puntata, Piergiorgio Odifreddi, ma ha capito che veniva Otis Redding e attacca, Dock of the bay. La “situazione alla Lundini” è un momento di disagio, uno spaesamento. Può essere anche un tempo morto che precede il disastro, un malinteso che si piazza lì e paralizza la scena. «Un momento di grande imbarazzo che non viene risolto», spiega Benincasa, «un imbarazzo non coperto, ma che resta sotto gli occhi di tutti anche solo per pochi secondi».
Anche Giuseppe Conte che tossisce in faccia a Lilli Gruber mentre legge le risposte sul cellulare come gli studenti all’esame su Zoom è per esempio e senza volerlo un grande “momento Lundini”. Però, certo, ci vuole anche la faccia attonita e impassibile di Valerio Lundini. Ci vuole la comicità lunare e borgatara di Emanuela Fanelli. I due talenti su cui Benincasa ha costruito questo programma che si regge su un’idea semplice quanto folle. Nel suo artificio narrativo, Una pezza di Lundini è un riempitivo messo su in fretta per tappare il buco di una trasmissione immaginaria saltata all’improvviso, tipo Detto Fatto dopo il tragico tutorial sulla spesa sexy in tacco dodici.
Emanuela Fanelli annuncia che il programma previsto (con un titolo sempre diverso che è anche un piccolo, formidabile monologo dell’attrice) non potrà andare in onda. Al suo posto ci sarà Una pezza di Lundini. Con la sua completa impreparazione, Lundini dovrà intrattenere e intervistare ospiti, lanciare servizi, tenere in piedi venti minuti di trasmissione senza sapere bene che fare o che dire. Venti minuti di nonsense risucchiati dentro errori, sbagli, tragici tempi morti, applausi desolati dei quattro anziani presenti in studio. Come quando l’attrice Pilar Fogliati fissa la telecamera, non capisce se l’intervista è finita, non lo capiamo neanche noi e intanto arrivano messaggi incomprensibili dalla regia.
«Un amico una sera mi ha chiamato per dirmi che guardando il programma aveva la netta sensazione che da un momento all’altro potesse crollare il soffitto dello studio», racconta Benincasa. È così. Succede, peraltro, in Beetwen two ferns, il pazzo talk-show di Zach Galifianakis, poi film Netflix, che si apre con un’intervista sgangherata a Matthew McConaughey: l’attore si spazientisce, vorrebbe andare via, ma è sommerso da una cascata d’acqua che viene giù dal soffitto e finisce a nuotare in un acquario tipo quello dei dipendenti di “Fantozzi”.
Una “pezza di Lundini” richiama un po’ questa “nightmare television” americana dove al culmine della catarsi può succedere che lo studio venga sfasciato, cioè letteralmente fatto a pezzi, come Kurt Cobain sfasciava la chitarra o Mario Giordano le zucche di Halloween con una mazza da baseball. Una tv così da noi non esiste. Tanto meno sulla Rai. Per lo studio fatto a pezzi però è ancora un po’ presto. «Siamo in effetti nel genere crime-comedy», dice Benincasa, «mi piacerebbe che lo spettatore pensasse che il programma è in mano a un pazzo, un dirottatore di programmi; solo che, a differenza degli americani, noi in Rai non possiamo sfasciare lo studio, una puntata dura solo venti minuti, non si ammortizzerebbero i costi. Se ci allunghiamo intorno a un’ora, un’ora e mezzo, allora sì, forse sì».
E qui voglio credere con tutto me stesso che Benincasa non stia scherzando. Mi cullo all’idea di una futura puntata di “Una pezza di Lundini extended version”, in cui Lundini e Emanuela Fanelli sfasciano lo studio sotto gli occhi esterrefatti dei rappresentati dell’Usigrai. Benincasa mi racconta le difficoltà, ma anche la fortunata congiuntura astrale che c’è dietro l’arrivo in Rai di un programma del genere. Forse non hanno ancora capito cosa sta andando in onda. La Pezza è nata come striscia settimanale, com’era Battute? lo scorso anno: «All’inizio andavamo in onda quattro volte a settimana in orari cangurellanti, man mano che siamo andati avanti ci hanno trattato davvero come una pezza, finirò che dovremo spiegare che la pezza è un’invenzione narrativa». Ormai bisogna mettere le didascalie a tutto. Se c’è di mezzo la Rai, anche i sottotitoli per non udenti.
«Ho faticato anche a convincere il regista a riprendere male alcune scene». Ma ne è valsa la pena. In Una pezza di Lundini non ci sono quelle inquadrature aeree che ci catapultano nello studio, niente effettacci e balletti, ma inquadrature quasi sempre fisse. «In tv bisogna inquadrare chi parla». E qui con Benincasa si sodalizza parecchio. Si condivide tutto il fastidio. L’irritazione per quelle regie che “si fanno vedere”, si dimenticano i personaggi, se ne vanno a spasso per lo studio, come un qualsiasi dolly di Sorrentino. Anche spiegare a un ospite cosa deve venire a fare da Lundini non è facile. Ludovica Martino, attrice di Skam Italia, è stata la prima.
È stata bravissima a entrare nella “situazione Lundini”. «Non aveva idea di cosa la aspettasse, ma si è subito sintonizzata». Non è scontato trovarsi a proprio agio in un contesto del genere, ma, come dice Benincasa, «adesso c’è la fila di gente che vuole venire da noi». Sono tutti pazzi di Una pezza di Lundini. Ognuno ha il suo momento preferito. Il mio è la standing ovation per Dio. Aizzato da Lundini, in barba all’ateo Odifreddi, tutto lo studio si alza in piedi e applaude le meraviglie del Creato che risplendono in uno di quei filmati alla Quark con orrenda musica new-age in sottofondo. La critica, i social, le riviste di tendenza sono tutti d’accordo: Lundini è «una suprema forma di boicottaggio della televisione»; il «surrealismo in seconda serata»; una «grandiosa satira televisiva».
Anche lui in trasmissione ci gioca su: «Questo è un programma che ha solo recensioni positive». Le recensioni tirano già l’album di famiglia, tutta la genealogia culturale di Una pezza di Lundini: Arbore, Frassica, Guzzanti, i Monty Python, Cochi & Renato, il Fantastico di Celentano, la serie Boris, i The Pills; Fulvio Abbate cita addirittura le Tesi su Feuerbach di Marx, anche se non ricordo bene a che proposito. Ma Una pezza di Lundini è “satira televisiva”? No. Quella era roba di Arbore, era roba di Boncompagni. Quelli della notteIndietro tutta erano costruiti sopra i cliché delle tv di allora, coi salotti, la gente che si parlava addosso, gli sponsor improbabili, il dilagare di quiz assurdi nelle reti private, e tutti quei nuovi fenomeni che Umberto Eco avrebbe immortalato con il termine “neotelevisione”.
Lundini con questa roba non c’entra molto. Mi conforta sapere che anche Benincasa la pensi così: «La nostra non è satira sulla tv, e se c’è satira è involontaria. Lundini è satira della vita. Lundini sbaglia le domande, non sa nulla dell’ospite che deve intervistare. È un uomo impreparato chiamato a fare qualcosa che non sa fare, e questa è una coda che ha a che fare con la vita, non solo con la televisione». Altro che satira televisiva, qui siamo nel più puro degli zeitgeist. Siamo circondati da tantissimi Lundini costretti a esprimersi, rilasciare pareri, prendere decisioni, gestire cose di cui non sanno granché. A differenza di Lundini, la loro è un’impreparazione spesso molto euforica, assai tracotante, un’impreparazione che non conosce imbarazzo o vergogna (sentimenti scomparsi dalla sfera pubblica). Al massimo, ci sono le gaffe seguite dalla “rettifica”. E la rettifica è quasi sempre peggio.
«Quelle di Lundini, invece, non sono gaffe», spiega Benincasa, «i suoi sbagli restano lì, avvolti in un superbo silenzio antitelevisivo». Ecco perché l’idea di scrittura che sta dietro questo programma non è archiviabile alla voce “satira televisiva”. Tutta la tv è ormai satira più o meno involontaria della televisione. «E poi che senso avrebbe oggi fare satira televisiva avendo puntato su un pubblico giovane?», sottolinea giustamente Benincasa, «un pubblico che la tv generalista non l’ha vista mai e che forse si domanda cosa sia quel logo ‘Rai2’ sull’inquadratura mentre vede Lundini su Instagram?». Come fanno a ridere di una cosa che non conoscono? Casomai, Lundini è vero servizio pubblico: «Stiamo facendo l’alfabetizzazione umoristica agli ultrasessantenni e allo stesso tempo stiamo portando i ventenni sulla Rai».
I ventenni scopriranno magari su RaiPlay gli sceneggiati con Alberto Lupo. Gli ultrasessantenni saranno iniziati alla “meta-post ironia”, anche se non hanno mai letto David Foster Wallace. Prenderanno a dire “weird” e “cringe”, quel termine internettaro che indica “una situazione scomoda, il sentirsi estremamente in imbarazzo per il comportamento di qualcuno, per il suo aspetto o il suo carattere”, insomma un “momento Lundini”. Per ora l’esperimento pare soprattutto riuscito coi ventenni. Sono i social che stanno trascinando RaiDue. Come mi ha detto un mio studente, «ho provato a far vedere Lundini ai miei genitori, ma non capivano dove dovevano ridere e perché».
Sta qui anche la differenza fondamentale con Propaganda Live, un programma che si muove ancora nell’orbita del dandinismo. Uno dei tanti meriti di Lundini è la dimostrazione che è possibile fare una tv divertente ma laica, cioè senza passare dalla “satira-politica-de-sinistra”, ma esplorando casomai le sconfinate possibilità creative della noia. «Noi annoiamo in modo creativo, annoiamo divertendo». Certo ci vogliono Lundini e Fanelli. Un nerd geniale e un puro talento attoriale, la migliore performer femminile in circolazione. Ci vuole una squadra di giovani autori, quelli che Benincasa ha chiamato con sé a lavorare a una “Pezza”, che diventa quindi anche un programma-factory, una formidabile palestra per chi vuole scrivere televisione, per i nuovi che negli anni potranno crescere.
Lo scarto con la banda di Propaganda Live è poi tutto in quel completo blu con cravatta che indossa sempre Lundini, un completo “blu Lundini”, come il “blu di Prussia”. Con una t-shirt dei “Ramones”, Lundini sarebbe finito in quota “tv giovane e irriverente”. Non ce lo saremmo filati. Così invece buca lo schermo. «Lundini è un uomo impreparato ma elegantissimo. Io curo personalmente il suo nodo della cravatta. Non si va in onda finché non è perfetto. Supervisiono anche il trucco di Emanuela Fanelli e la curvatura degli anziani seduti in studio». È così che si fa la televisione.
Con una grande voglia di farla bene. Senza quello sprezzo annoiato, senza il malcelato fastidio o la vergogna che hanno molti colleghi di Benincasa che pensavano di diventare Borges o Orson Welles e allora si vendicano su di noi scrivendo brutta televisione. Invece, come dice Benincasa, «l’Abc della televisione è facile. Sono queste tre lettere: A di Arbore, B di Baudo, C di Costanzo. Hanno creato tutto ciò che ancora oggi va in onda. Idee, format, personaggi. Tutto. Tranne Una pezza di Lundini e poco altro». Andrea Minuz

“problemologi” e “soluzionologi”, storica vignetta di QUINO (Joaquin Salvador Lavado Tejon, 1932-2020)

Quino (1932-2020) (Joaquín Salvador Lavado Tejón). Fumettista. «Particolare che un autore con più di mezzo secolo di gloriosa attività venga ricordato grazie a un personaggio che lo ha impegnato per nove anni. Eppure, aggiungendo al nome Quino quello di Mafalda, la ragazzina arrabbiata (giustamente) con il mondo, tutto si fa più chiaro. E così è stata annunciata la sua morte, avvenuta ieri a 88 anni a Buenos Aires, sui siti web di mezzo mondo. Eppure Joaquín Salvador Lavado Tejón, fin da piccolo chiamato in famiglia Quino (per non confonderlo con uno zio disegnatore per la pubblicità), ha davvero creato migliaia di personaggi, quasi tutti anonimi, spesso capaci di comunicare la filosofia del proprio autore senza usare la parola. Era nato a Mendoza nel 1932, figlio di spagnoli in una provincia piena di immigrati. La sua infanzia era stata funestata dalla morte della madre quando aveva 13 anni e del padre tre anni dopo. Ma fin da piccolo aveva subito chiaro il suo destino: avrebbe raccontato la vita attraverso i disegni. Se a quattordici anni aveva avuto la sua prima soddisfazione vendendo un suo fumetto pubblicitario, la svolta l’ebbe a Buenos Aires a ventitré anni quando cominciò a pubblicare regolarmente le sue vignette. Nel 1962 viene organizzata la sua prima mostra e l’anno successivo è quello della consacrazione: esce il primo libro, dal titolo Mondo Quino, e nasce Mafalda. Mondo Quino è il prototipo di tutto quello che il grande maestro argentino avrebbe fatto nella sua vita, riuscendo a descrivere il potere in mille maniere diverse, ma sempre sorridendo e mettendosi dalla parte di chi lo subisce. Nella copertina dell’edizione argentina c’è un re che sul trono (guardandosi intorno per non essere scoperto da nessuno) rammenda il calzino che ha al piede. Nelle pagine interne la meraviglia di un autore che ti spiazza sempre mostrando, oltre alle assurdità del potere, quelle delle abitudini quotidiane, dell’assuefazione al consumismo e alla povertà altrui. Meravigliosa la vignetta in cui il solito signore qualunque trova per la strada non un mendicante con il violino, ma un’intera orchestra che chiede le offerte con decine di cappelli sul marciapiede. E poi arriva Mafalda, la cui storia è ben nota.
Creata per la pubblicità della Mansfield, una marca di elettrodomestici, avrebbe dovuto essere la bambina con tante idee per migliorare il mondo (proprio attraverso l’uso di aspirapolveri e lavatrici). Ma la proposta non andò a buon fine. Quino rimase con alcune strisce nel cassetto fino alla loro pubblicazione su un supplemento umoristico argentino. Fu un successo immediato e la ragazzina venne richiesta da periodici sempre più importanti fino alla prima trionfale raccolta del 1966: esaurite cinquemila copie in due giorni. Da allora la popolarità di Mafalda ha raggiunto mezzo mondo. Nel ‘69 Bompiani la fa esordire da noi con il titolo Mafalda la contestataria e la prefazione di Umberto Eco, che scrive: “In Mafalda si riflettono le tendenze di una gioventù irrequieta, che qui assumono l’aspetto paradossale di un dissenso infantile, di un eczema psicologico da reazione ai mass media, di un’orticaria morale da logica dei blocchi, di un’asma intellettuale da fungo atomico”. E Quino era d’accordo con lei, a favore della contestazione, tanto che arrivò per la prima volta a Parigi nel maggio del Sessantotto per stare dalla parte dei manifestanti. E c’è tornato due anni dopo per rivivere quei giorni. Venuto a Milano conosce l’argentino Marcelo Ravoni della Quipos che diventa il suo agente, come lo era di Mordillo e di Altan. E anche grazie a lui Mafalda diventa un personaggio simbolo, nei libri Bompiani e sul Mago di Fruttero e Lucentini. Spesso paragonata ai Peanuts , la striscia di Quino era però totalmente diversa. I bambini facevano da contraltare ad un mondo adulto indifferente e qualunquista, con Mafalda che davvero si indignava per tutte le ingiustizie che scovava anche nella sua semplice vita quotidiana. Eppure, nove anni dopo il suo esordio, Quino decise di chiudere con lei. Proprio quello che tanti autori avrebbero desiderato, cioè il successo mondiale, l’aveva stancato. Preferiva riprendere le sue strisce senza personaggi fissi, pubblicate con successo in libri come Lei non sa chi sono io!Peccati di gola e Uomini si nasce.
Nel 2008 avrebbe dovuto venire a Romics a ritirare il premio alla carriera ma il suo dottore gli vietò l’ennesimo lungo volo. Partecipò comunque con una lunga telefonata in cui gli venne chiesto quale fosse la sua striscia che amava di più. Dopo un po’ di silenzio raccontò quella in cui la padrona di casa raccomanda alla domestica di pulire tutto il suo salotto dopo una festicciola. Ci sono posaceneri, bicchieri dovunque e, appesa alla parete, la riproduzione di Guernica di Picasso. La domestica chiede: tutto tutto? La padrona risponde di sì, e alla fine è tutto a posto davvero: anche il caos di Guernica e di Picasso» [Luca Raffaelli, Rep].

Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni)

Francesco Tullio-Altan, nato a Treviso il 30 settembre 1942 (78 anni). Fumettista. Vignettista. Autore satirico • «Il papà della Pimpa, il personaggio a fumetti più amato d’Italia, dai bambini tra i 2 e i 5 anni» (Marco Belpoliti, La Stampa, 16/3/2010) • «Dal 1974 collaboratore di Linus, L’Espresso, Panorama, La Repubblica, si è dedicato soprattutto al fumetto (Trino, 1974; Pimpa, 1975; Ada, 1978; Colombo, 1979; Macao, 1984), raggiungendo i migliori risultati con le vignette satiriche di Cipputi (1979), nelle quali l’omonimo operaio metalmeccanico commenta con spirito caustico i temi dell’attualità politica e sindacale del paese» (Treccani) • «Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”» (Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, 3/6/2014) • «Altan non va in televisione, Altan non appare quasi mai e questo ha creato intorno ad Altan un alone di leggenda. Ma Altan detesta gli aloni» (Stefano Benni) • «Un poeta solitario» (Enzo Biagi) • «Una sagacia appartenente all’altro mondo» (Oreste del Buono) • «Il grande sovrintendente all’anagrafe delle avventure» (Paolo Conte) • «Un genio. Ogni volta mi stupisco delle sue trovate, mentre altri disegnatori spesso mi colpiscono per la modestia e la banalità… È un artista popolare, pur essendo raffinatissimo» (Giorgio Bocca) • «Il disegnatore Altan, l’eccelso battutista Altan, il politologo Altan, il critico del costume Altan (eccetera eccetera: bisognerebbe aggiungere il filosofo, lo psicologo, l’editorialista, il sociologo e ancora altro), insomma, Altan e ci siamo capiti, è uno della vecchia guardia. Come direbbero oggi i pensatori politici più attrezzati, un oltranzista, un massimalista. Oppure, semplicemente, un comunista. Un tipo misteriosamente fuori moda» (Edmondo Berselli) • Campionario di sue battute: «“Quest’anno facciamo la partenza intelligente?” “Perché, tu non vieni?”», «“Lei è un coglione?” ”Maledizione, c’è una fuga di notizie”», «“Papà, mi suicido”. “Non fare il moralista, spara agli altri”», «“Ancora violenza su donne e bambini” “E con chi dovrebbero sfogarsi, con i panda e le foche monache?”», «Mi vengono in mente solo idee che non condivido», «Nel campo del virtuale noi della old religion abbiamo un know-how che la new economy se lo sogna» • «Non c’è giorno che io apra Twitter e non trovi una sua vecchia vignetta pubblicata da qualcuno per dire qualcosa sul presente. Ogni suo lavoro s’attaglia perfettamente all’attuale. “Questo la dice lunga sull’attuale”» (Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 27/7/2020).
Titoli di testa «Altan detesta parlare di Altan? “Una delle più grandi sofferenze della mia vita l’ho provata l’anno scorso, quando mi sono ritrovato a dover parlare di me davanti a una telecamera, per un film che è stato fatto sulla mia storia”» (ibidem).
Vita Figlio di Carlo Tullio-Altan, insigne antropologo, grande intellettuale liberale, impegnato nella Resistenza, e di sua moglie Nora • «Mia madre era dolce e mio padre severo. Con me giocava poco e aveva idee precise su quel che si dovesse o non si dovesse fare» (a Pagani) • «Com’era il suo rapporto con suo padre? “Abbiamo vissuto insieme solo nella primissima infanzia, anche se era molto preso dal suo lavoro”» (Simonetta Fiori, Robinson, 12/10/2019) • «Mio padre era tecnicamente incapace di leggere i fumetti, non riusciva a spostare l’occhio dal fumetto alla figura. E da bambino me ne aveva proibito la lettura durante l’anno scolastico: allora era considerato un genere diseducativo» (ibidem) • «E lei rispettava il divieto? “Non proprio. Una volta, in una grande casa a San Vito, ci fu un incendio. I miei corsero a svegliarmi alle sei del mattino, preoccupati che le fiamme si propagassero, per portarmi via. Aprirono la porta e mi trovarono con la testa ficcata nelle pagine di un fumetto”. Quale? “Non ricordo precisamente, ma io leggevo Piccolo sceriffoPecos BillGim Toro, quegli album a strisce piccoline di cui ora mi sfugge il nome. Avevo amici più grandi che li compravano per me in paese. E io, per non farmeli beccare, li nascondevo in giardino”» (Nicola Mirenzi, Huffington Post, 12/11/2019) • Francesco è pigro fin da giovane. «Pensi che una volta, da piccolo, volevo imparare a suonare. Mia madre me lo sconsigliò fortemente, mi disse ma no, ché il giorno dopo ti stufi» • «A 7 anni sognavo di essere ingegnere navale: mi ero innamorato di un’illustrazione. La prua di una gigantesca nave di ferro. Stava sulla Treccani» • «“E poi quando ero giovanissimo mi ero messo in testa che sarei morto a 28 anni in una pescheria di Rotterdam […]”. Scusi, perché una pescheria? Poi a Rotterdam! “Non ne ho la più pallida idea”» (Fiori) • Nel 1950 i suoi genitori si separano: lui rimane con la mamma. «“Un giorno facemmo le valigie e partimmo per Bologna. Avevo annusato l’atmosfera, ma nessuno mi disse né mi spiegò niente. All’epoca l’addio tra moglie e marito si gestiva male”. Fu traumatico? “Abbastanza. Arrivammo a fine novembre. La nebbia era nebbia e il freddo, un freddo porco. Dalle finestre si vedevano ancora i palazzi distrutti dai bombardamenti. Sembrava Guernica. Tubi, appartamenti sventrati, tetti crollati. Bologna, con il tempo, si è fatta amare molto. Ci ho vissuto fino ai 19 adorando le sue piazze, tifando per la sua squadra di calcio e sentendola sempre una seconda patria. Il ricordo casalingo di mio padre invece è fermo agli 8 anni, a una visita sporadica e a qualche vacanza estiva”. Il disegno è un riflesso della solitudine? “A 14 anni volevo fare il pittore. Mio padre mi dissuase: ‘Fai il liceo, poi deciderai’. In verità non ho mai scelto una mia strada. Mi sono fatto guidare dalle correnti. All’inizio degli anni ‘50 la tv non c’era e le alternative erano poche. Si disegnava e si leggeva creandosi la propria mappa un libro dopo l’altro”. Ha letto molto? “Esisteva il dovere di leggere ed era una fatica. Il punto di rottura fu L’uomo senza qualità di Musil. Era estenuante e mi fermai al primo volume. Cominciando a scegliere da solo, senza imposizioni, conobbi finalmente anche il piacere. Il meccanismo perfetto dei gialli di Dürrenmatt o Le Carré. L’umorismo un po’ amorale degli inglesi. Una goduria”» (Pagani) • «Ha avuto grandi maestri? “No, ma un paio di professori del liceo li ricordo ancora”» (Sciandivasci) • «Iniziò alla fine dei’60 su Playmen e già all’epoca, con piglio da Wodehouse, ritraeva mostri, satrapi, cialtroni e disgraziati. Donne travestite da sirene, impegnate a cantare con il timbro del cinismo: “Io son disposta a tutto, basta che sia alto, bianco, serio, biondo, innamorato e ariano”. Farfalle in volo allusivo: “Sul serio credevate che gli entomologi ci rincorressero per le bellezza delle nostri ali?”. Affreschi di naufraghi che ballano porcini all’immorale ritmo della perdita di sé: “Babbo, vado in tv”. “Allora non ho vissuto invano”» (Pagani) • I primi passi li muove in Brasile. «Arrivai a Rio la prima volta nel 1967, insieme a un amico che doveva realizzare per conto della Rai un film sulla musica popolare brasiliana. Avevo 25 anni, studiavo ancora Architettura a Venezia. Ci tornai poco dopo con Gianni Amico per girare un altro film, Tropici, storie di migranti dal Nordest verso San Paolo. Insieme all’attore Joel Barcellos, scrissi una favola che non aveva riferimenti alla realtà. Ne scaturì un film, Tatu Bola. Facevo di tutto: l’autore, lo scenografo, il tecnico dei suoni. Rimasi in Brasile da clandestino. Non avevo il permesso di soggiorno ed ero costretto a lavorare in nero. Disegnavo per un foglio satirico, ma senza figurare. Il giornale si chiamava Pasquim, era l’unico libero in tempi di dittatura: l’informazione passava nella forma indiretta della satira. Ogni tanto i censori se ne accorgevano e qualche redattore finiva in galera. A quel punto mi chiamavano a dargli una mano. Disegnavo vignette surreali, affidate solo all’immagine. Vivevo là come se ci fossi nato. Dopo un paio d’anni, sognavo in portoghese. Stavo bene, perché mi sentivo a casa. O forse perché non ero a casa» • «Ho vissuto a lungo in Brasile, lì ho cominciato a lavorare, ho conosciuto e sposato mia moglie, è nata mia figlia» (alla Sciandivasci) • Nel 1975 torna in Italia e, per il Corriere dei Piccoli, crea la Pimpa. «“Abitavo a Milano, in una casa in periferia. Ho fatto vedere all’agenzia con cui lavoravo, e ancora lavoro, Quipos, i disegni, un paio di prove su carta millimetrata. All’inizio non piacevano, poi il Corrierino le ha prese, e ho iniziato a disegnarle con cadenza settimanale. Nei primi sette anni il mio personaggio è cambiato parecchio: era un disegno selvatico” Ma Armando, chiedo, è un padrone o anche un padre per la Pimpa? Loro due sono una famiglia senza esserlo, non è vero? “Il rapporto tra Armando e Pimpa è il rapporto ideale tra padre e figlia”, mi risponde. Certo, è così. Nel fumetto iniziale Altan ha trasposto il rapporto con sua figlia, Chicca, di due anni e mezzo. “Armando, mi spiega, viene dal Walter Chiari dei fratelli De Rege”. Ma ricorda anche il Signor Bonaventura, un personaggio positivo: buono, accomodante, disponibile, padre ideale, un padre-nonno» (Belpoliti) • «All’inizio i veri lettori della Pimpa sono gli adulti; loro fungono da mediatori con i bambini, che non sanno leggere, quando questi cominciano a prendere in mano le storie e le guardano. C’è una generazione-Pimpa: dura tre o quattro anni, poi passano ad altro, ma non la dimenticano certo. L’età dei miei lettori varia dai due anni ai cinque-sei. Quando vanno a scuola cominciano a leggere altre cose. E quando disdicono l’abbonamento scrivono per scusarsi» • «Il disegno della politica è stata una passione o un dovere? “Non è stata né una passione, né un dovere: ci arrivai perché il mio agente, dopo che avevo già cominciato a pubblicare per Linus, quando ancora vivevo in Brasile, mi presentò al direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, il quale mi domando: ‘Le andrebbe di occuparsi di politica e attualità?’. Risposi: ‘Perché no?’”» (Mirenzi) • «Cipputi è nato da solo, tra gli altri personaggi delle mie vignette. Tra le madri e i figli a un certo punto è spuntato lui, e si è preso un certo spazio» • «Lei li ha conosciuti bene gli operai? “In fabbrica, li ho incontrati una volta sola: a Roma, alla fine degli anni Sessanta. C’era uno stabilimento occupato, che era diventato la meta di pellegrinaggio di tutte le forze extraparlamentari d’Italia. Ciascuna portava il proprio messaggio rivoluzionario, mentre quelle persone avevano ben altri problemi per la testa. Mi sentii in imbarazzo, perché non avevo nessun titolo per fare quel tipo di discorsi”» (Mirenzi) • «Il talento rende liberi? “Non so, io sono stato fortunato. Ho cominciato a fare questo mestiere per caso, ai giornali chiesi subito se avrei potuto disegnare quello che volevo, e non su commissione: mi dissero di sì. Diversamente non credo che ce l’avrei fatta. So di miei colleghi che devono aspettare le sei della sera per sapere cosa disegnare. A me non capita, sono libero dal ‘tema del giorno’”» (Sciandivasci) • «Ha mai pensato di trasformare un classico in un fumetto? “No, non è il mio mestiere. Dovrei restare fedele alla storia scritta da qualcun altro e io ho sempre lavorato per rovesciare gli schemi. Prima di tutto i miei”. Viene prima il disegno o il testo della vignetta? “All’inizio mi capitava di fare un disegno e domandarmi cosa potesse dire quel soggetto specifico. Adesso no, viene prima il testo. Ho comunque imparato che su una storia non c’è modo di esercitare alcun controllo”. Lo dicono tutti gli scrittori: le mie storie hanno vita propria, vanno da sole. Ho sempre pensato che lei fosse prima di ogni cosa uno scrittore. “Non lo so. Quando lavoravo a storie lunghe, o scrivevo una sceneggiatura, dopo i primi due capitoli abbozzavo sempre un finale: mi serviva a esser sicuro di andare da qualche parte” E come andava a finire? “Mi ritrovavo altrove. Sempre”. È molto romantico. “È il piacere di fare questo lavoro”» (ibidem) • «Qual è la sua vignetta più famosa? “Forse, quella che feci quando vinse Silvio Berlusconi nel 1994. Uno dice: ‘Poteva andare peggio’. E l’altro risponde secco: ‘No’”» (Mirenzi).
Vita privata «Stanno insieme da quasi cinquant’anni, Mara Chaves e Francesco Tullio Altan. Estroversa, morbida, ridanciana Mara, con la sua fluente parlata brasileira; riservato ed essenziale Checco, amante della sintesi nella vita come nelle vignette» (Fiori) • Racconta lui: «La prima volta che provai a conquistarla con un mio disegno, sfiorammo la rottura. Ritrassi un omino piccolo e brutto, in mano aveva un uovo. Mara non capì e si arrabbiò moltissimo». Racconta lei: «Eppure adoravo il tuo umorismo nero» • Vivono ad Aquileia, in una casa in campagna lasciatagli in eredità dal padre. La figlia si chiama Francesca, detta Chicca.
Politica Si considera ancora di sinistra, va sempre a votare, ma non è mai stato iscritto a nessun partito: nemmeno al Pci. «Con una sola eccezione. Avevo 16 anni e il circolo monarchico organizzava festine niente male» • «Adoro i referendum: si vota ma non si elegge nessuno».