su UNA PEZZA DI LUNDINI, RAI 2; articolo di Raffaele Alberto Ventura, in Domani, 2 ottobre 2020; intervista in TeleSette; articolo di Andrea Minuz

guarda su RayPlay

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Lundini
di Andrea MinuzIl FoglioUna pezza di Lundini è il programma del momento, il programma che piace anche ai social, il programma che guardano persino i miei studenti che hanno vent’anni e non sanno cosa sia la tv (lo vedono su Instagram, su Twitch, su YouTube, al massimo su RaiPlay, che hanno scoperto grazie a “Lundini”). Una pezza di Lundini ha un titolo formidabile, misterioso come un incantesimo, un insegnamento esoterico, un richiamo per pochi adepti. «Un titolo che all’inizio non capiva nessuno», dice Giovanni Benincasa, principe degli autori televisivi, ultimo erede della nostra golden age, ideatore, creatore e lanciatore di Lundini, inteso come programma e personaggio tv. Chi è questo Lundini che finisce addirittura nel titolo della trasmissione, come Fiorello, Maria De Filippi, Barbara D’Urso?
Oppure capivano “Landini”. Pensavano a una docufiction sulla Fiom, una miniserie sulla Cgil, un talent sulle vertenze sindacali. Invece Lundini con la “u” è ormai diventato un modo di dire. Esiste la situazione kafkiana, esiste la situazione fantozziana, ora c’è la “situazione alla Lundini”. Chiunque abbia visto anche solo pochi minuti di una puntata qualsiasi sa bene cosa sia. Benedetta Rossi, nuova star dei cooking-show e versione amatorial-marchigiana di Benedetta Parodi, entra in studio magnificata da Lundini per i suoi «tre miliardi e mezzo di follower, quasi la metà della popolazione del Nepal» (ne ha comunque undici milioni, poco meno della metà di quella vera), si accomoda nella poltrona, quindi la presentano con una scheda che ripercorre la carriera di Andrea Roncato.
Alessandro Borghi chiede e ottiene una versione di La ragazza di Ipanema con Bobo Craxi alla chitarra. Sebastiano Somma si autodefinisce ripetutamente «un attore cane come pochi», ma il narcisismo prende il sopravvento e inizia a ricordare una serie di suoi ruoli “immortali”. La band deve rendere omaggio all’ospite della puntata, Piergiorgio Odifreddi, ma ha capito che veniva Otis Redding e attacca, Dock of the bay. La “situazione alla Lundini” è un momento di disagio, uno spaesamento. Può essere anche un tempo morto che precede il disastro, un malinteso che si piazza lì e paralizza la scena. «Un momento di grande imbarazzo che non viene risolto», spiega Benincasa, «un imbarazzo non coperto, ma che resta sotto gli occhi di tutti anche solo per pochi secondi».
Anche Giuseppe Conte che tossisce in faccia a Lilli Gruber mentre legge le risposte sul cellulare come gli studenti all’esame su Zoom è per esempio e senza volerlo un grande “momento Lundini”. Però, certo, ci vuole anche la faccia attonita e impassibile di Valerio Lundini. Ci vuole la comicità lunare e borgatara di Emanuela Fanelli. I due talenti su cui Benincasa ha costruito questo programma che si regge su un’idea semplice quanto folle. Nel suo artificio narrativo, Una pezza di Lundini è un riempitivo messo su in fretta per tappare il buco di una trasmissione immaginaria saltata all’improvviso, tipo Detto Fatto dopo il tragico tutorial sulla spesa sexy in tacco dodici.
Emanuela Fanelli annuncia che il programma previsto (con un titolo sempre diverso che è anche un piccolo, formidabile monologo dell’attrice) non potrà andare in onda. Al suo posto ci sarà Una pezza di Lundini. Con la sua completa impreparazione, Lundini dovrà intrattenere e intervistare ospiti, lanciare servizi, tenere in piedi venti minuti di trasmissione senza sapere bene che fare o che dire. Venti minuti di nonsense risucchiati dentro errori, sbagli, tragici tempi morti, applausi desolati dei quattro anziani presenti in studio. Come quando l’attrice Pilar Fogliati fissa la telecamera, non capisce se l’intervista è finita, non lo capiamo neanche noi e intanto arrivano messaggi incomprensibili dalla regia.
«Un amico una sera mi ha chiamato per dirmi che guardando il programma aveva la netta sensazione che da un momento all’altro potesse crollare il soffitto dello studio», racconta Benincasa. È così. Succede, peraltro, in Beetwen two ferns, il pazzo talk-show di Zach Galifianakis, poi film Netflix, che si apre con un’intervista sgangherata a Matthew McConaughey: l’attore si spazientisce, vorrebbe andare via, ma è sommerso da una cascata d’acqua che viene giù dal soffitto e finisce a nuotare in un acquario tipo quello dei dipendenti di “Fantozzi”.
Una “pezza di Lundini” richiama un po’ questa “nightmare television” americana dove al culmine della catarsi può succedere che lo studio venga sfasciato, cioè letteralmente fatto a pezzi, come Kurt Cobain sfasciava la chitarra o Mario Giordano le zucche di Halloween con una mazza da baseball. Una tv così da noi non esiste. Tanto meno sulla Rai. Per lo studio fatto a pezzi però è ancora un po’ presto. «Siamo in effetti nel genere crime-comedy», dice Benincasa, «mi piacerebbe che lo spettatore pensasse che il programma è in mano a un pazzo, un dirottatore di programmi; solo che, a differenza degli americani, noi in Rai non possiamo sfasciare lo studio, una puntata dura solo venti minuti, non si ammortizzerebbero i costi. Se ci allunghiamo intorno a un’ora, un’ora e mezzo, allora sì, forse sì».
E qui voglio credere con tutto me stesso che Benincasa non stia scherzando. Mi cullo all’idea di una futura puntata di “Una pezza di Lundini extended version”, in cui Lundini e Emanuela Fanelli sfasciano lo studio sotto gli occhi esterrefatti dei rappresentati dell’Usigrai. Benincasa mi racconta le difficoltà, ma anche la fortunata congiuntura astrale che c’è dietro l’arrivo in Rai di un programma del genere. Forse non hanno ancora capito cosa sta andando in onda. La Pezza è nata come striscia settimanale, com’era Battute? lo scorso anno: «All’inizio andavamo in onda quattro volte a settimana in orari cangurellanti, man mano che siamo andati avanti ci hanno trattato davvero come una pezza, finirò che dovremo spiegare che la pezza è un’invenzione narrativa». Ormai bisogna mettere le didascalie a tutto. Se c’è di mezzo la Rai, anche i sottotitoli per non udenti.
«Ho faticato anche a convincere il regista a riprendere male alcune scene». Ma ne è valsa la pena. In Una pezza di Lundini non ci sono quelle inquadrature aeree che ci catapultano nello studio, niente effettacci e balletti, ma inquadrature quasi sempre fisse. «In tv bisogna inquadrare chi parla». E qui con Benincasa si sodalizza parecchio. Si condivide tutto il fastidio. L’irritazione per quelle regie che “si fanno vedere”, si dimenticano i personaggi, se ne vanno a spasso per lo studio, come un qualsiasi dolly di Sorrentino. Anche spiegare a un ospite cosa deve venire a fare da Lundini non è facile. Ludovica Martino, attrice di Skam Italia, è stata la prima.
È stata bravissima a entrare nella “situazione Lundini”. «Non aveva idea di cosa la aspettasse, ma si è subito sintonizzata». Non è scontato trovarsi a proprio agio in un contesto del genere, ma, come dice Benincasa, «adesso c’è la fila di gente che vuole venire da noi». Sono tutti pazzi di Una pezza di Lundini. Ognuno ha il suo momento preferito. Il mio è la standing ovation per Dio. Aizzato da Lundini, in barba all’ateo Odifreddi, tutto lo studio si alza in piedi e applaude le meraviglie del Creato che risplendono in uno di quei filmati alla Quark con orrenda musica new-age in sottofondo. La critica, i social, le riviste di tendenza sono tutti d’accordo: Lundini è «una suprema forma di boicottaggio della televisione»; il «surrealismo in seconda serata»; una «grandiosa satira televisiva».
Anche lui in trasmissione ci gioca su: «Questo è un programma che ha solo recensioni positive». Le recensioni tirano già l’album di famiglia, tutta la genealogia culturale di Una pezza di Lundini: Arbore, Frassica, Guzzanti, i Monty Python, Cochi & Renato, il Fantastico di Celentano, la serie Boris, i The Pills; Fulvio Abbate cita addirittura le Tesi su Feuerbach di Marx, anche se non ricordo bene a che proposito. Ma Una pezza di Lundini è “satira televisiva”? No. Quella era roba di Arbore, era roba di Boncompagni. Quelli della notteIndietro tutta erano costruiti sopra i cliché delle tv di allora, coi salotti, la gente che si parlava addosso, gli sponsor improbabili, il dilagare di quiz assurdi nelle reti private, e tutti quei nuovi fenomeni che Umberto Eco avrebbe immortalato con il termine “neotelevisione”.
Lundini con questa roba non c’entra molto. Mi conforta sapere che anche Benincasa la pensi così: «La nostra non è satira sulla tv, e se c’è satira è involontaria. Lundini è satira della vita. Lundini sbaglia le domande, non sa nulla dell’ospite che deve intervistare. È un uomo impreparato chiamato a fare qualcosa che non sa fare, e questa è una coda che ha a che fare con la vita, non solo con la televisione». Altro che satira televisiva, qui siamo nel più puro degli zeitgeist. Siamo circondati da tantissimi Lundini costretti a esprimersi, rilasciare pareri, prendere decisioni, gestire cose di cui non sanno granché. A differenza di Lundini, la loro è un’impreparazione spesso molto euforica, assai tracotante, un’impreparazione che non conosce imbarazzo o vergogna (sentimenti scomparsi dalla sfera pubblica). Al massimo, ci sono le gaffe seguite dalla “rettifica”. E la rettifica è quasi sempre peggio.
«Quelle di Lundini, invece, non sono gaffe», spiega Benincasa, «i suoi sbagli restano lì, avvolti in un superbo silenzio antitelevisivo». Ecco perché l’idea di scrittura che sta dietro questo programma non è archiviabile alla voce “satira televisiva”. Tutta la tv è ormai satira più o meno involontaria della televisione. «E poi che senso avrebbe oggi fare satira televisiva avendo puntato su un pubblico giovane?», sottolinea giustamente Benincasa, «un pubblico che la tv generalista non l’ha vista mai e che forse si domanda cosa sia quel logo ‘Rai2’ sull’inquadratura mentre vede Lundini su Instagram?». Come fanno a ridere di una cosa che non conoscono? Casomai, Lundini è vero servizio pubblico: «Stiamo facendo l’alfabetizzazione umoristica agli ultrasessantenni e allo stesso tempo stiamo portando i ventenni sulla Rai».
I ventenni scopriranno magari su RaiPlay gli sceneggiati con Alberto Lupo. Gli ultrasessantenni saranno iniziati alla “meta-post ironia”, anche se non hanno mai letto David Foster Wallace. Prenderanno a dire “weird” e “cringe”, quel termine internettaro che indica “una situazione scomoda, il sentirsi estremamente in imbarazzo per il comportamento di qualcuno, per il suo aspetto o il suo carattere”, insomma un “momento Lundini”. Per ora l’esperimento pare soprattutto riuscito coi ventenni. Sono i social che stanno trascinando RaiDue. Come mi ha detto un mio studente, «ho provato a far vedere Lundini ai miei genitori, ma non capivano dove dovevano ridere e perché».
Sta qui anche la differenza fondamentale con Propaganda Live, un programma che si muove ancora nell’orbita del dandinismo. Uno dei tanti meriti di Lundini è la dimostrazione che è possibile fare una tv divertente ma laica, cioè senza passare dalla “satira-politica-de-sinistra”, ma esplorando casomai le sconfinate possibilità creative della noia. «Noi annoiamo in modo creativo, annoiamo divertendo». Certo ci vogliono Lundini e Fanelli. Un nerd geniale e un puro talento attoriale, la migliore performer femminile in circolazione. Ci vuole una squadra di giovani autori, quelli che Benincasa ha chiamato con sé a lavorare a una “Pezza”, che diventa quindi anche un programma-factory, una formidabile palestra per chi vuole scrivere televisione, per i nuovi che negli anni potranno crescere.
Lo scarto con la banda di Propaganda Live è poi tutto in quel completo blu con cravatta che indossa sempre Lundini, un completo “blu Lundini”, come il “blu di Prussia”. Con una t-shirt dei “Ramones”, Lundini sarebbe finito in quota “tv giovane e irriverente”. Non ce lo saremmo filati. Così invece buca lo schermo. «Lundini è un uomo impreparato ma elegantissimo. Io curo personalmente il suo nodo della cravatta. Non si va in onda finché non è perfetto. Supervisiono anche il trucco di Emanuela Fanelli e la curvatura degli anziani seduti in studio». È così che si fa la televisione.
Con una grande voglia di farla bene. Senza quello sprezzo annoiato, senza il malcelato fastidio o la vergogna che hanno molti colleghi di Benincasa che pensavano di diventare Borges o Orson Welles e allora si vendicano su di noi scrivendo brutta televisione. Invece, come dice Benincasa, «l’Abc della televisione è facile. Sono queste tre lettere: A di Arbore, B di Baudo, C di Costanzo. Hanno creato tutto ciò che ancora oggi va in onda. Idee, format, personaggi. Tutto. Tranne Una pezza di Lundini e poco altro». Andrea Minuz

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