… mi ricordo …: VIOLO Evaldo (a cura di), (io e la BUR). Scrittori, studiosi, lettori raccontano la Biblioteca Universale Rizzoli. New Press edizioni (collana Contro Mossa diretta da Andrea Di Gregorio) , Como, 2019. Indice del libro

LIBRI e LIBRERIE, testi raccolti da Anteprima, la spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti, 16 gennaio 2020

Librerie
Il Foglio
Questa è una difesa impossibile: chiudere una libreria è uno di quegli atti intollerabili come picchiare dei bambini o bere latte di vera mucca. E il lamento della libreria è un genere ben definito – e scoppia non appena una qualche libreria chiude, come in questi giorni due Feltrinelli a Roma: vengono subito tirati in ballo valori come libertà, cultura, antifascismo. Nessuno è contento se chiude una libreria. Eppure, certe librerie fanno veramente schifo.

Basta entrare in una qualunque Libreria Di Catena. La Libreria di Catena è una versione estesa dell’edicola romana, dove trovi la quintessenza del kitsch (calendari di sacerdoti, gladiatori, angeli; portachiavi col Papa, con “carpe diem”, bicchieri e bicchierini micidiali con altri detti latini). In Libreria però la maggior superficie commerciale consente anche variazioni sul tema cartoleria: agende (Moleskine e derivati), “l’Agenda del Mare”, “l’agenda del Cielo”, “l’agenda della Luna”; calendari (di cavalli, “Horses 2020”; di Parigi, “Paris 2020”, di Marta Losito youtuber e instagrammer (come te sbagli); “Mamma mia cucina italiana”. Poi penne, matite, carte e biglietti da regalo; i micidiali Smartbox – quelli tipo “un weekend romantico sulle strade del vino delle Marche a 99 euro e 99”. La regina Elisabetta che saluta, a pila. Le bolle di sapone. Tazze e mug con frasi motivazionali (“I love you”, “Have a great day!”). Salvadanaio a forma di panda. Abat jour a forma di banana. Astucci a forma di banana.
Sulla parete delle casse, poi, un’intera esposizione di cavi, cavetti e batterie per cellulare, manca solo il caricabatteria da auto e il giubbotto catarifrangente. Poi, ma solo in alcune librerie sceltissime, ecco gli animaletti di plastica. Quasi tutte le specie viventi, anche le più rare, di animaletti di plastica: giraffe, coccodrilli, alci, orsi (koala e grizzly e panda), di gomma durissima, avvolti in un codice a barre. Non si è mai visto acquistarne uno, certo ognuno regalerà nella vita un orso a qualcuno di speciale che chiamerà “orsetto mio”, ma quante volte nella vita? Nessuno cambia partner così frequentemente, e comunque dopo un po’ cambierà nomignolo (forse in realtà il business model funziona per questo).

Superata la barriera di plastica, affascinati da tutto questo ben di Dio, uno normalmente si è scordato quale libro voleva comprare, e, frastornato dalle possibilità del commercio, si scontra con i totem delle carte regalo. E lì, altre domande esistenziali. Chi acquisterà una carta regalo Amazon dal valore di dieci euro? Cioè, uno viene in libreria, compiendo un atto antifascista per non comprare su Amazon, e poi compra una carta Amazon? Curioso. Oppure una carta Netflix, dal valore di 9,90 euro. Cioè la metà dell’abbonamento mensile. «Tieni amore, ecco il mio regalo, gli altri 9,90 ce li metti tu». Romantico. Una volta le librerie erano il luogo del romanticismo – immortalate in tanti Woody Allen, o in C’è posta per te, il film, non lo show della De Filippi; adesso sono il luogo del regalo di merda.

Se si persevera nel voler ancora penetrare nelle retrovie del grande magazzino, dove si mormora che siano custoditi veri libri, ecco ulteriori barriere: ci sono dei veri libri. Ma sono: Federico Moccia, La ragazza di Roma nord; Walter Veltroni, Assassinio a Villa Borghese, sbattuti lì, in faccia. Poi dice che non si legge.

Se infine uno è dotato di grande carattere, e persevera, supererà la barriera psicologica delle pile di Moccia, e chiederà a un commesso se ha un determinato libro, assisterà a tragici momenti di smarrimento. Esclusa l’aristocrazia libraria, tra cui le mitologiche creature Feltrinelli, che hanno frequentato la “scuola librai”, la Harvard dei librai, si capisce subito che l’algoritmo di Amazon è più intelligente del libraio medio. Quest’ultimo infatti non ti dirà, come fa Amazon, «se ti è piaciuto questo, ti piacerà quest’altro». Qualcuno di noi, i più anziani, si ricorda ancora il libraio che ti diceva così svolgendo la complessa operazione: ti è piaciuto Philip Roth? Perché non leggi anche Bellow? Oggi sembrerebbe fantascienza.

Il giovane libraio, probabilmente precario e infelice, è invece oggi incerto e facile da mettere in crisi. Se volete tormentarlo, basterà chiedergli qualcosa che non sia in classifica nelle ultime tre settimane. Se vi sentite particolarmente sadici, ci sono alcune sottocategorie come il romanzo-saggio in grado di gettarlo nello sconforto. Provate a chiedere Musil, o Mann. Se la libreria ha adottato un criterio “per argomento”, vi spedirà probabilmente al piano di sotto, cioè nel limbo in cui tutto ciò che non è tazze e calendari e romanzi di instagrammer è collocato, e dopo aver compulsato un impolverato computer anni Ottanta, esalerà la famosa frase: «Nel reparto critica letteraria», che di solito è vicina alle più turpi categorie, astrologia, kundalini yoga, mormoni, sottoli. Ma è un romanzo, direte voi! Il commesso sarà già lontano.

Per le librerie che adottano invece il criterio alfabetico, altri cortocircuiti. Con l’ordine alfabetico, non solo crolla l’estetica libraria, perché il libro colorato Sperling va con quello esangue Einaudi, il tortora Adelphi va col blu Sellerio. Si creano anche molte confusioni nel lettore, con Baricco che va a trovarsi proprio accanto a Barthes, e Benjamin. Benjamin, a partire dalla pronuncia, è un altro autore che mette in crisi i librai. «Bengiamin Bengiamin», comincia a dire a sé stesso il libraio, ‘ndo sta, digitando sul computer impolverato con scritto “non toccare!”. “Critica letteraria”, e ti spedisce giù nello sprofondo. Dove presto verrà forse istituito un reparto apposito per il lamento della libreria, genere in grande fermento; in questi giorni, appunto, molti canti al cielo per la chiusura di due Feltrinelli romane, e soprattutto della International, quella con i libri “in lingua”, che affascinava molto le prime volte nella Capitale – era prerogativa solo di Roma e Milano, e ci si sentiva subito al posto giusto. Era ovviamente prima dell’avvento di internet, quando ordinare i libri online era impossibile. Si corre allora a via Vittorio Emanuele Orlando, di fronte al glorioso Grand Hotel, ed effettivamente la serranda è a mezz’asta, e però un cartello avverte «ci stiamo trasferendo nell’altra Feltrinelli, a dieci metri di distanza»; e si va, allora, e lì tutta un’aria di fervidi lavori, stanno infatti mettendo “gli stranieri” al piano terra, e montano scaffali, e «non chiude proprio niente», dice una libraia gajarda (sarà della Scuola Librai). Avranno pensato di risparmiare un affitto, non è male come idea: del resto gli unici acquirenti che si vedevano ultimamente alla International erano turisti analogici in cerca di guide turistiche, oppure cinefili nel vasto reparto dvd.

Però tutti a lamentarsi: se ne va un pezzo di Roma (certo, è vero); muore la cultura! (vabbè, non esageriamo); tutta colpa di Amazon. Ma poi si capisce che è soprattutto il rimpianto di un luogo. Ognuno ha la sua preferita, di libreria, qui si rimpiange ancora la Arion di via Veneto aperta la notte, ognuno ha la libreria dove ha scoperto lo scrittore preferito: di solito è legata a momenti di giovinezza, è il rimpianto di un tempo perduto (oggi sarà difficile avere un ricordo, mentre si pigia “acquista”, da soli, magari in un tragico black friday, per acquisti compulsivi). Ognuno di noi ha ricordi lancinanti di librerie: una presentazione di Seminario sulla Gioventù, con Busi negli anni Ottanta a Brescia, libreria Rinascita; presentazione di un Arbasino nella Feltrinelli di via del Tritone, anni Novanta, a Roma, e lì, col Maestro attorniato dalle solite principesse, si venne presi da un raptus autolesionista giovanile, lo si avvicinò: «Ho letto tutti i suoi libri»! E lui; «bravo caro, continui così!» (poi si divenne amici).

La libreria è luogo di sogni ma anche di incubi, come quello della libreria del Male Oscuro di Giuseppe Berto dove il protagonista, molto simile al vero Berto, scrittore schifato dal mondo letterario, faceva un sogno ossessivo di entrare in una libreria di via Veneto e lì essere maltrattato da Moravia e i suoi accoliti, che non lo salutano. Il sogno della libreria di via Veneto ricorre nelle sedute psicanalitiche che compongono il romanzo; e dev’essere poi la stessa libreria che negli anni Novanta teneva aperta la notte – e lì, scoperte, amori, tremori, John Fante, i Fazi, che momenti (adesso al suo posto c’è una profumeria e “nail institute”). Certo quando le librerie chiudono non è buon segno; a Roma i Novanta furono anni rombanti, anche per le librerie, le Arion con i fratelli Ciccaglioni ganzissimi, con quella notturna e quella architettonica di palazzo delle Esposizioni, oggi un po’ spettrale. Il Mel Bookstore a via Nazionale, non lontano, ha cambiato nome e oggi si chiama Ibs-Libraccio.

Ma non perdiamoci d’animo. La Feltrinelli International intanto non trasloca; dentro, grandi manovre, e fiducia nell’avvenire. «Vedrà che ci saranno altre aperture!», dice la libraia. Entra un signore e la libraia alza gli occhi al cielo: «Oh, no, ancora!», e il signore inizia a fare geniali discorsi sconnessi, tra sé e sé, ma anche a me: «A occhio e croce lei è stressato!»; beh, un po’ sì. «Ma si vede benissimo che lei non metterà giudizio mai, né ora né nei prossimi cinque anni!». Annamo bene. «Stia lontano dalle donne!», continua lui. «Le donne prima ti cercano, poi ti fregano i gratta e vinci, e poi si guardano Sanremo!». E se ne va. «Minaccia di bruciarci il locale, ma poi non fa niente di male», dice la libraia umana. «Ogni giorno fa così!, però porello, non fa nessun danno». È un lettore che effettivamente su Amazon non troverebbe usbergo.

Fuori dalla Feltrinelli, anche il consueto assalto del libraio freelance africano, che ti vuol vendere libretti ruvidi di narrativa subsahariana. Approfitta del senso di colpa di noi lettori forti di sinistra (hey mai friend!), si apposta infatti esclusivamente fuori dalle Feltrinelli, mai, che so, davanti a una Mondadori. Scaltramente alligna anche in occasione di fiere di piccola e media editoria, come “Più libri più liberi”, dove miete le sue vittime soprattutto sui visitatori di fuori, eccitati dal viaggio all’ombra della Nuvola di Fuksas. Se sei venuto fino a Roma, non puoi non leggere Brevi carezze d’Africa (è anche questo un algoritmo, mai friend).

Tutti del resto sono alla ricerca di un business model per vendere questi libri che si pubblicano a milioni e poi qualcuno deve pure comprare. È chiaro che bisogna inventarsi qualcosa. Piacciono moltissimo per esempio le librerie delle stazioni, perché offrono un servizio utile, entri al piano meno tre e sbuchi fuori al piano terra, in bocca al binario. Ti vedi tre piani di libri, eviti le vetrine di Liu Jo e i trolley che ti stritolano i piedi, passi per reparti dove mai ti saresti avventurato (il jazz, il kundalini joga, la critica letteraria), superi le casse e il muro di mucche di plastica e prendi il treno. A Termini c’è la libreria ferroviaria migliore d’Italia, la Borri, anche questa su diversi piani, al piano terra un assortimento enorme di narrativa italiana esposta – pazzesco – per casa editrice. Non ci sono né animali di gomma né gli smartbox – insomma una scelta radicale, una vera provocazione. Un libraio mi sussurra che è «un vezzo del vecchio commendator Borri», una specie di filantropo del libro ferroviario, che ha librerie solo nelle stazioni romane, a Termini e a Tiburtina. I commessi-librai sono gentili, e sanno perfino dove sono i libri.

Alla Feltrinelli di Napoli Centrale invece c’è la più grande concentrazione di scrittori local del mondo; manco in Irlanda ci sono tanti autori per metroquadro. Tra i Parrella e i De Crescenzo e gli Erri De Luca e i Saviano e i De Giovanni e i Piccolo principe tradotti in napoletano e le Smorfie e le storie dei Borboni in tutte le lingue, una densità mai vista. Questa pure è un’attrazione: e si capisce che bisogna andare avanti, trovare nuove formule, del resto in America le librerie di catena sono defunte da tempo, le enormi Barnes & Noble immortalate nelle scene romantiche dei film sono ormai deserte, mentre spopolano le indipendenti, che fanno reading, e caffè. A Milano c’è Verso Libri, epicentro di qualità “in” Porta Ticinese. Altre sorgono e si moltiplicano, talvolta radicalizzandosi. Si fa a gara a chi ospita le collane più misteriche. Naturalmente la tentazione del manicheismo è dietro l’angolo: un amico ha chiesto un Adelphi in una di queste librerie milanesi molto estreme e si è sentito rispondere sprezzante: «Non teniamo queste case editrici mainstream». «Io non litigo mai, però quella volta non ho potuto fare a meno: io qui non metterò mai più piede», ha detto. In questi casi la tentazione è fortissima: chiudersi a casa, soli con l’algoritmo, in un momento che forse un giorno ricorderemo perfino con nostalgia.

Michele Masneri
Da ultimo a Torino Paravia, la seconda libreria più antica d’Italia, ha abbassato la saracinesca il 28 dicembre 2019 per le ferie senza più però riaprirla. I titolari puntano i dito contro Amazon e contro la mancata entrata in vigore della norma – ancora sospesa alla Camera – che prevede il ridimensionamento dal 15 al 5 per cento dello sconto massimo che si può praticare sui libri nuovi venduti attraverso piattaforme online. Una norma contestata però dall’Associazione italiana editori. Secondo un documento «fra il 2018 e il 2019, pur senza considerare l’impatto delle ultime vendite natalizie, con la riduzione per legge dello sconto “i lettori italiani avrebbero dovuto spendere 137 milioni di euro in più per comprare la stessa quantità di libri”» [Rizzo, Rep].

la biblioteca Forteguerriana di Pistoia, dal blog di babilonia61

La biblioteca Forteguerriana di Pistoia (»»qua delle belle foto) è una delle più antiche d’Italia, datata, tradizionalmente, 1473, anno in cui il cardinale Forteguerri (1419-1473) donò la sua collezione di libri alla Pia Casa di Sapienza. Ma in effetti:

tutto l’articolo qui: I luoghi della storia, Pistoia, la biblioteca Forteguerriana » babilonia61.

Nel “monastero” di Google nuova biblioteca di Babele

Il catalogo incomincia dalla Bibbia di Gutenberg del 1455

“Vogliamo riempire i buchi e i vuoti della nostra storia”
di VITTORIO ZUCCONI

MOUNTAINVIEW (California) – Il villaggio della memoria totale con quel buffo nome da cartone animato, Google, è tutto di palazzetti bianchi, sparpagliati tra le ultime marcite della baia dove l’Oceano Pacifico muore. Così candido sullo sfondo della Sierra Nevada, nel suo color calce, ricorda quei paesi medioevali del nostro Mediterraneo che John Steinbeck immaginò trovandosi davanti a San Francisco e non solo nell’aspetto. Un dubbio di Medioevo venturo lo percorre davvero, nel silenzio da chiostro che lo avvolge, nella laboriosa e maniacale operosità dei tecno frati e delle cyber suore che lo popolano, ma soprattutto nell’impresa nella quale si sono buttati.

Niente altro che catalogare, ricomporre, riprodurre e salvare l’intera memoria dell’umanità contenuta in tutti i libri del mondo. I tecno monaci del nuovo ordine di San Google stanno in pratica tentando di ricomporre e ricostruire la Torre di Babele, sotto lo sguardo dello stesso Dio geloso che sbriciolò la prima.

Il villaggio si chiama ufficialmente “Googleplex”, come lo hanno battezzato i nuovi “servi a manu”, i nuovi amanuensi che aborriscono espressioni burocratico aziendali come sede centrale o quartier generale. Ma questo, qualunque sia il nome che si vuol dare alla rosa, è il quartier generale di quella società che uno studente americano e un immigrato russo crearono insieme sette anni orsono per rendere più razionale e facile con le loro formule alchemiche l’esplorazione di quella Babele, appunto, di quel caos primordiale chiamato Internet.

Qualche mese addietro, quando la sortita in Borsa della Google ha rovesciato un’inondazione di dollari, 60 miliardi, nella casse della società e nelle tasche dei fondatori e dei primi azionisti oltre i sogni più rosei, anziché correre a comperarsi Ferrari e Rolls, quadri impressionisti e ville in Sardegna, i nuovi ricchi con la vocazione (anche loro) del Bene hanno semplicemente deciso di investire miliardi, intelligenze, forze e tempo per catalogare e mettere a disposizione di tutti, ovunque, ogni pagina di ogni libro di ogni nazione di ogni lingua pubblicato da ogni editore in ogni tempo e in ogni luogo dal 1455, l’anno in cui Johann Gutenberg si cimentò con la Bibbia.

Nessun libro mai scritto e stampato, per quanto piccolo, insignificante, stupido, brutto, deve andare più perduto, perché ogni pagina è stata, e quindi è, una molecola del cervello collettivo dell’umanità.
Occorre essere molto giovani, molto ricchi, molto ambiziosi, molto Google, soltanto per concepire, non si dice realizzare, una impresa del genere.

“Effettivamente, neanche noi sappiamo quanto tempo occorrerà, forse anni, forse decenni, forse non lo finiremo mai, forse è addirittura impossibile. Che ne sappiamo, ci proviamo”, civetta agitando le mani e sorridendo con i suoi begli occhi color grigio azzurro baltico Marissa, sangue finlandese-americano, una delle due badesse del progetto “biblioteca del mondo”, due donne.

È probabile che menta, Marissa Mayer, perché anche lei, come tutti i giovanotti e le ragazze che si muovono in silenzio dentro il monastero di San Google, non sanno che cosa significhi fallire, non hanno mai battuto la testa contro il soffitto del cielo né subito la collera di questi dei dispettosi che hanno spazzato via con un gesto altri progetti e forato le infinite bolle della superbia umana, da Babele al Nasdaq.

Giovani certamente sono, con una scandalosa età media di 31 anni per i tremila impiegati. Sono carichi di lauree in “computer sciences”, come Marissa, ottenuti nelle migliori università del pianeta, a cominciare da quella vicinissima Stanford, dove il russo Sergey Brin e l’americano Larry Page studiarono e si conobbero. Sono sfacciatamente e meritatamente ricchi, ora che la loro impresa fecondata inizialmente da una donazione di 10 mila dollari che i due non sapevano neppure dove depositare perché non avevano conti correnti bancari, è andata in Borsa dall’autunno 2004 e ha raggiunto un valore di capitale circolante superiore alla General Motors e la Ford. Messe insieme.

E Google, il nome creato giocando sul lemma “googol”, una parola inesistente che il nipotino di un grande matematico americano, Edward Kasner, inventò quando il nonno gli chiese di battezzare il numero 10 alla 100esima potenza (“Uno” seguito da 100 zeri) ha la faccia e l’anima di tutto del mondo, indiani, pachistani, cinesi, arabi, europei biondi e bruni, russi, africani, bianchi, che vedo curvi a compitare stringhe di caratteri sulle loro tastiere mute davanti agli schermi, in uno stato di volontaria e autosufficiente clausura.

Nel parcheggio, tra le solite Volvo scalcagnate, le Toyota usate (ma anche fresche Bmw e Mercedes e Lexus) che segnano tutti i campus della California, sosta uno studio odontoiatrico ambulante, perché neppure carie e nevralgie distolgano tempo dalla missione, mentre terziari laici provvedono a lavare le macchine e una signora turca, proprio turca “native” specifica il manifesto, offre al personale femminile con qualche prurito “lezioni di danza del ventre”.

Un mondo autosufficiente, appunto come un convento cistercense. Ora et labora. Et gioca, come vedo, salutandolo da lontano attraverso i vetri del suo piccolissimo e quindi snobissimo ufficio, proprio Sergey Brin, il fondatore. Telefona da una scrivania assediata da un numero assurdo di automobiline radiocomandate sparse sul pavimento in vari stadi di montaggio e smontaggio, con le loro budelline elettroniche sventrate. Il riposo dell’ingegnere.

Il grande progetto
Non sono stati i primi, né gli unici, ad avere avuto l’idea di riversare nei server, negli armadi elettronici, i libri nel progetto Google Print, come si chiama ufficialmente. Lo fanno già grandi biblioteche universitarie e lo fa la British Library, che ha messo proprio la Bibbia di Gutenberg, conservata nelle proprie teche, in Internet. Lo fanno siti commerciali come la libreria on line amazon. com, che permette la consultazione via computer di estratti dei libri che vende e lo fanno i napoletani dell’associazione Liber Liber che nel loro Progetto Manuzio, il grande tipografo di Velletri contemporaneo di Gutenberg, hanno in rete già centinaia di capolavori della pagina stampata, a disposizione gratuita di tutti.

Non sta dunque nell’idea di portare in Internet il sogno perduto della biblioteca di Alessandria, della biblioteca Marciana di Venezia, della mitica biblioteca di San Giovanni il Teologo a Patmos, del Beato Renano in Alsazia o delle università arabe dove Ibn Sina e Ibn Rushd, Avicenna e Averroè, studiavano e scrivevano, la mirabile insensatezza dei benedettini googoliani.

È nella scala del progetto, in quella presunzione di assoluto contenuta nella promessa di portare ogni libro mai stampato a portata di qualsiasi computer portatile con un collegamento alla rete. Hybris, superbia da Prometei, mi azzardo a dire e lo sguardo baltico di Marissa si ghiaccia: “Noi preferiamo chiamarlo il nostro progetto Luna, il nostro Moonshot, quello che John Kennedy propose nel 1961, senza avere i mezzi, i soldi, la tecnologia per realizzarlo. Si ricorda?”. Mi ricordo, io ero già grande “Otto anni dopo, il 20 luglio del 1969, Armstrong mise il piede sulla Luna. Era hybris, superbia, anche quella di Kennedy?”.

Ma la luna era un passetto da bebè rispetto a questo balzo. “Soltanto nella Bibioteca del Congresso a Washington ci sono 12 terabytes da registrare”, 12 mila miliardi di caratteri in 28 milioni di libri. E pochi di meno a Manhattan, nella Public Library di New York, nella Harvard di Cambridge, Massachussets, a Oxford, nelle cinque grandi biblioteche già convertite al progetto Babele, un’enormità di pagine stampate che, dagli ideogrammi cinesi a Bejing ai kanji Giapponesi, al cirillico, all’arabo nessuno può neppure cominciare a quantificare.

I rivali, che hanno visto in neppure sette anni, dal 1998 quando la Google Inc fu creata, risucchiare l’80% di tutte le queries, le ricerche, provenienti dal mondo intero, dicono che questa volta Brin, Page, i loro piccoli wizards, i loro Henry Potter, si romperanno il nasino. Che non ce la faranno a completare questo stunt, questo numero e può darsi che gli invidiosi abbiano ragione e il progetto di ricomporre l’albero della conoscenza, sia la loro fine.

Ma la metafora della Luna li sorregge più di quanto le rovine della Torre o la cacciata dall’Eden li inquietino. È toccante scoprire che giovanotti neppure nati quando Eagle allunò nel mare della Tranquillità, ancora sentano il richiamo di quella chiamata alle armi senza guerre. Ma come farete a spremere e infiascare nei vostri server tutti i libri del mondo?

“Prima di tutto dobbiamo risolvere il problema del copyright, dei diritti degli autori e degli editori. Stiamo assumendo più avvocati che specialisti di informatica, per negoziare con le case editrici in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti. Poi dobbiamo affrontare la difficoltà maggiore, quella di sfogliare le pagine, una per una”. Mi racconta che lei e Sergey Brin, uno dei due cofondatori che potrebbe, a 30 anni, incassare il suo primo miliardo di dollari (la domanda pubblica di vendita di azioni è già stata fatta alla Commissione di Borsa, come vuole la legge americana quando sono i grandi azionisti dirigenti a liquidare) e vivere in eterno senza riuscire a spenderli, dopo avere partorito insieme l’idea provarono a riversare un libro qualsiasi, comperato in libreria, di 300 pagine nel computer. “Facendo una pagina a testa, a mano, dalla copertina alla quarta di copertina, impiegammo quasi un’ora”.

Dunque, calcolando a braccio, soltanto per smazzare i 28 milioni di libri raccolti alla Library of Congress di Washington, i due impiegherebbero almeno 28 milioni di ore, un milione e 166 mila giorni, tre millenni, secolo più secolo meno. No, così non poteva funzionare, a meno di impiegare milioni di amanuensi e poi nemmeno, perché errare è umano “e alla fine ci accorgemmo che nella scannerizzazione delle pagine, cioè nella trasposizione delle parole stampate in caratteri alfanumerici, c’era stato il 3% di errore, circa 10 pagine su 300 sbagliate. Inaccettabile”.

Ci hanno provato coi robot. Si sono rivolti all’Università americana più avanzata nella ricerca robotica, la Carnegie-Mellon di Pittsburgh, perché gli progettassero un automa amanuense. Mi fanno vedere una specie di benedettino meccanico, un ragno capace di sfogliare le pagine, di leggerle e di pomparle poi dentro la memoria dei computer. “Non ci siamo ancora”, ride Marissa “i robot usano ventose per girare le pagine, ma qualche volta la strappavano, non le voltavano per bene, lasciavano pieghe che interferivano con la lettura ottica. Non possiamo correre il rischio di strappare una pagina della Bibbia del 1455 e poi dire, ooops, sorry, adesso la incolliamo con lo scotch tape”. No, effettivamente, alla British ci resterebbero male.

“Per i libri nuovi, in commercio, la soluzione è quella di strappare le pagine una per una, e passarle su un lettore piatto, tipo fotocopiatrice o fax, ma con i libri fuori stampa o addirittura antichi, non se ne parla. Anche se potessimo farlo, il costo di rimettere poi insieme le pagine e rilegare di nuovo il libro sarebbe proibitivo”. Esattamente come nel 1961, quando Kennedy si buttò sulla Luna, c’è l’idea, ci sono i soldi, ma la tecnologia per realizzarla è ancora da inventare.

Forse per questo, tutto è ancora rigorosamente segreto. Marissa mi dice soltanto che “alcune nostre squadre stanno già lavorando in questo momento con biblioteche e bibliotecari, mentre gli avvocati trattano con gli editori per i diritti”, una piaga, questa dei legali, che almeno agli architetti della Torre fu risparmiata. Ma non mi vuol dire esattamente dove.

Come tutti i grandi ordini religiosi, i grandi monasteri e Disneyworld, dove tutto sembra dolce e soffice in superficie, ma sotto il saio e sotto il pelouche ci sono segreti e sancta sanctorum, anche Google è un’armata soft, ma un’armata non di meno. Sa di essere impegnata in una guerra buona (“Non fate mai il Male” è il motto ultrabuonista dei fondatori, che precede persino George Bush) ma una guerra, contro avversari che ogni secondo di ogni giorno lavorano per portarle via i segreti del successo.

L’arma di dominio di massa è il numero delle richieste che 200 milioni di utenti di Internet presentano ogni giorno al sito di Google, con queries, domande che coprono l’universo delle curiosità lecite e illecite e, secondo i rating di NetMetrix, rappresentano il 70% del traffico mondiale. Avere nei propri cervelli elettronici l’intera memoria bibliografica del mondo promette nuovi e ancora più grandi maree di contatti, oltre a quelli che vedo scorrere incessantemente sui grandi monitor al plasma accesi ovunque dentro le palazzine bianche.

Depurate delle richieste oscene o delle domande di accesso alla galassia del porno Internet, passano sugli schermi richieste in ogni lingua, in cinese e in hindi, in russo, in spagnolo, in italiano. Dall’Italia, sanno tempestando Google con domande sulla storia, le dimensioni e le immagini del Partenone. C’è qualche scolaro disperato, o qualche genitore premuroso a Varese o a Messina, a Venezia o a Imperia, che sta sudando sangue su una ricerca.

Le domande del mondo
E proprio in quelle domande che corrono a cascata sugli schermi al plasma e divengono raggi luminosi che si sprigionano dal mappamondo virtuale che ruota su un altro monitor per indicare graficamente da dove vengano, e quante siano le queries, c’è la dolcezza di questa superbia. Spogliata di tutta la retorica spesso imbonitoria della New Economy, l’impresa dei trentenni di Google è il tributo finale del futuro al passato, la pace tra la memoria e la fantascienza.

Carta e silicio, rilegatori e programmatori, si riconciliano nella fatica di questa sfida. “Le racconterò come mi è venuta l’idea”, si scioglie alla fine la signora del Baltico trapiantata sulla Baia di San Francisco. Un giorno, frugando nella classica soffitta, trovai un sussidiario di quinta elementare appartenuto a mio nonno, quando era bambino a Helsinki. Cominciai a leggerlo e poi a cercare gli altri volumi, dalla prima alla quarta, e non c’erano più, erano andati persi, o buttati via. Pensai a quanti bambini finlandesi erano cresciuti e si erano formati su quei sillabari e sussidiari, che erano entrati a far parte della loro memoria collettiva e quindi della storia di una nazione, di una cultura, del mondo e che erano andati perduti per sempre. C’era un buco, un vuoto, nella nostra storia. Ne parlai con Sergey Brin, uno degli inventori e fondatori – e anche lui, che era andato via dall’Unione Sovietica con la sua famiglia quando era ancora alle elementari aveva pensato le stesse cose”.

Dunque ricordare tutto, per non ripetere niente, per non farsi ingannare da chi riempie le fosse delle amnesie con le nuove bugie. Già oggi, Google è diventato un verbo, “to google”. Se qualcuno vi racconta qualcosa di sospetto, se un politico proclama qualche verità trombonesca, sulle tasse, sulla guerra, sulla storia, “google it”, andate a verificare. In fondo, dietro le magie dei bit e dei byte, si sente una inespressa e inconfessabile intenzione politica, nel senso più alto della parola. La verità della memoria, che è l’antitesi di ogni ideologia. L’antidoto definitivo a ogni possibile censura, a ogni falò di libri, a ogni indice.

Nel Mein Kampf, Adolf Hitler scrive che “la capacità della masse di comprendere è molto limitata, ma la loro capacità di dimenticare è infinita”. Se la pazzia di questi nuovi scalatori della Luna nel loro convento modernista alla fine dell’Oceano riuscirà, nessuno potrà più dire che “non sapeva”.

Nella raccolta di ogni parola mai scritta, di ogni pensiero mai formulato, c’è la Bibbia dell’uomo, il nuovo peccato imperdonabile della libertà di conoscere. Potrà il Dio geloso di Babele permetterlo?

(23 gennaio 2005)