La “profezia” di Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932) al Congresso di Livorno del 1921, citazione ripresa da Wikipedia

« Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista – la questione del fine e neppure quella dei grandi mezzi (lotta di classe, conquista del potere ecc.) – ma è la valutazione della maturità della situazione e lo apprezzamento del valore di alcuni mezzi episodici.

Primo fra questi la violenza, che per noi non è, e non può essere, programma, che alcuni accettano pienamente e vogliono organizzare [commenti], altri accettano soltanto a metà (unitari comunisti o viceversa).

Altro punto di distinzione è la dittatura del proletariato, che per noi, o è dittatura di minoranza, e allora non è che dispotismo, il quale genererà inevitabilmente la vittoriosa controrivoluzione, o è dittatura di maggioranza, ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere la dittatura.

Terzo punto di dissenso è la coercizione del pensiero, la persecuzione, nell’interno del Partito, dell’eresia, che fu l’origine ed è la vita stessa del Partito, la grande sua forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli si parano di contro.

Ora tutti e tre questi concetti si risolvono poi sempre in un solo: nel culto della violenza, sia esterna sia interna, e hanno tutti e tre un presupposto, nel quale è il vero punto di divergenza tra noi: la illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno o di un mese, sia l’improvviso calare di un scenario o l’alzarsi di un sipario, sia il fatto di un domani e di un posdomani del calendario; e la rivoluzione sociale non è un fatto di un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri e di domani, è il fatto di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalista, del quale noi creiamo soltanto la consapevolezza, e così agevoliamo l’avvento; mentre nella rivoluzione ci siamo; e matura nei decenni, e trionferà tanto più presto, quanto meno lo sforzo della violenza, provocando prove premature e suscitando reazioni trionfatrici ne deriverà ed indugierà il cammino. Ond’è che per noi gli scorcioni sono sempre la via più lunga, e la via, che altri crede più lunga, è stata e sarà sempre la più breve. La evoluzione si confonde nella rivoluzione, è la rivoluzione stessa, senza sperperi di forze, senza delusioni e senza ritorni. (…)

Questo culto della violenza, che è un po’ negli incunaboli di tutti i partiti nuovi, che è strascico di vecchie mentalità che il Socialismo marxista ha disperse, della vecchia mentalità insurrezionista, blanquista, giacobina, che volta a volta sembra tramontata e poi risorge di nuovo, e a cui la guerra ha ridato un enorme rigoglio, non può essere di fronte alla complessità della lotta sociale moderna, che una reviviscenza morbosa ed effimera.

Organicamente la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo.

E propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, non già delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta, imporsi per legittimo diritto.

La violenza è il sostitutivo, è il preciso contrapposto della forza. È anche un segno di scarsa fede nella idea che si difende, di cieca paura delle idee avversarie. È, insomma, in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfi per un’ora, poiché apre inevitabilmente la strada alla reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto, diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni nemici. (…)

Con la violenza che desta la reazione, metterete il mondo intero contro di voi. Questo è il nostro pensiero di oggi, di ieri, di sempre, ma sopra tutto in periodo di suffragio universale: quando voi tutto potrete se avete coscienza e, se no, nulla potrete ad ogni modo. Perché voi siete il numero e siete il lavoro, e sarete i dominatori necessari del mondo di domani a un solo patto: che non mettiate, con la violenza, tutto il mondo contro di voi.

Ecco il tondo del solo nostro dissenso, che è di oggi come di ieri, nel quale sempre insorgemmo e ci differenziammo. E quando Terracini ci dice, credendo coglierci in contraddizione: lanci la prima pietra chi in qualche momento, nel Partito, non fece appello alle violenze più pazze, io posso francamente rispondergli: eccomi qua! quella pietra io posso lanciarla [applausi vivissimi].

Sì, a noi può dolere che questa mostruosa fioritura psicologica di guerra ci divida fra noi, ci allontani tutti quanti dalla mèta, ci faccia perdere anni preziosi, facendo involontariamente il massimo tradimento al proletariato, che noi priviamo di tutte le enormi conquiste che potrebbe oggi conseguire, sacrificandolo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze, suscitando tutte le forze della controrivoluzione.

Si, noi lottiamo oggi troppo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, siamo noi a creare la reazione, il fascismo, ed il partito popolare.

Intimidendo ed intimorendo, proclamando (con suprema ingenuità anche dal punto di vista cospiratorio) l’organizzazione dell’azione illegale, vuotando di ogni contenuto l’azione parlamentare che non è già l’azione di pochi uomini, ma dovrebbe essere, col suffragio universale, la più alta efflorescenza di tutta l’azione, prima di un partito, poi di una classe; noi avvaloriamo e scateniamo le forze avversane che le delusioni della guerra avevano abbattute, che noi avremmo potuto facilmente debellare per sempre. (…)

Le vie della storia non sono facili. Noi possiamo cercare di abbreviarle con sincerità, sdegnosi di popolarità, facilmente accettate a prezzo di formule ambigue. E questo noi facciamo e faremo, e con voi e fra voi, o separati da voi, perché è il nostro preciso dovere. Noi saremo sempre col Proletariato che combatte la sua lotta di classe. (…)

Fu unicamente il culto di alcune frasi isolate da comizio (la violenza levatrice della nuova storia” e somiglianti), avulse dal complesso dei testi, e ripetute per accidia intellettuale che, in unione alle naturali ribellioni del sentimento, velò a troppi di noi il fondo e la realtà della dottrina marxista. Quel culto delle frasi, in odio al quale Marx amava ripetere che egli, per esempio, “non era marxista”, e anche a me – di cento cubiti più piccolo – a udire le scemenze di certi pappagalli, accadde di affermare che io non sono turatiano [Ilarità].

Perché nessuna formula – neanche quella di Mosca – sostituirà mai il possesso di un cervello, che, in contatto coi fatti e con le esperienze, ha il dovere di funzionare. (…)

Sul terreno pratico, quarant’anni o poco meno di propaganda e di milizia mi autorizzano ad esprimervi sommariamente un’altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po’ ridicola) una profezia, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Fra qualche anno – io non sarò forse più a questo mondo – voi constaterete se la profezia si sia avverata. Se avrò fallito, sarete voi i trionfatori.

Questo culto della violenza, violenza esterna od interna, violenza fisica o violenza morale – perché vi è una violenza morale, che pretende sforzare le mentalità, far camminare il mondo sulla testa (…), e che è ugualmente antipedagogica e contraria allo scopo – non è nuovo (…), nella storia del socialismo italiano, come di altri Paesi. E il comunismo critico di Marx e di Engels ne fu appunto la più gagliarda negazione.

Ma, per fermarci all’arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, sta, a un dipresso, di mezzo fra la Russia e la Germania, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche modo le fasi del Partito, (…) quella storia dimostra a chiare note come cotesta lotta fra il culto della violenza che pretende di imporsi col miracolo ed il vero socialismo che lo combatte, è stata sempre, nelle più diverse forme, a seconda dei momenti e delle circostanze, il dramma intimo e costante del partito socialista.

Ma il socialismo, in definitiva, fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. (…) nella storia del nostro partito l’anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo finì al potere, il ferrismo, anticipazione, come ho detto, del graziadeismo [nuova ilarità], fece le capriole che sapete, l’integralismo stesso sparì e rimase il nucleo vitale: il marcio riformismo, secondo alcuni, il socialismo, secondo noi, il solo vero, immortale, invincibile socialismo, che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale saremo sempre a questi ferri e la demagogia sarà sempre in auge), si impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea con la maturità della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone. (…)

La guerra doveva rincrudire il fenomeno. La lotta sarà più dura, più tenace e più lunga, ma la vittoria è sicura anche questa volta. (…)

Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione russa, alla quale io applaudo con tutto il cuore (Voce – Viva la Russia!) …. il mito russo sarà evaporato ed il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell’esperienza (…) le vostre affermazioni d’oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli operai e dei contadini ( e perché no dei soldati?) avranno ceduto il passo a quel grande Parlamento proletario, nel quale si riassumono tutte le forze politiche ed economiche del proletariato italiano, al quale si alleerà il proletariato di tutto il mondo.

Voi arriverete così al potere per gradi… Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei più grandi fatti della storia, ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica e mimetistica, che è storicamente e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medio evo.

Avrete capito allora, intelligenti come siete [ilarità], che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo che del resto avrà una grande influenza nella storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi dell’Intesa e dell’America, ma che è pur sempre una forma di imperialismo.

Questo bolscevismo, oggi – messo al muro di trasformarsi o perire – si aggrappa a noi furiosamente, a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci; s’ingegna di creare una nuova Internazionale pur che sia, fuori dell’Internazionale e contro una parte di essa, per salvarsi o per prolungare almeno la propria travagliata esistenza; ed è naturale, e non comprendo come Serrati se ne meravigli e se ne sdegni, che essa domandi a noi, per necessità della propria vita, anzi della vita del proprio governo, a noi che ci siamo fatti così supini, e che preferiamo esserne strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai domandare né al socialismo francese né a quello di alcun altro paese civile. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale, in opposizione al ricostituirsi della Internazionale più civile e più evoluta, l’Internazionale di tutti i popoli, l’Internazionale definitiva.

Tutte queste cose voi capirete fra breve e allora il programma, che state (…) faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre, vi si modificherà fra le mani e non sarà più che il vecchio programma.

Il nucleo solido, che rimane di tutte queste cose caduche, è l’azione: l’azione, la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obbiettive e subiettive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, Cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura ecc., ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene.

E, o compagni, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino; la via lunga è anche la più breve… perché è la sola. E l’azione è la grande educatrice e pacificatrice. Essa porta all’unità di fatto, la quale non si crea con le formule e neppure con gli ordini del giorno, per quanto abilmente congegnati, con sapienti dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione prima e dopo la rivoluzione – perché dentro la rivoluzione – perché rivoluzione essa stessa. Azione pacificatrice, unificatrice. (…)

Ond’è, che quand’anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzati i Soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete con convinzione, perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei social-traditori di una volta; e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe. E dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione; dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera di ricostruzione sociale.

Io sono qui alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto… [Si ride], perché, in un discorso pronunziato il 26 giugno alla Camera: Rifare l’Italia!, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Ebbene, leggetelo quel discorso, che probabilmente non avete letto, ma avete fatto male [Ilarità]. Quando lo avrete letto, vedrete che questo capo di imputazione, questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro, il comune programma. [Approvazioni].

Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune, e fate vostro il “tanto peggio, tanto meglio!” degli anarchici, senza pensare che il “tanto peggio” non dà incremento che alla guardia regia ed al fascismo. [Applausi].

Voi non intendete ancora che questa ricostruzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, per se stesso e per tutti, sarà il miglior passo, il miglior slancio, il più saldo fondamento per la rivoluzione completa di un giorno. Ed allora, in quella noi trionferemo insieme.

Io forse non vedrò quel giorno: troppa gente nuova è venuta che renderà aspra la via, ma non importa.

Maggioranza o minoranza non contano. Fortuna di Congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alle necessità della storia.

Ciò che conta è la forza operante, quella forza per la quale io vissi e nella cui fede onestamente morrò uguale sempre a me stesso.

Io combatterei per essa. Io combatterei per il suo trionfo: e se trionferà anche con voi, è perché questa forza operante non è altro che il socialismo.

Evviva il Socialismo! »

(Filippo Turati – dal “Discorso al XVII Congresso Socialista del 1921”)

https://www.wikiwand.com/it/Filippo_Turati#/La_.22profezia.22_di_Turati_al_Congresso_di_Livorno_del_1921

il paradosso della sinistra estremista: “L’elettore di sinistra non esiste …

L’elettore di sinistra non esiste.

Perchè o è elettore e quindi vuole vincere per eleggere qualcuno

O è di sinistra, e non vuole vincere.

Quindi non può essere elettore.

Se è di sinistra, può solo perdere

 

Roan Johnson, in 7 Corsera, 2 ottobre 2017

LE DUE PIAZZE di sabato 28 marzo e come anticipava Giorgio Gaber con DESTRA/SINISTRA

AUDIO DI : Giorgio Gaber Destra – Sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po’ di destra
ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po’ di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po’ di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l’ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po’ degli anni ’20, un po’ romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c’è
se c’è chissà dov’è, se c’é chissà dov’é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po’ a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!

Giorgio Cavalleri mi suggerisce la lettura di: Pietro Brignoli, Santa messa per i miei fucilati. Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia dal diario di un cappellano, Longanesi, 1973

Durante la visita che ci hanno fatto Giorgio ed Elisabetta Cavalleri, colgo l’occasione per parlare con lui del libro BELLA CIAO, controstoria della resistenza di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 2014). Di quest’ultimo libro mi è rimasta impresso in particolare la doppiezza dei comunisti di allora: da una parte persone indubbiamente coraggiose che hanno combattuto con tenacia contro i fascisti e i nazisti che occupavano il Nord Italia dopo il 1943, dall’altra persone estremamente intrise  della ideologia centrata sulla “spallata rivoluzionaria” da loro sperata in  rapporto alla rivoluzione sovietica del  1917. Costoro avevano, per così dire, due nemici: in primo luogo i nazifascisti, ma in second luogo anche gli eventuali “nemici interni” che non aderivano compiutamente a quel progetto politico.

Le conseguenze sono state molte volte tragiche per i destini individuali . Si trattava di fare una lotta armata che contemplava sia obiettivi militari, sia attentati a singole persone allo scopo di dimostrare la propria presenza ed i propri obiettivi.

Giorgio Cavalleri, nella conversazione, nega che i comunisti in quei tempi volessero effettivamente fare una rivoluzione di tipo sovietico (ossia organizzata da gruppi minoritari molto ideologizzati e disciplinati, come insegnava il leninismo).

Per raccontare quel contesto storico e culturale, Giorgio mi ha proposto di leggere il seguente libro: Pietro Brignoli, SANTA MESSA PER I MIEI FUCILATI, Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani in Croazia, dal diario di un cappellano.

E’ un libro di terribile testimonianza che mostra in tutta evidenza quali tempi tremendi fossero quelli. Pietro Brignoli era un prete, al seguito dell’esercito italiano, che aveva il compito di assistenza religiosa alle persone che venivano rastrellate, sommariamente giudicate e poi fucilate. Fra i “colpevoli” c’erano gli “innocenti” che per caso finivano per essere catturati

Il racconto parla di paura, di coraggio, di “grazie dell’olio santo”, di miserie personali, di amarissime delusioni. E di crudeltà insopportabili per le nostre attuali sensibilità.

E’ un libro che conferma l’importanza cruciale della politica nel condizionare e distruggere le singole vite.

In quegli anni prima il fascismo italiano strinse un patto, assieme ai nazisti, con l’Unione Sovietica di Stalin, poi l’Italia venne divisa in due nel pieno della seconda guerra mondiale e da una parte arrivarono gli americani e dall’altra l’Italia condivise l’alleanza e infine  la sconfitta dei nazisti.

In questi eventi storici scanditi in un arco di tempo piuttosto limitato (1938-1945: sette anni) avvennero per l’appunto le nefandezze raccontate da Pietro Brignoli e Giampaolo Pansa.

La politica consiste proprio in questo: nel determinare scelte collettive che in modo inevitabile e per così dire “scientifico” (ecco perchè occorre parlare di “scienza politica”) travolgono le singole persone, le loro identità, i loro specifici destini individuali.

Quei sette anni questo ci insegnano.

L’unica cosa che si può fare è restituire la memoria a quelle persone (ed è quello che fanno storici come Cavalleri e Gabriele Giannantoni o giornalisti come Pansa) sperando di sviluppare una coscienza collettiva in rapporto, per l’appunto, a decisioni che possono comportare quegli effetti così tragici

Purtroppo la cronaca quotidiana di questi giorni (mi riferisco alla Siria, all’Iraq e all’islamismo terrorista dell’ISIS) mostra ancora una volta la “legge scientifica” della sequenza prima la politica e poi i singoli destini personali.

Da cui il compito di usare la “scienza della politica” per evitare il peggio.

“MI CHIEDETE DI PARLARE”, Monica Guerritore dà la parola a Oriana Fallaci, Como, Teatro Sociale, 14 marzo 2013

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In questo monologo, con grande coraggio personale e altissima capacità interpretativa, Monica Guerritore ha fatto il più grande gesto di restituzione della memoria a Oriana Fallaci: quello di far sentire la sua parola il suo modo di consegnarsi totalmente alla scrittura. Dopo che è stata vilipesa, massacrata moralmente, assassinata nella sua personalità, qui le si restituisce tutto il suo onore, tutta la sua intelligenza, tutta la sua dimensione espressiva.

Esce nella sua interezza quello che è stata ed è: una straordinaria costruttrice di documenti storici scritti “al momento” del formarsi della “storia”. E scritti con la fatica di usare le parole giuste per produrre conoscenza.

Grande gratitudine innanzitutto a Oriana Fallaci e poi alla stupenda Monica Guerritore che ha tramutato la scena teatrale  in un affresco biografico.

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gli avvertimenti in tempo reale di Oriana Fallaci dopo l’attentato alle torri gemelle di New York:

lettera notturna a C sul dopo elezioni politiche 2013

ciao c

grazie per la segnalazione di Massimo Cacciari su la 7
ma sai come la penso sia sul mio voto alle elezioni 2013 che per la valutazione successiva al voto
io sono favorevole a governi di unità nazionali (che in questa fase storica sono di EMERGENZA)
per cui , questa volta sono in dissenso totale con Cacciari che sostiene una alleanza solo con il movimento del comico ridens.
Devo dire che Cacciari era anche uno di quelli che criticava aspramente Renzi (diceva che era un ragazzino ignorante ed analfabeta che non aveva alcuna capacità politica). Ora ha cambiato opinione: bene su questo
Mi chiedo come mai una intelligenza forte come quella di Cacciari possa con tale noncuranza sostenere con forza un giudizio e poi cambiarlo in modo totale poche settimane dopo.
E ho una sola spiegazione: E’ IL MECCANISMO TELEVISIVO
La televisione cattiva maestra (come con sguardo profetico diceva Karl Popper) altera e corrompe il meccanismo comunicativo: perchè chi entra in quella scatola non può usare linee argomentative articolate. ma deve parlare per fare audience.
E così anche un grande filosofo (del pensiero tragico)  viene corrotto dai vincoli di questa macchina trituratrice e appiattente.
Il mio vissuto è quello che stiamo vivendo, certamente, una “rivoluzione” dall’esito altamente incerto e molto pericoloso
Nei prossimi mesi l’europa e la finanza internazionale stritoleranno l’Italia, che era sta  salvata per il rotto dell cuffia da Mario Monti
Siamo alle replica del Concordia di Schettino: con i grillini del “siete morti” la nave sta impattando sugli scogli. Mentre sulla tolda il comico barbuto ride come i matto dei Tarocchi
buona notte a te e ad A

Paolo Ferrario, Annotazione sul risultato delle ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013 | Tracce e Sentieri.

In precedenza avevo QUI  motivato il mio voto alle elezioni politiche 2013, argomentando su questi punti:

1. necessità per la crisi italiana dentro la vecchia ed esausta Europa di una GRANDE COALIZIONE di lunga durata

2. sostegno con il voto alla offerta politica centrale e autenticamente riformista delle Liste Monti

Non ho “errato” nel dare questo voto. Lo rifarei.

E’ il bersaglio che è fallito, perchè:

  • esce un Parlamento con tre minoranze, ciascuna impossibilitata a governare
  • le liste Monti sono ininfluenti, se non per la competenza indiscutibile del professore a negoziare per l’Italia in Europa. Ma il sistema politico italiano e le sue culture sono così meschini che lo isoleranno (non prima di insultarlo e denigrarlo con il metodo dell’assassinio della personalità)
  • il Pd in crisi profonda per avere in precedenza nullificato la linea Renzi;
  • ora un comico comanda a bacchetta i suoi cloni usando un linguaggio prefascista e prenazista (il “siete morti” e il “andatevene a casa”)

E’ un problema di “funzionamento” delle democrazie rappresentative i tempi di comunicazione diffusa.

La Polis nei momenti elettorali funziona così:

a) una testa un voto (e questa è la responsabilità individuale, l’unica che ciascuno può agire), la cui somma fa

b) la decisione collettiva

L’elettorato italiano, nella sua somma, ha prodotto il risultato peggiore dentro il sistema europeo, ossia:

l’ingovernabilità

Dal punto di vista psicologico il mio stato è depressivo: si passa da un corruttore e  puttaniere adescatore di minorenni al potere da 20 anni a un comico che usa come un manganello le tecnologie del web. Da berlusconia alla grillocrazia.

Dal punto di vista della scienza della politica quella della ingovernabilità è  la soluzione peggiore, nelle condizioni date.

C’è solo un faro di luce nella terra desolata a causa dei suoi abitatori: la figura smagliante di Giorgio Napolitano.

Nel deserto non c’è altro.

Il grande vecchio  metterà in atto tutta l’arte delle (stressate e e logorate)  istituzioni incarnate nella Costituzione.

C’è una sola via di uscita di sicurezza:

una Grande coalizione per adeguare le regole del gioco alla nuova situazione

Non più di lunga durata, come auspicavo, ma a termine.

Ma le impotenti, violente e primitive culture della infeconda contrapposizione Destra/Sinistra rendono quasi impossibile questa soluzione.

Sento appeso ad un passaggio linguistico dal “quasi” al “forse” il destino individuale e collettivo inscritto nella cosiddetta svolta storica delle elezioni del 24/25 febbraio 2013.

Paolo Ferrario

in quel del 26 febbraio 2013

corsera

Paolo Ferrario, Annotazione sul risultato delle ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013

In precedenza avevo QUI  motivato il mio voto alle elezioni politiche 2013, argomentando su questi punti:

1. necessità per la crisi italiana dentro la vecchia ed esausta Europa di una GRANDE COALIZIONE di lunga durata

2. sostegno con il voto alla offerta politica centrale e autenticamente riformista delle Liste Monti

Non ho “errato” nel dare questo voto. Lo rifarei.

E’ il bersaglio che è fallito, perchè:

  • esce un Parlamento con tre minoranze, ciascuna impossibilitata a governare
  • le liste Monti sono ininfluenti, se non per la competenza indiscutibile del professore a negoziare per l’Italia in Europa. Ma il sistema politico italiano e le sue culture sono così meschini che lo isoleranno (non prima di insultarlo e denigrarlo con il metodo dell’assassinio della personalità)
  • il Pd in crisi profonda per avere in precedenza nullificato la linea Renzi;
  • ora un comico comanda a bacchetta i suoi cloni usando un linguaggio prefascista e prenazista (il “siete morti” e il “andatevene a casa”)

E’ un problema di “funzionamento” delle democrazie rappresentative i tempi di comunicazione diffusa.

La Polis nei momenti elettorali funziona così:

a) una testa un voto (e questa è la responsabilità individuale, l’unica che ciascuno può agire), la cui somma fa

b) la decisione collettiva

L’elettorato italiano, nella sua somma, ha prodotto il risultato peggiore dentro il sistema europeo, ossia:

l’ingovernabilità

Dal punto di vista psicologico il mio stato è depressivo: si passa da un corruttore e  puttaniere adescatore di minorenni al potere da 20 anni a un comico che usa come un manganello le tecnologie del web. Da berlusconia alla grillocrazia.

Dal punto di vista della scienza della politica quella della ingovernabilità è  la soluzione peggiore, nelle condizioni date.

C’è solo un faro di luce nella terra desolata a causa dei suoi abitatori: la figura smagliante di Giorgio Napolitano.

Nel deserto non c’è altro.

Il grande vecchio  metterà in atto tutta l’arte delle (stressate e e logorate)  istituzioni incarnate nella Costituzione.

C’è una sola via di uscita di sicurezza:

una Grande coalizione per adeguare le regole del gioco alla nuova situazione

Non più di lunga durata, come auspicavo, ma a termine.

Ma le impotenti, violente e primitive culture della infeconda contrapposizione Destra/Sinistra rendono quasi impossibile questa soluzione.

Sento appeso ad un passaggio linguistico dal “quasi” al “forse” il destino individuale e collettivo inscritto nella cosiddetta svolta storica delle elezioni del 24/25 febbraio 2013.

Paolo Ferrario

in quel del 26 febbraio 2013

corsera

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti

Qui le Annotazione sul risultato delle ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013 | Passato e PresenteMonti camera

“anche laddove tu non riesca a definire un senso,

puoi cercare di agire come se in quel momento ne andasse della tua vita nella sua interezza.

Noi siamo chiamati comunque a decidere, a risolverci.

L’interrogarci è una risoluzione“, Massimo Cacciari

DICHIARAZIONE DI PROPENSIONE AL VOTO

Nella Polis siamo destinati ad oscillare fra l’errore e la possibilità. In questo importantissimo momento del 2013 mi colloco nell’orizzonte della Possibilità. Sapendo che l’esito dipende dai tantissimi fattori storici che stanno sulla Terra isolata dal Destino.

La seguente argomentazione parte dal Monitoraggio sulle elezioni del 24/25 febbraio 2013

Parlo per me: “Una testa, un voto”

Dal mio punto di vista personale e da quello delle politiche sociali la mia Italia non ha bisogno di qualcuno che “vinca le elezioni”, ma di GOVERNI della durata di almeno dieci anni (2013-2023) e che assumano con cultura etica ed economica il compito di affrontare la crisi del sistema europeo dentro la strutturale trasformazione del mondo nella attuale fase storica.

I due polarismi di sinistra e di destra di questi tristissimi anni (1994-2011) si sono oggettivamente dimostrati incapaci nello svolgere questo ruolo.

Esercito il diritto di voto dal 1970 e dal 2001 sono passato dal “voto di appartenenza” (Pci, Pds, Ds, PD)  ad un voto “programmatico” , cioè valutato per ogni specifica situazione elettorale. Tuttavia , dopo il 1998 e il 2008 (errare è umano, perseverare è diabolico), NON voterò mai più una coalizione in cui ci sia la presenza dei sabotatori degli ex Governi Prodi (le cosiddette “sinistre antagoniste” delle novecentesche culture comuniste, oggi rappresentate da Sel e dal neo inquisitore Torquemada Ingroia).

Il PD ha fatto una campagna elettorale da “meravigliosa macchina da guerra”, in ciò dimostrando di non avere alcuna memoria storica, pensando a come finirono le elezioni del 1994: il mio voto questa volta non può andare lì. Troppo ambigua e incerta quella alleanza. Pietro Ichino (quello che i nipotini dei comunisti del secolo breve vorrebbero ammazzare e che i camussosauri della Cgil si limitano ad odiare) http://mappeser.com/category/7a-fonti-di-studio-per-autori/ichino-pietro/) ha tracciato la rotta.

La storia d’Italia dimostra che sono state le convergenze verso il centro a determinare le riforme adeguate ai compiti dei momenti di transizione. Ricordo il centrosinistra (con i socialisti) dei primi anni ’60 e ricordo i governi di unità nazionale della fine degli anni ’70.

Il Governo Monti – Napolitano (novembre 2011-gennaio 2013) ha mostrato in tutta evidenza che abbiamo bisogno di “grandi coalizioni”, e non di aggressive e violente contrapposizioni. E l’abbandono veramente meschino del Pd della figura smagliante di Giorgio Napolitano (che proviene dalla più antica storia del Pci) mi disgusta e rende sicuro nella mia scelta.

Come dice Giorgio Gaber: nessun rimpianto.

Pur nella evidente debolezza della sua posizione all’interno del sistema politico italiano, voterò  le liste Monti, per favorire la continuità di quella Agenda ed il suo linguaggio che hanno avuto il merito di rasserenare (per troppo poco tempo) il clima di intollerabile antagonismo presente sulla scena pubblica.

Monti camera

Vite parallele: GIORGIO NAPOLITANO E DAVE BRUBECK, di Paolo Ferrario

da  POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI | il sistema dei servizi in prospettiva storica.

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti

Monti camera

“anche laddove tu non riesca a definire un senso,

puoi cercare di agire come se in quel momento ne andasse della tua vita nella sua interezza.

Noi siamo chiamati comunque a decidere, a risolverci.

L’interrogarci è una risoluzione“, Massimo Cacciari

DICHIARAZIONE DI PROPENSIONE AL VOTO

Nella Polis siamo destinati ad oscillare fra l’errore e la possibilità. In questo importantissimo momento del 2013 mi colloco nell’orizzonte della Possibilità. Sapendo che l’esito dipende dai tantissimi fattori storici che stanno sulla Terra isolata dal Destino.

La seguente argomentazione parte dal Monitoraggio sulle elezioni del 24/25 febbraio 2013

Parlo per me: “Una testa, un voto”

Dal mio punto di vista personale e da quello delle politiche sociali la mia Italia non ha bisogno di qualcuno che “vinca le elezioni”, ma di GOVERNI della durata di almeno dieci anni (2013-2023) e che assumano con cultura etica ed economica il compito di affrontare la crisi del sistema europeo dentro la strutturale trasformazione del mondo nella attuale fase storica.

I due polarismi di sinistra e di destra di questi tristissimi anni (1994-2011) si sono oggettivamente dimostrati incapaci nello svolgere questo ruolo.

Esercito il diritto di voto dal 1970 e dal 2001 sono passato dal “voto di appartenenza” (Pci, Pds, Ds, PD)  ad un voto “programmatico” , cioè valutato per ogni specifica situazione elettorale. Tuttavia , dopo il 1998 e il 2008 (errare è umano, perseverare è diabolico), NON voterò mai più una coalizione in cui ci sia la presenza dei sabotatori degli ex Governi Prodi (le cosiddette “sinistre antagoniste” delle novecentesche culture comuniste, oggi rappresentate da Sel e dal neo inquisitore Torquemada Ingroia).

Il PD ha fatto una campagna elettorale da “meravigliosa macchina da guerra”, in ciò dimostrando di non avere alcuna memoria storica, pensando a come finirono le elezioni del 1994: il mio voto questa volta non può andare lì. Troppo ambigua e incerta quella alleanza. Pietro Ichino (quello che i nipotini dei comunisti del secolo breve vorrebbero ammazzare e che i camussosauri della Cgil si limitano ad odiare) http://mappeser.com/category/7a-fonti-di-studio-per-autori/ichino-pietro/) ha tracciato la rotta.

La storia d’Italia dimostra che sono state le convergenze verso il centro a determinare le riforme adeguate ai compiti dei momenti di transizione. Ricordo il centrosinistra (con i socialisti) dei primi anni ’60 e ricordo i governi di unità nazionale della fine degli anni ’70.

Il Governo Monti – Napolitano (novembre 2011-gennaio 2013) ha mostrato in tutta evidenza che abbiamo bisogno di “grandi coalizioni”, e non di aggressive e violente contrapposizioni. E l’abbandono veramente meschino del Pd della figura smagliante di Giorgio Napolitano (che proviene dalla più antica storia del Pci) mi disgusta e rende sicuro nella mia scelta.

Come dice Giorgio Gaber: nessun rimpianto.

Pur nella evidente debolezza della sua posizione all’interno del sistema politico italiano, voterò  le liste Monti, per favorire la continuità di quella Agenda ed il suo linguaggio che hanno avuto il merito di rasserenare (per troppo poco tempo) il clima di intollerabile antagonismo presente sulla scena pubblica.

Monti camera

Vite parallele: GIORGIO NAPOLITANO E DAVE BRUBECK, di Paolo Ferrario 

Paolo Ferrario, ELEZIONI POLITICHE 24 /25 febbraio 2013: le ragioni del mio voto alle liste Monti | POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI.

Il mio voto alle elezioni regionali in Lombardia: Lista Monti, e cioè MOVIMENTO LOMBARDIA CIVICA

anche laddove tu non riesca a definire un senso, puoi cercare di agire come se in quel momento ne andasse della tua vita nella sua interezza. Noi siamo chiamati comunque a decidere, a risolverci. L’interrogarci è una risoluzione“, Massimo Cacciari

Fino a cinque minuti fa ero per il VOTO DISGIUNTO alle elezioni regionali in Lombardia: voto alla lista Monti e voto al Presidente Ambrosoli.

Poi ho visto con minuziosa attenzione le liste che sostengono Ambrosoli Presidente e ho capito che NON POSSO VOTARE una coalizione che contiene al suo interno partiti ideologici del tutto opposti tra di loro e del tutto culturalmente incapaci a tenere sul lungo periodo una alleanza di governo.

lombCS

Sono cosciente che l’esito elettorale sarebbe una spaventosa Lombardia legaiola. Ma i partiti di sinistra-centro (non di centro-sinistra) dovevano pensarci prima e offrire una vera alternativa a Formigoni. Che non è certo quella di una rinnovata “gioiosa macchina da guerra” , sia pur guidata da un (quotidianamente ricattabile) galantuomo come Umberto Ambrosoli.

In queste condizioni mi resta solo la possibilità di misurare la consistenza, anche in Regione Lombardia della lista Monti

I partiti che mi disgustano e obbligano a votare la Lista Monti ed il suo candidato presidentesono, nell’ordine:

  • Di Pietro Italia dei valori: perchè i magistrati che fanno politica alterano il principio democratico dell’equilibrio fra i poteri e perchè Di Pietro è anche colui che ha selezionato i Scilipoti e i Razzi

Una testa e un voto.

Questa volta c’è una offerta politica alternativa alle due coalizioni antagoniste (destre e sinistre) che stanno avvelenando il sistema politico italiano.

Paolo Ferrario

sceltaqcivica

cribioli

C’è ‘OFFERTA POLITICA che cercavo. Una testa un voto (non più di “appartenenza”, ma di “scelta”), 2012

C’è ‘OFFERTA POLITICA che cercavo.

Una testa un voto (non più di “appartenenza”, ma di “scelta”):

la X sulla scheda del Senato andrà  alla formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, della quale sarà capolista PIETRO ICHINO, cui va la mia ammirazione per la sua coerenza e coraggio.

Paolo Ferrario, Como 24 dicembre 2012

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dal Blog di Pietro Ichino:

…..

Nella lettera ai frequentatori di questo sito

le ragioni della mia decisione di accettare la candidatura come capolista per la Lombardia al Senato nella nuova formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa.

In proposito v. pure la mia intervista alla Stampa di oggi.

È on line su questo sito il terzo capitolo del memorandum, in materia di lavoro e welfare, che presenta le maggiori assonanze con le mie idee e proposte.

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Mie sottolineature:

lista “per l’Agenda Monti” per l’elezione del Senato in Lombardia: una lista in cui si esprimerà – qui come in tutte le altre regioni italiane – quella larga parte della società civile che rifiuta il populismo sostanzialmente antieuropeo di Berlusconi e della Lega, ma al tempo stesso è preoccupata dall’ambiguità della posizione del Pd.
Mi consente, e in certa misura impone, il compimento di questo passo una concezione laica dell’impegno politico: l’adesione a un partito non può  mai diventare una sorta di atto di fede vincolante qualsiasi cosa accada. Esiste un limite oltre il quale l’adesione stessa, se in contrasto con la linea d’azione che si considera la migliore, può diventare una forma di doppiezza politica inaccettabile.

..

La speranza è che la scelta che compio oggi possa contribuire, oltre che alla costruzione di una formazione politica capace di dare solide gambe e braccia all’Agenda Monti, anche a innescare nel Pd il chiarimento finora mancato.  E che il chiarimento stesso porti a una coalizione tra lo stesso Pd e la nuova formazione che nascerà da queste elezioni, per dar vita a un governo stabile e determinato nel perseguimento della strategia europea dell’Italia. Meglio se ciò accadrà prima delle elezioni, piuttosto che dopo: gli elettori hanno diritto di sapere con precisione per che cosa votano.

L’intervento di Pietro Ichino per le primarie del Pd a favore di Matteo Renzi, 2012

A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.

Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione. E poi perché questi troppo pochi italiani che lavorano devono avere retribuzioni che sono mediamente, a parità di mansioni, la metà di quelle degli svizzeri e dei tedeschi, pagando su queste retribuzioni le tasse più alte d’Europa già nella fascia dei mille euro al mese?

Se chiedete conto di questi risultati a uno qualsiasi dei dirigenti della nostra sinistra, potete stare sicuri che vi risponderà: “ma noi non ne siamo responsabili, perché siamo stati al governo complessivamente per poco tempo e solo per periodi brevissimi”. Non si rendono conto che anche questo dato concorre al bilancio fallimentare della stessa sinistra: perché tanta difficoltà a raccogliere il consenso della gente? Non sarà, per caso, che proprio la parte più povera del Paese a 60 anni dalla Liberazione non si è ancora convinta della nostra capacità di fare davvero i suoi interessi?

Se chi ha guidato la sinistra italiana per questi 60 anni, dal Pci al Pds ai Ds, fino al Pd di oggi, si ponesse questa domanda con un minimo di umiltà – che in politica si chiama capacità di autocritica – e quindi cercasse davvero risposte vere e credibili, forse si accorgerebbe che i più deboli e i più poveri non votano più a sinistra da molto tempo, che sei operai italiani su dieci che votano scelgono partiti di destra o di centro, che le roccheforti elettorali della sinistra non sono tra i precari, ma nell’impiego pubblico e tra i pensionati; non tra i più giovani, ma tra i più vecchi; non tra chi rischia di più, ma tra chi rischia di meno.

Non potrebbe essere diversamente; perché da anni ormai questa sinistra, a ben vedere, al di là delle grandi enunciazioni astratte pratica soprattutto una parola d’ordine: “difendere”, e se si va a vedere da vicino si constata che è sempre un difendere l’esistente. Difendere prioritariamente i diritti esistenti – anche se sono piccole rendite – senza chiedersi mai se questo renderà più facile o più difficile l’accesso a quegli stessi diritti da parte di chi ne è escluso. Ma difendere anche vecchie norme, vecchie strutture amministrative, vecchie strutture produttive, vecchi posti di lavoro regolari; mai una volta che, in concreto, venga messa al primo posto per davvero la costruzione delle pari opportunità, cioè l’interesse di chi da quei diritti, da quel tessuto produttivo è permanentemente escluso.

Questa è la sinistra che negli anni ’70 difendeva a spada tratta il modello esclusivo del lavoro a tempo pieno opponendosi al riconoscimento del part-time; che negli anni ’80 e ’90 difendeva come un baluardo fondamentale di civiltà il monopolio statale dei servizi di collocamento (come se in questo campo il discrimine tra buono e cattivo fosse quello che passa tra pubblico e privato, e non quello che passa tra servizio efficiente fornito alla luce del sole e servizio inefficiente o fornito clandestinamente); la sinistra che fino al giugno 2011 ha difeso come chiave di volta irrinunciabile per la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale (salvo cambiare idea nel giugno dell’anno scorso, dieci anni dopo rispetto alla sinistra tedesca e a quella svedese, senza chiedere scusa per il ritardo); la sinistra che fino al luglio scorso ha difeso fino alla morte il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come garanzia irrinunciabile della dignità e libertà dei lavoratori. Ma non abbastanza irrinunciabile perché quella stessa sinistra si preoccupasse di una metà abbondante dei lavoratori dipendenti italiani che ne era permanentemente esclusa; e negli ultimi tre decenni la quota di lavoratori protetti sul totale era andata costantemente riducendosi.

È la stessa sinistra che di fronte a qualsiasi crisi aziendale si schiera sempre, a priori, inflessibilmente, non in difesa della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, ma in difesa della conservazione delle strutture esistenti, incurante del fatto che conservare sistematicamente strutture obsolete e rapporti di lavoro ormai poco o per nulla produttivi ha necessariamente un effetto depressivo sulle retribuzioni. È la sinistra che ha difeso fino allo stremo il diritto della mia generazione di andare in pensione a cinquant’anni o anche prima, pur essendo perfettamente consapevole della insostenibilità di quel regime, che infatti è stato debitamente riformato già nel 1995, ma solo per le nuove generazioni. E che, più in generale ha considerato perfettamente “di sinistra” (pardon: keynesiano), per finanziare le pensioni della mia generazione, prendere a prestito per un quarto di secolo l’equivalente di 30 miliardi l’anno, lasciando il debito da ripagare a figli e nipoti.

Nei seminari internazionali ciascuno degli studiosi che incontro può presentare, magari per criticare, qualche cosa che la sinistra del suo Paese ha sperimentato nell’ultimo mezzo secolo: che porti il marchio Mitterrand, Zapatero, Blair, Schroeder,  Clinton od Obama; che porti un segno più liberal o più socialdemocratico, o persin0 vetero-socialista, ma pur sempre qualche cosa che ha connotato il governo di quel Paese per almeno una stagione. La nostra vecchia sinistra è bravissima nel pontificare e nel criticare le altre, ma quanto a  fatti di governo del Paese ha un palmarès desolatamente vuoto. Non può vantare neppure la nazionalizzazione dell’energia elettrica degli anni ’60 o lo Statuto dei Lavoratori del 1970, perché non li ha votati: era all’opposizione. L’achievement più rilevante che può vantare è l’aver smontato lo “scalone Maroni” nel 2007, ponendo le premesse per rendere più traumatica la riforma delle pensioni che il Governo Monti ha dovuto fare a rotta di collo quattro anni dopo per rimettere il Paese in linea di galleggiamento.

È la sinistra che – come ha osservato Abravanel – ha tacitamente accettato di dividersi i compiti con la destra lasciando a questa la difesa delle grandi rendite e riservando a se stessa la difesa di quelle piccole. Non c’è proprio da stupirsi che questa sinistra abbia perso da tempo sia il sostegno degli esclusi, dei più poveri, sia quello dei più produttivi.

Se è così, per favore, che i rappresentanti di questa sinistra abbiano almeno il buon gusto di non impancarsi ad arbitri su chi e che cosa sia “di sinistra” e chi e che cosa “di destra”: hanno mostrato di avere le idee confusissime in proposito. E, soprattutto, non si mettano di traverso se una nuova generazione si propone di costruire una sinistra diversa: meno verbosa e retorica, più pragmatica e attenta ai dati di fatto, più capace di confrontarsi con le migliori esperienze straniere (dalle quali abbiamo moltissimo da imparare, invece di giudicarle, come usiamo fare, dall’alto in basso), più esigente riguardo ai risultati.

Questa nuova sinistra si porrà per primo il problema di riunificare il mercato del lavoro, smettendo di difendere con le unghie e coi denti le 2000 pagine della nostra legislazione attuale, ipertrofica, caotica, letteralmente illeggibile per coloro che devono applicarla quotidianamente, e varando un nuovo statuto della materia – il Codice del Lavoro semplificato – che, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia conciso, semplice, immediatamente leggibile e comprensibile da tutti. Quando fu varato – lo ricordo bene perché erano i primi anni della mia vita adulta –  riproducemmo lo Statuto dei Lavoratori in milioni di copie, lo distribuimmo in ogni angolo d’Italia, e dopo tre mesi lo avevano letto e capito benissimo tutti; e cambiò la cultura del lavoro nel nostro Paese. Ecco, con questo nuovo Codice del Lavoro di 59 soli articoli vogliamo compiere la stessa operazione. E a chi ci accusa di aver messo insieme un programma raccogliticcio, solo in vista di queste primarie, rispondo che Matteo fu tra i primi, nel 2010, a organizzare a Firenze un seminario su questo disegno di legge, che avevo presentato da poco in Senato, con altri 54 senatori del Pd; ed esso è stato poi affinato attraverso centinaia di incontri con i sindacati, con gli imprenditori, nelle università di tutta Italia. Un nuovo statuto capace di applicarsi a tutti, e non soltanto a metà dei lavoratori dipendenti italiani: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni fondamentali, di cui oggi un’intera nuova generazione è privata, ma nessuno inamovibile; la sicurezza economica e professionale non si può fondare sull’ingessatura del posto di lavoro, ma sulla garanzia di continuità del reddito e professionale, in caso di perdita del posto. Un nuovo statuto allineato ai migliori standard internazionali e suscettibile di essere agevolmente tradotto in inglese: un biglietto da visita formidabile per dare agli investitori stranieri il segno di un cambiamento profondo del nostro Paese, della nostra volontà di aprirlo ai migliori piani industriali.

Questo dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri è un punto fondamentale della nostra strategia per la crescita, che la vecchia sinistra non ha mai capito. Se soltanto fossimo capaci di allinearci per questo aspetto alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata nel nostro Paese pari a 50-60 miliardi ogni anno: centinaia e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, con piani industriali capaci di valorizzarlo, il nostro lavoro, mediamente molto meglio di quanto avviene comunemente nelle nostre aziende. Certo, ci sono anche i settori in cui abbiamo noi gli imprenditori eccellenti; e lì non abbiamo alcun bisogno di proteggerli. Ma nella maggior parte dei casi l’eccellenza imprenditoriale dobbiamo imparare a importarla; dobbiamo imparare a ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale per portarla in casa nostra. Nella cultura della nostra vecchia sinistra, invece, le multinazionali sono ancora il braccio operativo dell’imperialismo, sono soggetti pericolosi, da cui tenersi alla larga. Certo, ci sono anche tra gli stranieri dei pessimi imprenditori dai quali tenerci alla larga; ma se per paura di questi ci chiudiamo ermeticamente, finiamo col subire tutto il peggio (per noi) della globalizzazione, in particolare la concorrenza della manodopera dei Paesi emergenti, privandoci dei suoi aspetti per noi potenzialmente più positivi. Guardiamo come è andata con l’ultimo grande investimento di una multinazionale in Italia: quello deciso da Ciampi e Prodi nel 1993, con la vendita del Nuovo Pignone alla General Electric: in quindici anni il fatturato dell’azienda è quadruplicato e i suoi dipendenti hanno retribuzioni che sono del 50 per cento superiori a quelle degli altri metalmeccanici italiani, a parità di mansioni.

Per aprirci agli investimenti stranieri, certo, non basta semplificare il nostro sistema delle relazioni industriali e allinearlo rispetto ai migliori standard europei. Occorre anche migliorare le nostre infrastrutture, tra le quali metterei anche il nostro senso civico diffuso, quella civicness della quale noi italiani difettiamo rispetto agli altri popoli del centro e nord-Europa; e migliorare molto le nostre amministrazioni pubbliche, incominciando da quella della giustizia. Anche questo è un capitolo del programma di Matteo Renzi che nasce da anni di osservazioni comparatistiche, di studi e di elaborazioni: vogliamo amministrazioni organizzate prioritariamente in funzione degli interessi degli utenti, e non – come accade oggi – in funzione degli interessi dei propri addetti. Amministrazioni i cui dirigenti vengano ingaggiati in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi, specifici, misurabili, collegati a scadenze temporali ben definite; e vengano immediatamente valutati in relazione al raggiungimento o no di quegli obiettivi, controllabile immediatamente on line da tutta la cittadinanza. Amministrazioni sottoposte in modo capillare al controllo immediato della cittadinanza su ciascun loro atto, anche quello di minimo rilievo, mediante l’applicazione rigorosa del principio della full disclosure, della trasparenza totale, cioè dell’accessibilità in rete di ogni atto e ogni documento, anche di uso soltanto interno, di ciascun ufficio. Come da tempo si fa in Svezia, in Gran Bretagna e negli U.S.A. sulla base dei Freedom of Information Acts.

Anche su questo terreno si misurerà la nuova sinistra che vogliamo costruire: sulla sua capacità di perseguire, attraverso l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni,  l’interesse dell’ultimo dei cittadini, del più debole, più e prima rispetto all’interesse, pur legittimo, degli addetti alle amministrazioni stesse. Con la piena consapevolezza che i primi a soffrire dell’inefficienza di queste sono i più poveri e i più deboli.

Queste sono le sfide che ci attendono. Buon lavoro a tutti noi. E buona fortuna, Italia!

ROMANZO DI UNA STRAGE, di Marco Tullio Giordana, 2012

… Romanzo di una strage aderisce in maniera piuttosto fedele alle verità processuali e lascia aperti tutti gli interrogativi che sono rimasti senza risposta. Tanto per citare un caso, quando Pinelli muore, sfracellandosi nel cortile della questura, l’obiettivo segue il commissario Calabresi, che in quel momento è fuori dalla stanza dell’interrogatorio: un modo per far vedere senza mostrare chi ha commesso quell’atto, se qualcuno l’ha commesso, e senza accettare la versione ufficiale del suicidio. Lo stesso omicidio di Calabresi viene rappresentato un attimo dopo che è stato compiuto: non si vede – e Giordana si rifiuta di fare supposizioni – chi preme il grilletto. Oggetto della rappresentazione cinematografica è dunque ciò che si sa, cosa che forse toglie “pathos” narrativo a chi è abituato a vedere gialli o thriller a sfondo politico in cui alla fine tutti i tasselli del puzzle combaciano e indicano un colpevole certo. La stessa ipotesi della “doppia bomba” – una piazzata dagli anarchici, che sarebbe dovuta scoppiare solo a banca chiusa, a notte fonda, senza mietere vittime e l’altra, micidiale, innescata dai neofascisti – viene presentata appunto per quello che è: un’ipotesi …

tutta la recensione qui: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2012/05/romanzo-di-una-strage.html

Gramsci e Turati e il tarlo del massimalismo, di Alessandro Orsini

vai a: il tarlo del massimalismo

Gramsci e Turati vissero nello stesso contesto ma ebbero modi di pensare, di agire e di sentire opposti, come i modelli pedagogici in cui credevano. Due modi di essere di sinistra in irriducibile contrasto
Si presti attenzione a queste parole di Gramsci, che non erano rivolte ai fascisti, bensì ai moderati: “Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio. Noi insomma badiamo all´interiorità, non all´apparenza verbale, e la sostanza cerchiamo qualificare con esattezza e proprietà anche se per ciò dobbiamo adoperare parolacce ed espressioni ritenute volgari”. Fino a quando fu libero di esprimersi e di lottare, Gramsci scriveva che, a rivoluzione avvenuta, i comunisti avrebbero dovuto armarsi e uccidere gli avversari per eliminare ogni forma di opposizione al comunismo. Il disprezzo, l´insulto, l´intolleranza, la ridicolizzazione dei difetti fisici degli avversari, l´elogio della violenza e della parolaccia, le minacce, la denigrazione erano considerati da Gramsci strumenti pedagogici in vista della trasformazione rivoluzionaria del mondo.
La pedagogia dell´intolleranza di Gramsci ebbe il suo più tenace oppositore in Filippo Turati.

#Grillo e il grillismo del “siete morti”: il linguaggio del nuovo fascismo, vecchio come quello del prefascista Marinetti di inizio secolo

Durante un comizio a Borgomanero Beppe Griillo propone un processo pubblico ai politici …  altro

Giampaolo Pansa: ritratto di Giorgio Napolitano, 2012

Napolitano era uno dei personaggi delle mie vecchie cronache sul Pci, al tempo della Prima repubblica. In quell’epoca nutrivo per lui un timore reverenziale. L’uomo era notevole, dotato di grande cultura, di una forte intelligenza politica e di un aplomb da lord inglese. Possedeva anche un carattere da prendere con le molle. Le voci interne alle Botteghe oscure lo dipingevano scostante, sempre con la puzza sotto il naso. Un tipo facile a innervosirsi per un nonnulla. Se un giornalista non rispettava al minuto l’ora decisa per un’intervista, se un certo articolo non gli piaceva, se il cronista di turno gli proponeva una domanda fastidiosa, non c’erano santi: il compagno Giorgio prendeva cappello. Per questo motivo, ogni volta che mi toccava intervistarlo, andavo da lui con un cicinino di patema d’animo. Anche perché, e qui parlo di una virtù da apprezzare al massimo, Napolitano era un tipo meticoloso. E di una pignoleria senza scampo, che non faceva sconti a nessuno. Una difesa indispensabile nei confronti di un’informazione andante, imprecisa, dove l’errore non era più considerato un delitto come accadeva con i direttori di un tempo. Voleva sempre rivedere l’intervista, prima che venisse stampata. Si soffermava su ogni parola, su ciascuna virgola. Persino sullo stile. Lo apprezzava di rado. E la lettura preventiva si concludeva con un sospiro, dal significato non dichiarato, ma chiaro: “Purtroppo i giornali sono zeppi di mezze calzette. Braccia strappate al lavoro sui campi”. Quando il testo era già pubblicato, poteva accadere che ti spedisse una missiva sferzante. Per contestare un sottotitolo. O una frase del sommario che non coincideva alla lettera con le parole che aveva pronunciato. Infine ti capitava di ricevere una tirata d’orecchio persino per la fotografia scelta a corredo dell’intervista. Era uno stile insolito in un’epoca di facilonerie trionfanti. Ma contribuiva a rendere Napolitano un big difficile da abbordare. I compagni torinesi erano arrivati al punto di ribattezzarlo “re Umberto”: per la calvizie, le fattezze del volto, il tratto un tantino altezzoso. Un giorno che mi successe di usare il nomignolo in un articolo, ricevetti un rimprovero molto urbano nella forma, ma assai risentito: «Basta con questa storia di re Umberto! Per lo meno scegliete un termine di confronto più attuale, moderno». Per cavarmi d’impaccio, gli proposi: «Me lo suggerisca lei, onorevole». Napolitano si lisciò la pelata, poi buttò lì, con finta noncuranza: «Dite almeno che assomiglio a lord Carrington, il segretario della Nato». Allora non immaginavo che il compagno Giorgio sarebbe diventato il presidente della Repubblica. Ma fu quello che accadde. Visto con il senno di poi, risultò quasi un prodigio. In questo orrendo 2012, Napolitano è rimasto per molti, compreso me, l’unico leader politico nel quale sperare. E a cui aggrapparsi per non precipitare nel disordine, nel caos dei partiti, nell’ira delle piazze in rivolta. Dunque varrà la pena di raccontare come venne eletto, il 10 maggio 2006. C’ero anch’io a Montecitorio dove erano stati convocati i due rami del Parlamento. Da cronista scrupoloso, tenni un diario. Eccolo. Primo scrutinio, mattina 8 maggio 2006 C’è una premessa che non tutti conoscono. Dopo la seconda vittoria elettorale di Romano Prodi, il problema numero uno da risolvere era decidere a chi andassero le presidenze delle due Camere. L’Unione di centrosinistra aveva stabilito di prendersi l’intero piatto. A Montecitorio fu insediato Fausto Bertinotti e a Palazzo Madama Franco Marini, entrambi ex del sindacato. Adesso restava da decidere chi sarebbe andato al Quirinale. C’era un partito del centrosinistra che chiedeva di essere risarcito: i Ds. Nelle elezioni aveva conquistato soltanto il 17 per cento dei voti, ma era pur sempre il meno debole della coalizione. Dunque toccava ai reduci del Pci scegliere il candidato per il Colle. Ci fu subito una sorpresa. Un giornale di centrodestra, “Il Foglio” diretto da Giuliano Ferrara, lanciò la candidatura di Massimo D’Alema. Era una trappola o un scherzo? Difficile dirlo. Ma la candidatura di Max si afflosciò subito. I suoi sostenitori non erano in grado di gestirla nel modo giusto. E gran parte della coalizione lo avversava. Allora venne scelto Napolitano. Era il 7 maggio. La seduta congiunta delle Camere si aprì la mattina successiva. Nel Transatlantico vidi per primo D’Alema. Era un nume irato. Ma non smentì il proprio sangue freddo. Disse: «Napolitano è entrato in conclave da cardinale e credo che ne uscirà da papa». Piero Fassino aveva l’aria macilenta, con la pelle che gli cascava addosso, come un vestito troppo largo. Giuliano Amato era tramortito: non pensava che l’essere stato socialista fosse ancora un peccato mortale. Rosy Bindi, dalemiana bianca, era una casalinga disperata. Aveva lottato per vedere Max al Quirinale e adesso avvertiva il peso della sconfitta. Sul fronte opposto, Berlusconi aveva i santissimi che fumavano. La rabbia per le elezioni perdute per un soffio gli rodeva il fegato. Era gesticolante e incavolato a causa dell’apparente ribellismo della ditta Fini & Casini, ma soprattutto per la propria indecisione. Temeva che il futuro avrebbe dato ragione al leghista Roberto Maroni: lui andava dicendo che la Casa delle Libertà, creatura del Cavaliere, poteva anche crollare. Il Transatlantico di Montecitorio mi sembrò più di sempre un palcoscenico gremito di attori troppo noti e dove i guitti abbondavano. Paolo Cirino Pomicino se la rideva per la felicità. Era sopravvissuto a Tangentopoli e a qualche infarto, adesso poteva godersi lo spettacolo. Luciano Violante, in ultimo un tantino dubbioso sulla conquista del Quirinale, mostrava di aver ritrovato una granitica sicurezza. Gli chiesi: «Perché volete prendervi tutto il piatto, compreso il presidente della Repubblica?». Violante alzò le spalle con l’aria di chi non si cura di questioni a basso livello e rispose: «Se avessero vinto gli altri, farebbero la stessa cosa». Provai a ribattergli: «Voi dite sempre di essere diversi dagli altri…». Poi compresi che era meglio lasciar perdere. Eppure Violante era un moderato rispetto a qualche altro tipo sinistro che s’aggirava nel Transatlantico come un lupo nella foresta appena conquistata. Un territorio che andava ripulito da una quantità di razze inferiori. Questi ultrà rossi erano caldaie roventi che andavano a fanatismo, sputando fiamme. Ringhiavano che l’Unione di centrosinistra aveva fatto bene a papparsi l’intero bottino istituzionale. E si auguravano che il banchetto dei vincitori, chiamato all’inglese spoils system, fosse senza pietà per nessuno degli avversari. Giuravano che i loro leader non avevano sbagliato neppure una mossa. A sentire questi commandos, tutto andava nel migliore dei modi. Erano convinti che il potere del blocco d’acciaio guidato da Prodi sarebbe durato cinque anni e poi altri cinque ancora. Era molto tempo che non andavo a Montecitorio, dopo averci passato tanti giorni, nella Prima repubblica e nella Seconda. E in quel momento mi sentivo un po’ estraneo all’ambiente. Il corridoio dei Passi perduti sapeva di muffa. Tutto mi sembrava vecchio e coperto di polvere. I parlamentari nuovi erano di certo tanti, ma chi li conosceva? Quelli che avevo descritto o intervistato nel corso degli anni c’erano ancora tutti. Avevano i capelli grigi o bianchi, le rughe sul volto, il corpo ingrossato. Anche le deputate e le senatrici erano invecchiate. Le snelle erano diventate ciccione. Le prosperose avevano perso peso, ma si erano rinsecchite. Sotto gli abiti firmati, indovinavo strati di cellulite, seni rifatti, fianchi contenuti in guêpière così strette da togliere il fiato. Ma a comandare erano i soliti. Montecitorio era il Pantheon di una repubblica della Terza età. Era il Colosseo dei partiti disgregati, frammentati, spappolati. Che tuttavia imponevano sempre la loro volontà. E resero inutile il primo scrutinio. Il centrodestra votò per Gianni Letta. Il centrosinistra si rifugiò nelle schede bianche. Ma tutto quel biancore non doveva ingannarci. Sulle macerie incombeva il fantasma di re Umberto, ossia di Napolitano. Anzi, i fantasmi erano due. Nel senso che lo spettro del possibile presidente si era sdoppiato. E bastava passare da un crocchio all’altro dei grandi elettori per leggere ciò che si vedeva negli specchi contrapposti. Nel primo specchio c’era l’immagine del Re Cattivo. Un residuato bellico del vecchio Pci. Per di più, del Pci mai vincente e marginale, perché di destra, migliorista, riformista. E privo di coraggio: sempre all’opposizione di Togliatti, di Longo, di Berlinguer e di Natta, ma senza avere mai la forza di rompere con la setta degli stalinisti incalliti. Napolitano era un antenato riemerso da un mondo che non esisteva più. Lui ci guatava con il cipiglio di un tempo. Borioso. Pieno di sé. Gonfio di presunzione. I suoi nemici non avevano dubbi. Se il Re Cattivo fosse riuscito a varcare la soglia del Quirinale avrebbe tormentato per sette anni governi e parlamenti senza un attimo di tregua. Asfissiandoli con la sua maledetta pignoleria. Nel secondo specchio si ammirava il ritratto gaudioso del Re Buono. Un socialdemocratico coerente. E proprio per questo messo con le spalle al muro dal Partitone rosso dei comunisti cresciuti nel mito dell’Unione sovietica. (…)

da Il Tempo – Spettacoli – di Giampaolo Pansa Perché è invincibile Giorgio Napolitano, il nostro presidente della Repubblica? Perché dura da molto tempo sul campo di battaglia della politica italiana..

Miriam Mafai (1926-2012)

Laura Conti mi parlava spesso di lei. Ho un vago ricordo del loro ridere di una psicologa emiliana dei primi anni ’60, che, alla domanda “ma perchè fate il sesso plurimo”, rispose ” .. ma è per l’angossia …”

vai a: http://www.treccani.it/enciclopedia/miriam-mafai/

Giampaolo Pansa piange la collega con cui ha tanto condivise a Repubblica e la ricorda come “un’eterna ragazza, una forza della natura”. “E’ sempre stata una donna giovane – continua – molto coraggiosa. Era una persona con cui era delizioso stare in redazione. La cosa che ricordo di più di lei era la sua risata: rideva come se fosse una ragazzina”.

il mio voto alle elezioni amministrative del Comune di Como: ancora sulla fine del “voto di appartenenza”

cara …

sono innanzitutto felice del tuo dire “ faticosamente risalgo la china…..un millimetro al giorno…..
e in questo risalire ancora una volta sei stata tu a fornirmi una informazione DECISIVA
Il fatto è questo: MI PIACE E MOLTO, MOLTISSIMO IL PROGRAMMA DI PERONESE LISTA PER COMO 
e il fatto che Tino Tajana sia il primo in lista E’ UNA GARANZIA DELLA QUALITA’
mi piace il metodo: curricula dei candidati (nessuno delle altre liste finora lo ha fatto)
Il programma, poi è PUNTUALE, COMPETENTE e preciso (un po’ meno mi piace il curriculum di … , anche se il suo avere tenuto sul fronte della informatica in questi anni terribili, è un indizio di sue indiscutibili capacità tecniche)
fino a un’ora fa avevo deciso di votare la lista Marzorati Molteni e al ballottaggio Lucini
il voto alle amministrative comunali è un VERO DIRITTO DI VOTO: perchè lo si può differenziare (voto al consiglio comunale, voto alle persone e voto al sindaco)
sono ormai lontanissimo dalla famiglia politica della SINISTRA (anche se ho perso il tempo della mia giovinezza nel PCI comasco, dal 1974 – al 2001) e il loro comportamento contro il governo Monti/NAPOLITANO (insisto sul “Napolitano”, un  genio della politica come lo ha definito Scalfari) me lo conferma di sommo grado. La loro è sempre una cultura contro qualcuno, hanno bisogno di un nemico per sentirsi vivi.
perchè il voto amministrativo è “PESANTE” ?
perchè mi consente di votare una lista e dentro la lista uno o più candidati INDIPENDENTEMENTE DAL VOTO AL SINDACO. Cioè  si può fare un voto disgiunto.
Lucini è un galantuomo, l’ho visto in azione sulla questione della distruzione del lungolago di Como fatto dalla Giunta unna (i vandali che hanno invaso l’impero romano) Bruni. Però Lucini è ostaggio di una coalizione rissosa e soprattutto la LISTA LUCINI ha al suo interno esponenti della SEL, ossia gli assassini dei due governi Prodi. Tuttavia Lucini è l’unico che a Como potrebbe diventare sindaco. Nessun altro ha le stesse possibilità.
Ecco allora cosa farò, dopo la lettura attenta del programma della lista Peronese Patto per como
1. voterò in prima istanza Patto per Como e apporrò il nome di Tino Tajana, che stimo immensamente e di cui ho colto l’apporto diretto al programma. Non so se verrà fuori lui come consigliere del consiglio comunale. però meglio un competente etico in mezzo ai rissosi e cattivi consiglieri, come ho visto in questi anni di consiglio comunale. Non credo che la lista Peronese arriverà al ballottaggio. Se ci arrivasse (improbabilissimo) la voterò anche al ballottaggio, 15 giorni dopo
2. voterò Lucini sindaco (come voto di necessità e non come voto di appartenenza) al ballottaggio. Se vincerà sarà comunque un sindaco competente che non compirà le nefandezze del PDL (partito delle LORO libertà), anche se sarà continuamente tormentato al suo interno dai vari personaggini che rivendicano le loro famiglie ottocenteseche, ex pci e cgilellini che stanno tentando di macellare anche il governo Monti/NAPOLITANO
grazie ancora per la tua lettera
e ti saluto, nel caso non lo avessi visto con questa splendida lezione sulla storia d’Italia fatta da Benigni al Quirinale (ti prego di osservare la faccia divertita del genio della politica GIORGIO NAPOLITANO:
buoni giorni a te e ad ..
Paolo

La nave Costa Concordia, ferita ed inclinata verso il precipizio, e i feroci oppositori del Governo Monti/Napolitano, di Paolo Ferrario

L’immagine della nave Costa Concordia ferita ed inclinata verso il precipizio è la perfetta e drammaticamente vera metafora dell’Italia sull’orlo del baratro.

E quindi è la rappresentazione visiva delle tragiche responsabilità che si stanno assumendo Lega Nord di Maroni e Bossi, Cgil di Camusso e altri sindacati, IDV (italia dei suoi valori) di Di Pietro nella loro feroce opposizione all’equipaggio guidato da Mario Monti e Giorgio Napolitano che tentano di evitare il peggio

Paolo Ferrario, 16 gennaio 2012

La nave Costa Concordia, ferita ed inclinata verso il precipizio, e i feroci oppositori del Governo Monti/Napolitano, di Paolo Ferrario « POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI

L’immagine della nave Costa Concordia ferita ed inclinata verso il precipizio è la perfetta e drammaticamente vera metafora dell’Italia sull’orlo del baratro.

E quindi è la rappresentazione visiva delle tragiche responsabilità che si stanno assumendo Lega Nord di Maroni e Bossi, Cgil di Camusso e altri sindacati, IDV (italia dei suoi valori) di Di Pietro nella loro feroce opposizione all’equipaggio guidato da Mario Monti e Giorgio Napolitano che tentano di evitare il peggio

Paolo Ferrario, 16 gennaio 2012

il sito di PIETRO INGRAO: anche i cattivi maestri, a 95 anni, vogliono stare sulla rete del web

Messo qui solo per memoria dei miei (politicamente)  inutili anni ’70 e ’80.

Narcisismo e forza del carattere: gli stalinisti (e, più precisamente per questa singola persona, coloro che hanno creduto di non essere stalinisti)  hanno vita lunga. Come Mao, come Fidel Castro e l’infinità dei dittatori del secolo breve e delle sue propaggini …

Nessun affetto e nessun rimpianto: solo tempo e libri sprecati al mio tempo biografico

il sito di Pietro Ingrao.

Fra autobiografia e politica: la pericolosa notte metropolitana, 11 marzo 2011

Milano – Como, 11 marzo 2011

Era una giornata lungamente attesa. Mercoledì 9 marzo ho partecipato alla “Maratona del silenzio“, pensata e organizzata alla Casa della cultura di Milano da Duccio Demetrio, Nicoletta Polla-Mattiot ed Emanuela Mancino.

La trasferta da Como a Milano comincia alle quindici e ventitré.

Arrivo puntuale e alle diciassette sono nella storica saletta (mi giunge alla mente il ricordo di Laura Conti, che fu presidente di quest’associazione, a suo tempo legata al Pci, negli anni 50/60). Vedo solo tre volti conosciuti. E’ la situazione ideale per immergermi senza distrazioni e con molta concentrazione nella sequenza davvero impegnativa di tanti interventi, uno dietro l’altro, di circa dieci minuti ognuno. Registro tutto e faccio delle piccole pause mentali leggendo il Corso Istituzioni di filosofia di Emanuele Severino (1968).

C’è equilibrio fra i sessi nella sala. L’età mediana mi sembra di persone che hanno più di quarantacinque anni. Molti capelli bianchi e rughe sul viso. E anche alcuni giovani. Ma la prevalenza è: alle soglie della prevecchiaia.

L’anonimato mi preserva dal brusio conversazionale che s’instaura nella pausa. davvero molto distonico rispetto agli intenti personali e culturali di “fare spazio” dentro ed attorno a sè. Terribili i cellulari che suonano, che si accendono e che sono compulsati ritualmente per rispondere sui tastierini piccolissimi. E’ un fatto di dissonanza cognitiva: il processo sociale (ipercomunicazione) è comunque più forte dell’intenzionale e ricco progetto del silenzio. Occorrerebbe, almeno, congedarsi per qualche ora dal controllo invadente di queste tecnologie. Tutti qui conoscono e apprezzano Michel Foucault: ma non c’è relazione fra le sue ipercritiche teorie e la loro dipendenza dalla tecnica, qui incarnata dai telefonini.

Avrò modo, altrove, di far sedimentare questa esperienza.

Alle ventitré l’incontro finisce con la commovente presenza di Franco Piavoli, pioniere dell’ascolto del silenzio della natura con il suo Il pianeta azzurro del 1982. Gli chiedo una firma autografa per me e Luciana. Sono commosso per questo incontro.

Ma è alle 23 che cambia del tutto la mia situazione. Comincia il duro viaggio di ritorno a Como che durerà tre ore: come andare a Venezia. Dopo le 22 e 30 non ci sono quasi più treni. Vado alla stazione Nord: niente da fare, Como è scollegata. Occorrerebbe aspettare la mattina. Vado alla stazione Garibaldi: niente da fare: il primo treno sarebbe alle cinque e trentotto della mattina.

Sulla metropolitana sono l’unico italiano/lombardo: vedo solo cinesi, sudamericani, slavi, africani. Provo la straniante sensazione di essere io lo Straniero, l’Altro. Di notte la città cambia il suo registro culturale. Nella notte metropolitana un europeo/italiano/lombardo/comasco non è più a casa sua, è l’Estraneo in ambiente ad altra Dominanza.

I confini fra “società multiculturale” e “società pluralistica” sono davvero molto labili. Dice Giovanni Sartori: “pluralismo e multiculturalismo sono concezioni antitetiche e neganti l’una dell’altra” (in Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Rizzoli, 2000, p. 9).

In metropolitana, nel buio della notte, è poi evidente un conflitto evidentissimo: non solo sono il solo europeo/italiano/lombardo/comasco. Sono anche il solo anziano/prevecchio in mezzo a ventenni che parlano lingue diverse. Qui le persone sono giovani, giovanissimi, scattanti, forti, elastici. Io sono in equilibrio precario, lento, debole (fragile), impedito. Di notte le persone vecchie sono insicure. Eppure la comunicazione politica di questi giorni esalta la giovinezza erotico procreativa dei migranti, mettendo del tutto in ombra che ne è dei vecchi dentro questi vortici di cambiamento demografico.

La notte metropolitana è pericolosa. L’ho sperimentato.

Ho due prospettive: trovare un albergo a Milano o passeggiare per tutta la notte in una metropoli finalmente silenziosa e acquietata ma pericolosa. Allora provo a tornare alla Stazione Centrale. Qui il non-luogo, di notte, è ancora più inquietante. Percepisco dentro di me un senso d’insicurezza altissimo. Per arrivare alla linea dei treni devo attraversare spazi ampi abitati da gruppi di persone africane, meticcie, asiatiche. Mi osservano mentre cammino, per vedere se mi avvicino alle macchinette dei biglietti: lì dovrei estrarre la carta di credito. Non c’è nessuna squadra di pubblica sicurezza. La situazione di puro sguardo potrebbe trasformarsi in un attimo di minaccia e attacco.

Nella notte metropolitana una persona prevecchia, isolata può diventare preda e vittima del micro-crimine in una frazione di minuto.

Il massimo del paradosso mi arriva alla coscienza quando vedo i manifesti cubitali di Bersani del PD che annuncia i dieci milioni delle firme contro il Governo Berlusconi. Realizzo lì, nel deserto della notte metropolitana, nel non-luogo della Stazione Centrale a mezzanotte, che la novecentesca e ottocentesca cultura politica della sinistra è del tutto fuori centro con la mutazione in atto.

Il prevecchio rimasto solo nella notte multietnica percepisce lucidamente che c’è molto che non funziona più: le dinamiche dell’insicurezza individuale, quella che passa attraverso il camminare in queste ore, prevalgono. Nella notte metropolitana la società del welfare europea si ritrae e fa spazio ai gruppi pericolosi di cui parlano i libri di Cormac McCarthy e i film di Aldo Lado.

C’è un convoglio/tradotta alle ventiquattro e trentotto.  Le carrozze sono tutte buie. Cammino fino a quella in cima, vicino al guidatore: il vagone è abitato da otto persone. Due giovani (svizzeri, per la verità sociologica) con documenti di viaggio irregolari litigano minacciosamente con il controllore, in quel momento unico e pure lui solo rappresentante del mondo delle regole.

Il viaggio è lentissimo. Arrivo a Como alle due di notte. Anche qui il non luogo della stazione è popolato da fantasmi inquietanti. Zombi notturni acquattati nelle zone buie. Scendo per il parco, sobbalzando per i passi veloci di un giovane che corre e che, per fortuna mi sorpassa.

Sotto casa un altro giovane posteggia l’auto e va a rifornirsi di droghe sintetiche nel bar delle slot machine che hanno preso il posto del glorioso cinema Politeama.

Apro il cancello. Sono arrivato. Solo ora mi sento un po’ più sicuro.

Ma fino a quando?

Sarebbe utile che le anime belle della sinistra antagonista e riformista uscissero dai loro condomini con portineria e facessero qualche volta un viaggio da Milano a Como attorno a mezzanotte.

Moderato conservatore

Alternativo alla sinistra massimalista, che ha fatto cadere per due volte i governi Prodi. E, dunque, alternativo a una alleanza politica del Pd con la sinistra di Vendola (che nel 1998, con Bertinotti, votò contro il primo Governo Prodi)

E, naturalmente, alternativo alla destra populista del partito padronale di Berlusconi.

Dunque: moderato conservatore,  con voto non più di appartenenza e mobilissimo

Condivisioni argomentative: il pensiero di Cavrexquis su destra e sinistra, nella quasi-crisi di governo di questi giorni

Il paternalismo della sinistra mi fa vomitare. Un paternalismo via via più forte man mano che ci si sposta di più verso sinistra. Un paternalismo che, ancora più che negli esponenti politici del (centro)sinistra, si manifesta nei sostenitori convinti di questa parte politica (e non mi riferisco tanto ai generici elettori che votano a sinistra senza farsi troppe illusioni o perché pensano, a torto o a ragione, che sia il meno peggio). Non soltanto non vedono le ragioni di chi non ha votato come loro, ma nemmeno riconoscono che costoro possano avere delle ragioni che non siano o criminali o frutto di un’errata visione delle cose. Chi ha votato centrodestra è, per loro, per forza un povero imbecille – a voler essere gentili – che si è fatto abbindolare da Berlusconi. Non gli salta in mente che in quest’altra parte politica, tra tanti “berlusconiani mistici”, ci sono anche quelli che l’hanno votato perché gli sembrava il “meno peggio”. Ormai io capisco benissimo, invece, come in Italia molti abbiano preferito votare Berlusconi. E se queste incarnazioni dell’etica, del bene-in-terra, pensano di convincerli a votare a sinistra anziché a destra, dubito che ci riusciranno continuando a insultarli e a dirgli che sono dei deficienti o dei delinquenti. Irritano me, che in sedici anni Berlusconi non l’ho mai votato, e quindi non fatico a immaginarmi quanto irritino loro. E’ un atteggiamento che ben si riassume in un’affermazione che mi è capitato di leggere, uscita dalla penna (o dalla tastiera) di un giornalista di sinistra: la sinistra ricerca la verità, la destra la convenienza. E ‘sticazzi, mi verrebbe da commentare, alla faccia della modestia e del pragmatismo politico.

l’intero scritto qui: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2010/12/al-fuoco-al-fuoco.html

Diario di un clima cattivo di Giampaolo Pansa Gli appunti del cronista nell’autunno-inverno 2009, in Il Riformista

un diario alla buona dell’autunno-inverno 2009.
Alla fine di settembre, Tonino Di Pietro ci offre un’ennesima sceneggiata: si fa fotografare davanti a Montecitorio con la coppola in testa e le smorfie di un boss di Cosa nostra, per dire che in Parlamento ci sono troppi mafiosi. Negli stessi giorni, Eugenio Scalfari si fa intervistare dall’Espresso e dipinge l’editore di Libero come un servo di Silvio Berlusconi. Il motivo? L’aver messo a dirigere il giornale Belpietro, «emissario del Cavaliere, una specie di commissario politico».
Sempre a fine settembre, muore per infarto Maurizio Laudi, uno dei magistrati che hanno battuto le Brigate rosse e Prima linea. I muri di Torino si coprono di scritte insultanti, opera di anarchici: «È morto un boia: Laudi», «Finalmente Laudi è morto», «Dio c’è, è morto Laudi», «Di Laudi si butta via tutto». A Pistoia, invece di scritte, le botte. Squadre antagoniste devastano la sede di Casa Pound, circolo di destra. È la quarta aggressione in meno di una settimana. Le altre sono avvenute a Napoli, Verona e Torino.
A metà ottobre, Alessandro Campi, poi consigliere culturale di Gianfranco Fini, scrive: «Basta navigare in rete, fare un giro tra blog e siti, per capire quale magma di odio e pregiudizio si trovi addensato nelle viscere della nazione, pronto a esplodere in qualsiasi momento». Detto fatto, Matteo Mezzadri, coordinatore del Partito democratico di Vignola (Modena), domanda su Facebook: «Santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?». Il giovane dirigente viene cacciato.
Negli stessi giorni, le Brigate rivoluzionarie per il comunismo scrivono ai giornali: «Berlusconi, Fini e Bossi devono dimettersi e il primo deve consegnarsi alla giustizia comunista. La sentenza è inevitabile». Lo slogan è «No al colpo di stato, sì alla rivoluzione». Il 19 ottobre, a Torino, un gruppo che si firma Br con la stella a cinque punte, minaccia un delegato della Fiom-Cgil nella Flexider, azienda metalmeccanica.
Nella seconda metà di ottobre, si fa vivo il Comitato Anna Maria Mantini del nuovo Partito comunista italiano. Lei era una terrorista anni Settanta, sorella di Luca, militante dei Nuclei armati proletari ucciso durante una rapina per finanziare il gruppo. Anche la sorella cadrà in uno scontro con l’antiterrorismo. Il gruppo annuncia di entrare in clandestinità. Con l’aiuto dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo.
Il 21 ottobre si scopre su Facebook che il gruppo «Uccidiamo Berlusconi» conta 12.333 iscritti. Quel giorno, nel giro di un’ora, se ne sono aggiunti seicento. Nel frattempo, una casa editrice di Chieti lancia il concorso «Descrivi la morte del Cavaliere e sarai pubblicato». Per contrappasso, sempre su Facebook nasce il gruppo intitolato: «A morte Marco Travaglio».
Sabato 24 ottobre a Torino, in piazza San Carlo, i centri sociali assaltano un presidio di Casa Pound e un banchetto della Lega. Tre ore di scontri con la polizia. Il 31 ottobre, nel carcere romano di Rebibbia, s’impicca la brigatista Diana Blefari. Aveva indicato alla polizia dove stavano nascoste le armi del suo gruppo, ma l’arsenale non si trova più. La Blefari aveva pedinato Marco Biagi, poi ucciso. Si era espressa così: «Fosse stato per me, Biagi l’avrei torturato prima di giustiziarlo».
Sabato 7 novembre, a Roma, i centri sociali vanno in corteo per protestare contro la morte in carcere di Stefano Cucchi. Anche qui scontri con la polizia, lanci di petardi e bottiglie, cassonetti rovesciati e dati alle fiamme. Lo stesso giorno a Firenze quattrocento antagonisti marciano chiedendo la scarcerazione di un loro compagno, arrestato per aver messo una bomba all’Agenzia delle entrate. Anche qui fumogeni, petardi e scritte sui muri: «Mannu libero e fuoco alle galere». Due giorni prima si era tentato l’assalto a un circolo di Forza Nuova, gruppo di destra.
A metà novembre, emergono i Nat, Nuclei di azione territoriale, sempre legati alla memoria dei fratelli Mantini. Hanno cinque cellule a Milano, Torino, Lecco, Bergamo e Bologna. Minacciano politici e giornalisti. Milano è la città più a rischio. Gli investigatori dicono: «Siamo molto vicini a un salto di qualità». Il 20 novembre a Torino, gli autonomi danno la caccia al ministro Mariastella Gelmini, arrivata in città. Poi assalgono la sede del Pdl, in corso Vittorio Emanuele. Vogliono occuparla. Scontri, devastazioni, feriti. Nel frattempo, alla Statale di Milano continuano le aggressioni agli studenti di Comunione e liberazione. E su Facebook nasce un nuovo gruppo che inneggia alle Brigate rosse.
Il 13 dicembre, a Milano, c’è l’attentato a Berlusconi. Tre giorni dopo un ordigno esplosivo distrugge un sottopasso dell’Università Bocconi. La firma è: “Federazione anarchica informale”. Stessa bomba e stessa sigla al Centro raccolta di immigrati clandestini a Gradisca d’Isonzo. In previsione del Natale, a Firenze, incursioni contro i negozi di via Tornabuoni e via Strozzi. E il sabato 19 dicembre, a Torino, corteo violento di squatter, anarchici, centri sociali. Ancora devastazioni e scritte contro il sindaco: «Chiamparino boia, speriamo che tu muoia». Basta così? Sì, per l’autunno-inverno 2009 può bastare.

da: Il Riformista.

Galli Carlo: Perché ancora destra e sinistra

Alla base della dicotomia, sostiene, c’è un elemento caratteristico e costitutivo dell’epoca moderna e ancora pienamente attivo nell’attuale mondo postmoderno: ed è il “nesso fra disordine come dato e ordine come esigenza”, il riconoscimento cioè, da un lato, della naturale instabilità della natura, inclusa quella umana (pervasa di individualismo e soggettività: la liberté della Rivoluzione francese e il diritto alla ricerca della felicità di quella americana), e dall’altro dell’importanza di un suo disciplinamento sociale (l’égalité, la “verità di per sé stessa evidente che tutti gli uomini sono stati creati uguali”). Destra e sinistra hanno rappresentato e continuano a rappresentare due opposti modi di interpretare e risolvere tale contraddizione. Per la sinistra il disordine della realtà è contingente, un accidente dovuto a errori, debolezze, malvagità, imputabili alla natura umana ma da essa riscattabili con l’impegno e soprattutto con la ragione. L’obiettivo, ancora irraggiungibile ma sempre presente nella sua ideologia e nelle sue azioni, è una stabilità garantita dalla giustizia: “la sua inquietudine ha un fine pacificato, la sua politica ha un fine liberatorio”. Per la sinistra, dunque, l’ordine è il telos, il fine ultimo. Per la destra è un mezzo, un dispositivo.

Perché ancora destra e sinistra

di Carlo Galli
Laterza

l’intero articolo qui:

ITALICA – Harvard Diary – Galli Carlo: Perché ancora destra e sinistra.

Walter Veltroni, "la possibile deriva del Pd e del centrosinistra verso una riedizione dell’Unione, che nel passato ha dimostrato di poter vincere ma non di governare, o la nascita di un terzo polo, arbitro del gioco politico, che impedirebbe ai cittadini di scegliere il governo del Paese…."- LASTAMPA.it

In poco più di dieci anni sono passati alla destra Francia, Germania, Inghilterra, Italia e anche i Paesi scandinavi. Nel Vecchio Continente si affermano una nuova destra populista e persino forze dichiaratamente estremiste se non esplicitamente neofasciste. Il Labour Party ha scelto tra due belle, giovani, candidature separate, al traguardo, solo da un punto percentuale di differenza. David ha svolto la sua campagna richiamandosi alle intuizioni del New Labour di Tony Blair che fece voltare pagina agli inglesi dopo il lungo periodo thatcheriano. Suo fratello Ed è un uomo di forte cultura ambientalista, un elemento identitario che cresce nell’opinione pubblica europea, e forse più vicino di altri alle Unions. Ma parliamo, in ogni caso, di veri e coraggiosi riformisti, di vere culture della modernità e dell’integrazione ….
Situazione diversa da quella italiana. Nella quale alla decomposizione dello schieramento di governo non corrisponde ancora, come è stato per Cameron, l’affermazione di uno schieramento alternativo.

….

la possibile deriva del Pd e del centrosinistra verso una riedizione dell’Unione, che nel passato ha dimostrato di poter vincere ma non di governare, o la nascita di un terzo polo, arbitro del gioco politico, che impedirebbe ai cittadini di scegliere il governo del Paese….

usiamo troppo la parola «difendere», applicata a questa o a quella conquista del riformismo del secolo scorso, e troppo poco la parola «cambiare».
Prendiamo giustizia e scuola. C’è una sola cosa straordinaria in questi settori ed è la passione e la motivazione di chi vi lavora. Ma le mediocri performance di questi due essenziali servizi sono alla base della scarsa competitività e della crescente disuguaglianza: oggi, carriere e stipendi degli operatori dipendono, essenzialmente, dalla anzianità. È un incentivo distorcente. Bisogna privilegiare, previa valutazione di tutto e di tutti, il merito e l’impegno.

Abbiamo i salari più bassi tra i grandi Paesi dell’Ue, il costo del lavoro relativamente alto e una produttività del lavoro e totale declinante. Ci vuole un nuovo, coraggioso, patto tra produttori, ispirato alla crescita e al lavoro. E rimango convinto che una forza democratica non abbia oggi senso se non si propone di dare una risposta alla più inaccettabile delle moderne disuguaglianze, la totale assenza di certezza per l’oggi e di speranza per il futuro che oggi devasta la vita di milioni di giovani italiani, uno su tre dei quali è disoccupato.

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il federalismo è un’occasione soprattutto per il Mezzogiorno: costi e fabbisogni standard – per le prestazioni essenziali della Pubblica amministrazione – possono far emergere «buona» politica e «buona» società.

tutta le lettera qui:

La testa in avanti – LASTAMPA.it.

Gianfranco Fini manganellato dai giornali di proprietà di Berlusconi per la sua scelta politica di prendere le distanze dalla destra gheddafian-berlusconiana

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personalmente non ho nè denaro, nè barche nè ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse.

Ho sbagliato? Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità. Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione nè concussione.

Tutto qui? Per quel che ne so tutto qui.
Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo?
E’ Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera.
Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perchè la mia etica pubblica me lo imporrebbe.

Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati.
Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del Sottosegretario Letta e del Prefetto De Gennaro.

Penso alla trama da film giallo di terz’ordine che ha visto spuntare su siti dominicani la lettera di un Ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori.

Penso a faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa. Penso alla lettera che riservatamente, salvo finire in mondovisione, il Ministro della Giustizia di Santa Lucia ha scritto al suo Premier perchè preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma di una pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo.

Ma, detto con amarezza tutto questo, torniamo alle cose serie. La libertà di informazione è il caposaldo di una società aperta e democratica. Ma proprio per questo, giornali e televisioni non possono diventare strumenti di parte, usati non per dare notizie e fornire commenti, ma per colpire a qualunque costo l’avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà.

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da: http://ht.ly/2JLEC

Luca Ricolfi, L'Italia immaginaria della sinistra – LASTAMPA.it

Quel che non mi convince, invece, è l’analisi della società italiana che il documento delinea. Un’analisi che, in molti passaggi, non è diversa da quella che abbiamo sentito in tutti questi anni, o quantomeno non ne prende a sufficienza le distanze. Perché, a mio parere, il problema di fondo del Pd non è che non riesce a proporre soluzioni convincenti alla crisi italiana, ma che ha un’idea errata, ovvero distorta e tendenziosa, della società italiana. Il problema, in breve, è innanzitutto la diagnosi, prima ancora della terapia.

Facciamo qualche esempio. Nel documento si dice che la disuguaglianza è «crescente», e che la frattura Nord-Sud «è tornata ad accentuarsi» (la tesi è decisamente audace, diversi indicatori suggeriscono il contrario, almeno dal 1998 a oggi). Si riconduce l’aumento del debito pubblico alla presenza del centro-destra al governo, come se il balzo degli ultimi anni non dipendesse essenzialmente dalla crisi economica internazionale. Si parla di riforme nel settore pubblico come se Brunetta – e Ichino! – non avessero fatto nulla.

Si parla della «battaglia per la legalità nel Mezzogiorno» come se fosse perduta, senza una parola per lo straordinario lavoro di questi anni contro la criminalità organizzata. Si fanno proposte di investimento e di spesa (in istruzione, ricerca, ammortizzatori sociali) che costerebbero miliardi e miliardi, come se ci fossero le risorse per portarle avanti, o come se trovare tali risorse non comportasse sacrifici enormi e di lunga durata.

Soprattutto non si esplicita il fatto che alcune idee dei veltroniani, solo accennate nel documento ma molto chiare in vari interventi pubblici, sono indigeribili per il centro-sinistra com’è oggi. Mi riferisco, ad esempio, al finanziamento selettivo degli atenei e delle scuole, con conseguente penalizzazione degli atenei inefficienti e dei docenti poco produttivi. O alla neutralizzazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti, con l’istituzionalizzazione di forme di «flessibilità tutelata» (flexsecurity). Per tacere del federalismo, su cui il documento non spende nemmeno una parola ma che – se attuato seriamente – susciterebbe vivaci resistenze in una parte del Pd, specie nel Mezzogiorno.

Insomma, mi pare che il manifesto veltroniano, a dispetto del riformismo radicale di alcuni suoi firmatari, non ci fornisca una diagnosi dei mali del Paese

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L’Italia immaginaria della sinistra – LASTAMPA.it.

Le pulsioni violente della estrema sinistra: Urla e fischi contro Pietro Ichino ma il pubblico della Festa lo fa parlare – Milano – Repubblica.it

Ospite della Festa Democratica di Milano, il giuslavorista Pietro Ichino è stato contestato da una trentina di giovani dei centri sociali che hanno tentato, inutilmente, con urla e provocazioni di interrompere il suo intervento.

Antagonisti contro il professore

Un gruppo di antagonisti, ieri sera, è arrivato nello spazio dei dibattiti a Lampugnano e quando il giuslavorista ha preso la parola ha iniziato a fischiarlo al grido di “Vai a lavorare”. Provocatoriamente, i giovani dei centri sociali hanno tentato di offrire a Ichino una tuta blu e una cuffia da lavoratore del call center e di srotolare uno striscione, ma i disturbatori sono stati allontanati dal servizio d’ordine del Partito Democratico e da un gruppo di agenti delle forze dell’ordine.

Per una decina di minuti sono continuate le urla e i fischi degli antagonisti, prima che fossero definitivamente allontanati dallo spazio dei dibattiti. Dopodiché la serata, incentrata proprio sui temi del lavoro è ripresa su sollecitazione del pubblico presente con interventi di tutti i relatori tra cui anche i segretario della Camera del Lavoro di Milano Onorio Rosati.

Nel corso della serata è stato anche devastato la stand dell’Aler da un gruppo di cinque o sei persone che ottorno alle 22 dopo aver protestato contro lo sgombero degli occupanti abusivi delle case popolare, hanno rovesciato scrivanie e gettato a terra il materiale informativo.

Urla e fischi contro Pietro Ichino ma il pubblico della Festa lo fa parlare – Milano – Repubblica.it.

Motivi per NON VOTARE PIU' PD: "Ferrero e Diliberto? Nessun accordo siglato" Ma nel Pd è allarme

intervista a Paolo Ferrero di rifondazione comunista:

Perché ha pensato di affidare un ruolo all’ex brigatista Francesco Piccioni?
“Piccioni è un amico, l’ho conosciuto dopo che è uscito di galera quando già faceva il giornalista al Manifesto. E’ uno che ha sbagliato. Non avrà alcun ruolo dentro Rifondazione”.

Gli squadristi della sinistra e la pulsione violenta: Bonanni contestato alla festa del Pd e costretto a lasciare il palco

Parla Bonanni, assalto al palco
La Stampa
Sul fondo si nota un gruppo di giovani. Sono seduti, composti e in
silenzio, da almeno mezz’ora. Il moderatore Dario Di Vico, giornalista del
Corriere della …

Carlo Galli, «La destra di Fini, conservatrice e progressista»

Oltre a lei anche Luca Ricolfi su La Stampa ha insistito sulla possibilità della nascita di una destra definita “normale”. Cosa si vuole intendere con questo aggettivo?
La destra normale è conservatrice. Con una formula si direbbe “legge e ordine”, il che non vuol dire essere reazionari, ma in alcuni casi anche progressisti. Faccio un esempio: portare ordine dove c’è la camorra non mi sembra un programma reazionario, ma piuttosto progressista. Le proposte di Fini sono di un conservatore che vuol essere lungimirante, come dimostra anche la volontà di garantire cittadinanza a una parte degli immigrati. Una volta si sarebbe detto “conservatori illuminati”. Fini tra l’altro ha ben precisato la sua collocazione a destra, e secondo me ha fatto bene. Perché è stato onesto, oltre che accorto. Onesto con i suoi sostenitori, e accorto in caso di elezioni. “Normale” dunque è quella destra che si occupa dei doveri, ma che non dimentica i diritti. Quello che dovrebbe fare, invertendo gli ordini, anche una sinistra “normale”. Normale è la destra di De Gaulle e Curchill, che da destra hanno combattuto il fascismo. Normale è una destra che crede nelle istituzioni, e che ha il culto dello Stato. Una destra repubblicana. La speranza è che, nel giro di qualche tempo, in Italia ci si possa confrontare tra una destra e una sinistra “normali”.

A tal proposito c’è chi ritiene che a sinistra ci sia qualcuno che si stia innamorando di questa “nuova destra”…
Secondo me nessuno si è innamorato di nessuno o deve innamorarsi di qualcuno. Semplicemente Fini è la destra che la sinistra deve riconoscere come avversario legittimo, un avversario che gioca secondo le regole e con il quale confrontarsi, cosa che in altri paesi avviene naturalmente da tempo

Ffwebmagazine – Galli: «La destra di Fini, conservatrice e progressista».

Luca Ricolfi, Non ci sono abbastanza liberali – LASTAMPA.it

Mai dire mai. Chi lo sa, potrebbe anche succedere. E se succedesse sarei il primo a rallegrarmene. Parlo della nascita, in Italia, di un «partito liberale di massa». Un partito anti-assistenziale, fiducioso nel libero mercato, determinato a modernizzare il Paese. E che, nonostante la sua vocazione a cambiare l’Italia, avesse un seguito elettorale largo. Un partito, per intenderci, che non fosse la riedizione dei suoi progenitori liberali, repubblicani, radicali, i quali – anche considerati tutti assieme – non arrivarono mai al 10% dei consensi.


facendo parte della schiera di quanti pensano che l’Italia avrebbe solo da guadagnare dalla nascita di una simile creatura politica. Sono perplesso, innanzitutto, dal lato dell’offerta politica. Non ho mai creduto, ad esempio, che da due partiti illiberali, come il Pci e la Dc, potesse nascere un partito che avesse il liberalismo nel suo Dna; o, se preferite, che da due chiese potesse nascere una non-chiesa. Per questo penso che l’Opa di Chiamparino non potrà funzionare: il corpaccione del Partito democratico è troppo intossicato dal passato ideologico dei suoi fondatori, post-comunisti e post-democristiani, per reggere l’urto laico del sindaco di Torino (dove per me laicità non significa anticlericalismo, bensì libertà mentale). Allo stesso modo non penso che un partito di ispirazione genuinamente liberale possa nascere dagli eredi centristi della Dc, o dagli eredi post-fascisti dell’Msi. Non perché gli esponenti di questi partiti non lo vogliano, ma perché a frapporsi al progetto sono la loro storia, il loro insediamento prevalente nelle regioni assistite, la rete delle loro clientele nel Centro-Sud.

La mia impressione è che, in questi giorni, si stia consumando un grande equivoco: chi sogna una destra europea, rispettosa delle istituzioni, aperta al dissenso, conservatrice ma non populista, tende a vedere il nuovo partito di Fini come la possibile incarnazione di una tale destra, ma al tempo stesso vuol credere che una tale destra – che io definirei semplicemente normale – sia destinata a evolvere in partito liberale di massa, come se l’essenza del liberalismo fosse solo lo «Stato di diritto» e non anche la difesa della concorrenza e la lotta senza quartiere al parassitismo economico. Detto altrimenti: è possibile che Fini dia vita (finalmente) a una destra classica, diversissima da quella di Berlusconi, ma questo non implica né che tale destra sia destinata ad assumere tratti liberali, né che sia capace di diventare di massa.

finché esistono un polo di destra e un polo di sinistra, lo spazio di un eventuale Terzo polo non può andare molto al di là del 20%, di cui solo la metà (circa il 10%) occupato da una eventuale formazione liberal-democratica. Lo dicono i sondaggi di questi mesi,

Piaccia o no, in Italia i partiti di massa tendono a essere illiberali, e i partiti di ispirazione liberale tendono a non essere di massa. Ma soprattutto il problema è che i diversi ingredienti del liberalismo si trovano per così dire sparpagliati nel sistema politico, anziché riuniti in un unico partito. Se parliamo di immigrazione, di carceri, di diritti individuali, i più liberali sono i radicali, i seguaci di Vendola e i comunisti. Se parliamo di Stato di diritto, di separazione dei poteri, di senso delle istituzioni, i più liberali sono il Pd e il nascente partito di Fini. Se parliamo di politica economica, i più liberali (o i meno illiberali) sono i leghisti e i riformisti «coraggiosi» del Pd e del Pdl, da Ichino a Brunetta.

Insomma, la mia impressione è che lo spazio per un partito liberale di massa non ci sia.


La domanda politica per un partito liberaldemocratico in Italia non manca, specie nel Centro-Nord. E sono convinto che esso farebbe bene al sistema politico italiano, che di iniezioni di liberalismo ha un disperato bisogno. Dunque qualcuno lo faccia, questo benedetto partito. Quello di cui non sono convinto è che a riuscire nell’impresa possano essere le forze politiche che attualmente si proclamano liberali, e tanto meno che il suo seguito possa essere di massa.

Realisticamente, oggi in Italia lo spazio elettorale di una formazione compiutamente liberaldemocratica è quello di un partito medio, del 10-15%.

Le due destre della politica italiana: Gianfranco Fini, Relazione di Mirabello, 5 settembre 2010

 

Nella teoria delle agende politiche sono di rilievo le date periodizzanti.

E’ probabile che la data del 5 settembre 2010 segni l’inizio del declino del berlusconismo, iniziato nel 1994.

Se così sarà, il dato politico è che non è stata la Sinistra (che per due volte – 1998 e 2006 – ha fatto fallire la prospettiva di Romano Prodi) a far concludere questi anni tristissimi, ma una variante della Destra.

I riferimenti al federalismo, alle politiche economiche, alla questione govanile, alla sicurezza, al welfare delle famiglie…..  si connettono fortemente ai contenuti di questo blog di ricerca.
Qui sotto l’audio di questo (forse) storico inizio:

 

Le due destre della politica italiana: Gianfranco Fini, Relazione di Mirabello, 5 settembre 2010.

Cacciari ad Affaritaliani.it: "Napolitano scioglierà il Parlamento" – Affaritaliani.it


“Ormai… con il clima che c’è in questo Paese. Bisogna vedere quali dossier saltano fuori, ma è impossibile fare un ragionamento politico in Italia. E’ assolutamente impossibile”.
Perché?
“Non è possibile fare un ragionamento politico laddove in ogni istante tutto può essere sconvolto dall’ultimo dossier e dall’ultima rivelazione. Orami non si fa più politica, ormai è una guerra per bande”.
Il Pd ha qualche responsabilità oppure è solo colpa del Centrodestra?
“Ha la responsabilità di aver perso con Prodi. Aver perso quel trend, ecco la grande responsabilità della sinistra”.
Ovvero?
“Il Centrosinistra ha buttato via un’occasione storica due volte: nel 1996 e nel 2006”.


E se si andasse a votare sceglierebbe ancora il Pd?“Certamente sì. Il voto è sempre a chi meno dannoso e mai per l’ideale”.
Quindi il Pd è il meno peggio…
“I giudizi politici sono sempre negativi”.
Come vede la figura di Napolitano?“E’ la nostra salvezza”.
Perché?“L’unico uomo politico di cultura e di spessore che c’è in circolazione. E’ l’unico vero statista. Napolitano dovrà tenere ferma la barra. E’ lui il vero nocchiero. Se c’è una crisi politica, in base alla nostra Costituzione, è il presidente della Repubblica che ha l’ultima parola. Il capo dello Stato deve accertare che non vi siano altre maggioranze parlamentari – la nostra è una Repubblica parlamentare, piaccia o no al signor Berlusconi -, molto probabilmente verificherebbe che non si sono altre soluzioni e quindi scioglierebbe le Camere, ma la prassi e la Costituzione obbligano il Presidente a verificare se ci sono maggioranze alternative e a cercare di evitare lo scioglimento del Parlamento. E’ un obbligo e non un optional”.

Ricordo di Enrico Berlinguer – di Emilio Russo

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Tra i ricordi, occupa – per milioni di persone – un posto speciale quello dei funerali. Raggiungemmo una Roma calda e assolata e trovammo sistemazione in una pensione accanto al Senato in quattro o cinque. In una camera sovraffollata. Oltre a me, se ricordo bene, c’erano Gianfranco, Gianstefano e Renato. Fu una notte insonne, senza la solita allegria di allora, disturbata dai rumori di una città così diversa da Como che di notte, ieri come oggi, andava tardi a dormire. Il giorno successivo raggiungemmo via delle Botteghe Oscure passando tra due ali di folla in cui si riconoscevano, qua e là, volti noti di compagne e compagni venuti da Como alla spicciolata. Volti tristi, con le lacrime agli occhi di chi ha subito la perdita di un famigliare o di un caro amico. Ne ricordo due per tutti: Afra e Walter Peron, due coniugi di Ronago non più giovani già allora ma che trovavi ovunque quando c’erano emozioni forti da condividere e la passione civile da testimoniare. Fosse la manifestazione dopo la strage di Bologna o il comizio conclusivo di una campagna elettorale. Non so come, ma riuscimmo ad accreditarci presso i responsabili e fummo spinti accanto al feretro di Berlinguer per uno degli ultimi turni della veglia (della “guardia d’onore” come si diceva allora). Giusto in tempo per assistere all’arrivo di Arafat, scortato da un servizio d’ordine che mise le mani addosso a tutti quanti stavano nella camera ardente per controllare che non avessero armi nascoste, sbattendo i presenti, attoniti, contro le pareti.
Poi il portone venne richiuso e fummo dirottati nel sotterraneo, dove finimmo per ritrovarci, noi, giovani sconosciuti dirigenti di una piccola federazione periferica, accanto ai famigliari di Berlinguer, ai dirigenti del PCI, agli ospiti più illustri. E in mezzo a questi percorremmo i pochi chilometri che separano via delle Botteghe Oscure da Piazza san Giovanni. L’ultimo corteo. L’ultimo saluto. Il congedo – lo intuivamo – da una storia di cui sentivamo di essere stati parte.
Forse, per molti, Berlinguer è il nome del proprio noviziato politico. Della propria giovinezza.
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Ricordo di Enrico Berlinguer – di Emilio Russo

Il monastero della tortura


Dopo la rivoluzione russa molti edifici sacri furono adibiti a carceri e centri di repressione politica Una studiosa narra la storia del complesso di Santa Caterina, presso Mosca
di Marta Dell’Asta
Pubblichiamo un brano tratto da «La dacia delle torture» di Marta Dell’Asta, articolo che compare sull’ultimo numero della rivista «La Nuova Europa», edita da Russia Cristiana Edizioni ‘La Casa di Matriona’ di Seriate. Tra gli altri contributi del bimestrale: «Il cuore del dissenso nelle Lettere di Havel» di Sante Maletta, «Stalin e la carta stampata» di Aleksandr Posadskov, «L’arte è più potente della politica» di Ljudmila Saraskina, «Gli anni meravigliosi di Reiner Kunze» di Thomas Brose, «Iosif Germanovic, che celebrava nei lager» di Rostislav Kolupaev, «Margherita Karikas, prigioniera di due regimi» di Monia Lippi, «Pellegrini nel mirino» di Angelo Bonaguro.
Un’aberrante logica ha fatto sì che dopo la rivoluzione russa molti edifici sacri, soprattut to monasteri, siano tornati utili agli scopi della repressione con le loro mura, le celle, i sotterranei… Il prototipo di questa mostruosa me tamorfosi è il tante volte ricordato monastero delle isole Solovki …
segue qui:

Il monastero della tortura

Mao à la Française How a dictator was transformed into an emblem of 'liberation'

E’ uscito un gran libro che racconta come Mao Tse-tung, uno dei più grandi carnefici della storia del genere umano, è stato trasformato in un simbolo di “liberazione” da un pugno di intellettuali francesi. I loro nomi sono noti: Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Philippe Sollers e Julia Kristeva. Così come si era innamorato del maoismo, Foucalt si sarebbe commosso per la Rivoluzione iraniana di Khomeini, da lui definito “un santo”. Quello chansonnier di Sartre, dal suo tavolo al Cafè de Flore, applaudì così al massacro degli atleti israeliani a Monaco 1972: “In questa guerra, la sola arma di cui dispongono i palestinesi è il terrorismo. I poveri e gli oppressi non ne hanno altre. Il principio del terrorismo è il seguente: bisogna uccidere”. Paghiamo ancora per le teorie di questi intellettuali da caffè che hanno legittimato il terrore totalitario e il risentimento antioccidentale. Sartre non aveva esitato a scrivere, nella prefazione a “I dannati della terra” di Fanon, che il fatto di uccidere un occidentale figlio del colonizzatore era parte del bene rivoluzionario.

Mao la francaise – [ Il Foglio.it › Zakor ]

Editoriali & altro …: L’antifascismo dei voltagabbana

“I libri di Sedita e Israel sulla logica opportunista degli intellettuali lungo il ventennio: un istante prima a libro paga del regime, dopo il ’45 eccoli fare i moralisti nel Pci”
Giovanni Sedita, INTELLETTUALI DI MUSSOLINI, Le Lettere, pp. 254, € 20
Giorgio Israel, IL FASCISMO E LA RAZZA, Il Mulino, pp. 444, € 29




Le politiche razziali del fascismo furono dettate esclusivamente da scelte di politica estera, e in particolare dall’alleanza stretta con Hitler, oppure ebbero radici e motivazioni autoctone? Razzismo e antisemitismo furono elementi costitutivi dell’ideologia fascista? Quale fu il coinvolgimento della società italiana? E quale il contributo di scienziati e intellettuali? Sono alcuni degli interrogativi cruciali con cui negli ultimi anni si è confrontata la storiografia, nell’intento di fare luce su origini e messa in opera delle leggi razziali antiebraiche volute dal regime nel 1938. Giorgio Israel torna sull’argomento e in questo libro documenta con rigore come il razzismo di Stato trovasse sostegno in talune elaborazioni teoriche della scienza italiana, dall’antropologia all’eugenetica, alla demografia. Quanto al mondo universitario, se per un verso scontò l’espulsione degli scienziati ebrei, per un altro contribuì alla politica razziale del regime, salvo poi, nel dopoguerra, “dimenticarsi” delle compromissioni, in un processo di rimozione che in molti casi dura ancora oggi.

Editoriali & altro …: L’antifascismo dei voltagabbana

I nipotini della sinistra massimalista e di Stalin non avendo più argomenti usano le armi e istigano all'omicidio: L'ultima pallottola delle BR "Ichino sei un assassino"

I nipotini della sinistra massimalista e di Stalin non avendo più argomenti intellettuali e intersoggettivi usano le armi e istigano all’omicidio Paolo Ferrario):

“Pugni e grugni degli Anni ‘70 in un’aula di tribunale. La gabbia degli imputati a maglia fitta perfin più di allora, le dita serrate verso l’alto, gli slogan: «Ichino assassino». Mentre una Corte d’Assise pronuncia una sentenza di tredici condanne – fino a oltre 14 anni di carcere – per le nuove Brigate Rosse, quaranta persone tra il pubblico alzano la mano chiusa e urlano contro il professore di Diritto del Lavoro, consulente dello Stato, che non si è riusciti ad ammazzare, come Marco Biagi e Massimo D’Antona. «Assassino». Lo gridano in aula a Milano, processo d’Appello, imputati, parenti, amici, compari.

… “Al di là della galleria di parole di solidarietà politica doverosa e distratta al professore, resta da ascoltare l’avvocato Giuseppe Pelazza, difensore di molti imputati: «Sono sentenze di un processo che fa parte di una battaglia politica e la Corte ha dimostrato di essere dalla parte del potere e contro chi lo contesta». Dalle gabbie si fanno cori per la «guerra di classe» e la «rivoluzione». E si dà dell’assassino all’uomo del quale, in una intercettazione ambientale, Bruno Ghirardi (dieci anni e dieci mesi scanditi ieri) diceva: «Ci armiamo per ammazzare Ichino». Ichino assassino?”

da Marco Neirotti, L’ultima pallottola delle BR “Ichino sei un assassino”, La Stampa 25 giugno 2010

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Franco Ferrarotti, Il 68 quarant'anni dopo

Quarant’anni dopo
Autore: Franco Ferrarotti
Prezzo: € 12,00
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Il ’68 innova. Il terrorismo uccide. Ancora oggi i graffiti graffiano. Il potere che rifiuta di esercitarsi come potere viene attaccato come oppressione. Il ’68 non è legato al terrorismo. Gli è contiguo. Ha dato luogo ad una zona grigia, al “brodo sociale” in cui il terrorismo è cresciuto.
Ma il terrorismo è la tomba del ’68. Un’analisi lucida e partecipata dal sociologo che ha conosciuto personalmente tutti i principali protagonisti. Ferrarotti “barone” che ha appoggiato ma anche sfidato i sessantottini. Ne approvava le idee ma non i metodi di espressione.
Un Ferrarotti protagonista di una stagione che ha cambiato le sorti dell’Italia.
Il libro comprende una ricerca inedita sui graffiti comparsi sulle strade di Roma e all’Università “La Sapienza” curata da Maria Immacolata Macioti, sociologa e autrice di numerosi studi sulla società contemporanea.

Pietro Ichino, UN PARTITO CHE SI QUALIFICA COME “FONDATO SUL LAVORO” NON PUO’ PARLARE SOLTANTO A META’ DEI LAVORATORI, NON PUO’ ASSUMERE COME RIFERIMENTO PRIVILEGIATO SOLTANTO META’ DEL MOVIMENTO SINDACALE, NON PUO’ IGNORARE CHE A REGOLARE I RAPPORTI DI LAVORO E’ PREPOSTO SOPRATTUTTO UN SISTEMA DI RELAZIONI INDUSTRIALI, LA CUI AUTONOMIA VA PROMOSSA RISPETTATA E DIFESA

ecco perchè la sinistra della sequenza storica Pci-Pds-Pd  ed il suo sindacato, la Cgil ha completamente perso il rapporto con la realtà del LAVORO in Italia
in queste condizioni MERITA DI PERDERE LE ELEZIONI
P. Ferrario

…. ci sono interi settori, nel nostro Paese, che funzionano in questo modo: non solo quello editoriale, ma anche le case di cura, dove non si assume regolarmente un solo medico o infermiere, perché tutti sono “a partita Iva”, o “a progetto”, o “appaltati” a cooperative, o comunque ingaggiati in forme anomale per eludere gli standard di trattamento. E in tutti i settori oggi di fatto si possono assumere in questi modi magazzinieri, carpentieri, segretarie di ufficio, autisti, portieri, tecnici informatici e qualsiasi altra figura professionale. Bene, ora immaginate che un partito dica a questi lavoratori di serie B, C e D: “noi auspicheremmo per voi una piena parità rispetto a quelli di serie A, ma ci rendiamo conto che per il momento questo è impossibile; è un obiettivo da collocare in un quadro di elevata e consolidata dinamica della produttività, condizione necessaria a compensare il connesso aumento di costo perl’impresa; per il momento, dunque, proponiamo per voi soltanto la graduale introduzione di una base di diritti di cittadinanza“. Non “i diritti di cittadinanza” tout court, che sarebbe velleitario, eccessivo: solo “una base” di quei diritti. Voi neri non potete pretendere di avere le stesse retribuzioni dei vostri colleghi, la tredicesima e il premio di produzione, i limiti di orario; e neanche – ohibò – una qualche garanzia di continuità del reddito e del rapporto: per voi proponiamo soltanto – e, sia ben chiaro, gradualmente – “una base di diritti di cittadinanza”, e un aumento dei contributi previdenziali, perché il vostro lavoro costa troppo poco. Che cosa penseranno quei lavoratori di un partito che fa loro discorso di questo genere? Questo discorso ai lavoratori di serie B, C o D, che vi ho letto, non è una caricatura: sono le parole testuali del documento che ci viene proposto come espressione sintetica della nuova politica del lavoro del Pd. ….

segue qui:
http://www.pietroichino.it/?p=8520

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Paolo Mieli, Le tre sconfitte della sinistra nell' Italia senza conservatori, Corriere della sera 18 maggio 2010

Nel saggio. Ernesto Galli della Loggia analizza tre date capitali della nostra storia nazionale La tesi Lo sforzo di delegittimare l’ avversario rimane la vera costante della lotta politica

Le tre sconfitte della sinistra nell’ Italia senza conservatori

Marcia su Roma, 18 aprile 1948, vittoria di Berlusconi nel ‘ 94: l’ ideologia dello scontro frontale e la debolezza del liberalismo

Ci sono tre date capitali della storia d’ Italia del Novecento che hanno qualcosa in comune: il 28 ottobre 1922 (marcia su Roma), il 18 aprile 1948 (successo elettorale della Dc), il 27 marzo 1994 (vittoria di Silvio Berlusconi)Ognuna di esse ha segnato l’ inizio di una fase nuova della storia del Paese: il fascismo, la repubblica dei partiti, la cosiddetta Seconda Repubblica. E ogni passaggio da una fase a un’ altra è avvenuto grazie a eventi esterni al sistema parlamentare, ognuno a suo modo traumatico: le violenze del biennio rosso, la sconfitta bellica e la minaccia sovietica, le inchieste giudiziarie di Mani pulite. Quel che accomuna queste date è il tema di Tre giorni nella storia d’ Italia (Il Mulino), nel quale Ernesto Galli della Loggia rivisita il «modello peculiarissimo» dell’ esperienza politica del nostro Paese, caratterizzata da una forte «divisività», cioè da contrapposizioni frontali tra parti che si considerano nemiche. Un fenomeno che porta con sé l’ inclinazione di ogni assetto politico di governo, nonché della parte del Paese che esso rappresenta, a considerarsi privo di alternative accettabili, dunque la tendenza a trasformarsi in «regime», mettendo (o cercando di mettere) gli oppositori in una posizione di tendenziale illegalità. Di qui una questione di legittimazione e delegittimazione che assurge a un ruolo centrale e permanente nel sistema politico italiano e che produce – su entrambi i versanti, quello dei detentori del potere e quello degli avversari – «una specifica (e tendenziosa) narrazione del passato funzionale ai bisogni del presente». Talché, secondo Galli della Loggia, si può dire «che fin dal momento dell’ Unità l’ uso pubblico della storia abbia avuto in Italia una sua sede esemplare». L’ effetto di questo insieme di fattori è stato l’ impossibilità di dar vita – come cosa normale, fisiologica – a schieramenti alternativi. E così «ogni reale novità politica o viene assorbita più o meno trasformisticamente, o è costretta in qualche modo a collocarsi all’ esterno del sistema e a proclamarsi fuori e contro di esso». Ne deriva il carattere traumatico dei passaggi di cui alle «tre date» che danno il titolo al libro. Un’ Italia che si configura come una «democrazia illiberale» («illiberale nella sostanza, nel modo concreto di funzionare, nella cultura generale della società») che nel secolo scorso si è fatta moderna «prendendo prima le forme brutali e ultrademagogiche del fascismo, poi quelle partitiche e popolari della Repubblica, infine quelle acquisitive e populistiche del berlusconismo». Ma qualunque forma abbia preso, scrive Galli, le è rimasto sempre addosso un marchio: quello della profonda estraneità verso ogni prospettiva di tipo conservatore, anche quando lo schieramento politico al potere ha esibito un volto «moderato». La mancanza di una «prospettiva conservatrice» – cioè di una dimensione pubblica orientata alla continuità, poggiante su valori e prassi non mutevoli, su una visione dell’ interesse collettivo non fluttuante per la continua incertezza delle pressioni, delle combinazioni politiche, delle amicizie – ha avuto come effetto l’ assenza di un’ amministrazione statale consapevole della sua funzione, preparata a esercitarla perché animata da un ethos adeguato: «Alla fin fine», sostiene l’ autore, «un’ amministrazione e una classe dirigente non possono che svilupparsi in una prospettiva conservatrice perché il loro scopo è precisamente quello di conservare, di trasmettere, di confermare e consolidare». Da noi tutto ciò è mancato. Ne è seguita una sostanziale estraneità alla democrazia liberale. Democrazia liberale che dovrebbe nutrirsi «di quel senso dell’ autocontrollo e del limite, di quel rispetto delle forme e delle consuetudini, di quella scettica tolleranza e insieme diffidenza verso ogni novità, di quella preminenza data a interessi non di parte o di partito, che sono caratteristiche di un punto di vista genuinamente conservatore». Ecco quale è stato il prezzo del nostro essere (o volerci proclamare) sempre rivoluzionari e invocare ogni volta a gran voce la rottura, la messa in soffitta del passato, la discontinuità.

Ma veniamo alla marcia su Roma. In Italia, nota Galli della Loggia, da una quindicina d’ anni a questa parte, o forse più, si continua sì ad analizzare il fascismo, ma si scrive e si studia molto meno il modo in cui Mussolini arrivò al potere. «In una storiografia tradizionalmente molto politicizzata come quella italiana, e in un ambiente politico come il nostro dove in un modo o nell’ altro il pericolo di un “ritorno al fascismo” è continuamente ancora oggi all’ ordine del giorno, il fatto non sembra casuale e non può mancare di sollecitare qualche tentativo di spiegazione che inevitabilmente lo colleghi a quell’ uso pubblico della storia, da noi praticato da sempre in misura massiccia». Questo «silenzio della storiografia» sulle origini del movimento mussoliniano (stiamo parlando della storiografia recente, ché lo stesso Galli ricorda come questi temi in passato fossero stati all’ attenzione di studi importanti a cominciare da quello fondamentale di Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, edito dalla Nuova Italia) secondo l’ autore è dovuto al fatto che «su questo punto si gioca qualcosa di ben più decisivo per la storia d’ Italia di quanto sia in ballo con la Resistenza» sulla quale ormai, a seguito di non poche battaglie culturali, sono stati, pressoché concordemente, stabiliti quantomeno i punti fondamentali. Per la vittoria del fascismo, invece, resiste una interpretazione per così dire classica, secondo cui essa fu «colpa» della vecchia élite, la quale «per scarsa fede nei suoi stessi valori, non fece nulla per sbarrargli la via preferendo di fatto consegnargli nelle mani il potere». Ciò che «la democrazia italiana e il suo discorso politico-storiografico ufficiale sembrano tuttora incapaci di ammettere è il fatto che le due culture politiche fondatrici di quella stessa democrazia – la cultura politica cattolica e la cultura socialista-comunista – abbiano avuto, ognuna a suo modo, e al pari di quella liberale, una parte attiva rilevantissima e decisiva nella crisi da cui nacque e per cui si affermò il fascismo». È per questo, per il fatto che è percepito come «delegittimante in misura non sopportabile», che la storiografia italiana ha abbandonato questo campo di ricerca, «dopo che per mille segni era diventato difficile mantenere la versione consacrata». Ma su cosa è che si dovrebbe tornare? Premesso che nell’ Italia del primo Novecento non riuscì a compiersi il passaggio dal liberalismo alla democrazia e che «il fascismo costituì una soluzione di ripiego, o meglio un surrogato, che a suo modo cercò di rappresentare e di accogliere dentro di sé aspetti tanto dell’ antico che del nuovo mediati dalla leadership carismatica di Mussolini», Galli ricorda che la marcia del fascismo verso il potere iniziò nella primavera del ‘
15, quando una minoranza antigiolittiana, in rapporto con importanti settori dell’ establishment, impose l’ entrata in guerra del nostro Paese. Fu in quel frangente che «i modi dell’ urbanità e del galantomismo che fino a quel momento avevano dominato il campo che si chiamava “costituzionale” cominciarono a cedere il passo alla spregiudicatezza, all’ uso pubblico delle insinuazioni e delle contumelie, alla convinzione terribile che il fine giustifica i mezzi» e in ambienti fin lì dediti alla compostezza si fecero largo «una sbrigatività compiaciutamente plebea e una febbrile eccitazione intellettuale». 
Per quel che riguarda il primo dopoguerra, poi, lo storico torna su un fatto «troppo spesso dimenticato in nome del politicamente corretto»: l’ ondata di violenze «che si abbatté sull’ Italia a partire dall’ estate del 1919 ebbe un segno sia di destra che di sinistra e anzi, per almeno un anno, molto più di sinistra a causa della posizione rivoluzionaria assunta dal Partito socialista». Fu Pietro Nenni a descrivere così l’ Italia di quei mesi: «Qua e là si armavano per spontaneo impulso milizie rosse, sorgevano centurie operaie, si formavano organizzazioni giovanili sul piano militare, si rastrellavano, specie nelle zone di guerra, armi e munizioni… nessuno può contestare che in molte province e nelle maggiori città il potere fosse effettivamente esercitato dalle Camere del Lavoro». Quel Psi che voleva la rivoluzione «come in Russia» si spostò, secondo Galli, «su posizioni antinazionali destinate a raggiungere punte di autolesionismo demente». E non furono solo le violenze diffuse, ma anche un apparato ideologico teso a legittimarle. A riconfermare la propria avversione al militarismo, in occasione delle elezioni del 1919 il Psi utilizzò la formula dell’ «indegnità morale» per escludere dalle liste chiunque, a qualunque titolo, avesse appoggiato la guerra, estendendo la disposizione a coloro che non avevano rifiutato la chiamata alle armi. In occasione delle feste nazionali molti comuni amministrati dai socialisti rifiutarono di esporre il tricolore e dovettero intervenire i prefetti per costringerli a tornare su quella decisione. Per imporre l’ assunzione del maggior numero possibile di lavoratori per il maggior numero possibile di giorni, i socialisti si impegnarono in una lotta tesa a ridurre o addirittura a proibire l’ impiego delle macchine agricole. Al consiglio nazionale del Psi dell’ aprile 1920 il segretario Egidio Gennari affermò che compito dei loro deputati non era altro che quello di «ostacolare il funzionamento dell’ istituto parlamentare». Il massimalismo socialista, secondo l’ autore, «deve essere considerato la causa principale che valse a giustificare presso l’ opinione pubblica moderata l’ azione violenta del fascismo, guadagnandogli un vero consenso di massa». A differenza di quel che accadde in Germania, dove le istituzioni parlamentari godevano all’ epoca di un presidio politico poderosissimo sulla propria sinistra rappresentato dalla Spd, in Italia «il Partito socialista anticipò il fascismo nell’ attacco alle istituzioni, svolgendo in un certo senso, ma con maggior vigore, il medesimo ruolo destabilizzante e antisistema svolto in Germania dal Partito comunista».

E veniamo alla seconda data. Il 18 aprile del 1948 – il giorno in cui la Dc di Alcide De Gasperi vinse la più importante tornata elettorale del dopoguerra per la prima legislatura repubblicana – è visto come fine dell’ «ambiguità dell’ antifascismo», che fin lì poteva essere evocato per fondare modelli di democrazia dai contenuti di fatto opposti. Ricorda, l’ autore, le parole di De Gasperi, il quale già nel 1944 definiva l’ antifascismo «un fenomeno politico contingente che, ad un certo punto, per il bene e il progresso della nazione, sarà superato da nuove solidarietà politiche, più inerenti alle correnti essenziali e costanti della nostra vita pubblica». E quelle di Mario Scelba, che intravedeva nell’ eliminazione degli ex fascisti la cancellazione di «uno strumento di ricatto politico» dal momento che tutti i funzionari erano «sotto la spada di Damocle dell’ epurazione per sfuggire alla quale bastava iscriversi al Partito comunista». Il libro riporta le parole di Lelio Basso, che nel febbraio 1947, da segretario di un Partito socialista alleato al Pci (fatale errore commesso dal Psi, in ciò diverso da tutti i più importanti partiti socialisti europei), si batteva «per impedire la nascita della repubblica borghese contro l’ auspicata repubblica dei lavoratori». In un comizio del ‘ 47 Basso diceva: «È necessario anche violare la legalità… ogni volta che la democrazia ha fatto un passo in avanti nella storia, ha dovuto voltare le spalle alla legalità… è violando la legge che si forma la coscienza della lotta di classe e quindi la coscienza democratica». Ferruccio Parri, dopo il colpo con il quale i comunisti nel febbraio 1948 si impadronirono del potere a Praga, così commentò l’ uscita di molti ex resistenti azionisti dall’ Anpi: «Bisogna dare per scontata l’ impossibilità per i partigiani non comunisti di rimanere ancora in questa organizzazione». A causa di queste antinomie, secondo l’ autore, la Resistenza non riuscì ad essere, dunque, uno stabile punto di riferimento per la rinascita della democrazia nel secondo dopoguerra. E Galli conclude con una riflessione sulla «singolare circostanza per cui l’ esperienza politica dell’ Italia democratica in tanto poté avere inizio in quanto vi fu la rottura di quell’ antifascismo stesso che si era storicamente incarnato nella fase decisiva della Resistenza». E fu La repubblica dei partiti (così è intitolato il libro di Pietro Scoppola, edito dal Mulino, che racconta la storia dell’ Italia repubblicana) come già, sui partiti, si era strutturato il Comitato di liberazione nazionale. Ma non è tutto. Il 18 aprile segna l’ avvento al potere «non già di un partito, ma di una vera e propria parte del Paese, quella che in obbedienza ai dettami antiliberali della Chiesa e alle prerogative del Papa-re non si era riconosciuta nel Risorgimento e che, proprio per questo, si era tenuta, ed era stata tenuta, ai margini del sistema politico, venendo quasi considerata, insieme ai “rossi”, fuori dalla legittimità monarchico-costituzionale». Come mai? Nel vuoto creatosi con la caduta del fascismo, vuoto che i partiti ancora disorganizzati e i loro esigui gruppi dirigenti non potevano certo riempire, la Dc, con alle spalle la Chiesa (tre quarti dei deputati democristiani eletti nel 1946 all’ Assemblea Costituente proveniva dall’ Azione cattolica) era la sola a poter reggere l’ urto di socialisti e comunisti, ma soprattutto a potersi fare carico della responsabilità di guidare il Paese.

Più complicato è affrontare il tema della terza data: il 27 marzo 1994. Più complicato perché, mette le mani avanti Galli della Loggia, «oggi è più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi». Nel senso che nessuno rischia di passare per un simpatizzante del nazismo se gli capita di sostenere che ci sono ragioni oggettive che spiegano il successo di Hitler. Mentre se si dice che l’ ascesa di Berlusconi e il mantenimento del suo potere sono stati assai favoriti dalle contraddizioni delle inchieste di «Mani pulite» e dalla raffica di procedimenti a suo carico «non solo si suscita, specie in certi ambienti, una diffusa incredulità ma si rischia di essere sospettati di “stare dalla parte di Berlusconi”, incorrendo con ciò in un’ immediata scomunica». Galli a
ccetta la sfida. Analizza una per una le patologie che portarono alla crisi della Prima Repubblica; ricorda che la legge sul finanziamento pubblico dei partiti varata nel 1974, che prevedeva sanzioni severe per i trasgressori, per quasi vent’ anni restò lì a languire (nella legislatura 1987-92 non pervenne alla Camera dei deputati neanche una richiesta di autorizzazione a procedere per violazione di quelle norme, neanche una!); riprende le riflessioni di un acuto libro di Luciano Cafagna, Una strana disfatta (Marsilio), sul crollo dei socialisti e degli altri partiti di governo; si sofferma su un altro libro – quello di Guido Crainz, Il Paese mancato (Donzelli) – per interrogarsi su come fecero gli ex comunisti, nonostante le loro stesse ammissioni, a cavarsela con non più di qualche graffio; riconosce alla magistratura i meriti che le spettano pur imputandole la «perdita di quell’ immagine di assoluta neutralità, senza la quale non può esservi fiducia nella giustizia»; riconosce a Berlusconi il merito di essere stato «indiscutibilmente» l’ artefice del bipolarismo italiano. «Le ragioni oggettivamente positive legate al ruolo sistemico svolto di fatto da Berlusconi», scrive Galli della Loggia, «vengono a trovarsi singolarmente in contrasto con le caratteristiche negative legate al suo ruolo sociale». Silvio Berlusconi, prosegue, «ha saputo vedere e interpretare meglio il vuoto che si era creato, e lo ha utilizzato per costruirvi un disegno politico a suo gusto e misura; non già facendo appello a chissà quali pulsioni liberticide e autoritarie, che in verità all’ Italia sono mancate anche quando vi regnava un regime che liberticida e autoritario lo era davvero; bensì strizzando l’ occhio complice – mi pare l’ espressione più adatta – agli animal spirits dell’ imprenditoria diffusa, al particulare egoistico e al buon senso della piccola gente, al gusto per la favola televisiva dei troppi incolti che la nostra scuola lascia tali». A noi sembra, come quelle di cui alle date precedenti, un’ analisi seria, ben argomentata, condivisibile. C’ è da sperare che chi non dovesse condividerla – e ci sarà, come è ovvio che sia – si pronunci con argomenti e non con anatemi. Sarebbe un bel segnale di incivilimento del nostro modo di discutere della storia recente.  

«Tre giorni nella storia d’ Italia» il nuovo libro di Ernesto Galli della Loggia edito dal Mulino (pagine 161, 10) Il testo si sofferma su tre momenti decisivi di trapasso nel corso del XX secolo: l’ ascesa del fascismo, l’ instaurazione dell’ egemonia democristiana, l’ avvento di Berlusconi Autore Nato a Roma nel 1942, Ernesto Galli della Loggia (nella foto) è docente ordinario di Storia contemporanea presso l’ Istituto Italiano di Scienze Umane (Sum) Editorialista del «Corriere della Sera», ha scritto diversi saggi sulle vicende del Novecento Tra le sue opere: «Lettera agli amici americani» (Mondadori, 1986); «Intervista sulla destra» (Laterza, 1994); «La morte della patria» (Laterza, 1996); «L’ identità italiana» (Il Mulino, 1998) Lo scorso anno ha scritto insieme al cardinale Camillo Ruini un libro dal titolo «Confini» (Mondadori) * * * Saggi, ricostruzioni, testimonianze Spartiacque decisivi tra epoche differenti Sulle vicende che portarono Mussolini al governo, due testi classici sono Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu (Einaudi) e Nascita e avvento del fascismo di Angelo Tasca (La Nuova Italia). Un contributo recente è il saggio di Giulia Albanese La marcia su Roma (Laterza, 2008), mentre un ampio panorama sulle violenze dell’ epoca è offerta da Fabio Fabbri nel libro Le origini della guerra civile (Utet, 2009). Per quanto riguarda le elezioni del primo Parlamento repubblicano, vanno segnalati i testi di Edoardo Novelli Le elezioni del Quarantotto (Donzelli, 2008), Federico Orlando 18 aprile. Così ci salvammo (Cinque lune, 1988) e di Lamberto Mercuri 18 aprile 1948 (Marzorati, 1991), mentre un inquadramento generale è fornito da Pietro Scoppola in La repubblica dei partiti (Il Mulino, 1991). Interessante inoltre la testimonianza di Luigi Gedda 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’ artefice della sconfitta del Fronte popolare (Mondadori, 1998). Sulla crisi della Prima Repubblica e l’ avvento del Cavaliere: Luciano Cafagna, Una strana disfatta (Marsilio, 1996); Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica (Donzelli, 2009); Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia (Donzelli, 2010).

Le tre sconfitte della sinistra nell’ Italia senza conservatori

Degli storici italiani, Ernesto Galli della Loggia è forse quello che meno ha frequentato gli archivi, come ricordava perfidamente il vecchio Renzo De Felice. Di sicuro, però, è anche quello che meglio ha contribuito a ripensare i corsi e ricorsi, e le costanti e le invarianti, che costellano la storia italiana. Lo dimostra questo felice libretto, che sotto le apparenze di un umile nozionismo dischiude in realtà un’acuta analisi della singolarità politica nazionale e dei suoi tratti di sistema: la politicizzazione esasperata, il bisogno insopprimibile di un nemico da abbattere, il tacciare l’avversario di illegittimità, la debolezza nella rappresentanza, la fragilità istituzionale.
Frutto di un incontro berlinese organizzato dall’Istituto di cultura nel ventennale della riunificazione, per spiegare a un pubblico inavvertito, e pregiudizialmente ostile, l’Italia di Silvio Berlusconi, il saggio affronta tre date traumatiche, come la marcia su Roma, che il 22 ottobre 1922 segnò la fine dello stato liberale e l’avvento del fascismo; la vittoria del partito cattolico sul fronte socialcomunista, che il 18 aprile 1948, con le prime elezioni libere a suffragio universale, aprì il passaggio dalla dittatura alla democrazia repubblicana; e infine la vittoria del “partito di plastica” di Silvio Berlusconi il 27 marzo 1994, che riattivò dopo Mani pulite, la paura del fascismo.
Galli della Loggia ricostruisce i tre episodi con notazioni inedite, come il messianesimo di Ada Negri, la poetessa che all’indomani della Grande guerra sognava l’Uomo nuovo coi tratti del Duce; o come l’omessa colpa di cattolici e socialisti nell’avvento della dittatura, uno dei tabù originali della democrazia nata dalla Resistenza. Ma la sua abilità sta soprattutto nell’identificare un comune denominatore, per le tre date, in una sorta di deriva rivoluzionaria congenita allo stato nazionale, che nacque sì dal Risorgimento, ma per effetto di una rottura rispetto al passato degli stati preunitari. Il che lo spinge a vedere nella democrazia illiberale “il volto autentico della modernità italiana”, affidato a minoranze attive, ma sempre incerte, fragili, provvisorie, e disposte a abbandonare le regole costituzionali per obbedire alla più urgente volontà della nazione. Si spiega così l’impossibilità dei conservatori in Italia, e cioè di una classe dirigente tranquilla e sicura di sé, ma anche l’assenza di un’amministrazione pubblica impermeabile all’interesse di parte, quando si tratta di difendere l’interesse collettivo.

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