interloquendo con una persona sul tema CULTURA DEL PERDONO

Caro G  C C
grazie ancora per le tue generose precisazioni.
ma io sul perdono non sono per nulla d’accordo
ho politicamente gioito per l’impiccagione di saddam hussein e di gheddafi
sarei favorevole alla pena di morte per certi reati ( e incerto se, magari, il carcere a vita è più penalizzante della pena di morte)
sono colpevolista ancora prima del processo per il muratore che ha fatto morire dissanguata e di freddo la adolescente Yara
spero che i cittadini di Trapani trovino prima loro quello che ha ammazzato il ragazzino di 8 anni dopo avergli sfilato le mutande
mi fa schifo C B (un terrorista da anni 70) che gira per i salotti di como a presentare i suoi libri sui contrabbandieri
guardo criminal minds e sono felice solo quando lo psicoassassino muore male
ti chiederai perchè uno che ha 25.000 libri ed ha studiato in una media di 6 ore al giorno dal 1968 ragiona così.
forse perchè già allora trovavo oscene le teorie criminologiche di una certa sociologia francofortese che imputava i reati alle regole (ma non si poteva dirlo perchè  era politicamente scorretto)
forse perchè non mi dimenticherò mai la telefonata del brigatista rosso tal dei tali poche ore prima di far ritrovare il cadavere rattrappito di Moro
forse perchè non saprei mai difendermi da solo con qualche accoltellatore islamico da strada o bombarolo da treno o palestrato culturista nazifascista o frequentatore dei centri sociali stile no tav con mazza e catene , e quindi conto molto sulle forze dell’ordine come garanti della mia sicurezza da fragile e indifeso
la sicurezza è l’altro versante delle politiche di welfare. senza sicurezza non c’è benessere
e forse perchè fa parte della mia storia personale essere contraddittorio
non sta a me comminare le pene: spetta alle istituzioni e alla magistratura. ma di certo gli assassini morali e materiali, per quanto mi riguarda, dovrebbero stare in carcere e poi (se escono) stare zitti per il resto della loro miserabile vita. Invece di essere coccolati da persone inquietanti come pannella
sto con le vittime e non accomuno alle vittime coloro che le hanno rese vittime
mi spiace la schiettezza
non avrei mai voluto aprire questo versante della mia personalità ed è per questo che avrei preferito chiudere la discussione dicendoti solo: “sono felice per il vostro amore” (come io sono felice del mio con luciana, per la quale ho sempre paura perchè fa un lavoro difficile con persone difficili e percorre pezzi di strada pericolosi)
ti prego di scusare la velocità delle mie considerazioni. sul mio “to cross the line” ho scritto una pagina di diario per la quale molti ex compagni (in genere già in pensione a 50 anni) sputano quando mi incontrano:
 
saluti cari
e buon futuro

QUANDO C'ERA BERLINGUER, di Walter Veltroni, 2014. Allegato a l'Espresso del 24 orrobre 2014

dal mio To Cross Line:

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

da http://paolodel1948.com/to-cross-the-line/

 

Qualcuno era comunista perchè Berlinguer era una brava persona:

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problemi di definizione: RAZZISMO

“tendenza politica, psicologica e culturale a esaltare le qualità fisiche, intellettuali, religiose e spirituali di un popolo o di un gruppo etnico nei confronti di tutti gli altri”

Più segnali ed indicatori mostrano che questa definizione (trascritta dalla ENCICLOPEDIA DEL DIRITTO, DeAgostini editore) si attaglia perfettamente all’atteggiamento ed alle pulsioni motivazionali che gli islamici professano (tramite i loro imam) nei confronti della cultura occidentale europea e angloamericana

  1. Ramadan, bufera sull’Imam “Giustifica il suicidio dei bimbi  – Il Giorno

    10/ago/2013 – Non c’è Ramadan a Milano senza polemica. Quest’anno, messa la sordina sull’annosa questione della moschea che i musulmani chiedono e 

  2. Le moschee segrete e l’imam che sogna i bambini kamikaze 

    http://www.ilgiornale.it/…/moschee-segrete-e-limam-che-sogna-i-bambini-kam…

    10/ago/2013 – Quali sono gli umori prevalenti nella pancia dell’Islam milanese? Cosa pensano e cosa vogliono i dirigenti delle moschee – quelle grandi e 

  3. A Milano l’imam dei martiri. Gli ebrei: “Pisapia si dissoci” – IlGiornale.it

    http://www.ilgiornale.it/…/milano-limam-dei-martiri-ebrei-pisapia-si-dissoci-94…

    09/ago/2013 – Sembra proprio che l’Islam milanese non riesca a tenersi fuori dalle polemiche. Il caso che accende di nuovo i riflettori sulle «moschee» 

C’è ‘OFFERTA POLITICA che cercavo. Una testa un voto (non più di “appartenenza”, ma di “scelta”)

C’è ‘OFFERTA POLITICA che cercavo.

Una testa un voto (non più di “appartenenza”, ma di “scelta”):

la X sulla scheda del Senato andrà  alla formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, della quale sarà capolista PIETRO ICHINO, cui va la mia ammirazione per la sua coerenza e coraggio.

Paolo Ferrario, Como 24 dicembre 2012

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dal Blog di Pietro Ichino:

…..

Nella lettera ai frequentatori di questo sito

le ragioni della mia decisione di accettare la candidatura come capolista per la Lombardia al Senato nella nuova formazione politica che si costituisce a sostegno del memorandum Cambiare l’Italia, riformare l’Europa.

In proposito v. pure la mia intervista alla Stampa di oggi.

È on line su questo sito il terzo capitolo del memorandum, in materia di lavoro e welfare, che presenta le maggiori assonanze con le mie idee e proposte.

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Mie sottolineature:

lista “per l’Agenda Monti” per l’elezione del Senato in Lombardia: una lista in cui si esprimerà – qui come in tutte le altre regioni italiane – quella larga parte della società civile che rifiuta il populismo sostanzialmente antieuropeo di Berlusconi e della Lega, ma al tempo stesso è preoccupata dall’ambiguità della posizione del Pd.
Mi consente, e in certa misura impone, il compimento di questo passo una concezione laica dell’impegno politico: l’adesione a un partito non può  mai diventare una sorta di atto di fede vincolante qualsiasi cosa accada. Esiste un limite oltre il quale l’adesione stessa, se in contrasto con la linea d’azione che si considera la migliore, può diventare una forma di doppiezza politica inaccettabile.

..

La speranza è che la scelta che compio oggi possa contribuire, oltre che alla costruzione di una formazione politica capace di dare solide gambe e braccia all’Agenda Monti, anche a innescare nel Pd il chiarimento finora mancato.  E che il chiarimento stesso porti a una coalizione tra lo stesso Pd e la nuova formazione che nascerà da queste elezioni, per dar vita a un governo stabile e determinato nel perseguimento della strategia europea dell’Italia. Meglio se ciò accadrà prima delle elezioni, piuttosto che dopo: gli elettori hanno diritto di sapere con precisione per che cosa votano.

L’intervento di Pietro Ichino per le primarie del Pd a favore di Matteo Renzi, 2012

A me sembra che chi rappresenta da anni – se non da decenni – la sinistra italiana, prima di dare lezioni al mondo intero su come si è davvero “di sinistra”, dovrebbe rendere conto dei risultati conseguiti fin qui.

Se sinistra in politica significa essenzialmente costruire un sistema capace di grarantire pari dotazioni di partenza e pari opportunità per tutti, chi ha guidato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo, snobbando le grandi socialdemocrazie del nord-Europa (vi ricordate? “noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza: vogliamo controllare i mezzi e i modi in cui la si produce”) dovrebbe render conto, per esempio, dei risultati conseguiti nel nostro Paese sul piano della riduzione delle disuguaglianze: nel nord-Europa su questo terreno hanno raggiunto risultati enormemente migliori dei nostri e noi abbiamo uno degli indici di disuguaglianza più alti del continente. Dovrebbe render conto anche di un tasso di occupazione complessivo che è tra i più bassi del mondo: se da noi lavorasse la stessa percentuale di persone in età attiva che lavora in Gran Bretagna, avremmo cinque milioni in più di italiani nel mercato del lavoro, di cui quattro milioni donne; e se il tasso fosse quello dei Paesi scandinavi, sarebbero sette milioni in più, di cui cinque e mezzo donne. Avremmo il doppio di occupati nella fascia tra i 18 e i 30 anni; e il doppio nella fascia tra i 55 e i 70. Dovrebbe render conto, ancora, di un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, escludendo dal proprio campo di applicazione un’intera nuova generazione. E poi perché questi troppo pochi italiani che lavorano devono avere retribuzioni che sono mediamente, a parità di mansioni, la metà di quelle degli svizzeri e dei tedeschi, pagando su queste retribuzioni le tasse più alte d’Europa già nella fascia dei mille euro al mese?

Se chiedete conto di questi risultati a uno qualsiasi dei dirigenti della nostra sinistra, potete stare sicuri che vi risponderà: “ma noi non ne siamo responsabili, perché siamo stati al governo complessivamente per poco tempo e solo per periodi brevissimi”. Non si rendono conto che anche questo dato concorre al bilancio fallimentare della stessa sinistra: perché tanta difficoltà a raccogliere il consenso della gente? Non sarà, per caso, che proprio la parte più povera del Paese a 60 anni dalla Liberazione non si è ancora convinta della nostra capacità di fare davvero i suoi interessi?

Se chi ha guidato la sinistra italiana per questi 60 anni, dal Pci al Pds ai Ds, fino al Pd di oggi, si ponesse questa domanda con un minimo di umiltà – che in politica si chiama capacità di autocritica – e quindi cercasse davvero risposte vere e credibili, forse si accorgerebbe che i più deboli e i più poveri non votano più a sinistra da molto tempo, che sei operai italiani su dieci che votano scelgono partiti di destra o di centro, che le roccheforti elettorali della sinistra non sono tra i precari, ma nell’impiego pubblico e tra i pensionati; non tra i più giovani, ma tra i più vecchi; non tra chi rischia di più, ma tra chi rischia di meno.

Non potrebbe essere diversamente; perché da anni ormai questa sinistra, a ben vedere, al di là delle grandi enunciazioni astratte pratica soprattutto una parola d’ordine: “difendere”, e se si va a vedere da vicino si constata che è sempre un difendere l’esistente. Difendere prioritariamente i diritti esistenti – anche se sono piccole rendite – senza chiedersi mai se questo renderà più facile o più difficile l’accesso a quegli stessi diritti da parte di chi ne è escluso. Ma difendere anche vecchie norme, vecchie strutture amministrative, vecchie strutture produttive, vecchi posti di lavoro regolari; mai una volta che, in concreto, venga messa al primo posto per davvero la costruzione delle pari opportunità, cioè l’interesse di chi da quei diritti, da quel tessuto produttivo è permanentemente escluso.

Questa è la sinistra che negli anni ’70 difendeva a spada tratta il modello esclusivo del lavoro a tempo pieno opponendosi al riconoscimento del part-time; che negli anni ’80 e ’90 difendeva come un baluardo fondamentale di civiltà il monopolio statale dei servizi di collocamento (come se in questo campo il discrimine tra buono e cattivo fosse quello che passa tra pubblico e privato, e non quello che passa tra servizio efficiente fornito alla luce del sole e servizio inefficiente o fornito clandestinamente); la sinistra che fino al giugno 2011 ha difeso come chiave di volta irrinunciabile per la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale (salvo cambiare idea nel giugno dell’anno scorso, dieci anni dopo rispetto alla sinistra tedesca e a quella svedese, senza chiedere scusa per il ritardo); la sinistra che fino al luglio scorso ha difeso fino alla morte il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come garanzia irrinunciabile della dignità e libertà dei lavoratori. Ma non abbastanza irrinunciabile perché quella stessa sinistra si preoccupasse di una metà abbondante dei lavoratori dipendenti italiani che ne era permanentemente esclusa; e negli ultimi tre decenni la quota di lavoratori protetti sul totale era andata costantemente riducendosi.

È la stessa sinistra che di fronte a qualsiasi crisi aziendale si schiera sempre, a priori, inflessibilmente, non in difesa della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, ma in difesa della conservazione delle strutture esistenti, incurante del fatto che conservare sistematicamente strutture obsolete e rapporti di lavoro ormai poco o per nulla produttivi ha necessariamente un effetto depressivo sulle retribuzioni. È la sinistra che ha difeso fino allo stremo il diritto della mia generazione di andare in pensione a cinquant’anni o anche prima, pur essendo perfettamente consapevole della insostenibilità di quel regime, che infatti è stato debitamente riformato già nel 1995, ma solo per le nuove generazioni. E che, più in generale ha considerato perfettamente “di sinistra” (pardon: keynesiano), per finanziare le pensioni della mia generazione, prendere a prestito per un quarto di secolo l’equivalente di 30 miliardi l’anno, lasciando il debito da ripagare a figli e nipoti.

Nei seminari internazionali ciascuno degli studiosi che incontro può presentare, magari per criticare, qualche cosa che la sinistra del suo Paese ha sperimentato nell’ultimo mezzo secolo: che porti il marchio Mitterrand, Zapatero, Blair, Schroeder,  Clinton od Obama; che porti un segno più liberal o più socialdemocratico, o persin0 vetero-socialista, ma pur sempre qualche cosa che ha connotato il governo di quel Paese per almeno una stagione. La nostra vecchia sinistra è bravissima nel pontificare e nel criticare le altre, ma quanto a  fatti di governo del Paese ha un palmarès desolatamente vuoto. Non può vantare neppure la nazionalizzazione dell’energia elettrica degli anni ’60 o lo Statuto dei Lavoratori del 1970, perché non li ha votati: era all’opposizione. L’achievement più rilevante che può vantare è l’aver smontato lo “scalone Maroni” nel 2007, ponendo le premesse per rendere più traumatica la riforma delle pensioni che il Governo Monti ha dovuto fare a rotta di collo quattro anni dopo per rimettere il Paese in linea di galleggiamento.

È la sinistra che – come ha osservato Abravanel – ha tacitamente accettato di dividersi i compiti con la destra lasciando a questa la difesa delle grandi rendite e riservando a se stessa la difesa di quelle piccole. Non c’è proprio da stupirsi che questa sinistra abbia perso da tempo sia il sostegno degli esclusi, dei più poveri, sia quello dei più produttivi.

Se è così, per favore, che i rappresentanti di questa sinistra abbiano almeno il buon gusto di non impancarsi ad arbitri su chi e che cosa sia “di sinistra” e chi e che cosa “di destra”: hanno mostrato di avere le idee confusissime in proposito. E, soprattutto, non si mettano di traverso se una nuova generazione si propone di costruire una sinistra diversa: meno verbosa e retorica, più pragmatica e attenta ai dati di fatto, più capace di confrontarsi con le migliori esperienze straniere (dalle quali abbiamo moltissimo da imparare, invece di giudicarle, come usiamo fare, dall’alto in basso), più esigente riguardo ai risultati.

Questa nuova sinistra si porrà per primo il problema di riunificare il mercato del lavoro, smettendo di difendere con le unghie e coi denti le 2000 pagine della nostra legislazione attuale, ipertrofica, caotica, letteralmente illeggibile per coloro che devono applicarla quotidianamente, e varando un nuovo statuto della materia – il Codice del Lavoro semplificato – che, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970 sia conciso, semplice, immediatamente leggibile e comprensibile da tutti. Quando fu varato – lo ricordo bene perché erano i primi anni della mia vita adulta –  riproducemmo lo Statuto dei Lavoratori in milioni di copie, lo distribuimmo in ogni angolo d’Italia, e dopo tre mesi lo avevano letto e capito benissimo tutti; e cambiò la cultura del lavoro nel nostro Paese. Ecco, con questo nuovo Codice del Lavoro di 59 soli articoli vogliamo compiere la stessa operazione. E a chi ci accusa di aver messo insieme un programma raccogliticcio, solo in vista di queste primarie, rispondo che Matteo fu tra i primi, nel 2010, a organizzare a Firenze un seminario su questo disegno di legge, che avevo presentato da poco in Senato, con altri 54 senatori del Pd; ed esso è stato poi affinato attraverso centinaia di incontri con i sindacati, con gli imprenditori, nelle università di tutta Italia. Un nuovo statuto capace di applicarsi a tutti, e non soltanto a metà dei lavoratori dipendenti italiani: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni fondamentali, di cui oggi un’intera nuova generazione è privata, ma nessuno inamovibile; la sicurezza economica e professionale non si può fondare sull’ingessatura del posto di lavoro, ma sulla garanzia di continuità del reddito e professionale, in caso di perdita del posto. Un nuovo statuto allineato ai migliori standard internazionali e suscettibile di essere agevolmente tradotto in inglese: un biglietto da visita formidabile per dare agli investitori stranieri il segno di un cambiamento profondo del nostro Paese, della nostra volontà di aprirlo ai migliori piani industriali.

Questo dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri è un punto fondamentale della nostra strategia per la crescita, che la vecchia sinistra non ha mai capito. Se soltanto fossimo capaci di allinearci per questo aspetto alla media europea, questo significherebbe un maggior flusso di investimenti in entrata nel nostro Paese pari a 50-60 miliardi ogni anno: centinaia e centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, con piani industriali capaci di valorizzarlo, il nostro lavoro, mediamente molto meglio di quanto avviene comunemente nelle nostre aziende. Certo, ci sono anche i settori in cui abbiamo noi gli imprenditori eccellenti; e lì non abbiamo alcun bisogno di proteggerli. Ma nella maggior parte dei casi l’eccellenza imprenditoriale dobbiamo imparare a importarla; dobbiamo imparare a ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale per portarla in casa nostra. Nella cultura della nostra vecchia sinistra, invece, le multinazionali sono ancora il braccio operativo dell’imperialismo, sono soggetti pericolosi, da cui tenersi alla larga. Certo, ci sono anche tra gli stranieri dei pessimi imprenditori dai quali tenerci alla larga; ma se per paura di questi ci chiudiamo ermeticamente, finiamo col subire tutto il peggio (per noi) della globalizzazione, in particolare la concorrenza della manodopera dei Paesi emergenti, privandoci dei suoi aspetti per noi potenzialmente più positivi. Guardiamo come è andata con l’ultimo grande investimento di una multinazionale in Italia: quello deciso da Ciampi e Prodi nel 1993, con la vendita del Nuovo Pignone alla General Electric: in quindici anni il fatturato dell’azienda è quadruplicato e i suoi dipendenti hanno retribuzioni che sono del 50 per cento superiori a quelle degli altri metalmeccanici italiani, a parità di mansioni.

Per aprirci agli investimenti stranieri, certo, non basta semplificare il nostro sistema delle relazioni industriali e allinearlo rispetto ai migliori standard europei. Occorre anche migliorare le nostre infrastrutture, tra le quali metterei anche il nostro senso civico diffuso, quella civicness della quale noi italiani difettiamo rispetto agli altri popoli del centro e nord-Europa; e migliorare molto le nostre amministrazioni pubbliche, incominciando da quella della giustizia. Anche questo è un capitolo del programma di Matteo Renzi che nasce da anni di osservazioni comparatistiche, di studi e di elaborazioni: vogliamo amministrazioni organizzate prioritariamente in funzione degli interessi degli utenti, e non – come accade oggi – in funzione degli interessi dei propri addetti. Amministrazioni i cui dirigenti vengano ingaggiati in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi, specifici, misurabili, collegati a scadenze temporali ben definite; e vengano immediatamente valutati in relazione al raggiungimento o no di quegli obiettivi, controllabile immediatamente on line da tutta la cittadinanza. Amministrazioni sottoposte in modo capillare al controllo immediato della cittadinanza su ciascun loro atto, anche quello di minimo rilievo, mediante l’applicazione rigorosa del principio della full disclosure, della trasparenza totale, cioè dell’accessibilità in rete di ogni atto e ogni documento, anche di uso soltanto interno, di ciascun ufficio. Come da tempo si fa in Svezia, in Gran Bretagna e negli U.S.A. sulla base dei Freedom of Information Acts.

Anche su questo terreno si misurerà la nuova sinistra che vogliamo costruire: sulla sua capacità di perseguire, attraverso l’efficienza e la trasparenza delle amministrazioni,  l’interesse dell’ultimo dei cittadini, del più debole, più e prima rispetto all’interesse, pur legittimo, degli addetti alle amministrazioni stesse. Con la piena consapevolezza che i primi a soffrire dell’inefficienza di queste sono i più poveri e i più deboli.

Queste sono le sfide che ci attendono. Buon lavoro a tutti noi. E buona fortuna, Italia!

ecco perchè rinnego il mio passato di iscritto al Pci: le «nuove Brigate rosse», nipotini dei comunisti e minimizzati dai camussosauri della Cgil:: «Questo signore – cioè Pietro Ichino – rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». Dove «sbarazzarci» è evidentemente un eufemismo, mentre l’accento sinistro della frase sta tutto in quell’«eseguiremo»

ecco perchè rinnego il mio passato di iscritto al Pci.
Dicono le «nuove Brigate rosse», nipotini dei comunisti e minimizzati dai camussosauri della Cgil::
«Questo signore – cioè Pietro Ichino – rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema».
Dove «sbarazzarci» è evidentemente un eufemismo, mentre l’accento sinistro della frase sta tutto in quell’«eseguiremo»

il mio voto alle elezioni amministrative del Comune di Como: ancora sulla fine del “voto di appartenenza”

cara …

sono innanzitutto felice del tuo dire “ faticosamente risalgo la china…..un millimetro al giorno…..
e in questo risalire ancora una volta sei stata tu a fornirmi una informazione DECISIVA
Il fatto è questo: MI PIACE E MOLTO, MOLTISSIMO IL PROGRAMMA DI PERONESE LISTA PER COMO 
e il fatto che Tino Tajana sia il primo in lista E’ UNA GARANZIA DELLA QUALITA’
mi piace il metodo: curricula dei candidati (nessuno delle altre liste finora lo ha fatto)
Il programma, poi è PUNTUALE, COMPETENTE e preciso (un po’ meno mi piace il curriculum di … , anche se il suo avere tenuto sul fronte della informatica in questi anni terribili, è un indizio di sue indiscutibili capacità tecniche)
fino a un’ora fa avevo deciso di votare la lista Marzorati Molteni e al ballottaggio Lucini
il voto alle amministrative comunali è un VERO DIRITTO DI VOTO: perchè lo si può differenziare (voto al consiglio comunale, voto alle persone e voto al sindaco)
sono ormai lontanissimo dalla famiglia politica della SINISTRA (anche se ho perso il tempo della mia giovinezza nel PCI comasco, dal 1974 – al 2001) e il loro comportamento contro il governo Monti/NAPOLITANO (insisto sul “Napolitano”, un  genio della politica come lo ha definito Scalfari) me lo conferma di sommo grado. La loro è sempre una cultura contro qualcuno, hanno bisogno di un nemico per sentirsi vivi.
perchè il voto amministrativo è “PESANTE” ?
perchè mi consente di votare una lista e dentro la lista uno o più candidati INDIPENDENTEMENTE DAL VOTO AL SINDACO. Cioè  si può fare un voto disgiunto.
Lucini è un galantuomo, l’ho visto in azione sulla questione della distruzione del lungolago di Como fatto dalla Giunta unna (i vandali che hanno invaso l’impero romano) Bruni. Però Lucini è ostaggio di una coalizione rissosa e soprattutto la LISTA LUCINI ha al suo interno esponenti della SEL, ossia gli assassini dei due governi Prodi. Tuttavia Lucini è l’unico che a Como potrebbe diventare sindaco. Nessun altro ha le stesse possibilità.
Ecco allora cosa farò, dopo la lettura attenta del programma della lista Peronese Patto per como
1. voterò in prima istanza Patto per Como e apporrò il nome di Tino Tajana, che stimo immensamente e di cui ho colto l’apporto diretto al programma. Non so se verrà fuori lui come consigliere del consiglio comunale. però meglio un competente etico in mezzo ai rissosi e cattivi consiglieri, come ho visto in questi anni di consiglio comunale. Non credo che la lista Peronese arriverà al ballottaggio. Se ci arrivasse (improbabilissimo) la voterò anche al ballottaggio, 15 giorni dopo
2. voterò Lucini sindaco (come voto di necessità e non come voto di appartenenza) al ballottaggio. Se vincerà sarà comunque un sindaco competente che non compirà le nefandezze del PDL (partito delle LORO libertà), anche se sarà continuamente tormentato al suo interno dai vari personaggini che rivendicano le loro famiglie ottocenteseche, ex pci e cgilellini che stanno tentando di macellare anche il governo Monti/NAPOLITANO
grazie ancora per la tua lettera
e ti saluto, nel caso non lo avessi visto con questa splendida lezione sulla storia d’Italia fatta da Benigni al Quirinale (ti prego di osservare la faccia divertita del genio della politica GIORGIO NAPOLITANO:
buoni giorni a te e ad ..
Paolo

Viviamo tempi in cui gli uomini, spinti da spiriti mediocri o da feroci ideologie, si abituano … di Albert Camus

«Viviamo tempi in cui gli uomini, spinti da spiriti mediocri o da feroci ideologie, si abituano a provare vergogna di qualsiasi cosa.
Vergogna di se stessi, vergogna di essere felici, d’amare e di creare. […]
È necessario quindi sentirsi colpevoli.
Eccoci trascinati al confessionale laico, il peggiore di tutti.
 » 

Albert CamusActuelles. Ecrits politiques, 
1948

egregio professore, le scrivo in tema della etichetta di “islamofobia”

egregio professor tommaso vitale
twitter mi ha fatto captare questo suo/tuo articolo:
sono un ammiratore del coraggio intelligente di oriana fallaci (per nulla, di magdi allan, ma solo perchè è passato da un fondamentalismo ad un altro fondamentalismo)  e uno dei miei “maestri” è giovanni sartori (che vedo glossato nel testo)
probabilmente non sono un intellettuale, secondo le categorie classificatorie delle accademie universitarie,  ma probabilmente sono un “islamofobo”, ammesso che questa tipologia spieghi alcunchè della transizione socioculturale geopolitica di questo ormai decennio e dei terribili anni a venire.
derivo questa mia propensione innanzitutto dalla esperienza storica (l’11 settembre e relativo contesto: http://mappeser.com/2011/01/26/elenco-degli-attentati-terroristici-islamici-dall11-settembre-2001-al-2010/) e da due radici:
una è la visione che delle religioni, e in particolare delle “fedi”,  ha emanuele severino come “violenza originaria”.
l’altra è la visione del mio contemporaneo Christopher Hitchens (1948-2011): dio non è grande, come la religione avvelena ogni cosa, einaudi
chissà se, estendendo l’analisi agli intellettuali tedeschi, anche enzensberg sarebbe incluso in questa tipologia:
mi piacerebbe che la “sociologia critica” una volta tanto facesse i conti con questo bel programmino politico per la vecchia europa:
grazie per la lettura
e buon futuro
risposta alla risposta:
egregio professore

grazie per la risposta

il tuo/suo era proprio per segnare l’incrinatura

a parte il dissenso cognitivo su questo tema ritengo che la sociologia critica dovrebbe indagare prima sulle ragioni della “paura” e poi , semmai elaborare le proprie classificazioni tipologiche 
le etichette appiccicate ad oriana fallaci appartengono a quella decisiva teoria, importantissima in tempi flussi comunicativi accentuati dalle tecnologie internettiane, della “deturpazione morale”. Peraltro già ampiamente praticata nelle culture totalitarie del novecento, per esempio nei processi staliniani.
comunque saranno gli anni a venire a validare questa dissonanza cognitiva
in genere concludo una lettera con i saluti
dunque ripeto
grazie per la lettura
e buon futuro
paolo f

A dieci anni dall’11 settembre 2001: la data seminale del mio “to cross the line”, 11 settembre 2011

l’11 settembre 2001:

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Una intera fase storica di attacco dell’islam politico contro i valori e le istituzioni dell’occidente democratico

Obama annuncia una coalizione internazionale per la DIFESA

L’America si metterà alla guida di una vasta coalizione internazionale” che darà il via a “una campagna senza sosta” contro la minaccia terrorista dell’Isis, “ovunque si trovi”, “per respingerla e infine distruggerla”: così Barack Obama ha annunciato il suo piano anti-Isis, parlando in diretta Tv alla nazione.


il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds) e verso la unificazione fra le milgiori parti della tradizione democristiana e “comunista”.
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho ricordi. Persone … libri … momenti … non tutti belli

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Le libertà individuali, quelle combattute dalle fedi religiose

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Salgo sui treni con un malsano senso di insicurezza tutta socio-culturale

Ieri mattina rifacevo il mio percorso di pendolare che effettuo dal 1972: casa-stazione-treno-viaggio-stazione-metropolitana e ritorno.

Alla stazione delle FF SS la situazione è questa:

Dal Viminale una nota per sorvegliare tutti gli obiettivi sensibili
Il comunicato della Prefettura è stringato, una decina di righe scritte in linguaggio diplomatico. Ma il messaggio passa, forte e chiaro: le forze dell’ordine serrano i ranghi. E da oggi controlleranno, palmo a palmo, i luoghi di aggregazione sociale. Supermercati, centri commerciali, stazioni. Tutti i luoghi in cui si muovono le folle. Perché ieri, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è stato fin troppo chiaro: «Il pericolo vero non è costituito dai missili di Gheddafi, ma dagli attentati terroristici libici sul nostro territorio».
Già nelle ore precedenti il ministero dell’Interno aveva allertato tutte le Prefetture italiane. Como non fa eccezione, soprattutto perché si trova sul confine italo-svizzero

Negli anni ’70 la paura era il terrorismo degli opposti estremismi delle destre e sinistre totalitarie

Oggi è il nazi-islamismo.

Salgo sui treni  con questo malsano senso di insicurezza tutta socio-culturale

da: Allerta terrorismo sul Lario controlli alla stazione delle Fs.

Fra autobiografia e politica: la pericolosa notte metropolitana, 11 marzo 2011

Milano – Como, 11 marzo 2011

Era una giornata lungamente attesa. Mercoledì 9 marzo ho partecipato alla “Maratona del silenzio“, pensata e organizzata alla Casa della cultura di Milano da Duccio Demetrio, Nicoletta Polla-Mattiot ed Emanuela Mancino.

La trasferta da Como a Milano comincia alle quindici e ventitré.

Arrivo puntuale e alle diciassette sono nella storica saletta (mi giunge alla mente il ricordo di Laura Conti, che fu presidente di quest’associazione, a suo tempo legata al Pci, negli anni 50/60). Vedo solo tre volti conosciuti. E’ la situazione ideale per immergermi senza distrazioni e con molta concentrazione nella sequenza davvero impegnativa di tanti interventi, uno dietro l’altro, di circa dieci minuti ognuno. Registro tutto e faccio delle piccole pause mentali leggendo il Corso Istituzioni di filosofia di Emanuele Severino (1968).

C’è equilibrio fra i sessi nella sala. L’età mediana mi sembra di persone che hanno più di quarantacinque anni. Molti capelli bianchi e rughe sul viso. E anche alcuni giovani. Ma la prevalenza è: alle soglie della prevecchiaia.

L’anonimato mi preserva dal brusio conversazionale che s’instaura nella pausa. davvero molto distonico rispetto agli intenti personali e culturali di “fare spazio” dentro ed attorno a sè. Terribili i cellulari che suonano, che si accendono e che sono compulsati ritualmente per rispondere sui tastierini piccolissimi. E’ un fatto di dissonanza cognitiva: il processo sociale (ipercomunicazione) è comunque più forte dell’intenzionale e ricco progetto del silenzio. Occorrerebbe, almeno, congedarsi per qualche ora dal controllo invadente di queste tecnologie. Tutti qui conoscono e apprezzano Michel Foucault: ma non c’è relazione fra le sue ipercritiche teorie e la loro dipendenza dalla tecnica, qui incarnata dai telefonini.

Avrò modo, altrove, di far sedimentare questa esperienza.

Alle ventitré l’incontro finisce con la commovente presenza di Franco Piavoli, pioniere dell’ascolto del silenzio della natura con il suo Il pianeta azzurro del 1982. Gli chiedo una firma autografa per me e Luciana. Sono commosso per questo incontro.

Ma è alle 23 che cambia del tutto la mia situazione. Comincia il duro viaggio di ritorno a Como che durerà tre ore: come andare a Venezia. Dopo le 22 e 30 non ci sono quasi più treni. Vado alla stazione Nord: niente da fare, Como è scollegata. Occorrerebbe aspettare la mattina. Vado alla stazione Garibaldi: niente da fare: il primo treno sarebbe alle cinque e trentotto della mattina.

Sulla metropolitana sono l’unico italiano/lombardo: vedo solo cinesi, sudamericani, slavi, africani. Provo la straniante sensazione di essere io lo Straniero, l’Altro. Di notte la città cambia il suo registro culturale. Nella notte metropolitana un europeo/italiano/lombardo/comasco non è più a casa sua, è l’Estraneo in ambiente ad altra Dominanza.

I confini fra “società multiculturale” e “società pluralistica” sono davvero molto labili. Dice Giovanni Sartori: “pluralismo e multiculturalismo sono concezioni antitetiche e neganti l’una dell’altra” (in Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Rizzoli, 2000, p. 9).

In metropolitana, nel buio della notte, è poi evidente un conflitto evidentissimo: non solo sono il solo europeo/italiano/lombardo/comasco. Sono anche il solo anziano/prevecchio in mezzo a ventenni che parlano lingue diverse. Qui le persone sono giovani, giovanissimi, scattanti, forti, elastici. Io sono in equilibrio precario, lento, debole (fragile), impedito. Di notte le persone vecchie sono insicure. Eppure la comunicazione politica di questi giorni esalta la giovinezza erotico procreativa dei migranti, mettendo del tutto in ombra che ne è dei vecchi dentro questi vortici di cambiamento demografico.

La notte metropolitana è pericolosa. L’ho sperimentato.

Ho due prospettive: trovare un albergo a Milano o passeggiare per tutta la notte in una metropoli finalmente silenziosa e acquietata ma pericolosa. Allora provo a tornare alla Stazione Centrale. Qui il non-luogo, di notte, è ancora più inquietante. Percepisco dentro di me un senso d’insicurezza altissimo. Per arrivare alla linea dei treni devo attraversare spazi ampi abitati da gruppi di persone africane, meticcie, asiatiche. Mi osservano mentre cammino, per vedere se mi avvicino alle macchinette dei biglietti: lì dovrei estrarre la carta di credito. Non c’è nessuna squadra di pubblica sicurezza. La situazione di puro sguardo potrebbe trasformarsi in un attimo di minaccia e attacco.

Nella notte metropolitana una persona prevecchia, isolata può diventare preda e vittima del micro-crimine in una frazione di minuto.

Il massimo del paradosso mi arriva alla coscienza quando vedo i manifesti cubitali di Bersani del PD che annuncia i dieci milioni delle firme contro il Governo Berlusconi. Realizzo lì, nel deserto della notte metropolitana, nel non-luogo della Stazione Centrale a mezzanotte, che la novecentesca e ottocentesca cultura politica della sinistra è del tutto fuori centro con la mutazione in atto.

Il prevecchio rimasto solo nella notte multietnica percepisce lucidamente che c’è molto che non funziona più: le dinamiche dell’insicurezza individuale, quella che passa attraverso il camminare in queste ore, prevalgono. Nella notte metropolitana la società del welfare europea si ritrae e fa spazio ai gruppi pericolosi di cui parlano i libri di Cormac McCarthy e i film di Aldo Lado.

C’è un convoglio/tradotta alle ventiquattro e trentotto.  Le carrozze sono tutte buie. Cammino fino a quella in cima, vicino al guidatore: il vagone è abitato da otto persone. Due giovani (svizzeri, per la verità sociologica) con documenti di viaggio irregolari litigano minacciosamente con il controllore, in quel momento unico e pure lui solo rappresentante del mondo delle regole.

Il viaggio è lentissimo. Arrivo a Como alle due di notte. Anche qui il non luogo della stazione è popolato da fantasmi inquietanti. Zombi notturni acquattati nelle zone buie. Scendo per il parco, sobbalzando per i passi veloci di un giovane che corre e che, per fortuna mi sorpassa.

Sotto casa un altro giovane posteggia l’auto e va a rifornirsi di droghe sintetiche nel bar delle slot machine che hanno preso il posto del glorioso cinema Politeama.

Apro il cancello. Sono arrivato. Solo ora mi sento un po’ più sicuro.

Ma fino a quando?

Sarebbe utile che le anime belle della sinistra antagonista e riformista uscissero dai loro condomini con portineria e facessero qualche volta un viaggio da Milano a Como attorno a mezzanotte.

Moderato conservatore

Alternativo alla sinistra massimalista, che ha fatto cadere per due volte i governi Prodi. E, dunque, alternativo a una alleanza politica del Pd con la sinistra di Vendola (che nel 1998, con Bertinotti, votò contro il primo Governo Prodi)

E, naturalmente, alternativo alla destra populista del partito padronale di Berlusconi.

Dunque: moderato conservatore,  con voto non più di appartenenza e mobilissimo

Motivi per NON VOTARE PIU' PD: "Ferrero e Diliberto? Nessun accordo siglato" Ma nel Pd è allarme

intervista a Paolo Ferrero di rifondazione comunista:

Perché ha pensato di affidare un ruolo all’ex brigatista Francesco Piccioni?
“Piccioni è un amico, l’ho conosciuto dopo che è uscito di galera quando già faceva il giornalista al Manifesto. E’ uno che ha sbagliato. Non avrà alcun ruolo dentro Rifondazione”.

Luca Ricolfi, Non ci sono abbastanza liberali – LASTAMPA.it

Mai dire mai. Chi lo sa, potrebbe anche succedere. E se succedesse sarei il primo a rallegrarmene. Parlo della nascita, in Italia, di un «partito liberale di massa». Un partito anti-assistenziale, fiducioso nel libero mercato, determinato a modernizzare il Paese. E che, nonostante la sua vocazione a cambiare l’Italia, avesse un seguito elettorale largo. Un partito, per intenderci, che non fosse la riedizione dei suoi progenitori liberali, repubblicani, radicali, i quali – anche considerati tutti assieme – non arrivarono mai al 10% dei consensi.


facendo parte della schiera di quanti pensano che l’Italia avrebbe solo da guadagnare dalla nascita di una simile creatura politica. Sono perplesso, innanzitutto, dal lato dell’offerta politica. Non ho mai creduto, ad esempio, che da due partiti illiberali, come il Pci e la Dc, potesse nascere un partito che avesse il liberalismo nel suo Dna; o, se preferite, che da due chiese potesse nascere una non-chiesa. Per questo penso che l’Opa di Chiamparino non potrà funzionare: il corpaccione del Partito democratico è troppo intossicato dal passato ideologico dei suoi fondatori, post-comunisti e post-democristiani, per reggere l’urto laico del sindaco di Torino (dove per me laicità non significa anticlericalismo, bensì libertà mentale). Allo stesso modo non penso che un partito di ispirazione genuinamente liberale possa nascere dagli eredi centristi della Dc, o dagli eredi post-fascisti dell’Msi. Non perché gli esponenti di questi partiti non lo vogliano, ma perché a frapporsi al progetto sono la loro storia, il loro insediamento prevalente nelle regioni assistite, la rete delle loro clientele nel Centro-Sud.

La mia impressione è che, in questi giorni, si stia consumando un grande equivoco: chi sogna una destra europea, rispettosa delle istituzioni, aperta al dissenso, conservatrice ma non populista, tende a vedere il nuovo partito di Fini come la possibile incarnazione di una tale destra, ma al tempo stesso vuol credere che una tale destra – che io definirei semplicemente normale – sia destinata a evolvere in partito liberale di massa, come se l’essenza del liberalismo fosse solo lo «Stato di diritto» e non anche la difesa della concorrenza e la lotta senza quartiere al parassitismo economico. Detto altrimenti: è possibile che Fini dia vita (finalmente) a una destra classica, diversissima da quella di Berlusconi, ma questo non implica né che tale destra sia destinata ad assumere tratti liberali, né che sia capace di diventare di massa.

finché esistono un polo di destra e un polo di sinistra, lo spazio di un eventuale Terzo polo non può andare molto al di là del 20%, di cui solo la metà (circa il 10%) occupato da una eventuale formazione liberal-democratica. Lo dicono i sondaggi di questi mesi,

Piaccia o no, in Italia i partiti di massa tendono a essere illiberali, e i partiti di ispirazione liberale tendono a non essere di massa. Ma soprattutto il problema è che i diversi ingredienti del liberalismo si trovano per così dire sparpagliati nel sistema politico, anziché riuniti in un unico partito. Se parliamo di immigrazione, di carceri, di diritti individuali, i più liberali sono i radicali, i seguaci di Vendola e i comunisti. Se parliamo di Stato di diritto, di separazione dei poteri, di senso delle istituzioni, i più liberali sono il Pd e il nascente partito di Fini. Se parliamo di politica economica, i più liberali (o i meno illiberali) sono i leghisti e i riformisti «coraggiosi» del Pd e del Pdl, da Ichino a Brunetta.

Insomma, la mia impressione è che lo spazio per un partito liberale di massa non ci sia.


La domanda politica per un partito liberaldemocratico in Italia non manca, specie nel Centro-Nord. E sono convinto che esso farebbe bene al sistema politico italiano, che di iniezioni di liberalismo ha un disperato bisogno. Dunque qualcuno lo faccia, questo benedetto partito. Quello di cui non sono convinto è che a riuscire nell’impresa possano essere le forze politiche che attualmente si proclamano liberali, e tanto meno che il suo seguito possa essere di massa.

Realisticamente, oggi in Italia lo spazio elettorale di una formazione compiutamente liberaldemocratica è quello di un partito medio, del 10-15%.

Le due destre della politica italiana: Gianfranco Fini, Relazione di Mirabello, 5 settembre 2010

 

Nella teoria delle agende politiche sono di rilievo le date periodizzanti.

E’ probabile che la data del 5 settembre 2010 segni l’inizio del declino del berlusconismo, iniziato nel 1994.

Se così sarà, il dato politico è che non è stata la Sinistra (che per due volte – 1998 e 2006 – ha fatto fallire la prospettiva di Romano Prodi) a far concludere questi anni tristissimi, ma una variante della Destra.

I riferimenti al federalismo, alle politiche economiche, alla questione govanile, alla sicurezza, al welfare delle famiglie…..  si connettono fortemente ai contenuti di questo blog di ricerca.
Qui sotto l’audio di questo (forse) storico inizio:

 

Le due destre della politica italiana: Gianfranco Fini, Relazione di Mirabello, 5 settembre 2010.

E.M. Cioran, Dopo aver dettato legge ai due emisferi, gli occidentali sono sul punto di diventarne lo zimbello: spettri inconsistenti, sopravvissuti



“Nella metropolitana, una sera, mi guardavo attentamente intorno: eravamo tutti venuti da qualche altro posto… Fra noi, tuttavia, due o tre facce di qui, sagome imbarazzate che avevano l’aria di chiedere scusa d’esser lì. A Londra, lo stesso spettacolo.
Le migrazioni, oggi, non avvengono più per spostamenti compatti ma per infiltrazioni successive: ci si insinua a poco a poco fra gli ‘indigeni’, troppo esangui e troppo superiori per abbassarsi ancora all’idea di un ‘territorio’. Dopo mille anni di vigilanza, si aprono le porte… Quando si pensa alle lunghe rivalità tra francesi e inglesi, poi tra francesi e tedeschi, si direbbe che tutti quanti, indebolendosi reciprocamente, avessero il solo compito di affrettare l’ora della comune disfatta, affinché altri campioni d’umanità venissero a dar loro il cambio. Allo stesso modo della vecchia, la nuova Voelkerwanderung susciterà una confusione etnica di cui non si possono prevedere nettamente le fasi. Davanti a queste facce così disparate, l’idea di una comunità anche solo appena un po’ omogenea è inconcepibile. La possibilità stessa di una moltitudine così eteroclita suggerisce che nello spazio che essa occupa non esisteva più, presso gli autoctoni, il desiderio di salvaguardare nemmeno l’ombra di un’identità. A Roma, nel terzo secolo della nostra era, su un milione d’abitanti, sessantamila soltanto sarebbero stati di ceppo latino. Non appena un popolo ha condotto a buon termine l’idea storica che aveva il compito d’incarnare, non ha più nessun motivo di preservare la propria differenza, di coltivare la propria singolarità, di salvaguardare i propri tratti in mezzo a un caos di volti.
Dopo aver dettato legge ai due emisferi, gli occidentali sono sul punto di diventarne lo zimbello: spettri inconsistenti, sopravvissuti nel vero senso della parola, votati a una condizione di paria, di schiavi deboli e fiacchi, alla quale sfuggiranno forse i russi, questi ultimi bianchi. Essi hanno ancora un qualche orgoglio, che è il motore, no, la causa della storia. Quando una nazione non ha più orgoglio, e cessa di considerarsi la ragione o il pretesto dell’universo, si autoesclude dal divenire. Ha capito – per sua fortuna o per sua disgrazia, secondo il modo di vedere di ciascuno. Se affligge l’ambizioso, in compenso essa affascina il meditativo un tantino depravato.” 

E.M. Cioran, da Squartamento, traduzione di Mario Andrea Rigoni, pagg. 30-31

Pietro Ichino, UN PARTITO CHE SI QUALIFICA COME “FONDATO SUL LAVORO” NON PUO’ PARLARE SOLTANTO A META’ DEI LAVORATORI, NON PUO’ ASSUMERE COME RIFERIMENTO PRIVILEGIATO SOLTANTO META’ DEL MOVIMENTO SINDACALE, NON PUO’ IGNORARE CHE A REGOLARE I RAPPORTI DI LAVORO E’ PREPOSTO SOPRATTUTTO UN SISTEMA DI RELAZIONI INDUSTRIALI, LA CUI AUTONOMIA VA PROMOSSA RISPETTATA E DIFESA

ecco perchè la sinistra della sequenza storica Pci-Pds-Pd  ed il suo sindacato, la Cgil ha completamente perso il rapporto con la realtà del LAVORO in Italia
in queste condizioni MERITA DI PERDERE LE ELEZIONI
P. Ferrario

…. ci sono interi settori, nel nostro Paese, che funzionano in questo modo: non solo quello editoriale, ma anche le case di cura, dove non si assume regolarmente un solo medico o infermiere, perché tutti sono “a partita Iva”, o “a progetto”, o “appaltati” a cooperative, o comunque ingaggiati in forme anomale per eludere gli standard di trattamento. E in tutti i settori oggi di fatto si possono assumere in questi modi magazzinieri, carpentieri, segretarie di ufficio, autisti, portieri, tecnici informatici e qualsiasi altra figura professionale. Bene, ora immaginate che un partito dica a questi lavoratori di serie B, C e D: “noi auspicheremmo per voi una piena parità rispetto a quelli di serie A, ma ci rendiamo conto che per il momento questo è impossibile; è un obiettivo da collocare in un quadro di elevata e consolidata dinamica della produttività, condizione necessaria a compensare il connesso aumento di costo perl’impresa; per il momento, dunque, proponiamo per voi soltanto la graduale introduzione di una base di diritti di cittadinanza“. Non “i diritti di cittadinanza” tout court, che sarebbe velleitario, eccessivo: solo “una base” di quei diritti. Voi neri non potete pretendere di avere le stesse retribuzioni dei vostri colleghi, la tredicesima e il premio di produzione, i limiti di orario; e neanche – ohibò – una qualche garanzia di continuità del reddito e del rapporto: per voi proponiamo soltanto – e, sia ben chiaro, gradualmente – “una base di diritti di cittadinanza”, e un aumento dei contributi previdenziali, perché il vostro lavoro costa troppo poco. Che cosa penseranno quei lavoratori di un partito che fa loro discorso di questo genere? Questo discorso ai lavoratori di serie B, C o D, che vi ho letto, non è una caricatura: sono le parole testuali del documento che ci viene proposto come espressione sintetica della nuova politica del lavoro del Pd. ….

segue qui:
http://www.pietroichino.it/?p=8520

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Fra tre giorni ci saranno le elezioni in tredici Regioni italiane e sul mercato politico manca del tutto ed è assente dal sistema della rappresentanza un partito liberal-sociale capace di mettere assieme le libertà individuali e la responsabilità collettiva








Fra tre giorni ci saranno le elezioni in tredici Regioni italiane e sul mercato politico è del tutto assente dal sistema della rappresentanza un partito liberal-sociale capace di mettere assieme le libertà individuali e la responsabilità collettiva. Un simile partito è stato soffocato nella storia d’Italia dalla asfissia provocata dai cattolici e dai comunisti. In questo del tutto uniti nel profondo, nonostante le loro divergenze.
Sempre più il mio senso della Polis non trova sulla scena istituzionale  una rappresentanza pubblica capace di esprimere vissuti, valori ed interessi che fanno parte della mia biografia dell’interconnesso stare nel mondo. Che si riassume nel principio che la libertà dei soggetti che si relazionano si deve manifestare nella cura ed attenzione di un oggetto comune. Libertà individuale e buona società: sono questi i due pilastri della modernità, come – invano – Giovanni Sartori racconta dal 1957.
Per fortuna istituzionale queste non sono elezioni decisive per il Governo del paese.
Sono elezioni regionali e locali che esprimono linee di tendenza ed organizzazione di questo paese estremamente diversificato dal punto di vista territoriale
Certo, qui si vota in Lombardia. Una regione più grande della Svizzera e con una demografia equivalente a quella della Svezia.
Ho l’età delle Regioni. Sono cresciuto con queste istituzioni.
Le elezioni a Statuto ordinario sono “nate” nel 1970, con questi risultati elettorali:

Elezioni Regionali del 7 Giugno 1970 in Lombardia

Elettori 5.710.352 Voti validi 5.228.316
Votanti 5.453.931 Schede non valide (incl. bianche) 225.720
% Votanti 95,51 Schede bianche 161.676
Lista/Gruppo               Voti             %      Seggi
DC                             2.138.141  40,90     36
PCI                            1.210.068  23,14     19
PSI                              648.696   12,41      9
PSU                             376.436     7,20      5
PLI                              310.324     5,94      4
MSI                             195.791      3,74     3
PSIUP                          188.585      3,61     2
PRI                              125.767      2,41     2
PDIUM                           31.119       0,60    0
UN.AUTONOMISTI D’IT.      3.389       0,06    0

Ne è passata di acqua sotto i ponti.
I tre partiti di matrice socialista allora contavano il 23,22%. E se si aggiungessero i repubblicani (2,41%) ed i liberali (5,94) ci sarebbe un’altra realtà politica. Ma la storia, si sa, non si fa con i “se”.
Ora non ci sono più
La base elettorale della Dc è rimasta sostanzialmente intatta (spartita fra Pdl e Lega)
E molti di quei socialisti, oppressi dalla comunistudine, sono pure loro confluiti fra queste file.
Complimenti ai cuochi della sinistra: la vostra prepotenza ed antipatia linguistica e personologica (Luca Ricolfi, Perchè siamo antipatici?) ha portato dritto come un fuso alla attuale situazione.

Sono passati 30 anni
Nonostante te le drammatizzazioni bipartizan, non siamo all’Apocalisse.
E’ un voto importante ma non tale da cambiare le tendenze in atto nel paese: un governo di destra anomala (e la patologia è il berlusconismo, non la cultura politica della destra, come si vede bene con le scelte del presidente della Camera Gianfranco Fini) con una opposizione sfrangiata, litigiosa, programmaticamente divisa. E anche – spesso-  arrogante. 
Per quanto mi riguarda – qui, in Lombardia, non in Piemonte o nel Lazio –  le domande che mi faccio e cui risponderò con l’unico mio strumento (una testa, un voto) sono
:

qual’ è UN voto efficace per davvero contrastare la forza del partito personale di Berlusconi e del suo gruppo vorace di Forza Italia?


qual’ è UN voto che costringerebbe ciò che resta della sinistra riformista a fare davvero i conti con l’economia dei territori del nord, quelli produttivi, e nei quali costoro non possono neppure fare un comizio nelle fabbriche e nelle associazioni di categoria, perché sarebbero espulsi dai capannoni e dalle sale conferenza?


qual’ è UN voto che riesce e porre un modesto argine- tramite il rispetto delle regole costruite nella vecchia ed assediata Europa – alle trasformazioni global-culturali verso le quali, con avventurismo ed incoscienza politica, si è costretto il paese?


UNA testa, UN voto. La democrazia ha questa virtù: nei momenti di passaggio si è soli a compiere un atto che ha parziali conseguenze collettive.


Questa frattura fra “personale e politico” è davvero una esperienza nuova.


Il Tempo che resta è poco e decresce
La Polis è disperante.
L’Eros avrebbe bisogno di nuova libido
Il Destino anche in parte meritato
Mi resta solo il Luogo
E questo sopravviverà e si scrollerà di dosso le pene dei questi giorni, mesi, anni.
Paolo Ferrario, 25 marzo 2010

mentre ascolto tramite Radio Parlamento la cronaca della manifestazione dei partiti di opposizione contro il Governo di Destra


Sto lavorando alle mie lezioni della settimana prossima mentre ascolto tramite Radio Parlamento la cronaca della manifestazione dei partiti di opposizione contro il Governo di Destra.
L’effetto è desolante
Li sento parlare e li sento così lontani, galatticamente lontani, dai problemi del paese. Sono ostaggio della memoria e non hanno più radici sui problemi delle economie e dei territori. Mi ricordano una pianta che sta lentamente deperendo perché non sa più succhiare l’acqua e i nutrienti della terra.
Recuperano rottami ideologici e linguisticamente violentissimi come Ferrero, di Rifondazione comunista. Il magistrato delle manette Di Pietro (quello che prima metteva in galera i suoi sospettati e poi li interrogava come un inquisitore portandone alcuni al suicidio) è accolto da un’ovazione e insulta l’unico garante della Costituzione, il Presidente Giorgio Napolitano. Un leaderino degli ex Verdi, cui si deve lo sfacelo della raccolta dei rifiuti in Campania, grida le sue invettive, con ciò svilendo le importanti politiche della sostenibilità. Solo Bersani usa una lingua che parla di cose, di questioni, di quotidianità. Ma il suo dramma è quello di essere prigioniero della sua storia e dei suoi compagni di viaggio.
Fra due settimane ci saranno le elezioni in tredici Regioni italiane e sul mercato politico manca del tutto ed è assente dal sistema della rappresentanza un partito liberal-sociale capace di mettere assieme le libertà individuali e la responsabilità collettiva.
Per quanto mi riguarda le domande che mi faccio e cui risponderò con l’unico mio strumento (una testa, un voto) sono:

qual’ è UN voto efficace per davvero contrastare la forza del partito personale di Berlusconi e del suo gruppo vorace di Forza Italia?

qual’ è UN voto che costringerebbe ciò che resta della sinistra riformista a fare davvero i conti con l’economia dei territori del nord, quelli produttivi, e nei quali costoro non possono neppure fare un comizio nelle fabbriche e nelle associazioni di categoria, perché sarebbero espulsi dai capannoni e dalle sale conferenza?

qual’ è UN voto che riesce e porre un modesto argine- tramite il rispetto delle regole costruite nella vecchia ed assediata Europa – alle trasformazioni culturali verso le quali, con avventurismo politico, si è costretto il paese?

UNA testa, UN voto.
E la mancanza di una dimensione comunitaria capace di connettere la mia individualità e il sistema della società.
Tempo senza respiro
Polis disperante.
Eros esangue
Destino forse meritato
Mi resta solo il Luogo

Il Pci prima e dopo il Muro, da Togliatti fino a Veltroni ambiguità e contraddizioni dei comunisti di casa nostra di Guglielmo Colombero

….. Dopoguerra nasce un nuovo teorema, analizzato da Orsina in Il Pci e la gestione dell’antifascismo: quello del ruolo egemonico del Pci nella Resistenza. Innegabile che il contributo del Pci alla Liberazione sia stato determinante, con un altissimo prezzo di sangue: ma anche socialisti come Nenni, repubblicani come Pacciardi, azionisti come Lussu e liberali come Rosselli hanno partecipato alla lotta contro il nazifascismo. Il Secondo Risorgimento targato falce e martello è una geniale invenzione della propaganda comunista, abilissima nell’elaborare una mitologia della Resistenza in funzione autocelebrativa. Conclude sarcasticamente Orsina: «Il sistema politico italiano i comunisti li ha pagati, e profumatamente, proprio per il fatto che non cambiavano, attivando una dinamica consociativa fondata sull’antifascismo». Anche Zaslavsky, alla luce di una vicenda emblematica quale la scomunica di Tito da parte di Stalin nel 1948, riflette, in le conseguenze sulla storia d’italia della rottura tra Stalin e Tito, sulla sudditanza del Pci nei confronti di Mosca: Mosca dettava le regole non solo su chi etichettare come antifascista e chi no, ma anche sulla prospettiva di un eventuale ricorso alla lotta armata negli stati del blocco occidentale. La storiografia marxista ha sempre sostenuto che fu il buon senso di Togliatti a impedire che il nostro paese precipitasse nel baratro della guerra civile, ma esistono non pochi indizi a sostegno di una ben diversa congettura: che furono la sconfitta dei comunisti nella guerra civile in Grecia (che Stalin non solo non impedì, ma fomentò apertamente) e la rottura con Tito a far considerare inopportuna da Mosca una forzatura della situazione italiana …..
Nel contesto della strategia gramsciana di conquista dell’“egemonia”, Guiso ricostruisce la parabola de I «compagni di strada» del Pci con una disamina puntuale, a partire dal significato lessicale del termine: decisamente spregiativo, quasi a voler indicare un ruolo strumentale e passivo, da fiancheggiatori utili per mantenere il contatto con i salotti che contano. Osserva acutamente Guiso che le organizzazioni dei simpatizzanti «“avvolgono” il movimento in una “nebbia di normalità” e di “rispettabilità”», che rende indistinti i suoi reali contorni totalitari. La figura del cosiddetto “intellettuale progressista” che offre un appoggio esterno al Pci confluisce nell’ibrido parlamentare della Sinistra Indipendente: che poi tanto indipendente non è, visto che nessuno dei suoi esponenti negli anni ’70 osa denunciare il totalitarismo sovietico. Il fenomeno del “frontismo” trova interlocutori prestigiosi come il laico Bobbio (teorico di una continuità filosofica fra illuminismo e marxismo, in contrapposizione all’“oscurantismo imperialista e clericale”) o il cattolico Jemolo (firmatario di una petizione a senso unico contro il Patto Atlantico: sul Patto di Varsavia invece nessuna obiezione), ma, alle soglie del decennio successivo, inizia già a liquefarsi, per svanire del tutto alla morte di Berlinguer nel 1984, il quale, citando le parole di Guiso, «lasciava in eredità una drammatica crisi di identità e di strategia politica la cui portata non poteva essere risolta entro i semplici limiti di un restyling ideologico o di un adattamento ai tempi nuovi del linguaggio politico».

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11 settembre 2001: Otto anni fa l'attentato che cambiò il mondo

A distanza di otto anni gli attentati dell’11 settembre 2001 uccidono ancora. Secondo una ricerca dell’assessorato alla sanità dello stato di New York pubblicata dal New York Post, hanno perso la vita un totale di 817 persone tra i soccorritori che aiutarono a scavare a Ground Zero e i lavoratori della discarica di Fresh Kills Landfill, dove furono portate le macerie del World Trade Center.
Almeno 270 sono rimasti vittima del cancro: 80 agli organi dell’apparato digerente e 69 al polmone o alla gola. Inoltre sono stati individuati 37 morti per leucemia. La statistica precedente, datata un anno fa, parlava di 94 morti di cancro.
Nella ricerca sono registrati anche 33 suicidi. Michael Arcari, responsabile del programma di recupero psicologico per i soccorritori dell’11 settembre, si è detto convinto che il numero di chi si è tolto la vita sia ancora più alto «per via non solo dell’impatto emotivo di Ground Zero», ma anche per i postumi dello stress subito che «ha cambiato le loro vite e messo sottosopra le famiglie».
Altri 149 decessi vengono catalogati come «morti traumatiche». Le cause sono varie: incidenti d’auto od overdose di droga, incendi o aggressioni.

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Militante, Iscritto, Elettore.

“Militante“,
“Iscritto”
,
“Elettore

In un testo classico, così Maurice Duverger distingueva le figure-chiave del partito politico moderno.
Usando una mappa a cerchi concentrici il militante rinvia alla scelta di un orizzonte di senso sostenuto dai propri valori individuali e collettivi; l’iscritto va in quel partito che gli sembra che meglio tuteli i propri interessi; l’elettore sostiene sul mercato politico quel partito o quella coalizione che fa proposte di programma convincenti e rispondenti al complesso dei suoi bisogni.
Nella fase della mia vita in cui sono stato militante ho appreso che la scansione è più articolata:

Il vecchio compagno F. mi insegno subito la distinzione fra l’”elettore”, il “simpatizzante”, l’”iscritto”, il “militante”, il “dirigente”, l’”eletto nelle istituzioni”

E oggi, nella situazione in cui la sinistra fa politica abusando della vita privata dell’antagonista, che cosa resta di quella classificazione?

Destra/Sinistra e Intelligente/Ottusa: una tipologia molto, molto personale

Non ho una previsione su quali saranno i fronti politici che si contenderanno il potere nel Futuro Prossimo e Remoto.

Ho invece una rappresentazione del Presente nella politica italiana che si dispone su due assi:



DESTRA / SINISTRA


INTELLIGENTE / OTTUSA





Quindi il sistema non è bipolare, ma quadripolare:


DI destra intelligente


SI sinistra intelligente


DO destra ottusa


SO sinistra ottusa


Lelettorato è mobile, grazie anche alle tecnologie internettiane che accrescono linformazione (checchè ne dicano i catastrofisti apocalittici).

E si vota ogni anno. E il consenso si guadagna giorno dietro giorno.

Se la competizione politica sarà fra DI e SI, anche il mio voto potrebbe diventare mobile.

Il mercato politico questo offre oggi: la conquista di una testa/un voto sullasse della intelligenza ad individuare i problemi e a prospettarne le soluzioni.

Le quattro vulnerabilità della cultura politica del PD

Le vulnerabilità del PD: lavoro (non aver capito fin dagli anni ’80 come cambiava); migrazioni (averle assecondate senza accompagnarle con regole giuriidiche e messaggi culturali); sicurezza (sua incomprensione che la “sicurezza percepita” è del tutto equivalente a quella reale)
La quarta vulnerabilità riguarda le alleanze. mentre quelle della destra sono a sommatoria positiva (brlusconiani + lega vanno avanti anche se sono in conflitto fra loro) quelle della sinistra sono a somma negativa (qualsia “cosa” mettano assieme o sono in bilico o vanno indietro)
questo articolo di polito mette a fuoco il ruolo della lega nelle loro alleanze

Chapeau alla Lega un partito con una ideologia
di Antonio Polito

in Il Riformista, 19 agosto 2009

È da denigrare la Lega, certo. Ma anche da ammirare. Non sono molti i partiti in Europa che possono sfoggiare le stessa vitalità e lo stesso radicamento del movimento di Bossi. Da un certo punto di vista, anzi, la Lega riscatta la forma-partito, così in declino dopo l’89, e le restituisce senso e modernità. I suoi concorrenti, a destra e sinistra, dovrebbero imparare a imitarla, se davvero vogliono limitarla.
La Lega ha due cose che gli avversari non hanno: ha un’ideologia e ha il “patronage”. L’ ideologia è stata molto bistrattata dopo la caduta del Muro e dei pensieri politici forti. Ma è impossibile immaginare un partito senza un’ idea di società cui aspirare e un conseguente set di valori. Smarrita la tensione liberale nel calderone messo in piedi da Berlusconi, e naufragata la tensione alla giustizia sociale nel guazzabuglio veltroniano, solo la Lega oggi ha un’ideologia.

Un complesso di valori fortemente di destra, quasi da anni Trenta del Novecento. Ma forte e chiaro. Per questo Umberto Bossi può lanciare un’idea a settimana. E conta poco che quelle proposte, dalle gabbie salariali alla castrazione chimica degli stupratori, poi non si realizzino. Anzi. L’elettorato ne trarrà nuovi motivi di consenso: se la Lega fosse più forte quelle cose si farebbero, dunque facciamola più forte. È questo residuo di utopia che consente al Carroccio di godere dei vantaggi dell’opposizione anche quando è al governo. Si fa presto a dire: tanto è propaganda. Le “culture wars”, le guerre culturali, hanno consegnato alla destra americana l’egemonia dell’agenda politica dai tempi di Richard Nixon fino a Barack Obama. Guai a sottovalutarle. Quando Alessandro Campi ha scritto sul nostro giornale che la Lega ha già vinto una di queste guerre radicando nel Paese il sentimento della disunità nazionale, diceva il vero.
Che fanno gli avversari per rispondere a questa formidabile offensiva di idee? A che cosa pensano i tanti e costosi think tank dei partiti, mentre la fabbrica del consenso leghista non va in vacanza nemmeno ad agosto e le idee se le fa in casa come le marmellate? Giganteschi apparati, fior di intellettuali e pletore di giornali e reti televisive surclassati da un piccolo gruppo dirigente di leghisti neanche tanto colto. Chapeau.
Ogni volta che la Lega ne spara una, mi viene da pensare a quanto tempo è passato dall’ultima proposta sociale fatta dal Partito democratico, che pure dell’ opposizione dovrebbe fare il suo mestiere. Da quand’è che i dirigenti di quel partito non si siedono a un tavolo per lanciare un’idea sui salari o sulla lotta al crimine capace di fare l’agenda politica del mese? Come passano il loro tempo mentre i leghisti lavorano?
Il secondo elemento forte della Lega è il “patronage”, e cioè la deliberata capacità di interpretare e proteggere interessi sociali e territoriali definiti. Ammetto che questo lavoro riesce meglio a un partito piccolo e territoriale piuttosto che a uno grande e nazionale. Ma un partito può definirsi corettamente nazionale quando pratica un’idea di nazione. E invece è sorprendente lo smarrimento con cui il Popolo delle libertà insegue i partiti del “patronage”, oggi il nordista domani il sudista, senza essere in grado di definire una sua idea del futuro dell’Italia che non si limiti al cabotaggio tra gli interessi concorrenti. Forse Silvio Berlusconi ha concesso troppo alla Lega, quando le ha dato ministero dell’Interno e ministero del Tesoro, le due chiavi del consenso che la Democrazia cristiana non a caso teneva sempre per sé O forse no. Perché il centrodestra ha bisogno della Lega più di quanto la Lega abbia bisogno del centrodestra. E non solo dal punto di vista dei numeri.

Lo smarrimento ideale del Partito democratico di fronte all’offensiva leghista ha poi del paradossale. Appena un anno fa invitava Bossi alla sua festa nazionale, cinguettava con lui sul federalismo fiscale, ipotizzava il Pd del nord, sperando di scardinare il centrodestra per mano leghista. Oggi espelle i leghisti dalla sua festa di Genova e cinguetta con Raffaele Lombardo, nell’illusione di compiere la stessa operazione al contrario. E chi a sinistra guidava la carica federalista contro un giustamente scettico Giancarlo Galan, oggi gli si propone come un improbabile alleato, anzi un vassallo, pur di infastidire la Lega. Piccolo cabotaggio anche questo, di un partito che finché non trova niente da dire all’elettorato è costretto a giocare questi giochi di palazzo, confermando così la sua subalternità alla Lega, corteggiandola e demonizzandola ad anni alterni.

Oriana Fallaci: la Costituzione americana

Il fatto è che l’America è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera.
E sai perché? Perché è nata da un bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà anzi della libertà sposata all’idea di uguaglianza.
Lo è anche perché, quando ciò accadde, l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti Illuministi, di queste cose. Non li trovavi che in un costoso librone di diciassette volumi più diciotto illustrati detto Encyclopédie ed edito da un certo Diderot e da un certo D’Alembert, questi concetti.
E a parte gli scrittori e gli altri intellettuali, a parte i prìncipi e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell’Illuminismo? Non era mica roba da mangiare, l’Illuminismo!
Non ne parlavan neppure i rivoluzionari francesi, visto che la Rivoluzione Francese sarebbe incominciata nel 1789 ossia quindici anni dopo la Rivoluzione Americana che scoppiò nel 1776 però era sbocciata nel 1774. (Dettaglio che gli antiamericani del bene-agli-americani-gli-sta-bene ignorano o fingono diignorare).
Ma, soprattutto, l’America è un paese speciale, un paese da invidiare, perché quell’idea venne capita da contadini spesso analfabeti o comunque ineducati: i contadini delle tredici colonie americane. E perché venne materializzata da un piccolo gruppo di leader straordinari, da uomini di grande cultura e di grande qualità: the Founding Fathers, i Padri Fondatori.
Ma hai idea di chi fossero i Padri Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i George Washington eccetera?!? Altro che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava Vittorio Alfieri) della Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del Terrore, i Marat e i Danton e i Desmoulins e i Saint-Just e i Robespierre!
Erano tipi, i Padri Fondatori, che il greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti italiani di greco e di latino (ammesso che ne esistano ancora) non lo conosceranno mai. Tipi che in greco s’eran letti Archimede e Aristotele e Piatone, che in latino s’eran letti Seneca e Cicerone, Virgilio e Ovidio, e che i principii della democrazia greca se l’eran studiati come nemmeno i marxisti del mio tempo studiavano la teoria del plusvalore. (Ammesso che la studiassero davvero). Jefferson conosceva anche l’italiano. Lui diceva «toscano». In italiano parlava e leggeva con gran speditezza. Infatti con le duemila piantine di vite e le mille piantine di olivo e la carta da musica che in Virginia scarseggiava, nel 1774 il medico fiorentino Filippo Mazzei gli aveva portato varie copie d’un libro scritto da un certo Cesare Beccaria e intitolato Dei Delitti e delle Pene.
Quanto all’autodidatta Franklin, era un genio. Scienziato, stampatore, editore, scrittore, giornalista, politico, inventore. Nel 1752 aveva scoperto la natura elettrica del fulmine e inventato il parafulmine, ad esempio. Aveva inventato anche la stufa con la canna fumaria di metallo per riscaldare le stanze senza caminetto. Infatti Pietro Leopoldo, il granduca di Toscana, se n’era comprate due da installare nel suo studio di Palazzo Pitti poi gli aveva scritto un’estasiata lettera di ringraziamento.
E fu con questi leader straordinari, questi uomini di grande cultura e di grande qualità, che nel 1776 anzi nel 1774 i contadini spesso analfabeti e comunque ineducati si ribellarono all’Inghilterra. Fecero la guerra d’Indipendenza, la Rivoluzione Americana.

La fecero, nonostante i fucili e la polvere da sparo, nonostante i morti che ogni guerra costa, senza i fiumi di sangue e gli abominii della futura Rivoluzione Francese. Senza la ghigliottina, insomma, senza le migliaia e migliaia di decapitati, senza i massacri della Vandea e di Lione e di Tolone e di Bordeaux.
La fecero con un foglio che insieme al bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, concretizzava la sublime idea della libertà anzi della libertà sposata all’uguaglianza: la Dichiarazione d’Indipendenza. «We hold these Truths to be self-evident… Noi riteniamo evidenti queste verità. Che tutti gli Uomini sono creati uguali. Che sono dotati dal Creatore di certi inalienabili Diritti. Che tra questi Diritti v’è il Diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca della Felicità. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devono istituire i governi…».
E quel foglio che dalla Rivoluzione Francese in poi tutti gli abbiamo bene o male copiato, o al quale ci siamo ispirati, costituisce ancora la spina dorsale dell’America. La linfa vitale di questa nazione.
Sai perché? Perché trasforma i sudditi in cittadini. Perché trasforma la plebe in Popolo. Perché la invita anzi le ordina di ribellarsi alla tirannia, di governarsi, d’esprimere le proprie individualità, di cercare la propria felicità. (Cosa che per un povero, anzi per un plebeo, significa anzitutto arricchirsi).
Tutto il contrario di ciò che il comunismo faceva proibendo alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, e mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re.
«Comunismo è un regime monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto tale taglia le palle, agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle, non è più un uomo» diceva mio padre. Diceva anche che invece di riscattare la plebe il comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame, quindi impediva alla plebe di riscattarsi.

Bè, secondo me l’America riscatta la plebe. Sono tutti plebei, in America. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola. Stupidi, intelligenti, poveri, ricchi. Anzi i più plebei sono proprio i ricchi.
Nella maggioranza dei casi, certi piercoli! Rozzi, maleducati. Lo vedi subito che non hanno mai letto Monsignor della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la raffinatezza e il buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi che sprecano nel vestirsi son così ineleganti che, in paragone, la regina d’Inghilterra sembra chic.
Però sono riscattati, perdio. E a questo mondo non c’è nulla di più forte, di più potente, di più inesorabile, della plebe riscattata. Ti rompi sempre le corna, con la Plebe Riscattata. E, in un modo o nell’altro, con l’America le corna se le sono sempre rotte tutti. Inglesi, tedeschi, messicani, russi, nazisti, fascisti, comunisti…
Da ultimo se le son rotte perfino i vietnamiti di Ho Chi Minh. Dopo la vittoria son dovuti scendere a patti, con gli americani, e quando l’ex-presidente Clinton è andato a fargli una visitina hanno toccato il cielo con un dito. «Bienvenu, Monsieur le Président, bienvenu! Facciamo business con America, oui? Boku money, tanti soldi, oui?».
Il guaio è che i figli di Allah non sono vietnamiti. E con loro la faccenda sarà dura. Molto lunga, molto difficile, molto dura. Ammenoché il resto dell’Occidente non smetta di farsela addosso. E ragioni un po’ e dia una mano. Papa compreso.

LIVIO CAPUTO, Lotta al terrorismo: perché restare a Kabul . AFGHANISTAN, UN SIMBOLO. E ATTENTI AULA SOMALIA

Le riserve leghiste sulla spedizione italiana in Afgha­nistan, e più in generale sulle missioni di pace dei nostro soldati in Medio Oriente e nei Balcani, sem­brano più o meno rientrate, anche se è probabile che il Carroccio continuerà a sollevare periodicamente il problema per restare in sintonia con il suo elettorato. Del re-sto, se guardiamo al panorama internazionale, non è il caso di stupirsi più di tanto. Nei Paesi che in Afghanistan hanno su­bito le perdite più gravi – Gran Bretagna, Olanda, Canada in primo luogo – le voci contrarie alla partecipazione alla guerra si fanno ormai sentire regolarmente. Per adesso, il fronte tie­ne, anche se qualche governo, per tenere tranquilla l’opinio­ne pubblica, ha preannunciato un disimpegno nel 2011 o nel 2012. Il problema vero è che il conflitto afghano è solo il ful­cro di una guerra al terrorismo islamico, che certamente non si esaurirà neppure con una ipotetica sconfitta dei Talebani e una ancora più ipotetica cacciata dei vertici di Al Qaeda dal­le Zone tribali del vicino Pakistan. In altre parole, se vogliamo evitare che l’organizzazione di Osama Bin Laden, in caso di perdita degli attuali santuari, se ne procuri uno di ricambio in cui addestrare i suoi uomini e preparare i suoi attentati, ripor­tandoci a prima dell’I 1 settembre, dobbiamo prepararci ad al­tri interventi, diretti o indiretti, in cui l’America non vorrà es­sere lasciata sola.

Oggi come oggi, il pericolo maggiore viene dalla Somalia, che non è solo il Paese dei pirati che ormai da mesi tengono in ostaggio dieci nostri marinai senza che noi osiamo interveni­re per liberarli, ma anche della Shebab, un’organizzazione fon­damentalista che, negli ultimi mesi, si è impadronita di tutte le province meridionali e dei nove decimi della capitale Mo­gadiscio. Nella loro fin qui vittoriosa guerra contro il gover­no riconosciuto a livello internazionale, i guerriglieri islami­ci si avvalgono dell’assistenza di un numero consistente di combattenti stranieri – arabi, yemeniti, uzbechi, ceceni – che Al Qaeda ha ritirato dall’Iraq e perfino dal Pakistan con l’evi­dente obbiettivo di costituire una solida testa di ponte nel Cor­no d’Africa. Grazie anche alla intensa opera di reclutamento tra i giovani, gli Shebab hanno buone possibilità di progredi­re nella loro avanzata verso nord. Essi fanno ormai ampio ri­corso agli attentatori suicidi e hanno imposto una versione par­ticolarmente cruenta della sharia. Il nuovo capo della Cia, Pa-netta, si è affrettato a dichiarare che “la Somalia non deve di­ventare il nuovo paradiso di Al Qaeda”, ma è evidente che, do­po il fallimento del tentativo di bloccarne l’avanzata ricorren­do all’esercito etiopico, bisognerà pensare a un intervento oc­cidentale. E, con il precedente disastroso del 1991, non sarà certo facile mobilitare le forze necessarie. Gli altri Paesi nel mirino immediato di Osama, lo Yemen e l’Al­geria, sono sicuramente più in grado di difendersi da soli e co­munque, per ragioni politiche, non chiederanno mai l’aiuto occidentale. Molto dipenderà, comunque, dall’esito della guer­ra afghana, dove non si combatte solo per assicurare un futu­ro di libertà al Paese, ma per dimostrare al mondo fondamen­talista islamico che noi restiamo i più forti e che la Jihad, che prenda la strada della rivolta armata o quella del terrorismo, non ha un avvenire.



Luca Ricolfi, La sinistra degli snob, La Stampa 12 Maggio 2009

L’ostinazione con cui la sinistra respinge al mittente qualsiasi proposta concreta in materia di sicurezza, senza essere minimamente sfiorata dal dubbio di aver torto, ci fornisce una preziosa radiografia dei suoi mali.

  • L’astrattezza, prima di tutto. Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema. Se non fossero ammalati di astrattezza i dirigenti del Pd capirebbero che il problema dell’Italia è che attira criminalità e manodopera clandestina più degli altri Paesi perché non è in grado di far rispettare le sue leggi, e che l’unico modo di scoraggiare l’immigrazione irregolare è di convincere chi desidera entrare in Italia che può farlo solo attraverso le vie legali. A questo serve il «respingimento», ma a questo serviva anche la norma che prolunga da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di raccolta degli immigrati (i vecchi Cpt, ora ridenominati Cie), una norma necessaria ma ottusamente combattuta dall’opposizione. Senza il respingimento (in mare) i trafficanti di immigrati continuerebbero a scaricarli sulle nostre coste, senza il prolungamento dei tempi di permanenza (nei Cie) l’identificazione sarebbe perlopiù impossibile, e continuerebbe la prassi attuale, per cui il clandestino viene trattenuto qualche settimana e poi rimesso in circolazione senza possibilità di riaccompagnarlo in patria.

  • c’è anche molta presunzione, per non dire molto snobismo. Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l’azione del ministro Maroni? Sì, probabilmente lo sa, ma si racconta la solita fiaba autoconsolatoria. Gli italiani non sono quelli di una volta, Berlusconi li ha rovinati, la Lega li ha incattiviti, noi politici illuminati non possiamo farci guidare dai sondaggi, noi dobbiamo riforgiare le coscienze, corrotte e intorpidite da vent’anni di berlusconismo. E’ la solita storia: «alla sinistra non piacciono gli italiani», come scrisse fulmineamente Giovanni Belardelli quindici anni fa, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sconfitta e umiliata, non si capacitava che un rozzo imprenditore lombardo avesse potuto sconfiggere una classe politica colta e raffinata qual era quella del vecchio Pci.

  • ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali, specie se di modeste origini o di modesta cultura. Quando si parla di criminalità, di sicurezza, di immigrazione clandestina, nella gente c’è certamente anche molto cattivismo gratuito, molta insofferenza, molta intolleranza. Ma una forza politica dovrebbe sapere che i cattivi sentimenti non vengono dal nulla, e quelli buoni hanno talora origini imbarazzanti. L’insofferenza verso gli immigrati è più forte nei ceti popolari perché è nei quartieri degradati che la sicurezza è un problema grave; ed è innanzitutto per chi non ha grandi risorse economiche che la concorrenza degli stranieri per il posto di lavoro e per servizi pubblici può diventare un problema serio. L’apertura verso gli stranieri, il sentimento di solidarietà, l’attitudine a tutti accogliere albergano invece in quelli che lo storico inglese Paul Ginsborg ha battezzato i «ceti medi riflessivi», e raggiungono l’apice fra gli intellettuali, dove – soddisfatti i bisogni primari – ci si può dedicare all’arredamento della propria anima: chi ha un lavoro gratificante e un buon reddito, chi può permettersi di vivere nei quartieri migliori di una città, chi non deve combattere per un posto all’asilo o per una prenotazione in ospedale, può coltivare più facilmente un sentimento di apertura.

Leggi l’intero articolo: Qui

La sinistra ed il suo ombelico

Penso che la sinistra, nata alla fine dell’Ottocento per rappresentare il mondo del lavoro e dopo essere passata per lo stalinismo, il maoismo, il castrismo, ora si guarda l’ombelico.

Sono perdenti nelle elezioni per inconsistenza programmatica e perdita di rapporto con la quotidianità, ma in cambio hanno, come minimo, 4 quotidiani: L’Unità, Il Manifesto, Liberazione, l’Altro, …

Che parabola discendente. Altrochè il sole dell’avvenire

Pensare la politica: il volo dell'aquila e gli entomologi della sinistra

Questa mattina mi è capitato di reagire come ad un riflesso condizionato ad un post.
Poichè quel flusso flusso di pensieri
 corrisponde fedelmente al mio attuale livello di coscienza salvo quelle parole in questo diario.

Car* *
poco fa sentivo la rassegna stampa di Rai3.
L’economista Deaglio spiegava che l’Asia contribuisce per i 2/3 alle nuove nascite e che l’Europa è già oggi una piccolissima minoranza demografica su quella parte di terre emerse che sta al di qui dell’oceano.
Dentro questa minoranza l’Italia conta poco più che una macchiolina.
E dentro questa macchiolina da nulla  i vecchi (che sono maggioranza dentro questa Italia) contano meno che zero davanti allo tsunami asiatico e a quello delle culture (molto poco elaborative dei diritti civili: la metto così per non bestemmiare!) di matrice islamica.
Mi spiegano i signori della sinistra come si potrà tutelare il diritto di minoranza alla vita fisica nel prossimi 10 anni davanti a questi processi? Lo sanno che il conflitto sociale non potrà essere incanalato in quello dei cortei geronto-sindacali di questi anni e che invece assomiglierà di più a quanto avviene oggi nel Congo?
Se non lo diranno, sarà meglio che la destra (alleata con la Lega) prevalga ancora nei prossimi 10-15 anni. Anche se come un coglione ancora annientato dalla mia ideologia dei 20/30 anni continuerò a votare per quella parte politica che non sta intercettando nulla di nulla di quanto a livello geopolitico sta avvenendo e  che, quindi, non ha alcun progetto per la sopravvivenza esistenziale ed intersoggettiva di chi ha la sorte di vivere su questo sputo di terra.
Il complesso di colpa di essere stati gramscianamente egemoni nei secoli precedenti sta facendo perdere di vista che i veri padroni del futuro saranno i cinesi, gli indiani, gli arabi, gli irakeni, gli iraniani. E agli afgani (dopo quello di coltivare l’oppio per colonizzare negli anni ’70 con l’eroina il “ricco” occidente) sarà affidato il compito di distruggere fisicamente i segni della civiltà europea (chiese, musei, pinacoteche, piazze) come hanno già fatto con quelli della civiltà buddista, quando la loro teocrazia aveva il potere.
Sono molto lontano – purtroppo – dalla cultura della Lega Nord (che fra l’altro proprio oggi è riuscita a difendere le mucche italiane ed il loro latte), tuttavia questi qui sono l’infima minoranza che tutela infinitamente di più l’elementare diritto alla sopravvivenza di tante parole che si riferiscono a scale di valori appartenenti al passato.
Certe volte occorre provare a fare il volo dell’aquila invece che esercitare lo strafottuto “spirito critico” degli entomologi e provare a vedere quanto sta effettivamante succedendo.

Relativismo conoscitivo e relativismo culturale e l'11 settembre 2001

Un pro-memoria per pensare la beata incoscienza con cui molte culture filosofiche e politiche hanno rimosso il significato pratico e simbolico dell’11 settembre 2001

“Il relativismo è privo di contenuti.
Ci dice solamente che ogni convinzione è fragile e che ogni nostra interpretazione del mondo può essere facilmente “decostruita”

“Poichè, se tutto è “costruzione”, ivi compresi i principi fondanti della democrazia, come il principio di libertà d’espressione e di opinione, o i principi derivanti dal senso comune, come il principio che vorrebbe che nè le verità storiche nè quelle matematiche possano essere determinate dalla legge, perchè prenderle sul serio?

in Raymond BoudonElogio del senso comune. Rinnovare la democrazia nell’era del relativismo (2006), Rubbettino, 2008, p. 26, 29

Un albero e le mie radici civiche, 8 settembre 2008

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Questo albero di grande maestosità e bellezza è in un giardino condominiale di Albavilla, in provincia di Como.Col tempo è’ diventato un simbolo naturale che mi parla con sapienza dell’importanza delle radici personali intrecciate a quelle civiche.

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L’8 Settembre 1943 per l’Italia (ma non per gli italiani, purtroppo) è una data periodizzante.

Quel giorno, che si commemora oggi con penose polemiche , il generale Pietro Badoglio siglò l’armistizio con i nuovi alleati americani, dopo che il fascismo mussoliniano aveva  – invece – portato il nostro paese alla mostruosa alleanza con la Germania hitleriana della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Dopo aver firmato l’armistizio, Badoglio fuggì con il re Vittorio Emanuele III a Brindisi, lasciando l’esercito e tutto il paese nelle mani della violenta reazione tedesca, che mise a ferro e fuoco l’Italia del Nord ancora per altri 2 anni.


Quella data mi ricorda che la Repubblica italiana ha le sue radici nella sconfitta 
– al prezzo di tantissimi morti e feriti –del fascismo. E questo fornisce alimento alla mia impossibilità morale di aderire a coalizioni di destra, anche quando ne condivido alcune specifiche scelte amministrative.
Ma quella data mi ricorda anche che alle radici della Repubblica italiana ci sono gli Stati Uniti d’America e gli anglo-americani, che parteciparono attivamente alla sconfitta del nazifascismo in Europa.
E questo mi differenzia politicamente dai partiti che fanno di una loro identità antiamericana il loro povero e miserabile cemento ideologico.

 


Napolitano parla del «duplice segno della Resistenza: quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia di tanti giovani che combatterono nelle formazioni partigiane sacrificando in non pochi la loro vita; e quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò».

“Farei un torto alla mia coscienza – dice La Russa – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente e dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani, e meritando quindi il rispetto pur nella differenza di posizioni di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia«.

L’11 Settembre 2001 in una riflessione storica e biografica di Paolo Ferrario. Testo del 2007

1.   LA RIFLESSIONE STORICA

Ricorre il sesto anno dall’attacco del terrorismo islamico alle torri gemelle di New York. Con la distruzione , assieme alle persone, di uno skyline simbolico dell’immaginario culturale del Novecento.
Per me ha contato molto quanto scrisse, quasi in tempo reale, Oriana Fallaci.
Dalla sua indagine giornalistica ho appreso ciò che mi serviva ad orientarmi in quell’avvio di congiuntura storica.

L’11 settembre 2001 ha inciso moltissimo nella mia biografia.

E’ tempo di fare To Cross the Line

Nei mesi successivi ho varcato la soglia e ho dovuto rimettere in discussione 28 anni di militanza politica nel Pci-Pds-Ds. 28 anni sono un bel pezzo di strada

Ma è negli scossoni storici che si vedono in modo illuminante le profonde relazioni esistenti fra l’Io, l’identità soggettiva, e il mondo esterno, ossia la società e la cultura.

Sarà una giornata di tante rievocazioni, di tanti punti di vista.

Io mi appunto qualche pensiero che va sui TEMPI LUNGHI, non sulla contingenza.

Il dato storico mi appare sempre di più questo:

l’islamismo non è un semplice integralismo cultural-religioso,

ma è un totalitarismo che si basa sul fondamentalismo religioso

L’islamismo è omologo (certo non uguale, per la diversità dei contesti) al nazismo della prima metà del Novecento.

Sostiene Alexandre Del Valle:
Pos­siamo, come suggerisce Pierre-Andre Taguieff, considerare il totalitarismo sotto tre forme e accezioni, più complementari che anti-nomiche, riprendendo la classificazione che Renzo De Felice ha ten­tato riguardo il fascismo: il fascismo come movimento, il fascismo come regime e il fascismo come ideologia. Se si applica questa tri­plice classificazione all’oggetto del nostro studio, si può distinguere il totalitarismo comemovimento, con la genealogia dei fascismi e del marxismo e della loro incubazione totalitaria nei secoli XIX e XX, il totalitarismo come regime con i regimi nazista, sovietico, maoista, khmer rosso, saudita, talibano-khomeinista o sudanese, infine il tota­litarismo come ideologia con il marxismo-leninismo, lo stalinismo, il nazionalsocialismo o l’islamismo. L’ideologia islamista traspare nella dottrina totalitaria dei Fratelli musulmani, del Gamiat-i-islami pachistano, della rivoluzione sciita iraniana o del wahhabismo sau­dita – quindi il neo wahhabismo rivoluzionario di Ben Laden – o, più in generale, nel salafismo sunnita, nelle sue forme fondamentaliste e gihadiste. La definizione generica del totalitarismo come

pretesa dottrinaria ideologico-politica a conglobare la totalità della vita in un monismo del potere e della visione del mondo, usando se­gnatamente l’arma del terrore e della violenza

è, secondo noi, la più adeguata a definire l’islamismo, principale rappresentante oggi della realtà totalitaria.

In Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie, Solinum editore, 2007, p. 87-88

Due obiezioni contro l’impiego del termine “totalitarismo” consistono nell’affermare che questa nozione è storicamente associata al nazionalsocialismo tedesco e allo stalinismo russo e che il totalitarismo è necessariamente incarnato in uno stato. Da cui la non applicabilità alla situazione odierna di quella nozione.

Per contro Del Valle sostiene che il progetto islamista prevede la soppressione degli stati tradizionali (Israele in primis) e l’edificazione di uno stato califfale transnazionale che raggruppi tutti i membri della umma islamica, ossia la comunità dei credenti.

Il totalitarismo è l’esatto opposto delle democrazie liberali, che sono dei “sistemi pluralisti fondati sulle costituzioni”.

Quali , dunque, i criteri che, con lo sguardo proiettato al presente e non con gli occhiali del Novecento, permettono oggi di definire il totalitarismo?

Usando il pensiero di Raymond Aron e di Hannah Arendt lo studioso citato ne  individua tre:
–         la confusione fra campo della politica e campo della società civile:
il rifiuto totale di ogni laicità proprio del sistema islamista deve essere considerato come uno dei criteri del totalitarismo nella misura in cui la secolarizzazione è una delle condizioni essenziali dei regimi democratici e liberali

op. cit p. 89
–         la mobilitazione totale e permanente e la fuga in avanti dell’estremismo

–         la militarizzazione non sottomessa alle norme dello stato di diritto:
An­che qui, come i corpi franchi o altri ordini del tipo SA e SS, l’isla­mismo invita ogni credente ad assolvere il suo dovere di “sforzo di guerra sul sentiero di Allah”(gihadfì sabil’Illah) contro i nemici dell’ordine islamista essendo la ricompensa il paradiso di Allah, l’e­quivalente del Valalla dei nazisti neopagani. Imperativo che i movi­menti gihadisti più o meno nati dai Fratelli musulmani o dal Gamiat-i-islami pakistano (Takfir, Gamaa, Gihad, Hamas, GIÀ, GSPC, Lashkar-i-Taiba, Geish-i-Muhammad) hanno spinto fin nelle più ter­ribili trincee chiamando i musulmani di tutto il mondo a “uccidere gli ebrei e i crociati ovunque si trovano”. Questo spiega perché ter­roristi kamikaze si improvvisano a volte al di fuori di ogni struttura organizzata, così come si è visto in Francia a fine agosto 2001 con il caso dell’islamista di Béziers, Safir Bghuia.ù

Op.Cit. p. 89
–         il rifiuto dell’individualismo. La vita singola non ha alcun valore, perché è solamente il gruppo che conta. Questo aspetto, addirittura, è più presente nell’islamismo che nei fascismi o nel comunismo, se si pensa al loro motto: “Amiamo più la morte che voi la vita”

–         il terrore e la paura generalizzata. La coppia fede/terrore è rintracciabile in tutta evidenza  in Iran, nelle giunte alla Saddam o nelle strutture monarchico tribali dell’Arabia Saudita

–         il fine giustifica i mezzi e la menzogna è un dovere:

Ci ricor­diamo del modo in cui i nazisti arrivarono al potere dopo aver utilizzato tecniche sovversive come l’incendio del Reichstag o la strumentalizza­zione del cristianesimo che invece detestavano, o ancora il modo in cui i comunisti sovietici distinguevano la verità superiore (pravda), ideolo­gica, dalla verità di fatto(istina) sacrificabile a piacere. Puskin scrisse del resto: “La menzogna che ci eleva non mi è più cara della moltitu­dine delle piccole istina…” Perciò molti grandi pensatori e giuristi del­l’isiam classico ai quali si riferiscono gli islamisti hanno anch’essi teo­rizzato la “menzogna pietosa” o “l’adesione dei cuori” (tàlib al-qulub) e l’hanno destinata a quelli che Lenin chiamava gli “utili idioti”: “Le menzogne sono peccati, salvo quando sono dette per il be­nessere del musulmano” (Al-Tabarani); “la menzogna verbale è auto­rizzata nella guerra” (Ibn Al-Arabi)7. Nello sciismo troviamo il princi­pio della taqiyya, che autorizza il credente a rinnegare pubblicamente la sua fede in un contesto ostile, mentre il salafismo sannita si riferisce alla menzogna di circostanza: “È permesso mentire per respingere un male più grande (…). La menzogna è laida ma si può usare per il bene. Si può mentire a un kafìr (infedele) al di fuori della guerra (…) per as­sicurarsi un interesse materiale”, si spiega ai giovani militanti islamisti, essendo la menzogna qui paragonata a un’opera di pietà come a una guerra santa, perché “la guerra santa deve essere condotta utilizzando la furbizia e l’inganno contro i capi kafìr, contro quelli che attaccano ciò che Dio ha rivelato (…). Ibn Taymiyya ha detto che è permesso e che è anche un dovere per un musulmano in certi casi, di assomigliare agli “associatori” nelle cose esteriori come il vestiario e altre apparenze

Op.Cit. , p. 91-92

–         il fanatismo ideologico:

ciò che caratterizza più profonda­mente il totalitarismo, non è solamente la violenza e l’ipertrofia di uno Stato liberticida ma l’ideologia stessa, intesa nel senso etimologico del termine come logica di una idea totale, il fatto di spiegare il movi­mento della storia come un processo unico e coerente dedotto a partire da una idea centrale: la legge della natura e della razza per il nazismo, della storia o della lotta di classe per il marxismo, oppure della sotto­missione dell’umanità ad Allah e quindi la lotta delle religioni e delle civiltà per l’islamismo.

Op.Cit. p.92

Mi sono appuntato questi pochi stralci di una ricerca ad ampissimo spettro: storico, religioso, politologico, giuridico, sociologico.

Il libro di Alexandre Del Valle va sui tempi lunghi.

E’ per questo che mi ha guidato nel tracciare questo ricordo dell’11 settembre.

Per decenni i miei criteri orientatori sono stati l’antifascismo e la guerra antifascista.

Sono una parte durevole della mia identità. Sono soddisfatto di me che sia andata così. Un po’ ho fatto buoni incontri e ho incrociato buoni maestri. E un po’ ci ho messo del mio,

Ed è per questo che la formula del saggista della sinistra americana Paul Berman:

la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista

mi ha fatto tornare alla casa dell’altra mia vita, quando ammiravo coloro che si erano battuti, in situazioni estreme e fino al sacrificio personale,  contro il nazifascismo:

I nazisti rappresentarono la Seconda guerra mondiale come una battaglia biologica tra la razza supe­riore (loro) e le razze inferiori e impure (noi). I Sovietici e i loro compagni rappresentarono la Guerra fredda come una lotta economica tra i proletari del mondo (loro) e gli sfruttatori borghesi (noi). L’immagine medioevale del fon­damentalismo, con guerrieri del gihad che brandiscono la scimitarra contro la cospirazione sionista-crociata era non meno fantasiosa, e non meno folle. La realtà della guerra al terrorismo – il panorama della vita reale che divenne evi­dente in quei primi giorni della guerra in Afghanistan – non era quindi un’operazione di polizia, non era uno scontro di civiltà e neanche una situazione cosmica. Era un avveni­mento in stile ventesimo secolo. Era uno scontro di ideo­logie. Era la guerra tra il liberalismo e i movimenti apoca­littici e fantasmagorici insorti contro la civiltà liberale fin dalla catastrofe della Prima guerra mondiale.

Paul Berman, Terrore e liberalismo, Einaudi, 2004, p. 216

Invece all’indomani dell’11 settembre l’amministrazione americana ha dovuto fronteggiare, sostanzialmente da sola, fatta eccezione della Inghilterra di Tony Blair, la guerra dichiarata dal totalitarismo islamista, attraverso la distruzione simbolica e materiale delle torri, all’intera civiltà occidentale.

Stasera gli americani si pongono molte domande. Gli americani si chie­dono: chi ha attaccato il nostro Paese? Tutte le prove che abbiamo raccol­to puntano verso un’accozzaglia di organizzazioni terroristiche liberamen­te affiliate a un’organizzazione nota come Al Qaeda. Sono gli stessi assas­sini accusati di aver bombardato le ambasciate americane in Tanzania e in Kenia, gli stessi responsabili del bombardamento dell’incrociatore USS Cole. Al Qaeda sta al terrore come la mafia sta al crimine. Essa tuttavia non ha per obiettivo il denaro; il suo obiettivo è rifare il mondo e impor­re il suo credo integralista ai popoli di ogni dove. I terroristi praticano una forma di estremismo islamico di frangia che è stato respinto dagli studio­si musulmani e dalla stragrande maggioranza dei religiosi musulmani; un movimento di frangia che perverte gli insegnamenti pacifici dell’Islam. Le direttive dei terroristi ordinano di uccidere i cristiani e gli ebrei, di ucci­dere tutti gli americani e di non fare alcuna distinzione tra militari e civili , donne e bambini compresi.

Questo gruppo e il suo leader, una persona di nome Osama Bin Laden,     sono collegati a molte altre organizzazioni in diversi Paesi, e tra queste la  Jihad islamica in Egitto e il Movimento islamico in Uzbekistan. Ci sono  migliaia di questi terroristi in oltre 60 Paesi.

….

La nostra guerra al terrorismo comincia con Al Qaeda, ma non finisce lì. Non sarà finita fino a quando non saranno stati trovati, fermati e scon­fitti tutti i gruppi terroristici di portata globale. Gli americani si chiedono: perché ci odiano? Odiano quello che possiamo vedere proprio qui, in que­sto luogo: un governo eletto democraticamente. I loro leader si nominano da soli. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di culto, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di voto e di riunirci ed essere in disaccordo l’uno con l’altro, Vogliono sovvertire i governi attuali di molti Paesi musulmani, quali l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania. Vogliono spingere Israele fuori dal Medio Oriente. Vogliono spingere i cristiani e gli ebrei fuori da ampie zone dell’Asia e dell’Africa. Questi terroristi uccidono non soltanto per porre fine alla vita, ma per disgregare e porre termine a un modo di vivere. Con le loro atrocità, sperano che l’America si impaurisca, che si riti­ri dal mondo e abbandoni i suoi amici. Sono contro di noi perché noi ci frapponiamo al loro cammino. La loro falsa devozione non ci trae in inganno. Abbiamo visto i loro simili in passato. Sono gli eredi di tutte le ideologie assassine del Ventesimo secolo. Sacrificando la vita umana per servire le loro visioni integraliste, abbandonando ogni valore a eccezione della volontà di uccidere, seguono le orme del fascismo, del nazismo e del totalitarismo. E seguiranno quelle orme fino alla fine, fin dove conduco­no: nella fossa comune dove sono sepolte le bugie della storia.

Georg W. Bush – Presidente degli Stati Uniti, Discorso al Congresso in sessione congiunta e al popolo americano, Campidoglio degli Stati Uniti, Washington, 20 settembre 2001

Non vedo nessuna contraddizione con la mia collocazione politica proveniente dalla sinistra lo stare da quella parte.

Sì …  dalla parte della amministrazione americana.

Solo mi spiace che a prendere in mano questa bandiera sia stata in questi anni la destra italiana.

2.  LA RIFLESSIONE BIOGRAFICA

il mio TO CROSS THE LINE,

dopo il ciclo storico aperto dall’islam politico l’11 settembre 2001

(scritto nel 2006)

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds).
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho altri ricordi. Persone … libri … momenti … Li lascio ad altre volte. Chissà, …. forse ci saranno occasioni.

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera. Già: eccetera …

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“.

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Pagina di diario: a cosa serve la politica?

Qualche stimolo trovato e raccolto qua e là mi fa tornare alla riflessione sulla politica e sulla sua funzione.
Rifletto a voce alta. Decido di farlo come se fossi in una situazione meditativa.
A cosa serve la politica?
Serve a fare quello che nessuno con la sua individualità riesce a fare da solo. Nella politica sento il legame fra la mia infinitesima soggettività e la sfida dello stare nel mondo. Nella politica scorgo il legame sociale: io soggetto, la cultura che ho ereditato e che ho coltivato, le forme storiche della società che rendono possibile far funzionare la vita (produzione, leggi, strutture, istituzioni)

Quindi il primo compito che dovrei tentare di darmi è far interagire la mia soggettività (la mia piccola soggettività) per quei compiti che vanno oltre me.
Come in un Mantra.
Primo esercizio di respirazione: ridurre il mio invadente Io e applicarmi al compito …. Quel compito che da solo non posso fare.

In secondo luogo debbo aggirarmi cautamente e vedere cosa c’è già. Intendo culture politiche esistenti e loro capacità di interpretare le situazioni problematiche. Individuando valori e disvalori, virtù e vizi. Cercando di capire usando anche la identificazione proiettiva, ossia quel comportamento che consiste nel mettermi (anche se il rischio è che le mutande puzzino) nei panni dell’altro.
Secondo esercizio di respirazione: di fronte a questo problema collettivo questa cultura politica ha delle risposte? E’ in grado di affrontarlo anche gradatamente e per piccoli passi (perché di grandi spallate il Novecento ne ha incubate e realizzate di mostruose. Basta, direi)

In terzo luogo debbo convenire che in politica occorre superare due Scilla e Cariddi.
La prima ha a che fare con queste domande: chi rappresenta di più il mio straripante Io? Chi è meno lontano dal soddisfare le mie pulsioni che vengono dal mio aver succhiato latte di madre, dalle prime aste alla scuola elementare, dalle prime polluzioni notturne e successive masturbazioni, dal primo bacio extra-familiare, dalla fatica del comprendere le regole, dall’apprendimento del gioco infinito delle frustrazioni e delle gratificazioni.
La seconda ha a che fare con una domanda, ahimè, tecnica: come prendere decisioni nella situazione inevitabilmente caotica degli straripanti Io che stanno sul paesaggio di questo scorcio di vita terrena (si sa: nell’altra vita leggerò ed ascolterò le poesie di Mark Strand)?
Terzo esercizio di respirazione: devo stare qui perché … anche là c’è qualcosa di necessario ma … non posso che stare qui …. Om … Om … Om

Ecco finora ho volato sulle nuvole.

Ora ritorno a terra.

La politica è uno specchio deformato della società civile. Quando le associazioni di cittadini teleguidati o da un imprenditore brianzolo o da un comico genovese berciano contro la politica stanno parlando di se stesse.
Ad una società civile individualista, familista e dotata di scarso senso dell’etica pubblica corrisponde una del tutto simmetrica classe politica.
C’è un segno visibile, tangibile, verificabile che misuri i contenuti della politica?
C’è. Per me c’è. Lo so da quando sono nato, da quando ho imparato a parlare.

E’ il linguaggio.

Chi tenta di introdurre un altro linguaggio nella politica  sta già facendo moltissimo.
Certo, il linguaggio non riesce a fare nulla sui contenuti. Ma l’espressione dei contenuti (che sia una discussione, una  procedura, una decisione) è uno degli strumenti per fare politica.

Direi che nei sistemi democratici la politica è linguaggio che diventa decisione per il bene comune.

Devo dire che Veltroni sta introducendo un altro linguaggio. Comunque vada la sua candidature e programma ed esito , questo è già un successo.

Ma cosa vuol dire bene comune?

Vuol dire aprire una finestra, guardare fuori, vedere la città ed il suo reticolo circostante e dire: ”

mantenere bello e vivibile questo paesaggio che esisteva prima di me e che è stato modificato dei miei concittadini e che dovrebbe essere luogo di vita per le future generazioni …. ebbene questo è anche compito mio

Con la militanza, se ne ho energia, oppure con l’elementare diritto di voto. Sapendo che sono portatore di verità parziali. Solo le religioni pretendono di conoscere la verità.

Qualcosa posso fare io.
Trattasi di etica personale applicata al bene comune. Esempio: pagare le tasse. Il primo e necessario gesto di solidarietà economica

Qualcosa debbono fare i rappresentanti.
Trattasi di etica pubblica praticabile con le procedure dei sistemi democratici. Si fa così: 1. problema; 2. agenda; 3. punti all’ordine del giorno; 4. discussione; 5. decisione; 6. applicazione; 7. verifica e valutazione; 8. correzione.

Qual è, invece, la situazione (dovuta a Narciso: sì … a Narciso che innamorato di se stesso vorrebbe annegarsi nel lago portando con sé tutti i filistei. Trattasi di voluta confusione mitica)?
La situazione è che che in tutti quei passaggi c’è rissa, scontro, insulto … dileggio  … disprezzo … logica amico/nemico logica sei della mia famiglia/non sei della mia famiglia. Mi èpiacerebbe vedere la ricchezza applicativa dell’affido (invece che della famiglia familistica): prendo una tua idea, la faccio mia, la curo, la restitusco alla comunità. Avendo in mente il bene comune. Cioè beni tangibili ed intangibili che sono di interesse e valore per tutti e per ciascuno.

Mi chiedo: “Amalteo … hai qualche esempio?”

Sì ho qualche esempio.
L’Italia ha bisogno di alcune grandi riforme (anche gli alti paesi, certo: ma Francia, Germania, Inghilterra ce la fanno. Oh se ce la fanno!).

Per esempio l’Italia è dipendente dalla Russia, Libia e Francia per il fabbisogno energetico. Un qualsiasi disordine in quei paesi si ripercuoterebbe sulla nostra vita quotidiana. E i romanzi di fantascienza insegnano cosa succede quando c’è una crisi energetica. Si ritorna alla età della pietra: con gruppi che con le clave rubano il pezzo di legno agli altri gruppi.
Occorrerebbe rivalutare la scelta dell’antinucleare degli anni ’70-’80 alla luce delle nuove tecnologie della sicurezza. Occorrerebbe dotarci di strutture per lavorare il gas. Occorrerebbe vedere quanti giacimenti di carbone abbiamo e quanto possiamo farli durare per “passare a’ nuttata”.

Etica pubblica vorrebbe convergenza. Situazione vede rissa.

Secondo esempio.
Il mercato del lavoro è cambiato. I cinesi e gli indiani fanno una concorrenza sleale sui prodotti e loro fattori di produzione. Non c’è più il mercato del lavoro tayloristico. Quello della grande industria. Che ha fatto fare anche all’ Italia (solo sul finire degli anni ’50) la sua rivoluzione industriale. Quel mercato del lavoro che ha anche creato il proletariato. Ossia il soggetto collettivo per la “involuzione” comunista (per piacere: le rivoluzioni sono quelle cose molecolari che cambiano le persone piano piano, come quando si cresce e diventa adulti. Queste sono le rivoluzioni, quelle sono le involuzioni). Quel proletariato industriale che non c’è più e che i comunisti nostrani tentano di vicariare con le masse islamiche. Già … costoro sono orfani del proletariato e lo cercano con il lanternino. Dicevo ….  il mercato del lavoro è cambiato. Gli operai degli anni ’50 e ’60 sono in pensione e quelli dei decenni successivi hanno la partita iva. Fanno una legge, la chiamano Biagi (ma a qualcuno non piace neppure come si chiama). Che lo si voglia o meno quella legge risponde al mutamento del mercato del lavoro che da monolitico si è fatto molecolare.

Etica pubblica vorrebbe che si convergesse su necessarie correzioni (problema; agenda; punti all’ordine del giorno; discussione; decisione; applicazione; verifica; correzione). Situazione vede rissa

Ancora. Si dovrebbe fare una riforma delle pensioni che corregga le storture individualistiche, familistiche, egoistiche dei sindacati che negli anni 70 hanno bruciato le riserve delle future generazioni. Su questo ho qualche appunto:
Ecco. Queste riforme le fanno solo coalizioni coese , stabili , durevoli. Coalizioni di governo che fanno riforme anche CONTRO una parte dei propri elettori.
Ma queste coalizioni non ci possono essere in Italia, dato il sistema elettorale esistente e la netta divisione in due parti della opinione elettorale.
Oppure le fanno delle grosse coalizioni bipartizan, come in Germania.
Etica pubblica vorrebbe che si facesse convergenza sui grandi obiettivi.
Ma il particolarismo, la rissa, l’insulto, l’odio da stadio fra le due parti impedisce di fare questo sforzo di convergenza.

Mantra. Esercizio di respirazione finale : cambio il linguaggio …. Ascolto ….. vado oltre il mio Io …. Vedo i problemi … li vedo …. Vedo le possibili soluzioni … ascolto …. decido …

Fine del mantra e presa di coscienza.

Domani è l’11 settembre.

Totalitarismo islamico permettendo, questi mi sembrano gli esercizi di respirazione per il significato della politica. Ammesso che gli islamici mi facciano respirare. So di non essere nelle loro preghiere. Ma neppure tu che leggi sei nelle loro preghiere.

Concludo con un seminale pensiero

Chiesero a Franco Basaglia:

“In caso di black out cosa farebbe lei”

Rispose Franco Basaglia

“Farei con gli altri cose appropriate per il buio”

Linea del tempo e Polis. Rapporti sessuali e Partito Democratico, 19 aprile 2007

Sono giorni importanti per la politica italiana.
Siamo al concepimento del Partito Democratico.
In realtà questi sono i giorni dei preliminari. I due partiti si esplorano per cercare i punti sensibili.
Il rapporto sessuale unitivo verrà in un secondo momento.
Un anno circa di coito prolungato.
Beh, un po’ vorrei godere anch’io.
Perchè questo passaggio è parte anche della mia storia personale.
Di uno che è stato un militante del Pci (e successive trasformazioni) dal 1974 al 14 ottobre 2002, giorno in cui mi sono dimesso e non ho più rinnovato la tessera.
Per dissenso totale sulle linee di politica estera e in connessione alla mancata presa di coscienza di quale fase stiamo attraversando dopo gli attentati islamici dell’11 settembre 2001.

Sto pensando a una pagina di diario su questi due congressi paralleli.
Non posso farmi passare addosso queste giornate.
Ho bisogno di tempo e di far dipanare i pensieri.
E magari di un sogno.
E se non di un sogno di una reverie

1. Partito Democratico: mappa del processo

Si tratta di unificare due esperienze politiche.
Quella di matrice comunista.
E quella di matrice cattolica.
Non quella di matrice socialista, perche costoro si tirano fuori. E tentano di cogliere questa occasione per rilanciare la loro tradizione.
In questa scelta di UNIRE DUE TRADIZIONI ci vedo una scelta forte e coraggiosa.
In un quadro di frammentazione della rappresentanza politica (22 partiti) trovo positivo, una azione opposta tendente ad unire.
Questo sta avvenendo.
Due culture politiche importanti della società italiana  tendono a  unificarsi  e creare  un unico PARTITO NUOVO.
Insisto: non è una cosa vecchia.
E’ una cosa nuova.

PartitoDemocratico

2. Storia personale e recente storia politica

A partire dal 1974 ho intrecciato la mia biografia individuale con un pezzo di storia politica dell’Italia.
L’ho fatto da iscritto e militante di un partito della famiglia dei partiti comunisti: il Pci.
Ricordo le fasi e i momenti cruciali.
Il compromesso storico, in funzione di difesa delle istituzioni democratiche dal doppio attacco del terrorismo rosso e del terrorismo nero.
Seguiva la fase identitaria, Quella della patologia genetica del Pci, ossia il suo sentirsi “diverso”. Portatore di una diversità quasi antropologica. Questa fase si è conclusa con il più grande funerale di popolo, per la morte nel 1984 di Enrico Berlinguer.
Poi la fase piatta e depressiva, incarnata dalla segreteria  Natta. Anni inutili e inconcludenti. Di pura schermaglia. Erano gli anni nei quali i socialisti sguazzavano nelle tangenti e De Michelis impazzava nelle discoteche. E Craxi spadroneggiava come un ras avido ed arrogante. E tuttavia portatore di alcune ragioni.
Nel 1989 c’è il creativismo di Achille Occhetto, conseguente alla rovinosa caduta dell’impero sovietico. Crollato non per la competizione con l’America, ma per le sue contraddizioni interne.
Bei momenti. Li ho attraversati tutti: nelle sezioni con il rituale della “relazione/dibattito/conclusioni/voto” per cambiare nome ed anima ad un partito di radici comuniste.
C’ero anch’io. Sono contento, molto contento di esserci stato.
Partecipare individualmente in un processo collettivo è stato emozionante e nutritivo.
Ed ora, 2007/2008, siamo alla fase del sacrificio. La cultura politica del Pci/Pds/Ds rinuncia alla sua esistenza organizzativa per dare vita ad una nuova aggregazione politica di donne e uomini.
Un po’ mi dispiace di non parteciparvi direttamente.
Ma io, dopo l’11 settembre 2001, non sono più la stessa persona.
Non mi appassiona una ristrutturazione del sistema politico italiano che non fa i conti con la guerra di civiltà che la religione militare islamica ha dichiarato al mondo occidentale europeo ed americano.

3. Le logiche dissociative delle culture politiche della sinistra

E’ un fatto che questa transizione determinerà una ulteriore scissione nella sinistra.
C’è un germe patologico nella sinistra, una vera e propria malattia costante che ogni tanto riemerge con recrudescenza: quella di dividersi in nome e ragione della identità.
La sinistra incarna il simbolo della strega di Biancaneve:

“Specchio …. specchio
delle mie brame
chi è la più bella del reame?”SINISTRE

E’ un paradosso assoluto.
La sinistra nasce come movimento associativo di estensione popolare dei diritti.
Si sviluppa per espandere i diritti. Si dà strategie per determinare socialità e affermare il valore di “stare assieme” in nome del principio della inclusione.
E, invece, si divide. Ed è sempre CONTRO QUALCUNO.
La sinistra non si scrolla di dosso la cultura dello schema amico/nemico.
“Se non sei mio amico, sei un nemico. E te lo dico anche con violenza che sei un nemico”
Un paradosso assoluto.
Il Partito socialista italiano nasce nel 1892. E da subito è lacerato da un conflitto interno fra massimalisti e riformisti.
Conflitto che, dopo la rivoluzione russa del 1917, conduce alla prima grande scissione, con la nascita del Partito comunista italiano.
Da quel momento le sinistre in Italia sono due.
Due tradizioni, due culture.
Nel 1947 dal partito socialista si stacca un Partito social-democratico. E nel 1964 si stacca un altro pezzo: il Psiup.
Nel frattempo il Pci mantiene la sua compattezza identitaria ed organizzativa.
Nel 1968 si forma la sinistra pulviscolare.
“Avanguardia Operaia”, che si rifaceva al leninismo bolscevico. “Servire il popolo”, di osservanza maoista. il “Movimento Studentesco” di cultura stalinista. “Potere Operaio” di indirizzo operaista. “Lotta continua”, di spirito anarchico (con esponenti che poi si sono rivelati molto abili a sopravvivere e a fare carriera)
Polvere, parte della quale si è trasformata nel fango sporco del terrorismo assassino.
Nel 1989 dal Pci si stacca Rifondazione comunista.
E qualche anno dopo i Comunisti italiani.
E oggi il gruppo di Fabio Mussi, che fa una scissione silenziosa.
Vista così, in serie storica, la frantumazione della sinistra, la sua vocazione alla divisione, la continua presentificazione del simbolo di Narciso fanno davvero impressione.
Un paradosso assoluto.
La sinistra nasce e si sviluppa per unire interessi e valori. E, all’opposto, è ammalata di logiche dissociative.

E’ PER QUESTO CHE IL PARTITO DEMOCRATICO E’ UN PROGETTO NUOVO

Perchè è una scelta in contro-tendenza.
Da logiche dissociative ad una scelta associativa.
Un doppio sacrificio per dare vita ad un partito nuovo.
Sarà poi il test della prova del voto a dire se questo obiettivo era raggiungibile.
Non c’è pathos?
Non c’è godimento?
E’ una fusione a freddo?
Sì ci sono tutti questi elementi.
Tuttavia non si dica che non è un progetto nuovo.
Sul piano del sistema politico è una innovazione di cui riconosco il valore.
E quindi:

buoni preliminari, buon amplesso, buon godimento, buon plateau e buona nascita.

4. Conclusione

Sul piano personale, tuttavia, non partecipo con emozione e coinvolgimento a questo processo politico.
Perchè?
Riutilizzo un commento che ho fatto sul blog di Astime:

“sai, mi sento così più libero nel giudicare questi movimenti effimeri della politica.
Tanto più quanto sono stato convinto ed ideologico nei miei 20-40 anni!
Ho acquisito questa libertà di collocazione politica riflettendo su queste parole di Cassandra Fallaci:

“Ormai Destra e Sinistra sono i due volti della medesima faccia.
Quando parlo di Destra e Sinistra non mi riferisco a due entità opposte e nemiche, l’una simbolo di regresso e l’altra di progresso: mi riferisco a due schieramenti che come due squadre di calcio rincorrono la palla del Potere e che per questo sembran davvero due entità opposte e nemiche.
Se le guardi bene, però, t’accorgi che nonostante il diverso colore delle mutande e delle magliette sono un blocco omogeneo: un’unica squadra che combatte sé stessa.
La Destra laida, la Destra reazionaria ed ottusa, feudale, in Occidente non esiste più.
O esiste soltanto in Islam.
È l’Islam.” 

Oriana Fallaci, Intervista a se stessa, p. 39

Il ciclo geopolitico che si è aperto l’11 settembre ha spostato i confini fra destra e sinistra.
Oggi la destra fascisto-nazista è l’islamismo religioso e politico.
Il resto sono schermaglie locali. Uno scambio di (necessario) potere.
Fino a quando non ci sarà in Italia un equivalente di Tony Blair che prende in mano questa bandiera, nessun progetto politico sarà un grado di suscitare le mie residue energie.


Post Scriptum

In questa transizione dal Pci a Partito democratico c’è chi ha tirato con fatica visibile sul suo volto ed è Pietro Fassino.
Ma c’è ancora una volta la mente più lucida di questa tradizione.
Mi ricopio qui, con le mie sottolineature, l’intervento di Massimo D’Alema

Firenze – 4° Congresso dei Democratici di Sinistra

20 Aprile 2007
Testo dell’intervento di Massimo D’Alema

Care compagne e cari compagni,
grazie. Credo che questa nostra forte appassionata e per certi aspetti anche dolorosa discussione, che si accompagna al dibattito che a Roma sta conducendo la Margherita, stia dando al Paese la consapevolezza che sta accadendo qualcosa di importante, che si sta producendo un cambiamento vero. Quei cambiamenti veri che sono rari nella vita politica di un grande Paese. Di un paese come l’Italia nel quale spesso i cambiamenti sono proclamati ma più raramente vengono effettivamente realizzati. E quando ci sono, i cambiamenti, producono sempre resistenza, fatica, sofferenza. Di questo grande cambiamento io credo dobbiamo esse grati in modo particolare al Presidente del Consiglio, a Romano Prodi, alla sua tranquilla determinazione con la quale nel corso di lunghi anni ha perseguito il disegno della costruzione in Italia di una grande forza in grado di unire i riformisti. Al coraggio con cui ci ha proposto in un momento difficile di andare uniti alle elezioni europee e poi di continuare su quel cammino fino all’appuntamento di oggi. Non è un caso che l’on. Silvio Berlusconi abbia voluto essere qui, ieri, e oggi a Roma al congresso della Margherita, e abbia voluto misurarsi con questa novità con parole di apprezzamento che mostrano che l’uomo il quale indubbiamente ha una straordinaria percezione di quello che si muove nel profondo della società italiana e credo che noi che lo abbiamo combattuto tuttavia non dobbiamo sottovalutarne – quando lo abbiamo fatto abbiamo sbagliato – le capacità, l’uomo ha voluto essere sulla scena nel momento in cui si compiva un cambiamento che egli comprende essere profondo, reale ed una sfida per tutta la politica italiana compreso il centrodestra, che per essere all’altezza della competizione del futuro deve probabilmente – ed io lo spero – incamminarsi anch’esso lungo la strada della costruzione di una grande forza politica conservatrice del nostro paese in grado di incarnare la destra oltre le frammentazioni della Casa delle libertà. Per questo siamo al governo del Paese. E l’Ulivo era lì anche – lo dicemmo – come promessa di un nuovo grande partito. Noi dunque stiamo dando attuazione ad una parte importante, direi cardinale, del nostro programma di rinnovamento della società italiana, che comprende la necessità di una politica nuova.

Non è una scelta frettolosa, accelerata, lasciatemi dire con quel tanto di implicito riferimento autocritico che è legato alla storia di questi anni, che semmai è una scelta tardiva rispetto alla forza con cui il progetto dell’Ulivo si è imposto come una delle poche grandi novità di questa seconda stagione della nostra Repubblica. L’Italia non è uscita dopo molti anni da una lunga e logorante crisi democratica. Rimane in bilico fra tentazioni personalistiche e plebiscitarie e un parlamentarismo frantumato, rissoso, impotente, lento rispetto alle necessità di una democrazia moderna. La politica perde legittimità perché si indeboliscono le sue radici nella società italiana e se noi non avvertiamo questo rischio drammatico davvero vuol dire che non siamo più quella grande forza popolare che siamo stati durante la nostra storia. E non si esce da questa crisi senza cambiamenti radicali. Lo stesso bipolarismo va ripensato, non nella sua essenza perché è stato ed è un grande passo in avanti rispetto all’immobilità del centrismo e alla cooptazione delle classi dirigenti, ma nelle sue forme dato che siamo riusciti a mettere insieme un maggioritario talora brutale – perché privo di regole, senza contrappesi e senza la forza di valori condivisi – al permanere di una cultura del proporzionale con tutti i suoi egoismi, con tutte le sue vanità, con tutte le sue ricerche di visibilità che tanto oramai infastidiscono il paese che chiede alla politica serietà, coerenza, coesione. Lo so, la questione italiana non si concentra solo nella perdurante crisi della politica, anche se una pubblicistica corrente vuole farlo credere, anche se la politica è assediata da quel qualunquismo che è un tratto antico della cultura nazionale, alimentato poi da una borghesia che proprio perché non è un potere forte ha bisogno della politica e quindi la vuole debole perché all’occorrenza più flessibile. Ma spetta a noi uscire dalla logica devastante di classi dirigenti impegnate a darsi la colpa gli uni con gli altri – i politici con i giornalisti, con gli imprenditori – anziché capaci di assumere una comune responsabilità per il destino dell’Italia. E se vogliamo che la politica riacquisti autorevolezza io credo che dobbiamo sapere vedere che cosa c’è da fare, con coraggio, con forza, con nettezza per ricostruire una struttura politica del paese in grado di guidare la società italiana, in grado di unire il paese, in grado di combattere ingiustizie, corporativismi, egoismi, in grado di liberare il paese da quel senso di paura per il futuro, per le sfide che abbiamo di fronte, che è stato – questo sentimento di paura – davvero la forza della destra e ciò che ha alimentato la forza di massa della destra nel nostro paese. Paura verso le sfide di un mondo che cambia, illusione che si possa difendere il privilegio di una parte della società italiana alzando le barriere dell’ostilità verso le grandi economie emergenti, verso il dramma ma anche la ricchezza dell’immigrazione. Questa cultura della paura ha dato forza alla destra ma non la si sconfigge soltanto con la predicazione di una società aperta, la si sconfigge con la capacità di governare il paese e di portarlo all’altezza delle sfide da cui dipende il destino comune degli italiani. Il destino comune degli italiani e non la somma dei destini individuali. In quella lotta contro furbizia e individualismo che sono i mali antichi di questo paese. Di un paese nel quale le classi dirigenti sono più preoccupate di dove andare a rifugiare le loro ricchezze, anziché di investirle per lo sviluppo e l’occupazione, o in quale università straniera mandare i loro figli anziché occuparsi di rinnovare e far funzionare l’università italiana. Un paese che sembra avere smarrito il senso della propria forza, della propria vitalità, della propria capacità di vivere la globalizzazione come un’occasione per questo straordinario popolo cosmopolita intelligente che è il popolo italiano che nell’epoca della globalizzazione dovrebbe vivere questa stagione come una straordinaria opportunità.

Per vincere questa sfida non basta rappresentare soltanto i bisogni, le aspirazioni – sia pure legittime – di una parte della società. Occorre un grande partito in grado di esprimere quello che in un linguaggio antico – ma qui, dato che ognuno ha rivendicato il diritto ai propri penati, ai propri lari, credo non faccia scandalo parlare appunto in un linguaggio antico – si sarebbe definito un “nuovo blocco sociale” di cui il lavoro è una componente essenziale ma che non può – come ha ricordato Bersani poco fa – prescindere dal mondo dell’impresa vitale, dalla vitalità del mondo dell’impresa. Lavoro, impresa, cultura sono le componenti di un nuovo patto sociale per cambiare questo paese, per riuscire fare insieme ciò che in Italia non è contraddittorio, insieme una società più aperta e una società più giusta, perché in nessun paese come nel nostro liberalizzare, rimuovere chiusure corporative, privilegi di casta è insieme liberale e socialista, è insieme a favore della concorrenza e del mercato ma anche a favore di nuove opportunità e di maggiore eguaglianza. Questa è la condizione dell’Italia e noi dobbiamo riuscire a fare in modo che di fronte alle sfide di oggi prevalga la speranza sulla paura.

Vedete …. Il lavoro che ho l’onore di svolgere, anche grazie a voi, mi porta a viaggiare molto nel mondo. Il mondo intorno a noi cambia con una straordinaria rapidità.

Mi ha colpito nel messaggio di Margaret Mazzantini quel riferimento allo sguardo opaco dei giovani. Nel mondo intorno a noi, nei grandi paesi che diventano sempre più protagonisti sulla scena mondiale ci sono moltissimi giovani, sono società giovani mentre la nostra comincia a essere relativamente una società vecchia, e con la curiosità di un uomo che oramai pensa ai suoi figli e spera di potere pensare ai suoi nipoti, io guardo con curiosità a questi giovani. Lo sguardo di questi giovani, in India, in Brasile, in Cina, non è opaco, è vivo. Può esprimere qualche volta odio nei confronti dell’Occidente, qualche volta può esprimere disperazione, molte volte esprime speranza nella convinzione che anima queste società che vivono a volte nella miseria, nello sfruttamento e che comunque domani staranno meglio. Fiducia nel futuro, speranza: c’è una straordinaria energia nel mondo che cambia. Qui da noi, nella vecchia Europa, ce n’è di meno; c’è paura del futuro molte volta, c’è l’idea nei nostri figli che essi non godranno degli stessi diritti, degli stessi privilegi qualche volta, di cui abbiamo goduto noi. C’è un senso di precarietà, di incertezza che non è soltanto la precarietà del lavoro, che certo ne è un aspetto ma la società italiana ha vissuto tanti anni fa momenti di sofferenza, di sfruttamento in cui la condizione del lavoro era ancora più dura ma c’era speranza nel futuro. Oggi il rischio è che si guardi al futuro senza fiducia e senza convinzione. Questo è il più grande problema che noi abbiamo e – lo ripeto – non è soltanto una grande decisiva questione sociale, cambiare lo stato sociale, costruire uno stato sociale che sappia non annullare l’incertezza della società moderna perché questo è impossibile, ma ridurre la precarietà e accompagnare l’individuo nella società fluida nella quale viviamo. Ma non è solo una questione sociale, è una grandissima questione politica, culturale, ideale, si tratta di restituire al nostro paese, alle giovani generazioni innanzitutto, il senso della missione dell’Italia, della missione dell’Europa, di che cosa ci stiamo a fare in questo mondo che cambia, di quali valori vogliamo interpretare. Perché l’Europa nel mondo che cambia? Perché senza l’Europa i valori della democrazia, della libertà, la difesa dei diritti umani conterebbero di meno nel mondo che si va unificando. Il senso di una missione che dia a questa generazione fiducia nel futuro e volontà di contribuire al futuro di questo paese e non soltanto di mettersi come individui al riparo dai rischi e dalle sfide che oggi ci incalzano.
E allora io credo che questa è la sfida per l’Italia, l’Italia del centrosinistra, l’Italia governata dall’Ulivo. Partiamo dalla realtà: noi abbiamo avuto una discussione nella quale una parte del nostro partito ci ha detto “voi state facendo una svolta moderata!”, ma noi siamo al governo del paese e dov’è la svolta moderata? Dov’è? nel profilo internazionale che ha assunto il nostro paese, sotto la guida del partito democratico, dov’è la svolta moderata? Nella iniziativa italiana, per voltare pagina dopo la stagione dell’unilateralismo, per rimettere al centro il sistema della Nazioni Unite, per rilanciare l’unità europea, per intraprendere con coraggio la via della pace, del dialogo, per costruire una nuova coalizione internazionale che sconfigga davvero il terrorismo perché coalizza con l’Europa, con gli Stati Uniti, anche il mondo islamico, il mondo arabo, cogliendone le speranze e fugando il rischio di un conflitto di civiltà. Dov’è la svolta moderata? Nel profilo che l’Italia, l’Italia dell’Ulivo, l’Italia guidata dal Partito democratico ha assunto sulla scena internazionale. Nell’allargamento dell’orizzonte della nostra politica estera dopo anni in cui si parlava della Cina solo per dire “dazi”, quando non addirittura il fatto che “bollivano i bambini”..! Noi abbiamo guardato alla trasformazione di questi paesi con una grande opportunità per la nostra economia, per la nostra azione politica. Ecco, io credo davvero che se la prova del governo è la prova del Partito democratico io non vedo davvero il rischio di una involuzione moderata. E mi pare che sulla scena europea il partito democratico è entrato con la forza di un progetto che interroga il socialismo europeo.

Anche qui, il socialismo europeo quello vero – lasciatemi dire – dallo spettatore esterno ci sarà stato almeno un senso di straniamento tra un dibattito nel quale ci siamo sentiti dire “state abbandonando il socialismo europeo!” e il fatto che il socialismo europeo è venuto qui, ad incoraggiare le nostre svolte, a interloquire con il processo di costruzione del partito democratico! Non so se noi lo stiamo abbandonando, certo il socialismo europeo non sta abbandonando noi!Ma con ogni evidenza guarda alla nascita di una nuova grande forza riformista dell’Italia come di un un’opportunità per il socialismo europeo, quello vero, quello di cui noi siamo parte, quello che conosciamo, che non è un feticcio, non è un idolo ma è un movimento vero, con la sua forza, la sua storia ma anche le sue contraddizioni, le sue difficoltà. Non è un feticcio, non è un simbolo ideologico, non è quello che in un’epoca lontana in cui eravamo più giovani, più spregiudicati e più eretici qualcuno avrebbe definito un “bambolotto di pezza”.

Il socialismo europeo è una grande forza reale che vive anche un’autentica crisi, che è alla ricerca di nuove vie, che cerca di allargare i suoi orizzonti, che non a caso ha conosciuto negli ultimi anni, dalla mutazione blairiana del laburismo inglese “center, center, left” fino all’ambizione della Spd di diventare il nuovo centro nella società tedesca, che grandi partiti della sinistra riformista e di governo sono partiti di sinistra che puntano a conquistare il centro della società, la maggioranza e il governo dei loro paese. Questa è la sinistra riformista in Europa e questo è il socialismo europeo e noi che siamo qui a tifare per Segolene Royal sappiamo tuttavia che nell’auspicabile sfida con la destra, con una destra francese che sta cambiando perché Sarkozy non ha il volto del gollismo nazionalista tradizionale della destra francese, la sinistra potrà vincere soltanto se saprà saldarsi con le ragioni di un elettorato moderato democratico europeista che si è raccolto attorno a Beyrout. O no? E che neppure in quella Francia che ha tradizionalmente rappresentato più di ogni altra società europea la logica di un bipolarismo destra-sinistra, neppure lì più oggi il socialismo vince se in qualche modo non va oltre i suoi confini e se non costruisce nuove sintesi e nuove alleanze. Questo è il socialismo europeo, quello vero, che ha bisogno del partito democratico che stiamo costruendo in Italia. E naturalmente questo lo si è capito dal messaggio aperto, interlocutorio, dalla volontà di discutere un messaggio che, lo dico con franchezza, spero sia stato inteso da chi nel nostro partito teme che ci distanziamo dal partito europeo ma anche da chi continua a ripetere verso il socialismo europeo un anatema ideologico, il senso di una distanza ideologica. Anche, qui – io sono d’accordo con Dario Franceschini – nessuno può pensare di imporre un’egemonia ideologica, nessuno può diventare qualcos’altro. Il problema è un altro. Il problema è che il partito democratico non può nascere nella logica di una terza forza tra socialisti e conservatori in Europa. Ma con l’ambizione di essere una componente di un rinnovato polo progressista , riformista, socialista e non solo socialista. E in questo modo il partito democratico diventa un progetto per l’Europa e diventa un messaggio innovativo. Ho sentito qualche amico – c’erano molte delegazioni straniere a questo congresso che avrebbe dovuto isolarci da tutto il mondo, in una eccezione italiana – ho sentito qualche amico dire “finalmente torna dalla sinistra italiana un messaggio innovativo, un messaggio creativo.
Io credo che il grande problema con cui siamo confrontati è quello di costruire su scala internazionale – perché questa è la dimensione della sinistra – una coalizione in grado di misurarsi con le sfide di oggi, che sono quelle che tante compagne e tanti compagni hanno ricordato. La sfida che riguarda il futuro del pianeta e che investe radicalmente la qualità, il modello dello sviluppo e che impone cambiamenti radicali, non soltanto nelle forme dello sviluppo economico ma anche nella qualità della vita delle persone. La sfida della lotta alla povertà, alla fame, all’esclusione. La sfida della violenza, del terrorismo e della guerra che si vince innanzitutto attraverso la capacità nel mondo globale di imparare a convivere, a rispettarsi e a conoscersi. La sfida della libertà delle persone, libertà dalla paura e libertà di realizzare un proprio progetto di vita. Il grande problema con cui si misureranno le generazioni future, le giovani generazioni di oggi, è esattamente quello di dare un orizzonte globale alla democrazia. Il tema della democrazia è un riferimento tutt’altro che arcaico o banale. È un tratto identitario tutt’altro che superficiale o generico di un grande partito nuovo che nasce. La democrazia politica è stato ciò che ha consentito alla sinistra, la sinistra democratica del mondo occidentale, di realizzare quel compromesso tra sviluppo e libertà e diritti individuali, sociali, civili che ha caratterizzato le nostre società. Questo compromesso è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. Ricostruire le condizioni di questo compromesso comporta la capacità di sviluppare un’azione politica che si muova nell’ambito di un mondo unificato. L’illusione che fosse il mercato a unificare il mondo è svanita negli anni che sono venuti dopo la caduta del muro di Berlino. Oggi la sfida riguarda la politica. È una sfida che il socialismo da solo non può vincere non solo in Italia, su scala mondiale. E che richiede – anche qui usiamo una espressione antica – un nuovo “internazionalismo” in grado di costruire una grande coalizione progressista e riformatrice che comprenda le forze democratiche, progressiste di diversa ispirazione. Se questa è l’ambizione di una sinistra vera io credo che la nascita del Partito democratico ci aiuta a fare un passo in avanti e non ad arretrare di fronte a questa sfida così ambiziosa. Certo, compagni, la fatica del cambiamento noi l’abbiamo avvertita, certo siamo arrivati a questo passaggio in modo forse diverso del modo in cui l’avevamo immaginato all’indomani delle elezioni primarie che indicarono Romano Prodi come capo della coalizione del centro sinistra. Forse siamo stati troppo cauti – lo dico per me, non per chi ha condotto con generosità, con forza, con coraggio questo processo, lo dico innanzitutto per Piero Fassino, per quello che ci riguarda – ma se non siamo arrivati nel migliore dei modi possibili a questo passo, questo tuttavia io credo non debba e4ssere una ragione per farci indugiare ancora. Bisogna andare avanti, bisogna farlo con slancio e la verità di questa innovazione la misureremo nelle settimane e nei mesi della Costituente, la misureremo per la qualità delle idee che verranno in campo, perché questo nostro congresso e il congresso della Margherita sono solo l’avvio di un grande dibattito democratico che deve coinvolgere una parte della società italiana.

E la misureremo anche dalla quantità delle persone che verranno in campo, perché in democrazia la quantità è qualità. E anche qui noi non possiamo accontentarci del risultato pure straordinario per quanto ci riguarda di un congresso nel quale pure hanno discusso e votato 250.000 italiane e italiani. Io credo che ancora di più dobbiamo moltiplicare lo sforzo, proprio perché noi paghiamo sulla strada di questo rinnovamento un prezzo.
Cari compagni, lo sapete, ci conosciamo da tanti anni, a me non piacciono le smancerie e tendo ad essere rude. Ma questo non significa che io non avverta con profondo dispiacere personale il senso di un allontanamento che non condivido. Mi sia consentito dirlo perché rispettarsi, volersi bene non significa fare finta, che bello ve ne andate… no! Sarebbe un torto alle persona con le quali abbiamo lavorato tanti anni e con le quali c’è un legame molto profondo e molto antico.

Consentitemi soltanto una digressione autenticamente personale. Vedete …. tantissimi anni fa, erano i giorni in cui si consumava la rottura del Manifesto, Fabio Mussi ed io fummo incerti. Noi eravamo simpatizzanti del Manifesto, lui era più importante perché era membro del Comitato centrale del partito, io ero meno importante ma eravamo molto legati. Avevamo raccolto gli abbonamenti, eravamo parte di quella che allora era una “frazione segreta” ma anche per questo più solidale, e fummo incerti se seguirli e abbandonare il Partito comunista o restare. E allora salimmo su quello che allora era il nostro unico mezzo di locomozione – la motocicletta di Mussi – e ce ne andammo su uno di quei monti che circondano Pisa, dai quali si va verso la Lucchesia, in campagna, e facemmo una discussione tra di noi su quello che dovevamo fare. Se dovevamo abbandonare o no il Partito comunista, una scelta importante. E venimmo alla conclusione che per quante buone ragioni vi fossero, noi condividevamo largamente la piattaforma del Manifesto, questo non giustificava il fatto di separarsi da quella che era la grande forza, che nel bene e nel male per noi rappresentava la grande, la maggiore speranza per il paese. Dopo, solo dopo, perchè allora eravamo così, Fabio mi disse che Luana aspettava un figlio, solo dopo, dopo aver parlato di politica, e che si sarebbero sposati. Adesso sua figlia è una scienziata, noi siamo sempre a far baruffa come quei vecchietti nell’ultima scena del film di Bertolucci “’900”, ma dopo quarant’anni! Quindi, figuratevi un po’. Io non voglio fare un parallelo con le scelte di allora, allora tutto era diverso, allora davvero noi eravamo legati a quella idea “extra ecclesiam nulla salus”, ce ne siamo liberati, siamo diventati più laici e tuttavia dopo tanti anni io avverto questa separazione con un senso di sofferenza e sento il dovere di dire che è una scelta sbagliata, e sento il dovere di dire perché questo è il mio carattere che faremo di tutto per dimostrarvi che è una scelta sbagliata.

Che sta nascendo una nuova forza della sinistra e non svanendo la sinistra italiana e di questo io sono sicuro, perché conosco l’onestà intellettuale di questi compagni, che se noi ce la faremo essi saranno i primi a riconoscerlo. Fabio ha detto una cosa che mi ha colpito, ha parlato di quarant’anni dedicati a questo partito e alle sue trasformazioni. È vero,perchè anche il partito che siamo oggi è apparso persino ingiustamente perché non è poi davvero così, come una, l’ultima trasformazione del partito dove eravamo tanti anni fa.

E Gavino Angius ha detto “beh, compagni, oggi non stiamo decidendo da soli” lo ha detto con un senso come di obbligazione.

È vero, è così.

Lasciatemi dire: finalmente! Finalmente oggi non stiamo decidendo da soli.

E il partito democratico non nasce come Minerva dalla testa di Giove, è alla fine quella trasformazione, quel cambiamento al quale abbiamo aspirato in questi anni proprio perché lo facciamo con gli altri, in ogni città, attraverso la creazione di comitati, in modo aperto, con uno sforzo che deve essere a mio giudizio straordinario, di andare oltre la platea delle forze politiche e anche dei comitati degli appassionati, perché la società civile è più ampia dei comitati per gli appassionati.

Ha ragione Romano Prodi: dobbiamo arrivare ad una elezione popolare dell’assemblea costituente, momento in cui i cittadini italiani che vogliono dare vita al Partito democratico vanno, votano, versano una quota e ricevono una tesserina e a quel punto io spero che ne conteremo più di un milione perché, vedete …,  noi dobbiamo ridare un fondamento forte alla politica, rilegittimare la politica rimettendoci anche in discussione come struttura organizzata e come persone. E anche in questo senso io vorrei spiegare senza alcun retroscena ciò di cui abbiamo discusso convenendo con Piero Fassino: noi dobbiamo dare il senso che si avvia un processo accelerato di trasformazione, una transizione rapida. Piero ha ricevuto un mandato pieno a condurci verso il Partito democratico, ha portato avanti con coerenza questo impegno, abbiamo deciso, abbiamo sofferto, non ha senso che adesso noi ci rimettiamo a riedificare i Ds come se nulla fosse. Non c’è bisogno di avere un presidente del partito, non c’è bisogno. È un orpello inutile in una forza politica che sui muove in modo accelerato nella transizione verso la costruzione di un nuovo grande partito.

Non ci sono assi da rompere o da costruire, è semplicemente un segnale di chiarezza e di buon senso, uno dei valori cui si è riferito Sergio Cofferati con una proposta davvero eversiva in un paese come il nostro. Un atto di ragionevolezza e vorrei aggiungere che a questo si accompagna la disponibilità piena ad un impegno solidale. Piero ha detto voglio chiamare intorno a me, nelle forme che lui riterrà giuste, le maggiori personalità di questo partito, ovviamente in modo anche pluralistico, per lavorare insieme in queste settimane in questi mesi. Ha fatto il mio nome: io sono a disposizione.

Ci credo e credo che dobbiamo mettere ogni energia in questo impegno. Nessuno mancherà all’appello. Siamo pronti, siamo pronti a rimboccarci le maniche, siamo pronti a metterci in discussione, ci piace anche l’idea di dimostrare che siamo nel bene o nel male la classe dirigente della sinistra e non una oligarchia che vuole mantenere sé stessa ad ogni costo e che siamo disposti a metterci in discussione in un grande processo democratico di transizione politica e di mutamento generazionale negli anni che ve4rranno così come ha indicato in modo chiaro e generoso Romano Prodi. Noi siamo convinti in questo modo di rendere un servizio a questo Paese e anche alle idee e alle convinzioni che ci muovono da tanti anni nell’impegno politico.
Questo partito, questo grande partito non ha raggiunto i risultati che si proponeva. Qualcuno ha detto l’obiettivo del partito democratico è anche il riconoscimento che non siamo riusciti: è vero. E tuttavia non possiamo dimenticare che in questo paese, dalla caduta di un grande partito comunista noi siamo riusciti, nell’epoca in cui il comunismo falliva e cadeva nel mondo, a riedificare una sinistra che ha saputo mantenere vivi gli ideali della sinistra, che ha saputo contribuire a una grande coalizione di governo, che ha mantenuto l’Italia legata all’Europa e che per due volte con Romano Prodi è tornata al governo dell’Italia.

Non è tutto ma è molto ed è qualcosa di cui tutti noi dobbiamo sentirci orgogliosi nel momento in cui celebriamo l’ultimo congresso dei Ds guardando al futuro, guardando con generosità ad una nuova grande forza per il nostro Paese.

ANDRÉ GLUCKSMANN, Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy | Tracce e Sentieri

Funziona ancora lo schema “destra – sinistra”?

Funziona ancora come nel ‘900?

Funziona ancora dopo l’11 settembre 2001?

Insegnamenti dalla Francia.

Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007

In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando la Francia avrà freddo, anch’io potrò agire» (de Gaulle). Una Francia lucida ha di nuovo «freddo», e questo è un momento che ricorda l’epoca di de Gaulle: un momento in cui è bene osare pensare, fosse pure contro le proprie certezze, poi osare intraprendere.
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere la Francia e il mondo.

Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.

Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905 la Francia che contava decine di migliaia di campanili ignorava i minareti.
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d’onore. Curiosa evoluzione che ha fatto della «patria dei diritti dell’uomo» l’apostolo degli ordini costituiti.
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata “realpolitik”, che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro…
Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 – quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen – non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campagna presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina – lotta ricominciata senza sosta – a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)


esercizi di traduzione dal francese:

La surprise de la présidentielle a eu lieu. Avant d’aller voter, les Français vivent une mutation mentale. Les sondages varient, le score reste imprévisible, mais partout perce le rejet d’une France figée en musée-hôpital et livrée aux infections nosocomiales : égoïsmes, discrimination, fureurs, dépression.
Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy ont peu de chose en commun, sinon l’âge, mais furent tous deux plébiscités par une base réfractaire aux encadrements traditionnels et aux doctrines surannées. On ne vote plus socialiste ou gaulliste, on veut élire un sursaut. A Paris, les SDF gèlent en hiver depuis un quart de siècle. Soudain ils apparaissent, les tentes crèvent les yeux, l’opinion s’en mêle et le gouvernement s’y met. Pourquoi pas avant ? Comme en février 1954, les Français sentent qu’il n’est plus temps de donner du temps au temps. “Il a suffi qu’un homme agisse en dehors des chemins officiels pour que les Français marchent, mais il a fallu aussi le froid. Sans le froid, pas d’abbé Pierre !… Quand la France aura froid, je pourrai agir, moi aussi.” (De Gaulle). Une France lucide a de nouveau “froid”, moment gaullien où il convient d’oser penser, fût-ce contre ses propres certitudes, puis d’oser entreprendre.
La bataille des idées est un fait accompli… A droite étrangement. Le débat Sarkozy-Villepin, plus qu’une querelle d’ego, illustre l’affrontement de deux visions de la France et du monde. Mouvement contre conservatisme. Sarkozy rompt clairement avec cette droite habituée à cacher son vide derrière de grands concepts pontifiants. Exemple : en prônant la discrimination positive, qui contrevient à l’égalité virtuelle pour éradiquer les réelles inégalités dues à la couleur de la peau, au domicile et au nom de famille. Ou encore : en théorisant l’aide publique à la construction de mosquées pour éviter aux fidèles de la deuxième religion de France de prier dans des caves ou des locaux offerts par de riches intégristes. Quitte à froisser une conception figée de la laïcité, rappelons qu’en 1905 la France aux dizaines de milliers de clochers ignorait les minarets. La demande a changé, l’offre est restée la même. La société évolue, les principes doivent évoluer avec elle.
La rupture à droite embrasse la politique internationale non moins que l’intérieure. Curieux avatar du “gaullisme”, le fétichisme conservateur cultive le primat des Etats, quoi qu’ils fassent. Cette Realpolitik sacrifie notre histoire et notre rayonnement aux intérêts à courte vue de ventes d’armes et de contrats pétroliers. A la chute du mur de Berlin, nos dirigeants firent la moue, puis soutinrent leurs alliés génocidaires du Rwanda et décorèrent Vladimir Poutine de la grand-croix de la Légion d’honneur. Curieuse évolution qui fit de la patrie des droits de l’homme l’apôtre des ordres établis.
Une France généreuse pourtant n’oubliait pas les opprimés : boat people vietnamiens fuyant le communisme, syndicalistes embastillés de Solidarnosc, “folles de Mai” sous le fascisme argentin, Algériennes en butte au terrorisme, torturés chiliens, dissidents russes, Bosniaques, Kosovars, Tchétchènes… Dans nul autre pays, on ne parla autant de ces monstruosités et de ces résistances. La possibilité de s’ouvrir fraternellement au monde est inscrite dans notre patrimoine culturel, voyez Montaigne, voyez Hugo, voyez les French doctors et leurs émules. Aucune fatalité ne condamne nos compatriotes à bouder tous azimuts, à vitupérer le “plombier polonais”, à se couper du monde.
Nicolas Sarkozy est le seul candidat aujourd’hui à s’être engagé dans le sillage de cette France du coeur. Il dénonce le martyre des infirmières bulgares condamnées à mort en Libye, les massacres au Darfour et l’assassinat des journalistes, puis énonce une règle de gouvernance fort éloignée de celle de Jacques Chirac. “Je ne crois pas à ce qu’on appelle la Realpolitik qui fait renoncer à ses valeurs sans gagner un seul contrat. Je n’accepte pas ce qui se passe en Tchétchénie, parce que 250 000 Tchétchènes morts ou persécutés ce n’est pas un détail de l’histoire du monde. Parce que le général de Gaulle a voulu la liberté pour tous les peuples et la liberté, ça vaut aussi pour eux… Le silence est complice et je ne veux être complice d’aucune dictature”, a déclaré le président de l’UMP le 14 janvier.
Que répond la gauche ? Peu de chose malheureusement. Où se niche le combat d’idées qui fut si longtemps son privilège ? Où s’est égaré l’étendard de la solidarité internationale, fierté autrefois du socialisme français ? Pas question d’incriminer une candidate que je respecte – même si je n’avale pas sa justice chinoise élevée en modèle de célérité. Elle se trouve aux prises avec un vide plus grand qu’elle, n’en déplaise aux commentateurs ou aux jaloux qui fustigent à bon compte sa démarche ou sa personne. La leçon d’avril 2002 n’a débouché sur aucun renouveau conceptuel au PS.
La gauche officielle se croit moralement infaillible et mentalement intouchable. Le Mouvement et la République, c’est elle. Voilà qui était relativement exact jusqu’en 1945. La gauche avait osé les remises en question et mené les combats d’où naquit notre démocratie laïque et sociale. Mais depuis 1945, Vichy ayant enterré la bien-pensance de droite, la gauche professionnelle s’est endormie sur ses lauriers. Elle méprisa les discussions allemandes (autour de Bad Godesberg) ou anglaises (à propos du New Labour), elle ignora l’explosion spirituelle de la dissidence à l’Est, elle se fiche des “révolutions de velours” de Prague à Kiev et Tbilissi.
Marinant dans son narcissisme, elle se trouve fort dépourvue, lorsque Nicolas Sarkozy, prenant à contre-pied son camp, se réclame des révoltés et des opprimés, du jeune résistant communiste Guy Môquet, des femmes musulmanes martyrisées, de Simone Veil abolissant la souffrance des avortements clandestins, de Frère Christian à Tibéhirine comme des républicains espagnols. Au lieu de crier à la captation d’héritage, permettez que je me réjouisse. En retrouvant dans le discours du candidat Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, je me sens un peu chez moi.
Dans une campagne présidentielle, il est utile d’aligner les confrontations impitoyables. Normal aussi de rappeler les candidats à leurs limites. A condition de ne pas éliminer celui que l’on combat en le rayant de la nation. Comme le fait ce député PS qui vitupère le “néoconservateur américain à passeport français”. L’ostracisme et la stigmatisation de l’anti-France furent longtemps l’apanage d’une droite qui n’avait guère d’arguments à opposer aux conquêtes de Blum ou de Salengro. La gauche mérite mieux que cela.
Jamais au cours d’une vie longue et pleine d’engagements, je n’ai pris publiquement parti pour quelque candidat, sauf au deuxième tour de mai 2002. Fils de juifs autrichiens qui combattirent les nazis en France, ce pays est mon choix et la gauche ma famille d’origine. C’est pour elle que, depuis quarante ans, je ferraille contre ses pétrifications idéologiques (soutien à Soljenitsyne, aux dissidents antitotalitaires de l’Est, critique des oeillères marxistes).
J’ai un temps rêvé d’une candidature de Bernard Kouchner, restituant à la gauche française une dimension internationale perdue. Veto d’un PS effrayé par l’audace de l’électron libre. J’aurais aimé un ticket Sarkozy-Kouchner. En prenant position pour le premier, je vais perdre des amis. Ma décision, faite de douleurs anciennes et de perspectives nouvelles, est réfléchie. Je ne partage pas toutes les options du candidat UMP. Exemple : les “sans-papiers”, je souhaite une régularisation plus ample, fondée sur des critères d’humanité mieux respectés. Voter n’est pas entrer en religion, c’est opter pour le projet le plus proche de ses convictions.
L’humanisme du XXIe siècle s’abstient d’imposer une idée parfaite de l’homme. Garde-fou contre l’inhumain, en nous et autour de nous, il ne peut se satisfaire de déplorer les victimes et de recenser morts ou laissés-pour-compte. Récusant l’indifférence coupable et la manie doctrinaire, l’humaniste s’obstine – lutte sans cesse recommencée – à “faire barrage à la folie des hommes en refusant de se laisser emporter par elle” (discours du 14 janvier). Le “murmure des âmes innocentes” que Sarkozy entendit à Yad Vashem lui dicte cette définition de la politique. Depuis toujours, c’est ce murmure qui porte ma philosophie.
(da “Le Monde” del 29 gennaio 2007)

ANDRÉ GLUCKSMANN, Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy | Tracce e Sentieri.

Funziona ancora lo schema "destra – sinistra"? Funziona ancora come nel '900? Funziona ancora dopo l'11 settembre 2001? Insegnamenti dalla Francia

Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007

In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando la Francia avrà freddo, anch’io potrò agire» (de Gaulle). Una Francia lucida ha di nuovo «freddo», e questo è un momento che ricorda l’epoca di de Gaulle: un momento in cui è bene osare pensare, fosse pure contro le proprie certezze, poi osare intraprendere.
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere la Francia e il mondo.

Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.

Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905 la Francia che contava decine di migliaia di campanili ignorava i minareti.
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d’onore. Curiosa evoluzione che ha fatto della «patria dei diritti dell’uomo» l’apostolo degli ordini costituiti.
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata “realpolitik”, che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro… Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 – quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen – non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campag
na presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina – lotta ricominciata senza sosta – a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)


esercizi di traduzione dal francese:

La surprise de la présidentielle a eu lieu. Avant d’aller voter, les Français vivent une mutation mentale. Les sondages varient, le score reste imprévisible, mais partout perce le rejet d’une France figée en musée-hôpital et livrée aux infections nosocomiales : égoïsmes, discrimination, fureurs, dépression.
Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy ont peu de chose en commun, sinon l’âge, mais furent tous deux plébiscités par une base réfractaire aux encadrements traditionnels et aux doctrines surannées. On ne vote plus socialiste ou gaulliste, on veut élire un sursaut. A Paris, les SDF gèlent en hiver depuis un quart de siècle. Soudain ils apparaissent, les tentes crèvent les yeux, l’opinion s’en mêle et le gouvernement s’y met. Pourquoi pas avant ? Comme en février 1954, les Français sentent qu’il n’est plus temps de donner du temps au temps. “Il a suffi qu’un homme agisse en dehors des chemins officiels pour que les Français marchent, mais il a fallu aussi le froid. Sans le froid, pas d’abbé Pierre !… Quand la France aura froid, je pourrai agir, moi aussi.” (De Gaulle). Une France lucide a de nouveau “froid”, moment gaullien où il convient d’oser penser, fût-ce contre ses propres certitudes, puis d’oser entreprendre.
La bataille des idées est un fait accompli… A droite étrangement. Le débat Sarkozy-Villepin, plus qu’une querelle d’ego, illustre l’affrontement de deux visions de la France et du monde. Mouvement contre conservatisme. Sarkozy rompt clairement avec cette droite habituée à cacher son vide derrière de grands concepts pontifiants. Exemple : en prônant la discrimination positive, qui contrevient à l’égalité virtuelle pour éradiquer les réelles inégalités dues à la couleur de la peau, au domicile et au nom de famille. Ou encore : en théorisant l’aide publique à la construction de mosquées pour éviter aux fidèles de la deuxième religion de France de prier dans des caves ou des locaux offerts par de riches intégristes. Quitte à froisser une conception figée de la laïcité, rappelons qu’en 1905 la France aux dizaines de milliers de clochers ignorait les minarets. La demande a changé, l’offre est restée la même. La société évolue, les principes doivent évoluer avec elle.
La rupture à droite embrasse la politique internationale non moins que l’intérieure. Curieux avatar du “gaullisme”, le fétichisme conservateur cultive le primat des Etats, quoi qu’ils fassent. Cette Realpolitik sacrifie notre histoire et notre rayonnement aux intérêts à courte vue de ventes d’armes et de contrats pétroliers. A la chute du mur de Berlin, nos dirigeants firent la moue, puis soutinrent leurs alliés génocidaires du Rwanda et décorèrent Vladimir Poutine de la grand-croix de la Légion d’honneur. Curieuse évolution qui fit de la patrie des droits de l’homme l’apôtre des ordres établis.
Une France généreuse pourtant n’oubliait pas les opprimés : boat people vietnamiens fuyant le communisme, syndicalistes embastillés de Solidarnosc, “folles de Mai” sous le fascisme argentin, Algériennes en butte au terrorisme, torturés chiliens, dissidents russes, Bosniaques, Kosovars, Tchétchènes… Dans nul autre pays, on ne parla autant de ces monstruosités et de ces résistances. La possibilité de s’ouvrir fraternellement au monde est inscrite dans notre patrimoine culturel, voyez Montaigne, voyez Hugo, voyez les French doctors et leurs émules. Aucune fatalité ne condamne nos compatriotes à bouder tous azimuts, à vitupérer le “plombier polonais”, à se couper du monde.
Nicolas Sarkozy est le seul candidat aujourd’hui à s’être engagé dans le sillage de cette France du coeur. Il dénonce le martyre des infirmières bulgares condamnées à mort en Libye, les massacres au Darfour et l’assassinat des journalistes, puis énonce une règle de gouvernance fort éloignée de celle de Jacques Chirac. “Je ne crois pas à ce qu’on appelle la Realpolitik qui fait renoncer à ses valeurs sans gagner un seul contrat. Je n’accepte pas ce qui se passe en Tchétchénie, parce que 250 000 Tchétchènes morts ou persécutés ce n’est pas un détail de l’histoire du monde. Parce que le général de Gaulle a voulu la liberté pour tous les peuples et la liberté, ça vaut aussi pour eux… Le silence est complice et je ne veux être complice d’aucune dictature”, a déclaré le président de l’UMP le 14 janvier.
Que répond la gauche ? Peu de chose malheureusement. Où se niche le combat d’idées qui fut si longtemps son privilège ? Où s’est égaré l’étendard de la solidarité internationale, fierté autrefois du socialisme français ? Pas question d’incriminer une candidate que je respecte – même si je n’avale pas sa justice chinoise élevée en modèle de célérité. Elle se trouve aux prises avec un vide plus grand qu’elle, n’en déplaise aux commentateurs ou aux jaloux qui fustigent à bon compte sa démarche ou sa personne. La leçon d’avril 2002 n’a débouché sur aucun renouveau conceptuel au PS.
La gauche officielle se croit moralement infaillible et mentalement intouchable. Le Mouvement et la République, c’est elle. Voilà qui était relativement exact jusqu’en 1945. La gauche avait osé les remises en question et mené les combats d’où naquit notre démocratie laïque et sociale. Mais depuis 1945, Vichy ayant enterré la bien-pensance de droite, la gauche professionnelle s’est endormie sur ses lauriers. Elle méprisa les di
scussions allemandes (autour de Bad Godesberg) ou anglaises (à propos du New Labour), elle ignora l’explosion spirituelle de la dissidence à l’Est, elle se fiche des “révolutions de velours” de Prague à Kiev et Tbilissi.
Marinant dans son narcissisme, elle se trouve fort dépourvue, lorsque Nicolas Sarkozy, prenant à contre-pied son camp, se réclame des révoltés et des opprimés, du jeune résistant communiste Guy Môquet, des femmes musulmanes martyrisées, de Simone Veil abolissant la souffrance des avortements clandestins, de Frère Christian à Tibéhirine comme des républicains espagnols. Au lieu de crier à la captation d’héritage, permettez que je me réjouisse. En retrouvant dans le discours du candidat Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, je me sens un peu chez moi.
Dans une campagne présidentielle, il est utile d’aligner les confrontations impitoyables. Normal aussi de rappeler les candidats à leurs limites. A condition de ne pas éliminer celui que l’on combat en le rayant de la nation. Comme le fait ce député PS qui vitupère le “néoconservateur américain à passeport français”. L’ostracisme et la stigmatisation de l’anti-France furent longtemps l’apanage d’une droite qui n’avait guère d’arguments à opposer aux conquêtes de Blum ou de Salengro. La gauche mérite mieux que cela.
Jamais au cours d’une vie longue et pleine d’engagements, je n’ai pris publiquement parti pour quelque candidat, sauf au deuxième tour de mai 2002. Fils de juifs autrichiens qui combattirent les nazis en France, ce pays est mon choix et la gauche ma famille d’origine. C’est pour elle que, depuis quarante ans, je ferraille contre ses pétrifications idéologiques (soutien à Soljenitsyne, aux dissidents antitotalitaires de l’Est, critique des oeillères marxistes).
J’ai un temps rêvé d’une candidature de Bernard Kouchner, restituant à la gauche française une dimension internationale perdue. Veto d’un PS effrayé par l’audace de l’électron libre. J’aurais aimé un ticket Sarkozy-Kouchner. En prenant position pour le premier, je vais perdre des amis. Ma décision, faite de douleurs anciennes et de perspectives nouvelles, est réfléchie. Je ne partage pas toutes les options du candidat UMP. Exemple : les “sans-papiers”, je souhaite une régularisation plus ample, fondée sur des critères d’humanité mieux respectés. Voter n’est pas entrer en religion, c’est opter pour le projet le plus proche de ses convictions.
L’humanisme du XXIe siècle s’abstient d’imposer une idée parfaite de l’homme. Garde-fou contre l’inhumain, en nous et autour de nous, il ne peut se satisfaire de déplorer les victimes et de recenser morts ou laissés-pour-compte. Récusant l’indifférence coupable et la manie doctrinaire, l’humaniste s’obstine – lutte sans cesse recommencée – à “faire barrage à la folie des hommes en refusant de se laisser emporter par elle” (discours du 14 janvier). Le “murmure des âmes innocentes” que Sarkozy entendit à Yad Vashem lui dicte cette définition de la politique. Depuis toujours, c’est ce murmure qui porte ma philosophie.
(da “Le Monde” del 29 gennaio 2007)

A cinque anni dall' 11 settembre 2001. To Cross the Line, scritto il 12 settembre 2006

11 settembre 2001-11 settembre 2006.

To Cross the Line

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto. Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci. Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.
In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energie individuali, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegnò subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.

Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds).
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921.

1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca (e li ho letti affettivamente e intellettualmente).

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Ho altri ricordi. Persone … libri … momenti … Li lascio ad altre volte. Chissà, …. forse ci saranno occasioni.

Ora devo ritornare al perché di questi fluttuanti pensieri in occasione dell’11 settembre.

Perché è una data seminale.

Un momento sintetico che aiuta a fare ordine.
A capire le forze in campo.
A rileggere il passato.
A proiettarsi sul futuro.
A stabilire quel nesso, quella connessione fra “individuo” e “società” che dovrebbe sempre essere al centro di chi vuole dare senso al suo trascorrere del tempo vitale. Il breve ciclo biologico dentro il flusso del tempo storico.
Una parte della cultura islamica ha dichiarato guerra al mondo occidentale.
Un “partito” di ricchi petrolieri (al quaeda allora, e oggi quel che ne resta e le sue filiazioni), in perfetto stile leniniano, assolda ed arma gruppetti di militanti che distruggono a New York due simboli architettonici e visivi degli Stati Uniti. L’evento in sé si riassume in 2748 morti, di cui 412 soccorritori e 12 suicidi (quelle persone che abbiamo visto volare giù dai grattacieli per non bruciare da vivi). Infinitamente più ampio è il riverbero storico-sociale. Come quando in un quadro si riesce ad assegnare significati ai colori, alle luci ed alle ombre, ai primi piani ed allo sfondo …
Io ora il quadro lo vedo così.

Vedo un nemico che odia il mio e nostro stile di vita.

La mia e nostra libertà di puntare o no sui valori della famiglia. Di decidere come provare soddisfazione nella vita sessuale, qualunque essa sia: etero, omo, bi, trans eccetera.

Un nemico che mira ad annullare i fondamenti delle democrazie occidentali, forgiate innanzitutto con l’illuminismo francese:

La secolarizzazione,

la distinzione fra religione (come fatto individuale) e logiche pubbliche dello stato,

la democrazia rappresentativa dei parlamenti e dei governi.

Un nemico che utilizza a proprio favore la varietà delle opinioni che può esprimersi nella nostra civiltà (sì civiltà: intesa come processo di civilizzazione che ottiene come massimo risultato l’espansione della soggettività) per insediare cellule di partito che si organizzano militarmente con gli attentati alle stazioni ferroviarie e metropolitane.

Un nemico stratificato in “dirigenti”, “simpatizzanti” interni (nei loro paesi e terre) ed esterni (i nostri estremisti di sinistra, alla continua ricerca dell’ottocentesco “proletariato” che dia la spallata “rivoluzionaria”, e di destra, affascinati dalla cultura comunitaria espressa dalle masse musulmane) e “militanti-attivisti” addestrati anche al suicidio.

A proposito, la nostra psicologia ci insegna che la socializzazione comincia dall’infanzia.. Chissà se nel quadro che io vedo anche i simpatizzanti nostrani riescono a vedere il barbaro processo di costruzione del piccolo kamikaze. A proposito di “cultura dell’infanzia” … Sono poche le parole che leggo su questo tema.

Sul piano culturale vedo, ovviamente molto in positivo, l’estrema soggettivazione della mia civiltà (in cui metto anche le politiche di welfare, le cure per i minori, gli handicappati, gli anziani) e dall’altra parte l’estrema collettivizzazione dell’islamismo religioso.
Ovviamente molto in negativo.

Per valutare occorre sempre una gerarchia di valori.

Io dò valore al soggetto ed è per questo che preferisco infinitamente modelli socio-culturali che danno valore all’individuo.

Loro, invece, danno valore all’annullamento in un indistinto collettivo e questo porta la nostra storia indietro di secoli.
No, grazie.

Sul piano politico i giudizi ed i comportamenti che l’11 settembre ha prodotto nei mesi ed anni successivi diventano dei grandi indicatori di tipo storico.
“Siamo tutti americani” è stato lo slogan di una sola giornata.
Giusto un riflesso della italianissima religione cattolica per il culto dei morti, ma al di sotto delle parole l’antiamericanismo è annidato in profondità nella cultura sia di destra (che odia gli Stati Uniti perché hanno attivamente agito per la caduta dei fascismi e del nazismo) che di sinistra (che odia gli Stati Uniti perché hanno vinto la sfida con il comunismo storico delle russie). Ed è riaffiorato alla grande in modo ancora più virulento che nel passato.

Non sono un cultore dei percorsi delle destre. Per la mia biografia sono invece molto interessato ai percorsi delle “sinistre” (che oggi è solo lo spazio da loro occupato negli emicicli dei parlamenti) .

E’ qui che, per me, l’11 settembre diventa un punto di svolta, una di quelle congiunture in cui diventa possibile e necessario to cross the line, varcare la linea.
Vedo la totale incapacità della politica di sinistra (meglio della politica di cattosinistra) ad agire per la sicurezza dei prossimi decenni (a me, data la mia età, basterebbero dai 20 ai 30 anni).

Questa cultura ritiene che gli Stati Uniti sono stati “puniti” da quel partito di ricchi arabi seduti sul loro petrolio a causa dell’imperialismo (dimenticando che i repubblicani di Bush hanno vinto le prime elezioni del 2000 su un programma isolazionista). Così questa cultura non è attrezzata a comprendere che la guerra dichiarata da quella parte dell’islam non è rivolta solo agli Stati Uniti (che “se la sono meritata”) ma a tutta la civiltà occidentale.

Conseguentemente non riesce a comprendere che abbiamo a che fare con nemici che si articolano attraverso organizzazioni molto potenti e molto efficaci (basta pensare a come utilizzano internet e le televisioni). Con nemici esterni (gli stati canaglia: Iraq, Iran, Siria …) e con nemici interni (gli adolescenti di seconda e terza generazione e naturalmente le loro famigliole che mettono assieme il ribellismo dell’adolescenza con i soldi e le armi che gli forniscono le cellule locali dell’islamismo fondamentalista).

Ma su tutto questo scenario complesso ed articolato, infinitamente fitto di sfumature da seguire con attenzione, una cosa mi appare con chiarezza lancinante. Appunto come quando in un quadro appare finalmente il significato ed allora si presentifica l’emozione di pensare.

Per tutto un ciclo di vita ho pensato che la divisione fosse fra capitalismo e comunismo, fra destra e sinistra, fra Dc e Pci.
E vista la deriva etica del berlusconismo (avvocati nel processo il lunedì e martedì in commissione perlamentare a cambiare le leggi a favore del loro datore di lavoro) anche fra polo e ulivo.
In quell’arco storico così appariva ed anche così era l’ alternativa.

Oggi vedo che la faglia divisoria fondamentale, quella che un tempo avrei chiamato “strutturale”, è fra i paesi che nel secolo breve non hanno conosciuto e praticato i comunismi, i fascismi, il nazismo (e sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti) e paesi che invece quelle scelte hanno storicamente effettuato (l’Europa fino ai suoi confini russi, l’Italia, la Spagna, in parte la Francia).

La linea di divisione è fra sistemi socio-politici impiantati sullo sviluppo della democrazia liberale e sistemi totalitari.

L’11 settembre rivela che Stati Uniti ed Inghilterra continuano la loro politica contro il totalitarismo nazifascista (negli anni 1921-1945) e islamofascista oggi.

Una assoluta continuità che appare sui tempi lunghi. La Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna, invece, contrattano poche migliaia di soldati per “portare la pace”, rendendo difficile ad Israele perfino di garantirsi la sopravvivenza.
Gli stessi paesi che hanno reso possibile la Shoah fanno da ostacolo all’unico scudo difensivo su Israele, cioè gli Stati Uniti. Dov’è la destra, dov’è la sinistra?
Più che mai oggi appaiono categorie politiche incapaci di rappresentare questi tempi storici.

Questo mi ha insegnato l’11 settembre e così oggi lo ricordo, con la canzone/saggio storico di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista“ (audio).

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo

 

To Cross the Line: storia del mio rapporto con la cultura della sinistra in una riflessione dell'11 settembre 2006

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto.

Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci.

Pci-1974 Pci-1974-1

Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.

In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energia individuale, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegno subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.
Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds).
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921. 1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca.

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

Politica e terrorismo: Sto rivedendo le cassette della Notte della repubblica di Sergio Zavoli

30 dicembre 2005

Sto rivedendo le cassette della “Notte della repubblica di Sergio Zavoli. Mi fa impressione e tristezza vedere i volti giovanili dei politici che ancora oggi sono sulla scena.

Rifletto sul dato di fatto che la politica italiana è come bloccata su classi dirigenti che hanno fatto una carriera lavorativa e pensionistica come parlamantari. Mi ricordano certi funzionari del Comune di Milano: scrivania, chiacchere, mensa, ritorno alla scrivania. Appunto in attesa della pensione.

Petruccioli, Boniver, Benvenuto, Occhetto, Fassino l’eterno Andreotti ….

Il più patetico è Marco Boato. L’ambizioso “studente maggiore” alla facoltà di sociologia di Trento. Che non ha mai smesso la sua spocchia di saputello.

Della politica ne ha fatto una professione. Senza apprendere niente. Rimarrà la biografia negli archivi parlamentari. E lui, in pensione, pontificherà come ha fatto per tutta la sua vita.

L’Italia è come bloccata su una élite di impiegati della politica.

E’ arrivato il momento di rileggere gli elitisti: Mosca, Pareto, Michels. In particolare Roberto Michels:

in Storia del pensiero sociologico a cura di Alberto Izzo, Il Mulino 1975, p. 338-339

Ciò mi dovrebbe rendere sempre più consapevole della contingenza della cronaca politica quotidiana, che, comunque mi appassiona come un’abitudine.

Storie di impiegati che si impongono sulla piazza televisiva. Ometti da poco.

Meglio, infinitamente meglio la musica e la letteratura. Eppure fra poco accenderò la televisione per sapere come è andata la giornata. Abitudine impossibile da modificare.

Le cronache di Zavoli sono un reperto storico di grande importanza culturale.

Viene fuori come mostruosa può diventare l’ideologia. Una corazza sopra l’esperienza semplice della vita quotidiana:

“non ci si può consegnare al dominio dell’ideologia, di qualunque ideologia, senza rinunciare ad essere interamente persone”

Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 12

I terroristi. Anche loro squallidi impiegatucci che uccidevano per “abbattere lo stato”. Molto simili agli attuali terroristi islamici che sgozzano in base a principi religiosi e fanatismo ideologico.

Fanno impressione questi terroristi che rispondono chi in modo arrogante, come l’eternamente cinico Mario Moretti, per nulla scalfito nella sua convinzione di essere stato uno che ha fatto quello che gli imponeva la situazione:

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 329-330

Poco prima così aveva detto:

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 318-319

Ma c’è anche chi e attraversato da tardivi pentimenti.

Ne vedo uno che balbetta, incalzato dalle domande di Zavoli. Esibisce un anello matrimoniale al dito.

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 288-290

Ma il documento storico di Zavoli è anche interessante sul piano tecnico. In particolare sul modo di condurre le interviste:

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 9-10

già pubblicato qui: http://www.segnalo.it/TRACCE/diario/DIARIO-2005.htm

Terrorismo e vita quotidiana


23 settembre 2005. Oggi a Milano sulle linee delle Ferrovie Nord, che sono quasi una mia seconda casa (in 33 anni di lavoro – finora – è come se avessi usato quei vagoni e quei sedili per ben 495 giorni di fila ), è stato simulato un attacco terroristico a scopo di esercitazione. La situazione era impressionante. Si realizza così l’obiettivo di questa ideologia: quello di militarizzare le società, turbarle nella loro quodidianità, insinuare la paura nei gesti più normali.

Annoto questa riflessione di Giuliano Amato:

La sicurezza, che fondamentalmente consiste nel poter vivere la propria vita quotidiana (e quindi dormire nella propria casa, camminare per la strada, viaggiare, incontrare altre persone) senza sentirsi a rischio, è il presupposto essenziale della libertà. Ma la tutela della sicurezza comporta limitazioni della libertà, o quanto meno di alcune delle sue principali estrinsecazioni. E´ un circolo vizioso, che negli ultimi secoli ha cercato di spezzare la democrazia liberale, con il suo assunto e con le regole che ne sono seguite: più si promuove e si garantisce la libertà di tutti coloro che vivono insieme, più si diminuiscono i nemici del regime comune e conseguentemente si diminuiscono i rischi per la sicurezza. Gli organi di polizia, vegliando contro la criminalità comune, veglieranno sulla libertà di tutti gli altri.

Sul piano soggettivo trovo tristemente inquietante e deprimente che, dopo aver schivato qualche malattia infettiva, il cancro e l’infarto (sempre finora), fino ad arrivare alla pre-vecchiaia, mi potrebbe anche capitare di morire o diventare invalido perchè alcuni ricchi arabi di cultura musulmana hanno deciso di fare la guerra.

Sul piano collettivo osservo la fragilità delle nostre strutture sociali: mondi in cui si è storicamente sviluppata una opinione pubblica molto articolata e differenziata, che arriva fin nelle zone più intime della personalità, ma che soccombe davanti all’attacco di queste ideologie religiose compatte, rigide, irrispettose dei diritti individuali ed anche armate.

Infine sul piano politico mi sento un po’ deficiente, visto che – a causa della “questione morale” di questa destra italiana – mi vedrò costretto ancora a votare la coalizione di centrosinistra, al cui interno – nel nome del relativismo – ci sono forti i sostenitori delle ragioni politico-culturali dei fondamentalismi radicali e che è incapace di progettare una decisa difesa dall’attacco terrorista.

E’ tutto davvero troppo strano.

TO CROSS THE LINE: Sono un lettore de L’Unità dal 1974 (tranne che per la pausa di chiusura) e abbonato al giornale negli anni 2002/2004 Ora per gravi dissensi nei contenuti e nella linea culturale del giornale sono costretto ad abbandonare (chissà: magari non per sempre) queste pagine, 10 settembre 2004

Anni molto crudeli

Occorre gramscianamente fare l’analisi delle forze in campo.

Il gioco delle ideologie sta creando questa situazione: si è creata una vasta area di consenso verso chi odia la cultura democratica, lo stato di diritto, le libertà individuali, la storica conquista della distinzione fra religione e stato.

Le anime belle della cultura di sinistra mettono sdegnosamente le teorie di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.

Ma a me sembra che volenti o nolenti dall’ 1 settembre 2001 ci siamo dentro fin nelle pieghe delle nostre giornate.

10 settembre 2004

To cross the line.
Sì. Sto attraversando la linea. Sono un lettore dell’Unità (dal 1974) e un iscritto al Pci (eccetera …) dal 1974 al 2002.
Però questa 3° o 4° guerra mondiale (ma la guerra fredda teneva fermi i due blocchi senza invadere scuole, città, stazioni ferroviarie, piazze) scatenata dal terrorismo islamico rimette in discussione i precedenti schemi di lettura della recente storia contemporanea.Solo una tremenda rimozione impedisce alle culture della sinistra di prendere atto della realtà. C’è un nemico che odia la nostra cultura ed i nostri diritti individuali e che sa usare con abilità la comunicazione e il sangue consegnandola alle televisioni amiche che poi la amplificano globalmente.

Così, come nelle svolte storiche (1956, 1968) capita di varcare la linea.
Certo con moderazione: molto d’accordo con le destre in politica estera, ma anche molto d’accordo con i centro-sinistra in politica interna.Con la lettura dei quotidiani è facile orientarsi: si può leggere, oltre a Il Corriere della sera o Repubblica, il Foglio e Libero.

Più difficile sarà votare. Il mercato politico non offre niente per chi è in questo bilico.

To Cross the LineSpettabile direttore

Sono un lettore de L’Unità dal 1974 (tranne che per la pausa di chiusura) e abbonato al giornale negli anni 2002/2004
Ora per gravi dissensi nei contenuti e nella linea culturale del giornale sono costretto ad abbandonare (chissà: magari non per sempre) queste pagine.
Il giornale negli anni ’70 ed ”80 era infinitamente meno fazioso e parziale di quanto sia oggi. C’era analisi, documentazione, approfondimento. Si potevano conservare intere pagine come traccia storica. Ancora oggi ho molta documentazione che mi conferma questo giudizio.
Ora, invece, mi appare come una sequenza di slogan ed opinioni. Pochissimo spazio agli altri punti di vista, tanto meno a quelle importanti per un elettore di un centro-sinistra riformista.
Non mi ero abbonato all’ Unità per leggere un giornale talvolta ancora più estremista di Liberazione o del Maniìfesto.
Così devo, con tanto dispiacere, rompere un rapporto di lettura per un quodidiano che mi ha accompagnato per tanti anni della mia vita.
Comunico quindi che non rinnoverò l’abbonamento che scade in questi giorni.
Lo sostituirò con un abbonamento al Corrire della Sera ed al Foglio
Decidete voi dell’ufficio abbonamenti se mandare questo messaggio a Furio Colombo o comunque a qualcuno della redazione che si occupa delle opinioni dei lettori
Grazie per l’attenzione
Cordiali saluti
Paolo Ferrario

Anni molto crudeli

Anni molto crudeli

12 Maggio 2004

I nazisti islamici prendono per i capelli un giovane ebreo di 26 anni e lentamante gli segano il collo. Poi brandiscono la testa come un trofeo e la proiettano come una mitraglia televisiva per gli schermi di tutto il mondo.

Il giorno dopo l’Unità (il mio giornale dal 1974: trent’anni !) riporta la notizia in sesta pagina. Dedicando i titoli cubitali della prima pagina agli odiati americani che stanno processando in un rigoroso processo i militari che hanno torturato i prigionieri nelle carceri irachene.

Da una parte la tortura come legge, come regola e il sangue come impasto di cultura e religione. Dall’altra parte la torura come devianza punita dalle leggi e perfino dai codici militari. Devianza che sarà giudicata e sanzionata in processi pubblici.

La sinistra politica e la cultura di sinistra non ha più i valori e gli strumenti per cogliere la tragedia del tempo presente.

Come per divertimento (quello di abbattere il governo Berlusconi per una sua possibile caduta verticale di consenso) vede e denuncia solo la violenza che sta dalla parte di inglesi ed americani e minimizza come “reazioni” la cultura dell’assassinio intimidatorio e terroristico.

Mi sento alla deriva. Si consuma con lentezza inesorabile il mio allontanamento da questa parte di società ed opinione pubblica.

Anni molto crudeli

Anni molto crudeli

16 aprile 2004

Assenza di una cultura nazionale. Assenza dell’etica della responsabilità. Chiacchericcio per prendere voti e per carrierucce parlamentari.

In Iraq un uomo italiano di 36 anni viene macellato con un colpo alla nuca da una banda (largamente apprezzata da gran parte di quel popolo) di terroristi di matrice islamica, probabilmente guardiani dei servizi segreti del partito filonazista di Saddam.

E la sinistra va in ordine sparso: blanda solidarietà (qualche finta condoglianza alla famiglia) subito corretta dai “distinguo”. “Quelli erano mercenari al servizio degli interessi americani; “è tutta colpa della guerra di Bush”; “non si può fare fronte comune con questo governo”; ecc. ecc.).

Mia situazione psicologica di pena. Baratro sempre più ampio che mi allontana in modo irreversibile da coloro con cui ho camminato per trent’anni.

Anni molto crudeli 22 Marzo 2004

Anni molto crudeli

22 Marzo 2004

Noi proclameremo la distruzione … perchè, perchè, ancora una volta questa piccola idea è così affascinante? Scateneremo degli incendi … Metteremo in giro delle leggende … Verrà un tale sconquasso, come il mondo non l’ha ancora veduto .. ” F. Dostoevskij, I demoni, Einaudi 1994, pag. 392.

A distanza di tre anni (11 settembre 2001 – 13 marzo 2004) cellule tutt’altro che impazzite di un “partito arabo di religione musulmana” hanno colpito in Europa: 201 morti e migliaia di feriti in una stazione di lavoratori pendolari di Madrid.

Nazisti islamici, come dicono gli studiosi più avveduti (Andrè Glucksmann; Paul Berman; Magdi Allam, Bernard – Henri Lévy, V.S. Naipul; Bernard Lewis; Oriana Fallaci; e – triste constatarlo – Giuliano Ferrara).

Il furore che Dostoevskij ha chiamato nichilista ha prodotto ancora rovine, distruzione, dolore, con l’obiettivo di trasmettere anche una comunicazione di alto valore simbolico.

L’azione militare voleva ottenere risultati ancora più vasti: far crollare i pilastri della stazione per accrescere il numero delle vittime. I mercenari che hanno armato le bombe hanno sintetizzato il loro pensiero in questo modo: “voi volete la vita, noi vogliamo la morte”.

Costoro hanno dichiarato guerra prima agli Stati Uniti ed ora all’Europa. Di questo si tratta.

I commenti politici riempiono le pagine dei giornali ed i tempi delle televisioni. Volatili opinioni che vagano nell’aria. Immanenza dei morti casuali e parole nel vento. Le parole, che tanto contano quando si pensa ad un ciclo lungo della vita, ora mi appaiono deboli, indifese, fragili quando è la dinamite a segnare l’agenda temporale.

Nella mia “sinistra” vedo emergere ancora chi ha parole di giustificazione per i carnefici piuttosto che per le vittime. Vecchia questione che corre nella storia e che caratterizza parte del pensiero politico estremizzato: la violenza casuale è un giusto mezzo e le vittime non contano. Il terrorismo politico italiano degli anni ’70 aveva creato addirittura un linguaggio attorno a queste scelte. L’attuale terrorismo internazionale è sulla stessa linea ideologica, anche se la applica su un territorio molto più ampio.

Sta di fatto che, forse, il tempo che resta può essere ancora più corto di quello che è assegnato dalla mia biologia. In trent’anni di lavoro ho trascorso circa 10 ore alla settimana sui treni e sulle metropolitane. Calcolando una giornata di 8 ore, fa circa 5 anni sui mezzi di trasporto. Come migliaia di altre persone sono un bersaglio facile. Perchè i terroristi scelgono bersagli facili che diano risonanza comunicativa estesa.

Non ci sono precedenti storici per capire quanto sta accadendo: Thomas Mann, Elias Canetti, Stephen Zweig, la Berberova, Koestler … vivevano nell’Europa dei nazismi, dei fascismi e dei comunismi. Solo alla lontana è possibile accostare quegli eventi alla capillarità del rischio nei nostri giorni. Là la tragedia era data da stati ideologici in lotta per il dominio. Qui è nascosta fra persone che magari ci camminano accanto nelle strade, sui treni, sulle metropolitane.

Nella cultura contemporanea si vanno affermando sempre di più spezzoni di medioevo accanto all’indebolimento di alcuni pilastri della storia politica europea, a partire dall’illuminismo. Fa impressione vedere con quale velocità si cancellano parti così importanti della nostro passato: il valore dell’individuo; la distinzione fra stato e religioni; l’esperienza religiosa come fatto privato da non imporre all’altro; la sicurezza pubblica come elemento della convivenza fra persone; il benessere come linea-guida per lo sviluppo economico …

Osservo con depressione che il pensiero della sinistra non ha strumenti forti per agire in questa situazione di turbolenza. Mentre, lo dico a malincuore, la destra ha perlomeno l’obiettivo (difficilissimo) di accrescere la sicurezza. E’ un obiettivo pieno di vincoli, ma è concreto ed è l’unico possibile, almeno nelle fasi di emergenza.

Strano destino quello di dover stare (comunque, a causa della indecenza della nostra destra) politicamente vicino a chi propone parole d’ordine insopportabili: “ritiro delle forze militari di sicurezza dall’Iraq”; “contro la guerra senza se ne ma”; “diessini delinquenti”; “Fassino assassino”; “solidarietà per la resistenza armata irachena” …

Troppo disgustosa questa destra, che costringe a stare di qua. Troppo inquietante questa sinistra che tratta come nemico da annientare (hanno impedito a Fassino di partecipare ad una manifestazione sulla pace) anche il “vicino di opinione”.

Strano e inaspettato destino quello di non avere più una rappresentanza politica. Mi trovo spezzato in due: con la destra in politica estera, con la sinistra su tutto il resto (divisione dei poteri; tasse; investimenti sociali; bioetica)

Manca qui in Italia un Tony Blair. Ma, in fondo, l’Inghilterra è sempre stata lontana dal nostro mediterraneo. Già: Tony Blair che ai tempi del governo dell’Ulivo veniva invitato con Clinton a rappresentare un percorso politico anche per la socialdemocrazia italiana e che oggi è odiato come un nemico.

La mia educazione politica adulta è segnata da due eventi

19 settembre 2003

La mia educazione politica adulta è segnata da due eventi.

Il primo è il colpo di stato della destra militare cilena nel 1973. Il golpe cileno fu di una violenza spaventosa e colpì molto chi sentiva l’importanza di un proprio impegno attivo nella politica. Questa tragedia indusse il segretario del Pcì Enrico Berlinguer a un autoesume radicale delle prospettive della sinistra. Nel mese dopo il golpe, Berlinguer pubblicò tre articoli su «Rinascita»; l’ultimo proponeva l’idea di un compromesso storico con la Democrazia Cristiana. «Non si governa con il 51 per cento». L’alternativa di sinistra veniva accantonata, a favore dì un accordo tra ‘Le forze popolari dì ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico». Fu una lungimirante scelta politica nella direzione di una “alleanza per la democrazia” contro i pericoli di svolte autoritarie anche in Italia. Risultava già chiaro agli occhi del “moderato” Berlinguer, ben prima che i documenti della Cia certificassero l’investimento americano sul golpe, che la sinistra cilena aveva fallito per i suoi strappi massimalisti, perché aveva perduto l’appoggio della Democrazia cristiana, perché si fondava su un governo di minoranza che suscitava il timore dì un cambio di sistema.

Il secondo evento è rappresentato dall’assassinio di Aldo Moro da parte delle brigate rosse.

In quegli anni ho forgiato un mio punto di vista personale e politico molto forte: rispetto e difesa delle istituzioni della democrazia; avversione dell’estremismo ideologico della minoranze. Ho perso molte amicizie per queste convinzioni intransigenti.

Anche in un sistema politico bi-polare (destra e sinistra) sono le posizioni di centro quelle più responsabili, perchè si fanno carico del peso di portare avanti i processi di cambiamento in modo realistico ed utilizzando i mezzi della convinzione razionale. (e non quelli della prepotente rappresentazione ideologica della realtà)

Queste riflessioni mi si ripropongono dopo aver visto il film “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, per l’appunto dedicato all’assassinio di Aldo Moro, dopo circa due mesi di prigionia e di interrogatori molto simili alle torture staliniane di cui ha parlato Arthur Koestler nei suoi libri.

Il film oscilla fra la storia e il sogno. Viene fuori molto bene la claustrofilia dei terroristi. La figura di Moro si ingigantisce sotto tutti i profili (come politico, come marito, come padre, come persona che non vorrebbe morire e si difende disperatamente come può). Forse è per questo che il figlio Giovanni ha molto apprezzato l’opera.

Ma io colloco “Buongiorno, notte” fra i quelle dei cattivi maestri.

Bellocchio infatti non rinuncia alla sua interpretazione di estremista politico (a discapito di quella artistica di regista) ed attribuisce ai partiti di allora (Dc e Pci in primo luogo) e perfino al papa Paolo Sesto la responsabilità della morte di Moro. C’è una carrellata finale sui vari rappresentanti politici di allora che determina una caduta irreversibile di un film la cui narrazione era stata anche emozionante fino ad allora. Il messaggio di Bellocchio è chiaro: bisognava trattare e cedere alle BR che avevano trucidato cinque militari della scorta. Solo dopo avere scritto queste pagine ho letto un articolo di Mario Pirani che conferma con ampiezza di dettagli il mio giudizio.

Stenta, nella sinistra, a venire avanti il principio che la responsabilità è innanzitutto un fatto individuale. La Braghetti (la brigatista che governava la casa e che ha scritto un diario che lei vorrebbe essere di pentimento) poteva in ogni momento fare una telefinata liberatoria. Bastava sollevare il telefono.

Gli assassini sono stati i terroristi delle BR e basta. Solo loro, immersi nelle loro follie persecutorie che Dostoevski ha già descritto nei “Demoni”.

Solo loro che da sopravvissuti cianciano ancora nei loro libretti di “circostanze oggettive ” che hanno determinato i loro agire. Nessuna responsabilità, per loro, ma la “situazione”.

Il berlusconismo è lo spaventoso paesaggio che mi tocca vivere in questi anni. Ma la condiscendenza di ampie aree della sinistra alle teorie che negano la responsabilità individuale in nome delle “circostanze estreme” è un paesaggio altrettanto mostruoso.

Per il segretario della Sezione DS Como centro, Per il segretario della Federazione DS di Como, Per il segretario nazionale di DS, Piero Fassino, Cari segretari …, 14 ottobre 2017

Como 14 ottobre 2002

Per il segretario della Sezione DS Como centro

Per il segretario della Federazione DS di Como

Per il segretario nazionale di DS, Piero Fassino

Cari segretari,

questa è la lettera che mai avrei voluto scrivere.

Informo che non intendo rinnovare la mia iscrizione al partito dei Democratici di sinistra.

Almeno fino a quando rimarrà questa distruttiva divisione fra le due anime del partito.

Mi ero iscritto al PCI nel 1973, sull’onda di tre articoli di Enrico Berlinguer sul colpo di stato in Cile e da allora ho sempre sostenuto, anche quando ho avuto ruoli dirigenti nella federazione comasca, la linea dei segretari. Questo perché, a mio avviso, sono le posizioni centrali quelle che garantiscono i percorsi delle forme collettive della politica. I segretari si danno il grande compito di fare sintesi e per farlo faticano più degli altri. Ed è per questo che la loro fatica va valorizzata.

Tuttavia ora, nonostante la mia grandissima stima per Fassino, vedo un partito che è perennemente ostaggio del cosiddetto “correntone”.

L’episodio del voto in Parlamento sull’invio delle forze militari in Afghanistan è stato per me incomprensibile ed inaccettabile. Il nostro gruppo si è spezzato in tre tronconi. La spedizione delle nostre forze armate aveva l’obiettivo di contribuire a tenere sotto controllo un territorio strategico per la sicurezza mondiale. E l’invio sarebbe stato in assoluta coerenza con i nostri orientamenti di voto dell’anno scorso, dopo la strage delle torri gemelle di New York.

Mi fa paura la memoria breve.

Ma c’è altro nella mia, vi prego di credermi, sofferta decisione.

La politica di questi anni ha cambiato l’Italia. Questa politica l’ha portata avanti il Governo Prodi (che è stato abbattuto da Rifondazione comunista). 

Come posso restare in un partito in cui c’è chi ancora pensa (e sono tanti, tanti da determinare quel voto pazzesco) che si possa risollevarsi dalla sconfitta appiattendosi su Rifondazione ?

Come possiamo ripresentarci alle elezioni del 2006 in un’alleanza subalterna con chi ha determinato la vittoria di questa destra infinitamente peggiore di qualsiasi destra europea?

Nei DS manca la capacità di tenere la barra su un forte profilo riformista. L’ azione è bloccata dalle divisioni interne a e soprattutto dai vari ricatti che la cosiddetta “minoranza” sa quotidianamente mettere in atto.

Viviamo in una congiuntura storica molto preoccupante, perché fondata sulla insicurezza del presente e del futuro. In Italia c’è questa destra non europea. Nel mondo c’è il pericolo dell’integralismo religioso ed armato di matrice islamica.

In una simile congiuntura vorrei politici all’altezza dei compiti. Come Blair, che motiva con dati certi le ragioni dell’uso della forza. O come Rutelli, che ha saputo assumersi le sue responsabilità anche per me, elettore dell’Ulivo iscritto ai DS.

Sono arrivato alla conclusione che è impossibile tenere assieme nello stesso partito due anime divergenti: quella di una sinistra che vuole governare con altre culture politiche e quella di una sinistra che si ostina a volere testimoniare un’identità minoritaria e prepotente.

Quando il problema diventa quello di testimoniare un’identità psicologica non è possibile far valere il principio della responsabilità. A differenza delle persone, che devono basarsi sulla propria identità, i partiti devono darsi obiettivi collettivi realistici basati su programmi che interpretino la realtà economica e sociale contemporanea.

Probabilmente solo una chiara separazione politica (sì: ancora una scissione) potrebbe dare una speranza di riorganizzare le forze da qui al 2006 e costruire una coerente coalizione di centro sinistra che si allea programmaticamente a partiti che soggettivamente si dichiarano di “sola sinistra”.

Se si arriverà a questa soluzione sarò di nuovo non solo un elettore, ma ancora un iscritto ad un partito ben saldo sui suoi principi riformisti.

Vi ringrazio per l’attenzione che forse dedicherete alle mie parole.

Giampaolo Pansa Sofri & C, tre figli di nessuno

Tornano i Savoia, con le valigie zeppe delle imprese di famiglia, il fascismo, le leggi razziali, la guerra, l’8 settembre. Ad accoglierli c’è un nuovo monarca, Silvio I di casa Berlusconi. Vota per il rientro anche una sinistra moribonda, che si appresta ad affidarsi a un nuovo leader, il Nanni Moretti del colpo alla nuca di piazza Navona… Insomma, tutto cambia in Italia. Tranne che nel carcere di Pisa. Adriano Sofri sta lì da cinque anni e ci dovrebbe rimanere per altri diciassette. Adesso gli hanno rimesso accanto Ovidio Bompressi. Dopo una settimana di cella, Bompressi è di nuovo in crisi: secondo le cronache, non mangia più, si nutre soltanto di tè e caffè, ha la faccia del morto in piedi. Chi se la passa meglio è Giorgio Pietrostefani, latitante a Parigi.

Dà le vertigini considerare da quanto tempo scriviamo dei tre condannati per l’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Venne ucciso nel 1972 e a maggio saranno giusto trent’anni. L’arresto di Sofri e compagni risale al luglio 1988 e da quel giorno ci separano quattordici anni. Ecco una tragedia politico-criminale che per molti italiani è svanita nel passato e non suscita più alcun ricordo. Un grande buco nero che ha inghiottito una sfilza di processi e la continua, testarda affermazione d’innocenza dei tre imputati. Il carcere pisano resta chiuso. Anche le campagne d’opinione per una grazia sono svaporate nell’aria.

La verità è che Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono diventati figli di nessuno. Avevo immaginato che il governo Berlusconi avrebbe risolto il problema. Ma in quel campo non si muove nulla, forse perché una gran parte degli elettori della Casa delle libertà vedrebbe volentieri il trio appeso a un lampione. I Ds, a cominciare da Walter Veltroni che aveva inaugurato il proprio ingresso da segretario al Bottegone con una visita alla cella di Sofri, hanno la casa che gli crolla in testa e pensano al si salvi chi può. Alla sinistra antagonista dei no-global l’ex-capo di Lotta continua non è mai piaciuto. Il tutista Casarini l’ha pure sbeffeggiato senza ritegno. Dunque, che se ne stia in galera quello che voleva la guerra contro Milosevic e gli aguzzini di Sarajevo.

Pure i super-convinti dell’innocenza di Sofri sono in un mare di difficoltà. Qualcuno, come il loro alfiere Antonio Tabucchi, si sta impaniando in una ragnatela di contraddizioni. Nel colloquio con Francesco Saverio Borrelli, in occasione del decennale di Mani pulite, ha raccolto un’ importante opinione di quell’integerrimo magistrato: se ne avesse la facoltà, lui, Borrelli, la grazia a Sofri gliela darebbe. Ma poi il medesimo Tabucchi va proclamando che in Italia è in arrivo il fascismo. Con Berlusconi sempre più somigliante a Mussolini. E con Carlo Azeglio Ciampi che rischia di essere il Vittorio Emanuele III del Duemila, ossia il suo complice. Se è davvero così, che clemenza si può sperare da figuri del genere?

In questo modo, rischiano di sembrare patetiche, e inutili, le voci isolate che ancora si sentono a favore dei condannati di Pisa. Penso a quella di Giuliano Ferrara. O al grido d’amicizia quotidiano di Vincino, con la sua vignetta sul “Foglio”, in fondo alla prima colonna della seconda pagina, sempre più piccola, da osservare con la lente. Chi può, oggi, schierarsi con loro, a proposito di Sofri, Bompressi e Pietrostefani? Forse gli italiani che la pensano come il sottoscritto.

È evidente che anche l’autore del Bestiario non conta nulla, nell’aura imperiale dell’età berlusconiana. Ma come la penso, i lettori dell’ “Espresso” lo sanno. Ho sempre ritenuto, e lo ritengo ancora oggi, che Leonardo Marino abbia raccontato la verità. Ossia che l’assassinio di Calabresi fu un delitto maturato e deciso nell’ambiente di Lotta continua sull’onda della campagna di linciaggio del commissario, per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella questura di Milano, il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage di piazza Fontana. E per scendere nei dettagli, credo che l’omicidio abbia avuto quei quattro protagonisti: Marino che guida la macchina dell’agguato, Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza il tutto e Sofri che dà il proprio assenso.

Ma questa vecchia fotografia non ci porta a nulla. O, meglio, ci riconduce alla constatazione iniziale: è trascorso un trentennio, l’Italia di allora è scomparsa, se ripensiamo ai Sofri & C. di quell’epoca abbiamo di fronte le ombre di leader e di militanti politici sconfitti. Ma dietro quelle ombre ci sono degli uomini oggi molto diversi. Eppure c’è un carcere che per loro non si apre. Mentre si è aperto, con troppa liberalità, per tanti assassini e gaglioffi vari.

La conclusione mi sembra una sola: chi ha vinto, ha il dovere di essere generoso. Credo che nella famiglia Calabresi questa generosità ci sia. E che non risieda in loro l’ostacolo alla grazia per Sofri e i suoi amici. Ma allora è il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che ha l’obbligo di muoversi. Dopo tante mosse controverse o sbagliate, faccia quella giusta per ridare la libertà a quei tre figli di nessuno.

L’invasione degli ultracorpi Di Don Siegel – Con Dana Wynter e Kevin McCarty Fantascienza – Sinister Film – 1956

L’invasione degli ultracorpi
Di Don Siegel – Con Dana Wynter e Kevin McCarty
Fantascienza – Sinister Film – 1956
Classico del cinema di fantascienza degli anni Cinquanta, girato senza effetti
speciali. In uno sperduto paesino degli Stati Uniti è scoppiata una strana
epidemia collettiva, che rende fredde e asettiche le persone. Uno scienziato
scopre che si tratta di un’invasione di extraterrestri, che clonano gli esseri
umani. Rifatto nel 1978 da Philip Kaufman (“Terrore dallo spazio profondo”)
e nel 1993 da Abel Ferrara (“Ultracorpi”).