To Cross the Line: storia del mio rapporto con la cultura della sinistra in una riflessione dell'11 settembre 2006

Appartengo ad una generazione (1948-più tardi che mai) nella quale la politica ha sempre contato molto.

Troppo.

A vent’anni alcuni fra gli slogan più battuti erano: “il sesso è politico”; “l’esame è politico” “tutto è politico” … fino alla nausea da esagerazione. La mia biografia soggettiva intercettava quella fase di movimento collettivo. E ci sono stato.

Ho scoperto che anche per altre persone la personale scelta di campo ha coinciso con certi eventi collettivi. Basta pensare ai fascismi, alla resistenza ed alla costruzione della dirigenza dei partiti comunisti occidentali (in particolare in Italia, Francia, Spagna).

Nel mio infinitesimo piccolo destino individuale è stato il colpo di stato militare in Cile del 1973 a determinare la scelta del Pci.

Pci-1974 Pci-1974-1

Prima leggevo il Manifesto e proprio non capivo gli articoli di Rossana Rossanda (la “stilista del comunismo”, come efficacemente la dipingeva Giorgio Bocca): il suo estremismo razional-cerebrale e parolaio era così incapace di interpretare quei fatti! …

Mi appariva chiaro che il rischio golpe di destra poteva essere contrastato solo con una larga intesa di tutte le forze democratiche e non con le piccole schegge della “sinistra extra-parlamentare”.

In questo oggi vedo in me un’assoluta continuità: ero “centrista” già allora. Consapevole che solo le posizioni di centro sanno assumersi le responsabilità delle scelte, mentre gli estremi sono immobili e appagati solo di sè nell’autocontemplazione narcisistica.

Gli antipatizzanti di allora mi chiamavano il “berlingueriano”. Negli anni delle brigate rosse ed anche oggi lo ritengo un complimento. Era la sua etica che mi dava energia.

L’apprendimento nel partito è stato molto dispendioso in termini di energia individuale, ma anche illuminante sul piano sociologico.
Il vecchio compagno Libero F. mi insegno subito la distinzione fra

l’”elettore”,

il “simpatizzante”,

l’”iscritto”,

il “militante”,

il “dirigente”,

l’”eletto nelle istituzioni”.

Ho praticato tutti questi ruoli. Poi ho visto le logiche associative e dissociative, i percorsi del potere, la manipolazione discorsiva, le carrierette, l’eterno rapporto fra ambizione personale e grandi discorsi etico-sociali.

Ho dedicato molto, molto tempo, a tutto questo.
Tantissimo negli anni 1974-1985: quattro sere la settimana fuori per riunioni serali, fino a tarda notte. “Il socialismo è bello, ma sacrifica troppe sere” (Oscar Wilde).

Ho partecipato attivamente alla transizione verso la tradizione socialista (Pci-Pds- Ds).
E solo allora ho capito che l’errore storico era molto antecedente: risaliva alla scissione del 1921. 1921-1991: accidenti … settant’anni per tornare alle origini, saldare parzialmente i conti dovuti alla frattura, ricominciare da capo (un “nuovo inizio” lo ha chiamato quella figura ormai patetica di Achille Occhetto).

Per quel che mi riguarda questa appartenenza alla “famiglia” dei partiti comunisti è davvero solo “parte”, una piccola parte della mia vita (venti anni circa della vita adulta). Ma mi colpisce davvero tanto che la generazione militante dei primi decenni del novecento ha impiegato settant’anni per tornare ai lucidi discorsi di Filippo Turati sulla necessità dell’unione per battersi contro il nascente fascismo, che infatti si affermò a livello di massa. Antonio Gramsci è un autore che occupa un metro di dorsi di libro nella mia biblioteca.

Ma ad avere ragione, ad essere profetico era il dimenticato Filippo Turati.

0 pensieri riguardo “To Cross the Line: storia del mio rapporto con la cultura della sinistra in una riflessione dell'11 settembre 2006

    1. buongiorno giuseppe! abbiamo vissuto lo stesso tempo. anche se lei è più sapiente di me in rapporto all compito difficile di produrre le merci ed il lavoro. mi fa piacere trovare sintonie. caro saluti e grazie sempre per la sua gentile attenzione (e anche ringraziamenti da parte di mia molglie che è stata entusiasta del suo intervendi del 22 maggi nell’aula della bicocca a favore del difficile lavoro degli operatori dei servizi)

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