Ideologie: Destra e Sinistra

Il Pci prima e dopo il Muro, da Togliatti fino a Veltroni ambiguità e contraddizioni dei comunisti di casa nostra di Guglielmo Colombero

….. Dopoguerra nasce un nuovo teorema, analizzato da Orsina in Il Pci e la gestione dell’antifascismo: quello del ruolo egemonico del Pci nella Resistenza. Innegabile che il contributo del Pci alla Liberazione sia stato determinante, con un altissimo prezzo di sangue: ma anche socialisti come Nenni, repubblicani come Pacciardi, azionisti come Lussu e liberali come Rosselli hanno partecipato alla lotta contro il nazifascismo. Il Secondo Risorgimento targato falce e martello è una geniale invenzione della propaganda comunista, abilissima nell’elaborare una mitologia della Resistenza in funzione autocelebrativa. Conclude sarcasticamente Orsina: «Il sistema politico italiano i comunisti li ha pagati, e profumatamente, proprio per il fatto che non cambiavano, attivando una dinamica consociativa fondata sull’antifascismo». Anche Zaslavsky, alla luce di una vicenda emblematica quale la scomunica di Tito da parte di Stalin nel 1948, riflette, in le conseguenze sulla storia d’italia della rottura tra Stalin e Tito, sulla sudditanza del Pci nei confronti di Mosca: Mosca dettava le regole non solo su chi etichettare come antifascista e chi no, ma anche sulla prospettiva di un eventuale ricorso alla lotta armata negli stati del blocco occidentale. La storiografia marxista ha sempre sostenuto che fu il buon senso di Togliatti a impedire che il nostro paese precipitasse nel baratro della guerra civile, ma esistono non pochi indizi a sostegno di una ben diversa congettura: che furono la sconfitta dei comunisti nella guerra civile in Grecia (che Stalin non solo non impedì, ma fomentò apertamente) e la rottura con Tito a far considerare inopportuna da Mosca una forzatura della situazione italiana …..
Nel contesto della strategia gramsciana di conquista dell’“egemonia”, Guiso ricostruisce la parabola de I «compagni di strada» del Pci con una disamina puntuale, a partire dal significato lessicale del termine: decisamente spregiativo, quasi a voler indicare un ruolo strumentale e passivo, da fiancheggiatori utili per mantenere il contatto con i salotti che contano. Osserva acutamente Guiso che le organizzazioni dei simpatizzanti «“avvolgono” il movimento in una “nebbia di normalità” e di “rispettabilità”», che rende indistinti i suoi reali contorni totalitari. La figura del cosiddetto “intellettuale progressista” che offre un appoggio esterno al Pci confluisce nell’ibrido parlamentare della Sinistra Indipendente: che poi tanto indipendente non è, visto che nessuno dei suoi esponenti negli anni ’70 osa denunciare il totalitarismo sovietico. Il fenomeno del “frontismo” trova interlocutori prestigiosi come il laico Bobbio (teorico di una continuità filosofica fra illuminismo e marxismo, in contrapposizione all’“oscurantismo imperialista e clericale”) o il cattolico Jemolo (firmatario di una petizione a senso unico contro il Patto Atlantico: sul Patto di Varsavia invece nessuna obiezione), ma, alle soglie del decennio successivo, inizia già a liquefarsi, per svanire del tutto alla morte di Berlinguer nel 1984, il quale, citando le parole di Guiso, «lasciava in eredità una drammatica crisi di identità e di strategia politica la cui portata non poteva essere risolta entro i semplici limiti di un restyling ideologico o di un adattamento ai tempi nuovi del linguaggio politico».

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