Giampaolo Pansa Sofri & C, tre figli di nessuno

Tornano i Savoia, con le valigie zeppe delle imprese di famiglia, il fascismo, le leggi razziali, la guerra, l’8 settembre. Ad accoglierli c’è un nuovo monarca, Silvio I di casa Berlusconi. Vota per il rientro anche una sinistra moribonda, che si appresta ad affidarsi a un nuovo leader, il Nanni Moretti del colpo alla nuca di piazza Navona… Insomma, tutto cambia in Italia. Tranne che nel carcere di Pisa. Adriano Sofri sta lì da cinque anni e ci dovrebbe rimanere per altri diciassette. Adesso gli hanno rimesso accanto Ovidio Bompressi. Dopo una settimana di cella, Bompressi è di nuovo in crisi: secondo le cronache, non mangia più, si nutre soltanto di tè e caffè, ha la faccia del morto in piedi. Chi se la passa meglio è Giorgio Pietrostefani, latitante a Parigi.

Dà le vertigini considerare da quanto tempo scriviamo dei tre condannati per l’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Venne ucciso nel 1972 e a maggio saranno giusto trent’anni. L’arresto di Sofri e compagni risale al luglio 1988 e da quel giorno ci separano quattordici anni. Ecco una tragedia politico-criminale che per molti italiani è svanita nel passato e non suscita più alcun ricordo. Un grande buco nero che ha inghiottito una sfilza di processi e la continua, testarda affermazione d’innocenza dei tre imputati. Il carcere pisano resta chiuso. Anche le campagne d’opinione per una grazia sono svaporate nell’aria.

La verità è che Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono diventati figli di nessuno. Avevo immaginato che il governo Berlusconi avrebbe risolto il problema. Ma in quel campo non si muove nulla, forse perché una gran parte degli elettori della Casa delle libertà vedrebbe volentieri il trio appeso a un lampione. I Ds, a cominciare da Walter Veltroni che aveva inaugurato il proprio ingresso da segretario al Bottegone con una visita alla cella di Sofri, hanno la casa che gli crolla in testa e pensano al si salvi chi può. Alla sinistra antagonista dei no-global l’ex-capo di Lotta continua non è mai piaciuto. Il tutista Casarini l’ha pure sbeffeggiato senza ritegno. Dunque, che se ne stia in galera quello che voleva la guerra contro Milosevic e gli aguzzini di Sarajevo.

Pure i super-convinti dell’innocenza di Sofri sono in un mare di difficoltà. Qualcuno, come il loro alfiere Antonio Tabucchi, si sta impaniando in una ragnatela di contraddizioni. Nel colloquio con Francesco Saverio Borrelli, in occasione del decennale di Mani pulite, ha raccolto un’ importante opinione di quell’integerrimo magistrato: se ne avesse la facoltà, lui, Borrelli, la grazia a Sofri gliela darebbe. Ma poi il medesimo Tabucchi va proclamando che in Italia è in arrivo il fascismo. Con Berlusconi sempre più somigliante a Mussolini. E con Carlo Azeglio Ciampi che rischia di essere il Vittorio Emanuele III del Duemila, ossia il suo complice. Se è davvero così, che clemenza si può sperare da figuri del genere?

In questo modo, rischiano di sembrare patetiche, e inutili, le voci isolate che ancora si sentono a favore dei condannati di Pisa. Penso a quella di Giuliano Ferrara. O al grido d’amicizia quotidiano di Vincino, con la sua vignetta sul “Foglio”, in fondo alla prima colonna della seconda pagina, sempre più piccola, da osservare con la lente. Chi può, oggi, schierarsi con loro, a proposito di Sofri, Bompressi e Pietrostefani? Forse gli italiani che la pensano come il sottoscritto.

È evidente che anche l’autore del Bestiario non conta nulla, nell’aura imperiale dell’età berlusconiana. Ma come la penso, i lettori dell’ “Espresso” lo sanno. Ho sempre ritenuto, e lo ritengo ancora oggi, che Leonardo Marino abbia raccontato la verità. Ossia che l’assassinio di Calabresi fu un delitto maturato e deciso nell’ambiente di Lotta continua sull’onda della campagna di linciaggio del commissario, per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella questura di Milano, il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage di piazza Fontana. E per scendere nei dettagli, credo che l’omicidio abbia avuto quei quattro protagonisti: Marino che guida la macchina dell’agguato, Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza il tutto e Sofri che dà il proprio assenso.

Ma questa vecchia fotografia non ci porta a nulla. O, meglio, ci riconduce alla constatazione iniziale: è trascorso un trentennio, l’Italia di allora è scomparsa, se ripensiamo ai Sofri & C. di quell’epoca abbiamo di fronte le ombre di leader e di militanti politici sconfitti. Ma dietro quelle ombre ci sono degli uomini oggi molto diversi. Eppure c’è un carcere che per loro non si apre. Mentre si è aperto, con troppa liberalità, per tanti assassini e gaglioffi vari.

La conclusione mi sembra una sola: chi ha vinto, ha il dovere di essere generoso. Credo che nella famiglia Calabresi questa generosità ci sia. E che non risieda in loro l’ostacolo alla grazia per Sofri e i suoi amici. Ma allora è il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che ha l’obbligo di muoversi. Dopo tante mosse controverse o sbagliate, faccia quella giusta per ridare la libertà a quei tre figli di nessuno.

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