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Le quattro vulnerabilità della cultura politica del PD

Le vulnerabilità del PD: lavoro (non aver capito fin dagli anni ’80 come cambiava); migrazioni (averle assecondate senza accompagnarle con regole giuriidiche e messaggi culturali); sicurezza (sua incomprensione che la “sicurezza percepita” è del tutto equivalente a quella reale)
La quarta vulnerabilità riguarda le alleanze. mentre quelle della destra sono a sommatoria positiva (brlusconiani + lega vanno avanti anche se sono in conflitto fra loro) quelle della sinistra sono a somma negativa (qualsia “cosa” mettano assieme o sono in bilico o vanno indietro)
questo articolo di polito mette a fuoco il ruolo della lega nelle loro alleanze

Chapeau alla Lega un partito con una ideologia
di Antonio Polito

in Il Riformista, 19 agosto 2009

È da denigrare la Lega, certo. Ma anche da ammirare. Non sono molti i partiti in Europa che possono sfoggiare le stessa vitalità e lo stesso radicamento del movimento di Bossi. Da un certo punto di vista, anzi, la Lega riscatta la forma-partito, così in declino dopo l’89, e le restituisce senso e modernità. I suoi concorrenti, a destra e sinistra, dovrebbero imparare a imitarla, se davvero vogliono limitarla.
La Lega ha due cose che gli avversari non hanno: ha un’ideologia e ha il “patronage”. L’ ideologia è stata molto bistrattata dopo la caduta del Muro e dei pensieri politici forti. Ma è impossibile immaginare un partito senza un’ idea di società cui aspirare e un conseguente set di valori. Smarrita la tensione liberale nel calderone messo in piedi da Berlusconi, e naufragata la tensione alla giustizia sociale nel guazzabuglio veltroniano, solo la Lega oggi ha un’ideologia.

Un complesso di valori fortemente di destra, quasi da anni Trenta del Novecento. Ma forte e chiaro. Per questo Umberto Bossi può lanciare un’idea a settimana. E conta poco che quelle proposte, dalle gabbie salariali alla castrazione chimica degli stupratori, poi non si realizzino. Anzi. L’elettorato ne trarrà nuovi motivi di consenso: se la Lega fosse più forte quelle cose si farebbero, dunque facciamola più forte. È questo residuo di utopia che consente al Carroccio di godere dei vantaggi dell’opposizione anche quando è al governo. Si fa presto a dire: tanto è propaganda. Le “culture wars”, le guerre culturali, hanno consegnato alla destra americana l’egemonia dell’agenda politica dai tempi di Richard Nixon fino a Barack Obama. Guai a sottovalutarle. Quando Alessandro Campi ha scritto sul nostro giornale che la Lega ha già vinto una di queste guerre radicando nel Paese il sentimento della disunità nazionale, diceva il vero.
Che fanno gli avversari per rispondere a questa formidabile offensiva di idee? A che cosa pensano i tanti e costosi think tank dei partiti, mentre la fabbrica del consenso leghista non va in vacanza nemmeno ad agosto e le idee se le fa in casa come le marmellate? Giganteschi apparati, fior di intellettuali e pletore di giornali e reti televisive surclassati da un piccolo gruppo dirigente di leghisti neanche tanto colto. Chapeau.
Ogni volta che la Lega ne spara una, mi viene da pensare a quanto tempo è passato dall’ultima proposta sociale fatta dal Partito democratico, che pure dell’ opposizione dovrebbe fare il suo mestiere. Da quand’è che i dirigenti di quel partito non si siedono a un tavolo per lanciare un’idea sui salari o sulla lotta al crimine capace di fare l’agenda politica del mese? Come passano il loro tempo mentre i leghisti lavorano?
Il secondo elemento forte della Lega è il “patronage”, e cioè la deliberata capacità di interpretare e proteggere interessi sociali e territoriali definiti. Ammetto che questo lavoro riesce meglio a un partito piccolo e territoriale piuttosto che a uno grande e nazionale. Ma un partito può definirsi corettamente nazionale quando pratica un’idea di nazione. E invece è sorprendente lo smarrimento con cui il Popolo delle libertà insegue i partiti del “patronage”, oggi il nordista domani il sudista, senza essere in grado di definire una sua idea del futuro dell’Italia che non si limiti al cabotaggio tra gli interessi concorrenti. Forse Silvio Berlusconi ha concesso troppo alla Lega, quando le ha dato ministero dell’Interno e ministero del Tesoro, le due chiavi del consenso che la Democrazia cristiana non a caso teneva sempre per sé O forse no. Perché il centrodestra ha bisogno della Lega più di quanto la Lega abbia bisogno del centrodestra. E non solo dal punto di vista dei numeri.

Lo smarrimento ideale del Partito democratico di fronte all’offensiva leghista ha poi del paradossale. Appena un anno fa invitava Bossi alla sua festa nazionale, cinguettava con lui sul federalismo fiscale, ipotizzava il Pd del nord, sperando di scardinare il centrodestra per mano leghista. Oggi espelle i leghisti dalla sua festa di Genova e cinguetta con Raffaele Lombardo, nell’illusione di compiere la stessa operazione al contrario. E chi a sinistra guidava la carica federalista contro un giustamente scettico Giancarlo Galan, oggi gli si propone come un improbabile alleato, anzi un vassallo, pur di infastidire la Lega. Piccolo cabotaggio anche questo, di un partito che finché non trova niente da dire all’elettorato è costretto a giocare questi giochi di palazzo, confermando così la sua subalternità alla Lega, corteggiandola e demonizzandola ad anni alterni.

Paolo Ferrario Mostra tutti

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