ANDRÉ GLUCKSMANN, Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy | Tracce e Sentieri

Funziona ancora lo schema “destra – sinistra”?

Funziona ancora come nel ‘900?

Funziona ancora dopo l’11 settembre 2001?

Insegnamenti dalla Francia.

Mi batto per la sinistra, ma voterò Sarkozy

di ANDRÉ GLUCKSMANN in Il Corriere della Sera 30 gennaio 2007

In Francia, la sorpresa delle elezioni presidenziali c’è stata. Prima di andare a votare, i francesi vivono un mutamento mentale. I sondaggi variano, il risultato finale resta imprevedibile, ma ovunque trapela l’atteggiamento di rifiuto espresso da un Paese immobilizzato in museo-ospedale e in preda a infezioni nosocomiali: egoismi, discriminazione, furori, depressione. Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy hanno poche cose in comune, se non l’età, ma entrambi hanno ottenuto un consenso unanime da una base refrattaria a inquadramenti tradizionali e a dottrine antiquate. Non si vota più per i socialisti o i gollisti, si vota per un soprassalto nazionale.
A Parigi, d’inverno, i Senza domicilio fisso, gli Sdf, soffrono il freddo da un quarto di secolo. Improvvisamente, ecco che diventano visibili, le loro tende saltano agli occhi, l’opinione pubblica s’intromette e il governo si dà da fare. Perché non prima? Come nel febbraio 1954, i francesi sentono che non è più il caso di dare tempo al tempo. «È bastato che un uomo agisse al di fuori degli schemi ufficiali perché i francesi si muovessero, ma c’è voluto anche il freddo. Senza il freddo, niente abbé Pierre! Quando la Francia avrà freddo, anch’io potrò agire» (de Gaulle). Una Francia lucida ha di nuovo «freddo», e questo è un momento che ricorda l’epoca di de Gaulle: un momento in cui è bene osare pensare, fosse pure contro le proprie certezze, poi osare intraprendere.
La battaglia delle idee è un fatto compiuto… Compiuto a destra, stranamente. Il dibattito Sarkozy-Villepin illustra, più che una lite fra egocentrici, lo scontro di due modi di vedere la Francia e il mondo.

Quel che è in corso è un movimento contro il conservatorismo.

Sarkozy rompe chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti. Per esempio: esaltando la discriminazione positiva, che elude l’Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali, dovute al colore della pelle, al domicilio e al cognome. O ancora: teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee, al fine di evitare ai fedeli della seconda religione di Francia di pregare nelle cantine o in locali offerti da ricchi integralisti. A costo di urtare una concezione rigida della laicità, ricordiamo che nel 1905 la Francia che contava decine di migliaia di campanili ignorava i minareti.
La domanda è cambiata, l’offerta è rimasta la stessa. La società si trasforma, i principi devono trasformarsi con essa.
La rottura a destra abbraccia la politica internazionale non meno di quella interna. Curiosa metamorfosi del «gollismo», il feticismo conservatore coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano. Questa «realpolitik» sacrifica la nostra storia e la nostra influenza internazionale a interessi che si limitano alla vendita d’armi e a contratti petroliferi. Alla caduta del Muro di Berlino, i nostri dirigenti storsero la bocca, poi sostennero gli alleati genocidari del Ruanda e tributarono a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d’onore. Curiosa evoluzione che ha fatto della «patria dei diritti dell’uomo» l’apostolo degli ordini costituiti.
Eppure, esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le «Madri di Maggio» sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni… In nessun altro Paese si è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i «French doctors» e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli «idraulici polacchi», a tagliarsi fuori dal mondo.
Nicolas Sarkozy è l’unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore. Denuncia il martirio delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia, i massacri nel Darfur e l’assassinio dei giornalisti, poi enuncia una regola sul modo di governare ben lontana da quella di Jacques Chirac: «Non credo a quella che viene chiamata “realpolitik”, che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro…
Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura» (14/1/2007).
Cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco. Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese? Non si tratta d’incriminare una candidata che rispetto, anche se non mi va giù il modo in cui ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità. È una candidata alle prese con un vuoto più grande di lei, che questo piaccia o meno ai commentatori e agli invidiosi che con tanta facilità fustigano i suoi metodi o la sua persona. La lezione dell’aprile 2002 – quando il candidato socialista e primo ministro Lionel Jospin ottiene meno voti del capo dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen – non ha portato né a fare un bilancio né a rimettersi in questione. Ogni fazione del partito socialista ha ritenuto che il fallimento confermava le proprie inossidabili certezze.
La sinistra ufficiale francese si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile. Crede d’incarnare il movimento e la repubblica. Il che era relativamente esatto fino al 1945. La sinistra aveva osato rimettersi in questione e aveva portato avanti le battaglie da cui nacque la nostra democrazia laica e sociale. Ma dopo il 1945, poiché la collaborazione con l’occupante nazista aveva sotterrato il conformismo di destra, la sinistra di professione si è addormentata sugli allori. E disprezza le discussioni tedesche (attorno al Bad Godesberg) o inglesi (a proposito del New Labour), ignora l’esplosione spirituale della dissidenza ad Est, se ne infischia delle rivoluzioni di velluto da Praga a Kiev e Tbilisi.
Macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Nicolas Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Môquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria a Tibhirine e i repubblicani spagnoli. Invece di gridare all’appropriazione d’eredità, come ha fatto il Psf, permettetemi di rallegrarmene. Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po’ a casa mia.
In una campagna presidenziale, è utile scegliere un campo quando i confronti si fanno spietati. È normale anche richiamare i candidati ai loro limiti. A condizione di non eliminare colui che si combatte cancellandolo dalla nazione, come ha fatto un deputato socialista inveendo contro il «neoconservatore americano dal passaporto francese». L’ostracismo e la stigmatizzazione dell’Anti-Francia sono stati a lungo appannaggio di una destra estrema. La sinistra merita qualcosa di meglio.
Nel corso di una vita lunga e di mobilitazione in tante battaglie, mai mi sono schierato pubblicamente per un candidato o per un altro (salvo per Chirac contro Le Pen nel 2002). Figlio di ebrei austriaci che combatterono i nazisti in Francia, ho scelto questo Paese e la sinistra è la mia famiglia d’origine. È per la sinistra che, da quarant’anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell’Est, critica dei paraocchi marxisti).
Per un momento ho sognato una candidatura di Bernard Kouchner (fondatore di «Medici senza Frontiere»), che restituisse alla sinistra francese la dimensione internazionale che ha perso. Ed ecco il veto di un Psf spaventato dall’audacia di un elettrone libero. Mi sarebbe piaciuto un ticket Sarkozy-Kouchner. Prendendo posizione per il primo, perderò qualche amico. La mia decisione, frutto di antichi dolori e prospettive nuove, nasce da una riflessione. Non condivido tutte le opzioni del candidato Ump (Union pour un Mouvement populaire). Per esempio: vorrei che la regolarizzazione dei «sans papiers» fosse più ampia, fondata su criteri di umanità più rispettati. Votare non significa pronunciare i voti, ma optare per il progetto più vicino alle proprie convinzioni.
L’umanesimo del XXI secolo si astiene dall’imporre un’idea perfetta dell’uomo. Come una barriera contro l’inumano, che è in noi e attorno a noi, esso non può accontentarsi di deplorare le vittime e recensire morti ed emarginati. Rifiutando l’indifferenza colpevole e la mania dottrinaria, l’umanesimo si ostina – lotta ricominciata senza sosta – a «ostacolare la follia degli uomini rifiutando di lasciarsi impadronire da essa» (discorso del 14/1/2007). Il «mormorio delle anime innocenti» che Sarkozy udì a Yad Vashem gli detta questa definizione della politica. Da sempre, è questo mormorio a sorreggere la mia filosofia.
(traduzione di Daniela Maggioni)


esercizi di traduzione dal francese:

La surprise de la présidentielle a eu lieu. Avant d’aller voter, les Français vivent une mutation mentale. Les sondages varient, le score reste imprévisible, mais partout perce le rejet d’une France figée en musée-hôpital et livrée aux infections nosocomiales : égoïsmes, discrimination, fureurs, dépression.
Ségolène Royal et Nicolas Sarkozy ont peu de chose en commun, sinon l’âge, mais furent tous deux plébiscités par une base réfractaire aux encadrements traditionnels et aux doctrines surannées. On ne vote plus socialiste ou gaulliste, on veut élire un sursaut. A Paris, les SDF gèlent en hiver depuis un quart de siècle. Soudain ils apparaissent, les tentes crèvent les yeux, l’opinion s’en mêle et le gouvernement s’y met. Pourquoi pas avant ? Comme en février 1954, les Français sentent qu’il n’est plus temps de donner du temps au temps. “Il a suffi qu’un homme agisse en dehors des chemins officiels pour que les Français marchent, mais il a fallu aussi le froid. Sans le froid, pas d’abbé Pierre !… Quand la France aura froid, je pourrai agir, moi aussi.” (De Gaulle). Une France lucide a de nouveau “froid”, moment gaullien où il convient d’oser penser, fût-ce contre ses propres certitudes, puis d’oser entreprendre.
La bataille des idées est un fait accompli… A droite étrangement. Le débat Sarkozy-Villepin, plus qu’une querelle d’ego, illustre l’affrontement de deux visions de la France et du monde. Mouvement contre conservatisme. Sarkozy rompt clairement avec cette droite habituée à cacher son vide derrière de grands concepts pontifiants. Exemple : en prônant la discrimination positive, qui contrevient à l’égalité virtuelle pour éradiquer les réelles inégalités dues à la couleur de la peau, au domicile et au nom de famille. Ou encore : en théorisant l’aide publique à la construction de mosquées pour éviter aux fidèles de la deuxième religion de France de prier dans des caves ou des locaux offerts par de riches intégristes. Quitte à froisser une conception figée de la laïcité, rappelons qu’en 1905 la France aux dizaines de milliers de clochers ignorait les minarets. La demande a changé, l’offre est restée la même. La société évolue, les principes doivent évoluer avec elle.
La rupture à droite embrasse la politique internationale non moins que l’intérieure. Curieux avatar du “gaullisme”, le fétichisme conservateur cultive le primat des Etats, quoi qu’ils fassent. Cette Realpolitik sacrifie notre histoire et notre rayonnement aux intérêts à courte vue de ventes d’armes et de contrats pétroliers. A la chute du mur de Berlin, nos dirigeants firent la moue, puis soutinrent leurs alliés génocidaires du Rwanda et décorèrent Vladimir Poutine de la grand-croix de la Légion d’honneur. Curieuse évolution qui fit de la patrie des droits de l’homme l’apôtre des ordres établis.
Une France généreuse pourtant n’oubliait pas les opprimés : boat people vietnamiens fuyant le communisme, syndicalistes embastillés de Solidarnosc, “folles de Mai” sous le fascisme argentin, Algériennes en butte au terrorisme, torturés chiliens, dissidents russes, Bosniaques, Kosovars, Tchétchènes… Dans nul autre pays, on ne parla autant de ces monstruosités et de ces résistances. La possibilité de s’ouvrir fraternellement au monde est inscrite dans notre patrimoine culturel, voyez Montaigne, voyez Hugo, voyez les French doctors et leurs émules. Aucune fatalité ne condamne nos compatriotes à bouder tous azimuts, à vitupérer le “plombier polonais”, à se couper du monde.
Nicolas Sarkozy est le seul candidat aujourd’hui à s’être engagé dans le sillage de cette France du coeur. Il dénonce le martyre des infirmières bulgares condamnées à mort en Libye, les massacres au Darfour et l’assassinat des journalistes, puis énonce une règle de gouvernance fort éloignée de celle de Jacques Chirac. “Je ne crois pas à ce qu’on appelle la Realpolitik qui fait renoncer à ses valeurs sans gagner un seul contrat. Je n’accepte pas ce qui se passe en Tchétchénie, parce que 250 000 Tchétchènes morts ou persécutés ce n’est pas un détail de l’histoire du monde. Parce que le général de Gaulle a voulu la liberté pour tous les peuples et la liberté, ça vaut aussi pour eux… Le silence est complice et je ne veux être complice d’aucune dictature”, a déclaré le président de l’UMP le 14 janvier.
Que répond la gauche ? Peu de chose malheureusement. Où se niche le combat d’idées qui fut si longtemps son privilège ? Où s’est égaré l’étendard de la solidarité internationale, fierté autrefois du socialisme français ? Pas question d’incriminer une candidate que je respecte – même si je n’avale pas sa justice chinoise élevée en modèle de célérité. Elle se trouve aux prises avec un vide plus grand qu’elle, n’en déplaise aux commentateurs ou aux jaloux qui fustigent à bon compte sa démarche ou sa personne. La leçon d’avril 2002 n’a débouché sur aucun renouveau conceptuel au PS.
La gauche officielle se croit moralement infaillible et mentalement intouchable. Le Mouvement et la République, c’est elle. Voilà qui était relativement exact jusqu’en 1945. La gauche avait osé les remises en question et mené les combats d’où naquit notre démocratie laïque et sociale. Mais depuis 1945, Vichy ayant enterré la bien-pensance de droite, la gauche professionnelle s’est endormie sur ses lauriers. Elle méprisa les discussions allemandes (autour de Bad Godesberg) ou anglaises (à propos du New Labour), elle ignora l’explosion spirituelle de la dissidence à l’Est, elle se fiche des “révolutions de velours” de Prague à Kiev et Tbilissi.
Marinant dans son narcissisme, elle se trouve fort dépourvue, lorsque Nicolas Sarkozy, prenant à contre-pied son camp, se réclame des révoltés et des opprimés, du jeune résistant communiste Guy Môquet, des femmes musulmanes martyrisées, de Simone Veil abolissant la souffrance des avortements clandestins, de Frère Christian à Tibéhirine comme des républicains espagnols. Au lieu de crier à la captation d’héritage, permettez que je me réjouisse. En retrouvant dans le discours du candidat Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, je me sens un peu chez moi.
Dans une campagne présidentielle, il est utile d’aligner les confrontations impitoyables. Normal aussi de rappeler les candidats à leurs limites. A condition de ne pas éliminer celui que l’on combat en le rayant de la nation. Comme le fait ce député PS qui vitupère le “néoconservateur américain à passeport français”. L’ostracisme et la stigmatisation de l’anti-France furent longtemps l’apanage d’une droite qui n’avait guère d’arguments à opposer aux conquêtes de Blum ou de Salengro. La gauche mérite mieux que cela.
Jamais au cours d’une vie longue et pleine d’engagements, je n’ai pris publiquement parti pour quelque candidat, sauf au deuxième tour de mai 2002. Fils de juifs autrichiens qui combattirent les nazis en France, ce pays est mon choix et la gauche ma famille d’origine. C’est pour elle que, depuis quarante ans, je ferraille contre ses pétrifications idéologiques (soutien à Soljenitsyne, aux dissidents antitotalitaires de l’Est, critique des oeillères marxistes).
J’ai un temps rêvé d’une candidature de Bernard Kouchner, restituant à la gauche française une dimension internationale perdue. Veto d’un PS effrayé par l’audace de l’électron libre. J’aurais aimé un ticket Sarkozy-Kouchner. En prenant position pour le premier, je vais perdre des amis. Ma décision, faite de douleurs anciennes et de perspectives nouvelles, est réfléchie. Je ne partage pas toutes les options du candidat UMP. Exemple : les “sans-papiers”, je souhaite une régularisation plus ample, fondée sur des critères d’humanité mieux respectés. Voter n’est pas entrer en religion, c’est opter pour le projet le plus proche de ses convictions.
L’humanisme du XXIe siècle s’abstient d’imposer une idée parfaite de l’homme. Garde-fou contre l’inhumain, en nous et autour de nous, il ne peut se satisfaire de déplorer les victimes et de recenser morts ou laissés-pour-compte. Récusant l’indifférence coupable et la manie doctrinaire, l’humaniste s’obstine – lutte sans cesse recommencée – à “faire barrage à la folie des hommes en refusant de se laisser emporter par elle” (discours du 14 janvier). Le “murmure des âmes innocentes” que Sarkozy entendit à Yad Vashem lui dicte cette définition de la politique. Depuis toujours, c’est ce murmure qui porte ma philosophie.
(da “Le Monde” del 29 gennaio 2007)

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