Diario di un clima cattivo di Giampaolo Pansa Gli appunti del cronista nell’autunno-inverno 2009, in Il Riformista

un diario alla buona dell’autunno-inverno 2009.
Alla fine di settembre, Tonino Di Pietro ci offre un’ennesima sceneggiata: si fa fotografare davanti a Montecitorio con la coppola in testa e le smorfie di un boss di Cosa nostra, per dire che in Parlamento ci sono troppi mafiosi. Negli stessi giorni, Eugenio Scalfari si fa intervistare dall’Espresso e dipinge l’editore di Libero come un servo di Silvio Berlusconi. Il motivo? L’aver messo a dirigere il giornale Belpietro, «emissario del Cavaliere, una specie di commissario politico».
Sempre a fine settembre, muore per infarto Maurizio Laudi, uno dei magistrati che hanno battuto le Brigate rosse e Prima linea. I muri di Torino si coprono di scritte insultanti, opera di anarchici: «È morto un boia: Laudi», «Finalmente Laudi è morto», «Dio c’è, è morto Laudi», «Di Laudi si butta via tutto». A Pistoia, invece di scritte, le botte. Squadre antagoniste devastano la sede di Casa Pound, circolo di destra. È la quarta aggressione in meno di una settimana. Le altre sono avvenute a Napoli, Verona e Torino.
A metà ottobre, Alessandro Campi, poi consigliere culturale di Gianfranco Fini, scrive: «Basta navigare in rete, fare un giro tra blog e siti, per capire quale magma di odio e pregiudizio si trovi addensato nelle viscere della nazione, pronto a esplodere in qualsiasi momento». Detto fatto, Matteo Mezzadri, coordinatore del Partito democratico di Vignola (Modena), domanda su Facebook: «Santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?». Il giovane dirigente viene cacciato.
Negli stessi giorni, le Brigate rivoluzionarie per il comunismo scrivono ai giornali: «Berlusconi, Fini e Bossi devono dimettersi e il primo deve consegnarsi alla giustizia comunista. La sentenza è inevitabile». Lo slogan è «No al colpo di stato, sì alla rivoluzione». Il 19 ottobre, a Torino, un gruppo che si firma Br con la stella a cinque punte, minaccia un delegato della Fiom-Cgil nella Flexider, azienda metalmeccanica.
Nella seconda metà di ottobre, si fa vivo il Comitato Anna Maria Mantini del nuovo Partito comunista italiano. Lei era una terrorista anni Settanta, sorella di Luca, militante dei Nuclei armati proletari ucciso durante una rapina per finanziare il gruppo. Anche la sorella cadrà in uno scontro con l’antiterrorismo. Il gruppo annuncia di entrare in clandestinità. Con l’aiuto dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo.
Il 21 ottobre si scopre su Facebook che il gruppo «Uccidiamo Berlusconi» conta 12.333 iscritti. Quel giorno, nel giro di un’ora, se ne sono aggiunti seicento. Nel frattempo, una casa editrice di Chieti lancia il concorso «Descrivi la morte del Cavaliere e sarai pubblicato». Per contrappasso, sempre su Facebook nasce il gruppo intitolato: «A morte Marco Travaglio».
Sabato 24 ottobre a Torino, in piazza San Carlo, i centri sociali assaltano un presidio di Casa Pound e un banchetto della Lega. Tre ore di scontri con la polizia. Il 31 ottobre, nel carcere romano di Rebibbia, s’impicca la brigatista Diana Blefari. Aveva indicato alla polizia dove stavano nascoste le armi del suo gruppo, ma l’arsenale non si trova più. La Blefari aveva pedinato Marco Biagi, poi ucciso. Si era espressa così: «Fosse stato per me, Biagi l’avrei torturato prima di giustiziarlo».
Sabato 7 novembre, a Roma, i centri sociali vanno in corteo per protestare contro la morte in carcere di Stefano Cucchi. Anche qui scontri con la polizia, lanci di petardi e bottiglie, cassonetti rovesciati e dati alle fiamme. Lo stesso giorno a Firenze quattrocento antagonisti marciano chiedendo la scarcerazione di un loro compagno, arrestato per aver messo una bomba all’Agenzia delle entrate. Anche qui fumogeni, petardi e scritte sui muri: «Mannu libero e fuoco alle galere». Due giorni prima si era tentato l’assalto a un circolo di Forza Nuova, gruppo di destra.
A metà novembre, emergono i Nat, Nuclei di azione territoriale, sempre legati alla memoria dei fratelli Mantini. Hanno cinque cellule a Milano, Torino, Lecco, Bergamo e Bologna. Minacciano politici e giornalisti. Milano è la città più a rischio. Gli investigatori dicono: «Siamo molto vicini a un salto di qualità». Il 20 novembre a Torino, gli autonomi danno la caccia al ministro Mariastella Gelmini, arrivata in città. Poi assalgono la sede del Pdl, in corso Vittorio Emanuele. Vogliono occuparla. Scontri, devastazioni, feriti. Nel frattempo, alla Statale di Milano continuano le aggressioni agli studenti di Comunione e liberazione. E su Facebook nasce un nuovo gruppo che inneggia alle Brigate rosse.
Il 13 dicembre, a Milano, c’è l’attentato a Berlusconi. Tre giorni dopo un ordigno esplosivo distrugge un sottopasso dell’Università Bocconi. La firma è: “Federazione anarchica informale”. Stessa bomba e stessa sigla al Centro raccolta di immigrati clandestini a Gradisca d’Isonzo. In previsione del Natale, a Firenze, incursioni contro i negozi di via Tornabuoni e via Strozzi. E il sabato 19 dicembre, a Torino, corteo violento di squatter, anarchici, centri sociali. Ancora devastazioni e scritte contro il sindaco: «Chiamparino boia, speriamo che tu muoia». Basta così? Sì, per l’autunno-inverno 2009 può bastare.

da: Il Riformista.

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