la perfetta fiaba moderna di : L’INCREDIBILE VITA DI TIMOTHY GREEN, di Peter Hedges, con CJ Adams, Joel Edgerton, Jennifer Garner 2012

Cindy (Jennifer Garner) e Jim Green (Joel Edgerton) sono una giovane coppia abitante in un piccolo paesino che vive della produzione di matite della grande fabbrica cittadina. Da sempre sognano di avere un figlio tutto loro ma, nonostante le più disparate prove e i numerosi tentativi, ormai è chiaro a tutti che per loro sarà impossibile concepirne uno. Così, quando tutte le loro speranze sono ormai infrante, i due giocano a inventarsi il loro figlio ideale, disegnando su dei piccoli fogli le sue caratteristiche fondamentali. Questo prototipo di bambino viene poi chiuso in uno scrigno e sotterrato nel giardino di casa. Quella stessa notte, dopo un istantaneo e violento temporale, in casa loro si presenta un bambino, Timothy (CJ Adams), tutto ricoperto di terra e con delle strane foglie sulle caviglie. Timothy (che strano, tra tutti i nomi pensati per un loro probabile figlio, l’unico maschile era proprio questo!) li chiama da subito mamma e papà e Cindy e Jim, dopo un primo momento di confusione e sconcerto, decidono di prendersi cura di lui come se fosse il loro, scoprendo lentamente che possiede alcune tra le caratteristiche che essi stessi avevano sognato per loro figlio. Ma il ragazzo nasconde in realtà molto di più…

tutta la scheda qui:

Sorgente: Recensione L’incredibile vita di Timothy Green


Attraverso una digressione fantastica Hedges affronta il tema della genitorialità riproponendo anche in maniera piuttosto originale quello dell’adozione mettendone in luce i diversi aspetti, che vanno dalle molte insite responsabilità alla pura gioia di poter crescere con amore un figlio non proprio.

Hedges confeziona un film lieve e toccante senza mai aver bisogno di scivolare nel dramma, prendendo spunto da film come il “Jack” di Francis Ford Coppola piuttosto che il “Forrest Gump” di Robert Zemeckis. Per tutto il film c’è questa atmosfera giocosa e un po’ stralunata fortemente legata alla natura sia come elemento visivo che contraddistingue anche la fotografia del film, sia come legame simbiotico con la vita stessa che si disvela da sempre ad ogni alba e tramonto.

segue qui:

http://www.cineblog.it/post/670719/stasera-in-tv-su-rai-3-lincredibile-vita-di-timothy-green


Mariangela Melato (1941 – 2013), In cerca di te (sola me ne vò per la città)

Un ricordo di Renzo Arbore

L’ultima volta che lui è andato a trovarla, l’altro ieri in clinica, hanno cantato insieme. «Era una vecchia canzone degli anni 40, mi pare si intitoli “Americano non posso cantar”. E lei era felicissima, perché si ricordava tutte le parole… e mi prendeva in giro perché io invece…».
La voce si interrompe per la commozione. Renzo Arbore fa fatica a parlare, il dolore per la perdita di Mariangela Melato è troppo grande e le parole, di tanto in tanto, si spezzano, lasciando il posto alle lacrime.
«E pensare che con una canzone ci siamo fidanzati: fu una sera, quando Lucio Battisti ci fece ascoltare per la prima volta un brano che non era stato ancora pubblicato”

da Gabriele, anche per i miei 64 anni, da Segni di Paolo del 1948

Caro Paolo,
ho atteso lungamente questa giornata. Sono andato più volte a spiare la data, per timore che passasse senza aver dato un cenno della mia presenza.
Su quest’ultima sto scrivendo un ‘libro’ da mesi che ho intitolato: “La presenza dell’altro, oltre il suo mero apparire”. Conterrà tutto quello che so a proposito della relazione con l’altro, sull’invisibile dell’esperienza personale, sui modi in cui è possibile un accesso alla conoscenza, al contatto, allo scambio emotivo e sentimentale. Occorrerà molto tempo prima che il lavoro acquisti una veste definitiva. La direzione, tuttavia, è segnata.
Il libro di Hadot, “Ricordati di vivere”, sugli esercizi spirituali prediletti da Goethe, si apre proprio con la ‘presenza’, l’unica dea che egli fosse disposto a venerare.

La presenza e il presente sono le vere dimensioni della salute, del benessere, della felicità. Sappiamo quanto sia facile per tutti noi smarrire la strada, ritrovarsi in un vicolo cieco, magari dopo aver percorso convinti una lunga strada fatta di progetti, speranze, illusioni.
Speranza e illusione si mescolano e si confondono, facendoci vedere come desiderabile anche ciò che non corrisponde ai nostri interessi e alla nostra felicità.
Ritrovare la strada non è poi ritrovare il presente dei propri compiti, delle radici, dei sogni?

Parlo di ‘presenza’, perché spero di essere presente nella tua vita, come credo che tu lo sia nella mia. Parlo spesso di te. Utilizzo le cose belle che pubblichi, per far conoscere la tua terra, la tua casa, le cose che riscaldano la tua vita.

Raccomando agli amici la lettura delle pagine scritte da Luciana sulla malattia, perché trovino la dimensione giusta in cui pensarla. La vecchiaia con i suoi mali non deve essere una iattura, un destino atroce. Possiamo rendere umano tutto ciò che la sorte ci riserva. Ogni tanto riascolto la lettura di Strand che mi spedisti, per risentire la voce di Luciana. I tuoi video mi regalano la stessa emozione.

Siamo stati abituati troppo, però, a pensare in termini di emozione. Io preferisco pensare ai nostri sentimenti, alla vita del nostro sentire nella sua forma più profonda, perché mai disgiunta dal valore degli oggetti d’amore.

È ‘presenza’ il tuo sentire, la cura che riservi alle cose a cui ti dedichi, a partire dal tuo lavoro, che hai saputo arrichire a dismisura con gli strumenti di conoscenza che pubblichi in rete. È piacevole notare quanto sia diventata ricca la tua giornata, se provo ad immaginare di mettere in fila tutto ciò che riferisci. Più chiaro mi sembra il ritmo delle settimane e quello delle stagioni, immaginando il succedersi delle opere. Ti sei rivelato nel tempo sempre più operoso. Questo ti rende più amabile, perché fa risaltare la fecondità delle tue conoscenze, assieme al pregio dell’esperienza ‘estetica’: i viaggi, le vacanzine, le conferenze, il cinema, la musica, la terra comasca.

Ho dovuto fare ricorso a tutte le tue produzioni per renderti presente e non patire troppo la lontananza, ma nel tuo caso è possibile dire, parafrasando Steiner, che sei «vera presenza» nella mia vita. Di tutto ciò che ti appartiene giunge a me distinta l’eco, che rimanda con ritmo incalzante immagini, suoni, voci, altre presenze. Le tue parole sono sempre forti: portano il timbro della tua forte personalità. Essa è tale perché sostenuta da un forte sentire. Le passioni civili di un tempo sono state temperate dal tempo, ma sono state rese acuminate dal fuoco della critica, a cui ricorri sempre per giudicare un tempo sempre più insensato e ingiusto.

Sono ben presenti a noi i Maestri, coloro che ci hanno preceduto, tutti quelli che abbiamo amato e che ci hanno insegnato a credere che ci salveremo, perché abbiamo ricevuto amore, quindi ne riceveremo ancora.
La tua vita operosa è segnata in parte oggi dal disincanto che consegue alla conoscenza sempre più chiara delle vicissitudini della politica, che immagino ti rattristerà, perché non sa vedere cosa sia più conveniente e giusto fare nell’interesse del maggior numero di persone.

È compito arduo farci i conti per noi, che eravamo sostenuti da narrazioni ideali in cui abbiamo lungamente creduto. Più difficile consistere in un tempo in cui tutto cambia fin troppo rapidamente, portandosi via anche le cose buone, che credevamo acquisite per sempre. In mezzo a questo disordine, tu riesci a trovare l’orientamento e lo divulghi, giustamente convinto che servirà.

Se non basteranno le ragioni culturali e ideali, contribuirà a farle apparire credibili la tua autorità morale. Di tutte le qualità che si possono riconoscere in un uomo io credo che l’autenticità sia la più grande. Così ti vedo io oggi. Ti penso serenamente immerso nelle certezze raggiunte, giustamente inquieto per il tuo futuro di ‘pensionato’, altrettanto giustamente arrabbiato per l’ingiustizia patita, ma sempre felice di essere compagno di Luciana, figlio della tua terra, produttore instancabile di vera conoscenza.

Quando ti penso, immagino che le immancabili malinconie saranno dissipate dalla musica di Nina, dal frastuono delle rive del lago affollate in tempo di alta stagione, ma sempre in armonia con la terra, che hai saputo eleggere a madre riconoscente e amica.

Ti prego di non smettere mai di credere che non ci siamo incontrati per caso. Aspettavo un amico, che intervenisse nella mia vita a riscaldarla con le sue virtù e con la sua virile sensibilità. Ogni tua apparizione mi conferma nell’idea che non mi ero sbagliato ad eleggerti ad amico, non solo perché il cuore dettava il sentimento. C’eri tu, ben presente a me.
Di questo ti sono grato, perché contribuisci a dare senso alla mia vita. Il pensiero va a te oggi con affettuosa riconoscenza.
Un abbraccio lungo e forte.
Gabriele

sito di Gabriele De Ritis

anche in  Segni di Paolo del 1948.

Nicola Gardini apre lo sguardo sui CANTI di Giacomo Leopardi, in Per una biblioteca indispensabile, cinquantadue classici della letteratura italiana, Einaudi, 2011, lettura audio

Nicola Gardini apre lo sguardo sui CANTI di Giacomo Leopardi, in Per una biblioteca indispensabile, cinquantadue classici della letteratura italiana, Einaudi, 2011:

il mio (difficile e forse impossibile) sogno estivo: una conversazione (non prevaricante e unilaterale) tra amici, lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago. Audio Lettura da: Pietro Citati, L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, in L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998, 12 agosto 2012

Questo è il mio sogno estivo: una conversazione tra amici lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago.

Ne ho tratto ispirazione da alcune pagine del saggio

L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, scritto da Pietro Citati

in: L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998, pagg. 44-46, 50


Audio Lettura


CONVERSARE ATTRAVERSO LA VOCE DI EMANUELE SEVERINO. Incontro con Paolo Ferrario, Como, 15 maggio 2012, ore 21 | Segni di Paolo del 1948

ECCO, PAOLO, E’ TUTTO MOLTO SEMPLICE E MOLTO SPONTANEO. TUTTI , ANCHE I TITUBANTI PER CARATTERE, MI HANNO RISPOSTO CON UN SI’ DECISO!
SCUSAMI SE NON TE L’HO MANDATO SUBITO, NON HO DATO IMPORTANZA ALLA MIA COMUNICAZIONE MA AL TUO INTERVENTO/TESTIMONIANZA.
CIAO,
4.O5.’12
CIAO A TUTTI,
E’ NATO CON MOLTA SPONTANEITA’ IL DESIDERIO DI UN INCONTRO CON L’AMICO PAOLO FERRARIO, APPASSIONATO ESTIMATORE DEL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO.
CON … ABBIAMO CONTEMPORANEAMENTE MATURATO L’INTERESSE DI INVITARLO NEL NOSTRO GRUPPO A TESTIMONIARCI IL SUO  TIPO DI APPROCCIO CON LA FILOSOFIA.
L’INCONTRO, SECONDO NEL MESE , E’ PROPOSTO PER MARTEDI’ 15 MAGGIO ALLE H.21.00, A CASA MIA.
L’OCCASIONE E’ PARTICOLARE DATA LA MOLTEPLICITA’ D’INTERESSI, LA CURIOSITA’ E LA RICERCA DI TIPO ESISTENZIALE DELL’AMICO PAOLO.
PER RAGIONI ORGANIZZATIVE VI CHIEDO DI DARMI LA VOSTRA RISPOSTA ENTRO IL 2 DI MAGGIO IN OCCASIONE DEL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO.
Vi ndico, di seguito, il link di Paolo Ferrario, in caso voleste visitarlo:
  chi “credo” di esserePaolo Ferrario (1948 – ), NON pensionato
Per contatti internettiani: Twitter  –  Linkedin  –  FaceBook

 CHIUDO QUESTO INVITO CON UNA PAROLA ”CHIAVE” ADATTA AD ENTRARE UN POCO NEL MONDO DEL LINGUAGGIO DI SEVERINO, SELEZIONATA  DA PAOLO  PER NOI:       

…………..     E’ quindi inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte. Nascere è avvertirle da subito, sia pur confusamente.

Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo. Ogni gesto, azione, pensiero, affetto della vita quotidiana è sin dalla nascita un’espressione della volontà di essere al Riparo, cioè della volontà di potenza e di salvezza. Anche un bambino che un pomeriggio dalla luce grigio-previnca che precede il temporale sta sotto al tavolo grande della cucina ad aspettare un estraneo si sta mettendo a quel Riparo.

Emanuele Severino, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2011, pag.49/50

La natura umana è due di Luce Irigaray ( Amo a te, per Bollati Boringhieri, 1993), trascrizione e riflessione donate da Papavero di campo

Mi riallaccio al contributo di prisma,
io e tu mi risaltano in evidenza nella poesia citata,
io e tu e penso a luce Irigaray, così mi alzo dalla postazione-che mi fa pure bene alla schiena non stare sempre qui avviluppata e cerco in libreria, l’istinto guida la mia mano, acchiappo due libri piccoli, uno : Amo a te (già il titolo ti spiazza!) , l’altro è Essere due,
il caso mi guida al capitolo La natura umana è due ( Amo a te, per Bollati Boringhieri, 1993-collana I temi, n°31) beh è molto interessante!
Ne condivido qualcosa con voi:

La natura non è una,
per andare al di là -ammesso che occorra, conviene partire dalla realtà, la realtà è due, un due che implica a sua volta delle differenze secondarie (più piccolo più alto, più giovane più vecchio..).
Si è pensato l’universale come uno, a partire da uno, ma questo uno non esiste.
Se questo uno non esiste il limite dunque è inscritto nella natura stessa,
prima di qualunque necessità di superare la natura è importante rendersi conto che essa è due,
questo due inscrive la finitezza nel naturale stesso,nessuna natura può avere al pretesa di rispondere al tutto del naturale. Non c’è la natura, in questo senso esiste nella natura una forma di negativo. Il negativo non è un’operazione della coscienza di cui solo l’uomo sarebbe capace. Anzi se l’uomo non prende coscienza del limite inscritto nella natura la sua opposizione al naturale non adempie il lavoro del negativo. Essa si appropria del naturale e pretende di superarlo in una coscienza determinata da questa ingenuità naturale: io sono il tutto.
Ora nessuno e nessuna realizza in sé il tutto, né della natura né della coscienza. Confondere la parte con il tutto significa inficiare il negativo con una positività immaginaria.
..due pseudo assoluti,la natura e lo spirito,
già non si tratta più della realtà ma di una costruzione fatta a partire da un punto di vista, la natura e lo spirito sono dei particolari che non accettando i loro limite si considerano l’assoluto.
Lo stesso si può dire per quelle due parti del genere umano che sono l’uomo e la donna ridotti abusivamente a uno. La ragione mostra, in questa riduzione, la sua impotenza e la sua immaturità: l’uomo sarebbe la testa e la donna il corpo, il genere umano sarebbe sospeso tra divinità e animalità: l’uomo sarebbe il divino del regno animale femminile..

Il naturale è ameno due. Maschile e femminile, questa partizione attraversa tutti i regni del vivente che altrimenti non esisterebbero, nessuna vita è possibile sulla terra senza la differenza sessuale che ne è la manifestazione e la condizione di produzione e di riproduzione. L’aria e la differenza sessuale sono forse le due dimensioni indispensabili della vita e alla vita. Ciò che non ne assicura la custodia è portatore di morte.
Per limitarci al genere umano diciamo che né l’uomo né la donna possono manifestarne o provarne la totalità. Ciascun genere ne rappresenta o ne detiene una parte. Questa realtà è molto semplice e nello stesso tempo molto lontana dal nostro modo di pensare.
E’ evidente che la morfologia corporea del femminile e del maschile non sono le stesse e di conseguenza il loro modo di percepire il sensibile e di costruire lo spirituale non è lo stesso. Donne e uomini d’altronde hanno posizioni diverse rispetto alle genealogie. Essi diventano se stessi solo artificiosamente. C’è uguaglianza fra loro solo attraverso la sottomissione a una legge che fa testo. Ma da quel momento essi non sono più conformi alla realtà, è imposto un modello di umanità che allontana da loro stessi l’uomo e la donna che non si realizzano più in quanto tali ma si adeguano a un’idea ci ciò che è l’essere umano.
… ci si potrebbe chiedere se la donna non sia più vicino al mondo vegetale che al mondo animale come sostenevano alcuni filosofi antichi e soprattutto sia pure in modo diverso le culture femminili. Sarebbe in questa affinità che il suo rapporto con la passività trova una spiegazione giusta? La donna sarebbe ricettiva non nei confronti dell’uomo ma nei confronti dell’economia naturale in particolare dell’economia cosmica, a cui il suo equilibrio e la sua crescita sono più intimamente legati. La sua supposta passività non si inscriverebbe quindi in una coppia di opposti attivo/passivo ma significherebbe un’altra economia un‘altra relazione con la natura e con sé, equivalente all’attenzione e alla fedeltà piuttosto che alla passività. Non si tratta quindi di semplice ricettività ma di un movimento di crescita che non sia allontana mai definitivamente dall’esistenza del corporeo in un ambiente naturale. Il divenire non è avulso dalla vita né dal suo luogo, non è estrapolato dal vivente né fondato su un carattere mortale e rimane attento alla crescita fisiologica spirituale e di relazione. Perciò non domina nulla in modo definitivo e la ragione resta una misura e non un’appropriazione. In quanto misura essa è diversa per l’uomo e per la donna. Negare le loro differenze equivale a entrare nella dismisura. Si tratta di mettere in moto un ‘intenzionalità passiva e retroattiva: prendere coscienza di essere una donna o un uomo e volerlo diventare. È riconoscendo di esserlo che posso accordare le mie intenzioni alla mia realtà,
.. l’intenzione è spinta o determinata da un progetto ma non necessariamente fantasmatico immaginario o costruito, il mio progetto è regolato sulla mia identità naturale, la mia intenzione è di assicurarne la cultura per divenire quello/quella che sono oltre che di rendere spirituale la mia natura per creare insieme all’altro.
Questa creazione è passaggio ad un’altra tappa della storia, è liberazione dalla realtà del sesso e del genere dalla sottomissione a una metafisica o a una religione che li abbandonano a un destini di istinti e di incultura. Questa dimensione diventa il luogo ed una delle fonti di energia per una cultura della vita senza riduzione del naturale alla procreazione. Questa via di creazione dialettica a due rappresenta anche una possibilità di emergere da una critica al patriarcato che rischia di essere nichilista se non è accompagnata dalla definizione di nuovi valori fondati sulla realtà naturale e universalmente validi. La mia appartenenza all’universale è riconoscere che sono una donna, la singolarità di questa donna è il fatto di avere una genealogia e una storia particolari. Ma appartenere a un genere rappresenta un universale che esiste prima di me, io devo compierlo nel mio destino particolare.
Il raccoglimento dello spirito in se stesso non è ancora avvenuto nella misura in cui non è arrivato a pensarsi come metà dell’umanità. Ha immaginato che il divenire spirituale posa realizzarsi ad uno e non da due anche genealogicamente. In realtà da questo punto di vista forse andiamo verso l’uno ma non ne proveniamo, siamo generati da due e l’uomo in quanto uomo nasce da un’altra, fin dalla nascita quindi è in relazione con un’altra con un altro genere. Ma il divenire a partire da uno è inscritto come origine nelle mitologie patriarcali mentre il due resta socialmente vivo nelle culture femminili.
…l’uomo non è libero in via assoluta, ciò non significa che egli sia asservito a una natura né che debba dominarla,e neppure che egli sia schiavo. Egli è limitato, la sua completezza naturale esiste in due umani, della natura umana l’uomo non conosce che una parte ma questo limite è condizione di divenire e di creazione, deve capire che dell’umano egli non rappresenta che una metà ma che questa condizione gli permette la costruzione di un tutto senza negare ciò che è. Partendo dal tutto il divenire è costretto a negare il tutto per elaborarsi. La natura trova il suo limite nella natura stessa. Questo limite esiste già nella generazione ma anche orizzontalmente nella differenza tra femminile e maschile. Queste due dimensioni del resto si congiungono.
Pretendere di essere liberi e sovrani rispetto alla natura è dunque un errore, essendo soltanto una metà del mondo io non sono libero/ libera nel senso in cui lo si intende generalmente. Sono invece libero/libera, conviene che lo sia, di essere ciò che sono:una metà del genere umano. In questo senso e solo in questo senso il diritto-il mio diritto-corrisponde al rispetto della vita.
(pagg.42-49)

Intendevo estrarre alcune citazioni illuminanti ma non era possibile decurtare questo testo che perde in significato se si omettono dei nessi consequenziali, così il capitolo è quasi per intero!
Spero almeno gradito o utile!

Ps:
Nel mentre sono presa-intenta a questa trascrizione, Ro. mi porta inaspettato l’ultimo di Battiato il Fleurs 2 (che aveva fatto precedere illogicamente da fleur 3), Amalteo tu me lo segnalavi qualche giorno fa ed ecco per la legge delle connessioni, c’è subito un inedito, il primo brano che non posso, ah non posso, non citarvi ora e qui!
È un bel pezzo! (in tutto il cd a mio avviso ce ne sono tre di belli tutto sommato) nello stile battiatiano puro del mix di introspezione col tocco intimo-sentimentale-poetico, il testo allora, solito parto duale di lui e sgalambro ensemble- è perfettamente consono alla poesia postata da prisma!

Eccolo, s’intitola “Tutto l’universo obbedisce all’amore”

Già il titolo s’impone degno vero?

“ rara la vita in due fatta di lievi gesti
E affetti di giornata, consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare
ed è in certi sguardi che si vede l’infinito

stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie…

(proposta e trascritta da PAPAVERO di campo)

Caducità di Sigmund Freud, trascrizione donata da Papavero di campo

 

Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.
Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.
No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell’altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi a ogni forza distruttiva.
Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un’eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.
Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno. Nel corso della nostra esistenza vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un’epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.
Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di aver individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.
Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità di amare che chiamiamo libido la quale agli inizi del nostro sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell’estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d’arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze. Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre, grazie all’educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra. Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli.
Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma quali altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprità che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non hanno sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.
1915

(da SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°, BORINGHIERI 1976)
ps: il poeta a cui si riferisce nel testo pare appurato che fosse proprio Rilke;

c’è qui il richiamo a quel potentissimo meccanismo di difesa che è il diniego, che a cuor mi sta, per la diffusissima pratica che il genere umano ne fa, è di difesa quindi serve però, prima o poi e in qualche modo siamo chiamati ad accostarlo ed a farcene carico, nei modi e secondo le capacità a noi sostenibili

sincronie di Papavero di campo: psiche è mobile connette associa perlustra e trova!

amalteo altra sincronia: mentre scrivevo la psiche è mobile dentro la cantavo con l’aria la donna è mobile! grande Rigoletto mi piace assai!!

le poesie non hanno titolo appartengono a “Un amore di vigilia” edito da Book Editore, 2000

va molto a segno la parola di Saporiti, l’ho scoperto dalla rivista Poesia di Crocetti Editore, che mi ostino da anni ad acquistare pur senza avere il tempo di leggerla
( a volte neppure la voglia!)

ti faccio allora dono di un ‘altra:

Non è così lontano l’intangibile
se ogni rumore parola o canto
è già scheggia imperfetta
del silenzio esaltante che inseguiamo.

(molto bella vero?)

un’altra ancora:

L’amore vale
se costa almeno
la nostra parte.

Il seme custodito
anche nel sonno cresce:

il più il meglio e l’indicibile
verranno a noi per grazia.
quanto a:

psiche è mobile
connette
associa
perlustra
e trova!

sì hakuiamolo!
perchè rende l’idea!

Papavero

associazioni fra Peter Handke, Achille Abramo Saporiti, Henri Bergson di Papavero di campo

aggiungo una luminosa AFFABILE citazione sempre tratta dal testo di Peter Handke, Canto alla durata, Einaudi-

è di Henri Bergson:

” nessuna immagine sostituirà l’intuizione della durata, eppure molte immagini diverse prese dagli ordini di cose molto differenti potrebbero, agendo insieme nel loro movimento, far volgere la coscienza proprio verso il punto in cui una certa intuizione diventa concepibile.”
e ancora,

una poesia di Achille Abramo Saporiti ( lombardo):

far troppo i conti
potrebbe non giovare:

la realtà non è indulgente
e batte i suoi sentieri.

La sorte non domanda a noi consiglio:
come semi ci colloca nel campo
o nelle crepe del muro di cinta.

Ma nell’attesa di un chiaro segnale
è dolce affanno
cercare il verbo
che ci affratella.

e un’altra, sempre di Saporiti:

E convergenti fino a collidere
restiamo muti ad ascoltarci:

il silenzio fa più alto il gioco
a trasparire, più alto il desiderio
di un cielo adolescente
che rida con le nubi.

Gioia non sia soltanto
negli eventi passati
o in frutti amati della mente.

Una gioia sia, e toccabile,
che spinga ad abbracciare
ridendo gli alberi.
ps: quel che è bello quel che mi piace di questo gioco di rimandi è l’affiorare spontaneo, associativo di pensieri-legami, così ho ripensato ad una certa poesia di Saporiti, l’ho cercata non l’ho trovata ma ho trovato altro…
psiche è mobile, connette,associa, perlustra e trova!

(proposta da Papavero di campo)

Peter Handke, Canto alla durata, proposta da Papavero di campo

Peter Handke,
Canto alla durata

…..
quel senso di durata cos’era?
era un periodo di tempo?
qualcosa di misurabile?
una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile non controllabile,
inafferrabile non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
e disarmarlo
e se mi considerava un uomo malvagio
l’avrei convinto a pensare
“egli è buono!”
e se esistesse un dio,
sarei stato la sua creatura
finché provavo quella sensazione della durata.

….
e mi venne così di descrivere
la sensazione della durata
come il momento in cui ci si mette in ascolto
il momento in cui ci si raccoglie in se stessi
in cui ci si sente avvolgere
da cosa? da un sole in più,
da un vento fresco,
da un delicato accordo senza suono
in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono insieme.
“ci vogliono giorni, passano anni”
Goethe mio eroe
e maestro del dire essenziale,
anche questa volta hai colto nel segno:
la durata ha a che fare con gli anni
con i decenni, con il tempo della nostra vita.
ecco al durata è la sensazione di vivere.
….
Ancora una volta ho capito che l’estasi è sempre un che di troppo,
è la durata invece la cosa giusta.

Eppure l’accenno al giardino di casa
non vuol significare
che si possa raggiungere la durata
con una residenza stabile
e con le abitudini.
E’ vero che essa deriva da
atti quotidiani ripetuti
attraverso gli anni,
ma non dipende
dalla permanenza in un luogo
e da itinerari consueti.
Mai ho sentito la durata
standomene al mio solito posto
-in quello star seduto in silenzio
ch si dice faccia diventar santi-
mai ho sentito la durata
seduto a un tavolo riservato ai clienti abituali,
non ho mai sentito la durata
consumando le pietanze favorite
passeggiando lungo la “mia” strada.

Certo a durata è l’avventura del passare degli anni,
l’avventura della quotidianità
ma non è un’avventura dell’ozio, non è un’avventura del tempo libero.
E’ dunque connessa col lavoro
con la fatica con l’impegno con la continua disponibilità?
no, perché se avesse una regola
richiederebbe un paragrafo
e non una poesia.
io infatti l’ho vissuta anche viaggiando, sognando, tendendo l’orecchio
giocando contemplando,
in un campo sportivo, in una chiesa, in molti pissoir.

l’essenza della durata
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene di intonare
soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine
albeggiare imbrunire, benda sterile, accordo

Proposta da Papavero di campo così:

Amalteo rispondo al tuo invito con questo canto, il la me l’hai dato tu citando peter handke del cielo sopra berlino,
a me pare che ci sia più di uno spunto per riflettere sulla coscienza individuale e sulla colleganza con gli altri esseri viventi, secondo la concezione dell’essere appartenenti ad un sistema vivente, come in una preziosissima trama del tappeto più splendido ognuno di noi è un nodo, un nodo costitutivo un nodo decisivo!

spero che questo contributo che è stato lungamente snervante battere sui tasti possa riscuotere l’interesse dei lettori di questo post, che anch’esso è come una trama.

saluti notturni!

PAPAVERO

perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola.

La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…)

Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:

perché io sono io e perché non sei tu?

Perché sono qui e perché non sono lì?

Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio?

La vita sotto il sole è forse solo un sogno?

Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)

Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?

E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?

Peter Handke, ….

… “siamo parte …”: Peter Handke, Carlo Bettocchi, Silvia Montefoschi

Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …” evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:
“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”
Peter Handke, ….
Vado alla radice ….
La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi: affinità poetiche

Pur su orizzonti personali molto diversi, trovo affinità fra il:

siamo parte dell’humus che prepara
il futuro

di carlo bettocchi

e il:

e fu un sussulto, un grido
di sovraumana gioia,
a sentire quel cielo entro il mio ventre,
quel cielo e quella terra

di silvia montefoschi

LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA (Lars and the Real Girl) di Craig Gillespie con Ryan Gosling, Patricia Clarkson, Emily Mortimer, Kelli Garner, Paul Schneider, Boyd Banks, Tommy Chang, Lindsey Connell, Maxwell McCabe-Lokos, Annabelle Torsein Usa, 2007

Il cinema è un’arte della modernità (115 anni sono uno zefiro da nulla dentro il ciclo del vivente) che riattiva il Mito, ossia l’ascolto e riflessione su una storia.

Un film mette in scena le problematiche universali delle singole persone e lo fa attraverso un ambiente in cui dobbiamo momentaneamente trasferirci, alcune persone con cui occorre identificarsi e una serie di eventi. Il nucleo archetipico è ancora questo: Luogo, Tempo, Polis e Destino.

Vorrei aggiungere che una narrazione filmica arriva al cuore quando gli attori riescono a mettere la loro soggettività al servizio delle emozioni e la cinepresa sceglie le inquadrature giuste, come nella pittura.

Tuttavia con un film si può fare ancora di più, come suggeriscono Baldo Lami e Maria Luisa Mastrantoni: si può guardare quello che avviene sullo schermo come un sogno. E cioè ripercorrere le scene, chiedersi “cosa vuol dire?”, fare associazioni mentali, interpretare con leggerezza e gusto della scoperta intersoggettiva.

E’ quello che, in un gruppo di circa venti persone, abbiamo fatto parlando del film:

LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA (Lars and the Real Girl)

di Craig Gillespie
con Ryan Gosling, Patricia Clarkson, Emily Mortimer, Kelli Garner, Paul Schneider, Boyd Banks, Tommy Chang, Lindsey Connell, Maxwell McCabe-Lokos, Annabelle Torsein
Usa, 2007

Quello che segue è la mia personale rielaborazione effettuata sugli appunti che ho scritto, seguendo l’aurea massima “verba volant, scripta manent”. Le tecnologie internettiane, poi, rendono possibile

vedere tutte le sequenze del film e scattare dei fotogrammi per fare memoria.

La scaletta argomentativa è tutta di Baldo e Maria Luisa.

La vicenda filmica si apre su una piccola città del Nord America avvolta in una campagna invernale. Il giovane Lars vive, per sua scelta, in un garage e rifiuta rapporti ravvicinati con il mondo esterno.

Siamo in presenza di un congelamento affettivo, rappresentato attraverso il biancore delle case e delle strade.


La cognata Karin abita di fronte ed è calorosa, generosa, comprensiva. Sente che Lars dovrebbe recuperare un rapporto con il fratello Gus. Ma Lars resiste, sfugge, si nega. Però fa freddo, molto freddo, ed allora le presta la sua coperta azzurra intessuta dalla madre. Si tratta di un oggetto importante, perché lo ha parzialmente protetto dalla sofferenza della morte materna, alla sua nascita:


Dopo molte insistenze Karin ottiene che Lars entri in casa e che si sieda al tavolo. Ma lui è fortemente a disagio, non sta bene in quel luogo e rifiuta di mangiare. Le relazioni fra persone, nonostante l’energia affettiva di Karin, non sono fatte per lui. Non ha potuto creare dentro di sé una personalità che gli consenta l’arrischio del rapporto interpersonale:


Nell’ufficio dove lavora i rapporti sono camerateschi: scherzi fra colleghi, i cerimoniali del caffè, immagini hard sui personal computer, e tanti oggettini sulle scrivanie. Sono importanti questi oggetti: vogliono rappresentare che si comunica  tramite gli oggetti, oltre che personalmente. La pagina di un sito web che si intravvede sullo schermo descrive la possibilità di crearsi una creatura femminile corrispondente ai propri gusti e desideri.


Ma in ufficio c’è anche Margot, teneramente innamorata di Lars:


Un giorno Lars comunica al fratello ed alla cognata che è arrivata una ragazza. La descrive come una persona vivente e reale, ma si tratta di una bambola di gomma a perfetta imitazione artificiale di una donna, compresi gli organi genitali, su cui i costruttori hanno molto lavorato.


Siamo al centro del film.

Qui si parla di oggetti transizionali o, ancora più precisamente di quello che si può fare con gli oggetti transizionali. Ma poiché questa definizione ed intuizione su un aspetto determinante del funzionamento ed evoluzione della nostra psiche la si deve a Donald W. Winnicott (1896-1971) occorre dargli la parola e presentificarlo con le sue autentiche parole:

Pensiamo a un qualunque bambino che cono­sciamo bene e domandiamoci che cosa il bimbo si porta a letto come aiuto per il passaggio dallo stato di veglia a quello di sogno: una bambola; parecchie bambole, forse; un pezzetto di una vecchia coperta; o un fazzoletto che a un certo stadio del suo sviluppo è venuto a sostituire un pannolino. Può anche darsi che in alcuni casi non ci sia stato questo oggetto, ma che il bimbo abbia succhiato semplicemente ciò che aveva a disposi­zione, il pugno e quindi il pollice o due dita; o forse si è trat­tato di un’attività genitale alla quale è più comunemente attri­buita la parola masturbazione; o il bambino può giacere sul ventre e compiere movimenti ritmici palesando la natura orgastica dell’esperienza sudando alla testa. In alcuni casi nei primi mesi il bambino avrà preteso niente meno che l’apparizione di un essere umano, probabilmente la madre. Si può osservare in generale una vasta gamma di possibilità. Fra le varie bambole e i vari orsacchiotti di sua proprietà, ci può essere un oggetto particolare, probabilmente morbido, che gli fu presentato a circa dieci, undici o dodici mesi e che egli tratta nel modo più brutale e più affettuoso e senza il quale non potrebbe concepire di andare a dormire; quest’oggetto non potrebbe certo essere dimenticato nel caso che il bambino dovesse partire; e se ve­nisse perduto sarebbe un disastro per lui e per coloro che ne hanno cura. …

Io chiamo questa cosa un oggetto transizionale.

In questo modo posso illustrare una delle difficoltà che ogni bimbo incon­tra, e che è quella di mettere in rapporto la realtà soggettiva con quella partecipata che può essere obbiettivamente percepi­ta. Dalla veglia al sonno il bimbo passa bruscamente da un mondo percepito a un altro creato da lui stesso. Fra i due c’è bisogno di fenomeni di transizione di ogni genere, come di un territorio neutro. Descriverei questo oggetto prezioso dicendo che c’è una tacita intesa per cui nessuno affermerebbe che que­sta cosa reale sia parte del mondo, né che sia creata dal bam­bino. E’ inteso che ambedue le cose sono vere: il bambino la crea e il mondo la offre. Questo è il proseguimento del compito iniziale che la madre mette il bimbo in grado d’intraprendere quando con un delicatissimo attivo adattamento offre se stessa, forse il petto, migliaia di volte, nel momento in cui il bambino è pronto a crearsi qualcosa di simile al petto che ella gli offre.

Donald W. Winnicott, La famiglia e lo sviluppo dell’individuo (1965), Armando Armando editore, Roma 1968, p. 188-189

Fin da quando si viene al mondo, la prima forma di rapporto è conflittuale, perché è esperienza dura quella di adattarsi alla realtà. Ed è per questo che gli “oggetti transizionali” (cioè oggetti reali carichi di investimenti affettivi) aiutano l’adattamento: per un verso l’oggetto allontana, ma per un altro verso avvicina, creando uno spazio di sicurezza che fa da ponte fra la nostra interiorità e il mondo esterno.

Lars sta affidando la sua psiche a qualcosa/qualcuna che è radicalmente diversa: a una figura femminile inanimata che per lui è, invece, molto più reale di ogni altra realtà.

Baldo Lami, su questo passaggio, invita a  prestare attenzione al fatto che la nostra anima sopita e congelata deve essere animata e che il superamento del confine fra animato ed inanimato è il frutto di un lungo processo. Il pioniere Winnicott ha elaborato il concetto adatto a capire il nocciolo del problema: l’oggetto transizionale (qui la bambolona Bianca) può aiutare a distinguere la confusa realtà interna di Lars (e anche di ciascuno di noi) dalla minacciosa realtà esterna. Tutto il processo della conoscenza umana, osservo io, si incardina sulla capacità di distinguere e di attribuire a ciascuno e ad ogni cosa la sua funzione. Bianca consente a Lars di proiettare i suoi fantasmi interiori e quando Lars parla con Bianca, in realtà parla di sé.

Il motore di tutta la vicenda è l’amore forte e “prepotente” di Karin, incinta e portatrice di una nuova vita.

Ma in aiuto arrivano altri alleati, come in tutti i racconti che parlano di trasformazione.

Innanzitutto c’è il medico del paese, che ha anche una laurea in psicologia “perché in un posto così isolato potrebbe capitare di tutto ed occorre essere preparati”:


Lei che ha una sua ferita luttuosa, decide di curare Lars prendendosi cura della bambola Bianca ed avvisa i disorientati Gus e Karin che dovranno sopportare di essere presi in giro da tutti. Da brava professionista fa anche una diagnosi: Lars è affetto da una distorsione della realtà. Ma fa di più: cerca di attivare il principio di responsabilità fra i familiari ed i cittadini.


Infatti scopriamo che c’è anche una comunità locale disposta a farsi carico di questa finzione necessaria:




C’è qualcosa di irreale in questa comunità locale buona, disponibile, tollerante. E tuttavia dentro questi gruppi sociali (i lavoratori, i volontari, i fedeli religiosi, gli operatori sanitari) ci sono dei “mediatori”, ossia delle persone che guidano ed accompagnano i processi. Sono importanti queste persone con qualche virtù in più: indirizzano, stimolano, spiegano. Senza mediatori interni ogni comunità locale può rinchiudersi, ma con persone guidate dal principio di responsabilità le cose possono anche andare in altra direzione.

La situazione propiziata dall’etica della cura (psicologa) e da quella della responsabilità, dunque, produce i primi risultati.

Lars comincia a frequentare la casa del fratello e della cognata e anche a mangiare per due:

Il problema irrisolto di Lars è il contatto con gli altri, fino al punto da percepire una carezza o un abbraccio come una ustione:


Eppure, lentamente, comincia ad interessarsi al mondo esterno e a prendere un po’ di distanza dalla pesante concentrazione esclusiva su di sé. Riannoda qualche filo con l’infanzia, porta Bianca nella casetta del bosco in cui si rifugiava da piccolo, è contento e canta:

Addirittura va a giocare a bowling con Margot e riesce perfino a stringerle la mano:

Ogni cambiamento richiede analoghi cambiamenti nelle persone significative che ci stanno vicine. Se cambia una persona, cambia anche la qualità della relazione fra le persone. I due fratelli devono rielaborare il loro rapporto, devono chiarirsi e capire cosa è successo a loro, dopo la morte della madre e l’allontanamento di Gus dalla famiglia. Se cambia l’Uno, cambia anche l’Altro. I fratelli cominciano a dipanare quel nodo usando lo strumento delle domande e quello delle risposte. L’intenso dialogo si svolge nella cantina adibita a lavanderia:


Anche a Margot succede qualcosa. Un collega le “impicca” il suo orsacchiotto transizionale e Lars, che è sulla strada della trasformazione psicologica, si impegna in un divertente compito di rianimazione del peluche che comprende massaggio cardiaco e respirazione artificiale. Qui si comprende che entrambi comunicano attraverso l’oggetto transizionale, che si presta pazientemente a rappresentare i loro vissuti e ad elaborare le loro lente manovre di amorevole avvicinamento:

Lars è arrivato all’ultima tappa della trasformazione dolorosa. La felicità della sua vicenda  con Bianca coincide con la percezione del dolore che si esprime con il senso del soffocamento. “Respira profondamente” gli dice la psicologa:

Entra in conflitto con Bianca e litiga con lei (in realtà con se stesso):

E’ arrivato il momento in cui Bianca “si ammala”:


Sta morendo una parte di Lars. E ogni morte è dolorosa.

Cresce la rabbia:


Ma si manifesta anche l’amore di sé e per quello che si abbandona, poiché in ogni cambiamento c’è un taglio che fa male. La scena del bacio è struggente, perché per rinascere occorre abbandonare qualcosa che si è profondamente amato:


Ma ormai il processo è avviato e si deve concludere con una specie di sacrificio purificatore. Qui la cinepresa usa il criterio del pudore,  sta sulla distanza, quasi che noi spettatori partecipi dovessimo rispettare il sacrificio di Bianca:


Le scene finali parlano del rito: ci vuole un momento in cui la comunità si possa raccogliere coralmente nella riflessione collettiva della vicenda personale di Lars. E lui potrà sia piangere che ridere negli stessi istanti:


E sulla tomba di Bianca (in realtà sulla tomba di quello che è morto di Lars) si apre un nuovo destino intersoggettivo:

L’ INTERSOGGETTIVITA’ secondo l’avvocato Utterson

L’avvocato Utterson era un uomo dall’aspetto rude, non s’illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell’esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L’avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l’inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent’anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare.
«Io tendo all’eresia di Caino,» soleva dire argutamente, «lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace.»

Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l’ultimo conoscente stimato, e di esercitare l’ultima buona influenza nella vita di uomini perduti.

Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche). VIDEO di Paolo Ferrario e testo tratto da: Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, Feltrinelli, 1977, p. 32-44, 5 novembre 2008


1. Il testo letto nel video è questo:

Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé.Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzionedella coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

2. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

3. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata

l’istinto ti sa
trattare ti sa
guidare ti sa
con poche parole precise
poche parole decise
e uno sguardo d’intesa
un’elegantissima scusa
come una bella di giorno
tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno
nell’acqua fresca di un bagno
io so che tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata
e sola


Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? da Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

Trovato!
Cercavo un pensiero di Peter Handke che mi risuonava – per le solite vie traverse – collegato al tema “Siamo parte …”  evocato da Carlo Bettocchi e Silvia Montefoschi.
Ho rintracciato la traccia in una recensione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders:

Quello stesso stupore che traspare, nitido, attraverso il Lied Vom Kindsein di Peter Handke recitato sin dall’apertura e poi, in frammenti, nel corso dell’intera pellicola. La voce in sottofondo rompe il nero dello schermo ed introduce i primissimi fotogrammi:“Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini (…) Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando è cominciato il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo sento e odoro? (…)
Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?”

Peter Handke, ….

Vado alla radice ….

La domanda durevole, il pezzo di legno fondante sta lì.

Soggettività individuali e fondamentalismo islamico, a partire da un saggio di Sherry Turkle

Nelle stesse giornate in cui il fascismo islamico detta la sua agenda al mondo (sgozzamento, accuratamente ripreso da una cinepresa e strategicamente veicolato sulle televisioni,  dell’autista afgano del giornalista Mastrogiacomo; le stragi di Algeri) la psicologa Sherry Turkle avverte che le tecnologie internettiane contribuiscono a creare “personalità multiple”.

Dunque:

da una parte la guerra dichiarata l’11 settembre 2001 agli Stati Uniti e all’Europa nel nome di una ideologia compatta, senza sfumature, totalitaria che colloca nella modernità il Medioevo

dall’altra i nostri Io articolati, differenziati, sovraccaricati dalle informazioni, attraversati dalla pulsione a distinguere, ad essere “critici” innanzitutto con la nostra storia e con il nostro tipo di sviluppo sociale ed economico. Ed ora anche gli Io dei giovani, socializzati alla frammentazione della identità.

Una contraddizione forte, inquietante, tragica.
Da mettere sullo stesso piano dell’effetto serra e del conseguente surriscaldamento della terra.
Neppure la fantascienza aveva previsto un futuro così orribile: il deserto che avanza e i turbanti neri.

Ecco l’articolo che ha colpito la mia attenzione (sottolineature mie):

Internet ci ruba l’anima,  di Enrico Pedemonte
in L’Espresso 29 marzo 2007

Il Web e le tecnologie stanno cambiando la nostra identità. Siamo sedotti dagli oggetti. Creiamo personalità multiple. Una celebre psichiatra del Mit di Boston spiega perché.
Colloquio con Sherry Turkle

Sostiene che i giovani, ai tempi di Internet, si abituano ad avere personalità multiple, che hanno perso il senso della privacy, che sono più abituati alle chiacchiere che al pensiero profondo.
Ma se la giudicate pessimista, Sherry Turkle reagisce con sorpresa: “Pessimista? Niente affatto. Realista piuttosto”. Sherry Turkle è il Sigmund Freud dell’era digitale. Psichiatra di formazione, dalla sua cattedra al Mit di Boston (dirige il progetto Technology and Self) studia da oltre vent’anni anni l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra psiche.
Nel 1984 pubblicò “The Second Self” (Il secondo io) e nel 1995 “Life on the Screen” (La vita nello schermo), due pietre miliari che affrontavano rispettivamente il nostro rapporto con il computer e con Internet. In aprile negli Stati Uniti uscirà il terzo volume della trilogia, “Evocative Objects”, che spiega, per usare le parole dell’autrice “come gli oggetti che ci circondano stanno cambiando il nostro modo di pensare”. Tra un anno sarà invece pubblicato “Intimate Machines”, un suo studio sulla nostra relazione con i robot. “Molte persone, specie quando comunicano su siti come MySpace, Facebook o SecondLife, pensano di essere “realmente se stesse”. In realtà molti disegnano profili diversi di sé sui diversi siti, si comportano in modi differenti, hanno personalità multiple”, dice in questa intervista.
Quali sono i rischi? “Se ti abitui a pensare che la tua identità è mutevole, allora cominci a vedere Internet come un posto dove la molteplicita è una virtù, e non una menzognaMa se sei diverso davanti a differenti audience, allora non vedi più te stesso come uno, ma come molti. E se ogni cosa diventa contingente e dipende dal contesto, questo cambia il concetto stesso di autenticità delle persone”. Sembra di rileggere “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, dove il protagonista scopre di avere diverse identità, ma nessuna vita reale. Cos’è cambiato da allora? “Non ci sono profondi cambiamenti nella psiche umana, ma oggi c’è un nuovo medium che potenzia certe caratteristiche. Nella vecchia società borghese le persone, spesso al prezzo di grandi sofferenze, simulavano l’esistenza di un “io unificato”, mentre di nascosto trovavano modi erotici, spesso perversi, di esprimere la loro esistenza. Internet consente di dare sfogo ad aspetti della personalità individuale che prima non potevano essere espressi”.
Lei scrive che ora “l’autenticità sta diventando quello che il sesso rappresentava nell’era vittoriana”. Che cosa vuol dire? “Oggi l’autenticità è un terreno soggetto a contestazione, come allora era il sesso. Faccio un esempio. Ho portato mia figlia a vedere la mostra di Darwin al Museum of National History, dove sono esposte vere tartarughe delle Galapagos. Siccome le tartarughe dormono, mia figlia dice: “Per quello che stanno facendo, potrebbero essere sostituite da robot”. Scioccata da quelle parole, comincio a interrogare gli altri ragazzini e scopro che la pensano allo stesso modo. Allora chiedo: se fossero stati usati dei robot al posto delle tartarughe, sarebbe necessario rivelarlo ai visitatori? Mi rispondono di no. Non c’è bisogno di sapere se le tartarughe sono vere o false, così come non è necessario sapere se i personaggi con cui stiamo giocando nei computer games sono vivi. La cultura della simulazione ci ha portato a questo punto”. È la conclusione a cui è arrivata studiando come i giapponesi usano i robot per l’assistenza agli anziani? “Molti pensano che sia giusto utilizzare robot, nelle case di cura, per tenere compagnia agli anziani. Io cerco di spiegare che è importante invece per un anziano avere una persona viva intorno. Ma più studio la cultura della simulazione, più mi convinco che il concetto di autenticità è entrato in crisi”. Qual è la cosa che è cambiata di più nei giovani da quando lei studia le identità on line? “Da 15 anni a questa parte la percezione della privacy è completamente cambiata. Si tratta di una svolta generazionale che io considero pericolosa e inquietante. I giovani non si preoccupano delle intrusioni nella loro privacy. Pensano che, non avendo nulla da nascondere, non ci si debba preoccupare, perché al tempo di Internet l’informazione deve essere libera. Tutto ciò mi ricorda il Panopticon di Michel Foucault (una prigione dove gli internati possono essere osservati, senza che se ne rendano conto, ndr). Io credo invece che la privacy sia indispensabile per proteggere la libertà individuale. Rinunciarci non è una necessità tecnologica, ma pigrizia politica”. Questo ha cambiato il senso del pudore tra i giovani? “Sì. La vergogna si prova quando una cosa privata diventa pubblica. Più cala il senso della privacy, meno si prova vergogna. La causa principale di questo cambiamento è stata la reality tv, dove essere visti è percepito come validazione del proprio io e non come violazione dello spazio personale. Ma dipende anche dalla cultura dei cellulari, dove ognuno comunica continuamente e in modo superficiale i pensieri, i sentimenti, la posizione”.
Perché dice spesso che gli studenti di oggi sono meno tolleranti alle ambiguità? “Quella del computer è una cultura binaria, in bianco e nero. I problemi che dobbiamo affrontare hanno invece molte sfumature di grigio. Non sono solo gli studenti a manifestare poca tolleranza verso la ambiguità, ma tutti quelli che cercano una risposta veloce sul Blackberry, tutti quelli che cercano di rispondere ai problemi con una presentazione PowerPoint. Chi è infatuato di PowerPoint non ama le ambiguità”.
È un modo pessimista di vedere la tecnologia. “È un modo realistico. Dobbiamo conoscere le tecnologie per ottenere il massimo senza cadere nell’infatuazione. Per questo studio i robot. Voglio conoscerli meglio per capire che cosa siano in grado di fare senza esserne innamorata e senza usarli in modo inappropriato”. Può fare qualche esempio? “Molti si invaghiscono dei robot. Si convincono che siano in grado di dare affetto alle persone, mentre l’unica cosa che sono in grado di fare è guardarci con i loro occhi celesti e convincerci che ci amano, schiacciando i nostri pulsanti darwiniani”. Che cosa sono i pulsanti darwiniani? “Noi siamo programmati biologicamente ad avere a che fare con esseri intelligenti che suscitano le nostre emozioni guardandoci negli occhi. I robot non sanno neanche che noi esistiamo, ma guardandoci negli occhi ci ingannano. La mia ricerca mostra che la nostra è una reazione programmata profondamente dentro di noi. L’evoluzione biologica non ci ha mai mostrato nulla di diverso da creature viventi. Non abbiamo avuto il tempo di evolvere per distinguere tra relazioni con persone autentiche e non autentiche. Ma siccome non possiamo sfuggire alle leggi dell’evoluzione, quando un robot ci guarda dritto negli occhi, ci prende la mano e ci dice “ti amo”, siamo fregati”. È questa la ragione per cui è contraria ai robot che assomigliano troppo all’uomo? “Certo. Recentemente, alla fine di un meeting in cui presentavo i risultati delle mie ricerche sui robot giapponesi umanoidi, mi si avvicina una psicologa che mi chiede come può fare per ottenere uno di quegli automi. Mi dice che le sarebbe di aiuto a non sentirsi sola in casa, al posto del boyfriend che l’ha lasciata. Ecco perché definisco il robot “un oggetto evocativo”. La tecnologia ci rivela gli aspetti tristi delle nostre relazioni umane”.
Pensa che le aziende hi-tech progettino queste macchine in modo tale da fare scattare questi sentimenti “darwiniani” negli utenti? “Sì. Se un’industria fabbrica una bambolina, lo fa per venderla. Ma tocca a noi capire se è utile o dannosa per una bambina di otto anni. Sono ottimista o pessimista?”