Soggettività individuali e fondamentalismo islamico, a partire da un saggio di Sherry Turkle

Nelle stesse giornate in cui il fascismo islamico detta la sua agenda al mondo (sgozzamento, accuratamente ripreso da una cinepresa e strategicamente veicolato sulle televisioni,  dell’autista afgano del giornalista Mastrogiacomo; le stragi di Algeri) la psicologa Sherry Turkle avverte che le tecnologie internettiane contribuiscono a creare “personalità multiple”.

Dunque:

da una parte la guerra dichiarata l’11 settembre 2001 agli Stati Uniti e all’Europa nel nome di una ideologia compatta, senza sfumature, totalitaria che colloca nella modernità il Medioevo

dall’altra i nostri Io articolati, differenziati, sovraccaricati dalle informazioni, attraversati dalla pulsione a distinguere, ad essere “critici” innanzitutto con la nostra storia e con il nostro tipo di sviluppo sociale ed economico. Ed ora anche gli Io dei giovani, socializzati alla frammentazione della identità.

Una contraddizione forte, inquietante, tragica.
Da mettere sullo stesso piano dell’effetto serra e del conseguente surriscaldamento della terra.
Neppure la fantascienza aveva previsto un futuro così orribile: il deserto che avanza e i turbanti neri.

Ecco l’articolo che ha colpito la mia attenzione (sottolineature mie):

Internet ci ruba l’anima,  di Enrico Pedemonte
in L’Espresso 29 marzo 2007

Il Web e le tecnologie stanno cambiando la nostra identità. Siamo sedotti dagli oggetti. Creiamo personalità multiple. Una celebre psichiatra del Mit di Boston spiega perché.
Colloquio con Sherry Turkle

Sostiene che i giovani, ai tempi di Internet, si abituano ad avere personalità multiple, che hanno perso il senso della privacy, che sono più abituati alle chiacchiere che al pensiero profondo.
Ma se la giudicate pessimista, Sherry Turkle reagisce con sorpresa: “Pessimista? Niente affatto. Realista piuttosto”. Sherry Turkle è il Sigmund Freud dell’era digitale. Psichiatra di formazione, dalla sua cattedra al Mit di Boston (dirige il progetto Technology and Self) studia da oltre vent’anni anni l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra psiche.
Nel 1984 pubblicò “The Second Self” (Il secondo io) e nel 1995 “Life on the Screen” (La vita nello schermo), due pietre miliari che affrontavano rispettivamente il nostro rapporto con il computer e con Internet. In aprile negli Stati Uniti uscirà il terzo volume della trilogia, “Evocative Objects”, che spiega, per usare le parole dell’autrice “come gli oggetti che ci circondano stanno cambiando il nostro modo di pensare”. Tra un anno sarà invece pubblicato “Intimate Machines”, un suo studio sulla nostra relazione con i robot. “Molte persone, specie quando comunicano su siti come MySpace, Facebook o SecondLife, pensano di essere “realmente se stesse”. In realtà molti disegnano profili diversi di sé sui diversi siti, si comportano in modi differenti, hanno personalità multiple”, dice in questa intervista.
Quali sono i rischi? “Se ti abitui a pensare che la tua identità è mutevole, allora cominci a vedere Internet come un posto dove la molteplicita è una virtù, e non una menzognaMa se sei diverso davanti a differenti audience, allora non vedi più te stesso come uno, ma come molti. E se ogni cosa diventa contingente e dipende dal contesto, questo cambia il concetto stesso di autenticità delle persone”. Sembra di rileggere “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello, dove il protagonista scopre di avere diverse identità, ma nessuna vita reale. Cos’è cambiato da allora? “Non ci sono profondi cambiamenti nella psiche umana, ma oggi c’è un nuovo medium che potenzia certe caratteristiche. Nella vecchia società borghese le persone, spesso al prezzo di grandi sofferenze, simulavano l’esistenza di un “io unificato”, mentre di nascosto trovavano modi erotici, spesso perversi, di esprimere la loro esistenza. Internet consente di dare sfogo ad aspetti della personalità individuale che prima non potevano essere espressi”.
Lei scrive che ora “l’autenticità sta diventando quello che il sesso rappresentava nell’era vittoriana”. Che cosa vuol dire? “Oggi l’autenticità è un terreno soggetto a contestazione, come allora era il sesso. Faccio un esempio. Ho portato mia figlia a vedere la mostra di Darwin al Museum of National History, dove sono esposte vere tartarughe delle Galapagos. Siccome le tartarughe dormono, mia figlia dice: “Per quello che stanno facendo, potrebbero essere sostituite da robot”. Scioccata da quelle parole, comincio a interrogare gli altri ragazzini e scopro che la pensano allo stesso modo. Allora chiedo: se fossero stati usati dei robot al posto delle tartarughe, sarebbe necessario rivelarlo ai visitatori? Mi rispondono di no. Non c’è bisogno di sapere se le tartarughe sono vere o false, così come non è necessario sapere se i personaggi con cui stiamo giocando nei computer games sono vivi. La cultura della simulazione ci ha portato a questo punto”. È la conclusione a cui è arrivata studiando come i giapponesi usano i robot per l’assistenza agli anziani? “Molti pensano che sia giusto utilizzare robot, nelle case di cura, per tenere compagnia agli anziani. Io cerco di spiegare che è importante invece per un anziano avere una persona viva intorno. Ma più studio la cultura della simulazione, più mi convinco che il concetto di autenticità è entrato in crisi”. Qual è la cosa che è cambiata di più nei giovani da quando lei studia le identità on line? “Da 15 anni a questa parte la percezione della privacy è completamente cambiata. Si tratta di una svolta generazionale che io considero pericolosa e inquietante. I giovani non si preoccupano delle intrusioni nella loro privacy. Pensano che, non avendo nulla da nascondere, non ci si debba preoccupare, perché al tempo di Internet l’informazione deve essere libera. Tutto ciò mi ricorda il Panopticon di Michel Foucault (una prigione dove gli internati possono essere osservati, senza che se ne rendano conto, ndr). Io credo invece che la privacy sia indispensabile per proteggere la libertà individuale. Rinunciarci non è una necessità tecnologica, ma pigrizia politica”. Questo ha cambiato il senso del pudore tra i giovani? “Sì. La vergogna si prova quando una cosa privata diventa pubblica. Più cala il senso della privacy, meno si prova vergogna. La causa principale di questo cambiamento è stata la reality tv, dove essere visti è percepito come validazione del proprio io e non come violazione dello spazio personale. Ma dipende anche dalla cultura dei cellulari, dove ognuno comunica continuamente e in modo superficiale i pensieri, i sentimenti, la posizione”.
Perché dice spesso che gli studenti di oggi sono meno tolleranti alle ambiguità? “Quella del computer è una cultura binaria, in bianco e nero. I problemi che dobbiamo affrontare hanno invece molte sfumature di grigio. Non sono solo gli studenti a manifestare poca tolleranza verso la ambiguità, ma tutti quelli che cercano una risposta veloce sul Blackberry, tutti quelli che cercano di rispondere ai problemi con una presentazione PowerPoint. Chi è infatuato di PowerPoint non ama le ambiguità”.
È un modo pessimista di vedere la tecnologia. “È un modo realistico. Dobbiamo conoscere le tecnologie per ottenere il massimo senza cadere nell’infatuazione. Per questo studio i robot. Voglio conoscerli meglio per capire che cosa siano in grado di fare senza esserne innamorata e senza usarli in modo inappropriato”. Può fare qualche esempio? “Molti si invaghiscono dei robot. Si convincono che siano in grado di dare affetto alle persone, mentre l’unica cosa che sono in grado di fare è guardarci con i loro occhi celesti e convincerci che ci amano, schiacciando i nostri pulsanti darwiniani”. Che cosa sono i pulsanti darwiniani? “Noi siamo programmati biologicamente ad avere a che fare con esseri intelligenti che suscitano le nostre emozioni guardandoci negli occhi. I robot non sanno neanche che noi esistiamo, ma guardandoci negli occhi ci ingannano. La mia ricerca mostra che la nostra è una reazione programmata profondamente dentro di noi. L’evoluzione biologica non ci ha mai mostrato nulla di diverso da creature viventi. Non abbiamo avuto il tempo di evolvere per distinguere tra relazioni con persone autentiche e non autentiche. Ma siccome non possiamo sfuggire alle leggi dell’evoluzione, quando un robot ci guarda dritto negli occhi, ci prende la mano e ci dice “ti amo”, siamo fregati”. È questa la ragione per cui è contraria ai robot che assomigliano troppo all’uomo? “Certo. Recentemente, alla fine di un meeting in cui presentavo i risultati delle mie ricerche sui robot giapponesi umanoidi, mi si avvicina una psicologa che mi chiede come può fare per ottenere uno di quegli automi. Mi dice che le sarebbe di aiuto a non sentirsi sola in casa, al posto del boyfriend che l’ha lasciata. Ecco perché definisco il robot “un oggetto evocativo”. La tecnologia ci rivela gli aspetti tristi delle nostre relazioni umane”.
Pensa che le aziende hi-tech progettino queste macchine in modo tale da fare scattare questi sentimenti “darwiniani” negli utenti? “Sì. Se un’industria fabbrica una bambolina, lo fa per venderla. Ma tocca a noi capire se è utile o dannosa per una bambina di otto anni. Sono ottimista o pessimista?”

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