“Pensaci bene prima di prendere un GATTO. Ti farà credere che sia stato tu ad averlo trovato in mezzo alla strada in un cassonetto …” , di Andrew FABER

LUOGHI del LARIO e oltre ...

Pensaci bene
prima di prendere un gatto.
Ti farà credere che sia stato tu
ad averlo trovato
in mezzo alla strada
in un cassonetto
dentro un gattile.
 
Ti farà credere che sia stato tu
ad averlo salvato
che incontrarvi sia stata fortuna
pura casualità
quando invece era lì ad aspettarti
quando invece era il vostro appuntamento
fin da sempre.
 
Pensaci bene prima di prendere un gatto.
In quegli occhi si entra una volta
per poi non uscire mai più.
 
Sappi che di quell’amore
puro
infinito
e randagio
non potrai mai più liberarti.
 
I gatti amano per volontà
non per bisogno, non per istinto
i gatti amano per essere liberi.
 
Pensaci bene prima di prendere un gatto
che prendere poi, è un termine inadeguato, sciatto.
Sbagliato.
Un gatto non si prende né si adotta
un gatto si custodisce.
 
E ricordarti che dovrai accettare il suo…

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Viaggio in Inghilterra giugno 2016. Capitolo 2 . Rilanciato dal Blog Carlabazar

Carlabazar

Eravamo rimasti ai Kew Gardens. Ed ora : incontro con socievolissima, curiosissima e golosa scoiattolina, che ha individuato il nostro sacchetto delle caramelle alla frutta. E risulta impossibile non dargliene qualcuna…. anche perchè viene a prendersele impetuosamente … ma le interessa anche fare la conoscenza di tutti noi e capire se la macchina fotografica di Carlo è commestibile.

Elementary , miss. Watson.

Venerdì 17 giugno

Facciamo tutti la doccia in campeggio . La Jessica ha un turno breve (6-10);
pranziamo in una vecchia scuola vicina al quartiere di  Shorenditch, che visitiamo (writers).

 

Passeggiata della Nina con l’impermeabile . Pioviggina.

 

Shorenditch . Un museo di arte urbana a cielo aperto .

il quartiere dell’arte, la moda, i locali cool, le serate che diventano mattina e, a volte, dell’esagerazione fine a se stessa.   Shoreditch, territorio conteso tra gang fino ad una quindicina di anni fa, si è negli anni…

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… la scelta di porre termine a impegni serali o tardo-serali … lo stravaccamento in poltrona in compagnia del consorte e dei due nuovi mici che hanno sostituito la dipartita di quelle geriatriche …

Carissime *** e *** e *** che ci legge in copia,
innanzi tutto spero che dopo questa eternità di tempo sospeso siate in fase di recupero e che le ferite seguano il loro percorso di rimarginazione.
Per quel che mi riguarda molti mutamenti sono intercorsi, alcuni positivi, altri meno. Quel che dipende da me (stoicamente parlando, visto che ciò che non si controlla accade senza possibilità di incidenza) ha annoverato anche la scelta di porre termine a impegni serali o tardo-serali, come spiegavo oggi a ***.
Sempre disponibilissima per qualsiasi cosa, anche festiva, purchè avvenga con la luce.
Due anni di reclusione e l’età che avanza hanno consolidato quella sana pigrizia che giunge sul finire del giorno, quando lo stravaccamento in poltrona in compagnia del consorte e dei due nuovi mici che hanno sostituito la dipartita di quelle geriatriche, ti danno parvenza di pseudo-normalità.
Declino pertanto l’invito pur nel festoso ricordo delle memorabili serate con pubblico non distanziato e a volto scoperto.
Naturalmente per qualsiasi altra occasione diurno io ci sono.
In attesa comunque di rivederci per quattro chiacchiere in compagnia, vi abbraccio con molto affetto e tantissimi auguri.
Baci
***

Soseki Natsume, Io sono un gatto, Beat/biblioteca editori associati di tascabili (prima edizione Neri Pozza), traduzione di Antonietta Pastore, 2019

vai alla scheda dell’editore:

https://beatedizioni.it/libri/io-sono-un-gatto-3

Il Novecento è appena iniziato in Giappone, e l’era Meiji sembra aver restituito onore e grandezza al paese facendone una nazione moderna.
Per il gatto protagonista di queste pagine, però, un’oscura follia aleggia nell’aria, nel Giappone all’alba del XX secolo. Il nostro eroe vive, infatti, a casa di un professore che si cimenta in bizzarre imprese. Scrive prosa inglese infarcita di errori, recita canti nō nel gabinetto, tanto che i vicini lo hanno soprannominato il «maestro delle latrine», accoglie esteti con gli occhiali cerchiati d’oro, spettegola della vita dissoluta di libertini e debosciati.
Insomma, mostra a quale grado di insensatezza può giungere il genere umano in epoca moderna…
Pubblicato per la prima volta nel 1905, Io sono un gatto non è soltanto un romanzo raro, che ha per protagonista un gatto, filosofo e scettico, che osserva distaccato un radicale mutamento epocale. È anche uno dei grandi libri della letteratura mondiale, la prima opera che, come ha scritto Claude Bonnefoy, inaugura il grande romanzo giapponese all’occidentale

LAURA CONTI  scriveva una nuova «difesa del Gatto con gli stivali», in numero 3-4 del 1972 del «Giornale dei genitori

Nel numero 3-4 del 1972 del «Giornale dei genitori», Laura Conti scriveva una nuova «difesa del Gatto con gli stivali», che qui riporto quasi per intero:

… Voglio raccontare come l’ho vissuta io, da bambina e cioè mezzo secolo fa, la storia del Gatto con gli stivali.

Anzitutto il Gatto, come il suo padroncino e come me, era Piccolo in un mondo di Grandi; ma i suoi stivali lo mettevano in grado di fare dei passi lunghissimi, cioè di uscire dal suo stato di piccolezza pur rimanendovi, di fare grandi passi pur continuando a essere un piccolo gatto.

Anch’io, volevo restare piccola ma fare cose da grande, anzi battere i grandi sul loro stesso terreno, la grandezza (la lunghezza dei passi)… Il rapporto piccolo-grande usciva poi dal senso proprio, delle dimensioni, per proiettarsi in un senso figurato. Il Gatto, oltre a essere piccolo, è anche sottovalutato, giudicato inutile: la sua presenza in casa veniva giudicata un mio capriccetto fastidioso.

Perciò mi piaceva molto che l’animaletto inutile diventasse un potente alleato. Che cosa il Gatto facesse non m’importava nulla, tanto che l’ho completamente dimenticato: c’è voluto il «Giornale dei Genitori» per ricordarmi le sue furbizie diplomatiche e riconosco che si tratta di diplomazia volgare.

Ma a me le azioni del Gatto non importavano, mi importavano i risultati: mi importava che si potesse vincere giocando sul perdente, se posso esprimere con linguaggio adulto una sensazione infantile (infatti il bambino che ereditava il Gatto veniva, sul principio, compianto per l’insignificante eredità). Dunque mi affascinava il doppio rovesciamento, da piccolo in grande e da perdente in vincente. Non m’interessava la vittoria in sé: mi interessava la vittoria improbabile.

La duplice natura del Gatto (piccolo-grande, perdente-vincente) soddisfaceva non solo il desiderio paradossale di essere grande pur mentre ero piccola, ma anche l’altro desiderio paradossale, di veder vincere una creatura che continuava a rimanere un piccolo, debole, morbido gattino.

Io detestavo i forti, nelle fiabesche lotte tra forti e deboli, e parteggiavo per i deboli; ma se i deboli vincono, c’è il rischio che si debba considerarli forti, e cioè odiarli. La storia del Gatto con gli stivali mi sottraeva a questo rischio, perché il Gatto, anche vincendo la partita contro il Re, con­tinuava a rimanere un Gatto. Si trattava cioè della situazione Davide-Golia, ma con un Davide che continuava a rimanere un pastorello, e non diventava mai il Potente Re Davide; non è che faccia questo paragone a posteriori: alla stessa età in cui mi si raccontava la storia del Gatto mi si raccontava anche la Storia Sacra, e il fatto che il pastorello diventasse Re non mi piaceva affatto, a me piaceva soltanto che con la sua piccola fionda abbattesse il gigante. A differenza di Davide, il Gatto vinceva il Re ma non diventava Re, restava Gatto.

Sicché, se penso alla mia esperienza personale, posso confermare pienamente quel che dici tu: non il «contenuto» ma il «movimento» era l’essenziale della fiaba. Il contenuto poteva anche essere conformista, reazionario; ma il movimento era ben diverso, poiché dimostrava che nella vita quel che conta non è l’amicizia dei Re ma l’amicizia dei Gatti, cioè delle piccole creature sottovalutate e deboli, che sanno imporsi ai potenti.

in: Gianni Rodari, Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi 1973, p. 192-193

“Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù … mi piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra incredibile gatta…” – da TARTARUGOSA

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“Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù … mi piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra incredibile gatta…” – TARTARUGOSA

dedicata alla gatta Luna: PER UN CANE, in ANTONIA POZZI, Desiderio di cose leggere, a cura di Elisabetta Vergani, Salani editore 2018

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Per un cane

in ANTONIA POZZI, Desiderio di cose leggere, a cura di Elisabetta Vergani, Salani editore 2018


Sei stato con noi per undici anni

 Una sera siamo tornati:

eri disteso davanti al cancello

il muso nella polvere della strada

le zampe già fredde, il dorso

tepido ancora.
Ora sei tutto

nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni

della tua umile vita

il gemere

per ognuno che partiva

il soffrire di gioia

per ognuno che ritornava

e verso sera

se qualcuno

per una sua tristezza

piangeva

tu gli leccavi le mani:

oh gli undici anni del tuo amore

tutto qui
sotto questa terra

sotto questa pioggia 

crudele?
Esitavi 

sulla ghiaia umida: 

sollevavi 

una zampa tremando 
Ora nessuno ti difende

dal freddo, 

Non ti si può chiamare

non ti si può più dare

niente. 
Sole le foglie fradicie morte

cadono su questo pezzo
di prato.
E pensare che…

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Giornata di visita del PARCO NATURA VIVA di Bussolengo (VR) con l’associazione studentesca Environmental (Università dell’Insubria. Il racconto fotografico di Paolo, Luciana e degli organizzatori, domenica 11 maggio 2019

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Il racconto fotografico di Paolo

(clicca sulla prima immagine per vederle in sequenza)

Il racconto fotografico di Luciana

(clicca sulla prima immagine per vederle in sequenza)

Video nel percorso SAFARI PARK

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Capra dal muso affilato e occhi d’ambra; capra che cambia in poche ore la fisionomia di un caprifoglio …, in Marcoaldi Franco, Animali in versi, Einaudi, 2006, p.8

Due capre

Capra dal muso affilato
e occhi d’ambra;
capra che cambia in poche ore
la fisionomia di un caprifoglio,
in mattinata turgido di gemme
e adesso spoglio. Capra che fai
la guardia a una casa
che non è mai stata abitata:
tu sei sorella inconsapevole
di un totem – un’altra capra
che veglia casa mia, però impagliata.
Il naturale vigila sul vuoto,
solitario; mentre l’uomo sgrana
con l’artificio il suo rosario.

Marcoaldi Franco, Animali in versi, Einaudi, 2006, p.8

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UDDENBERG NILS, Il vecchio e il gatto. Una storia d’amore, Corbaccio editore, 2014. La prima pagina

Cristina Sironi racconta la sue lettura di questo libro

Spesso i libri, come oggetti che hanno una loro consistenza, forma e colori, attirano la nostra attenzione fino a che li prendiamo in mano e scegliamo, il più delle volte, di farcene dei compagni di viaggio. E’ successo così anche questa volta. In un giro esplorativo in una biblioteca vicino a casa, questo libretto verde, di una misura ‘giusta’, da borsetta, con un disegno grazioso in copertina (un micino abbarbicato sul collo di un uomo di spalle) ha attirato la mia attenzione. Mi sono lasciata catturare e non sono rimasta delusa.

… segue qui

http://www.perlungavita.it/libri-media-parole/libri/1053-il-vecchio-e-il-gatto-una-storia-d-amore-con-effetto-terapeutico

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IL MIO CANE SKIP, diretto da Jay Russell, con protagonista Frankie Muniz. Il film è tratto dal libro autobiografico My Dog Skip di Willie Morris

Willie Morris è un ragazzino molto solo che vive con il padre Jack, autoritario che ha perso una gamba nella Guerra civile, e la madre Helen; il suo amico è Dink Jenkins, suo vicino di casa che lo abbandona per andare a fare il servizio militare. Al giorno del suo nono compleanno, Willie riceve tanti regali ma l’ultimo è quello più gradito, un cagnolino che lui chiama Skip. Il padre Jack, autoritario che ha perso una gamba nella guerra civile, però pensa che sia ancora troppo presto e porta via l’animale. Willie cade in una profonda tristezza, dalla quale si risolleva solo quando la madre Helen riesce ad imporsi e a restituirglielo.

Willie e Skip crescono da quel momento insieme, e la presenza del cane va di pari passo con i momenti importanti dell’adolescenza del ragazzo. Willie attribuisce a Skip il merito di riuscire ad avvicinare la ragazzina più carina del quartiere e riesce anche a stringere amicizia con i bulli che fino a qualche tempo prima lo prendevano di mira.

Poi va a giocare nella squadra di baseball, ma qui le cose vanno peggio. Durante una partita in cui non riesce a giocare al meglio, innervositosi, Willie colpisce Skip, che scappa e va a rifugiarsi in un cimitero dove, malauguratamente, rimane chiuso in una tomba usata da due malviventi del posto come deposito illegale di alcolici. Uno di loro colpisce Skip con una pala e Willie lo porta immediatamente in una clinica veterinaria. Le sue condizioni sono molto gravi ma mentre Willie gli parla, Skip si risveglia.

Gli anni passano e Willie va a studiare adOxford, in Inghilterra e così la stanza di Willie diventa la stanza di Skip, che invecchia nella casa del Mississippi, aspettando il ritorno del padroncino. Un giorno un telegramma arriva ad Oxford annunciando la morte di Skip. Il suo corpo riposa sotto l’olmo davanti alla loro casa, il suo ricordo vive per sempre nei loro cuori.

da: https://www.wikiwand.com/it/Il_mio_cane_Skip

 

Diesel, il cane-eroe ucciso dai terroristi islamici – La Stampa, 19 novembre 2015

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«Era ferito a morte, ma è tornato indietro per morire vicino al suo collega». Sembra la scena di un film, ma è la storia di Diesel, pastore belga di 7 anni. È l’unica vittima tra le forze di polizia nella retata di questa mattina a Saint Denis. Gli uomini del Raid (Recherche Assistance Intervention Dissuasion, le “teste di cuoio” francesi) stavano dando la caccia a Abdelhamid Abbaoud, mente degli attentati di Parigi.   Il cane-eroe è stato il primo a entrare nel covo dei jihadisti, tra rue de la République e rue de Corbillon, mandato in avanscoperta a caccia di bombe. Ma gli hanno subito sparato, ferendolo mortalmente.

Sorgente: Diesel, il cane-eroe ucciso dai terroristi – La Stampa

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“OVER THE RAINBOW” CARLO UBOLDI PIANO SOLO su album fotografico di CHAMPAGNE

scrive in musicista Carlo Uboldi

Questo filmato è dedicato a tutti i cani che, maltrattati o abbandonati , sono finiti dietro le sbarre di un canile. Le foto sono scattate da me e ritraggono Champagne, che oggi ha 13 anni e 8 anni fa la portai a casa da un canile perché talmente spaventata che nessuno la voleva… beh, io l’ho voluta e tra mille difficoltà iniziali l’ho curata e oggi vive felice e amata nel calore di una casa. Già è stata fortunata a finire in un canile, dove malgrado le gabbie migliaia di volontari si danno da fare per aiutare i cani randagi a fatica visti gli scarsi aiuti economici dei vari Comuni Italiani. Lei, come Trudy (la cagnetta che ho aiutato prima di lei) e tanti altri è stata fortunata perché io ho deciso di farla vivere come si meritava, e ci sono tantissime persone che come me prendono queste decisioni che ti legano ad un grande impegno negli anni. Il brano che ascoltate in sottofondo non poteva che essere suonato al pianoforte da me, ho scelto OVER THE RAINBOW (tratto dal mio ultimo CD “The Key of Swing”) perché ogni cane randagio ha la speranza di vivere oltre l’arcobaleno, che da dietro le sbarre vede ma non può “odorarlo” finchè qualcuno di buon cuore non apre quella gabbia e lo porta a casa… Pur dedicando questo video ai cani bisognosi, consiglio a tutti di guardarlo e ascoltarne la musica riflettendo su un sentimento che è stato troppo messo da parte negli anni dall’essere umano, che si chiama AMORE e che sarà la salvezza del Pianeta Terra… Se ci guardassimo tutti nel cuore, e invece di pensare al potere e al successo vedessimo quanto amore abbiamo da dare, il giorno dopo ci alzeremmo tutti e il mondo sarebbe cambiato, diventando quel mondo migliore che tutti sognamo, e che tutti speriamo un giorno possa diventare.

Gabriele De Ritis su “Noelle, i cigni e il cerchio dell’apparire”

Antologia del TEMPO che resta

qui il mio audio, da cui è partito Gabriele per il suo bellissimo messaggio:

Non una figura incappucciata 

dove la scala curva nell’oscurità
rattrappita sotto un mantello fluttuante!
Non occhi gialli nella stanza di notte,
che fissano da una superficie di ragnatela grigia!
E non il battito d’ala di un condor,
quando il ruggito della vita inizia
come un suono mai udito prima!
Ma in un pomeriggio di sole,
in una strada di campagna,
dove erbacce viola fioriscono
lungo una staccionata sconnessa,
e il campo è stato spigolato, e l’aria è ferma,
vedere contro la luce del sole qualcosa di nero,
come una macchia con un bordo iridescente –
questo è il segnale per occhi di seconda vista…
e io vidi quello.

EDGAR LEE MASTERS

Occorre esercizio di…

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Wisława Szymborska, IL GATTO IN UN APPARTAMENTO VUOTO, lettura di Lucilla Giagnoni

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare un gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.

Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era
poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che lui provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

 

CHE GATTI, di Alessandra Cicalini, libro prodotto nell’ambito del workshop Print Yourself ideato e condotto da Daniele Cirimpini e Demetrio Mancini, 2012

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Chi ama i gatti conosce i tanti benefici che essi  aggiungono alla vita quotidiana.

La loro presenza nella casa è portatrice sia di intimità che di educazione alla indipendenza. I gatti insegnano che nelle relazioni si può e si deve essere vicini e nello stesso tempo autonomi. E che è proprio questo uno dei segreti della buona convivenza.

Lo sanno bene i tantissimi che ne hanno raccontato le vite e le storie. Come la scrittrice inglese  Doris Lessing, l’etologo Giorgio Celli, il filosofo del “come vivere” Michel Montaigne che sapientemente osserva:

“Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se essa non faccia di me il proprio passatempo più di quanto io faccia con lei?”

Sfogliando il libro di Alessandra Cicalini CHE GATTI, leggendone i testi e guardando le fotografie del gatto Nino e della gatta Bice  ritrovo, come se le distanze geografiche fossero annullate (io sul lago di Como, lei a Fermo nel centro Italia), le stesse e precise sensazioni provate negli ultimi venti anni, cioè da quando Fulvia partorì nel nostro giardino i suoi cinque piccoli:

Le emozioni del  primo incontro.

L’osservazione dei loro comportamenti

I lunghissimi sonni  (e tuttavia la loro vigilanza anche se le palpebre sembrano chiuse)

I giochi autoreferenziali.

Le attitudini politiche e le ostilità ai cambiamenti: “Se avessero il diritto di voto, è piuttosto probabile che quei due starebbero con i conservatori” (pag.40)

Il loro teppismo.

La loro corporeità giocata sulle espressioni del muso e delle zampe.

Il vuoto che lasciano quando muoiono.

Insomma: è un vero piacere leggere il libro fotografico di Alessandra,   soffermarsi su alcune splendide istantanee, riflettere su come lei intreccia la sua biografia personale  aiutata dai due vitalissimi ed autocentrati animali che abitano la loro casa.

E’ bello arricchire il mio scaffale delle storie di gatti con quest’ultimo dono della cara Alessandra che scrive su questi Blog:

Paolo Ferrario

Per acquistare CHE GATTI  scrivere a alessandracicalini@gmail.com

CAT HOSPITAL, di Luciana Quaia

Poco meno di trent’anni fa, al cospetto di quello che sarebbe diventato il nostro luogo di vita in comune, ci trovammo a prendere una decisione definitiva: il nostro appartamento avrebbe avuto il minor numero di porte possibili.

La scelta sicuramente era condizionate dalle dimensioni e dalla disposizione dei vani. Mancando infatti il “riscontro d’aria”, tutti i locali della casa sono localizzati sul lato est dell’abitazione e si affacciano su un lungo e spazioso corridoio.

Bibliofili entrambi, non ci fu bisogno a quei tempi di grandi negoziazioni: il corridoio della zona “notte” avrebbe accolto un armadio lungo tutta la parete, cosicchè lo spazio di quell’ingombro avrebbe ceduto il posto alla gigantesca biblioteca che Paolo aveva appositamente progettato nel suo appartamento da single.

la biblioteca di Via Venturino:

A questo punto la porta che divideva il corridoio “giorno” da quello sequenziale costituiva un deciso ostacolo, poiché la sua apertura avrebbe interferito con la porta dell’armadio che là doveva essere collocato. Per cui, su suggerimento di un solerte geometra che raccoglieva i nostri desideri per costruire su misura il guardaroba con determinate caratteristiche, optammo per una porta a due battenti scorrevole atta a separare i due corridoi:

Porte del soggiorno, dello studio e della cucina, invece, eliminate.

Salvate in extremis quella della camera da letto e, più che altro per eventuali ospiti, quella del bagno.

Che c’entra tutto questo con il cat hospital del titolo?

C’entra, c’entra, eccome se c’entra.

Esattamente a partire dal 1997, quando nella nostra vita di coppia è entrata stabilmente Miciù.

A onor della precisione, già dal 1996 la nostra casa si era prestata a temporaneo cat hospital, quando in occasione della prima cucciolata di gatti osservata in diretta ad Amaltea, si prese la drastica decisione di sterilizzarne tre, poiché fra i cinque micini ben quattro erano femmine, (la quarta se l’era portata via un viandante, chiedendo l’autorizzazione al nostro sprovveduto vicino).

Peccato che in quell’epoca non eravamo in possesso di videocamera e di blog: la memoria con gli anni fa sfumare i dettagli dei ricordi. Ci chiediamo spesso infatti come avevamo potuto portare in un viaggio di sedici chilometri tre gatti di sei mesi in un’unica gabbia.

L’unica indelebile reminiscenza è l’odore nel tragitto e Paolo che, entrando in casa,  sbraita: “Tu resta qui” e si chiude nel bagno (la porta in quel momento si rivelò una provvidenza). L’altro ricordo netto sono io che, finita l’operazione di pulizia (tutte e tre le signorine in vasca) entro e con il phon procedo alla loro asciugatura. Ancora non riusciamo entrambi bene a ricordare come sia stato il decorso post-sterilizzazione. Paolo sa molto bene quello che è successo in ambulatorio, e la fatica del veterinario nel capire con chi si doveva procedere per non confondere le tre vispe bestiole che continuavano a farsi il girotondo intorno. Io ho un vago ricordo di loro tre che, con la coscia rasata da tacchine, corrono sullo schienale del divano, ma per quanto tempo proprio non rimembro.

Bene, arriviamo al 1997 e all’arrivo della piccolissima Miciù, tre mesi, in novembre. Aveva un pessimo aspetto in giardino, per cui decidemmo di portarla a Como per la visita veterinaria. Diagnosi di seria tracheite e terapia antibiotica per una settimana. Era la prima volta che un esserino così piccolo conviveva con noi, stava male e la tosse aspra e violenta le causava vomito. All’ora di andare a letto, guardai Paolo e dissi: “la porta della camera stanotte resta chiusa, prima che venga dentro e ci vomiti addosso”.
Avevo sottovalutato, o meglio non conoscevo affatto, la determinazione dei gatti. A mezzanotte e rotti, un gran graffiare alla porta con lamentoso gnaulio. “Lasciamola stare, vedrai che fra un po’ smette”. E infatti di lì a poco, di nuovo silenzio. Ma dopo pochi minuti, Miciù aveva adottato una nuova strategia. La porta della camera (segata per via della nuova piastrellatura del pavimento) presentava uno spiraglio sotto cui la furbissima malaticcia poneva le unghie a mò di leva  e, causando rumori sinistri che nel cuore della notte producevano un suono ancor più inquietante, si dava un gran daffare per dichiarare la sua voglia entrare. Vinse lei. Vomito compreso.

Da quella sera la porta della camera rimase aperta e Miciù non tornò più ad Amaltea. Tuttavia una regola volevo vincerla anch’io. “Miciù resta, ma si deve accontentare solo della zona “notte”. La mia preoccupazione era per tende e divani.

Così si passò a tenere chiusa la porta a due battenti (scorrimento laterale e binario sulla parte alta della parete). Quella diavolessa però riusciva a infilare la zampa nella fessura e a spingere fino ad introfularsi. Fu allora la volta della sciarpa bordeaux che, passata tra le due maniglie e chiusa a nodo, impediva l’apertura del passaggio.

E’ vero che i gatti dormono gran parte del giorno, ma quando sono svegli si danno un gran daffare per esplorare il territorio.

Da quel periodo le due porte non scorrono più molto bene, perché le guide, a furia di colpi, si sono rovinate. E da quel periodo non c’è più stata ragione di tenerle chiuse. Miciù è diventata la padrona di casa nostra.

Siamo a tempi più recenti. Nel frattempo ci siamo molto affezionati a questi animali e la voce che ad Amaltea si sta bene si è diffusa. Ci sono stati periodi in cui al nostro balcone si davano appuntamento anche sette mici. Alcuni sono diventati dei frequentatori assidui, altri di passaggio, altri addirittura hanno scelto il nostro giardino per venire a morire.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto prendere nuove decisioni sulla nostra casa. La prima per Noelle, per la quale abbiamo creato nel bagno il reparto “Terapia intensiva”, la seconda per Chat Noir, anche lui destinato alla quarantena nel bagno che, come tutte le sale di rianimazione, deve tenere la porta rigorosamente chiusa e, fresco fresco di ieri, il nuovo assetto organizzativo.

E’ successo infatti che nel nostro giro domenicale abbiamo trovato Luna in pessime condizioni. L’occhio sinistro che nei giorni scorsi presentava una tumefazione simile a un trauma subito per cause ignote, ieri si era chiuso insieme a quello destro.

Paolo, non vedendola arrivare al nostro suono di campana, l’ha cercata in solaio, suo luogo elettivo, e lì l’ha trovata con gli occhi purulenti e rannicchiata dentro un sacco verde.

L’ha portata giù tenendola in braccio (lei di solito è molto reattiva a questo approccio forzato) e, postala di fronte alle sue crocchette preferite, ha dovuto assistere al suo totale digiuno. Io stessa la vedevo visibilmente dimagrita, barcollante nell’incedere e terribilmente astenica.

Il ricordo di due gatti che quest’estate abbiamo visto l’uno in fin di vita e l’altro morto in analoghe circostanze (astenici, magri e con occhi purulenti), ci ha fatto immediatamente pensare a qualche patologia letale oltre che virale.

E così, in quattro e quattr’otto l’abbiamo portata in città.

Ora la nostra casa ha riattivato tutte le porte disponibili e il cat hospital è così predisposto:

–          bagno alias terapia intensiva/rianimazione – accesso solo agli operatori (Paolo ed io) e ovviamente al paziente:

–          zona “notte” alias geriatria (con porta della camera da letto aperta) riservata a Miciù, che forse da ieri sera ha pensato che l’arrivo in studio della lettiera e delle mangiatoie fosse un piacere dedicato alla sua età (finora il bagno ha accolto tutta la sua fase digestiva, ma da ieri sera Luna è lì rinchiusa per cui abbiamo dovuto trasferire i beni della veneranda e ufficiale padrona):

–          zona “giorno” alias pediatria lasciata a Chat Noir che però deve litigare con la porta scorrevole a due battenti non solo perché ogni incontro con Miciù è un fuoco d’artificio, ma soprattutto perché il virgulto è di un famelico inverosimile, mentre la vegliarda mangia a piccoli tratti e molto lentamente, per cui se non vogliamo farla morire di fame dobbiamo tenerli separati:

In verità nella mia testa attribuivo un nuovo nome alla stanza da bagno che, vedendo le condizioni di Luna, pensavo più che ad una rianimazione ad un hospice. Paolo stamattina mi diceva che, a meno non fosse un obbligo sopprimerla per una seria malattia contagiosa, voleva farle fare l’agonia scortata dalle nostre coccole.

Cat hospice, appunto.

Ora che la visita veterinaria è finita, speranzosamente ritorno all’idea di terapia intensiva.

Luna ha infatti sostenuto tutti gli esami del caso che hanno scartato le ipotesi peggiori. Ha però un bel febbrone, una seria congiuntivite e una rino-tracheite che, impedendole di sentire gli odori, non la fa mangiare.

Passato l’intervento ospedaliero (prima flebo per idratarla e iniettarle antibiotici e vitamine nonché esami del sangue) ora è in trattamento da cat hospital, Per sette giorni e tre volte al giorno dovremo imparare a metterle le gocce di antibiotico anche negli occhi, mentre a ciclo alterno dovrà fare ancora trattamento iniettivo di antibiotico generale

Il nostro Cat Hospital è quindi al completo: ogni utente è rispettosamente lasciato alle sue peculiarità e i due umani hanno un gran daffare ad aprire e chiudere usci, a distribuire pasti differenziati e a gestire possibili colpi di scena.

E meno male che nel lontano 1985 non abbiamo deciso di eliminare completamente le porte.

CAT HOSPITAL, di Luciana Quaia

Poco meno di trent’anni fa, al cospetto di quello che sarebbe diventato il nostro luogo di vita in comune, ci trovammo a prendere una decisione definitiva: il nostro appartamento avrebbe avuto il minor numero di porte possibili.

La scelta sicuramente era condizionate dalle dimensioni e dalla disposizione dei vani. Mancando infatti il “riscontro d’aria”, tutti i locali della casa sono localizzati sul lato est dell’abitazione e si affacciano su un lungo e spazioso corridoio.

Bibliofili entrambi, non ci fu bisogno a quei tempi di grandi negoziazioni: il corridoio della zona “notte” avrebbe accolto un armadio lungo tutta la parete, cosicchè lo spazio di quell’ingombro avrebbe ceduto il posto alla gigantesca biblioteca che Paolo aveva appositamente progettato nel suo appartamento da single.

la biblioteca di Via Venturino:

A questo punto la porta che divideva il corridoio “giorno” da quello sequenziale costituiva un deciso ostacolo, poiché la sua apertura avrebbe interferito con la porta dell’armadio che là doveva essere collocato. Per cui, su suggerimento di un solerte geometra che raccoglieva i nostri desideri per costruire su misura il guardaroba con determinate caratteristiche, optammo per una porta a due battenti scorrevole atta a separare i due corridoi:

Porte del soggiorno, dello studio e della cucina, invece, eliminate.

Salvate in extremis quella della camera da letto e, più che altro per eventuali ospiti, quella del bagno.

Che c’entra tutto questo con il cat hospital del titolo?

C’entra, c’entra, eccome se c’entra.

Esattamente a partire dal 1997, quando nella nostra vita di coppia è entrata stabilmente Miciù.

A onor della precisione, già dal 1996 la nostra casa si era prestata a temporaneo cat hospital, quando in occasione della prima cucciolata di gatti osservata in diretta ad Amaltea, si prese la drastica decisione di sterilizzarne tre, poiché fra i cinque micini ben quattro erano femmine, (la quarta se l’era portata via un viandante, chiedendo l’autorizzazione al nostro sprovveduto vicino).

Peccato che in quell’epoca non eravamo in possesso di videocamera e di blog: la memoria con gli anni fa sfumare i dettagli dei ricordi. Ci chiediamo spesso infatti come avevamo potuto portare in un viaggio di sedici chilometri tre gatti di sei mesi in un’unica gabbia.

L’unica indelebile reminiscenza è l’odore nel tragitto e Paolo che, entrando in casa,  sbraita: “Tu resta qui” e si chiude nel bagno (la porta in quel momento si rivelò una provvidenza). L’altro ricordo netto sono io che, finita l’operazione di pulizia (tutte e tre le signorine in vasca) entro e con il phon procedo alla loro asciugatura. Ancora non riusciamo entrambi bene a ricordare come sia stato il decorso post-sterilizzazione. Paolo sa molto bene quello che è successo in ambulatorio, e la fatica del veterinario nel capire con chi si doveva procedere per non confondere le tre vispe bestiole che continuavano a farsi il girotondo intorno. Io ho un vago ricordo di loro tre che, con la coscia rasata da tacchine, corrono sullo schienale del divano, ma per quanto tempo proprio non rimembro.

Bene, arriviamo al 1997 e all’arrivo della piccolissima Miciù, tre mesi, in novembre. Aveva un pessimo aspetto in giardino, per cui decidemmo di portarla a Como per la visita veterinaria. Diagnosi di seria tracheite e terapia antibiotica per una settimana. Era la prima volta che un esserino così piccolo conviveva con noi, stava male e la tosse aspra e violenta le causava vomito. All’ora di andare a letto, guardai Paolo e dissi: “la porta della camera stanotte resta chiusa, prima che venga dentro e ci vomiti addosso”.
Avevo sottovalutato, o meglio non conoscevo affatto, la determinazione dei gatti. A mezzanotte e rotti, un gran graffiare alla porta con lamentoso gnaulio. “Lasciamola stare, vedrai che fra un po’ smette”. E infatti di lì a poco, di nuovo silenzio. Ma dopo pochi minuti, Miciù aveva adottato una nuova strategia. La porta della camera (segata per via della nuova piastrellatura del pavimento) presentava uno spiraglio sotto cui la furbissima malaticcia poneva le unghie a mò di leva  e, causando rumori sinistri che nel cuore della notte producevano un suono ancor più inquietante, si dava un gran daffare per dichiarare la sua voglia entrare. Vinse lei. Vomito compreso.

Da quella sera la porta della camera rimase aperta e Miciù non tornò più ad Amaltea. Tuttavia una regola volevo vincerla anch’io. “Miciù resta, ma si deve accontentare solo della zona “notte”. La mia preoccupazione era per tende e divani.

Così si passò a tenere chiusa la porta a due battenti (scorrimento laterale e binario sulla parte alta della parete). Quella diavolessa però riusciva a infilare la zampa nella fessura e a spingere fino ad introfularsi. Fu allora la volta della sciarpa bordeaux che, passata tra le due maniglie e chiusa a nodo, impediva l’apertura del passaggio.

E’ vero che i gatti dormono gran parte del giorno, ma quando sono svegli si danno un gran daffare per esplorare il territorio.

Da quel periodo le due porte non scorrono più molto bene, perché le guide, a furia di colpi, si sono rovinate. E da quel periodo non c’è più stata ragione di tenerle chiuse. Miciù è diventata la padrona di casa nostra.

Siamo a tempi più recenti. Nel frattempo ci siamo molto affezionati a questi animali e la voce che ad Amaltea si sta bene si è diffusa. Ci sono stati periodi in cui al nostro balcone si davano appuntamento anche sette mici. Alcuni sono diventati dei frequentatori assidui, altri di passaggio, altri addirittura hanno scelto il nostro giardino per venire a morire.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto prendere nuove decisioni sulla nostra casa. La prima per Noelle, per la quale abbiamo creato nel bagno il reparto “Terapia intensiva”, la seconda per Chat Noir, anche lui destinato alla quarantena nel bagno che, come tutte le sale di rianimazione, deve tenere la porta rigorosamente chiusa e, fresco fresco di ieri, il nuovo assetto organizzativo.

E’ successo infatti che nel nostro giro domenicale abbiamo trovato Luna in pessime condizioni. L’occhio sinistro che nei giorni scorsi presentava una tumefazione simile a un trauma subito per cause ignote, ieri si era chiuso insieme a quello destro.

Paolo, non vedendola arrivare al nostro suono di campana, l’ha cercata in solaio, suo luogo elettivo, e lì l’ha trovata con gli occhi purulenti e rannicchiata dentro un sacco verde.

L’ha portata giù tenendola in braccio (lei di solito è molto reattiva a questo approccio forzato) e, postala di fronte alle sue crocchette preferite, ha dovuto assistere al suo totale digiuno. Io stessa la vedevo visibilmente dimagrita, barcollante nell’incedere e terribilmente astenica.

Il ricordo di due gatti che quest’estate abbiamo visto l’uno in fin di vita e l’altro morto in analoghe circostanze (astenici, magri e con occhi purulenti), ci ha fatto immediatamente pensare a qualche patologia letale oltre che virale.

E così, in quattro e quattr’otto l’abbiamo portata in città.

Ora la nostra casa ha riattivato tutte le porte disponibili e il cat hospital è così predisposto:

–          bagno alias terapia intensiva/rianimazione – accesso solo agli operatori (Paolo ed io) e ovviamente al paziente:

–          zona “notte” alias geriatria (con porta della camera da letto aperta) riservata a Miciù, che forse da ieri sera ha pensato che l’arrivo in studio della lettiera e delle mangiatoie fosse un piacere dedicato alla sua età (finora il bagno ha accolto tutta la sua fase digestiva, ma da ieri sera Luna è lì rinchiusa per cui abbiamo dovuto trasferire i beni della veneranda e ufficiale padrona):

–          zona “giorno” alias pediatria lasciata a Chat Noir che però deve litigare con la porta scorrevole a due battenti non solo perché ogni incontro con Miciù è un fuoco d’artificio, ma soprattutto perché il virgulto è di un famelico inverosimile, mentre la vegliarda mangia a piccoli tratti e molto lentamente, per cui se non vogliamo farla morire di fame dobbiamo tenerli separati:

In verità nella mia testa attribuivo un nuovo nome alla stanza da bagno che, vedendo le condizioni di Luna, pensavo più che ad una rianimazione ad un hospice. Paolo stamattina mi diceva che, a meno non fosse un obbligo sopprimerla per una seria malattia contagiosa, voleva farle fare l’agonia scortata dalle nostre coccole.

Cat hospice, appunto.

Ora che la visita veterinaria è finita, speranzosamente ritorno all’idea di terapia intensiva.

Luna ha infatti sostenuto tutti gli esami del caso che hanno scartato le ipotesi peggiori. Ha però un bel febbrone, una seria congiuntivite e una rino-tracheite che, impedendole di sentire gli odori, non la fa mangiare.

Passato l’intervento ospedaliero (prima flebo per idratarla e iniettarle antibiotici e vitamine nonché esami del sangue) ora è in trattamento da cat hospital, Per sette giorni e tre volte al giorno dovremo imparare a metterle le gocce di antibiotico anche negli occhi, mentre a ciclo alterno dovrà fare ancora trattamento iniettivo di antibiotico generale

Il nostro Cat Hospital è quindi al completo: ogni utente è rispettosamente lasciato alle sue peculiarità e i due umani hanno un gran daffare ad aprire e chiudere usci, a distribuire pasti differenziati e a gestire possibili colpi di scena.

E meno male che nel lontano 1985 non abbiamo deciso di eliminare completamente le porte.

Luciana racconta la storia di CHAT NOIR

Lo volete un cucciolo di gatto?” Angela sta ascoltando una signora di mezz’età, intenta a descrivere il ritrovamento di un gattino nel cortile della sua abitazione. Angela da poco ha saputo che Noelle  non c’è più.

Di che colore è?”, chiedo, già con un piccolo senso di colpa per la discriminazione preventiva. “Nero” risponde la signora. “Mi spiace, accetterei solo se fosse bianco. Abbiamo già tre gatti, di cui uno bianco e nero e lo cerchiamo più o meno come lei” insisto, mostrandole la gatta della custode assai simile, anche se meno bella, alla nostra Noelle. Ci sono ferite che faticano a rimarginarsi e Noelle è una di queste.

Quindici giorni dopo, ad Amaltea. “Paolo, vieni a vedere, mi sembra ci sia un gatto nuovo, ma è strano, ha qualcosa sulla schiena …” In altro frangente il marito mi avrebbe risposto malamente, occupato com’era nel trasportare secchi di terra da un piano all’altro per sistemare il mio orto  verde. Ma alla parola gatto, molla tutto e arriva ad ispezionare. L’esemplare felino ci dà le spalle e mangia voracemente dalle ciotole ciò che resta degli avanzi dei suoi simili. “E’ come se fosse caduto in un secchio di colla, guarda come sono dure queste ciocche” dico,  mentre osservo l’incredibile dorso del magrissimo gatto che continua a divorare crocchette. Un qualsiasi adolescente affezionato alla moda rasta-punk o nostalgico dei tempi di Grease avrebbe ammirato la quindicina di piramidi di altezza e larghezza variabile che costellavano l’ossuta schiena.

Paolo tocca il pelo,  cercando di dipanare le marmoree matasse  “Non credo sia colla”. “Forse cemento? Magari è caduto in una betoniera di qualche lavoro in corso” ipotizzo.

Il gatto non mostra paura,  anzi fa le fusa e si fa volentieri prendere in braccio. “E’ come se fosse forfora … dammi lo spazzolino” chiede Paolo. Inizia un trattamento piuttosto rude. Paolo cerca di passare la spazzola fra il pelo e, come risultato, volano ovunque piccole ciocche rapprese. A questo punto, fra un colpo di spazzola e dieci strappi con le dita, alcuni groppi abbandonano la loro sede e si depositano ai nostri piedi. Con doviziosa osservazione Paolo disfa le matassine strappate e conferma non essere né colla né tantomeno cemento. Il gatto, imperturbabile, inizia a starnutire spargendosi denso muco giallo sul musetto, che immediatamente pulisce con veloci leccate. “Mah, lasciamogli da mangiare, un po’ di pelo malato è stato tolto, vedremo se la prossima settimana sarà ancora qui”.

Cinque giorni dopo, nel nostro appartamento  in città. Arrivo alle 18,15 stravolta dal caldo e dal viaggio e, varcata la soglia di casa, nell’anticamera vedo piazzati lettiera di Miciù, ciotola del cibo e scodella dell’acqua. Un déjà vu che risale all’arrivo di Noelle. Paolo mi accoglie  con un sorriso trionfante “Abbiamo ospiti”. So già di  chi si tratta. “Sai,  mi ha detto Assunta che era andata a dare da mangiare a Luna e Silvestro e lo ha visto letteralmente massacrare di botte non appena ha osato avvicinarsi anche lui alle ciotole, ma non da Luna. Da Silvestro. E a questo punto ho preso la decisione. Ho fissato l’appuntamento col veterinario e l’ho portato giù. E’ stato bravissimo durante il trasporto e anche adesso è di là in bagno accucciato in una scatola buono buono”.

Questo l’inizio della storia con Chat Noir, poiché non volevo – non volevamo – un altro gatto per non turbare la vecchia Miciù e l’unica condizione che ci avrebbe smosso da questa intenzione era solo quella di un gatto bianco pezzato come Noelle.

E infatti, coerentissimi, adesso ci siamo innamorati di  Chat Noir.

Il periodo cittadino è durato circa 40 giorni, una vera e  propria quarantena, segregato nel bagno, sottoposto a cure antibiotiche per il problema respiratorio e spazzolato accuratamente per togliere le orribili creste di cui la veterinaria non ci ha fornito un’esaustiva spiegazione “Ci sono gatti che se non vengono costantemente spazzolati diventano così”.  Sottoposto a tutti i controlli  del caso, si è rivelato negativo alle più temibili malattie che probabilmente ci avrebbe costretti a sopprimerlo. L’età approssimativa di tre anni è stata diagnosticata previo accertamento dentario, accanto alla comunicazione che gli mancano i denti davanti probabilmente a causa di una infanzia di deprivazione e malnutrizione. Il che gli conferisce un aspetto “draculiano” che non ha mancato di manifestare improvvisamente e proprio con me. Sarà che sono la prima ad alzarsi in casa, sarà che a un certo punto Chat Noir si è sentito meglio in salute, sarà che forse la porta chiusa del bagno iniziava ad andargli stretta, è successo che un mattino, curva sul lavandino per le abluzioni di inizio giornata a un certo punto mi sono sentita afferrare il polpaccio con unghie e denti, soffi e attacchi ripetuti. Pochi minuti prima Chat Noir si era fatto spazzolare, mi era salito sulle ginocchia mentre sedevo sul water ed era ricco di fusa ed effusioni. Mentre tampono e disinfetto le piccole ma dolorose e sanguinanti lacerazioni tento di capire dove avessi sbagliato. “Adesso non pretenderai di abbandonarlo perché ti ha graffiato, lo vedi il destino dei gatti neri…” è stato il primissimo commento di Paolo alla mia richiesta di sua presenza mentre mi lavo,  poiché a Chat Noir questo gioco piace moltissimo. “Disinfettati, non mi sembra poi così grave” continua, mentre coccola Chat Noir che, sul suo grembo, ha ripreso a fare le fusa.

Così è Chat Noir. Coccolone, tenerissimo per 60 secondi e poi scatenato, mordace e agguerrito finchè non riesci a liberarti di lui. Dopo tre mesi di convivenza abbiamo capito che questo è il suo carattere.

Ora è qui ad Amaltea. Sterilizzato, ingrassato, col pelo lucente. Ha capito perfettamente che è un bel luogo per vivere, cerca di difendere il territorio che ritiene di suo diritto nonostante sia l’ultimo arrivato e direi che ci riesce piuttosto bene. Come sempre l’unica a perderci è la povera Miciù, verso la quale mostra un comportamento di totale intolleranza.

Guardo Chat Noir e penso a Noelle.  I due hanno qualcosa in comune, a dispetto delle diversità di atteggiamenti. Infatti Noelle non amava affatto stare in braccio, rifuggiva ogni contatto, salvo qualche sporadica concessione nei brevi tratti in cui si concedeva al sonno. Chat Noir ha lo stesso temperamento insonne. Praticamente è sempre con un occhio aperto pure lui, ma mentre Noelle era visibile, con quel suo biancore spaparanzato sull’erba o sul cuscino di casa, Chat Noir  è infido, nascosto sotto il tavolo, o nei cespugli o in anfratti impossibili. Grazie a lui non devo più cercare di scopare sotto i mobili, perché mi rende un insostituibile servizio di pulizia di ragnatele. Contemporaneamente occulta oggetti più o meno preziosi nei rifugi trovati, dalle calze che Paolo ama lasciare sparse, ai tondi flaconi di liquido antizanzare, agli occhiali o matite, o fili elettrici o accessori del computer.

Noelle era bianca con macchie grigie e arancio. Chat Noir è nero ma ha una lacrima bianca sul petto e una striscia orizzontale sulla pancia che si intravede quando si stira, rivelando così un morbido sottopelo che in alcuni punti è stranamente chiaro. Tutti e due sono apparsi improvvisamente nel nostro giardino mostrando profondo attaccamento ad uno spazio che non viene mai abbandonato. Come Noelle, Chat Noir è il primo che si presenta quando al  mattino alzo le tapparelle e come lei mangia tantissimo, pronto a fare da spazzino ai rimasugli che trova e pronto ad alzarsi al passaggio di ogni umano, sperando in qualcosa di buono. Come Noelle ha ricevuto un nome francese, forse perché quando un gatto arriva senza essere scelto ti affidi ad elementi temporali o di fisionomia, colorandoli con un po’ di esotismo. Noelle era stata trovata pochi giorni prima di Natale e Chat Noir era troppo inverosimile nell’aspetto per meritare un nome complimentoso.

Non volevamo un gatto nero ed ora, tutti e due, stupidoni sentimentali, sfidiamo il sangue pur di stampargli un bacio sulla testa. Che gli piace molto, e forse per questo, nella sua gratitudine, suggella l’amicizia con incontri molto, molto ravvicinati all’intimità della carne.

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