incipit di: Helen HUMPHREYS, Bill, Playground editore, 2020

Per uscire dalla città Bill non prende mai la stessa strada due volte di fila. Difficile tenere dietro alla sua falcata rapida. Mi guida per i boschi di larici americani. Nella palude. In mezzo all’erba alta della prateria. Mi spinge a guadare le acque basse ma veloci del fiume. Di solito, se non voglio perderlo di vista, devo correre …

incipit di: MARISA BULGHERONI, Stella nera. Frammenti di una vita a due, Il Saggiatore, 2020

La stella nera si staccò furtiva dal fondo più buio dell’universo, solcò l’attonito cielo estivo, si posò capricciosa sulla tua spalla, vi conficcò una punta come una nera radice

Tu non ci badasti: intento com’eri a tessere la leggenda della tua vecchiaia, la scambiasti per un segno del tempo.

Siamo come vecchi alberi, dicevi, con i tronchi marchiati di tacche e nodi, mcchie e incrostazioni …

vai alla scheda dell’editore

BACKMAN Fredrik, L’uomo che metteva in ordine il mondo (2012), Mondadori, 2018. Incipit e prima pagina. Da questo romanzo è stato tratto il film: MR. OVE, di Hannes Holm, con Rolf Lassgard, Bahar Pars, I. Engvoli, 2015

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Da questo romanzo è stato tratto il film:

MR. OVE, di Hannes Holm, con Rolf Lassgard, Bahar Pars, I. Engvoli, 2015

Romano Guardini ed elogio del bibliotecario cartaceo, 29 dicembre 2009

Per vie traverse, oblique e casuali intercetto un autore che corrisponde ad uno dei temi esistenziali che sto inseguendo.
Ero stato attratto da un titolo: Lettere dal lago di Como (1923-1926)
L’autore è Romano Guardini, saggista, filosofo e teologo nato a Verona nel 1885, docente nelle Università di Berlino e Monaco lungo tutto il secolo breve e morto nel 1968. Proprio quando entravo nella transizione all’età adulta.
Le sue opere singole , in attesa che l’editrice Morcelliana pubblichi l’Opera Omnia sono difficili da reperire, perfino in epoca internettiana.
E qui avviene il piccolo miracolo casalingo: alla biblioteca comunale sotto casa trovo tre libri che ora sto ansiosamente (so che non si dovrebbe fare) e febbrilmente sfogliando, alla ricerca di una traccia che faccia guizzare la mente, i pensieri, le sinapsi cervicali, le libere associazioni freudiane, le archeologie archetipiche junghiane.
Mentre elogio le biblioteche cartacee mi accingo a camminare sulle sue tracce.

In Le età della vita, loro significato educativo (Vita e Pensiero, 1986) e morale leggo:
un punto di vista da cui considerare l’esistenza umana “sta nella tensione particolare tra l’identità della persona e il mutamento dei tratti che la qualificano … la diversità delle situazioni non annulla l’unità, anzi, proprio l’unità si afferma nella diversità … (in Le età della vita, pag 11)

in Lettere dal lago di Como, scritte a Varenna fra 1l 1923 e il 1926) leggo: “La bellezza di queste località è indescrivibile, ma non me ne deriva gioia alcuna. Non comprendo, anzi, come un uomo avveduto possa essere felice, qui” (edizioni Viennepierre p. 17)

frase che io rovescio nel suo esatto contrario:

La bellezza di queste località è indescrivibile e me ne deriva in ogni attimo stupore e gioia. Non comprendo come questo sentimento possa non attraversare il corpo e la mente di qualsiasi persona

A testimonianza di come, a parità di situazione, le soggettività tendano alll’infinito.

Infine un incipit di metodo scritturale davvero tutto da apprendere:

“Il primo verso dell’Elegia arriva repentino:
Chi, se io gridassi, mi udirebbe poi dagli ordini degli angeli”
Il verso sembra l’esito estremo d’una lotta interiore, o di una lunga meditazione”.

(in Romano Guardini, Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza, Morcelliana 1974, p. 27)

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Susanna Basso (2010) Sul tradurre, Bruno Mondadori | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Susanna Basso (2010)
Sul tradurre, Bruno Mondadori

Quando le parole passeggiano sul filo del suono per produrre meraviglia, al traduttore è concesso, anzi richiesto, di sfoderare la propria maestria, perfino complicata, rispetto a quella dell’originale, dal vincolo di seguire l’acrobazia dell’altro, senza la  libertà di individuare le mosse del percorso.

Non trovo parole migliori per spiegare perché ho scelto di parlare di questo libro, pur essendo ben consapevole che l’effetto restituito a chi legge sarà molto lontano dall’efficacia prodotta dalla diretta immersione nelle 160 pagine del testo.

Infatti, azzardarmi nel descrivere e mettere in rilievo l’immane sforzo del lavoro del traduttore mi fa sentire inadeguata, poiché sicuramente ogni tentativo svilisce la potenza dell’esposizione che Susanna Basso racconta della propria professione. Ma questo breve libro è così affascinante, soprattutto per chi ha la fortuna di conoscere bene anche la lingua inglese, che sperimenterò almeno la prova di diffonderne il profumo.

Lo trovo un doveroso riconoscimento e ringraziamento per chi, come Susanna Basso (per me una garanzia), occupa le sue giornate chino su fogli e dizionari nella ricerca infinita di far giungere all’approdo dei monolingue opere che altrimenti resterebbero ignote.

Tradurre è tutt’altro che trovare una mera corrispondenza tra parole di lingue fra loro diverse: non esiste il pret-à-porter nella letteratura. Occorre partecipare a una letterale spedizione di viaggio, quella della voce di una frase, del colore di un aggettivo, del peso di una pausa grafica, della lentezza di un movimento.

Se ciò non accade, se “a data parola faremo corrispondere una traduzione consueta e cercheremo di fare lo stesso per frasi idiomatiche, interiezioni, perfino per certi brevi costrutti sintattici” giungeremo a una deriva infruttuosa.

Secondo Basso, i dizionari rivestono la funzione di boa di salvataggio per quando si produce una stasi mentale: “Il traduttore cerca  ovviamente  sul dizionario il lemma che non conosce e, forse ancora più spesso, cerca quello che invece  conosce, ma che non ha ancora deciso come tradurre. Cerca insomma sul grande libro della lingua l’idea che tarda a risolvere quel particolare passaggio, quell’interiezione, e così via.… I dizionari svolgevano nella mia prassi la funzione di zattera a cui agganciare momentaneamente un silenzio mentale,  nella speranza di trasformarlo,al più presto , in una parola. … Di fatto, smettevo di lavorare per affidare la soluzione ad associazioni lessicali preconfezionate.. Il che poteva comportare alla fine una scelta fondata sul gusto. Com’è facile innamorarsi delle parole, di quelle più insolite, più colorite, di quelle più letterarie, o più gergali. Come è facile dimenticare che, paradossalmente, nessun dizionario può contenere la parola che cerca il traduttore, ma tuttalpiù talvolta, e quasi per caso, può suggerirla.

Conviene, suggerisce la Basso, attendere.
“Che cosa significa dunque attendere le parole? Innanzi tutto, è ovvio, non avere fretta di individuare corrispondenze. Ma anche fidarsi di un meccanismo speciale della memoria, in grado di farci ricordare qualcosa che, personalmente, non conosciamo. Le parole dentro le frasi, le frasi dentro i paragrafi, i paragrafi dentro le pagine, le pagine dentro i capitoli, i capitoli dentro i romanzi. I romanzi scavati dentro la scrittura di quell’autore in particolare. … Tradurre è un po’ come avere interi romanzi sulla punta della lingua, e perciò sapere che la sensazione assomiglia a una forma di tormentosa amnesia nella quale l’unico ricordo certo è che si è dimenticato. In quel caso, ricorrere al dizionario è quasi sempre inefficace, perché non si tratta di acquisire forme lessicali, bensì di assorbire un contesto fino a ricordare come tradurlo.

Che seduzione seguire passo dopo passo il sentimento del traduttore che si accinge a trasformare il suono dell’altrui testo in uno proprio. “So di dover utilizzare ogni sillaba del mio invidioso ascolto a garanzia di una fedeltà che non ha nulla a che fare con l’eterna disputa tra la lettera e il senso, ma che si realizza nell’intima impossibilità di staccarmi da tutto ciò che compone la geometria e il mistero di una voce.”
Avviene quindi che l’invidia sia una spinta per poter riprodurre nella propria lingua ciò che si è trovato nel testo originario: “la mancanza di quella frase nella mia lingua me la farà desiderare, parola per parola”. Un’invidia quindi non rivolta all’autore, ma all’originale, perché “ogni traduzione, anche la più attenta, anche la più ispirata, non può che offrirsi al testo come desiderio del testo, inarrivabile traguardo e punto di partenza del mestiere”.

E a ben guardare le sfumature del linguaggio sono così ampie, cosi’ difficilmente riproducibili nelle sue diverse varianti, a volte persino nella scelta del genere dei sostantivi, che diventa praticamente naturale confessare  come “ogni parte del testo-fonte è oggetto del nostro paziente mentire”.

Basso cita le tredici “tendenze deformanti” precisate da Berman (distruzione dei ritmi, distruzione dei reticoli significanti soggiacenti; distruzione di locuzioni e idiotismi; cancellazione delle sovrapposzioni di lingue;…) accompagnandole, con spirito di autocritica, a propri inciampi avvenuti nel corso degli anni a tu per tu con le righe degli autori tradotti e alla quasi certezza di probabilmente ricambiare tutto, nel caso di riscrittura.
Se Cacciari definisce “avvicinanza” la progressiva approssimazione del testo d’arrivo al testo fonte, Basso sostiene questo concetto enunciando che “Mentire è il testardo, lucido sforzo di travisare il meno possibile per farla franca; di assediare la verità, sapendola inarrivabile”.

L’esempio della traduzione di un incipit che Basso ci propone è di per sé esaustivo:
“I knew what was coming next. Jesus Christ, how I knew” (Henry Sutton).

Ebbene, ecco come Basso e un gruppo di giovani traduttrici hanno presentato il proprio lavoro all’autore:

  1. Io lo sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  2. Io lo sapevo come sarebbe andata. Lo sapevo eccome, per Dio
  3. Sapevo come sarebbe andata, Per Dio, se lo sapevo
  4. Non poteva che finire così e io lo sapevo, Cristo, se lo sapevo
  5. Era una storia che conoscevo fin troppo bene, Cristo santo
  6. Lo sapevo, Cristo santo, sapevo già come sarebbe andata
  7. Sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  8. Sapevo come sarebbe andata a finire. Sempre la stessa storia!
  9. Conoscevo il seguito. Gesù, se lo conoscevo
  10. Sapevo cosa mi aspettava. Cristo, se lo sapevo!
  11. Lo sapevo. Cristo, lo sapevo
  12. Sapevo che cosa arrivava dopo. Cazzo, se lo sapevo

Interessante anche l’approccio del traduttore verso opere già tradotte. “Le traduzioni esistenti ci fanno conoscere la nostra lingua: le sue idiosincrasie, i suoi limiti. Dal confronto dovrebbe scaturire una consapevolezza accresciuta sul nostro processo di manipolazione della lingua di un autore. …Ri-tradurre non è come tradurre, e quella rete fatta di felicità di resa, legnosità, sviste e intuizioni che gli altri traduttori hanno da offrirci costituisce a mio giudizio uno strumento di lavoro impagabile … mi metto sui passi di chi mi ha preceduta e ringrazio in cuor mio di ogni chiodo che trovo in parete… Tradurre un libro che  molti hanno già letto significa destare nel lettore la consapevolezza di custodire nella memoria una traduzione, vale a dire un testo provvisorio”.

Non ultimo, il funambolico compito di tradurre i calembour. Qui, Basso propone un brano di Lewis Carroll e della sua Alice con 4 diverse traduzioni, di cui così commenta: “Nonostante l’ingegnosità, l’audacia creativa, la pazienza e la cura variamente presenti nelle quattro traduzioni proposte, la loro lettura lascia a tratti sconcertati”.
In ogni caso, avventurarsi in queste pagine, critiche comprese, corrisponde a un viaggio nel fantastico mondo della parola.

Di altro avviso il rapporto con la traduzione della poesia: “E’ assai diversa invece la sensazione che provo di fronte alle parole della poesia. Ne ho tradotta pochissima e con grande paura…. Entrare nel paesaggio interiore di un componimento poetico, nel mondo rigoroso della metrica, nella battaglia persa delle rime, offre al traduttore consapevolezza di autentica e paradossale libertà. … Quando nulla può andare perduto senza che il testo registri un danno serio, tradurre diventa un mestiere coraggioso, sostenuto da una nostalgia immensa dell’originale”.

E il rapporto di conoscenza personale tra traduttore e autore dei testi tradotti?
Tutto da scoprire nelle pagine dell’appendice del libro, in cui Susanna  Basso racconta i suoi incontri con Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Michael Cunningham, Stephen Watts e Alice Munro.

Di quest’ultima, mia amata, riporto solo uno stralcio aneddotico rispetto a un paio di sandali che avevano particolarmente colpito la scrittrice. Mentre raccontava alla figlia come era andata la serata, li nominò, concludendo con la frase “Avresti dovuto vederli”. All’offerta della proprietaria dei sandali di andarli a prendere in camera, la figlia rispose: “Non importa, grazie lo stesso. Se li descrive mia madre, sarà come averli visti”.

Grazie a Susanna Basso perché, come lei stessa scrive, “Se funziona, un testo si trasforma in una specie di camera iperbarica, un luogo stagno al reale dove si respira un’aria diversa, e aumenta il passaggio di ossigeno nel sangue”.

PS questa recensione la dedico ad Alessandra, che lavora con le parole

Buon cammino nel 2010 | Tracce e Sentieri





Siamo nel gorgo di quello che lo studioso del linguaggio Raffaello Simone chiama la “Terza fase”, dopo l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa:

sappiamo moltissime cose che, in effetti, non abbiamo mai letto da nessuna parte, tantomeno sui libri: possiamo averle semplicemente ‘viste’ in televisione, al cinema, su un giornale o magari ‘lette’ sullo schermo di un computer. Possiamo anche averle ‘sentite’, e non dalla viva voce di qualcuno, ma da una radio (1)

Perché parlarne sul limitare di un anno e proiettati su quello futuro?

Perché la parola e le parole della comunicazione pubblica negli ultimi mesi si sono trasformate in armi e in pallottole. Succede che le potenzialità delle parole pensate, dette, scritte e poi facilmente gettate nei nuovi mezzi che abbiamo a disposizione invece di accrescere il legame sociale ci trasformano in nemici comunicativi.

Se comprendiamo che il linguaggio ha qualcosa in sé che lo rende sacro (nel senso di degno di venerazione e rispetto) possiamo, come singole persone responsabili delle proprie azioni, opporci alla sua degradazione.

La nostra dotazione genetica e culturale di “fare lògos” consente di:

Staccarsi dall’immediatezza, parlarci del passato e del futuro, parlarci del solo possibile, e perfino dell’impossibile e dell’irreale … potendoci riferire con i nostri discorsi anche a ciò che ancora non è o che è solo possibile o irreale, il discorso e solo il discorso è la condizione che ci permette di discutere, dire e capire “ciò che è utile e ciò che è nocivo e, quindi, ciò che è giusto e ciò che non è giusto” (Aristotele) (2)

Si può andare alle origini e far riverberare dentro di noi il famoso incipit del Vangelo di Giovanni:

in principio era la parola

Si può riflettere sulla continua ed incessante elaborazione che i parlanti hanno fatto per rendere significativo il Lògos greco:

verbo, parola, discorso, affermazione, argomento, cosa, resoconto, notizia, calcolo, ragionamento, fatto, causa, questione, scritto, rivelazione divina, ragione, pensiero logico, valutazione.

Si può passare per William Shakespeare, l’”inventore” dell’uomo moderno, che non è solo un virtuoso del gusto della parola, ma – al contrario – un interprete della sua capacità di conoscere il mondo o di descrivere in anticipo di tre secoli le moderne teorie sulle fasi della vita:

Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. Ed ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti, e gli atti son costituiti dalle sue sette età. Dapprima l’infante che miaùla e vomita in braccio alla balia … poi lo scolaretto piagnucoloso che, la cartella sott’il braccio e la faccia lustra e mattiniera si trascina come una lumaca, di malavoglia, a scuola. E poi l’innamorato, che sospira quanto una fornace, con in serbo una malinconica ballata in onore delle sopracciglia della sua amante. E poi un soldato pieno di bestemmie … e poi il magistrato con la sua bella pancia rotonda lardellata di capponi …. La sesta età si trasporta entro il magro Pantalone in pantofole, con gli occhiali sul naso …. L’ultima scena consiste in una seconda infanzia e in un puro oblio: senza denti, senza occhi, senza gusto, senza nulla (3)

Si può divertirsi ancora a rileggere gli elenchi di varianti delle parole che Carlo Emilio Gadda ed i suoi amici compilavano nei loro incontri conviviali. Alberto Arbasino (4) racconta che Gadda e il critico Gianfranco Contini giravano per le pinacoteche di provincia a guardare i ritratti d’epoca, per dedurre da essi la vita privata, i vizi e i tic di quei personaggi. Alla caccia, potremmo dire, di episodi rivelatori del carattere. In quelle scorribande culturali emergevano, usando “con gusto esplosivo e disperato … la madornale figura retorica della Enumerazione” liste irresistibili di lemmari, ossia elenchi infiniti di parole tese a definire nei più reconditi angoli le situazioni culturali e rivelare le persone:

seggiole, cuscini, tavolini, lettini: la chincaglieria del salotto e il bazàr del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena pestarli), e i comò e i canapè e il cavallo a dóndolo del Luciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eternamente pericolante sul suo colonnino a torciglione: e bomboniere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliege sotto spirito, orinali pieni di castagne secche, il tombolo di Cantù della nonna Bertagnoni, rotoli di tappeti e batterie di pantofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica

Saccheggiavano i libri francesi nelle loro biblioteche:

Quanti participii: touché, flatté, blasé, fané, flambé, fouetté, suranné, saccadé, ravagé, démodé, faisandé, délabré, corseté, renversé, désabusé, ratatiné, capitonné, bouleversé, navré… Nonché bien rangé, collet monte, quel toupet, tourniquet, piquet, bouquet, chuchoter, randonnée, grasse matinée, valse chaloupée… E poi, tranchant, servant, revenant, en passant, soi-disant, ci-devant, vol-au-vent, porte-enfant, clopin-clopant, grisonnant, pliant, trau-d’unìon, glissons, asseyons-nous, coup de foudre, pied-à-terre, savoir faire, fou rire, faute de mieux, et patati, et patata…

E ancora sotto il controllo degli assensi ingegnereschi, durante le digestioni ancora a tavola: remarque, malaise, migrarne, rancune, amertume, pruderie, disette, charrette, gigolette, bellàtre, caniche, barbiche, corbeille, défaillance, mesaillance, entourage, escamotage, retour d’àge, cauchemar, fard, tuyau, petit-gris, demi-vierges, épaves, dormeuse, armoire-à-glace, à brùle-pourpoint, gaffe, gauche (nel senso di ‘maldestro’), gli onnipresenti potins e trumeaux e « quelle horreur! »… E nella stessa frase, ‘fluendy’: sbarbatlà, sgagnuflà, scapùssà, pastrùgnà, paciùgà, caragnà, ciciarà, nasùstà, vusà, bragia, pacià, barbuta, gnanfà, sciuscià, usmà, sguaità, lùmà, bufa, bastarnà, tananà, tanavèi, gasaghé, belee… Smorbi, sbenfi, spatùss, sgambèrsula, vegiàbul, mugnaga, cucalla, brùgna, e-peu-pù, mavalà, al dì d’incoeu… Scattlada, scalvada, barnasc, pergnocch… Bragalón, garùvlón, luitón, rùsnón, stragión, scavión, scursón, da scundón, carimalón, mutrignón, calsunón, arbión… Biott, crott, baslott, pepiatt, masott, malnatt, magateli, basell, lampett, ciappett …

Certo: non siamo Giovanni, Shakespeare, Carlo Emilio Gadda. Tuttavia una cosa possiamo fare: prima di premere il tasto Enter e mandare in rete le nostre parole proviamo a respirare più a lungo, a rileggere e a pensare alla responsabilità che ci assumiamo individualmente nel contribuire al brusio delle parole.

L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative.

Buon cammino nel 2010

1 Gennaio 2010

Paolo e Luciana

(1) Raffaello Simone, La Terza fase, forme del sapere che stiamo perdendo, Laterza editore, 2000, p. XI

(2) Tullio De Mauro, Capire le parole, Laterza, 1994, p. 146

(3) William Shakespeare, Come vi piace (1600)

Alberto Arbasino, L’ingegnere in blu, Adelphi, 2008, pagg. 23, 24,

Buon cammino nel 2010 | Tracce e Sentieri

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L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative. 1 Gennaio 2010

Siamo nel gorgo di quello che lo studioso del linguaggio Raffaello Simone chiama la “Terza fase”, dopo l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa:

 

sappiamo moltissime cose che, in effetti, non abbiamo mai letto da nessuna parte, tantomeno sui libri: possiamo averle semplicemente ‘viste’ in televisione, al cinema, su un giornale o magari ‘lette’ sullo schermo di un computer. Possiamo anche averle ‘sentite’, e non dalla viva voce di qualcuno, ma da una radio (1)

 

Perché parlarne sul limitare di un anno e proiettati su quello futuro?

Perché la parola e le parole della comunicazione pubblica negli ultimi mesi si sono trasformate in armi e in pallottole. Succede che le potenzialità delle parole pensate, dette, scritte e poi facilmente gettate nei nuovi mezzi che abbiamo a disposizione invece di accrescere il legame sociale ci trasformano in nemici comunicativi.

Se comprendiamo che il linguaggio ha qualcosa in sé che lo rende sacro (nel senso di degno di venerazione e rispetto) possiamo, come singole persone responsabili delle proprie azioni, opporci alla sua degradazione.

La nostra dotazione genetica e culturale di “fare lògos” consente di:

Staccarsi dall’immediatezza, parlarci del passato e del futuro, parlarci del solo possibile, e perfino dell’impossibile e dell’irreale … potendoci riferire con i nostri discorsi anche a ciò che ancora non è o che è solo possibile o irreale, il discorso e solo il discorso è la condizione che ci permette di discutere, dire e capire “ciò che è utile e ciò che è nocivo e, quindi, ciò che è giusto e ciò che non è giusto” (Aristotele) (2)

Si può andare alle origini e far riverberare dentro di noi il famoso incipit del Vangelo di Giovanni:

in principio era la parola

Si può riflettere sulla continua ed incessante elaborazione che i parlanti hanno fatto per rendere significativo il Lògos greco:

verbo, parola, discorso, affermazione, argomento, cosa, resoconto, notizia, calcolo, ragionamento, fatto, causa, questione, scritto, rivelazione divina, ragione, pensiero logico, valutazione.

 

Si può passare per William Shakespeare, l’”inventore” dell’uomo moderno, che non è solo un virtuoso del gusto della parola, ma – al contrario – un interprete della sua capacità di conoscere il mondo o di descrivere in anticipo di tre secoli le moderne teorie sulle fasi della vita:

 

Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. Ed ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti, e gli atti son costituiti dalle sue sette età. Dapprima l’infante che miaùla e vomita in braccio alla balia … poi lo scolaretto piagnucoloso che, la cartella sott’il braccio e la faccia lustra e mattiniera si trascina come una lumaca, di malavoglia, a scuola. E poi l’innamorato, che sospira quanto una fornace, con in serbo una malinconica ballata in onore delle sopracciglia della sua amante. E poi un soldato pieno di bestemmie … e poi il magistrato con la sua bella pancia rotonda lardellata di capponi …. La sesta età si trasporta entro il magro Pantalone in pantofole, con gli occhiali sul naso …. L’ultima scena consiste in una seconda infanzia e in un puro oblio: senza denti, senza occhi, senza gusto, senza nulla (3)

 

Si può divertirsi ancora a rileggere gli elenchi di varianti delle parole che Carlo Emilio Gadda ed i suoi amici compilavano nei loro incontri conviviali. Alberto Arbasino (4) racconta che Gadda e il critico Gianfranco Contini giravano per le pinacoteche di provincia a guardare i ritratti d’epoca, per dedurre da essi la vita privata, i vizi e i tic di quei personaggi. Alla caccia, potremmo dire, di episodi rivelatori del carattere. In quelle scorribande culturali emergevano, usando “con gusto esplosivo e disperato … la madornale figura retorica della Enumerazione” liste irresistibili di lemmari, ossia elenchi infiniti di parole tese a definire nei più reconditi angoli le situazioni culturali e rivelare le persone:

seggiole, cuscini, tavolini, lettini: la chincaglieria del salotto e il bazàr del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena pestarli), e i comò e i canapè e il cavallo a dóndolo del Luciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eternamente pericolante sul suo colonnino a torciglione: e bomboniere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliege sotto spirito, orinali pieni di castagne secche, il tombolo di Cantù della nonna Bertagnoni, rotoli di tappeti e batterie di pantofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica

Saccheggiavano i libri francesi nelle loro biblioteche:

Quanti participii: touché, flatté, blasé, fané, flambé, fouetté, suranné, saccadé, ravagé, démodé, faisandé, délabré, corseté, renversé, désabusé, ratatiné, capitonné, bouleversé, navré… Nonché bien rangé, collet monte, quel toupet, tourniquet, piquet, bouquet, chuchoter, randonnée, grasse matinée, valse chaloupée… E poi, tranchant, servant, revenant, en passant, soi-disant, ci-devant, vol-au-vent, porte-enfant,   clopin-clopant,   grisonnant,   pliant, trau-d’unìon, glissons, asseyons-nous, coup de foudre, pied-à-terre, savoir faire, fou rire, faute de mieux, et patati, et patata…

 

E ancora sotto il controllo degli assensi ingegnereschi, durante le digestioni ancora a tavola: remarque, malaise, migrarne, rancune, amertume, pruderie, disette, charrette, gigolette, bellàtre, caniche, barbiche, corbeille, défaillance, mesaillance, entourage, escamotage, retour d’àge, cauchemar, fard, tuyau, petit-gris, demi-vierges, épaves, dormeuse, armoire-à-glace, à brùle-pourpoint, gaffe, gauche (nel senso di ‘maldestro’), gli onnipresenti potins e trumeaux e « quelle horreur! »… E nella stessa frase, ‘fluendy’: sbarbatlà, sgagnuflà, scapùssà, pastrùgnà, paciùgà, caragnà, ciciarà, nasùstà, vusà, bragia, pacià, barbuta, gnanfà, sciuscià, usmà, sguaità, lùmà, bufa, bastarnà, tananà, tanavèi, gasaghé, belee… Smorbi, sbenfi, spatùss, sgambèrsula, vegiàbul, mugnaga, cucalla, brùgna, e-peu-pù, mavalà, al dì d’incoeu… Scattlada, scalvada, barnasc, pergnocch… Bragalón, garùvlón, luitón, rùsnón, stragión, scavión, scursón, da scundón, carimalón, mutrignón, calsunón, arbión… Biott, crott, baslott, pepiatt, masott, malnatt, magateli, basell, lampett, ciappett  …

Certo: non siamo Giovanni, Shakespeare, Carlo Emilio Gadda. Tuttavia una cosa possiamo fare: prima di premere il tasto Enter e mandare in rete le nostre parole proviamo a respirare più a lungo, a rileggere e a pensare alla responsabilità che ci assumiamo individualmente nel contribuire al brusio delle parole.

L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative.

Buon cammino nel 2010

1 Gennaio 2010

Paolo e Luciana

 

(1)Raffaello Simone, La Terza fase, forme del sapere che stiamo perdendo, Laterza editore, 2000, p. XI

(2)Tullio De Mauro, Capire le parole, Laterza, 1994, p. 146

(3)William Shakespeare, Come vi piace (1600)

Alberto Arbasino, L’ingegnere in blu, Adelphi, 2008, pagg. 23, 24,

Kazuo Ishiguro (2009) Notturni, Einaudi Traduzione di Susanna Basso | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Kazuo Ishiguro (2009)

Notturni, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

Non è raro che mi soffermi a pensare alle peculiarità dell’autunno. Ora che siamo a fine settembre, mi viene scherzosamente da dire che questa stagione ha la foga di espiare il senso di colpa provato ad essere zona intermedia tra l’estate e l’inverno.

E’ forse questo il motivo, mi racconto, che tanta dolcezza hanno il colore, la temperatura, il sapore della natura. Ad attutire, o meglio, a lenire le precoci ombre della sera o il tardivo chiarore del levarsi del sole.

E’ tempo di introspezione, di sereno ritiro, in attesa che nel rigore invernale si sciolgano pian piano le riserve estive, affinchè si prepari il giusto spazio per il nuovo risveglio. Chissà se è così che pensano le tartarughe …

Nel frattempo, già il titolo della raccolta di racconti di Ishiguro mi è parso in sintonia con l’umore un po’ melanconico che accompagna questo passaggio stagionale, suffragato dall’incipit del risvolto di copertina: “Il Notturno in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti e in senso ampio ispirato alla notte”.

I racconti in totale sono cinque e il tema dominante è retto da strumenti musicali, componimenti, autori e brani di musica jazz, esercizi e ricerca di ispirazioni. Per gli intenditori di questo genere, quindi, una vera carezza per occhi e orecchie.

Per me, più ignorante in tema di jazz (del resto anche Paolo Conte canta “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”), il piacere di abbandonarmi al contenuto delle storie e all’atmosfera dolce-amara creata dai relativi protagonisti.

Perché, come spiegavo all’inizio, c’è sempre un languore misterioso nei momenti di transizione, in quella fase in cui è più facile capire ciò che perdi e più complicato mettere a fuoco ciò che cerchi ed accettare che forse non lo troverai mai.

Intendiamoci, non sono storie tristi. Ishiguro sa sempre dove fermarsi per garantire quel giusto mix di partecipazione, identificazione e comprensione delle emozioni in gioco. Alcune situazioni poi  così surreali da rasentare il divertimento. E le rispettive voci narranti ti trattano come un vecchio amico, messo lì ad ascoltare ciò che avviene.

E come spettatore accompagni questi incontri che capitano casualmente e alla cui base ci sta sempre un tormento, un’interrogazione, un sentimento interrotto, un’aspirazione fallita.

Tony Gardner, per esempio, improvvisa una serenata in gondola per Lindy per chiudere degnamente ventisette anni di matrimonio, pur continuando ad amarla. L’attonito chitarrista che gli chiederà il motivo si sentirà rispondere: “Il fatto è che non sono più il grande nome che ero una volta … Potrei lavorare alla mia rinascita … Bisogna essere disposti a tanti cambiamenti, alcuni anche molto difficili …perfino a rinunciare a certe cose che si amano .. Hanno tutti nel letto una moglie giovane. Io e Lindy siamo destinati a renderci ridicoli … Ho già messo gli occhi su una signorina che ha fatto altrettanto con me. Lindy lo sa benissimo”.

Lindy è l’unico personaggio che ritroveremo in “Notturno” alle prese con un lifting rivitalizzante e a contatto, durante la degenza, con Steve, sassofonista di brutto aspetto, il cui nuovo amante della moglie, per rimediare al tradimento, gli paga un intervento facciale ad opera del più famoso chirurgo estetico della città.Obiettivo: che questa operazione lo lanci verso la notorietà. E il produttore non esita a rimarcare la splendida occasione di avere come compagna di clinica proprio Lindy Gardner “Hai presente chi sono i suoi amici? Sai che cosa potrebbe fare per te semplicemente alzando la cornetta del telefono? … Tientela buona, aspetta di avere la tua faccia nuova e le porte si apriranno. Entrerai in serie A, in cinque secondi netti”. L’unico momento d’oro sarà ricevere un trofeo trafugato nottetempo da Lindy e destinato ad un musicista mediocre. Lindy sarà presto dimessa, quanto a Steve non resta che nutrire speranza “Forse ha ragione Lindy … ho bisogno di prospettiva e in effetti la vita è molto di più che amare qualcuno. Forse questa per me è davvero una svolta, e la serie A mi sta aspettando. Forse ha ragione lei”.

Che forse è la stessa speranza del giovane chitarrista presente in Malvern Hills. Mollata l’università, teme il rientro da Londra per dover raccontare come “non avevo raggiunto ogni obiettivo su cui avessi puntato”. La sorella e il suo ristorante diventano un luogo di sicurezza per il tetto sopra la testa e la possibilità di “creare” nuovi pezzi musicali. Un fugace incontro con una coppia di musicisti professionisti svizzeri rinforza la sua idea di “mettere su un gruppo”, nonostante le parole della donna che lo ascolta “Già una vita qualunque riserva tante delusioni. Se poi sogni in grande …”. Ma sognare non costa quanto trovare il finale adatto al brano in corso d’opera.

Più difficile invece mettere ordine in una vecchia coppia di amici che, dopo anni di matrimonio, scoprono segreti e bugie. Ritrovarsi come mediatore paciere significa essere disposti ad inventarsi quanto di più bizzarro esista per sedare umori insolenti, anche a prezzo di scoprire cosa un’amica pensa veramente di te.

Amaro l’ultimo racconto “Violoncellisti”. Non perché l’ungherese Tibor, allievo di Petrovic, si vede “costretto a eseguire musica che detestava e ad arrangiarsi tra sistemazioni o troppo costose o squallide”, ma perché una misteriosa americana – Eloise McCormack – si spaccia per insigne musicista e diventa mentore del “potenziale” di Tibor. “Il fatto è che, sin da quel primo incontro, Tibor aveva provato la curiosità di sentirla suonare, ma la soggezione gli aveva impedito di chiederglielo. Una minuscola puntura di diffidenza l’aveva avvertita solo quando, guardandosi intorno, non aveva visto traccia del violoncello di lei”. Poi la confessione: “Il fatto che io non abbia ancora imparato a suonare il violoncello non cambia niente, in realtà. Deve capire che io sono davvero una virtuosa, solo che devo ancora sbocciare”.

Certo è destino che non sapremo mai cosa succederà dopo ogni punto che chiude il racconto. Ma è bello sapere che si può accarezzare un sogno e che ad ogni notte, comunque vada, subentra sempre il giorno.