Romano Guardini ed elogio del bibliotecario cartaceo, 29 dicembre 2009

Per vie traverse, oblique e casuali intercetto un autore che corrisponde ad uno dei temi esistenziali che sto inseguendo.
Ero stato attratto da un titolo: Lettere dal lago di Como (1923-1926)
L’autore è Romano Guardini, saggista, filosofo e teologo nato a Verona nel 1885, docente nelle Università di Berlino e Monaco lungo tutto il secolo breve e morto nel 1968. Proprio quando entravo nella transizione all’età adulta.
Le sue opere singole , in attesa che l’editrice Morcelliana pubblichi l’Opera Omnia sono difficili da reperire, perfino in epoca internettiana.
E qui avviene il piccolo miracolo casalingo: alla biblioteca comunale sotto casa trovo tre libri che ora sto ansiosamente (so che non si dovrebbe fare) e febbrilmente sfogliando, alla ricerca di una traccia che faccia guizzare la mente, i pensieri, le sinapsi cervicali, le libere associazioni freudiane, le archeologie archetipiche junghiane.
Mentre elogio le biblioteche cartacee mi accingo a camminare sulle sue tracce.

In Le età della vita, loro significato educativo (Vita e Pensiero, 1986) e morale leggo:
un punto di vista da cui considerare l’esistenza umana “sta nella tensione particolare tra l’identità della persona e il mutamento dei tratti che la qualificano … la diversità delle situazioni non annulla l’unità, anzi, proprio l’unità si afferma nella diversità … (in Le età della vita, pag 11)

in Lettere dal lago di Como, scritte a Varenna fra 1l 1923 e il 1926) leggo: “La bellezza di queste località è indescrivibile, ma non me ne deriva gioia alcuna. Non comprendo, anzi, come un uomo avveduto possa essere felice, qui” (edizioni Viennepierre p. 17)

frase che io rovescio nel suo esatto contrario:

La bellezza di queste località è indescrivibile e me ne deriva in ogni attimo stupore e gioia. Non comprendo come questo sentimento possa non attraversare il corpo e la mente di qualsiasi persona

A testimonianza di come, a parità di situazione, le soggettività tendano alll’infinito.

Infine un incipit di metodo scritturale davvero tutto da apprendere:

“Il primo verso dell’Elegia arriva repentino:
Chi, se io gridassi, mi udirebbe poi dagli ordini degli angeli”
Il verso sembra l’esito estremo d’una lotta interiore, o di una lunga meditazione”.

(in Romano Guardini, Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza, Morcelliana 1974, p. 27)

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