TartaRugosa ha letto e scritto di: Susanna Basso (2010) Sul tradurre, Bruno Mondadori | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Susanna Basso (2010)
Sul tradurre, Bruno Mondadori

Quando le parole passeggiano sul filo del suono per produrre meraviglia, al traduttore è concesso, anzi richiesto, di sfoderare la propria maestria, perfino complicata, rispetto a quella dell’originale, dal vincolo di seguire l’acrobazia dell’altro, senza la  libertà di individuare le mosse del percorso.

Non trovo parole migliori per spiegare perché ho scelto di parlare di questo libro, pur essendo ben consapevole che l’effetto restituito a chi legge sarà molto lontano dall’efficacia prodotta dalla diretta immersione nelle 160 pagine del testo.

Infatti, azzardarmi nel descrivere e mettere in rilievo l’immane sforzo del lavoro del traduttore mi fa sentire inadeguata, poiché sicuramente ogni tentativo svilisce la potenza dell’esposizione che Susanna Basso racconta della propria professione. Ma questo breve libro è così affascinante, soprattutto per chi ha la fortuna di conoscere bene anche la lingua inglese, che sperimenterò almeno la prova di diffonderne il profumo.

Lo trovo un doveroso riconoscimento e ringraziamento per chi, come Susanna Basso (per me una garanzia), occupa le sue giornate chino su fogli e dizionari nella ricerca infinita di far giungere all’approdo dei monolingue opere che altrimenti resterebbero ignote.

Tradurre è tutt’altro che trovare una mera corrispondenza tra parole di lingue fra loro diverse: non esiste il pret-à-porter nella letteratura. Occorre partecipare a una letterale spedizione di viaggio, quella della voce di una frase, del colore di un aggettivo, del peso di una pausa grafica, della lentezza di un movimento.

Se ciò non accade, se “a data parola faremo corrispondere una traduzione consueta e cercheremo di fare lo stesso per frasi idiomatiche, interiezioni, perfino per certi brevi costrutti sintattici” giungeremo a una deriva infruttuosa.

Secondo Basso, i dizionari rivestono la funzione di boa di salvataggio per quando si produce una stasi mentale: “Il traduttore cerca  ovviamente  sul dizionario il lemma che non conosce e, forse ancora più spesso, cerca quello che invece  conosce, ma che non ha ancora deciso come tradurre. Cerca insomma sul grande libro della lingua l’idea che tarda a risolvere quel particolare passaggio, quell’interiezione, e così via.… I dizionari svolgevano nella mia prassi la funzione di zattera a cui agganciare momentaneamente un silenzio mentale,  nella speranza di trasformarlo,al più presto , in una parola. … Di fatto, smettevo di lavorare per affidare la soluzione ad associazioni lessicali preconfezionate.. Il che poteva comportare alla fine una scelta fondata sul gusto. Com’è facile innamorarsi delle parole, di quelle più insolite, più colorite, di quelle più letterarie, o più gergali. Come è facile dimenticare che, paradossalmente, nessun dizionario può contenere la parola che cerca il traduttore, ma tuttalpiù talvolta, e quasi per caso, può suggerirla.

Conviene, suggerisce la Basso, attendere.
“Che cosa significa dunque attendere le parole? Innanzi tutto, è ovvio, non avere fretta di individuare corrispondenze. Ma anche fidarsi di un meccanismo speciale della memoria, in grado di farci ricordare qualcosa che, personalmente, non conosciamo. Le parole dentro le frasi, le frasi dentro i paragrafi, i paragrafi dentro le pagine, le pagine dentro i capitoli, i capitoli dentro i romanzi. I romanzi scavati dentro la scrittura di quell’autore in particolare. … Tradurre è un po’ come avere interi romanzi sulla punta della lingua, e perciò sapere che la sensazione assomiglia a una forma di tormentosa amnesia nella quale l’unico ricordo certo è che si è dimenticato. In quel caso, ricorrere al dizionario è quasi sempre inefficace, perché non si tratta di acquisire forme lessicali, bensì di assorbire un contesto fino a ricordare come tradurlo.

Che seduzione seguire passo dopo passo il sentimento del traduttore che si accinge a trasformare il suono dell’altrui testo in uno proprio. “So di dover utilizzare ogni sillaba del mio invidioso ascolto a garanzia di una fedeltà che non ha nulla a che fare con l’eterna disputa tra la lettera e il senso, ma che si realizza nell’intima impossibilità di staccarmi da tutto ciò che compone la geometria e il mistero di una voce.”
Avviene quindi che l’invidia sia una spinta per poter riprodurre nella propria lingua ciò che si è trovato nel testo originario: “la mancanza di quella frase nella mia lingua me la farà desiderare, parola per parola”. Un’invidia quindi non rivolta all’autore, ma all’originale, perché “ogni traduzione, anche la più attenta, anche la più ispirata, non può che offrirsi al testo come desiderio del testo, inarrivabile traguardo e punto di partenza del mestiere”.

E a ben guardare le sfumature del linguaggio sono così ampie, cosi’ difficilmente riproducibili nelle sue diverse varianti, a volte persino nella scelta del genere dei sostantivi, che diventa praticamente naturale confessare  come “ogni parte del testo-fonte è oggetto del nostro paziente mentire”.

Basso cita le tredici “tendenze deformanti” precisate da Berman (distruzione dei ritmi, distruzione dei reticoli significanti soggiacenti; distruzione di locuzioni e idiotismi; cancellazione delle sovrapposzioni di lingue;…) accompagnandole, con spirito di autocritica, a propri inciampi avvenuti nel corso degli anni a tu per tu con le righe degli autori tradotti e alla quasi certezza di probabilmente ricambiare tutto, nel caso di riscrittura.
Se Cacciari definisce “avvicinanza” la progressiva approssimazione del testo d’arrivo al testo fonte, Basso sostiene questo concetto enunciando che “Mentire è il testardo, lucido sforzo di travisare il meno possibile per farla franca; di assediare la verità, sapendola inarrivabile”.

L’esempio della traduzione di un incipit che Basso ci propone è di per sé esaustivo:
“I knew what was coming next. Jesus Christ, how I knew” (Henry Sutton).

Ebbene, ecco come Basso e un gruppo di giovani traduttrici hanno presentato il proprio lavoro all’autore:

  1. Io lo sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  2. Io lo sapevo come sarebbe andata. Lo sapevo eccome, per Dio
  3. Sapevo come sarebbe andata, Per Dio, se lo sapevo
  4. Non poteva che finire così e io lo sapevo, Cristo, se lo sapevo
  5. Era una storia che conoscevo fin troppo bene, Cristo santo
  6. Lo sapevo, Cristo santo, sapevo già come sarebbe andata
  7. Sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  8. Sapevo come sarebbe andata a finire. Sempre la stessa storia!
  9. Conoscevo il seguito. Gesù, se lo conoscevo
  10. Sapevo cosa mi aspettava. Cristo, se lo sapevo!
  11. Lo sapevo. Cristo, lo sapevo
  12. Sapevo che cosa arrivava dopo. Cazzo, se lo sapevo

Interessante anche l’approccio del traduttore verso opere già tradotte. “Le traduzioni esistenti ci fanno conoscere la nostra lingua: le sue idiosincrasie, i suoi limiti. Dal confronto dovrebbe scaturire una consapevolezza accresciuta sul nostro processo di manipolazione della lingua di un autore. …Ri-tradurre non è come tradurre, e quella rete fatta di felicità di resa, legnosità, sviste e intuizioni che gli altri traduttori hanno da offrirci costituisce a mio giudizio uno strumento di lavoro impagabile … mi metto sui passi di chi mi ha preceduta e ringrazio in cuor mio di ogni chiodo che trovo in parete… Tradurre un libro che  molti hanno già letto significa destare nel lettore la consapevolezza di custodire nella memoria una traduzione, vale a dire un testo provvisorio”.

Non ultimo, il funambolico compito di tradurre i calembour. Qui, Basso propone un brano di Lewis Carroll e della sua Alice con 4 diverse traduzioni, di cui così commenta: “Nonostante l’ingegnosità, l’audacia creativa, la pazienza e la cura variamente presenti nelle quattro traduzioni proposte, la loro lettura lascia a tratti sconcertati”.
In ogni caso, avventurarsi in queste pagine, critiche comprese, corrisponde a un viaggio nel fantastico mondo della parola.

Di altro avviso il rapporto con la traduzione della poesia: “E’ assai diversa invece la sensazione che provo di fronte alle parole della poesia. Ne ho tradotta pochissima e con grande paura…. Entrare nel paesaggio interiore di un componimento poetico, nel mondo rigoroso della metrica, nella battaglia persa delle rime, offre al traduttore consapevolezza di autentica e paradossale libertà. … Quando nulla può andare perduto senza che il testo registri un danno serio, tradurre diventa un mestiere coraggioso, sostenuto da una nostalgia immensa dell’originale”.

E il rapporto di conoscenza personale tra traduttore e autore dei testi tradotti?
Tutto da scoprire nelle pagine dell’appendice del libro, in cui Susanna  Basso racconta i suoi incontri con Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Michael Cunningham, Stephen Watts e Alice Munro.

Di quest’ultima, mia amata, riporto solo uno stralcio aneddotico rispetto a un paio di sandali che avevano particolarmente colpito la scrittrice. Mentre raccontava alla figlia come era andata la serata, li nominò, concludendo con la frase “Avresti dovuto vederli”. All’offerta della proprietaria dei sandali di andarli a prendere in camera, la figlia rispose: “Non importa, grazie lo stesso. Se li descrive mia madre, sarà come averli visti”.

Grazie a Susanna Basso perché, come lei stessa scrive, “Se funziona, un testo si trasforma in una specie di camera iperbarica, un luogo stagno al reale dove si respira un’aria diversa, e aumenta il passaggio di ossigeno nel sangue”.

PS questa recensione la dedico ad Alessandra, che lavora con le parole

Categorie:incipit, Letture

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