Alla Officina della Musica di Como oggi si inaugura una Mediateca: dischi da ascoltare e farsi prestare. Articolo di Alessia Roversi in La Provincia 22 settembre 2021. AUDIO degli interventi di Alessio Brunialti, Maurizio Salvioni, Cristiano Paspo Stella

I 75 anni di Jarrett (08/5/1945)

Tracce di Jazz

Capriccioso, irascibile, insopportabile, ma appena mette le mani sulla tastiera ecco che la magia si sprigiona. Una carriera lunga, forse oggi minata da problemi alle mani (che speriamo siano risolvibili), costellata da una lunghissima discografia, forse eccessiva considerando la ripetitività delle due formule esclusive ormai da quasi quarant’anni: piano solo e Standard Trio. Volendo fare l’avvocato del diavolo alcuni album, sopratutto nel penultimo periodo, sembrano un pò di routine, ma, una routine di gran classe senza mai cadute di gusto. La qualità è sempre garantita, certo la freschezza e la novità non abitano più da quelle parti, ma la classe e il tocco sono rimasti immutati.

jar“Jarrett possiede l’abilità di far “cantare” il pianoforte, al punto che quando lo suona lo strumento acquisisce caratteristiche innografiche quasi sacre. Il primo ad introdurre elementi di questo tipo nel Jazz è stato Coltrane , ma Jarrett non ha rivali nel coltivare e trasporre…

View original post 278 altre parole

mi ricordo …. : Addio PEPPO SPAGNOLI, paladino del Jazz, fondatore della casa discografica Splasc (h), articolo di Alessio Brunialti, in La Provincia 6 marzo 2020

Peppo Spagnoli (2020). Fondatore nel 1982 della Splasc(h), la più importante etichetta discografica di jazz in Italia. Nato ad Arcisate, provincia di Varese, è stato a lungo consigliere comunale per il Pci e lavorò come disegnatore tessile prima di dedicarsi alla musica. Il primo album pubblicato da Splasch(h) fu Lunet, dell’European Quartet del sassofonista Gianni Basso.

Tra le sue scoperte, Paolo Fresu e Luca Flores.

vai a:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/addio-peppo-spagnoli-paladino-del-jazz_1343800_11/?fbclid=IwAR3ZRQL6WItw_lXT6l1m_Zox3P7s-yKzOHx8a8dIt_XSnmfJC21gdgm4V5Y

spa774

il JAZZ spiegato ai nostri figli, di STEFANO BOLLANI, in CorriereInnovazione, 29 novembre 2019

articolo copyright

letto in edizione cartacea su Corriere delle Sera innovazione

cercare qui:

http://corriereinnovazione.corriere.it/cards/jazz-calderone-scoprite-tutti-segreti-questo-genere-musicale-pieno-sapori/etimologia-vocabolo_principale.shtml

http://corriereinnovazione.corriere.it/

un estratto:

Il jazz dunque, quasi per definizione, ama l’imprevisto, perché è l’elemento che può portarti a prendere in considerazione una strada che avevi scartato o che non ti era venuta in mente. Quello che altri chiamano errore. Il jazz è un percorso di vita in cui tutto quel che accade viene accolto con gioia perché nasce da quel momento preciso e vive in quel momento. È l’elogio del presente. Paolo Fresu racconta spesso che un signore — poco abituato al suono del jazz e all’ improvvisazione — si è presentato al termine di un concerto chiedendo dubbioso: «Ma il jazz le note ce le ha?». Ecco la risposta: Ebbene sì! Ce le ha, ma dalle note parte per andare verso l’ignoto.

The Bad Plus 2.0, la nuova vita di un trio

Tracce di Jazz

Un trio pianistico è una creatura musicale delicata, viene difficile pensare che possa sopravvivere al ‘trapianto di pianista’. Eppure è proprio quel che è successo ai Bad Plus con l’abbandono dello storico componente Ethan Iverson e la sua sostituzione con Orrin Evans. Tra l’altro si tratta di due musicisti molto diversi tra di loro, e la scelta a favore di Evans dei due Bad Plus superstiti – il bassista Reid Anderson ed il batterista Dave King – all’epoca mi aveva piuttosto stupito. Così come la decisione di Iverson di lasciare una formazione ormai notevolmente affermata ed ormai ben riconosciuta ed apprezzata da un ampio pubblico  per la sua fisionomia originale e ben caratterizzata, e ben lungi dall’aver esaurito le sua potenzialità creative. Ma si sa, il jazz (quello vero) o è musica dell’inquietudine, o non è.

The Bad Plus uno….

downloadfile

Quelli che chiameremo i Bad Plus 2.0 hanno già partorito…

View original post 656 altre parole

Aldo Pedron presenta il libro LA MIA GUIDA AL JAZZ, dialogando con Alessio Brunialti. Live di Roberto Quadroni (sax alto) e Bruno Lavizzari (pianoforte), alla Officina della Musica, via Giulini 14/B, COMO, 9 maggio 2019, ore 21

LUOGHI del LARIO e oltre ...

INCONTRO CON ALDO PEDRON
L’Officina della Musica, via Giulini 14/B, ore 21, ingresso a 10 sacchi
Aldo Pedron presenta il libro La mia guida al jazz dialogando con Alessio Brunialti. Live di Roberto Quadroni (sax alto) e Bruno Lavizzari (pianoforte).

View original post

DUKE ELLINGTON, introduzione all’ascolto a cura di Andrea Varolo (con gli AUDIO della lezione). Alla Officina della Musica di Via Giulini, Como. Articolo di Alessio Brunialti in La Provincia di Como, 13 febbraio 2019

elli885

elli varo890 (FILEminimizer)

I miei APPUNTI:

elli varo891 (FILEminimizer)

elli varo892 (FILEminimizer)

gli AUDIO della lezione

1: introduzione

https://drive.google.com/file/d/1F0y6ZOWw-Mhma2K7S2K6DUErFjh5Qft8/view?usp=sharing

2:  Cotton Club

https://drive.google.com/file/d/1KYGoF_mzYfceC9RMa5GuXarApaI4tY9J/view?usp=sharing

3: Black Tan Fantasy

https://drive.google.com/file/d/1Snf1CrL8IC-YRV2cvwibNmZfltsmXOK4/view?usp=sharing

4: Video

https://drive.google.com/file/d/18HEg1Ml5D5Q8os5qXY6vE160GmxnSyhu/view?usp=sharing

5: Mood Indigo

https://drive.google.com/file/d/1THhBR3ftgZBbZKgPOaaVWPJtF0UtLJc3/view?usp=sharing

6: Spiegazione

https://drive.google.com/file/d/1DL1OCCwOFfMekP7GSinxoj7pc1hOxFVy/view?usp=sharing

7:  Day Break

https://drive.google.com/file/d/1Pmvh07hQCADtqjnfMityA9QlSWBjA9so/view?usp=sharing

8:  spiegazione

https://drive.google.com/file/d/1i5eNiV-xvwspix4fWsK4wYaHpVLjDXUO/view?usp=sharing

9:  Ebony Rhapsody

https://drive.google.com/file/d/19kROTfJbUvNhm8qdydOzt1sqcCn8IWTL/view?usp=sharing

10: spiegazione

https://drive.google.com/file/d/1fpeslwe7E_e901gxDoI525J2brfDuucI/view?usp=sharing

11:  Sepia panorama

https://drive.google.com/file/d/1OTyhjYK3TKCwDDMCpHuCPIjflYnrax5E/view?usp=sharing

12: Take a Train

https://drive.google.com/file/d/1vu9J4wz86HogG_-m5_aE1a8jBCik6p_Y/view?usp=sharing

13: Mooche

https://drive.google.com/file/d/1yCHQNXnWyHVKUpEPg3XiHVeUdemW6apB/view?usp=sharing

14: Such Sweet Thunder

https://drive.google.com/file/d/1rD7XtYF4xq1D_Jgz3gFdpotxjcSplkAZ/view?usp=sharing

15: El Gato

https://drive.google.com/file/d/1Bhba02Z_iH-0t8sw8e6Rl5LtLWZ7MClp/view?usp=sharing

16: Sentimental Mood

https://drive.google.com/open?id=14r_Xu1DlcljIH-AQ_3uHokmZhFmrlUEk

17: Little Max

https://drive.google.com/open?id=1dkBzdDm6rie9Ju6RWStCFuRP1nc-FMoo

18: Blues for Miro

https://drive.google.com/open?id=13ZO1SLfX-TkM8OvmcNXd-Ie-t3IXCy0r

19: con Ella Fitgerald

https://drive.google.com/open?id=1MgUlAVt9vQIPkeAJ8HGmUgnGKfpqqae-

20: Sacred Music 2

https://drive.google.com/open?id=1zkyG8IyI66AOHegab8mJUMa47oCBkDg9


autobiografia pubblicata nel 1973 e tradotta in italiano nel 2007:

elli894

 

 

 

LOUIS ARMSTRONG, Melancholy blues

da https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/music/

The following music was included on the Voyager record.

  • Bach, Brandenburg Concerto No. 2 in F. First Movement, Munich Bach Orchestra, Karl Richter, conductor. 4:40
  • Java, court gamelan, “Kinds of Flowers,” recorded by Robert Brown. 4:43
  • Senegal, percussion, recorded by Charles Duvelle. 2:08
  • Zaire, Pygmy girls’ initiation song, recorded by Colin Turnbull. 0:56
  • Australia, Aborigine songs, “Morning Star” and “Devil Bird,” recorded by Sandra LeBrun Holmes. 1:26
  • Mexico, “El Cascabel,” performed by Lorenzo Barcelata and the Mariachi México. 3:14
  • “Johnny B. Goode,” written and performed by Chuck Berry. 2:38
  • New Guinea, men’s house song, recorded by Robert MacLennan. 1:20
  • Japan, shakuhachi, “Tsuru No Sugomori” (“Crane’s Nest,”) performed by Goro Yamaguchi. 4:51
  • Bach, “Gavotte en rondeaux” from the Partita No. 3 in E major for Violin, performed by Arthur Grumiaux. 2:55
  • Mozart, The Magic Flute, Queen of the Night aria, no. 14. Edda Moser, soprano. Bavarian State Opera, Munich, Wolfgang Sawallisch, conductor. 2:55
  • Georgian S.S.R., chorus, “Tchakrulo,” collected by Radio Moscow. 2:18
  • Peru, panpipes and drum, collected by Casa de la Cultura, Lima. 0:52
  • “Melancholy Blues,” performed by Louis Armstrong and his Hot Seven. 3:05
  • Azerbaijan S.S.R., bagpipes, recorded by Radio Moscow. 2:30
  • Stravinsky, Rite of Spring, Sacrificial Dance, Columbia Symphony Orchestra, Igor Stravinsky, conductor. 4:35
  • Bach, The Well-Tempered Clavier, Book 2, Prelude and Fugue in C, No.1. Glenn Gould, piano. 4:48
  • Beethoven, Fifth Symphony, First Movement, the Philharmonia Orchestra, Otto Klemperer, conductor. 7:20
  • Bulgaria, “Izlel je Delyo Hagdutin,” sung by Valya Balkanska. 4:59
  • Navajo Indians, Night Chant, recorded by Willard Rhodes. 0:57
  • Holborne, Paueans, Galliards, Almains and Other Short Aeirs, “The Fairie Round,” performed by David Munrow and the Early Music Consort of London. 1:17
  • Solomon Islands, panpipes, collected by the Solomon Islands Broadcasting Service. 1:12
  • Peru, wedding song, recorded by John Cohen. 0:38
  • China, ch’in, “Flowing Streams,” performed by Kuan P’ing-hu. 7:37
  • India, raga, “Jaat Kahan Ho,” sung by Surshri Kesar Bai Kerkar. 3:30
  • “Dark Was the Night,” written and performed by Blind Willie Johnson. 3:15
  • Beethoven, String Quartet No. 13 in B flat, Opus 130, Cavatina, performed by Budapest String Quartet. 6:37

mi ricordo della Musica Jazz dei THE NECKS

THE NECKS

 Toni Buck, Batteria     Lloyd Swanton, Contrabbasso     Chris Abrahams, Piano

The Necks: Official Homepage

La musica che ho sempre cercato e che, nel gennaio 2006 ho finalmente trovato. Come i tesori delle terre sconosciute.

Nella storia del Jazz spesso si legge che, nei momenti di svolta, gli appassionati ascoltatori dicevano “c’è uno che suona in modo nuovo” e correvano a sentirlo. E’ avvenuto per Louis Armstrong, che con West End Blues (1929) innovava nel Jazz di New Orleans. E ancora con le orchestre di Duke Ellington. Poi con il Bebop di Charlie Parker. Con The Birth of Cool di Miles Davis. E ancora con Olè di Coltrane. E ancora con il Jazz nordico di Garbarek. Ma sono molte le svolte.

Ci sono vari modi, non incompatibili, per suonare il Jazz: quello degli Standard (e si può farlo in modo mirabile come il Trio di Keith Jarrett), quello della tradizione (come continua a fare con encomiabile coerenza Winton Marsalis), quello della rielaborazione del Pop (in Italia ricordo Danilo Rea e i Doctor 3). E ancora altri.

Ma oggi la nuova frontiera la stanno percorrendo i Necks, un gruppo australiano che lavora da 15 anni e che persegue con ammirevole coerenza un progetto musicale unico. Di loro si dice:

Entirely new and entirely now. They produce a post-jazz, post-rock, post-everything sonic experience that has few parallels or rivals” (da The Guardian)

I Necks hanno qualche precursore, ma pochi imitatori. Il loro è Jazz minimale, è Post-Jazz, è Post-Tutto, come di loro dice Geoff Dyer.

Certo sembra stupefacente che è dall’Australia che arrivino questi esploratori psichici della musica Jazz. Ma pensando A Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir non è poi così strano.

Forse gli australiani sanno mettere bene assieme modernità, ambiente incontaminato e sogno.

Recensioni
Dischi
I musicisti
Ispiratori e allievi

via Musica Jazz: The Necks

la musica Jazz dei THE NECKS, dischi ricordati da Paolo Ferrario, Italia

Toni Buck, Batteria     Lloyd Swanton, Contrabbasso     Chris Abrahams, Piano

The Necks: Official Homepage

La musica che ho sempre cercato e che, nel gennaio 2006 ho finalmente trovato. Come i tesori delle terre sconosciute.

Nella storia del Jazz spesso si legge che, nei momenti di svolta, gli appassionati ascoltatori dicevano “c’è uno che suona in modo nuovo” e correvano a sentirlo. E’ avvenuto per Louis Armstrong, che con West End Blues (1929) innovava nel Jazz di New Orleans. E ancora con le orchestre di Duke Ellington. Poi con il Bebop di Charlie Parker. Con The Birth of Cool di Miles Davis. E ancora con Olè di Coltrane. E ancora con il Jazz nordico di Garbarek. Ma sono molte le svolte.

Ci sono vari modi, non incompatibili, per suonare il Jazz: quello degli Standard (e si può farlo in modo mirabile come il Trio di Keith Jarrett), quello della tradizione (come continua a fare con encomiabile coerenza Winton Marsalis), quello della rielaborazione del Pop (in Italia ricordo Danilo Rea e i Doctor 3). E ancora altri.

Ma oggi la nuova frontiera la stanno percorrendo i Necks, un gruppo australiano che lavora da 15 anni e che persegue con ammirevole coerenza un progetto musicale unico. Di loro si dice:

Entirely new and entirely now. They produce a post-jazz, post-rock, post-everything sonic experience that has few parallels or rivals” (da The Guardian)

I Necks hanno qualche precursore, ma pochi imitatori. Il loro è Jazz minimale, è Post-Jazz, è Post-Tutto, come di loro dice Geoff Dyer.

Certo sembra stupefacente che è dall’Australia che arrivino questi esploratori psichici della musica Jazz. Ma pensando A Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir non è poi così strano.

Forse gli australiani sanno mettere bene assieme modernità, ambiente incontaminato e sogno.

Recensioni
Dischi
I musicisti
Ispiratori e allievi

PAROLE DI JAZZ di e con Marco Ballerini e con i musicisti Alfredo Ferrario (clarinetto), Sandro Gibellini (chitarra), Roberto Piccolo (contrabbasso) e Massimo Caracca (batteria), al Teatro Sociale di CANZO (Como), via Volta 2, 13 febbraio 2016

LUOGHI del LARIO e oltre ...

STAGIONE TEATRALE DI CANZO
Teatro Sociale, via Volta 2, Canzo, ore 21, biglietti a 18 sacchi
CANZO2862CANZO2863

View original post

CARLO UBOLDI & LAURA FEDELE – PIANOFORTE, PIANOCITY 12 maggio 2013 Giardino della galleria di Arte Moderna – MILANO “Beatles o Stones?”

PIANOCITY 12 maggio 2013

Giardino della galleria di Arte Moderna – MILANO

“Beatles o Stones?”

CARLO UBOLDI & LAURA FEDELE – PIANOFORTE

Video a cura di Piero Camurati

 

CARLO UBOLDI: Il JAZZ (cosa è per i musicisti e per gli ascoltatori) e lo SWING, lezioni alla Casa della Musica di Como, 13 e 20 gennaio 2015. Audio e punti chiave

10384578_10205549001833396_4030247408055465846_n

Vai al sito della Casa della Musica: http://casadellamusica.org/

una davvero magnifica lezione: colta, istruttiva, divertente.

Per “iniziare ” al jazz chiunque. Anche chi lo ascolta da più di 60 anni.

Questo slideshow richiede JavaScript.


AUDIO della 1° parte

  • il jazz nasce vocalmente
  • “canzonette” reinterpretate in maniera jazzistica


AUDIO della 2° parte

  • la possibile traduzione di “jazz” è: fracasso, rumore, orgia …
  • il jazz nasce come ritmo e come improvvisazione
  • ogni jazzista ha il suo “real book”: un foglio con le linee melodiche (il tema). L’armonia viene fuori dalla mano sinistra
  • ma l’improvvisazione è totale
  • l’interpretazione è una “innovazione continua basata sulla tradizione”


AUDIO della 3° parte

  • l’importanza di comunicare con gli ascoltatori
  • oggi si può cercare quello che piace (esempio tramite youtube)
  • cercare a partire dai nomi dei musicisti
  • gli anni 40/50 sono quelli delle big band (15-18 musicisti)
  • poi per motivi di costi diminuiscono e si passa ai combo (5-6 musicisti) , arrivando ai trio
  • elementi costitutivi di un brano: la partitura, una serie di “obbligati”


AUDIO della 4° parte

  • la situazione del jazz era: un compositore e degli esecutori (i musicisti). Ognuno bravo nel suo specifico campo
  • oggi per motivi di diritti d’autore (e voglia di creare) aumentano i musicisti che a loro volta sono compositori: “oggi tutti cercano di scrivere i pezzi, ma non tutti sono bravi compositori”. Non si può eccellere in tutto
  • impostanza sul palco dell’ INTERPLAY. Scambio fra due o tre persone. Sfruttare tutta l’energie della sera. Poco o nulla è preparato. Prevale la comunicatività
  • il musicista jazz può leggere ed interpretare i diversi generi musicali, perchè ci lavora sopra con il suo stile e la sua improvvisazione
  • qualche esempio di Carlo Uboldi sulla base di “Fra Martino campanaro”: due note e infinite variazioni. Espone il tema poi improvvisa. La melodia è alla base (deve essere riproposta), ma su questa si fanno le variazioni
  • ci vuole molto feeling nel gruppo


AUDIO della 5° parte

  • l’importanza della “specializzazione” e della “competenza”: l’esempio di Jerry Lewis che mima gli strumenti di una improvvisazione jazz


AUDIO della 3° parte

lezione sullo SWING, Como 20 GENNAIO 2015


The Necks – Silverwater :: Le recensioni di Onda Rock

“Silverwater” è il trionfo dell’improvvisazione come e forse in maniera più accentuata che sul precedente “Chemist”. Da quest’ultimo, infatti, prende le mosse per sviluppare una consistenza se possibile ancora più diluita tra le ritmiche di un piano intrappolato nelle trame minimaliste, le evasioni jazz e i canoni classici.Il basso stavolta segue i tracciati di un tessuto liquido, quasi inesistente che si abbandona a una ripetizione creativa, a un loop (o milioni di essi) che si prende il proprio tempo: nasce, cresce, matura e muore nell’arco vitale di un ciclo mai uguale a se stesso.Il vero protagonista dell’album è comunque la percussione di Tony Buck (uno dei migliori batteristi del pianeta) a cui è affidato lo scheletro dinamico dell’opera.

VAI A:
Necks – Silverwater :: Le recensioni di Onda Rock

Blogged with the Flock Browser

Renato Sellani and Danilo Rea, Amapola (2008)


Amapola (2008)

El álbum “Amapola”, producido por la prestigiosa etiqueta japonesa Venus Records, es ante todo el testimonio del inédito encuentro de dos de los mayores pianistas italianos de jazz: Renato Sellani y Danilo Rea. Dos generaciones, dos estilos, dos modos de entender el jazz, a comparar. Dos grandes artistas unidos por el amor común por el jazz y por la canción de autor italiana. Dos mundos aparentemente diferentes, que se encuentran en un terreno común de la búsqueda melódica, de la sensibilidad armónica. Es gracias a esta división de intentos, a este tipo de afinidad electiva entre estos dos lenguajes, que Sellani y Rea pueden mezclar algunas de las páginas más importantes de la historia del jazz con algunos hitos de la canción de autor italiana. Así standards como “My Foolish Heart”, “My Funny Valentine”, “Afternoon In Paris” o “Wave”, se alternan con piezas de la llamada música ligera (“Volare” de Domenico Modugno) “Quando” de Luigi Tenco, llegando a crear una original mezcla entre “Mi Sono Innamorato Di Te” de Luigi Tenco y la histórica “Autumn Leaves”.

Fuente para la reseña: http://www.ibs.it – Traducción: La Bestia Políglota

Apunte: lirismo, belleza, emoción; palabras que le caben perfectamente a Amapola.

Track Listing

01. My Foolish Heart (5:05)
02. My Funny Valentine (5:34)
03. Mi Sono Innamorato Di Te ~ Autumn Leaves (4:46)
04. Volare (4:18)
05. Quando (4:08)
06. Once Upon A Summertime (6:04)
07. Afternoon In Paris (4:38)
08. Amapola (3:27)
09. Wave (3:11)
10. You Never Told Me (3:33)

Grabado en The House Recording Studio en Roma, los días 2 y 3 de Enero de 2008

Artist List

Renato Sellani: piano
Danilo Rea: piano
Renato Sellani and Danilo Rea

Blogged with the Flock Browser

I migliori (secondo noi) dischi del 2009, http://italia.allaboutjazz.com

il 2009 ha offerto tantissimi spunti di interesse.

Un personaggio su tutti? Jon Irabagon. Appuntatevi questo nome… con tre CD (Jon Irabagon’s Outright!, I Don’t Hear Nothin’ But the Blues in duo con Mike Pride e This Is Our Moosic come membro dei Mostly Other People Do the Killing) ci ha stupito e deliziato con produttiva costanza. Egualmente prolifica, come del resto fa da anni, un’altra musicista per la quale abbiamo un debole: Satoko Fuji (con Heat Wave, Under the Water in duo con Myra Melford e Cloudy Then Sunny come membro dei Junk Box).

Numerosissime sorprese degli ultimi 12 mesi, spesso telluriche – o quasi, sono venute da giovani ed energetiche band: oltre ai citati Mostly Other People Do the Killing, i White Rocket, i Lucky 7s, i Positive Catastrophe, e i Digital Primitives.

Tra le altre cose:
John Hebert, gli Houdini’s Cage e gli Skopje Connection ci hanno scaldato il cuore e rivitalizzato le sinapsi;
– ci ha fatto piacere ritrovare i Microscopic Septet, Ran Blake, Egberto Gismonti e Jon Hassell oltre che una vecchia meritevole registrazione di Steve Lacy e Mal Waldron.
– e scoprire con sollievo la sempre più agguerrita e originale presenza di giovani musiciste quali Sophie Agnel, Ingrid Laubrock, Nicole Mitchell e Mary Halvorson;
– e vedere l’inarrestabile crescita di Gianluca Petrella, Vijay Iyer, Michael Bates e Luca Aquino;
– e siccome fa male ascoltare solo jazz ci siamo spesso rifatti le orecchie in altri lidi con funk nigeriano o anglo-etiope, l’elettronica di Lawrence Casserley e Adam Linson o con la contemporanea di Morton Feldman o Messiaen.

Ovviamente anche qualche nome noto nella lista del meglio del 2009: i nostri Franco D’Andrea, Gianluigi Trovesi ed Enrico Rava, ma anche Tom Harrell, Bill Frisell e Jim Hall, Wayne Horvitz, Wadada Leo Smith e Steve Bernstein (col suo Diaspora Suite oltre che in trio con Marcus Rojas e Kresten Osgood in Tattoos and Mushrooms).

Per le tasche dei veri appassionati o collezionisti a cui non può mancare nulla, gli spettacolari cofanetti dedicati a Miles Davis, Luc Ferrari, Anthony Braxton, Charlie Parker oltre che alla leggendaria band sudafricana Blue Notes.

Insomma… quelli che ci dicono che il jazz si trova in un cattivo stato non possono che farci sorridere.

Ma ecco la lista completa dei nostri “dischi della settimana” per il 2009, mese per mese:

Gennaio | Febbraio | Marzo | Aprile | Maggio | Giugno | Luglio | Agosto | Settembre | Ottobre | Novembre | Dicembre

I migliori (secondo noi) dischi del 2009 – http://italia.allaboutjazz.com

Blogged with the Flock Browser

Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette, Live at Open Theater East, 25 luglio 1993

visto e sentito oggi:
Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack DeJohnette, Live at Open Theater East, 25 luglio 1993
Eccezionale la creazione della loro irripetibile amicizia al 46° minuto
Il pezzo non è questo.
Dovrò metterlo su Youtube

Il Jazz Vocale al maschile: Jimmy Rushing (1901-1972), Louis Armstrong (1901-1971), Bill Henderson (1930), Frank Sinatra (1915-1998), Bob Dorough (1923), Billy Eckstine (1914-1993), Matt Dennis (1914-2002), Tony Bennett (1926), Ernie Andrews (1927), Lou Raws (1935-2006) | GEROVI-JAZZ

Vai a:

Blogged with the Flock Browser

The Necks: Pop Will Eat Himself, analisi passional-stilistica di Paolo Ferrario

The Necks: Pop Will Eat Himself Recensione di: Amalteo , (Thursday, October 22, 2009)

Niente di professionale. Questa è solo una analisi passional-stilistica di:

The Necks– “Pop Will Eat Himself”
Seconda parte del concerto tenuto al The Factory Theatre di Sidney, 2008

(clicca sulla parti evidenziate con –>)

Mio demerito. E’ terribile “smontare” in 5 pezzi un’opera unitaria di 45 minuti costruita sulla scena. Tuttavia servirà a intra-vedere come loro riescono a scolpire il loro ennesimo gioiello musicale. Il consiglio al lettore è di darsi un’ora di tempo e sentire uno dei dischi della collezione.

Mio merito: faccio tutto come in una seduta psicanalitica. Associo. Lascio andare i pensieri. Scrivo mentre ascolto. Amplifico. Vado a caccia di ricordi. Puoi farlo anche tu. Provaci.

Nella lingua tedesca la parola Gestalt vuol dire “forma, configurazione” e rimanda al concetto di “totalità formale e strutturale“. Su questa parola si fonda la psicologia della forma, secondo la quale i processi mentali della conoscenza e dell’esperienza percettiva si organizzano in una totalità che è differente dalla somma dei singoli elementi che la compongono: “sfondo/primo piano/unità” , come osserva Astime nel commento 8.
In un ascolto trasognato di un pezzo dei The Necks potrai fare esperienza diretta di questo modo in cui funziona la mente.

I tre lavorano assieme, perfettamente integrati come in una Gestalt. Di più: il loro suono è unitario, pur essendo costruito con impercettibili apporti associativi di ciascuno.
Fanno minimalismo in ambiente jazz.

Nominiamo i tre: Chris Abrahams al piano (il più introverso), Tony Buck alle batterie (potenza vulcanica allo stato naturale), Lloyd Swanton al contrabbasso (il generoso, il connettivo, il socievole, l’assertivo).

Un’opera musicale d’arte di quasi un’ora si poggia necessariamente su un percorso che ha una introduzione, alcuni cuori interni ed un finale di chiusura.
In fondo anche noi , esseri viventi, siamo come una musica.

1. –> Introduzione

Si sta entrando in un mondo immaginario.
Si deve farlo con leggerezza e spirito accogliente.
Swanton crea il clima, Buck costruisce l’ambiente (senti quelle nacchere che corrono sul tamburo!) e Abrahams introduce elementi dinamici.
Concentrarsi sull’impasto dei suoni e la progressione lenta. Il crescendo sarà segnato dai tasti bassi del piano, a loro volta sostenuti dal tappeto della batteria e tenuti assieme dalle vibrazioni delle corde.
(Mi scuso per la frattura: troverò modo, caro lettore, di farti sentire tutto l’intero. Qui lavoriamo sulle parti).

2. –>Primo cuore: volevamo portarti qui

Siamo attorno all’11 minuto.
La struttura sonora si fa più veloce e drammatizzante.
I mezzi sono un emozionante interplay di grande affettività fra i musicisti.
L’effetto è quello che chiamerei di “ipnosi con coscienza“.
Ci siamo.
Siamo dentro un ambiente laterale della realtà.
E’ il centro del Mandala.
Ma come nei Mandala, ci sono le vie laterali (alto/basso, est/ovest).
E come lo fanno?
Con le variazioni. Arabeschi, ornamenti, sub-tonalità, armonici primari e secondari.
Qui stiamo provando l’esperienza di “essere dentro” il “loro” mondo immaginario. Quello in cui volevano portarci. E tuttavia sei “tu” (“io”), con la tua soggettività che ci stai.
C’è collaborazione, c’è relazione qui. C’è empatia.
L’archetipo del Fantastico (inventato or ora) suggerisce: “C’è magia … è come stare in una fiaba“.
Più semplicemente il primo cuore sussura: “è bello stare qui”.
Il folletto benefico è Abrahams.

3. –> Secondo cuore: nel mezzo del cammin …

Siamo al 25° minuto.
Si cammina, si corre.
La vita è un lampo.
Occorre guardare tutto quanto è possibile.
Godere degli attimi.
Carpe diem …. Carpe diem … Il tempo corre …
Ci vuole energia. Ci vuole libido.
Ci vuole dinamica, che vive a contatto con la statica.
Chi è il folletto energetico?
E’ Carl Abrahams: vertigine controllata.
E’ lui che fa correre le note del piano, alimentandosi anche con l’archetto di Swanton.
Si corre qui.
Non c’è tempo.
“Siamo in ritardo”, come diceva il coniglio di Alice nel regno delle meraviglie.
Non ci sono picchi o avvallamenti.
Direi che siamo su un “vertice durevole“.
Associo al plateau orgasmico.
Dura di più, però.

4. –> Terzo cuore: le vie sono ardenti

Siamo al 32° minuto.
Ora si può provare l’impossibile: accomodarsi sopra un cratere vulcanico. Dalle coppe osserverai il ribollire della lava.
La psiche è incandescente, le fiamme si levano e si ritraggono.

“La loro fine è tracciata nel loro principio
e il loro principio nella fine,
come la fiamma è unita al tizzone ardente”
.
(Sepher Jtzirah, I, 8)

Ci vuole potenza per farlo.
E chi è il folletto della potenza?
E’ Tony Buck: un fenomeno della natura. Un vulcano umano.
Suo è il battito potente, percussivo, forte, sicuro, implacabile, accessibile.
Con quel drumming si può sedere sull’orlo del cratere come se si fosse sul bordo di un fiume placido alla new age.
Ma i folletti collaborano. I folletti arrivano assieme, anche se ciascuno ha un ruolo.
E infatti Abrahams lavora sugli armonici e Swanton – l’assertivo è al servizio del tutto. Lui si è assunto l’umile e necessario compito di “tenere assieme”.
Solo così si può stare davanti alla lava come davanti ad un ruscello romantico da lieder schubertiano (quello della Bella Mugnaia).

5. –> Si torna a casa

Nella sintassi musicale c’è una figura retorica che si chiama “cadenza d’inganno“.
Spiega Wikipedia che: “Una cadenza d’inganno crea un momento di sospensione che determina un aumento d’interesse verso la composizione in quanto la sensazione di una conclusione viene disattesa ed inoltre fa sì che il compositore possa aggiungere una o due frasi che chiudano il tutto”.
Lo dico con parole mie.
La cadenza d’inganno funziona così: sei a casa tua … Esci di casa (nel nostro caso con questo pezzo dei The Necks) … Cammini … Cammini … Vedi … Osservi … Sperimenti … Sei fuori di casa …. Sei in un altro spazio … poi ritorni e ti accorgi che non eri mai uscito di casa.
Questo è quello che mi provocano i gestaltici Abrahams, Buck e Swanton.
Si torna a casa. O meglio non si era neppure usciti.

Era un viaggio nell’Immaginario.

Era una Reverie

recensione presa da qui:

Blogged with the Flock Browser

Gianni Basso 1931-2009

Gianni Basso 1931-2009

È morto il sassofonista astigiano, tra i più influenti solisti italiani del dopoguerra

Il sassofonista Gianni Basso, tra i maggiori solisti italiani del dopoguerra, è morto all’età di 78 anni. Nato ad Asti nel 1931, Basso esordisce in Belgio, dove aveva passato l’infanzia, nella big band di Raoul Falsan, nel 1946. Al ritorno in Italia dà vita, insieme al trombettista Oscar Valdambrini, al Basso-Valdambrini Quintet, esperienza fondamentale del jazz di casa nostra. Molte le collaborazioni internazionali, già a partire dai Cinquanta: con big band (la Clarke/Boland, la Maynard Ferguson Big Band…) e con solisti (Chet Baker, Gerry Mulligan, Lee Konitz, Zoot Sims, Art Farmer…). Recenti, nonostante la malattia, le sue ultime apparizioni dal vivo presso il Jazz Club Torino di cui era presidente onorario.

THE NECKS IN CONCERT WITH BRIAN ENO

THE NECKS IN CONCERT WITH BRIAN ENO

We are very excited to announce that, further to the season of Food Court at Brian Eno’s Luminous Festival at the Sydney Opera House, we will be performing in concert with Eno, in Pure Scenius, the massive event he has devised as the festival finale on Sunday 14th June.
Appearing alongside Eno (performing his first concert in Australia ever) and The Necks at this marathon three-concert performance will be Karl Hyde (from Underworld), guitarist Leo Abrahams, and synthesist Jon Hopkins, with Toby Vogel mixing layers of imagery on three screens and Peter Chilvers processing and re-packaging the sound as the concerts progress.
See one concert, two, or all three. Details and tickets at

Billie Holiday: Gianni Del Savio, dedicherà una lunga e variopinta dissertazione nel prossimo incontro di Zig Zag (via della Libertà 10, San Donato Mi

A cinquant’anni dalla morte, era il 17 luglio 1959 a New York, Billie Holiday rimane una delle figure più importanti della cultura afroamericana. La sua straordinaria capacità di interpretare le canzoni, su tutte il lancinante manifesto di Strange Fruit, la frequentazione con i massimi jazzisti della sua epoca, da Count Basie al tormentato legame con Lester Young, e un’esistenza ricca di episodi controversi e oscuri ne hanno fatto una vera e propria leggenda. A Lady Day, Gianni Del Savio, dedicherà una lunga e variopinta dissertazione nel prossimo incontro di Zig Zag (via della Libertà 10, San Donato Milanese) sabato 4 aprile, a partire dalle ore 17.30. Per l’occasione, ai partecipanti verrà fatto omaggio del libro di Alexis De Veaux, Una canzone per Billie Holiday: una presentazione e la discografia, curate dallo stesso Gianni Del Savio sono già disponibili su http://www.kowalski.it/on-air. Ulteriori informazioni: 025272125.

Billie Holiday, Discografia, a cura di Gianni Del Savio

in formato Dbf

GEOFF DYER: Sulla musica dei THE NECKS, in La musica che abbiamo attraversato, a cura di Ranieri Polese, Editore Guanda, 2005, Traduzione di Giovanni Garbellini

Se la musica di Molvaer si può definire post-jazz, allora quella dei Necks va considerata a buon diritto «post-tutto». A volte vengono definiti un trio jazz, e va bene; basta aggiungere subito che hanno completamente rivisto l’idea di base di una simile formazione.

L’accoglienza estatica ricevuta dall’Esbjorn Svensson Trio alla Royal Festival Hall nel 2003 durante il London Jazz Festival è stata vista da qualcuno come il segno che per quanto riguarda l’innovazione il testimone era passato dall’America all’Europa, e in particolare alla Scandinavia. Considerate quanto disti l’Esbjorn Svensson Trio dal genere di cose che continuano a propinare gruppi come il Tommy Flanagan Trio e vi farete un’idea di quanto i Necks abbiano superato il trio svedese. Ciò significa, se vogliamo dare una sède geografica all’innovazione, che la nuova frontiera del jazz è l’Australia.

Ho detto «nuova», ma Chris Abrahams (tastiere), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso) suonano insieme da più di quindici anni. Vengono da Sydney e forse la loro distanza dai centri tradizionali del miglior jazz può aver gio­cato un certo ruolo nella loro originalità innovativa. Forse spiega anche perché il loro seguito di appassionati, benché fedelissimo, sia ancora relativamente ridotto.

Sia dal vivo che su disco una tipica esibizione dei Necks consiste in un unico brano lungo un’ora che cresce lentamente d’intensità e complessità. A sottolìneare ancor più questa continuità, il loro secondo disco Next (1990) iniziava con dieci secondi del primo, Sex (1989). Il minimalismo sublime di Aether (2001) porta questo approccio — o meglio, lo riduce — a una nuova dimensione: un pezzo intero basato su un unico brillante accordo. Mi piace questa scelta scomoda e coraggiosa: in una cultura caratterizzata più che altro dalla labilità dell’attenzione ascoltare i Necks necessita di un tipo di concentrazione assoluta, simile a quella richiesta dai raga indiani. j

Dal vivo di solito suonano in formazione acustica. I dischi in studio aggiungono qua e là a piano, basso e batteria un suono vorticoso di organo elettrico e piano Rhodes che da al loro sound un tocco alla Miles Davis anni ’70: lo si nota soprattutto in Hanging Gardens (1999). Miles prendeva a prestito e incorporava nella sua musica ciò che a suo giudizio — e a volte si sbagliava — era il meglio degli altri generi di musica leggera contemporanea; i Necks, come Molvaer, hanno accolto la ripetizione ipnotica tipica della miglior musica elettronica. Come concessione alle performance dal vivo, ì creatori di musica programmata fanno delle improvvisazioni di qualche sorta, che spesso non vanno oltre un gran girar di manopole tanto per fare scena. Qui, i loop interminabili, i giri di basso e le parti di batteria programmate sono di nuovo in mano a musicisti che improvvisano liberamente, creando un tappeto sonoro infinito. Ci sono echi del fluire incontrollato del trio di Jarrett, che i Necks talvolta ricordano. E’ particolarmente vero in «Pelè», contenuto in Next, che dura mezz’ora: un pezzo corto, per le abitudi­ni del gruppo. In altri momenti sembrano sul punto di passare alla pura dance music. Non succede quasi mai del tutto, ma l’attesa crescente crea una suspense incredibile. Ecco che si spiega la sensazione di trovarsi ad ascoltare una musica guidata da suoi elementi latenti, e qui torna la similitudine con la musica clas­sica indiana.

Come suggerisce il titolo, Drive By, il loro disco del 2004 è ottimo da ascol­tare mentre si guida, e non solo perché sì slancia verso un orizzonte che continua ad allontanarsi. È musica che contiene lo spazio che attraversa. I Necks sono ispi­rati forse dall’abilità che Miles aveva di riempirla propria musica di spazi, ma sembra probabile che l’apertura del loro stile abbia radici più profonde, nell’immenso paesaggio australiano. Ne è testimonianza il fatto che a volte ci si sente così cullati da pensare che i loro brani siano monotoni, per poi accorgersi che la musica è completamante cambiata senza riuscire a dire quando quel cambiamento è avvenuto. È musica immutabile e in continuo cambiamento e non c’è modo di sapere dove porterà quel viaggio in stato di trance. Come annotò D.H. Lawrence durante il suo viaggio in Australia nel 1922, c’è «una specie di richiamo nel bush. Ci si potrebbe ritrovare fuori dal mondo, sull’orlo dell’altrove».

Lo si percepisce intensamente in Drive By, che volteggia attraverso paesaggi da sogno ambient, giochi di bambini, grilli, alveari, evocati tutti da suoni «trovati per caso». Mentre gli album precedenti erano dischi affidabili e un po’ disadorni composti di improvvisazioni continue «in diretta», Drive By è costituito da seg­menti che sono stati ristrutturati in fase di edizione, ricchi di overdubbing, come una colonna sonora per un film ancora da girare.

Drive By ha le potenzialità per essere il disco che farà conoscere i Necks a un pubblico di massa. A scanso della possibilità che qualcuno lo interpreti come un rilassamento e un ammorbidimento del loro stile, a quel disco ha fatto seguito nel 2005 un doppio CD, Mosquito/See Through, astratto, minimalista e difficile come e più dei precedenti. Non so neanche se mi piace ascoltarlo, non sono sicuro di essere in grado di dedicargli il tempo e la concentrazione che richiede, ma adoro quel disco e amo i Necks: bisognerebbe essere matti per pensare il contrario.

In La musica che abbiamo attraversato, a cura di Ranieri Polese, Editore Guanda, 2005, Traduzione di Giovanni Garbellini